Un po' di tristezza m'assale, in un giorno in cui l'unico sito che io ritenevo decente decide di chiudere (colpa del Dio denaro, o meglio della sua cecità).
Se io sapevo di tutto ciò che accadeva nel campo della musica d'autore era per merito di www.popon.it, ottimo sito diretto ed ideato da Paola De Simone, giornalista abruzzese che ora conduce il settimanale della musica italiana su Imblu.
A questi miei amici (sconosciuti ma sempre amici) io do un arrivederci ("questo sarà l'addio ma non pensiamoci..."), dicendo che anche musicadautoredintorni diventerà orfano d'un padre.
Difatti, seppure www.pizzicata.it è tornato ma è fermo, sta di fatto che la musica d'autore ora sarà più difficile da seguire (un conto è decidere di non parlare delle cose per scelta, un conto è non parlarne per ignoranza).
Mi dovrò accontentare del web e di qualche giornale online, di qualche notizia casuale durante i tg (che comunque parlano più di arti visive che di musica...), insomma sarà il caso a farmi sapere le cose.
Consoliamoci con una chicca officiniana imperdibile.
Telerama, canale locale salentino, ha intervistato Lamberto e Cinzia (con la presenza del gruppo al completo) e i musicisti interpretano anche alcuni brani live.
Da godere!
Il video è un pochino difficile da cercare, buona pesca, buona fortuna e buonissima officinata!
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venerdì 16 marzo 2012
lunedì 30 gennaio 2012
Youtube e altre storie comunicative.
Carissimi lettori, oggi mi va di aggiornare il blog, non parlando di musica ma con un'invettiva dedicata a quelli di Youtube.
Come avranno notato gli utenti più abituali del sito esso è stato ristrutturato in maniera discutibilissima. Enumeriamo le principali caratteristiche negative (di positivo io non vedo niente!).
Intanto non si può più fare "amicizia" con le persone, poi non ci si può più iscrivere ai canali (i vedenti ce la fanno ma io no).
Va anche detto che io (con jaws versione 5.10 come screen reader e Internet explorer 7) vedo i profili raddoppiati. Veramente inutile. Sinceramente mi ricordo che si poteva tornare alla vecchia homepage, io ci ho provato ma non ci sono riuscita, se non sbaglio ormai non è più possibile. Tramite questo blog io lancio un appello: protestate in qualche modo, reclamiamo, magari li convinciamo a tornare indietro.
Fra l'altro in questo macello della grafica ci si è messo anche il fatto che non ti fa partire i video sui quali tu credi di cliccare: io prima volevo ascoltare una canzone e mi è partita la pubblicità dei "prezzi pazzi". È da una quindicina di giorni che ciclicamente si ripropone il problema e non fanno niente di concreto per risolverlo.
Se qualcuno sa come potermi fare tornare alla vecchia homepage mi scriva a valentinalocchi@hotmail.it, indirizzo di posta che potete utilizzare per qualsiasi comunicazione, meglio la posta (alla quale posso rispondere e lo faccio con grande piacere) che i commenti che non mi arrivano, quindi li vedo raramente e poi non posso entrare in contatto con chi li redige.
Scusate per questo articolo, serve solo per uno sfogo personale e per piccoli consigli a chi voglia entrare in contatto con me.
Comunque ringrazio tutti quelli che passano sul mio canale di Youtube (www.youtube.com/valentinalocchi) perché solo loro mi dànno il coraggio di non cancellarmi.
Come avranno notato gli utenti più abituali del sito esso è stato ristrutturato in maniera discutibilissima. Enumeriamo le principali caratteristiche negative (di positivo io non vedo niente!).
Intanto non si può più fare "amicizia" con le persone, poi non ci si può più iscrivere ai canali (i vedenti ce la fanno ma io no).
Va anche detto che io (con jaws versione 5.10 come screen reader e Internet explorer 7) vedo i profili raddoppiati. Veramente inutile. Sinceramente mi ricordo che si poteva tornare alla vecchia homepage, io ci ho provato ma non ci sono riuscita, se non sbaglio ormai non è più possibile. Tramite questo blog io lancio un appello: protestate in qualche modo, reclamiamo, magari li convinciamo a tornare indietro.
Fra l'altro in questo macello della grafica ci si è messo anche il fatto che non ti fa partire i video sui quali tu credi di cliccare: io prima volevo ascoltare una canzone e mi è partita la pubblicità dei "prezzi pazzi". È da una quindicina di giorni che ciclicamente si ripropone il problema e non fanno niente di concreto per risolverlo.
Se qualcuno sa come potermi fare tornare alla vecchia homepage mi scriva a valentinalocchi@hotmail.it, indirizzo di posta che potete utilizzare per qualsiasi comunicazione, meglio la posta (alla quale posso rispondere e lo faccio con grande piacere) che i commenti che non mi arrivano, quindi li vedo raramente e poi non posso entrare in contatto con chi li redige.
Scusate per questo articolo, serve solo per uno sfogo personale e per piccoli consigli a chi voglia entrare in contatto con me.
Comunque ringrazio tutti quelli che passano sul mio canale di Youtube (www.youtube.com/valentinalocchi) perché solo loro mi dànno il coraggio di non cancellarmi.
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mercoledì 18 gennaio 2012
Sui big del Sanremo venturo
Carissimi lettori, mentre sto preparando un'altra avventura virtuale sulla quale mi terrò un articolo a parte, mi va di aggiornare questa mia prima e mai dimenticata creatura virtuale. Mi va di fare un articolo (al fulmicotone...) sul Festival di Sanremo 2012, sui cantanti in gara nella sezione "big".
Grazie al bellissimo sito www.popon.it diretto dalla giornalista Paola De Simone ci possiamo sfogare sulla lista malefica: quest'anno non mi aspetto il Vecchioni di turno.
La prima artista è anche brava, una delle poche voci valide sfornate in questi ultimi anni, dal colore caldo e dalla timbrica potente, mi riferisco a Nina Zilli (vi ricordate la bellissima "L'uomo che amava le donne" o "Centomila" colonna sonora di un film di successo? Quella è la Zilli).
Per fare il verso ai festival di sanremo di una ventina d'anni fa (che a loro volta ricopiavano da quelli di trent'anni prima) tornano gli stranieri. Con Nina Zilli nella serata dei duetti (quest'anno solo con cantanti stranieri) la cantante romana duetterà con la voce dei Morcheeba in un brano intitolato "Never never". Staremo a vedere, qui in fondo il tono polemico è assente.
Ma ecco "lu focu" s'accende. Il cantante in sé non è male, anche perché ci si riferisce a Samuele Bersani, la canzone ("Un pallone") non può essere giudicata perché sconosciuta, ma il problema è che il cantautore (dato il suo essere romagnolo ha scelto di reinterpretare "Romagna mia" in inglese (voglio che ai Grammy qualcuno tipo Eminem faccia un reppaccio dei suoi in italiano, la tortilla tiene que volverse, ¡diablo!)). L'ospite è Goran Bregovic, la cui maestria è fuori discussione, ma forse è fuori luogo. Per ascoltare qualcosa di bello di Bersani io vi consiglio di ritrovare "Replay" (brano presentato ad un Festival di una decina d'anni fa), "Giudizi universali" e, soprattutto "Il mostro", pubblicata per la prima volta nel cd "Amen di Dalla (tra un pochino ne parleremo...)
Dolcenera, la prima cantante salentina che ha sbancato prima della coppia Amoroso-Marrone, torna con la sua voce da cantante rock sussurratrice che finge di urlare ma non ce l'ha fa, con un brano dal titolo "Ci vediamo a casa". Lei a me non è mai piaciuta, non le perdono poi di aver sfruttato come nome un personaggio di Fabrizio De Andrè, è come se io mi chiamassi "Macaria" dato che amo gli Zoè... vergogna!
Duetterà con un artista che disconosco in un brano che non so capire quale è.
Dalla, Dallino, Dallotto! Qualche mese fa tu avevi sparato cazzate (adesso Bertoncelli non spara più, adesso spari tu!), avevi detto che il pop l'avevi lasciato per il troppo schematismo che vi è dentro. Solo che... Mi duetti con Pierdavide Carone da Amici, la mecca della musica pop spazzatura! Vabbè che dopo la pagliacciata con Marco Mengoni su "Questo è amore" nel brano "Meri Luis" da te mi aspetto di tutto
(Per chi non sa il nostro ha tolto alcune parti del canto originale e, sulla stessa base ha fatto cantare l'asessuato!).
Il duetto che Dalla proporrà certifica un'ossessione del bolognese: essere meridionale. Lucio Dalla, insieme ad un artista che disconosco, canterà "Anema e core". Sinceramente è veramente negato per cantare musica del Sud, basta sentire l'orribile versione de "Lu rusciu" che Dalla dette in una N.D.T. sparagnesca.
La cantante che continua il listone è Irene Fornaciari, figlia d'arte come si vede, anche se va dato merito al padre d'averle per anni sconsigliato la carriera musicale (io ho un preconcetto stupido ma ancora non lo riesco a vincere, sui figli d'arte italiani, in pratica non me ne piace uno). L'unica cosa bella è l'artista con cui duetterà, il grande Brian May dei Queen, uno dei migliori chitarristi rock senza le pretese virtuosistiche che affollano quel mondo e la musica in generale.
E a proposito di quanto dicevamo in occasione della presentazione di Dolcenera, ecco una della coppia delle salentine sopra citate: Emma! Il brano che presenta è "Non è l'inferno", mentre dovrebbe (dico "dovrebbe perché Maria Letizia Veronesi, vedova Battisti li starebbe fermando cantare "Il paradiso" insieme ad un artista che non conosco. La voce di Emma non sarebbe neanche male se non urlasse troppo.
E qui non si può che parlare bene del gruppo e (perché no) anche della cantante testè ritornata. Mi riferisco ai Matia Bazar con "Sei tu" e alla stupenda voce di Silvia Mezzanotte. Basta ascoltare canzoni come "Brivido caldo" o "Messaggio d'amore" per farsi un'idea di ciò che ci potremmo assaporare tra un pochino. Il cantante anglofono con cui duetta il gruppo genovese è bravissimo (Aljarreau), ma è troppo virtuoso, a me il virtuosismo stanca.
Noemi, forse l'unica cantante veramente convincente degli ultimi anni insieme alla già citata Zilli, torna a Sanremo con "Sono solo parole". Per quanto riguarda il duetto anche questo è a rischio stop, in quanto si omaggia battisti con una traduzione di "Amarsi un po'" (rimpiango quando erano gli stranieri a cantare in italiano, in questo modo entrambi ci arricchivamo: noi conoscevamo pezzi di altre culture che ci sarebbero rimasti sconosciuti altrimenti,, i cantanti stranieri facevano esperienze di nuove sonorità). Ora loro si impongono e noi ci schiavizziamo. Comunque l'abbinamento stavolta potrebbe essre buono, la cantante anglofona è Sara Jane Morris (già interprete della versione inglese di "Se stiamo insieme" al Sanremo 1991), le due voci hanno un bagground simile, non dovrebbero cozzare.
È proprio il caso di dire: "¡Que lástima!".. In spagnolo questa espressione significa: "Che peccato". Immaginatevi di mettere insieme un artista che non amate ma rispettate con uno che detestate. Ecco l'accoppiata successiva. Francesco Renga, per la sua temerarietà e oserei dire discrezione si è guadagnato una certa stima, torna al Festival di Sanremo con "La tua bellezza". Chi detesto è Sergio Dalma, cantante spagnolo che qualcuno ricorderà per "l'amico che hai", canzone dello spagnolo rifatta in italiano con Antonacci. In quel caso le due voci stavano bene insieme, entrambe roche, vissute, simili. Ok che i duetti spesso si fanno per contrasto, il problema sorge insolubile quando si tocca una canzoncina da niente (di Meccia e Fontana, chiamata "Il mondo"). Qui ci vuole una voce melodica, Renga ce l'ha, Dalma no!
E con tutta la "Sincerità" me la sarei risparmiata volentieri la prossima artista, come forse avrete sospettato parlo di Arisa. Intanto non mi è mai piaciuta la sua voce, non sa di niente. Poi, sinceramente, è adatta per le canzoni leggere (forse leggera potrebbe essere una definizione che le potrebbe calzare...). Ovviamente non posso parlare della canzone inedita e conosciuta solo a Morandi e Mazzi, posso però dire che il pathos che ci vuole per cantare "Che sarà" (che è il brano che costei reinterpreterà in coppia con uno dei suoi interpreti originali, il portoricano José Feliciano) è almeno per me completamente assente dalla sua voce. Forse il virtuosismo del chitarrista metterà una bella pezza!
Ed eccoci a Chiara Civello (incognita perché è caduta nello stesso errore in cui cadde la Balistreri nel 1973, se viene ufficialmente presa è uno scacco alla buona musica: le canzoni dei big devono essere inedite, questa non lo sarebbe). La cantante di questo nuovo jazz (pop jazz, acid jazz, non lo so!) duetterà con Shaggy ("bombastic " vi dice qualcosa, a me sì!). La cosa potrebbe tendere al curioso, bisognerebbe capire quale titolo italiano si nasconde sotto quello inglese citato su www.popon.it.
Andando avanti (e siamo alla fine grazie a Dio), c'è il duetto più assurdo della storia della musica italiana degli ultimi anni. Immaginatevi due persone che (almeno per me) non sono accumunate che da una cosa: l'essere nati nel Sud Italia. Di lui posso dirvi che è il capo di una casa di produzione che voleva (non so se l'ha fatto, spero sia fallito!) esportare altri cantanti neomelodici napoletani sul firmamento nazionale. Avete capito di chi parlo: ovviamente il Gigione D'Alessio (preferisco Gigione vero, almeno con lui mi faccio quattro risate! Attenzione: il "Gigione vero" è un cantante di liscio napoletano: ebbene sì!).
Cosa dirvi di lei: nata a Bagnara Calabra, sorella di una molto (mooooooolto più brava di lei, purtroppo morta a quarantasette anni. Ovviamente mi riferisco a Loredana Bertè, sorella della grande (graaaaaande) Mia Martini.
Vi immaginate D'Alessio e la Bertè insieme: per trovare di peggio giusto se penso a Pupo, il Principe e il Tenore. Duetteranno (cioè "terzetteranno!") con una tedesca a me sconosciuta.
Dopo "O Fado" (Edel, 2001), "Il silenzio e lo spirito", "Anima blues" e altre esperienze particolari e formative (non è come Dalla che prima sputa sul piatto dove ha mangiato per quarantacinque anni e dopo duetta con Pierdavide Carone) Eugenio Finardi ritorna alla canzone d'autore. Staremo aperti ad ascoltare la sua canzone nonché il suo duetto in inglese con Noa (una delle più belle voci al mondo, basta sentire "Beautyful that way" o "Es caprichoso el azar con il grande e sconosciuto in Italia Joan Manuel Serrat). Forse la cosa migliore del Festival.
L'ultimo big è un gruppo, del rock indipendente, perché è da diverso tempo che Sanremo (per mangiarsela, come ha fatto per molte altre cose negli anni) sta strizzando l'occhio alla musica alternativa. Si chiude con i Marlene Kunz che, dopo aver presentato un brano di cui non mi è rimasto il titolo, duetteranno con Patty Smith. Non nego la bravura della cantante ospite, non nego una certa compatibilità tra i due mondi, ma mi sembra una grande corsa al mito.
Avevo voglia di fare questo articolo, per dirvi che potrete contare ancora su questo blog. Buon anno musicale tra musicadautoredintorni.
Grazie al bellissimo sito www.popon.it diretto dalla giornalista Paola De Simone ci possiamo sfogare sulla lista malefica: quest'anno non mi aspetto il Vecchioni di turno.
La prima artista è anche brava, una delle poche voci valide sfornate in questi ultimi anni, dal colore caldo e dalla timbrica potente, mi riferisco a Nina Zilli (vi ricordate la bellissima "L'uomo che amava le donne" o "Centomila" colonna sonora di un film di successo? Quella è la Zilli).
Per fare il verso ai festival di sanremo di una ventina d'anni fa (che a loro volta ricopiavano da quelli di trent'anni prima) tornano gli stranieri. Con Nina Zilli nella serata dei duetti (quest'anno solo con cantanti stranieri) la cantante romana duetterà con la voce dei Morcheeba in un brano intitolato "Never never". Staremo a vedere, qui in fondo il tono polemico è assente.
Ma ecco "lu focu" s'accende. Il cantante in sé non è male, anche perché ci si riferisce a Samuele Bersani, la canzone ("Un pallone") non può essere giudicata perché sconosciuta, ma il problema è che il cantautore (dato il suo essere romagnolo ha scelto di reinterpretare "Romagna mia" in inglese (voglio che ai Grammy qualcuno tipo Eminem faccia un reppaccio dei suoi in italiano, la tortilla tiene que volverse, ¡diablo!)). L'ospite è Goran Bregovic, la cui maestria è fuori discussione, ma forse è fuori luogo. Per ascoltare qualcosa di bello di Bersani io vi consiglio di ritrovare "Replay" (brano presentato ad un Festival di una decina d'anni fa), "Giudizi universali" e, soprattutto "Il mostro", pubblicata per la prima volta nel cd "Amen di Dalla (tra un pochino ne parleremo...)
Dolcenera, la prima cantante salentina che ha sbancato prima della coppia Amoroso-Marrone, torna con la sua voce da cantante rock sussurratrice che finge di urlare ma non ce l'ha fa, con un brano dal titolo "Ci vediamo a casa". Lei a me non è mai piaciuta, non le perdono poi di aver sfruttato come nome un personaggio di Fabrizio De Andrè, è come se io mi chiamassi "Macaria" dato che amo gli Zoè... vergogna!
Duetterà con un artista che disconosco in un brano che non so capire quale è.
Dalla, Dallino, Dallotto! Qualche mese fa tu avevi sparato cazzate (adesso Bertoncelli non spara più, adesso spari tu!), avevi detto che il pop l'avevi lasciato per il troppo schematismo che vi è dentro. Solo che... Mi duetti con Pierdavide Carone da Amici, la mecca della musica pop spazzatura! Vabbè che dopo la pagliacciata con Marco Mengoni su "Questo è amore" nel brano "Meri Luis" da te mi aspetto di tutto
(Per chi non sa il nostro ha tolto alcune parti del canto originale e, sulla stessa base ha fatto cantare l'asessuato!).
Il duetto che Dalla proporrà certifica un'ossessione del bolognese: essere meridionale. Lucio Dalla, insieme ad un artista che disconosco, canterà "Anema e core". Sinceramente è veramente negato per cantare musica del Sud, basta sentire l'orribile versione de "Lu rusciu" che Dalla dette in una N.D.T. sparagnesca.
La cantante che continua il listone è Irene Fornaciari, figlia d'arte come si vede, anche se va dato merito al padre d'averle per anni sconsigliato la carriera musicale (io ho un preconcetto stupido ma ancora non lo riesco a vincere, sui figli d'arte italiani, in pratica non me ne piace uno). L'unica cosa bella è l'artista con cui duetterà, il grande Brian May dei Queen, uno dei migliori chitarristi rock senza le pretese virtuosistiche che affollano quel mondo e la musica in generale.
E a proposito di quanto dicevamo in occasione della presentazione di Dolcenera, ecco una della coppia delle salentine sopra citate: Emma! Il brano che presenta è "Non è l'inferno", mentre dovrebbe (dico "dovrebbe perché Maria Letizia Veronesi, vedova Battisti li starebbe fermando cantare "Il paradiso" insieme ad un artista che non conosco. La voce di Emma non sarebbe neanche male se non urlasse troppo.
E qui non si può che parlare bene del gruppo e (perché no) anche della cantante testè ritornata. Mi riferisco ai Matia Bazar con "Sei tu" e alla stupenda voce di Silvia Mezzanotte. Basta ascoltare canzoni come "Brivido caldo" o "Messaggio d'amore" per farsi un'idea di ciò che ci potremmo assaporare tra un pochino. Il cantante anglofono con cui duetta il gruppo genovese è bravissimo (Aljarreau), ma è troppo virtuoso, a me il virtuosismo stanca.
Noemi, forse l'unica cantante veramente convincente degli ultimi anni insieme alla già citata Zilli, torna a Sanremo con "Sono solo parole". Per quanto riguarda il duetto anche questo è a rischio stop, in quanto si omaggia battisti con una traduzione di "Amarsi un po'" (rimpiango quando erano gli stranieri a cantare in italiano, in questo modo entrambi ci arricchivamo: noi conoscevamo pezzi di altre culture che ci sarebbero rimasti sconosciuti altrimenti,, i cantanti stranieri facevano esperienze di nuove sonorità). Ora loro si impongono e noi ci schiavizziamo. Comunque l'abbinamento stavolta potrebbe essre buono, la cantante anglofona è Sara Jane Morris (già interprete della versione inglese di "Se stiamo insieme" al Sanremo 1991), le due voci hanno un bagground simile, non dovrebbero cozzare.
È proprio il caso di dire: "¡Que lástima!".. In spagnolo questa espressione significa: "Che peccato". Immaginatevi di mettere insieme un artista che non amate ma rispettate con uno che detestate. Ecco l'accoppiata successiva. Francesco Renga, per la sua temerarietà e oserei dire discrezione si è guadagnato una certa stima, torna al Festival di Sanremo con "La tua bellezza". Chi detesto è Sergio Dalma, cantante spagnolo che qualcuno ricorderà per "l'amico che hai", canzone dello spagnolo rifatta in italiano con Antonacci. In quel caso le due voci stavano bene insieme, entrambe roche, vissute, simili. Ok che i duetti spesso si fanno per contrasto, il problema sorge insolubile quando si tocca una canzoncina da niente (di Meccia e Fontana, chiamata "Il mondo"). Qui ci vuole una voce melodica, Renga ce l'ha, Dalma no!
E con tutta la "Sincerità" me la sarei risparmiata volentieri la prossima artista, come forse avrete sospettato parlo di Arisa. Intanto non mi è mai piaciuta la sua voce, non sa di niente. Poi, sinceramente, è adatta per le canzoni leggere (forse leggera potrebbe essere una definizione che le potrebbe calzare...). Ovviamente non posso parlare della canzone inedita e conosciuta solo a Morandi e Mazzi, posso però dire che il pathos che ci vuole per cantare "Che sarà" (che è il brano che costei reinterpreterà in coppia con uno dei suoi interpreti originali, il portoricano José Feliciano) è almeno per me completamente assente dalla sua voce. Forse il virtuosismo del chitarrista metterà una bella pezza!
Ed eccoci a Chiara Civello (incognita perché è caduta nello stesso errore in cui cadde la Balistreri nel 1973, se viene ufficialmente presa è uno scacco alla buona musica: le canzoni dei big devono essere inedite, questa non lo sarebbe). La cantante di questo nuovo jazz (pop jazz, acid jazz, non lo so!) duetterà con Shaggy ("bombastic " vi dice qualcosa, a me sì!). La cosa potrebbe tendere al curioso, bisognerebbe capire quale titolo italiano si nasconde sotto quello inglese citato su www.popon.it.
Andando avanti (e siamo alla fine grazie a Dio), c'è il duetto più assurdo della storia della musica italiana degli ultimi anni. Immaginatevi due persone che (almeno per me) non sono accumunate che da una cosa: l'essere nati nel Sud Italia. Di lui posso dirvi che è il capo di una casa di produzione che voleva (non so se l'ha fatto, spero sia fallito!) esportare altri cantanti neomelodici napoletani sul firmamento nazionale. Avete capito di chi parlo: ovviamente il Gigione D'Alessio (preferisco Gigione vero, almeno con lui mi faccio quattro risate! Attenzione: il "Gigione vero" è un cantante di liscio napoletano: ebbene sì!).
Cosa dirvi di lei: nata a Bagnara Calabra, sorella di una molto (mooooooolto più brava di lei, purtroppo morta a quarantasette anni. Ovviamente mi riferisco a Loredana Bertè, sorella della grande (graaaaaande) Mia Martini.
Vi immaginate D'Alessio e la Bertè insieme: per trovare di peggio giusto se penso a Pupo, il Principe e il Tenore. Duetteranno (cioè "terzetteranno!") con una tedesca a me sconosciuta.
Dopo "O Fado" (Edel, 2001), "Il silenzio e lo spirito", "Anima blues" e altre esperienze particolari e formative (non è come Dalla che prima sputa sul piatto dove ha mangiato per quarantacinque anni e dopo duetta con Pierdavide Carone) Eugenio Finardi ritorna alla canzone d'autore. Staremo aperti ad ascoltare la sua canzone nonché il suo duetto in inglese con Noa (una delle più belle voci al mondo, basta sentire "Beautyful that way" o "Es caprichoso el azar con il grande e sconosciuto in Italia Joan Manuel Serrat). Forse la cosa migliore del Festival.
L'ultimo big è un gruppo, del rock indipendente, perché è da diverso tempo che Sanremo (per mangiarsela, come ha fatto per molte altre cose negli anni) sta strizzando l'occhio alla musica alternativa. Si chiude con i Marlene Kunz che, dopo aver presentato un brano di cui non mi è rimasto il titolo, duetteranno con Patty Smith. Non nego la bravura della cantante ospite, non nego una certa compatibilità tra i due mondi, ma mi sembra una grande corsa al mito.
Avevo voglia di fare questo articolo, per dirvi che potrete contare ancora su questo blog. Buon anno musicale tra musicadautoredintorni.
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Festival di sanremo 2012,
riflessioni
venerdì 29 aprile 2011
Sui limiti della contaminazione tra musica americana ed italiana
Carissimi lettori, non avrei mai voluto scrivere l’articolo che sto per redigere, più che altro perché la persona che sto per difendere (Lucio Dalla) ha 45 anni di carriera sulle spalle che la difendono molto meglio di me.
Il cantautore bolognese, in occasione di un suo discorso tenuto in un’Università, ha affermato che il rap, come forma d’arte, non ha niente a che vedere con la maniera profonda di vivere la musica che noi italiani, volendo o non volendo, ci portiamo nel DNA. Sinceramente, conoscendo approfonditamente l’opera di Dalla, non credo che il discorso, commentato a iosa dai giornali ma da essi non riportato sufficientemente, quantomeno per quello che mi è stato possibile vedere, che il cantautore faccia una serie di affermazioni nazionalistiche. Non avendo io chiare le opinioni di Dalla, in questa sede vorrei solo esprimere le mie, discutibili, personali, relative.
Credo che il rap vada bene (a me comunque non piace) solo cantato nello slang americano che lo ha visto nascere come musica di denuncia. Da noi, e in tutto il resto del mondo, è una di quelle musiche che, ben digerita dal sistema che inizialmente denunciava, è stata da esso dittatorialmente imposta. In Italia, almeno per me, non c’è un solo rapper decente,meno ancora Fabri Fibra, il cui caso veniva citato da un giornalista per considerare Dalla un “incapace”, in quanto non ne avrebbe capito il talento. Sinceramente, e io la metto su un punto di vista linguistico e filologico, tutti quei progetti che prendono il via da premesse che forzano la cultura con i quali essi vengono irrimediabilmente a contatto, non li approvo. Ogni lingua, sia essa maggioritaria o minoritaria, è, ancora prima che una serie di regole, un mondo sonoro che la musica deve saper sfruttare e valorizzare, obbligandosi a non farle fare ciò che non le è naturale. Se si ascolta gran parte del rap italiano, oltre ai testi insulsi della maggioranza dei brani, si sente un insopportabile (almeno alle mie orecchie) maltrattamento della lingua italiana.Sinceramente, poi, non capisco il gusto di scimmiottare pedissequamente una musica importata, oltretutto in maniera innaturale, come accennato poco sopra, rinunciando a prenderne stimoli per poi farne qualcosa veramente di proprio. Sinceramente io preferisco delle esperienze di uso più particolare del parlato, ad esempio brani di Piero Ciampi (1935-1980) come “Te lo faccio vedere chi sono io”, dove la musica non dà lo schema ritmico alla parola, solo il sottofondo affinché il cantante si possa divertire con la parola, non imprigionata negli schemi, concepiti per lo slang americano, del rap. Credo infatti che il parlato sia un grandissimo arricchimento del cantato, come anche altri colori tra cui i finali “calanti”, ma non deve essere una schiavizzazione né un obbligo. Amo infatti il Paolo Conte che mischia cantato e parlato, oppure certi “tangueros” che utilizzano il parlato per andare in controtempo, cosa che si può fare con le lingue neolatine, difattidifficilmente piegabili a schemi ritmici estranei. Sinceramente io lascio ovviamente ad ognuno i propri gusti, ma dico che, come i cantanti americani non cantano all’italiana ma hanno creato orgogliosamente un modo di canto solo per l’inglese, così abbiamo l’obbligo di riscoprire la nostra italianità, la stessa che il mondo ci invidia. Dalla, che non è estraneo alla cultura americana, ne utilizza in maniera molto propria le caratteristiche, avendo creato ad esempio un misto tra rap e scat in brani come “Borsa valori”. Nel brano, infatti, la voce viene usata in gran parte della sua estensione, dalle note alte a quelle medie, non limitandosi allo schematismo, completamente basato su note medie, del rap puro.
Un’altra tendenza che mi dà fastidio, presa anche dalla musica popolare salentina, oltre ai fastidiosissimi brani in italiano, è quella delle contaminazioni, o peggio ancora dell’esecuzione e creazione, di blues italiano. Secondo Paolo Conte,infatti, noi abbiamo la cultura per il swing e la ballad lenta, mentre il blues non è nostro. Difatti,se ci si pensa bene, il swing e la ballad prevedono il canto o un qualcosa di simile al “bel canto”, il blues ha un lamento che si può fare solo in inglese e con le sue sonorità. A dimostrazione di ciò stanno i brani, meravigliosi e indimenticati, scritti da compositori come Giovanni d’Anzi o Gorni Kramer, che negli anni Trenta traghettarono il jazz in Italia, nonostante l’ipocrita e falsa opposizione ufficiale del fascismo.
Come avete visto da una difesa di Dalla si è passato ad enumerare quelli che per me sono i limiti di buon gusto nelle contaminazioni tra la musica statunitense ed il nostro modo di concepire quest’arte, come già notato da noi stupidamente rinnegato (e notare che quando non lo rinnegavamo ma lo esportavamo davvero, noi contavamo musicalmente nel mondo, ora siamo poco più di niente).
Il cantautore bolognese, in occasione di un suo discorso tenuto in un’Università, ha affermato che il rap, come forma d’arte, non ha niente a che vedere con la maniera profonda di vivere la musica che noi italiani, volendo o non volendo, ci portiamo nel DNA. Sinceramente, conoscendo approfonditamente l’opera di Dalla, non credo che il discorso, commentato a iosa dai giornali ma da essi non riportato sufficientemente, quantomeno per quello che mi è stato possibile vedere, che il cantautore faccia una serie di affermazioni nazionalistiche. Non avendo io chiare le opinioni di Dalla, in questa sede vorrei solo esprimere le mie, discutibili, personali, relative.
Credo che il rap vada bene (a me comunque non piace) solo cantato nello slang americano che lo ha visto nascere come musica di denuncia. Da noi, e in tutto il resto del mondo, è una di quelle musiche che, ben digerita dal sistema che inizialmente denunciava, è stata da esso dittatorialmente imposta. In Italia, almeno per me, non c’è un solo rapper decente,meno ancora Fabri Fibra, il cui caso veniva citato da un giornalista per considerare Dalla un “incapace”, in quanto non ne avrebbe capito il talento. Sinceramente, e io la metto su un punto di vista linguistico e filologico, tutti quei progetti che prendono il via da premesse che forzano la cultura con i quali essi vengono irrimediabilmente a contatto, non li approvo. Ogni lingua, sia essa maggioritaria o minoritaria, è, ancora prima che una serie di regole, un mondo sonoro che la musica deve saper sfruttare e valorizzare, obbligandosi a non farle fare ciò che non le è naturale. Se si ascolta gran parte del rap italiano, oltre ai testi insulsi della maggioranza dei brani, si sente un insopportabile (almeno alle mie orecchie) maltrattamento della lingua italiana.Sinceramente, poi, non capisco il gusto di scimmiottare pedissequamente una musica importata, oltretutto in maniera innaturale, come accennato poco sopra, rinunciando a prenderne stimoli per poi farne qualcosa veramente di proprio. Sinceramente io preferisco delle esperienze di uso più particolare del parlato, ad esempio brani di Piero Ciampi (1935-1980) come “Te lo faccio vedere chi sono io”, dove la musica non dà lo schema ritmico alla parola, solo il sottofondo affinché il cantante si possa divertire con la parola, non imprigionata negli schemi, concepiti per lo slang americano, del rap. Credo infatti che il parlato sia un grandissimo arricchimento del cantato, come anche altri colori tra cui i finali “calanti”, ma non deve essere una schiavizzazione né un obbligo. Amo infatti il Paolo Conte che mischia cantato e parlato, oppure certi “tangueros” che utilizzano il parlato per andare in controtempo, cosa che si può fare con le lingue neolatine, difattidifficilmente piegabili a schemi ritmici estranei. Sinceramente io lascio ovviamente ad ognuno i propri gusti, ma dico che, come i cantanti americani non cantano all’italiana ma hanno creato orgogliosamente un modo di canto solo per l’inglese, così abbiamo l’obbligo di riscoprire la nostra italianità, la stessa che il mondo ci invidia. Dalla, che non è estraneo alla cultura americana, ne utilizza in maniera molto propria le caratteristiche, avendo creato ad esempio un misto tra rap e scat in brani come “Borsa valori”. Nel brano, infatti, la voce viene usata in gran parte della sua estensione, dalle note alte a quelle medie, non limitandosi allo schematismo, completamente basato su note medie, del rap puro.
Un’altra tendenza che mi dà fastidio, presa anche dalla musica popolare salentina, oltre ai fastidiosissimi brani in italiano, è quella delle contaminazioni, o peggio ancora dell’esecuzione e creazione, di blues italiano. Secondo Paolo Conte,infatti, noi abbiamo la cultura per il swing e la ballad lenta, mentre il blues non è nostro. Difatti,se ci si pensa bene, il swing e la ballad prevedono il canto o un qualcosa di simile al “bel canto”, il blues ha un lamento che si può fare solo in inglese e con le sue sonorità. A dimostrazione di ciò stanno i brani, meravigliosi e indimenticati, scritti da compositori come Giovanni d’Anzi o Gorni Kramer, che negli anni Trenta traghettarono il jazz in Italia, nonostante l’ipocrita e falsa opposizione ufficiale del fascismo.
Come avete visto da una difesa di Dalla si è passato ad enumerare quelli che per me sono i limiti di buon gusto nelle contaminazioni tra la musica statunitense ed il nostro modo di concepire quest’arte, come già notato da noi stupidamente rinnegato (e notare che quando non lo rinnegavamo ma lo esportavamo davvero, noi contavamo musicalmente nel mondo, ora siamo poco più di niente).
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martedì 22 giugno 2010
Riflessioni a caldo sull'attarantamento di Umbria jazz.
Carissimi lettori, oggi la pizzica è dappertutto, perfino ad Umbria jazz.
Nel programma di Umbria jazz 2010, dicasi uno dei più famosi festival di jazz a livello mondiale, si può reperire la bellissima presenza di uno dei più grandi contaminatori e "concertatori" della pizzica il laziale allievo prediletto di Carpitella Ambrogino "nazionale" Sparagna.
Io dico spesso che i nomi hanno importanza, e qui mi pare che il nome storico di Umbria Jazz è sempre più usato per definire qualcosa di molto diverso da quello che questo festival dovrebbe essere, un percorso tra le varie facce del jazz italiano e straniero.
Sinceramente mi sembra che Ambrogio Sparagna potrebbe andare ad un festival di musica pop, a Sanremo ci stava benissimo, ma ad un festival di jazz non mi pare il caso.
Qualcuno forse dirà che io dovrei essere contenta, perché moltissimi scoprono la pizzica tramite lui.
Io rispondo che a me non interessa la quantità di gente che ama un genere musicale, ma come questo viene amato. Trovo davvero difficile che qualcuno che scopre la musica popolare salentina con Sparagna, poi sia anche solo aperto alla possibilità di sentirla dalle voci di Officina Zoè, Alla Bua (vecchia maniera), Agorà, Aramirè, Canzoniere di terra d'Otranto ed altri.
Sinceramente se volete un consiglio: perugini, sparagnatevi Sparagna, così risparmiate un pochino del vostro tempo libero e lo dedicate a cose migliori.
Nel programma di Umbria jazz 2010, dicasi uno dei più famosi festival di jazz a livello mondiale, si può reperire la bellissima presenza di uno dei più grandi contaminatori e "concertatori" della pizzica il laziale allievo prediletto di Carpitella Ambrogino "nazionale" Sparagna.
Io dico spesso che i nomi hanno importanza, e qui mi pare che il nome storico di Umbria Jazz è sempre più usato per definire qualcosa di molto diverso da quello che questo festival dovrebbe essere, un percorso tra le varie facce del jazz italiano e straniero.
Sinceramente mi sembra che Ambrogio Sparagna potrebbe andare ad un festival di musica pop, a Sanremo ci stava benissimo, ma ad un festival di jazz non mi pare il caso.
Qualcuno forse dirà che io dovrei essere contenta, perché moltissimi scoprono la pizzica tramite lui.
Io rispondo che a me non interessa la quantità di gente che ama un genere musicale, ma come questo viene amato. Trovo davvero difficile che qualcuno che scopre la musica popolare salentina con Sparagna, poi sia anche solo aperto alla possibilità di sentirla dalle voci di Officina Zoè, Alla Bua (vecchia maniera), Agorà, Aramirè, Canzoniere di terra d'Otranto ed altri.
Sinceramente se volete un consiglio: perugini, sparagnatevi Sparagna, così risparmiate un pochino del vostro tempo libero e lo dedicate a cose migliori.
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domenica 13 giugno 2010
Auguri "Guccio!"
Carissimi lettori, è raro che io scriva due articoli in un giorno, ma mi va di fare gli auguri tramite questo blog a Francesco Guccini che domani compie settant'anni.
Attraverso questo articolo non ripercorrerò la sua biografia, che d'altronde è ampiamente disponibile anche in alcuni bellissimi e caldissimi libri come "Un altro giorno è andato" di Massimo Cotto (non mi ricordo l'editore, mea culpa!). Mi limiterò a mettere insieme un collage di sensazioni dedicate al "guccinastro", soprannome personale di Guccini.
Non so dirvi come avvenne la mia scoperta di Guccini, perché credo di averlo sempre sentito nella mia famiglia. I primi ricordi sono legati a dei pomeriggi passati a casa di mio zio Claudio ad ascoltare, da due vecchi vinili, "Radici" (1972) e "Via Paolo Fabbri 43" (1976). Mi ricordo anche di bellissime suonate in duo di repertorio vario, lui alla chitarra ed io al pianoforte, che comprendevano spesso e volentieri qualche pezzo del nostro, soprattutto "Via Paolo Fabbri 43", brano per il quale mio zio nutre una passione fortissima.
Il mio primo ricordo personale legato a Guccini è l'acquisto di "Quello che non" (1990). Una leggenda metropolitana diffusa nella mia famiglia, narra che io, sul bancone di un negozio non esattamente noto per la vendita di cd che allora vendeva anche questo prodotto, chiesi questo disco ad una commessa sconvolta. L'album è tutt'ora tra i miei preferiti, insieme ad un altro che ha cullato la mia infanzia arrivatomi da Venezia. Mi riferisco a "Fra la Via Emilia e il West", primo disco che mi ricordi di aver posseduto in una copia di proprietà esclusivamente personale, estratta da un vinile abbastanza ben conservato ma leggermente rovinato sull'inizio, purtroppo sulla frase "siete un bel casino!", pronunciata da Guccini dopo l'immancabile "Canzone per un'amica".
Quando ero piccola avevo molto buoni rapporti con una signora che era madre di una compagna di scuola di una mia sorella, la quale era convinta che i cantautori avessero fatto cose belle fino alla fine degli anni Settanta, quindi mi regalava solo dischi di quel periodo (spero che ora si sia ricreduta, non lasciando gli anni Novanta fuori dalla sua vita...). Fu lei a regalarmi quello che io considero il più geniale lp di Guccini, il suo primo disco pubblicato, quel "Folk beat n. 1" del 1967. Ciò che mi fa trovare geniale questo disco è la sua irresistibile spontaneità, la sua ingenuità dilettantesca. Adoro tutt'ora due brani di quel disco, che ora possiedo in cd ma che all'epoca avevo in una bellissima cassettina originale: "Il sociale e l'antisociale" e "il 3 dicembre del '39". Mi piace molto lo stile chitarristico di Guccini, che non essendo il finger piking americano allo stato puro praticato allora da moltissimi cantautori di varia notorietà e spessore, è un interessantissimo e personale compromesso tra la tradizione dei canti di montagna tosco-emiliani e varie influenze nord-americane, che sono state sempre la bussola della musica del "Guccio". Adoro anche il timbro del giovane Guccini, ancora non diventato da basso, anzi ancora caratterizzato da una tenorilità perfetta.
L'album che mi è più indifferente di Guccini, se ne è ampiamente parlato durante il commento al Concerto del 26 febbraio, è "Stanze di vita quotidiana". La copia che possiedo, in cassetta originale, mi fu data da un amico, ma non posso essergli grata, me ne dispiaccio.
Sono invece gratissima ad un altro amico, amante di cantautori e possessore di alcune vecchissime incisioni che spesso ora conservo io nella mia nastroteca, che mi fece dono di quel gioiello di goliardia e sagacia che è "Opera buffa", album precedente del "Guccio", forse mai troppo ben capito anche perché il cantante stesso tende a snobbarlo (peccato mortale!).
Ritengo che Guccini abbia trovato uno stile molto migliore da quando ha incontrato Juan Carlos "flaco" Biondini, suo chitarrista di fiducia da trent'anni almeno. Credo che l'America Latina ha equilibrato le spinte esageratamente progressive che stavano rischiando di rendere Guccini un cantautore legato ad una musica emarginata ed emarginante, la stessa che non ha permesso ad un altro grande genio della canzone italiana, il bolognese Claudio Lolli, di emergere come si sarebbe meritato. Va anche detto oltretutto che io sono un po' scettica con i lupi solitari in campo artistico, quelli che fanno questo mestiere per una nicchia sparuta, facendo sì che il loro repertorio non sia apprezzato (fortuna Guccini non è tra questi!).
Nonostante la critica fatta a Lolli, anche lui gode di una stima incondizionata da parte mia. Tra i brani del suo repertorio ce n'è uno chiamato "keaton", che i due artisti condividono. La versione di Guccini è più godibile, anche perché più acustica, ed è contenuta nel cd "Signora Bovary" del 1987. Claudio Lolli la ha poi fatta propria nel cd "Viaggio in Italia" (1998", con un arrangiamento che su di me ha un effetto abbastanza estraneante.
Spero che abbiate gradito questo distillato di sensazioni gucciniane, ancora aguri grande maestro!
Attraverso questo articolo non ripercorrerò la sua biografia, che d'altronde è ampiamente disponibile anche in alcuni bellissimi e caldissimi libri come "Un altro giorno è andato" di Massimo Cotto (non mi ricordo l'editore, mea culpa!). Mi limiterò a mettere insieme un collage di sensazioni dedicate al "guccinastro", soprannome personale di Guccini.
Non so dirvi come avvenne la mia scoperta di Guccini, perché credo di averlo sempre sentito nella mia famiglia. I primi ricordi sono legati a dei pomeriggi passati a casa di mio zio Claudio ad ascoltare, da due vecchi vinili, "Radici" (1972) e "Via Paolo Fabbri 43" (1976). Mi ricordo anche di bellissime suonate in duo di repertorio vario, lui alla chitarra ed io al pianoforte, che comprendevano spesso e volentieri qualche pezzo del nostro, soprattutto "Via Paolo Fabbri 43", brano per il quale mio zio nutre una passione fortissima.
Il mio primo ricordo personale legato a Guccini è l'acquisto di "Quello che non" (1990). Una leggenda metropolitana diffusa nella mia famiglia, narra che io, sul bancone di un negozio non esattamente noto per la vendita di cd che allora vendeva anche questo prodotto, chiesi questo disco ad una commessa sconvolta. L'album è tutt'ora tra i miei preferiti, insieme ad un altro che ha cullato la mia infanzia arrivatomi da Venezia. Mi riferisco a "Fra la Via Emilia e il West", primo disco che mi ricordi di aver posseduto in una copia di proprietà esclusivamente personale, estratta da un vinile abbastanza ben conservato ma leggermente rovinato sull'inizio, purtroppo sulla frase "siete un bel casino!", pronunciata da Guccini dopo l'immancabile "Canzone per un'amica".
Quando ero piccola avevo molto buoni rapporti con una signora che era madre di una compagna di scuola di una mia sorella, la quale era convinta che i cantautori avessero fatto cose belle fino alla fine degli anni Settanta, quindi mi regalava solo dischi di quel periodo (spero che ora si sia ricreduta, non lasciando gli anni Novanta fuori dalla sua vita...). Fu lei a regalarmi quello che io considero il più geniale lp di Guccini, il suo primo disco pubblicato, quel "Folk beat n. 1" del 1967. Ciò che mi fa trovare geniale questo disco è la sua irresistibile spontaneità, la sua ingenuità dilettantesca. Adoro tutt'ora due brani di quel disco, che ora possiedo in cd ma che all'epoca avevo in una bellissima cassettina originale: "Il sociale e l'antisociale" e "il 3 dicembre del '39". Mi piace molto lo stile chitarristico di Guccini, che non essendo il finger piking americano allo stato puro praticato allora da moltissimi cantautori di varia notorietà e spessore, è un interessantissimo e personale compromesso tra la tradizione dei canti di montagna tosco-emiliani e varie influenze nord-americane, che sono state sempre la bussola della musica del "Guccio". Adoro anche il timbro del giovane Guccini, ancora non diventato da basso, anzi ancora caratterizzato da una tenorilità perfetta.
L'album che mi è più indifferente di Guccini, se ne è ampiamente parlato durante il commento al Concerto del 26 febbraio, è "Stanze di vita quotidiana". La copia che possiedo, in cassetta originale, mi fu data da un amico, ma non posso essergli grata, me ne dispiaccio.
Sono invece gratissima ad un altro amico, amante di cantautori e possessore di alcune vecchissime incisioni che spesso ora conservo io nella mia nastroteca, che mi fece dono di quel gioiello di goliardia e sagacia che è "Opera buffa", album precedente del "Guccio", forse mai troppo ben capito anche perché il cantante stesso tende a snobbarlo (peccato mortale!).
Ritengo che Guccini abbia trovato uno stile molto migliore da quando ha incontrato Juan Carlos "flaco" Biondini, suo chitarrista di fiducia da trent'anni almeno. Credo che l'America Latina ha equilibrato le spinte esageratamente progressive che stavano rischiando di rendere Guccini un cantautore legato ad una musica emarginata ed emarginante, la stessa che non ha permesso ad un altro grande genio della canzone italiana, il bolognese Claudio Lolli, di emergere come si sarebbe meritato. Va anche detto oltretutto che io sono un po' scettica con i lupi solitari in campo artistico, quelli che fanno questo mestiere per una nicchia sparuta, facendo sì che il loro repertorio non sia apprezzato (fortuna Guccini non è tra questi!).
Nonostante la critica fatta a Lolli, anche lui gode di una stima incondizionata da parte mia. Tra i brani del suo repertorio ce n'è uno chiamato "keaton", che i due artisti condividono. La versione di Guccini è più godibile, anche perché più acustica, ed è contenuta nel cd "Signora Bovary" del 1987. Claudio Lolli la ha poi fatta propria nel cd "Viaggio in Italia" (1998", con un arrangiamento che su di me ha un effetto abbastanza estraneante.
Spero che abbiate gradito questo distillato di sensazioni gucciniane, ancora aguri grande maestro!
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giovedì 20 maggio 2010
"Mazzate pesanti" al "grande capo"
Carissimi lettori, stasera torno a scrivere perché il nostro "grande capo" (non ringrazierò mai abbastanza Cinzia Marzo per questa definizione!) ne ha fatta una delle sue.
Avrete sentito parlare di "federalismo demaniale", ossia di un provvedimento vergognoso perché si vuole svendere l'ambiente, che in ogni paese civile è competenza assoluta dello Stato, alle regioni. Io dico: se lo Stato non si occupa delle questioni di effettivo interesse nazionale, allora a che cosa serve?
Ritengo che e ssendo l'ambiente il più grande propulsore del turismo, che fino a prova contraria è uno dei settori che più ci permette di avere ricchezza, esso deve essere assolutamente appannaggio dello Stato. E' lui che deve far rispettare questa nostra grandissima ricchezza, affinché certi immobiliaristi non ne traggano guadagno uccidendo le nostre regioni e le nostre risorse.
Sappiamo tutti che Berlusconi è famoso per i numerosi condoni edilizi che elargisce, ma qui si è veramente toccato il fondo.
Vogliamo parlare anche del fatto che con questo stesso provvedimento si vende il patrimonio artistico alle regioni? Ver-go-gna!
Il patrimonio artistico è, per definizione, un bene di interesse nazionale, quindi deve essere tutelato dallo Stato, che può e deve lasciare autonomia alla regione nel valorizzarlo, ma sempre con un suo sostanziale grande aiuto.
Dovete scusarmi lo sfogo breve ed arrabbiato, ma quando si deve divagare si divaga, ormai lo avrete capito!
Avrete sentito parlare di "federalismo demaniale", ossia di un provvedimento vergognoso perché si vuole svendere l'ambiente, che in ogni paese civile è competenza assoluta dello Stato, alle regioni. Io dico: se lo Stato non si occupa delle questioni di effettivo interesse nazionale, allora a che cosa serve?
Ritengo che e ssendo l'ambiente il più grande propulsore del turismo, che fino a prova contraria è uno dei settori che più ci permette di avere ricchezza, esso deve essere assolutamente appannaggio dello Stato. E' lui che deve far rispettare questa nostra grandissima ricchezza, affinché certi immobiliaristi non ne traggano guadagno uccidendo le nostre regioni e le nostre risorse.
Sappiamo tutti che Berlusconi è famoso per i numerosi condoni edilizi che elargisce, ma qui si è veramente toccato il fondo.
Vogliamo parlare anche del fatto che con questo stesso provvedimento si vende il patrimonio artistico alle regioni? Ver-go-gna!
Il patrimonio artistico è, per definizione, un bene di interesse nazionale, quindi deve essere tutelato dallo Stato, che può e deve lasciare autonomia alla regione nel valorizzarlo, ma sempre con un suo sostanziale grande aiuto.
Dovete scusarmi lo sfogo breve ed arrabbiato, ma quando si deve divagare si divaga, ormai lo avrete capito!
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mercoledì 5 maggio 2010
Riflessioni sull'Unità d'Italia.
Carissimi lettori, oggi mi va di riflettere sull'unità d'Italia, evento di cui, come saprete, si celebra il centocinquantenario.
E' veramente desolante vedere che il capo d'un partito rappresentato nelle istituzioni nazionali, ossia fa parte del parlamento, ritenga inutile o indegno ricordare la gente che si è battuta per questa causa.
Si possono avere lecite riserve su questo evento, anche e soprattutto sulle sue conseguenze future e sui rapporti di forza che caratterizzano la vita dello Stato, ma i patrioti che si sono battuti per questa causa non hanno colpa riguardo a come l'unità si sia effettivamente concretizzata.
Poi, se volete sapere la mia, io non sarei per uno Stato unitario come è ora ma per uno federalista (non fatto sulle indicazioni di un partito chiamato Lega Nord che come tale di noi centro-meridionali se ne infischia, grazie!), ma gente come Menotti, Pellico, Cavour, Garibaldi e Mazzini non va dimenticata.
Soprattutto, va detto ancora, se una persona lavora nelle istituzioni nazionali, è obbligata a riconoscersi non solo nella Costituzione, a cui ha giurato fedeltà, ma anche nei valori che costituiscono la base della storia della Nazione.
Io spero che questo centocinquantenario, che da oggi si è iniziato a celebrare, sia un'occasione per cementare questo paese, non omologandolo, ma unendo le nostre singole identità nel rispetto.
Insomma, diciamo finalmente, con Francesco de Gregori, un sentito e sincero "Viva l'Italia!".
E' veramente desolante vedere che il capo d'un partito rappresentato nelle istituzioni nazionali, ossia fa parte del parlamento, ritenga inutile o indegno ricordare la gente che si è battuta per questa causa.
Si possono avere lecite riserve su questo evento, anche e soprattutto sulle sue conseguenze future e sui rapporti di forza che caratterizzano la vita dello Stato, ma i patrioti che si sono battuti per questa causa non hanno colpa riguardo a come l'unità si sia effettivamente concretizzata.
Poi, se volete sapere la mia, io non sarei per uno Stato unitario come è ora ma per uno federalista (non fatto sulle indicazioni di un partito chiamato Lega Nord che come tale di noi centro-meridionali se ne infischia, grazie!), ma gente come Menotti, Pellico, Cavour, Garibaldi e Mazzini non va dimenticata.
Soprattutto, va detto ancora, se una persona lavora nelle istituzioni nazionali, è obbligata a riconoscersi non solo nella Costituzione, a cui ha giurato fedeltà, ma anche nei valori che costituiscono la base della storia della Nazione.
Io spero che questo centocinquantenario, che da oggi si è iniziato a celebrare, sia un'occasione per cementare questo paese, non omologandolo, ma unendo le nostre singole identità nel rispetto.
Insomma, diciamo finalmente, con Francesco de Gregori, un sentito e sincero "Viva l'Italia!".
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giovedì 29 aprile 2010
Sui cantanti del Concerto del primo maggio a Roma
Carissimi lettori, non avevo mai parlato di un evento molto importante che si svolge da ormai una ventina d'anni a Piazza San Giovanni a Roma, ossia il Concerto del Primo maggio. Mi pare giunto il momento di farlo.
Ritengo ingiusto ridurre i giorni in ricordo dei nostri caduti o dei lavoratori a giornate di festa senza impegno, cosa che si fa assolutamente in quella piazza. Quest'anno, va detto, hanno in parte raddrizzato il tiro, ma sono lontani i tempi in cui al primo maggio ci andava gente come Roberto Murolo, Paolo Conte, Fossati e Guccini. In quel periodo, scusate la sincerità, la musica era di qualità, cosa che spesso quest'anno tornerà ad essere. Mi viene già più difficile ritenere sincera questa pleiade di artisti sull'impegno politico, cosa che oggi, come si è già avuto occasione di dire in questa sede, è diventata uno specchietto per le allodole.
Ma guardiamo insieme la lista dei cantanti italiani presenti al concerto, in quanto gli stranieri non sono di mio interesse, anche perché da noi straniero significa americano o di aria inglese (quindi il resto del mondo è un altro pianeta).
Il primo italiano di cui si può parlare è Simone Cristicchi, cantante che non mi ha mai convinto del tutto anche se non lo disprezzo. Non mi piace la sua pochezza timbrica, lo ritengo molto poco espressivo in sede compositiva, poi lo sapete che tutto questo amore che professa molto ambiente pop per la musica tradizionale a me puzza sempre d'opportunismo: siccome è di moda accontentiamo così diamo un contentino anche ai cantori, che si sentono amati e sono contenti (non capendo che li sfruttano provvisoriamente e, quando troveranno qualcos'altro che gli renderà di più li ributteranno nel secchio dell'immondizia!).
L'unica cantante seria uscita in questi anni da Sanremo, la grande Nina Zilli, è un'altra protagonista di questa kermesse. Non so quanto sarà apprezzata in quel contesto, ma le auguro una grandissima e buona fortuna. Le sue sonorità bacarackiane mi piacciono molto, lei ha un timbro veramente corposo. Mi piace anche il suo comporre come se stesse pensando ad atmosfere leggermente retro.
Beh... è difficilissimo parlare bene dell'artista che segue, il siciliano Roy Paci, buon trombettista ma esecutore di una delle musiche più insipide che sia mai nata sulla faccia della terra. Nel suo modo di comporre i testi, trovo ci sia spesso retorica, quella che non avevano i nostri grandi e veri cantautori: riscopriteli signori organizzatori, farete un favore a tutti!
E cosa dire di questa ennesima emanazione del mondo CCCP-CSI-PGR anche senza Giovanni Lindo Ferretti? Nu ne putimu cchiui!
Se lottare è far venire un magone così a chi vi ascolta, beh... c'è sempre qualche problema, l'ho sempre sostenuto.
Di Samuele Bersani ho sicuramente più rispetto, anche se ultimamente lo trovo un po' schiavo di certi modelli anglosassoni che mi stanno poco nelle corde. Mi fa impazzire una sua canzone, contenuta nel cd "Amen" di Lucio Dalla, intitolata "Il mostro". Sinceramente preferisco una canzone composta semplicemente all'italiana, magari di vecchio stampo, alla scimmiottatura, ritenuta da molti segno di personalità, indipendenza ed emancipazione, di modelli che non ci riguardano.
Finalmente trovo un nome di cui posso senza dubbio parlare bene. Ho avuto il grandissimo piacere di vedere Carmen Consoli diversi anni fa qui a Perugia. Ho iniziato a stimarla di più, però, quando ha rafforzato la sua matrice folk, con cd come "Eva contro Eva" o l'ultimo "Elettra".
Ritengo il suo impegno veramente sincero e davvero votato a risvegliare le coscienze della gente. Meravigliosi alcuni suoi brani come "Mandaci una cartolina" o "Mio zio", tutti ritratti mordaci di problemi della nostra società: il primo visto da un punto d'osservazione più intimo, il secondo apparentemente più violento e forte.
Stimo molto, a livello di compositori, i Baustelle, ma la voce di Bianconi... de gustibus ma a me non piace.
Mi piace molto il testo di una canzone intitolata "Baudelaire", dove viene citato, tra altri personaggi illustri, il grande cantautore livornese Piero Ciampi, che molti giovani prendono come modello ma forse quasi nessuno ha conosciuto e capito.
Cosa dire di Vinicio Capossela?
Fino a quando ha fatto semplicemente il cantautore, per i primi tre cd, ha veramente emozionato. Quando, stanco della solita musica, è andato dietro a tarante, stravaganze e fantasmi, ha veramente stancato. Non è più in grado di cantare con quella pienezza e quella potenza che gli era congeniale all'inizio, non mi riesce più ad entrare nell'anima. Non sempre essere innovatori porta sulla buona strada, anzi secondo me è infinitamente più difficile, quindi più gratificante, saper comporre in maniera nuova con mezzi e strumentazioni convenzionali, ancor meglio se su generi convenzionali. La musica, secondo me, è sempre di più un recipiente che troppa gente sta riempiendo di troppa acqua: tra poco allagherà il mondo intero. Svuotiamolo prima che accada l'irreparabile!
Ritengo ingiusto ridurre i giorni in ricordo dei nostri caduti o dei lavoratori a giornate di festa senza impegno, cosa che si fa assolutamente in quella piazza. Quest'anno, va detto, hanno in parte raddrizzato il tiro, ma sono lontani i tempi in cui al primo maggio ci andava gente come Roberto Murolo, Paolo Conte, Fossati e Guccini. In quel periodo, scusate la sincerità, la musica era di qualità, cosa che spesso quest'anno tornerà ad essere. Mi viene già più difficile ritenere sincera questa pleiade di artisti sull'impegno politico, cosa che oggi, come si è già avuto occasione di dire in questa sede, è diventata uno specchietto per le allodole.
Ma guardiamo insieme la lista dei cantanti italiani presenti al concerto, in quanto gli stranieri non sono di mio interesse, anche perché da noi straniero significa americano o di aria inglese (quindi il resto del mondo è un altro pianeta).
Il primo italiano di cui si può parlare è Simone Cristicchi, cantante che non mi ha mai convinto del tutto anche se non lo disprezzo. Non mi piace la sua pochezza timbrica, lo ritengo molto poco espressivo in sede compositiva, poi lo sapete che tutto questo amore che professa molto ambiente pop per la musica tradizionale a me puzza sempre d'opportunismo: siccome è di moda accontentiamo così diamo un contentino anche ai cantori, che si sentono amati e sono contenti (non capendo che li sfruttano provvisoriamente e, quando troveranno qualcos'altro che gli renderà di più li ributteranno nel secchio dell'immondizia!).
L'unica cantante seria uscita in questi anni da Sanremo, la grande Nina Zilli, è un'altra protagonista di questa kermesse. Non so quanto sarà apprezzata in quel contesto, ma le auguro una grandissima e buona fortuna. Le sue sonorità bacarackiane mi piacciono molto, lei ha un timbro veramente corposo. Mi piace anche il suo comporre come se stesse pensando ad atmosfere leggermente retro.
Beh... è difficilissimo parlare bene dell'artista che segue, il siciliano Roy Paci, buon trombettista ma esecutore di una delle musiche più insipide che sia mai nata sulla faccia della terra. Nel suo modo di comporre i testi, trovo ci sia spesso retorica, quella che non avevano i nostri grandi e veri cantautori: riscopriteli signori organizzatori, farete un favore a tutti!
E cosa dire di questa ennesima emanazione del mondo CCCP-CSI-PGR anche senza Giovanni Lindo Ferretti? Nu ne putimu cchiui!
Se lottare è far venire un magone così a chi vi ascolta, beh... c'è sempre qualche problema, l'ho sempre sostenuto.
Di Samuele Bersani ho sicuramente più rispetto, anche se ultimamente lo trovo un po' schiavo di certi modelli anglosassoni che mi stanno poco nelle corde. Mi fa impazzire una sua canzone, contenuta nel cd "Amen" di Lucio Dalla, intitolata "Il mostro". Sinceramente preferisco una canzone composta semplicemente all'italiana, magari di vecchio stampo, alla scimmiottatura, ritenuta da molti segno di personalità, indipendenza ed emancipazione, di modelli che non ci riguardano.
Finalmente trovo un nome di cui posso senza dubbio parlare bene. Ho avuto il grandissimo piacere di vedere Carmen Consoli diversi anni fa qui a Perugia. Ho iniziato a stimarla di più, però, quando ha rafforzato la sua matrice folk, con cd come "Eva contro Eva" o l'ultimo "Elettra".
Ritengo il suo impegno veramente sincero e davvero votato a risvegliare le coscienze della gente. Meravigliosi alcuni suoi brani come "Mandaci una cartolina" o "Mio zio", tutti ritratti mordaci di problemi della nostra società: il primo visto da un punto d'osservazione più intimo, il secondo apparentemente più violento e forte.
Stimo molto, a livello di compositori, i Baustelle, ma la voce di Bianconi... de gustibus ma a me non piace.
Mi piace molto il testo di una canzone intitolata "Baudelaire", dove viene citato, tra altri personaggi illustri, il grande cantautore livornese Piero Ciampi, che molti giovani prendono come modello ma forse quasi nessuno ha conosciuto e capito.
Cosa dire di Vinicio Capossela?
Fino a quando ha fatto semplicemente il cantautore, per i primi tre cd, ha veramente emozionato. Quando, stanco della solita musica, è andato dietro a tarante, stravaganze e fantasmi, ha veramente stancato. Non è più in grado di cantare con quella pienezza e quella potenza che gli era congeniale all'inizio, non mi riesce più ad entrare nell'anima. Non sempre essere innovatori porta sulla buona strada, anzi secondo me è infinitamente più difficile, quindi più gratificante, saper comporre in maniera nuova con mezzi e strumentazioni convenzionali, ancor meglio se su generi convenzionali. La musica, secondo me, è sempre di più un recipiente che troppa gente sta riempiendo di troppa acqua: tra poco allagherà il mondo intero. Svuotiamolo prima che accada l'irreparabile!
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lunedì 19 aprile 2010
Una riflessione breve.
Carissimi lettori, c'è un atteggiamento che mi fa sempre arrabbiare, ed è quello che tende a dimenticare che noi, fino ad una trentina di anni fa, eravamo emigranti poveri. Ovviamente, come potrebbe essere altrimenti, i signori che spesso si vantano di pensarla così e addirittura lo cantano in canzoni a dir poco discutibili, sono rigorosamente contro i clandestini che, secondo loro, deturperebbero, solo per il fatto di venire a cercar fortuna da noi e fuggire da situazioni terribili, la nostra dorata e meravigliosa identità (che secondo me neanche esiste!).
Se si vuole mettere l'accento sulla vergognosa tratta di schiavi che portano avanti organizzazioni criminali efferatissime che fanno partire queste persone riempiendo loro la testa d'illusioni, ovviamente sono contro questo sfruttamento di persone. Non credo, però, che ci sia effettivamente voglia di aiutare i paesi poveri a svilupparsi, anzi c'è voglia di lasciarli come stanno per avere una giustificazione al nostro razzismo da gente che ce l'ha fatta (molto per le rimesse degli emigranti che per circa settant'anni hanno lasciato l'Italia e, in qualche caso, ancora la lasciano!).
Questa riflessione corta io l'ho voluta condensare in un video che oggi ho postato su youtube.
Se vi va, andando sul mio canale www.youtube.com/valentinalocchi, potete vedervi questo video forte e poetico, dove metto insieme, in perfetta proporzione le immagini storiche di noi che partivamo e spesso eravamo maltrattati, con ciò che noi stessi facciamo a chi ora viene. Il brano che c'è in sottofondo è un bellissimo e conosciuto brano tradizionale salentino che gli Officina Zoè interpretano come nessuno, ossia "L'America" da "Sangue vivo".
Sperando di avervi fatto cosa gradita, vi saluto.
Se si vuole mettere l'accento sulla vergognosa tratta di schiavi che portano avanti organizzazioni criminali efferatissime che fanno partire queste persone riempiendo loro la testa d'illusioni, ovviamente sono contro questo sfruttamento di persone. Non credo, però, che ci sia effettivamente voglia di aiutare i paesi poveri a svilupparsi, anzi c'è voglia di lasciarli come stanno per avere una giustificazione al nostro razzismo da gente che ce l'ha fatta (molto per le rimesse degli emigranti che per circa settant'anni hanno lasciato l'Italia e, in qualche caso, ancora la lasciano!).
Questa riflessione corta io l'ho voluta condensare in un video che oggi ho postato su youtube.
Se vi va, andando sul mio canale www.youtube.com/valentinalocchi, potete vedervi questo video forte e poetico, dove metto insieme, in perfetta proporzione le immagini storiche di noi che partivamo e spesso eravamo maltrattati, con ciò che noi stessi facciamo a chi ora viene. Il brano che c'è in sottofondo è un bellissimo e conosciuto brano tradizionale salentino che gli Officina Zoè interpretano come nessuno, ossia "L'America" da "Sangue vivo".
Sperando di avervi fatto cosa gradita, vi saluto.
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sabato 3 aprile 2010
Parlando di Serrat
Carissimi lettori, torno da voi per una di quelle voglie irreprimibili di raccontarmi che spesso stanno alla base di molti scritti, soprattutto di quelli redatti senza una ragione esterna che li causa.
Oggi mi va di parlarvi di una delle mie passioni più antiche, quella per Joan Manuel Serrat, grandissimo esponente della canzone in lingua catalana e castigliana, uno dei cantautori più famosi in ambito ispanico.
Conobbi Joan Manuel Serrat tramite i miei zii legati alla Spagna, i quali avevano due vinili, uno dei quali mi è stato anche regalato. L'lp si chiama "La paloma", ed è stato inciso a Milano, quando il cantautore era una "persona non grata" per il regime franchista, che dopo aver provato a sfruttarne l'improvvisa popolarità alla fine degli anni Sessanta, ne iniziò ad avere paura per il suo dedicarsi alla causa catalanista. Il regime franchista, è meglio specificarlo subito, ebbe sempre rapporti problematici con le lingue parlate da galiziani, catalani e baschi, che considerò sempre minori e sovversive.
Joan Manuel Serrat ha sempre avuto un grandissimo rapporto con l'Italia, che si è dimostrato duraturo, ed ha portato perfino ad alcuni scambi tra i due paesi, nel senso che, se da un lato il grande spagnolo ha usato alcuni nostri esimi orchestratori per alcune sue ballate, alcuni cantanti italiani hanno tradotto nella nostra lingua alcune canzoni del nostro.
Tra i brani arrangiati da musicisti italiani, si può ricordare la bellissima "Más que a nadie", il cui arrangiamento è di Celso Valli, presente nel notevole disco del 1998 "Sombras de la China".
La voce di Joan Manuel Serrat è sempre più calda e matura, sempre impietosamente potente, mai rauca. I suoi testi sono sia politici che intimi, e non disdegnano giochi linguistici complicati, anche se spesso si lasciano sedurre dalla semplicità di giri poetici più vicini al linguaggio quotidiano.
Non saprei dirvi chi in Italia può rappresentare un "alter ego" di Serrat, posso dirvi che il cantante che meglio ha saputo rendere il suo repertorio, al quale ha dedicato anche un lp intero intitolato "I semafori rossi non sono Dio", è Gino Paoli, con cui il catalano ha anche qualche tratto comune nel timbro, specialmente per quanto riguarda le voci che i due cantanti avevano negli anni Settanta. Gino Paoli, nel suo bellissimo cd "Appropriazione indebita", reinterpreta in maniera strabiliante "Penelope", il cui unico handicap forse è l'arrangiamento latino-americano che toglie al brano l'immediatezza della struttura pop che gli era stata data dai suoi autori originali. La traduzione è invece ineccepibile, come spessissimo sono quelle del repertorio serratiano, eccezion fatta per "Bugiardo e incosciente", sicuramente la melodia più conosciuta in Italia del cantautore catalano, di cui Paolo Limiti, con espressa autorizzazione del cantautore, ha fatto un uso libero, scrivendo un testo d'amore laddove Serrat raccontava di emarginazione d'anziani. La traduzione letterale di questo brano, in dialetto pavanese, è di Francesco Guccini ed è presente nel cd "Ritratti" (2004). E' veramente notevole, e tra catalano e pavanese c'è più di una somiglianza. Mi ricordo ancora che la sera in cui Guccini presentò il cd in questione ad un palasport gremito, come sempre, il cantautore fece dell'ironia su "Bugiardo incosciente", forse un po' esagerata ma basata su uno spirito filologico inappuntabile.
Mina, qualche anno dopo aver cantato "Bugiardo e incosciente", cantò una bellissima e fedele versione italiana di "Balada de otoño", una delle perle contenute nel già citato lp "la paloma" (1971). Nell'arrangiamento, questo forse è l'unico handicap della versione italiana, non viene rispettata l'onomatopeicità del pianoforte, che tra strofa e strofa esegue delle parti molto veloci, come a ricordare la pioggia battente "sui pioppi mezzi spogli".
So che Joan Manuel Serrat fu anche intervistato dalla Rai, ma non ho mai avuto il piacere di vedere il programma che ne è scaturito. Mi ricordo, invece, una sua bellissima apparizione, che non saprei collocare nel tempo, purtroppo, al bellissimo "Séptimo de caballería" condotto da Miguel Bosé alla TVE, la tv di stato spagnola.
Non posso citarvi le mie canzoni preferite di Serrat, perché faremmo notte, ma mi va di consigliarvi qualche disco, semmai questo post abbia svegliato in voi qualche curiosità di andare a scoprire dalla viva voce del cantautore spagnolo alcuni suoi capolavori.
Innanzitutto, naturalmente, vi consiglio il già citato "La paloma" del 1971; per chi fosse interessato ad un'antologia niente di meglio che ricorrere a "24 páginas inolvidables", raccolta che lo stesso cantautore si è incaricato di curare; per chi infine fosse interessato ad un live, niente di meglio che ricorrere all'insuperato "En directo" (1984). Merita una citazione a parte quel repertorio che Serrat ha tratto dalla poesia spagnola. L'album più conosciuto di questa produzione è quello su Machado, anche se non è forse il più riuscito. Troviamo poi "A Miguel Hernández", quasi coevo del precedente, e soprattutto il migliore e maturo "El sur también existe", che dimostra una voglia da parte del nostro di guardare anche all'America Latina, zona del mondo per la quale egli sente una grandissima attrazione, tanto da definirsi "Un latino-americano de Barcelona". L'album in questione è dedicato a Mario Benedetti, grande poeta uruguayano scomparso di recente.
Spero di avervi fatto venire voglia di ascoltare una grande voce in lingua spagnola, io sono sicura di aver provato molto piacere nello scrivere questi pensieri.
Oggi mi va di parlarvi di una delle mie passioni più antiche, quella per Joan Manuel Serrat, grandissimo esponente della canzone in lingua catalana e castigliana, uno dei cantautori più famosi in ambito ispanico.
Conobbi Joan Manuel Serrat tramite i miei zii legati alla Spagna, i quali avevano due vinili, uno dei quali mi è stato anche regalato. L'lp si chiama "La paloma", ed è stato inciso a Milano, quando il cantautore era una "persona non grata" per il regime franchista, che dopo aver provato a sfruttarne l'improvvisa popolarità alla fine degli anni Sessanta, ne iniziò ad avere paura per il suo dedicarsi alla causa catalanista. Il regime franchista, è meglio specificarlo subito, ebbe sempre rapporti problematici con le lingue parlate da galiziani, catalani e baschi, che considerò sempre minori e sovversive.
Joan Manuel Serrat ha sempre avuto un grandissimo rapporto con l'Italia, che si è dimostrato duraturo, ed ha portato perfino ad alcuni scambi tra i due paesi, nel senso che, se da un lato il grande spagnolo ha usato alcuni nostri esimi orchestratori per alcune sue ballate, alcuni cantanti italiani hanno tradotto nella nostra lingua alcune canzoni del nostro.
Tra i brani arrangiati da musicisti italiani, si può ricordare la bellissima "Más que a nadie", il cui arrangiamento è di Celso Valli, presente nel notevole disco del 1998 "Sombras de la China".
La voce di Joan Manuel Serrat è sempre più calda e matura, sempre impietosamente potente, mai rauca. I suoi testi sono sia politici che intimi, e non disdegnano giochi linguistici complicati, anche se spesso si lasciano sedurre dalla semplicità di giri poetici più vicini al linguaggio quotidiano.
Non saprei dirvi chi in Italia può rappresentare un "alter ego" di Serrat, posso dirvi che il cantante che meglio ha saputo rendere il suo repertorio, al quale ha dedicato anche un lp intero intitolato "I semafori rossi non sono Dio", è Gino Paoli, con cui il catalano ha anche qualche tratto comune nel timbro, specialmente per quanto riguarda le voci che i due cantanti avevano negli anni Settanta. Gino Paoli, nel suo bellissimo cd "Appropriazione indebita", reinterpreta in maniera strabiliante "Penelope", il cui unico handicap forse è l'arrangiamento latino-americano che toglie al brano l'immediatezza della struttura pop che gli era stata data dai suoi autori originali. La traduzione è invece ineccepibile, come spessissimo sono quelle del repertorio serratiano, eccezion fatta per "Bugiardo e incosciente", sicuramente la melodia più conosciuta in Italia del cantautore catalano, di cui Paolo Limiti, con espressa autorizzazione del cantautore, ha fatto un uso libero, scrivendo un testo d'amore laddove Serrat raccontava di emarginazione d'anziani. La traduzione letterale di questo brano, in dialetto pavanese, è di Francesco Guccini ed è presente nel cd "Ritratti" (2004). E' veramente notevole, e tra catalano e pavanese c'è più di una somiglianza. Mi ricordo ancora che la sera in cui Guccini presentò il cd in questione ad un palasport gremito, come sempre, il cantautore fece dell'ironia su "Bugiardo incosciente", forse un po' esagerata ma basata su uno spirito filologico inappuntabile.
Mina, qualche anno dopo aver cantato "Bugiardo e incosciente", cantò una bellissima e fedele versione italiana di "Balada de otoño", una delle perle contenute nel già citato lp "la paloma" (1971). Nell'arrangiamento, questo forse è l'unico handicap della versione italiana, non viene rispettata l'onomatopeicità del pianoforte, che tra strofa e strofa esegue delle parti molto veloci, come a ricordare la pioggia battente "sui pioppi mezzi spogli".
So che Joan Manuel Serrat fu anche intervistato dalla Rai, ma non ho mai avuto il piacere di vedere il programma che ne è scaturito. Mi ricordo, invece, una sua bellissima apparizione, che non saprei collocare nel tempo, purtroppo, al bellissimo "Séptimo de caballería" condotto da Miguel Bosé alla TVE, la tv di stato spagnola.
Non posso citarvi le mie canzoni preferite di Serrat, perché faremmo notte, ma mi va di consigliarvi qualche disco, semmai questo post abbia svegliato in voi qualche curiosità di andare a scoprire dalla viva voce del cantautore spagnolo alcuni suoi capolavori.
Innanzitutto, naturalmente, vi consiglio il già citato "La paloma" del 1971; per chi fosse interessato ad un'antologia niente di meglio che ricorrere a "24 páginas inolvidables", raccolta che lo stesso cantautore si è incaricato di curare; per chi infine fosse interessato ad un live, niente di meglio che ricorrere all'insuperato "En directo" (1984). Merita una citazione a parte quel repertorio che Serrat ha tratto dalla poesia spagnola. L'album più conosciuto di questa produzione è quello su Machado, anche se non è forse il più riuscito. Troviamo poi "A Miguel Hernández", quasi coevo del precedente, e soprattutto il migliore e maturo "El sur también existe", che dimostra una voglia da parte del nostro di guardare anche all'America Latina, zona del mondo per la quale egli sente una grandissima attrazione, tanto da definirsi "Un latino-americano de Barcelona". L'album in questione è dedicato a Mario Benedetti, grande poeta uruguayano scomparso di recente.
Spero di avervi fatto venire voglia di ascoltare una grande voce in lingua spagnola, io sono sicura di aver provato molto piacere nello scrivere questi pensieri.
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venerdì 2 aprile 2010
Viva la Puglia!
Carissimi lettori, era da ieri che volevo scrivere un articolo sul fatto che le pressioni della popolazione abbiano costretto a togliere da Porto Cesareo, località vicina a Nardò nel Salento leccese, la statua di Manuela Arcuri.
Sinceramente sono felice per svariate ragioni:1) intanto sono contenta che ci sia qualcuno che ancora pensa che il Salento è più turistico se lo si maltratta di meno;2) trovo ingiusto che si innalzino statue a personaggi dello spettacolo tutt'ora viventi o anche deceduti.
Le statue, con la loro forse esagerata e barocca imponenza, sono per i veri eroi nazionali, quelli che hanno fatto la Patria, i grandi traghettatori delle varie comunità nelle varie fasi della storia.
Questo è un segnale, un altro se ce n'era bisogno, del fatto che la Puglia, come dice Nichi Vendola, "si è voluta bene".
Non ho mai visto Porto Cesareo, ammetto la mia ignoranza, anche se sono stata molto vicino, ma mi dicono che sia molto bello. Non credo quindi che questo atto di civiltà e di giustizia, ritenuto oltraggioso anche dal Codacons di Lecce, toglierà turisti alla meravigliosa terra salentina.
Nel Servizio del tg 2 che ha permesso a tutta la comunità nazionale di rendersi edotta di tale notizia, si è sentita anche la voce dell'Arcuri, tra l'altro insipida ed insignificante, dire che quella statua era un omaggio alle donne. Io dico che per omaggiare le donne bisogna diminuirne lo sfruttamento come oggetti televisivi, permettendone una maggiore espressione pubblica a livello effettivo, dando loro importanza solo laddove siano competenti, senza pensare a "quote rosa" ed altre trovate spettacolari.
Scusate la breve divagazione, e gridiamo ancora una volta un "brava!" alla Puglia che si vuole bene.
Sinceramente sono felice per svariate ragioni:1) intanto sono contenta che ci sia qualcuno che ancora pensa che il Salento è più turistico se lo si maltratta di meno;2) trovo ingiusto che si innalzino statue a personaggi dello spettacolo tutt'ora viventi o anche deceduti.
Le statue, con la loro forse esagerata e barocca imponenza, sono per i veri eroi nazionali, quelli che hanno fatto la Patria, i grandi traghettatori delle varie comunità nelle varie fasi della storia.
Questo è un segnale, un altro se ce n'era bisogno, del fatto che la Puglia, come dice Nichi Vendola, "si è voluta bene".
Non ho mai visto Porto Cesareo, ammetto la mia ignoranza, anche se sono stata molto vicino, ma mi dicono che sia molto bello. Non credo quindi che questo atto di civiltà e di giustizia, ritenuto oltraggioso anche dal Codacons di Lecce, toglierà turisti alla meravigliosa terra salentina.
Nel Servizio del tg 2 che ha permesso a tutta la comunità nazionale di rendersi edotta di tale notizia, si è sentita anche la voce dell'Arcuri, tra l'altro insipida ed insignificante, dire che quella statua era un omaggio alle donne. Io dico che per omaggiare le donne bisogna diminuirne lo sfruttamento come oggetti televisivi, permettendone una maggiore espressione pubblica a livello effettivo, dando loro importanza solo laddove siano competenti, senza pensare a "quote rosa" ed altre trovate spettacolari.
Scusate la breve divagazione, e gridiamo ancora una volta un "brava!" alla Puglia che si vuole bene.
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lunedì 29 marzo 2010
Prime riflessioni sugli Aramirè
Carissimi lettori, concludo questa serie di post "storici", ossia di scritti che sarebbero dovuti stare tra i primi articoli di questo blog, ma per un motivo o per un altro non ci sono mai potuti entrare. In questo si parla degli Aramirè, ma è molto meno meditato, molto più arrabbiato ed impietoso nei loro confronti. Ovviamente c'è la comprensione per le motivazioni del loro leader, ma ci si ritrova una persona che è profondamente arrabbiata per una scelta che non condivide da parte di un gruppo per il quale ha una stima incrollabile. Credo di aver scritto questo articolo quasi subito dopo aver letto il post con cui Raheli spiegava le sue ragioni con la sua giusta ma distruttiva rabbia.
Buona lettura a tutti.
Devo dire che mi dispiace, vedere questo gruppo alfiere della tradizione, ridotto ad un cadavere. Non avevo più loro informazioni, ma neanche la coscienza del fatto che si fossero sciolti. Capisco le motivazioni di Raheli: è demoralizzante perfino per me che mi ci dedico a tempo perso e addirittura sono due anni che non faccio più un concerto serio di pizzica, vedere che questa musica, dalla ricchezza infinita ed inesplorata o maltrattata, sia rimpicciolita fino a diventare un marchio della peggiore società consumistica. Bisogna però altrettanto dire che è troppo facile fare le cose in un certo modo quando non le fa nessuno (seppur si viene magari sbeffeggiati) e poi gettare la spugna, cioè non dare un’alternativa, quando queste stesse basi vengono usate in maniere non condivise da noi. Se io potessi (se fossi salentina o vivessi nel Salento), cercherei tutti i modi possibili per interpretare la pizzica con metodi opposti ad esempio a quello del concertone della Notte della Taranta, che a me non piace per niente. Devo purtroppo ammettere da “aramiriana” (forse da ex “aramiriana”), che i miei storici beniamini erano un po’ “nostra signora ipocrisia” (se Raheli leggesse questo sarebbero cavoli). Quando li ho visti in Puglia (12 agosto 2005, Cannole, sagra della municeddra), loro che rimproverano a tutti il fatto di non saper utilizzare le voci e la scelta ostinata di fare solo brani ritmati, hanno giustamente eseguito solo quel repertorio, tra l’altro con controcanti quasi indecenti. L’unico brano lento della serata è stata una versione orribile (contenuta purtroppo anche in “Mazzate pesanti”) della “Ieri sira”, che tutti dicono di aver imparato dalla Simpatichina (quidda sì ca facia musica popolare). Posso anche dire che prima del concerto ho avuto la possibilità di conoscere Raheli che, siccome non lo riconoscevo dato che nel parlare ha una voce completamente inespressiva, si è messo ad accennare “Sta strata”, pezzo che io stessa abitualmente facevo, rigorosamente “a botta”. In quel caso il signor “integralista” è partito “a stisa” ed a me è venuto completamente naturale il controcanto per terze salentine. Non si può raccontare la mia rabbia quando lui, che come ho detto prima grida all’eresia non appena si smette di dare il monopolio della musica salentina alle voci, non è nemmeno stato in grado di seguirmi: dopo tre note del mio controvoce, lasciava la melodia principale per mettersi nella mia zona. Purtroppo non ho mai cantato con altri ripropositori, ma voglio sperare che qualcuno più bravo di lui ci sia (io adoro Cinzia Marzo ma non ho mai avuto il piacere di unire la mia esile voce a quel vento pieno di contrasti).L’ultima parola che voglio dedicare agli aramirè è: non date la colpa alla Notte della Taranta e ai suoi miliardi se vi siete sciolti, guardate per una volta dentro di voi e non fuori. So che è molto più facile accusare chi viene dopo di noi dei nostri problemi, ma la radice di tutto sta sempre in noi. Se tu, carissimo Raheli, avessi imparato a suonare bene il violino o il flauto, già avresti potuto competere con la qualità del tuo suonare e cantare, anche con la N.d.t. e poi: si può sapere come pretendi di vincere un ensemble di pagliacci reciclati tirando fuori da quella miniera di musica che è il Salento i peggiori musicisti?In Puglia, forse in parte la colpa è da dare al fonico, mi sono accorta benissimo (pur non suonando nessuno degli strumenti citati), che i due tamburelli erano scordinati tra loro e il fisarmonicista suonava con una sola mano (sempre!). e poi davanti a me, che sono una sua grande ammiratrice quando non si vende alla Notte della Taranta, hai avuto il coraggio di dire che Castrignanò non ti mancava perché ti piacevano gli stupidi e banali virtuosismi da bambino di cinque anni del vostro attuale (allora) tamburellista. Ultimissima: quando eseguivate “Lu rusciu te lu mare” avevate la faccia tosta di dire che la seconda parte (quella pseudo mediterraneata terribile), aveva degli echi flamenchi. Se ti potessi mandare questo scritto qui sì che ti giocheresti la reputazione di integralista! Carissimo signor Raheli, ancora non ho mai visto il flamenco, nemmeno nelle sue espressioni meno pure e tristi, suonato con una chitarra con corde d’acciaio (se lo sentissi rischierei di cambiare opinione). Il flamenco per di più si canta completamente di gola (non sicuramente come canti tu), con una vocalità molto magrebina (ascolta qualche cosa di algerino per capire quello che dico), mentre il sustrato arabo salentino, naturalmente, essendo di origine bizzantina, proviene da matrici turche. Ho infatti riscontrato somiglianze tra una certa vocalità salentina moderna (pensa ad alcune cose dell’ultima Cinzia Marzo) e la musica popolare persiana. In Iraq infatti hanno il gusto, soprattutto le donne, di impostare la voce in modo fortemente lirico (pensa all’opera italiana), lasciando quindi perdere l’irruenza che un qualsiasi cantante di flamenco, anche perché alcune cose le cantavano i minatori perfino sotto terra, metterebbe nel suo canto.E dopo questo studio commpletamente basato sulle mie rielaborazioni delle tante fonti musicali che ascolto, ti saluto con la maledetta coscienza d’aver sprecato il mio tempo perché non te lo potrò mai mandare.Da una parte è meglio!La perugina pizzicata.
Buona lettura a tutti.
Devo dire che mi dispiace, vedere questo gruppo alfiere della tradizione, ridotto ad un cadavere. Non avevo più loro informazioni, ma neanche la coscienza del fatto che si fossero sciolti. Capisco le motivazioni di Raheli: è demoralizzante perfino per me che mi ci dedico a tempo perso e addirittura sono due anni che non faccio più un concerto serio di pizzica, vedere che questa musica, dalla ricchezza infinita ed inesplorata o maltrattata, sia rimpicciolita fino a diventare un marchio della peggiore società consumistica. Bisogna però altrettanto dire che è troppo facile fare le cose in un certo modo quando non le fa nessuno (seppur si viene magari sbeffeggiati) e poi gettare la spugna, cioè non dare un’alternativa, quando queste stesse basi vengono usate in maniere non condivise da noi. Se io potessi (se fossi salentina o vivessi nel Salento), cercherei tutti i modi possibili per interpretare la pizzica con metodi opposti ad esempio a quello del concertone della Notte della Taranta, che a me non piace per niente. Devo purtroppo ammettere da “aramiriana” (forse da ex “aramiriana”), che i miei storici beniamini erano un po’ “nostra signora ipocrisia” (se Raheli leggesse questo sarebbero cavoli). Quando li ho visti in Puglia (12 agosto 2005, Cannole, sagra della municeddra), loro che rimproverano a tutti il fatto di non saper utilizzare le voci e la scelta ostinata di fare solo brani ritmati, hanno giustamente eseguito solo quel repertorio, tra l’altro con controcanti quasi indecenti. L’unico brano lento della serata è stata una versione orribile (contenuta purtroppo anche in “Mazzate pesanti”) della “Ieri sira”, che tutti dicono di aver imparato dalla Simpatichina (quidda sì ca facia musica popolare). Posso anche dire che prima del concerto ho avuto la possibilità di conoscere Raheli che, siccome non lo riconoscevo dato che nel parlare ha una voce completamente inespressiva, si è messo ad accennare “Sta strata”, pezzo che io stessa abitualmente facevo, rigorosamente “a botta”. In quel caso il signor “integralista” è partito “a stisa” ed a me è venuto completamente naturale il controcanto per terze salentine. Non si può raccontare la mia rabbia quando lui, che come ho detto prima grida all’eresia non appena si smette di dare il monopolio della musica salentina alle voci, non è nemmeno stato in grado di seguirmi: dopo tre note del mio controvoce, lasciava la melodia principale per mettersi nella mia zona. Purtroppo non ho mai cantato con altri ripropositori, ma voglio sperare che qualcuno più bravo di lui ci sia (io adoro Cinzia Marzo ma non ho mai avuto il piacere di unire la mia esile voce a quel vento pieno di contrasti).L’ultima parola che voglio dedicare agli aramirè è: non date la colpa alla Notte della Taranta e ai suoi miliardi se vi siete sciolti, guardate per una volta dentro di voi e non fuori. So che è molto più facile accusare chi viene dopo di noi dei nostri problemi, ma la radice di tutto sta sempre in noi. Se tu, carissimo Raheli, avessi imparato a suonare bene il violino o il flauto, già avresti potuto competere con la qualità del tuo suonare e cantare, anche con la N.d.t. e poi: si può sapere come pretendi di vincere un ensemble di pagliacci reciclati tirando fuori da quella miniera di musica che è il Salento i peggiori musicisti?In Puglia, forse in parte la colpa è da dare al fonico, mi sono accorta benissimo (pur non suonando nessuno degli strumenti citati), che i due tamburelli erano scordinati tra loro e il fisarmonicista suonava con una sola mano (sempre!). e poi davanti a me, che sono una sua grande ammiratrice quando non si vende alla Notte della Taranta, hai avuto il coraggio di dire che Castrignanò non ti mancava perché ti piacevano gli stupidi e banali virtuosismi da bambino di cinque anni del vostro attuale (allora) tamburellista. Ultimissima: quando eseguivate “Lu rusciu te lu mare” avevate la faccia tosta di dire che la seconda parte (quella pseudo mediterraneata terribile), aveva degli echi flamenchi. Se ti potessi mandare questo scritto qui sì che ti giocheresti la reputazione di integralista! Carissimo signor Raheli, ancora non ho mai visto il flamenco, nemmeno nelle sue espressioni meno pure e tristi, suonato con una chitarra con corde d’acciaio (se lo sentissi rischierei di cambiare opinione). Il flamenco per di più si canta completamente di gola (non sicuramente come canti tu), con una vocalità molto magrebina (ascolta qualche cosa di algerino per capire quello che dico), mentre il sustrato arabo salentino, naturalmente, essendo di origine bizzantina, proviene da matrici turche. Ho infatti riscontrato somiglianze tra una certa vocalità salentina moderna (pensa ad alcune cose dell’ultima Cinzia Marzo) e la musica popolare persiana. In Iraq infatti hanno il gusto, soprattutto le donne, di impostare la voce in modo fortemente lirico (pensa all’opera italiana), lasciando quindi perdere l’irruenza che un qualsiasi cantante di flamenco, anche perché alcune cose le cantavano i minatori perfino sotto terra, metterebbe nel suo canto.E dopo questo studio commpletamente basato sulle mie rielaborazioni delle tante fonti musicali che ascolto, ti saluto con la maledetta coscienza d’aver sprecato il mio tempo perché non te lo potrò mai mandare.Da una parte è meglio!La perugina pizzicata.
Se mi fossi sparagnata Sparagna
Carissimi lettori, riesco a postare, finalmente nel posto giusto, delle mie riflessioni, scritte come sfogo del tutto personale e soggettivo, sul concerto di Ambrogio Sparagna e la sua "Orchestra pizzicata", che andai a vedere il 31 d'agosto 2008. L'ho voluto recuperare perché questo scritto è venuto fuori tra i primi da me mai elaborati, quindi optrebbe essere curioso. Va anche detto, poi, che dopo tutta questa immersione nel mondo della canzone d'autore, sia essa intesa in senso cantautorale o classico napoletano, un buon articolo in difesa della mia tanto amata musica popolare ci voleva proprio. Buona lettura a tutti!
Se dovessi parlare della serata conclusiva della tre giorni salentina, svoltasi il 31 agosto in Piazza IV novembre, direi: "se mi fossi sparagnata Sparagna".
Il signor Ambrogio Sparagna, etnomusicologo tra i più rinomati, io lo metterei tra i furfanti e i disonesti più rinomati. Innanzitutto Utilizza una parte minima degli strumenti della tradizione del centro-sud Italia: mancano all'appello violino, mandolino, chitarra battente, zampogne calabresi, scaccia pensieri (quello che se lo suoni e ti fai male alla lingua te li dà i pensieri!), ed altri che ora non mi sovvengono.
Veniamo tecnicamente al concerto: un inganno dall'inizio alla fine. Lui, che quando si è presentato ha detto che avrebbe eseguito "canti della tradizione", ha fatto tutte composizioni sue (qualcuna è carina non lo nego), l'unica cosa tradizionale che ha saputo fare è stata la solita (ma sempre bellissima) pizzica a botta, cantata da una vera salentina, a cui lui ha aggiunto il solito (bruttissimo, volgare e sguaiato) ritornello: "Ah preolì, preolì preolà (questa parte ripetuta fino all'esasperazione) beddu l'amore e ci lu sape fà".
Voglio suggerire al signor Sparagna una maniera per non ingannare la gente: perché non dire che si compongono brani a partire dai ritmi della tradizione?Purtroppo non posso citare brani in particolare (eccezion fatta per il brano d'apertura, ossia "La storia di Ruccano"), ma la cosa più vergognosa è che Sparagna forma queste orchestre, non per fare emergere talenti, ma solo per nascondere una caratteristica molto odiata da molta gente (anche se poi molti la possiedono): il suo proverbiale egocentrismo. Sin dalla selezione degli elementi egli molto raramente sceglie d'avere al fianco i migliori (l'unica eccezione è Erasmo Treglia, suonatore di chitarra e ciaramella). Il gruppo era composto da tre tamburelli (ne bastano e avanzano due!), tre organetti (che suonavano insieme invece di alternarsi, cacofonia pura!) il grande Treglia su citato, un basso elettrico (per dare quel tocchino di "contemporaneo", come se questo bastasse o fosse importante per rendere la pizzica contemporanea!) e ovviamente l'immancabile, insostituibile, insuperabile, batteria (dato che i tamburellisti dovevano fare solo coreografia e i tamburellini sono bellini!). Se devo classificare le canzoni diciamo che sembrava di stare ad un concerto di De Gregori non ancora americanizzato (d'altronde lui è riuscito a far fare a Sparagna una delle sue poche cose belle: il brano "La fine di un killer", contenuto nel cd del cantautore "Prendere e lasciare"; anche se poi De Gregori ha ricambiato con una terribile versione di alcuni versi della Divina Commedia a pizzica: andate su Youtube se non lo avete mai sentito e sentirete che roba, tanto più che dopo quelle strofe piene di filosofia arriva la batteria e Alessia Tondo canta.... Pizzicarella!). Ad un certo punto del concerto di Sparagna-De Gregori, si è avuta una versione della "Rondinella ci varchi lu mare", con attaccato il ritornello "Mamma la rondinella, mamma la rondinà, mamma la rondinella gira vola e se ne va". Beh, che dire, per dirla alla calabra ".... mancu li cani". Tra le due parti, apparte la rondinella, topos onnipresente in tutto il sud, non c'è niente in comune. Mentre i versi di strofa presentano una fortissima passionalità, il ritornello è qualcosa di inclassificabile (d'altronde si può mettere da tutte le parti, Sparagna docet). Oltretutto il pezzo era, nella parte del ritornello, una specie di reggae (d'altronde anche i Sud Sound System sono salentini ed il reggae è uno stile che fa parte ormai del folk salentino!). Il culmine dello scempio si è avuto con gli assoli di tamburello (lasciamo perdere che il flautista era leccese e, con un orribile flautino da pastori che faceva rimpiangere quello costruito da Roberto Raheli con una canna da pesca, non sapeva neanche terzinare una pizzica!), i quali si sono riassunti in assoli di batteria con qualche coreografia dei tamburellini bellini (addirittura durante uno di questi mi è venuta voglia di cantare "Questo è l'ombelico del mondo" di Jovanotti, noto interprete di pizzica salentina!). Non sono ovviamente riuscita a trattenere la mia rabbia, perché sono come Guccini che se si arrabbia diventa (o diventava) logorroico, con la differenza che lui faceva dei capolavori e io rompo solo l'anima a tutti quelli che mi stanno intorno. Adesso sono a posto con la mia coscienza e posso veramente dire con convinzione: lu Sparagna me l'aggiu sparagnare le prossime fiate ca vene.
L'articolo risale ad almeno due anni fa, quindi l'Ambrogino nazionale di scempi ne ha fatti ancora, dunque spendiamo qualche parolina. Quest'anno, come saprete se seguite questo blog, il signor etnomusicologo "allievo prediletto di Carpitella" è stato ospite al Festival di Sanremo, come accompagnatore strumentale invitato della canzone meridionalista di Nino D'Angelo. Trovo assolutamente allucinante l'accoppiata tra due dei peggiori musicisti mai apparsi sulla scena della musica popolare e della leggera, ma ancora più vergognoso è stato il continuo citare Ambrogio Sparagna da parte di Nino D'Angelo nell'esecuzione del brano.
Voglio concludere questo scritto, questo aggiornamento di mie vecchie ma sempre attuali riflessioni, dicendovi una cosa: cominciate ad apprezzare organettisti veri come Massimiliano Morabito, Mario Salvi o Alessandro Pipino (anche se non fa propriamente musica popolare) e scordatevi di Sparagna!
Se dovessi parlare della serata conclusiva della tre giorni salentina, svoltasi il 31 agosto in Piazza IV novembre, direi: "se mi fossi sparagnata Sparagna".
Il signor Ambrogio Sparagna, etnomusicologo tra i più rinomati, io lo metterei tra i furfanti e i disonesti più rinomati. Innanzitutto Utilizza una parte minima degli strumenti della tradizione del centro-sud Italia: mancano all'appello violino, mandolino, chitarra battente, zampogne calabresi, scaccia pensieri (quello che se lo suoni e ti fai male alla lingua te li dà i pensieri!), ed altri che ora non mi sovvengono.
Veniamo tecnicamente al concerto: un inganno dall'inizio alla fine. Lui, che quando si è presentato ha detto che avrebbe eseguito "canti della tradizione", ha fatto tutte composizioni sue (qualcuna è carina non lo nego), l'unica cosa tradizionale che ha saputo fare è stata la solita (ma sempre bellissima) pizzica a botta, cantata da una vera salentina, a cui lui ha aggiunto il solito (bruttissimo, volgare e sguaiato) ritornello: "Ah preolì, preolì preolà (questa parte ripetuta fino all'esasperazione) beddu l'amore e ci lu sape fà".
Voglio suggerire al signor Sparagna una maniera per non ingannare la gente: perché non dire che si compongono brani a partire dai ritmi della tradizione?Purtroppo non posso citare brani in particolare (eccezion fatta per il brano d'apertura, ossia "La storia di Ruccano"), ma la cosa più vergognosa è che Sparagna forma queste orchestre, non per fare emergere talenti, ma solo per nascondere una caratteristica molto odiata da molta gente (anche se poi molti la possiedono): il suo proverbiale egocentrismo. Sin dalla selezione degli elementi egli molto raramente sceglie d'avere al fianco i migliori (l'unica eccezione è Erasmo Treglia, suonatore di chitarra e ciaramella). Il gruppo era composto da tre tamburelli (ne bastano e avanzano due!), tre organetti (che suonavano insieme invece di alternarsi, cacofonia pura!) il grande Treglia su citato, un basso elettrico (per dare quel tocchino di "contemporaneo", come se questo bastasse o fosse importante per rendere la pizzica contemporanea!) e ovviamente l'immancabile, insostituibile, insuperabile, batteria (dato che i tamburellisti dovevano fare solo coreografia e i tamburellini sono bellini!). Se devo classificare le canzoni diciamo che sembrava di stare ad un concerto di De Gregori non ancora americanizzato (d'altronde lui è riuscito a far fare a Sparagna una delle sue poche cose belle: il brano "La fine di un killer", contenuto nel cd del cantautore "Prendere e lasciare"; anche se poi De Gregori ha ricambiato con una terribile versione di alcuni versi della Divina Commedia a pizzica: andate su Youtube se non lo avete mai sentito e sentirete che roba, tanto più che dopo quelle strofe piene di filosofia arriva la batteria e Alessia Tondo canta.... Pizzicarella!). Ad un certo punto del concerto di Sparagna-De Gregori, si è avuta una versione della "Rondinella ci varchi lu mare", con attaccato il ritornello "Mamma la rondinella, mamma la rondinà, mamma la rondinella gira vola e se ne va". Beh, che dire, per dirla alla calabra ".... mancu li cani". Tra le due parti, apparte la rondinella, topos onnipresente in tutto il sud, non c'è niente in comune. Mentre i versi di strofa presentano una fortissima passionalità, il ritornello è qualcosa di inclassificabile (d'altronde si può mettere da tutte le parti, Sparagna docet). Oltretutto il pezzo era, nella parte del ritornello, una specie di reggae (d'altronde anche i Sud Sound System sono salentini ed il reggae è uno stile che fa parte ormai del folk salentino!). Il culmine dello scempio si è avuto con gli assoli di tamburello (lasciamo perdere che il flautista era leccese e, con un orribile flautino da pastori che faceva rimpiangere quello costruito da Roberto Raheli con una canna da pesca, non sapeva neanche terzinare una pizzica!), i quali si sono riassunti in assoli di batteria con qualche coreografia dei tamburellini bellini (addirittura durante uno di questi mi è venuta voglia di cantare "Questo è l'ombelico del mondo" di Jovanotti, noto interprete di pizzica salentina!). Non sono ovviamente riuscita a trattenere la mia rabbia, perché sono come Guccini che se si arrabbia diventa (o diventava) logorroico, con la differenza che lui faceva dei capolavori e io rompo solo l'anima a tutti quelli che mi stanno intorno. Adesso sono a posto con la mia coscienza e posso veramente dire con convinzione: lu Sparagna me l'aggiu sparagnare le prossime fiate ca vene.
L'articolo risale ad almeno due anni fa, quindi l'Ambrogino nazionale di scempi ne ha fatti ancora, dunque spendiamo qualche parolina. Quest'anno, come saprete se seguite questo blog, il signor etnomusicologo "allievo prediletto di Carpitella" è stato ospite al Festival di Sanremo, come accompagnatore strumentale invitato della canzone meridionalista di Nino D'Angelo. Trovo assolutamente allucinante l'accoppiata tra due dei peggiori musicisti mai apparsi sulla scena della musica popolare e della leggera, ma ancora più vergognoso è stato il continuo citare Ambrogio Sparagna da parte di Nino D'Angelo nell'esecuzione del brano.
Voglio concludere questo scritto, questo aggiornamento di mie vecchie ma sempre attuali riflessioni, dicendovi una cosa: cominciate ad apprezzare organettisti veri come Massimiliano Morabito, Mario Salvi o Alessandro Pipino (anche se non fa propriamente musica popolare) e scordatevi di Sparagna!
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lunedì 8 marzo 2010
Riflessioni d'anniversario
Carissimi lettori, questa sera voglio scrivere per festeggiare un anno di "Musica secondo me".
Per me aprire questo blog è stato un sogno avverato, è stata la possibilità di condividere con molta gente le mie passioni, e tante ancora ce ne saranno. E' stata una miccia che si è accesa, un racconto che non vede per ora la fine.
Mi piace pensare di aver messo in convivenza due universi separati spesso arbitrariamente, quello della musica tradizionale e quello della musica d'autore, ambedue colpevoli di quello che sono.
Non mi sono ancora raccontata per intero, ci sarebbero tematiche che vorrei approfondire, dopo magari averle citate in qualche articolo come "condimenti" ad altri piatti musicali, ma essendo io una persona molto timida, pudica e mancante di coraggio in molte cose riguardanti le relazioni esterne, non ho forza per farlo.
Come avete visto questo blog è prevalentemente a vocazione italiana, questo perché, oltre ad essere profondamente convinta dell'importanza di un blog dedicato all'"altra" musica italiana, ossia a quella che i media ufficiali ignorano o trattano con superficialità da promozione immediata, è più facile reperire materiale o anche solo le persone da poter intervistare.
Avrete notato, infatti, che a me non piace raccontarmi solo per quello che sono, amo anche che, tramite me, artisti che giudico grandi si raccontino.
Sono già riuscita a fare molto, ma spero di migliorare ancora nel prossimo futuro.
Spero di poter riparlare di musica tradizionale del Sud Italia, della quale, avrete notato, è diverso tempo che non ci occupiamo. Va da sé, chi mi conosce bene lo sa ma è meglio dirlo, che ciò dipende da fattori estranei alla mia volontà.
Voglio concludere con due desideri che mi porto dietro da una vita: spero di potervi regalare un'intervista con Marco Poeta, grandissimo suonatore di chitarra portoghese, nonché concludere, una volta per tutte, quella con gli Zoè.
Va detto, a completa giustificazione dei citati, che il più grande scoglio per la realizzazione di questi due miei progetti è la mia proverbiale timidezza (non esagero, nonostante che io abbia questo blog, sono una vera timida!).
Sinceramente, così concludo, l'idea di farmi un blog è nata dopo i numerosi incitamenti rivoltimi dalle persone a cui, non so perché, facevo leggere alcuni miei scritti che poi ci sono confluiti tra i primi post. Io, da diverso tempo, scrivevo così, giusto per fissare quello che vivevo. Non mi interessava farci niente, era uno sfogo.
Sono comunque felice di questa avventura, non vi preoccupate che si continua!
Per me aprire questo blog è stato un sogno avverato, è stata la possibilità di condividere con molta gente le mie passioni, e tante ancora ce ne saranno. E' stata una miccia che si è accesa, un racconto che non vede per ora la fine.
Mi piace pensare di aver messo in convivenza due universi separati spesso arbitrariamente, quello della musica tradizionale e quello della musica d'autore, ambedue colpevoli di quello che sono.
Non mi sono ancora raccontata per intero, ci sarebbero tematiche che vorrei approfondire, dopo magari averle citate in qualche articolo come "condimenti" ad altri piatti musicali, ma essendo io una persona molto timida, pudica e mancante di coraggio in molte cose riguardanti le relazioni esterne, non ho forza per farlo.
Come avete visto questo blog è prevalentemente a vocazione italiana, questo perché, oltre ad essere profondamente convinta dell'importanza di un blog dedicato all'"altra" musica italiana, ossia a quella che i media ufficiali ignorano o trattano con superficialità da promozione immediata, è più facile reperire materiale o anche solo le persone da poter intervistare.
Avrete notato, infatti, che a me non piace raccontarmi solo per quello che sono, amo anche che, tramite me, artisti che giudico grandi si raccontino.
Sono già riuscita a fare molto, ma spero di migliorare ancora nel prossimo futuro.
Spero di poter riparlare di musica tradizionale del Sud Italia, della quale, avrete notato, è diverso tempo che non ci occupiamo. Va da sé, chi mi conosce bene lo sa ma è meglio dirlo, che ciò dipende da fattori estranei alla mia volontà.
Voglio concludere con due desideri che mi porto dietro da una vita: spero di potervi regalare un'intervista con Marco Poeta, grandissimo suonatore di chitarra portoghese, nonché concludere, una volta per tutte, quella con gli Zoè.
Va detto, a completa giustificazione dei citati, che il più grande scoglio per la realizzazione di questi due miei progetti è la mia proverbiale timidezza (non esagero, nonostante che io abbia questo blog, sono una vera timida!).
Sinceramente, così concludo, l'idea di farmi un blog è nata dopo i numerosi incitamenti rivoltimi dalle persone a cui, non so perché, facevo leggere alcuni miei scritti che poi ci sono confluiti tra i primi post. Io, da diverso tempo, scrivevo così, giusto per fissare quello che vivevo. Non mi interessava farci niente, era uno sfogo.
Sono comunque felice di questa avventura, non vi preoccupate che si continua!
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sabato 23 gennaio 2010
Il canto politico: da canto antisistema a canto di sistema (corretto)
Carissimi lettori, oggi abbiamo voglia, io ed un mio inseparabile amico, di condivedere con voi certe nostre personali riflessioni sul canto politico, una delle tante passioni che ci accomuna. L'articolo ripercorrerà la storia del canto di lotta, distinguendo almeno due sottocategorie principali, di cui si illustreranno le maggiori caratteristiche sia a livello testuale che musicale.
Il periodo d'oro della canzone di lotta, secondo noi ma non solo, è quello che va dall'ascesa del mondo operaio alla ribalta, verso la fine dell'Ottocento, alla stagione degli anni di piombo. Da qui, direi di entrare subito nel vivo, si possono subito presentare i due tronconi di cui parleremo.
Il primo troncone io lo definirei "politico-riflessivo" o, se si vuole, "politico-poetico". I brani migliori di questo repertorio, molto copioso specialmente in America Latina e da noi praticato da alcuni grandi intellettuali come Pietro Gori o cantautori come Fausto Amodei, sono: "Addio Lugano", "Per i morti di Reggio Emilia", "América novia mía", ripresa dal repertorio degli Inti-Illimani. Questo filone è caratterizzato da un diluimento del messaggio politico, che viene apparentemente stemperato dalla presenza di poesia o anche solo dalle circostanze di composizione. "Addio a Lugano", giusto per fare un esempio, è un canto di addio ad una terra che ha accolto il grido libertario degli anarchici, ed è politico solo per la rabbia di chi deve fuggire, ma non contiene riferimenti a situazioni concrete di effettiva lotta. Questo sottogruppo, musicalmente, si può caratterizzare per una ricerca di ricchezza sia melodica che armonica, testimoniata, ad esempio, dal difficilissimo giro d'accordi della citata "Per i morti di Reggio Emilia".
A fare da contraltare a questo repertorio, c'è quello che nel linguaggio della "Nueva canción chilena", viene chiamato di "Canciones contingentes", nate spesso verso la fine degli anni '60, con molta minor raffinatezza e con riferimenti concreti a circostanze storiche di lotta. Tra le italiane, per questo filone, che chiameremo "Politico-concreto" o "Politico-contingenziale", possiamo ricordare molto repertorio popolare di ogni provenienza, e alcune ballate di cantautori come "Il vestito di Rossini" di Paolo Pietrangeli o "Borghesia" di Claudio Lolli. Questi brani, musicalmente, sono spesso caratterizzati da una maggiore povertà armonica e melodica, proprio perché sono canzoni da e "in piazza". Molto spesso quest'ultimo repertorio prevede anche l'esecuzione collettiva monodica o polivocale.
Oggi il canto politico, essendo appannaggio quasi esclusivo di intellettuali, viene trattato con molta superficialità o, peggio, viene digerito talmente dal "sistema" che vuole teoricamente abolire, che ne fa il gioco. Non è che non esistano i canti da piazza, ma sono eseguiti in contesti che non prevedono la fruizione concreta dei brani da parte di persone estranee ai collettivi compositori. Una delle conseguenze di ciò è stata la sparizione della distinzione fatta sopra. Si veda, ad esempio, l'ultimo capolavoro degli Zoè. Nel cd in questione, "Maledetti guai", troviamo i due brani di apertura che dovrebbero essere catalogati, per la durezza di alcune loro giuste affermazioni, nel filone "contingenziale". Gli stessi brani, però, spesso e volentieri, si perdono dietro ad incantevoli ma inutili ghirigori ed arzigogoli poetici. E' questo il caso del pezzettino di "Maledetti guai" che dice: "Ieri ho fatto un brutto sogno,
brutto sogno, brutte storie
per gli ospedali, l'informazione, pei precari e per le scuole". Un altro esempio, tratto dal brano "A mammata", potrebbe essere:
"E lui ci insegna tante cose,
a dire false verità.
Presta falso il giuramento,
la parola non mantiene mai.
Non mantiene la parola
data nelle trattative
e siccome è un gran stratega
non finisce sotto accusa".
Se si ripercorre la storia dei due filoni sopra descritti, si vede chiaramente che essi hanno avuto una evoluzione opposta e speculare, quindi metterli insieme è una forzatura intellettuale e, almeno secondo me, unire ciò che la storia ha fatto nascere separato è un affronto alla storia stessa.
Gli Zoè, invece, sono maestri nel canto "politico-poetico". Da antologia, sempre tratta da "Maledetti guai", è "Liknon", che, sotto la veste di un brano intimo, è uno dei canti più riusciti di "ponte" tra l'antica e dimenticata emigrazione italiana, e l'attuale flusso migratorio dall'estero. Qui, aiutata anche dalla melodia eterea che lei stessa ha composto, Cinzia emette un grido antirazzista, perché cosiccome noi siamo stati delle anime perse ed abbiamo esportato "miniere di solitudini", ora le riceviamo.
Per il Salento, l'ho già detto in varie occasioni ma qui cade a fagiolo, esempio insuperabile di canti politici "contingenziali" sono i soliti Aramirè di "Mazzate pesanti", che d'altronde non hanno un centesimo della poesia di Cinzia.
Un altra visuale possibile del cozzo tra contingenza e poesia, può essere quella rappresentata da coloro che vogliono musicare in maniera raffinata brani che definirebbero "contingenti" o da piazza. Gli esempi più sonanti sono quelli de "I treni per Reggio Calabria" e il "Lamento per la morte di Pier Paolo Pasolini" scritti da Giovanna Marini. Forse è bene ricordare che il canto politico non nasce come "pezzo da museo" che, può divenire oggetto di reinterpretazione magari quest'ultima assai discutibilmente azzeccata e fine a se stessa. Il canto politico nasce dal cuore e solamente col cuore si produce. Esso non può essere strumentalizzato, per nessun fine. Così come non può essere venduto o accademicizzato per un pubblico di élite. Non si può, tra l'altro, andare in un canale nazionale come Rai Radiotre, e, dopo aver citato un intervallo di note particolare, rifiutarsi di spiegarlo perché tanto chi ascolta non avrebbe capito niente.
Oggi, in conclusione, si è arrivati al paradosso, che si è molto più politici quando non si fa politica.
Il periodo d'oro della canzone di lotta, secondo noi ma non solo, è quello che va dall'ascesa del mondo operaio alla ribalta, verso la fine dell'Ottocento, alla stagione degli anni di piombo. Da qui, direi di entrare subito nel vivo, si possono subito presentare i due tronconi di cui parleremo.
Il primo troncone io lo definirei "politico-riflessivo" o, se si vuole, "politico-poetico". I brani migliori di questo repertorio, molto copioso specialmente in America Latina e da noi praticato da alcuni grandi intellettuali come Pietro Gori o cantautori come Fausto Amodei, sono: "Addio Lugano", "Per i morti di Reggio Emilia", "América novia mía", ripresa dal repertorio degli Inti-Illimani. Questo filone è caratterizzato da un diluimento del messaggio politico, che viene apparentemente stemperato dalla presenza di poesia o anche solo dalle circostanze di composizione. "Addio a Lugano", giusto per fare un esempio, è un canto di addio ad una terra che ha accolto il grido libertario degli anarchici, ed è politico solo per la rabbia di chi deve fuggire, ma non contiene riferimenti a situazioni concrete di effettiva lotta. Questo sottogruppo, musicalmente, si può caratterizzare per una ricerca di ricchezza sia melodica che armonica, testimoniata, ad esempio, dal difficilissimo giro d'accordi della citata "Per i morti di Reggio Emilia".
A fare da contraltare a questo repertorio, c'è quello che nel linguaggio della "Nueva canción chilena", viene chiamato di "Canciones contingentes", nate spesso verso la fine degli anni '60, con molta minor raffinatezza e con riferimenti concreti a circostanze storiche di lotta. Tra le italiane, per questo filone, che chiameremo "Politico-concreto" o "Politico-contingenziale", possiamo ricordare molto repertorio popolare di ogni provenienza, e alcune ballate di cantautori come "Il vestito di Rossini" di Paolo Pietrangeli o "Borghesia" di Claudio Lolli. Questi brani, musicalmente, sono spesso caratterizzati da una maggiore povertà armonica e melodica, proprio perché sono canzoni da e "in piazza". Molto spesso quest'ultimo repertorio prevede anche l'esecuzione collettiva monodica o polivocale.
Oggi il canto politico, essendo appannaggio quasi esclusivo di intellettuali, viene trattato con molta superficialità o, peggio, viene digerito talmente dal "sistema" che vuole teoricamente abolire, che ne fa il gioco. Non è che non esistano i canti da piazza, ma sono eseguiti in contesti che non prevedono la fruizione concreta dei brani da parte di persone estranee ai collettivi compositori. Una delle conseguenze di ciò è stata la sparizione della distinzione fatta sopra. Si veda, ad esempio, l'ultimo capolavoro degli Zoè. Nel cd in questione, "Maledetti guai", troviamo i due brani di apertura che dovrebbero essere catalogati, per la durezza di alcune loro giuste affermazioni, nel filone "contingenziale". Gli stessi brani, però, spesso e volentieri, si perdono dietro ad incantevoli ma inutili ghirigori ed arzigogoli poetici. E' questo il caso del pezzettino di "Maledetti guai" che dice: "Ieri ho fatto un brutto sogno,
brutto sogno, brutte storie
per gli ospedali, l'informazione, pei precari e per le scuole". Un altro esempio, tratto dal brano "A mammata", potrebbe essere:
"E lui ci insegna tante cose,
a dire false verità.
Presta falso il giuramento,
la parola non mantiene mai.
Non mantiene la parola
data nelle trattative
e siccome è un gran stratega
non finisce sotto accusa".
Se si ripercorre la storia dei due filoni sopra descritti, si vede chiaramente che essi hanno avuto una evoluzione opposta e speculare, quindi metterli insieme è una forzatura intellettuale e, almeno secondo me, unire ciò che la storia ha fatto nascere separato è un affronto alla storia stessa.
Gli Zoè, invece, sono maestri nel canto "politico-poetico". Da antologia, sempre tratta da "Maledetti guai", è "Liknon", che, sotto la veste di un brano intimo, è uno dei canti più riusciti di "ponte" tra l'antica e dimenticata emigrazione italiana, e l'attuale flusso migratorio dall'estero. Qui, aiutata anche dalla melodia eterea che lei stessa ha composto, Cinzia emette un grido antirazzista, perché cosiccome noi siamo stati delle anime perse ed abbiamo esportato "miniere di solitudini", ora le riceviamo.
Per il Salento, l'ho già detto in varie occasioni ma qui cade a fagiolo, esempio insuperabile di canti politici "contingenziali" sono i soliti Aramirè di "Mazzate pesanti", che d'altronde non hanno un centesimo della poesia di Cinzia.
Un altra visuale possibile del cozzo tra contingenza e poesia, può essere quella rappresentata da coloro che vogliono musicare in maniera raffinata brani che definirebbero "contingenti" o da piazza. Gli esempi più sonanti sono quelli de "I treni per Reggio Calabria" e il "Lamento per la morte di Pier Paolo Pasolini" scritti da Giovanna Marini. Forse è bene ricordare che il canto politico non nasce come "pezzo da museo" che, può divenire oggetto di reinterpretazione magari quest'ultima assai discutibilmente azzeccata e fine a se stessa. Il canto politico nasce dal cuore e solamente col cuore si produce. Esso non può essere strumentalizzato, per nessun fine. Così come non può essere venduto o accademicizzato per un pubblico di élite. Non si può, tra l'altro, andare in un canale nazionale come Rai Radiotre, e, dopo aver citato un intervallo di note particolare, rifiutarsi di spiegarlo perché tanto chi ascolta non avrebbe capito niente.
Oggi, in conclusione, si è arrivati al paradosso, che si è molto più politici quando non si fa politica.
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venerdì 4 dicembre 2009
Il mio Natale.
vCarissimi lettori, siamo arrivati nel mese del Natale, e già nelle radio iniziano a furoreggiare quei pezzi insopportabili che secondo alcuni caratterizzano "a quadra natalícia", per dirla con i portoghesi.
Io, ormai da diversi anni, da quando non ascolto musica leggera se non per la musica d'autore, che comunque mi piace di spessore, preparo, verso questo periodo, liste mentali che, però, in questa occasione voglio condividere con voi, per farvi passare un Natale che, oltre ad essere buono, può diventare "etno-cantautorale".
Le cose da consigliarvi o ricordarvi sono molte, partiamo da quelle più facili e comuni.
Notevolissima è "Natale" di Francesco de Gregori, il quale, sempre sullo stesso tema ha inciso il brano "Natale di seconda mano". Purtroppo la mia memoria non mi permette di darvi il titolo dell'lp che conteneva la prima, ma la seconda si trova in "Amore nel pomeriggio", ultimo albbum veramente bello del cantautore romano, risalente al 2000.
Rarissima, bellissima e sconosciuta, è "Buon Natale", scritta da Renato Zero, e contenuta nel cd "Tregua", pubblicato in doppio vinile nel 1980.
Dando uno sguardo alle discografie straniere, particolarmente alla musica portoghese, è sicuramente da segnalare "O natal dos simples", classico della musica lusitana, scritto ed interpretato dal professore, cantautore e ricercatore popolare José Afonso.
In Spagna, lo faccio più per questioni di cuore che per altro, mi va di ricordare José Luis Perales, con la sua semplice ma tenerissima canzone "Navidad".
Sicuramente di un altro spessore, sempre in lingua spagnola ma proveniente dall'America Latina e più precisamente da Cuba, è questa "Canción de Navidad", scritta e cantata dal cantautore, ottimo chitarrista e pianista, Silvio Rodríguez, registrata nell'album "Rodríguez".
In francese, siamo già su un campo più metaforico, ricordiamo "Le père noël et la petite fille", dove, molto poeticamente e dolcemente, si parla di uno stupro (con le atmosfere che Gino Paoli ha usato nella bellissima "Il pettirosso" per parlare di pedofilia, non compreso dalla Mussolini).
Se andiamo sulla tradizione italiana d'origine agropastorale, c'è solo l'imbarazzo della scelta.
Meravigliosa è, ad esempio, una "Strina" leccese cantata dagli Ucci per Brizio Montinaro, che l'ha pubblicata in uno dei suoi volumi di "Musiche e canti popolari del Salento", pubblicati originariamente per l'etichetta Albatros, ristampati poi dagli Aramirè, che hanno pubblicato, oltre ai primi due, il terzo, che era completamente inedito. Tra le versioni di "riproposta" da me conosciute, è da ricordare quella dei Ghetonia, in "Grecìa salentina", e quella degli Arakne mediterranea, con testo alternativo rispetto a quello degli Ucci, cantata prevalentemente in lingua grika ("Gramma", 2006).
Bellissima è anche un'altra strina, questa volta calabrese, riportata alla luce da Danilo Montenegro nel cd "Amari è peniari".
Per quanto riguarda la Sicilia, è notevole una tarantella natalizia riportata alla luce da Mimmo Mollica, il cui titolo a me manca da sempre, contenuta in "Vinni cu vinni".
Tra le monografie natalizie, ne voglio segnalare due: l'lp "Gesù, Giuseppe e Maria" di Otello Profazio, risalente al 1973 in edizione Fonit Cetra ed ora ripubblicato dalla Elca sound, e "Concerto di Natale", inciso dalla grandissima Rosa Balistreri con i Dioscuri, ottimo ensemble etnico siciliano.
Anche i poeti più colti, Salvatore di Giacomo in primis, grande poeta dialettale ed erudito napoletano tra Otto e Novecento, non hanno resistito alla tentazione di affrontare questi temi. E' sua una bellissima "novena", intitolata "'A nuvena", dove si narra di uno zampognaro di fuori Napoli che, nel bel mezzo di una "suonata", riceve una lettera da sua moglie che aveva lasciato quasi vicina al parto. Da ascoltare sono le versioni di Sergio Bruni (in "Omaggio a Di Giacomo") ed Egisto Sarnelli.
Per finire questo percorso vi consiglio una delle canzoni che hanno cullato la mia infanzia. E' un "villancico", canto natalizio spagnolo, scritto da Gloria Fuertes, poetessa contemporanea, e musicato da Paco Ibáñez, colui che da ormai cinquant'anni si occupa di far fare un percorso nella letteratura spagnola ed hispanoamericana, tramite la messa in musica dei suoi migliori scrittori. Il brano in questione si trova sia in "Paco Ibáñez 3" (da studio), che su "Paco Ibáñez en el Olympia" (dal vivo). Per trovare i dischi di questo cantante, purtroppo, chi non voglia rischiare la vita tramite Internet, dovrà rivolgersi a qualcuno in Francia.
Questo articolo è stato solo un pretesto per augurare a tutti un buon Natale ed un felice anno nuovo, nei quali io vi continuerò a tenere compagnia con i miei scritti. Se ascolterete anche solo uno dei brani che cito, farete anche voi un po' parte della mia vita.
Io, ormai da diversi anni, da quando non ascolto musica leggera se non per la musica d'autore, che comunque mi piace di spessore, preparo, verso questo periodo, liste mentali che, però, in questa occasione voglio condividere con voi, per farvi passare un Natale che, oltre ad essere buono, può diventare "etno-cantautorale".
Le cose da consigliarvi o ricordarvi sono molte, partiamo da quelle più facili e comuni.
Notevolissima è "Natale" di Francesco de Gregori, il quale, sempre sullo stesso tema ha inciso il brano "Natale di seconda mano". Purtroppo la mia memoria non mi permette di darvi il titolo dell'lp che conteneva la prima, ma la seconda si trova in "Amore nel pomeriggio", ultimo albbum veramente bello del cantautore romano, risalente al 2000.
Rarissima, bellissima e sconosciuta, è "Buon Natale", scritta da Renato Zero, e contenuta nel cd "Tregua", pubblicato in doppio vinile nel 1980.
Dando uno sguardo alle discografie straniere, particolarmente alla musica portoghese, è sicuramente da segnalare "O natal dos simples", classico della musica lusitana, scritto ed interpretato dal professore, cantautore e ricercatore popolare José Afonso.
In Spagna, lo faccio più per questioni di cuore che per altro, mi va di ricordare José Luis Perales, con la sua semplice ma tenerissima canzone "Navidad".
Sicuramente di un altro spessore, sempre in lingua spagnola ma proveniente dall'America Latina e più precisamente da Cuba, è questa "Canción de Navidad", scritta e cantata dal cantautore, ottimo chitarrista e pianista, Silvio Rodríguez, registrata nell'album "Rodríguez".
In francese, siamo già su un campo più metaforico, ricordiamo "Le père noël et la petite fille", dove, molto poeticamente e dolcemente, si parla di uno stupro (con le atmosfere che Gino Paoli ha usato nella bellissima "Il pettirosso" per parlare di pedofilia, non compreso dalla Mussolini).
Se andiamo sulla tradizione italiana d'origine agropastorale, c'è solo l'imbarazzo della scelta.
Meravigliosa è, ad esempio, una "Strina" leccese cantata dagli Ucci per Brizio Montinaro, che l'ha pubblicata in uno dei suoi volumi di "Musiche e canti popolari del Salento", pubblicati originariamente per l'etichetta Albatros, ristampati poi dagli Aramirè, che hanno pubblicato, oltre ai primi due, il terzo, che era completamente inedito. Tra le versioni di "riproposta" da me conosciute, è da ricordare quella dei Ghetonia, in "Grecìa salentina", e quella degli Arakne mediterranea, con testo alternativo rispetto a quello degli Ucci, cantata prevalentemente in lingua grika ("Gramma", 2006).
Bellissima è anche un'altra strina, questa volta calabrese, riportata alla luce da Danilo Montenegro nel cd "Amari è peniari".
Per quanto riguarda la Sicilia, è notevole una tarantella natalizia riportata alla luce da Mimmo Mollica, il cui titolo a me manca da sempre, contenuta in "Vinni cu vinni".
Tra le monografie natalizie, ne voglio segnalare due: l'lp "Gesù, Giuseppe e Maria" di Otello Profazio, risalente al 1973 in edizione Fonit Cetra ed ora ripubblicato dalla Elca sound, e "Concerto di Natale", inciso dalla grandissima Rosa Balistreri con i Dioscuri, ottimo ensemble etnico siciliano.
Anche i poeti più colti, Salvatore di Giacomo in primis, grande poeta dialettale ed erudito napoletano tra Otto e Novecento, non hanno resistito alla tentazione di affrontare questi temi. E' sua una bellissima "novena", intitolata "'A nuvena", dove si narra di uno zampognaro di fuori Napoli che, nel bel mezzo di una "suonata", riceve una lettera da sua moglie che aveva lasciato quasi vicina al parto. Da ascoltare sono le versioni di Sergio Bruni (in "Omaggio a Di Giacomo") ed Egisto Sarnelli.
Per finire questo percorso vi consiglio una delle canzoni che hanno cullato la mia infanzia. E' un "villancico", canto natalizio spagnolo, scritto da Gloria Fuertes, poetessa contemporanea, e musicato da Paco Ibáñez, colui che da ormai cinquant'anni si occupa di far fare un percorso nella letteratura spagnola ed hispanoamericana, tramite la messa in musica dei suoi migliori scrittori. Il brano in questione si trova sia in "Paco Ibáñez 3" (da studio), che su "Paco Ibáñez en el Olympia" (dal vivo). Per trovare i dischi di questo cantante, purtroppo, chi non voglia rischiare la vita tramite Internet, dovrà rivolgersi a qualcuno in Francia.
Questo articolo è stato solo un pretesto per augurare a tutti un buon Natale ed un felice anno nuovo, nei quali io vi continuerò a tenere compagnia con i miei scritti. Se ascolterete anche solo uno dei brani che cito, farete anche voi un po' parte della mia vita.
giovedì 5 novembre 2009
Cos'è "tradizione"
Carissimi lettori, voglio scrivere dopo tanto forse troppo tempo. L'argomento è un po' duro, un po' complicato ed è stato già affrontato in questa sede, ma, dopo uno dei commenti apparso su http://www.pizzicata.it/ al cd "Alla banca", disco prodotto dall'Associazione Cesta dedicato alla musica tradizionale brindisina, nello specifico di San Vito dei Normanni, mi va di ripetere e precisare la mia posizione.
Nel commento in questione, signori miei, con molta caparbietà, si dice che i brani tradizionali sono quelli antichi e, ogni forma di nuova composizione, anche se magari rispettosa delle prassi esecutive e del contesto tradizionale, si deve considerare musica "tradizionale moderna" (parole testuali!).
Io, forse perché storicamente e irrimediabilmente contaminata da generi di musica molto meno tradizionali e forse per questo più "sereni" nella loro evoluzione, non la penso assolutamente così.
Io, piuttosto, il problema lo porrei da un punto di vista freddamente musicale e tecnico, anche perché non piango sul fatto che i contadini in molti casi abbiano smesso di spezzarsi la schiena nei campi, e la musica popolare salentina è diventata, da ormai quarantasette anni, nondimentichiamocelo, musica con cui si fa spettacolo. (D'altronde anche i nostri maestri, specialmente Luigi Stifani, quando andava a suonare in Rai per Diego Carpitella non stava facendo spettacolo, dato che suonava in un contesto che non era quello tradizionale d'esecuzione delle sue "pizziche tarantate"?).
Io direi che tutto ciò che rispetta le prassi armoniche e ritmiche di una determinata tradizione, può essere chiamato musica tradizionale, o può anche solo aspirare a diventarlo. Io poi sono la prima a fare una netta distinzione tra musica "tradizionale", quella suonata in acustico e senza fini "spettacolari", e quella "popolare", suonata con strumenti acustici, amplificati, anche per fini diversi dal puro piacere di suonare.
Il cd di Fernando Giannini, grande ricercatore e musicista di San Vito che vive e lavora nella nostra città, (Perugia), per la distinzione di cui sopra è assolutamente musica "tradizionale", perché è suonato in acustico, in rigorosa presa diretta ed i brani, addirittura, sono quasi completamente (o completamente) improvvisati nella loro maggior parte.
Poi, siccome Giannini ha voluto rappresentare una tradizione viva, le cui prassi armoniche sono vissute come proprie dalla comunità di suonatori, certamente molto ristretta e specifica, sono nati con naturalezza i brani d'autore che, spesso e volentieri, non sono che varianti di un unico grande troncone tradizionale (si vedano le pizziche che, invariabilmente, contengono pezzettini riconoscibilissimi della bellissima e purtroppo da troppi maltrattata "Pizzica originaria" che, forse simbolicamente, chiude il cd).
Per quanto riguarda poi specifiche mie opinioni, dico di più: laddove il "cantore" che ci ha "portato" il brano è identificato, noi suonatori, invece di essere disonesti e ladroni, dovremmo dire da chi si è imparato, non annullando persone con una loro vita e creatività in questo grandissimo fiume neutro e neutrale della tradizione. Ad esempio, l'ho già scritto ma qui cade a fagiolo, quando io presentavo la "Pizzica tarantata", nei miei concerti dicevo sempre che era stata resa celebre da Luigi Stifani. Quindi si vede che io non santifico la tradizione, ma tantomeno la voglio morta, e ancor meno voglio che si facciano distinzioni puramente teoriche e non basate su caratteristiche concrete dei brani tra "Musica tradizionale moderna" e "musica tradizionale antica". Infatti ciò che per noi è "tradizionale" ed "antico" è stato "moderno" per una generazione precedente, che a sua volta lo aveva creato da un troncone che percepiva come radice, magari senza accorgersene (fortunatamente).
Limitandomi ad esempi leccesi, voglio ora far capire concretamente ciò che intendo, citando dei titoli di "Canzoni tradizionali moderne", insieme a titoli di "canzoni tradizionali antiche" scritte modernamente.
Infatti, e questa è veramente l'ultima considerazione prima dell'elenchino, alcuni dei generi a cui ho accennato prima, ad esempio, ,pur non avendo "tradizione" intesa all'italiana, definiscono "tradizionale" certo loro repertorio (penso soprattutto al Fado portoghese), e comunque trovano naturale comporre brani nuovi su matrici tradizionali, e non per questo smettono di considerarsi, o meglio i loro cultori smettono di considerarli, "tradizionali" (penso a molta musica sudamericana, africana, spagnola, francese eccetera).
Eccoci alle citazioni:
- "A mammata" (testo e musica di Cinzia Marzo, tratta da "Maledetti guai"). Questo è un brano di "musica tradizionale moderna", anzi addirittura per questa canzone dovremmo inventare un'altra ulteriore categoria che potrebbe essere "musica d'autore tradizionale", perché non si rispettano per tre quarti del brano le prassi armoniche di nessuna variante di pizzica presistente, se eccettuiamo "Sale", altro brano dell'"Officina" che metteva su un giro armonico moderno testi tradizionali, cosa che trovo molto più ingiusta piuttosto che comporre brani nuovi nel solco della tradizione e chiamarli musica tradizionale, e si canta in un italiano "standard", voglio dire senza la minima sbavatura a livello di costruzione di frase, dando così spazio ad un'altra forma di "innaturalezza" o quantomeno di uscita dalla tradizione che si è sempre espressa in dialetto, in un dialetto che poi, ed è meglio riconoscerlo, si sta dimostrando da ormai diversi anni in grado di vincere le sfide della modernità, si vedano i Sud Soud System (che a me non piacciono).
- "Mazzate pesanti" (Testo e musica di Roberto Raheli, tratta dal cd "Mazzate pesanti"). Esempio di "Musica tradizionale antica" perché, pur essendo completamente d'autore, rispetta le prassi esecutive, compositive e linguistiche della tradizione.
- "Ijentu" (Testo e musica di Cinzia Marzo, tratta da "Sangue vivo"). Esempio di "musica tradizionale antica" perché è composta su una variante di pizzica molto precisa, che è la pizzica con cui spesso si tira di scherma, oltretutto con un testo ed una maniera di cantare che richiamano una musica salentina storica che, spesso in silenzio, sta morendo e tutti stanno contribuendo a far morire, per far nascere a tavolino qualche cosa di "altro", con cui noi, ormai senza creatività, vogliamo derubare della propria chi l'aveva.
Spero di avervi fatto capire ciò che mi stava a cuore dirvi, comunque spero che si smetta di deplorare od essere contrari spesso stupidamente a dinamiche che sono inevitabili e non sono nemmeno del tutto negative o assenti da questa tanto falsamente amata "tradizione", ed auspico che laddove una tradizione è davvero "viva" non se ne voglia fare un oggetto da museo.
Nel commento in questione, signori miei, con molta caparbietà, si dice che i brani tradizionali sono quelli antichi e, ogni forma di nuova composizione, anche se magari rispettosa delle prassi esecutive e del contesto tradizionale, si deve considerare musica "tradizionale moderna" (parole testuali!).
Io, forse perché storicamente e irrimediabilmente contaminata da generi di musica molto meno tradizionali e forse per questo più "sereni" nella loro evoluzione, non la penso assolutamente così.
Io, piuttosto, il problema lo porrei da un punto di vista freddamente musicale e tecnico, anche perché non piango sul fatto che i contadini in molti casi abbiano smesso di spezzarsi la schiena nei campi, e la musica popolare salentina è diventata, da ormai quarantasette anni, nondimentichiamocelo, musica con cui si fa spettacolo. (D'altronde anche i nostri maestri, specialmente Luigi Stifani, quando andava a suonare in Rai per Diego Carpitella non stava facendo spettacolo, dato che suonava in un contesto che non era quello tradizionale d'esecuzione delle sue "pizziche tarantate"?).
Io direi che tutto ciò che rispetta le prassi armoniche e ritmiche di una determinata tradizione, può essere chiamato musica tradizionale, o può anche solo aspirare a diventarlo. Io poi sono la prima a fare una netta distinzione tra musica "tradizionale", quella suonata in acustico e senza fini "spettacolari", e quella "popolare", suonata con strumenti acustici, amplificati, anche per fini diversi dal puro piacere di suonare.
Il cd di Fernando Giannini, grande ricercatore e musicista di San Vito che vive e lavora nella nostra città, (Perugia), per la distinzione di cui sopra è assolutamente musica "tradizionale", perché è suonato in acustico, in rigorosa presa diretta ed i brani, addirittura, sono quasi completamente (o completamente) improvvisati nella loro maggior parte.
Poi, siccome Giannini ha voluto rappresentare una tradizione viva, le cui prassi armoniche sono vissute come proprie dalla comunità di suonatori, certamente molto ristretta e specifica, sono nati con naturalezza i brani d'autore che, spesso e volentieri, non sono che varianti di un unico grande troncone tradizionale (si vedano le pizziche che, invariabilmente, contengono pezzettini riconoscibilissimi della bellissima e purtroppo da troppi maltrattata "Pizzica originaria" che, forse simbolicamente, chiude il cd).
Per quanto riguarda poi specifiche mie opinioni, dico di più: laddove il "cantore" che ci ha "portato" il brano è identificato, noi suonatori, invece di essere disonesti e ladroni, dovremmo dire da chi si è imparato, non annullando persone con una loro vita e creatività in questo grandissimo fiume neutro e neutrale della tradizione. Ad esempio, l'ho già scritto ma qui cade a fagiolo, quando io presentavo la "Pizzica tarantata", nei miei concerti dicevo sempre che era stata resa celebre da Luigi Stifani. Quindi si vede che io non santifico la tradizione, ma tantomeno la voglio morta, e ancor meno voglio che si facciano distinzioni puramente teoriche e non basate su caratteristiche concrete dei brani tra "Musica tradizionale moderna" e "musica tradizionale antica". Infatti ciò che per noi è "tradizionale" ed "antico" è stato "moderno" per una generazione precedente, che a sua volta lo aveva creato da un troncone che percepiva come radice, magari senza accorgersene (fortunatamente).
Limitandomi ad esempi leccesi, voglio ora far capire concretamente ciò che intendo, citando dei titoli di "Canzoni tradizionali moderne", insieme a titoli di "canzoni tradizionali antiche" scritte modernamente.
Infatti, e questa è veramente l'ultima considerazione prima dell'elenchino, alcuni dei generi a cui ho accennato prima, ad esempio, ,pur non avendo "tradizione" intesa all'italiana, definiscono "tradizionale" certo loro repertorio (penso soprattutto al Fado portoghese), e comunque trovano naturale comporre brani nuovi su matrici tradizionali, e non per questo smettono di considerarsi, o meglio i loro cultori smettono di considerarli, "tradizionali" (penso a molta musica sudamericana, africana, spagnola, francese eccetera).
Eccoci alle citazioni:
- "A mammata" (testo e musica di Cinzia Marzo, tratta da "Maledetti guai"). Questo è un brano di "musica tradizionale moderna", anzi addirittura per questa canzone dovremmo inventare un'altra ulteriore categoria che potrebbe essere "musica d'autore tradizionale", perché non si rispettano per tre quarti del brano le prassi armoniche di nessuna variante di pizzica presistente, se eccettuiamo "Sale", altro brano dell'"Officina" che metteva su un giro armonico moderno testi tradizionali, cosa che trovo molto più ingiusta piuttosto che comporre brani nuovi nel solco della tradizione e chiamarli musica tradizionale, e si canta in un italiano "standard", voglio dire senza la minima sbavatura a livello di costruzione di frase, dando così spazio ad un'altra forma di "innaturalezza" o quantomeno di uscita dalla tradizione che si è sempre espressa in dialetto, in un dialetto che poi, ed è meglio riconoscerlo, si sta dimostrando da ormai diversi anni in grado di vincere le sfide della modernità, si vedano i Sud Soud System (che a me non piacciono).
- "Mazzate pesanti" (Testo e musica di Roberto Raheli, tratta dal cd "Mazzate pesanti"). Esempio di "Musica tradizionale antica" perché, pur essendo completamente d'autore, rispetta le prassi esecutive, compositive e linguistiche della tradizione.
- "Ijentu" (Testo e musica di Cinzia Marzo, tratta da "Sangue vivo"). Esempio di "musica tradizionale antica" perché è composta su una variante di pizzica molto precisa, che è la pizzica con cui spesso si tira di scherma, oltretutto con un testo ed una maniera di cantare che richiamano una musica salentina storica che, spesso in silenzio, sta morendo e tutti stanno contribuendo a far morire, per far nascere a tavolino qualche cosa di "altro", con cui noi, ormai senza creatività, vogliamo derubare della propria chi l'aveva.
Spero di avervi fatto capire ciò che mi stava a cuore dirvi, comunque spero che si smetta di deplorare od essere contrari spesso stupidamente a dinamiche che sono inevitabili e non sono nemmeno del tutto negative o assenti da questa tanto falsamente amata "tradizione", ed auspico che laddove una tradizione è davvero "viva" non se ne voglia fare un oggetto da museo.
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venerdì 11 settembre 2009
La "codina" di "Ecchite maje"
Carissimi lettori, questa sera mi va di riflettere, ci ho pensato un po' tardi, più approfonditamente sul rapporto che si deve avere con le "fonti", nel momento in cui si decide di fare musica popolare.
Partirò dalla "codina" della "Pastorale per Gaspare e Rodolfo", brano che chiude l'appena recensito "Ecchite maje" dei "Musicanti del piccolo borgo".
Il cd, che come ho detto è un lavoro estremamente onesto, per confermare questa sua vocazione, si chiude con dei frammenti dei brani tradizionali che il gruppo ha rielaborato per questa occasione. Così si fa!
E' ovvio, naturalmente, che questo non basta per farmi definire un disco "onesto", e forse non è neanche un criterio basilare, ma voglio ritenerlo importante e voglio comunque portare questa "traccia nascosta" come esempio di un buon lavoro.
Una cosa simile era avvenuta nel cd del progetto "Ausuléa", dedicato ai canti erotici della provincia beneventana, che si apriva e si chiudeva con due estratti dei brani di apertura e chiusura cantati dagli informatori che li hanno dati ai ricercatori che poi li hanno rielaborati. Lì, però, dopo aver ringraziato tutti i cantori tradizionali per il loro aiuto, questo patrimonio viene troppo rielaborato: non tanto dal punto di vista armonico, cosa che magari sarebbe interessante, vedasi i "Musicanti del piccolo borgo", ma dal punto di vista strumentale, o meglio della maniera in cui gli strumenti vengono suonati. Si ha quasi paura, in quasi tutti i brani del cd in questione, di far suonare i tamburi in maniere che io, profana per quanto riguarda il folk campano, possa ricondurre alla tradizione.
Sinceramente, e scrive una pianista che quindi come tale non è contraria alle contaminazioni, mi pare che si usi la gratitudine agli anziani e alle "fonti" solo per pulirsi la coscienza.
Il "ripropositore", invece, se fa repertorio tradizionale, sarebbe tendenzialmente portato ad un effettivo rispetto, se non dei canoni stilistici in questione, quanto meno di una certa maniera di toccare gli strumenti. E' vero che i contadini di solito non li usavano, ma noi non siamo nessuno: loro la loro musica se l'erano inventata, noi, invece di crearcene una nostra, scimmiottiamo quella di un paese più forte di noi (gli Stati Uniti ovviamente!).
Quindi, questa considerazione ci dovrebbe far perdere un po' di tracotanza, facendoci invece scoprire il gusto di una semplicità spessissimo snobbata.
Oltretutto, e vi faccio un esempio "officiniano", si può reinventare completamente un brano tradizionale, mantenendo fedelmente la melodia, anche solo facendo venire a contatto questa struttura melodica "di base" con altre tradizioni, come gli Zoè hanno magistralmente fatto in "Ferma ferma" ("Crita", 2004).
Il bello della musica di tradizione, che io chiamo popolare perché il pop lo chiamo "musica leggera" (e non c'è alcun disprezzo anche se non lo amo), è proprio la sua diversità, questa voglia di cambiare, questa possibilità improvvisativa, che la musica leggera, magari più complicata, ha tolto al musicista. Questa diversità di caratteristiche, oltre al fatto che in fondo la musica "commerciale" nasca a tavolino con intenti di "rottura" col passato, rende incompatibili i due mondi da tutti i punti di vista.
Quello che voglio dirvi, ed ecco che alla fine si torna ad "Ecchite maje", è: invece di intessere lodi ad anziani il cui patrimonio derubate per renderlo più fruibile a persone che vi ascoltano solo per inerzia, rispettate davvero il passato rimanendovi fedeli, soprattutto armonicamente, magari citando, come i "Musicanti" fanno per ogni brano, la fonte discografica o di raccolta privata. Meno chiacchiere e più coscienza!
Partirò dalla "codina" della "Pastorale per Gaspare e Rodolfo", brano che chiude l'appena recensito "Ecchite maje" dei "Musicanti del piccolo borgo".
Il cd, che come ho detto è un lavoro estremamente onesto, per confermare questa sua vocazione, si chiude con dei frammenti dei brani tradizionali che il gruppo ha rielaborato per questa occasione. Così si fa!
E' ovvio, naturalmente, che questo non basta per farmi definire un disco "onesto", e forse non è neanche un criterio basilare, ma voglio ritenerlo importante e voglio comunque portare questa "traccia nascosta" come esempio di un buon lavoro.
Una cosa simile era avvenuta nel cd del progetto "Ausuléa", dedicato ai canti erotici della provincia beneventana, che si apriva e si chiudeva con due estratti dei brani di apertura e chiusura cantati dagli informatori che li hanno dati ai ricercatori che poi li hanno rielaborati. Lì, però, dopo aver ringraziato tutti i cantori tradizionali per il loro aiuto, questo patrimonio viene troppo rielaborato: non tanto dal punto di vista armonico, cosa che magari sarebbe interessante, vedasi i "Musicanti del piccolo borgo", ma dal punto di vista strumentale, o meglio della maniera in cui gli strumenti vengono suonati. Si ha quasi paura, in quasi tutti i brani del cd in questione, di far suonare i tamburi in maniere che io, profana per quanto riguarda il folk campano, possa ricondurre alla tradizione.
Sinceramente, e scrive una pianista che quindi come tale non è contraria alle contaminazioni, mi pare che si usi la gratitudine agli anziani e alle "fonti" solo per pulirsi la coscienza.
Il "ripropositore", invece, se fa repertorio tradizionale, sarebbe tendenzialmente portato ad un effettivo rispetto, se non dei canoni stilistici in questione, quanto meno di una certa maniera di toccare gli strumenti. E' vero che i contadini di solito non li usavano, ma noi non siamo nessuno: loro la loro musica se l'erano inventata, noi, invece di crearcene una nostra, scimmiottiamo quella di un paese più forte di noi (gli Stati Uniti ovviamente!).
Quindi, questa considerazione ci dovrebbe far perdere un po' di tracotanza, facendoci invece scoprire il gusto di una semplicità spessissimo snobbata.
Oltretutto, e vi faccio un esempio "officiniano", si può reinventare completamente un brano tradizionale, mantenendo fedelmente la melodia, anche solo facendo venire a contatto questa struttura melodica "di base" con altre tradizioni, come gli Zoè hanno magistralmente fatto in "Ferma ferma" ("Crita", 2004).
Il bello della musica di tradizione, che io chiamo popolare perché il pop lo chiamo "musica leggera" (e non c'è alcun disprezzo anche se non lo amo), è proprio la sua diversità, questa voglia di cambiare, questa possibilità improvvisativa, che la musica leggera, magari più complicata, ha tolto al musicista. Questa diversità di caratteristiche, oltre al fatto che in fondo la musica "commerciale" nasca a tavolino con intenti di "rottura" col passato, rende incompatibili i due mondi da tutti i punti di vista.
Quello che voglio dirvi, ed ecco che alla fine si torna ad "Ecchite maje", è: invece di intessere lodi ad anziani il cui patrimonio derubate per renderlo più fruibile a persone che vi ascoltano solo per inerzia, rispettate davvero il passato rimanendovi fedeli, soprattutto armonicamente, magari citando, come i "Musicanti" fanno per ogni brano, la fonte discografica o di raccolta privata. Meno chiacchiere e più coscienza!
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sabato 15 agosto 2009
tutto svuotato!
Carissimi lettori, questa sera mi va di scrivere un articolo che, suppongo, conoscendomi un pochino, sarà molto polemico. Lo spunto me lo dà il servizio di Vincenzo Mollica, giornalista per il quale io non ho mai nascosto la mia infinita stima, su un dj autore della canzone più banale e terribile di questa estate.
Mi andava di riflettere su come tutto, perfino il telegiornale della tv di Stato, d'altronde in niente diversa dalle private, sia stato svuotato dei propri contenuti base.
Da questo, ovviamente, essendo l'arte specchio dell'epoca in cui viene prodotta, non si è salvata neanche lei che, nel suo nome, avrebbe il concetto nobilissimo e spesso dimenticato di artigianato.
Oggi non si riesce più ad ascoltare niente, si pretende, e si raggiunge l'obbiettivo, di fare programmi, siano televisivi o artistici, che non informino ma facciano tacere la coscienza.
Anche le canzoni, che d'altronde possono essere fatte con il computer senza più l'uso o l'ausilio degli ingombranti strumenti acustici, smettono di essere qualcosa che richiede pazienza auditiva, per essere un qualcosa di cui non ci si accorge più, un tappeto naturale come la nostra pelle. Orribile!
Anche l'arte diventa una forma di pubblicità in se stessa, messaggio di asservimento e sottomissione, che è quello che moltissimi, i più forti, vogliono.
Non so che gusto ci sia nell'avere tanta musica intorno, io sono ancora alla vecchia maniera: ascolto moltissima musica, ma deve sempre essere quella che voglio io.
Non accetto i messaggi subliminali dall'arte né da nessuno, odio chi si proclama difensore di un'arte libera e poi si vende al miglior offerente, perché non ha capito che non appena questi troverà qualcuno che gli darà più di quanto gli stia donando lui, il cantante sarà lasciato perdere come una cosa inerte e abbandonata.
L'arte deve essere respiro dell'anima, vento che depura, soffio rigeneratore, silenzio meditabondo, allegria sfrenata ma voluta dalla persona.
Viva l'arte vera, quella non elaborata da calcolatori, quella che il mercato se lo conquista a malapena, ma che lascia alla gente la speranza di essere se stessa.
Mi andava di riflettere su come tutto, perfino il telegiornale della tv di Stato, d'altronde in niente diversa dalle private, sia stato svuotato dei propri contenuti base.
Da questo, ovviamente, essendo l'arte specchio dell'epoca in cui viene prodotta, non si è salvata neanche lei che, nel suo nome, avrebbe il concetto nobilissimo e spesso dimenticato di artigianato.
Oggi non si riesce più ad ascoltare niente, si pretende, e si raggiunge l'obbiettivo, di fare programmi, siano televisivi o artistici, che non informino ma facciano tacere la coscienza.
Anche le canzoni, che d'altronde possono essere fatte con il computer senza più l'uso o l'ausilio degli ingombranti strumenti acustici, smettono di essere qualcosa che richiede pazienza auditiva, per essere un qualcosa di cui non ci si accorge più, un tappeto naturale come la nostra pelle. Orribile!
Anche l'arte diventa una forma di pubblicità in se stessa, messaggio di asservimento e sottomissione, che è quello che moltissimi, i più forti, vogliono.
Non so che gusto ci sia nell'avere tanta musica intorno, io sono ancora alla vecchia maniera: ascolto moltissima musica, ma deve sempre essere quella che voglio io.
Non accetto i messaggi subliminali dall'arte né da nessuno, odio chi si proclama difensore di un'arte libera e poi si vende al miglior offerente, perché non ha capito che non appena questi troverà qualcuno che gli darà più di quanto gli stia donando lui, il cantante sarà lasciato perdere come una cosa inerte e abbandonata.
L'arte deve essere respiro dell'anima, vento che depura, soffio rigeneratore, silenzio meditabondo, allegria sfrenata ma voluta dalla persona.
Viva l'arte vera, quella non elaborata da calcolatori, quella che il mercato se lo conquista a malapena, ma che lascia alla gente la speranza di essere se stessa.
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