Carissimi lettori, oggi devo scrivere un articolo unpo' speciale e molto leggero, pieno d'emozioni e gratitudine nei confronti d'un cantante che io amo da almeno diciott'anni, a cui credo di non aver dato spazio sufficientemente in questo blog. Mi riferisco a Renato Zero,artista che in questo giorno compie sessant'anni.
Conobbi Renato Zero da bambina. Avevo nove anni quando lo scoprii, tutto partì dal fatto che segretamente amavo una sua canzone intitolata "Il cielo" e tratta dal disco "Zerofobia" (1977). Chiesi, più per curiosità che per altro, un'incisione su cassetta di questo disco (era lontanissima la mia conversione al digitale!).
Mi ricordo ancora la meraviglia che mi causò ascoltare questa voce, soprattutto mi ricordo della folgorazione che mi provocò il brano "Vivo", che tutt'ora resta quello che io amo di più di tutto il repertorio di Zero. Credo che quello che mi folgorò fu una ricchezza melodica meravigliosa oltre ad una voce perfetta.
Da lì ebbi una serie di cassette, il cui ordine ho ormai scordato. Comunque rammento benissimo"Quando non sei più di nessuno", album che poi non so perché non ho mai ricomprato in cd (e non si può dire che non mi piaccia!).
Se ne dovessi parlare risalterei soprattutto la giocosità presente in brani come "Amore al verde" o "Pipistrelli", oltre all'imponente bellezza di canzoni come "E ci sei", Il ritorno", soprattutto "Una magia".
Rispetto a ciò che Renato aveva fatto precedentemente forse è un disco dove c'è un po' troppa elettronica, incluso un piano elettrico che sostituisce quello classico perfino su "E ci sei", la più orchestrale e classica del disco insieme a "Figli della guerra".
L'altra musicassetta che ricevetti in quel periodo è un disco che ora è uno di quelli che mi fa più compagnia, anche perché contiene una delle poche canzoni di Renato Zero che ho inserito nel mio repertorio. Mi riferisco a "Erozero", album del '79 che conteneva la giustamente celeberrima "Il carrozzone", ballata meravigliosa, ritratto del mondo sincero ma poetico come pochi. Quel disco, però, secondo me conteneva un gioiello ignorato intitolato "La rete d'oro", brano per il quale Renato non ha fatto abbastanza. Figuratevi che da quando lo seguo live (e le date che ha fatto a Perugia dal 1996 le ho viste tutte!) non l'ha mai eseguita. Quell'lp comunque è di un'imponenza in tutti i sensi quasi insuperabile.
Molto speciale è anche "Tregua", doppio che conteneva brani molto famosi come "Amico". Il disco è speciale perché loricevetti quando facevo le elementari, insiemead un altro altrettanto fondamentale anche se forse meno riuscito a livello di musicalità. Mi riferisco a "Trapezio", di cui amo le melodie ma non condivido molti arrangiamenti, basi troppo rock su temi dalla forte impronta classica.
Da questo disco sono bellissimi alcuni brani come "Motel", "Salvami", "un uomo da bruciare", forse anche qualche altra che mi sfugge. A parte vanno citate le tre "ripescate" dai due precedenti lavori di Zero "No mamma no" (1973) ed "Invenzioni" (1974). Bellissima, ma forse un pochino ignorata, è "Inventi", resa immortale nel live "Icaro", altro disco fondamentale del mio rapporto con Zero.
Anche questo doppio disco, attualmente introvabile su cd che io sappia, mi arrivò nello stesso periodo, ormai nonricordo più tramite chi. Comunque è meraviglioso e le pecche sono poche, anche se si sente forte la mancanza dell'orchestra. Bellissima è la versione che apre il disco 1 di "niente trucco stasera". Meraviglioso è il pianoforte che fa da perno di tutto il brano, permettendo forse al testo una maggiore solennità.
Bellissima è la già citata "Vivo", eseguita solo con il pianoforte di Stefano Senesi. Le pecche sono una "Triangolo" forse esageratamente forzata, soprattutto una "Madame" purtroppo spinta verso vette di rock esagerato per qualsiasi italiano che non voglia tradirsi dentro.
Mi è indifferente, anche se ne riconosco la forza "Leoni si nasce" del 1984, mentre adoro "Via tagliamento 1965-1970", di cui però conosco bene solo il primo volume. Non credo che a questo disco sia toccata una sorte degna della sua bellezza, mi riferisco soprattutto a brani come "Piper club", "Niente", "Ragazzo senza fortuna" o "Che bella libertà". È un disco dove l'elettronica non soppianta gli strumenti acustici, si mette umilmentete e rispettosamente al loro servizio. Il brano "Ragazzo senza fortuna" va segnalato per una bellissima parte di chitarra classica, oltre che per un testo dove, anticipando "Artisti" e soprattutto la bellissima, recente e giustamente famosa "Ancora qui", Renato racconta con la sua solita sincerità disarmante i suoi inizi di carriera al "Piper club", luogo che comunque in questo lp ha una ballata a lui dedicata ripresa ben due volte (se non erro!).
Un'altra storia un po' speciale riguarda "Prometeo", secondo live di Renato uscito nel 1991 dopo la sua partecipazione a Sanremo (che io sappia!). Lì l'unica pecca è "Inventi", che diventa un po' troppo rock, ma in un cd con un totale di 23 tracce si può straperdonare anche pensando a "Spalle al muro", il bellissimo e anch'esso giustamente famoso brano scritto da Mariella Nava e portato dal nostro al Festival di Sanremo 1991 (che tempi!).
Il brano in un certo senso anticipa quella che sarà poi la tematica di un altro classico dell'ultimo repertorio di Zero, la ballata "Nei giardini che nessuno sa". La mia storia privata con il cd "Prometeo" riguarda il primo volume di questo doppio cd, che mi fu prestato in cassetta, in una copia che io poi non credo di aver mai ridato al suo legittimo proprietario. Questa persona, che se leggesse si riconoscerebbe perfettamente, me la prestò ad uno scopo ben preciso, affinché io imparassi "Amico", ballata che poi io le cantai anni e anni dopo emozionandola molto.
Dal 1994 in poi faccio collezione di tutti gli album in formato tradizionale di Renato, purtroppo non seguo la videografia per motivi legati alla praticità del formato che per me è praticamente nulla, sia esso vhs o dvd (il problema èche tra i video pubblicati di Zero ce n'è uno che ritrae fedelmente la tournée del 1996, la prima che vidi, dove io capii che questo artista non era un artista da studio ma un animale da palco).
Voglio concludere questo distillato disordinato di storie sorcine con un piccolo accenno ad un album a cui si è fatto prevemente riferimento nelle righe precedenti,ossia all'imperfetto.
l'album era presentato da Renato Zero su Radio Italia solo musica italiana durante la settimana della sua pubblicazione.Il giorno della sua uscita mi precipitai dalla mia negoziante di fiducia e fui la prima cliente della giornata. Chiesi questo disco e glielo feci tirare fuori direttamente dagli scatoloni dei nuovi arrivi! Che emozione!
Non ho voluto fare un ritratto di Renato Zero, ho preferito fargli gli auguri con undistillato di mie "storie sorcine" che ho voluto condividere con voi.
Auguri Renatone!
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giovedì 30 settembre 2010
domenica 13 giugno 2010
Auguri "Guccio!"
Carissimi lettori, è raro che io scriva due articoli in un giorno, ma mi va di fare gli auguri tramite questo blog a Francesco Guccini che domani compie settant'anni.
Attraverso questo articolo non ripercorrerò la sua biografia, che d'altronde è ampiamente disponibile anche in alcuni bellissimi e caldissimi libri come "Un altro giorno è andato" di Massimo Cotto (non mi ricordo l'editore, mea culpa!). Mi limiterò a mettere insieme un collage di sensazioni dedicate al "guccinastro", soprannome personale di Guccini.
Non so dirvi come avvenne la mia scoperta di Guccini, perché credo di averlo sempre sentito nella mia famiglia. I primi ricordi sono legati a dei pomeriggi passati a casa di mio zio Claudio ad ascoltare, da due vecchi vinili, "Radici" (1972) e "Via Paolo Fabbri 43" (1976). Mi ricordo anche di bellissime suonate in duo di repertorio vario, lui alla chitarra ed io al pianoforte, che comprendevano spesso e volentieri qualche pezzo del nostro, soprattutto "Via Paolo Fabbri 43", brano per il quale mio zio nutre una passione fortissima.
Il mio primo ricordo personale legato a Guccini è l'acquisto di "Quello che non" (1990). Una leggenda metropolitana diffusa nella mia famiglia, narra che io, sul bancone di un negozio non esattamente noto per la vendita di cd che allora vendeva anche questo prodotto, chiesi questo disco ad una commessa sconvolta. L'album è tutt'ora tra i miei preferiti, insieme ad un altro che ha cullato la mia infanzia arrivatomi da Venezia. Mi riferisco a "Fra la Via Emilia e il West", primo disco che mi ricordi di aver posseduto in una copia di proprietà esclusivamente personale, estratta da un vinile abbastanza ben conservato ma leggermente rovinato sull'inizio, purtroppo sulla frase "siete un bel casino!", pronunciata da Guccini dopo l'immancabile "Canzone per un'amica".
Quando ero piccola avevo molto buoni rapporti con una signora che era madre di una compagna di scuola di una mia sorella, la quale era convinta che i cantautori avessero fatto cose belle fino alla fine degli anni Settanta, quindi mi regalava solo dischi di quel periodo (spero che ora si sia ricreduta, non lasciando gli anni Novanta fuori dalla sua vita...). Fu lei a regalarmi quello che io considero il più geniale lp di Guccini, il suo primo disco pubblicato, quel "Folk beat n. 1" del 1967. Ciò che mi fa trovare geniale questo disco è la sua irresistibile spontaneità, la sua ingenuità dilettantesca. Adoro tutt'ora due brani di quel disco, che ora possiedo in cd ma che all'epoca avevo in una bellissima cassettina originale: "Il sociale e l'antisociale" e "il 3 dicembre del '39". Mi piace molto lo stile chitarristico di Guccini, che non essendo il finger piking americano allo stato puro praticato allora da moltissimi cantautori di varia notorietà e spessore, è un interessantissimo e personale compromesso tra la tradizione dei canti di montagna tosco-emiliani e varie influenze nord-americane, che sono state sempre la bussola della musica del "Guccio". Adoro anche il timbro del giovane Guccini, ancora non diventato da basso, anzi ancora caratterizzato da una tenorilità perfetta.
L'album che mi è più indifferente di Guccini, se ne è ampiamente parlato durante il commento al Concerto del 26 febbraio, è "Stanze di vita quotidiana". La copia che possiedo, in cassetta originale, mi fu data da un amico, ma non posso essergli grata, me ne dispiaccio.
Sono invece gratissima ad un altro amico, amante di cantautori e possessore di alcune vecchissime incisioni che spesso ora conservo io nella mia nastroteca, che mi fece dono di quel gioiello di goliardia e sagacia che è "Opera buffa", album precedente del "Guccio", forse mai troppo ben capito anche perché il cantante stesso tende a snobbarlo (peccato mortale!).
Ritengo che Guccini abbia trovato uno stile molto migliore da quando ha incontrato Juan Carlos "flaco" Biondini, suo chitarrista di fiducia da trent'anni almeno. Credo che l'America Latina ha equilibrato le spinte esageratamente progressive che stavano rischiando di rendere Guccini un cantautore legato ad una musica emarginata ed emarginante, la stessa che non ha permesso ad un altro grande genio della canzone italiana, il bolognese Claudio Lolli, di emergere come si sarebbe meritato. Va anche detto oltretutto che io sono un po' scettica con i lupi solitari in campo artistico, quelli che fanno questo mestiere per una nicchia sparuta, facendo sì che il loro repertorio non sia apprezzato (fortuna Guccini non è tra questi!).
Nonostante la critica fatta a Lolli, anche lui gode di una stima incondizionata da parte mia. Tra i brani del suo repertorio ce n'è uno chiamato "keaton", che i due artisti condividono. La versione di Guccini è più godibile, anche perché più acustica, ed è contenuta nel cd "Signora Bovary" del 1987. Claudio Lolli la ha poi fatta propria nel cd "Viaggio in Italia" (1998", con un arrangiamento che su di me ha un effetto abbastanza estraneante.
Spero che abbiate gradito questo distillato di sensazioni gucciniane, ancora aguri grande maestro!
Attraverso questo articolo non ripercorrerò la sua biografia, che d'altronde è ampiamente disponibile anche in alcuni bellissimi e caldissimi libri come "Un altro giorno è andato" di Massimo Cotto (non mi ricordo l'editore, mea culpa!). Mi limiterò a mettere insieme un collage di sensazioni dedicate al "guccinastro", soprannome personale di Guccini.
Non so dirvi come avvenne la mia scoperta di Guccini, perché credo di averlo sempre sentito nella mia famiglia. I primi ricordi sono legati a dei pomeriggi passati a casa di mio zio Claudio ad ascoltare, da due vecchi vinili, "Radici" (1972) e "Via Paolo Fabbri 43" (1976). Mi ricordo anche di bellissime suonate in duo di repertorio vario, lui alla chitarra ed io al pianoforte, che comprendevano spesso e volentieri qualche pezzo del nostro, soprattutto "Via Paolo Fabbri 43", brano per il quale mio zio nutre una passione fortissima.
Il mio primo ricordo personale legato a Guccini è l'acquisto di "Quello che non" (1990). Una leggenda metropolitana diffusa nella mia famiglia, narra che io, sul bancone di un negozio non esattamente noto per la vendita di cd che allora vendeva anche questo prodotto, chiesi questo disco ad una commessa sconvolta. L'album è tutt'ora tra i miei preferiti, insieme ad un altro che ha cullato la mia infanzia arrivatomi da Venezia. Mi riferisco a "Fra la Via Emilia e il West", primo disco che mi ricordi di aver posseduto in una copia di proprietà esclusivamente personale, estratta da un vinile abbastanza ben conservato ma leggermente rovinato sull'inizio, purtroppo sulla frase "siete un bel casino!", pronunciata da Guccini dopo l'immancabile "Canzone per un'amica".
Quando ero piccola avevo molto buoni rapporti con una signora che era madre di una compagna di scuola di una mia sorella, la quale era convinta che i cantautori avessero fatto cose belle fino alla fine degli anni Settanta, quindi mi regalava solo dischi di quel periodo (spero che ora si sia ricreduta, non lasciando gli anni Novanta fuori dalla sua vita...). Fu lei a regalarmi quello che io considero il più geniale lp di Guccini, il suo primo disco pubblicato, quel "Folk beat n. 1" del 1967. Ciò che mi fa trovare geniale questo disco è la sua irresistibile spontaneità, la sua ingenuità dilettantesca. Adoro tutt'ora due brani di quel disco, che ora possiedo in cd ma che all'epoca avevo in una bellissima cassettina originale: "Il sociale e l'antisociale" e "il 3 dicembre del '39". Mi piace molto lo stile chitarristico di Guccini, che non essendo il finger piking americano allo stato puro praticato allora da moltissimi cantautori di varia notorietà e spessore, è un interessantissimo e personale compromesso tra la tradizione dei canti di montagna tosco-emiliani e varie influenze nord-americane, che sono state sempre la bussola della musica del "Guccio". Adoro anche il timbro del giovane Guccini, ancora non diventato da basso, anzi ancora caratterizzato da una tenorilità perfetta.
L'album che mi è più indifferente di Guccini, se ne è ampiamente parlato durante il commento al Concerto del 26 febbraio, è "Stanze di vita quotidiana". La copia che possiedo, in cassetta originale, mi fu data da un amico, ma non posso essergli grata, me ne dispiaccio.
Sono invece gratissima ad un altro amico, amante di cantautori e possessore di alcune vecchissime incisioni che spesso ora conservo io nella mia nastroteca, che mi fece dono di quel gioiello di goliardia e sagacia che è "Opera buffa", album precedente del "Guccio", forse mai troppo ben capito anche perché il cantante stesso tende a snobbarlo (peccato mortale!).
Ritengo che Guccini abbia trovato uno stile molto migliore da quando ha incontrato Juan Carlos "flaco" Biondini, suo chitarrista di fiducia da trent'anni almeno. Credo che l'America Latina ha equilibrato le spinte esageratamente progressive che stavano rischiando di rendere Guccini un cantautore legato ad una musica emarginata ed emarginante, la stessa che non ha permesso ad un altro grande genio della canzone italiana, il bolognese Claudio Lolli, di emergere come si sarebbe meritato. Va anche detto oltretutto che io sono un po' scettica con i lupi solitari in campo artistico, quelli che fanno questo mestiere per una nicchia sparuta, facendo sì che il loro repertorio non sia apprezzato (fortuna Guccini non è tra questi!).
Nonostante la critica fatta a Lolli, anche lui gode di una stima incondizionata da parte mia. Tra i brani del suo repertorio ce n'è uno chiamato "keaton", che i due artisti condividono. La versione di Guccini è più godibile, anche perché più acustica, ed è contenuta nel cd "Signora Bovary" del 1987. Claudio Lolli la ha poi fatta propria nel cd "Viaggio in Italia" (1998", con un arrangiamento che su di me ha un effetto abbastanza estraneante.
Spero che abbiate gradito questo distillato di sensazioni gucciniane, ancora aguri grande maestro!
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giovedì 4 marzo 2010
"Ciao a te" Lucio Dalla
Carissimi lettori, voglio iniziare questo articolo ringraziando tutti coloro che da varie parti mi hanno fatto pervenire apprezzamenti su questo blog, che è solo un mio diletto e niente più.
Oggi, 4 marzo, uno dei più grandi cantautori italiani compie gli anni, quindi ne voglio approfittare per mettere insieme un distillato di sensazioni e ricordi legati alla sua musica. Naturalmente, come molti sapranno, il cantautore in questione è il bolognese Lucio Dalla.
Non so dirvi con esattezza quando ho scoperto la particolarissima voce di questo artista, credo che mi abbia sempre fatto compagnia.
Il primo ricordo di Dalla che riesco a farmi venire in mente è una raccolta, che possediamo sia in cassetta che in lp, dedicata al suo primo periodo. Mi ricordo che, quand'ero piccola, l'unica canzone di quel disco che non potevo sopportare era "Paff bum!", che tutt'ora trovo abbastanza insipida. Voglio anzi ammettere subito che il primo Dalla, quello che va da "1999" (1966) ad "Automobili" (1976) escluso, cosiccome l'ultimissimo, quello che va da "Ciao" (1999) ad "Angoli nel cielo" (2009), non mi riesce ad emozionare per motivi opposti e complementari. Se i primi dieci anni di carriera li trovo spesso avanguardistici ed esagerati (ovviamente non disconosco capolavori come "Piazza grande" o "La casa in riva al mare"!), gli ultimi dieci non mi arrivano perché li sento freddi e senza più voglia di fare (Riconosco la bellezza di brani come "Scusa", "Prima dammi un bacio" o la nuova "Puoi sentirmi").
Un disco di Dalla a cui sono molto legata, anche se non ne saprei esattamente dire l'anno, è il q disc che conteneva "Ciao a te", "Telefonami tra vent'anni", "madonna disperazione" e, soprattutto, la bellissima cover di "Have you got a friend" di Carole King, eseguita dal nostro con il clarinetto, strumento che ancora si diletta a suonare, anche se ora fa troppo il cantante e non suona più in pubblico. Noi questo disco lo abbiamo in vinile, quindi non me lo sento per intero da tempi veramente lontani (una ventina d'anni tutta!). Nonostante ciò mi ricordo benissimo quanto mi piacesse la naturalezza con cui il nostro cantava quei testi, che io sicuramente all'epoca capivo male, ma che comunque mi facevano divertire.
Legata alla mia infanzia, poi, possiamo trovare anche "Fumetto", bel rockettino fatto con una lista allucinante di personaggi di fumetti, che era contenuto in una raccolta intitolata "Cantautori anni d'oro", di cui, insieme a "Canzone scritta sul muro" di Claudio Lolli, ha sempre costituito per me la punta di diamante. La voce di Dalla qui è ancora "nera", ma c'è leggerezza in giusta dose, cosa che manca spesso nel Dalla del primissimo periodo, appunto quello 66-76, e forse predomina esageratamente nell'ultimo.
Altro grandissimo ricordo legato a Dalla è "Banana repubblic", album del 1979 frutto della tournée con Francesco De Gregori. Non mi ha mai convinto la qualità dell'audio del disco, neanche in versione digitale, ma alcuni brani, specialmente le versioni del repertorio di De Gregori, sono meravigliosi. Adoro, soprattutto "Quattro cani", che acquista un ambiente blues anche grazie al brevissimo ma folgorante assolo del sassofono di Dalla, che qui dà una delle sue migliori prove. Meravigliosa è, poi, "Ma come fanno i marinai", brano scherzoso e sfizioso sempre figlio di quelle atmosfere swinganti che si confanno moltissimo al nostro. Non ho mai amato, invece, la reinterpretazione di "Piazza grande" e meno ancora quella di "4 marzo 1943", brani che trovo insostituibili nelle loro versioni storiche da studio, anche se apro un'eccezione per la seconda, dando il privilegio dell'apprezzamento alla versione di "Dallamericaruso". Questo è, infatti, l'altro album fondamentale per quanto riguarda Lucio Dalla, assolutamente forte e perfetto, anche grazie all'insuperabile apporto degli "Stadio".
L'unico mio contatto personale con Lucio Dalla, se si vuole escludere un concerto dei tempi di "Cambio" dove io invece di ascoltare dovetti cantare tutto per sentire qualcosa perché le note arrivavano come un'eco dall'oltretomba, è stato in occasione dell'inaugurazione dell'Accademia del Fado diretta da Marco Poeta e con sede a Camerino. In quell'occasione, incredibile a dirsi, il musicista bolognese ha riacquistato la forza dei suoi tempi migliori, specialmente perché si sentiva che si divertiva nel cantare. L'accompagnamento, naturalmente se si parla di Marco Poeta, è stato acustico, completamente "afadistado", permettendo a Lucio Dalla di improvvisare in maniera completamente nuova su suoi vecchi brani come "Caruso", "Piazza grande", "4 marzo 1943", e non so se altri. Conobbi in quell'occasione Lucio Dalla che si è dimostrato simpatico, rispettoso e gentile, tanto per smentire quel mito dell'artista che, scontrosamente, non si concede al suo pubblico.
Voglio concludere questo articolo su Lucio Dalla con una curiosità legata ad un lp che ha cullato la mia infanzia grazie ad alcuni miei parenti molto legati alla Spagna. Esistono almeno tre versioni meravigliose in lingua spagnola del repertorio del bolognese. I tre brani, intitolati "María", "Oh que será, que será" e "Qué profundo es el mar", si possono trovare nel disco "Amor primero" del cantautore spagnolo Patxi Andión, che conteneva anche una carinissima "Canela pura".
Spero di avervi fatto piacere con questo distillato di istantanee su Dalla, grazie ancora a tutti e a presto!
ad
Oggi, 4 marzo, uno dei più grandi cantautori italiani compie gli anni, quindi ne voglio approfittare per mettere insieme un distillato di sensazioni e ricordi legati alla sua musica. Naturalmente, come molti sapranno, il cantautore in questione è il bolognese Lucio Dalla.
Non so dirvi con esattezza quando ho scoperto la particolarissima voce di questo artista, credo che mi abbia sempre fatto compagnia.
Il primo ricordo di Dalla che riesco a farmi venire in mente è una raccolta, che possediamo sia in cassetta che in lp, dedicata al suo primo periodo. Mi ricordo che, quand'ero piccola, l'unica canzone di quel disco che non potevo sopportare era "Paff bum!", che tutt'ora trovo abbastanza insipida. Voglio anzi ammettere subito che il primo Dalla, quello che va da "1999" (1966) ad "Automobili" (1976) escluso, cosiccome l'ultimissimo, quello che va da "Ciao" (1999) ad "Angoli nel cielo" (2009), non mi riesce ad emozionare per motivi opposti e complementari. Se i primi dieci anni di carriera li trovo spesso avanguardistici ed esagerati (ovviamente non disconosco capolavori come "Piazza grande" o "La casa in riva al mare"!), gli ultimi dieci non mi arrivano perché li sento freddi e senza più voglia di fare (Riconosco la bellezza di brani come "Scusa", "Prima dammi un bacio" o la nuova "Puoi sentirmi").
Un disco di Dalla a cui sono molto legata, anche se non ne saprei esattamente dire l'anno, è il q disc che conteneva "Ciao a te", "Telefonami tra vent'anni", "madonna disperazione" e, soprattutto, la bellissima cover di "Have you got a friend" di Carole King, eseguita dal nostro con il clarinetto, strumento che ancora si diletta a suonare, anche se ora fa troppo il cantante e non suona più in pubblico. Noi questo disco lo abbiamo in vinile, quindi non me lo sento per intero da tempi veramente lontani (una ventina d'anni tutta!). Nonostante ciò mi ricordo benissimo quanto mi piacesse la naturalezza con cui il nostro cantava quei testi, che io sicuramente all'epoca capivo male, ma che comunque mi facevano divertire.
Legata alla mia infanzia, poi, possiamo trovare anche "Fumetto", bel rockettino fatto con una lista allucinante di personaggi di fumetti, che era contenuto in una raccolta intitolata "Cantautori anni d'oro", di cui, insieme a "Canzone scritta sul muro" di Claudio Lolli, ha sempre costituito per me la punta di diamante. La voce di Dalla qui è ancora "nera", ma c'è leggerezza in giusta dose, cosa che manca spesso nel Dalla del primissimo periodo, appunto quello 66-76, e forse predomina esageratamente nell'ultimo.
Altro grandissimo ricordo legato a Dalla è "Banana repubblic", album del 1979 frutto della tournée con Francesco De Gregori. Non mi ha mai convinto la qualità dell'audio del disco, neanche in versione digitale, ma alcuni brani, specialmente le versioni del repertorio di De Gregori, sono meravigliosi. Adoro, soprattutto "Quattro cani", che acquista un ambiente blues anche grazie al brevissimo ma folgorante assolo del sassofono di Dalla, che qui dà una delle sue migliori prove. Meravigliosa è, poi, "Ma come fanno i marinai", brano scherzoso e sfizioso sempre figlio di quelle atmosfere swinganti che si confanno moltissimo al nostro. Non ho mai amato, invece, la reinterpretazione di "Piazza grande" e meno ancora quella di "4 marzo 1943", brani che trovo insostituibili nelle loro versioni storiche da studio, anche se apro un'eccezione per la seconda, dando il privilegio dell'apprezzamento alla versione di "Dallamericaruso". Questo è, infatti, l'altro album fondamentale per quanto riguarda Lucio Dalla, assolutamente forte e perfetto, anche grazie all'insuperabile apporto degli "Stadio".
L'unico mio contatto personale con Lucio Dalla, se si vuole escludere un concerto dei tempi di "Cambio" dove io invece di ascoltare dovetti cantare tutto per sentire qualcosa perché le note arrivavano come un'eco dall'oltretomba, è stato in occasione dell'inaugurazione dell'Accademia del Fado diretta da Marco Poeta e con sede a Camerino. In quell'occasione, incredibile a dirsi, il musicista bolognese ha riacquistato la forza dei suoi tempi migliori, specialmente perché si sentiva che si divertiva nel cantare. L'accompagnamento, naturalmente se si parla di Marco Poeta, è stato acustico, completamente "afadistado", permettendo a Lucio Dalla di improvvisare in maniera completamente nuova su suoi vecchi brani come "Caruso", "Piazza grande", "4 marzo 1943", e non so se altri. Conobbi in quell'occasione Lucio Dalla che si è dimostrato simpatico, rispettoso e gentile, tanto per smentire quel mito dell'artista che, scontrosamente, non si concede al suo pubblico.
Voglio concludere questo articolo su Lucio Dalla con una curiosità legata ad un lp che ha cullato la mia infanzia grazie ad alcuni miei parenti molto legati alla Spagna. Esistono almeno tre versioni meravigliose in lingua spagnola del repertorio del bolognese. I tre brani, intitolati "María", "Oh que será, que será" e "Qué profundo es el mar", si possono trovare nel disco "Amor primero" del cantautore spagnolo Patxi Andión, che conteneva anche una carinissima "Canela pura".
Spero di avervi fatto piacere con questo distillato di istantanee su Dalla, grazie ancora a tutti e a presto!
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