Carissimi lettori, anche oggi devo aggiornare questo diario aperiodico sulla musica, ma se spesso lo faccio con grande piacere, oggi lo faccio con il cuore che si spezza.
Come avrete saputo dai media ufficiali in questo giorno si è spento lucio Dalla.
Chi ha letto queste mie note sulla musica sa quanto io abbia amato ed ami questo cantautore.
Aiutata solo dai miei ricordi e così come mi verranno in mente, proverò a scrivere delle "istantanee in prosa" su questa grande figura della musica a tutto tondo.
Non mi ricordo di me senza la musica di Lucio Dalla, il primo ricordo completo è legato ad una cassettina (di cui ho scordato il titolo) dalla quale io amavo pazzamente ascoltare "Sulla rotta di Cristoforo Colombo", canzone scritta da Edaordo De Aangelis, con quelle sue tinte latineggianti che hanno sempre volente o nolente contraddistinto lo stile di questo cantautore e produttore romano.
L'interpretazione di Dalla è suadentissima, nonostante che all'epoca la sua voce fosse da tenore puro, senza quelle coloriture basse che la rendevano così sensuale quando lo si sentiva parlare, sia in tv o per averlo conosciuto direttamente (a me è capitato ma avremo occasione di parlarne tra un pochino).
Un'altra istantanea che potrebbe raccontare il mio rapporto con Dalla è rappresentata da un disco che solo qualche anno fa ho recuperato personalmente, mi riferisco a "Dallamericaruso". L'album è il primo disco live da solista del nostro (il precedente era stato "Banana republic" con De Gregori ma ne parleremo).
"Dallamericaruso" è registrato con gli Stadio di Gaetano Curreri, che avevano accompagnato Dalla in alcuni storici lp degli anni Settanta, in primis i due "Dalla", usciti tra il 1978 ed il 1980.
La cosa bella di questo cd è l'atmosfera di profonda empatia tra il cantante ed il proprio gruppo. Infatti, contrariamente agli storici "Album concerto" (di Guccini ed i Nomadi) ma soprattutto a quei due dischi che De andrè fece con la P.F.M, questo cd non viene da un'esperimento, ma è un ritratot di qualcosa di più ampio.
Il disco si apre con "Caruso", che per me comunque è il moemnto meno bello di tutto l'album. Sinceramente, difatti, non trovo compatibile la voce di Dalla con le atmosfere che impregnano quella canzone, ossia con il mondo del melodramma.
Le cose serie, secondo me ripeto, iniziano con lo snocciolamento da parte di Dalla di versioni folgoranti (è dire poco!) dei suoi maggiori successi.
Da monumento è innanzitutto "Balla balla ballerino", che con l'arrangiamento musicale più rock vede rafforzato il suo testo, già di per sé folgorante. Mi piacciono, qui e per tutto il disco, gli impagabili controtempi della voce di Dalla, che ama far diventare suoni le parole (chi mi ha sentito cantare sa che è raro il momento in cui io faccio questa cosa, ma ciò non toglie che stimo chi la sa fare, da Dalla a Cinzia Marzo!).
Tornando a Dalla e a "Dallamericaruso è bellissima anche "Viaggi organizzati", la cui versione da studio mi desta però profondissima delusione. Nella versione dal vivo sono bellissimi gli accompagnamenti blues che permettono a Lucio Dalla di snocciolare i suoi controtempi da cantante jazz, difatti lui, se non nell'ultimo periodo quando aveva riscoperto l'opera e la melodicità, aveva sempre amato provocare l'ascoltatore non dandogli mai la possibilità di cantare, lasciandolo piuttosto estasiato e rapito dai suoi personali virtuosismi.
Altro brano particolare di "Dallamericaruso" è "4 marzo 1943", che qui perde la sua anima fadista per diventare un canto dal ritmo inclassificabile che sfocia in un finale swing molto convincente.
Tra le versioni live di questo brano è deludente (e sono eufemistica) quella di 2Banana republic", che per altri brani è invece rimasto insuperato, specialmente però per quanto riguarda il repertorio degregoriano. Si ascolti (e si vada in estasi!) la versione di "Quattro cani", dove Dalla delizia gli uditori con un assolo dei suoi col sassofono (bomba!).
Un altro disco che ritengo fondamentale è "Cambio", che io ho amato pazzamente (e lo amo ancora, ovvio!). Al di là della sempre gradevole "Attenti al lupo" (che mia nonna adora...) vi trovano spazio dei gioielli rari come "Comunista" (su testo di Roversi) e "Le rondini". Quest'ultima è una delle canzoni più sognanti che io abbia mai sentito, ha un respiro quasi felliniano.
Stupendo, e giustissimamente tra i dischi più conosciuti di Dalla, c'è "Canzoni", edito nel 1996.
la prima traccia del disco è "Ayrton", con la quale Dalla riprende, maturandola, personalizzandola e perché no stravolgendola, l'idea che fu della bellissima "Nuvolari" di "Automobili" (1976). Il brano questa volta non ha l'incedere da corsa quasi cinematografico del classico citato, qui si assiste ad una ballata lenta ed intima, dove perfino la chitarra elettrica finale si strazia per la morte del grande pilota brasiliano.
Altro successo (meritatissimo!) è "Tu non mi batsti mai", brano che ad un ascolto superficiale e con pregiudizi può sembrare perfino pacchiano, mentre secondo me è un esempio interessante di resa moderna della serenata. La canzone, oltre ad averci un buon testo, è resa il capolavoro che è dalla musica. Il tappeto di strumenti acustici la rende raffinata e leggera, davvero impagabile.
Non ho sicuramente redatto un articolo all'altezza della circostanza, quando ti si strazia il cuore è impossibile scrivere con rilassatezza.
Ciao Lucio, tornatene insieme ai tuoi grandi maestri ed amici Murolo, De Andrè e compagni, ora tocca a loro godere la tua arte!
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giovedì 1 marzo 2012
mercoledì 9 novembre 2011
Lucio Dalla: "Questo è amore" (2011)
Carissimi lettori, ieri è uscito il nuovo disco di Lucio Dalla, una raccolta "extraordinaria" (come l'ha definita lo stesso Dalla) che riporta alla luce brani particolari.
La prima traccia è "La leggenda del prode Radamès", omaggio del cantautore al Quartetto Cetra.
L'arrangiamento rimanda istintivamente e spudoratamente alle atmosfere del dalla giovanile, quello nato ancora prima del cantautore, il musicista che suonava dixieland. Il brano potrebbe essere considerato un ritratto ironico del trattamento che spesso si riserva alle donne e non dico altro.
La prima delusione (cocente!) si ha con la seconda traccia, la reinterpretazione di "Anema e core", capolavoro della musica napoletana scritto nel 1950 da Tito Manlio e Desposito.
Intanto non mi piacciono le libertà armoniche e melodiche che dalla si prende, poi, addirittura, sfociate nello spostamento di una parte di testo, in secondo luogo è deludente la pronuncia nel napoletano.
Non viene per niente conservata la classicità che ha fatto di questa melodia un brano tra i più conosciuti al mondo. Il canto non usa mai tentativi di avvicinarsi alle tecniche del bel canto (che poi Dalla ama e conosce).
L'ultimo inedito (l'unico vero inedito!) è "Anche se il tempo passa (amore)". Come ritmo potrebbe ricordare Mary Luis, anche se le sonorità sono quelle elettroniche ed elettriche che caratterizzano l'ultimo Dalla. Comunque sotto l'apparente semplicità si intravede un impegno nella ricerca di sviluppi melodici ormai poco consueti, tipici di chi ha avuto la fortuna di iniziare l'attività musicale negli anni Sessanta.
Nominata e vista! Eccoci ad una "Mary Luis", non riarrangiata, solo con alcune parti di canto affidate a Marco Mengoni. Devo dire che rende bene, il brano fra l'altro è molto bello e tratto da uno degli album più riusciti del nostro, quel "Dalla" che fra l'altro conteneva "Futura", "Mambo", "La sera dei miracoli" e altri classici di Dalla.
Da qui inizia la parte propriamente antologica, un percorso a ritroso, iniziando dalle più attuali, fra le canzoni meno conosciute. Il viaggio comincia con "Angoli nel cielo" title track del disco precedente del Dalla. Se dovessi descrivere il brano, che non conoscevo prima, direi che è una ballata dall'atmosfera molto sospesa, anche grazie ai tocchi di pianoforte e percussioni latine, che dove arrivano addolciscono sempre i tocchi di batteria.
Il brano successivo è uno degli esempi del Dalla che amo di meno, quello che, pur facendo tanta morale agli altri, leggere la dichiarazione per musicblog it per credere, copia dall'estero dei generi che neanche riesce a reggere. Il brano infatti sarebbe anche una suadente ballata, se non fosse riarrangiata con delle chitarre elettriche distorte che non le rendono giustizia, semmai la rendono inascoltabile.
Anche il brano successivo è un esempio di questo tipo di repertorio, in cui bei testi, magari anche belle melodie, sono riarrangiate talmente male che sono inascoltabili. Il brano si chiama "Malinconia d'ottobre", c'è un violoncello talmente mal usato che non riesci nemmeno a fartene cullare.
Il brano è curioso perché ha un pezzettino dedicato a Lisbona, al Café Martinho Da Arcada, bar che Fernando Pessoa frequentava negli anni Trenta del Novecento, in cui c'è sempre spazio per lui, come se dovesse arrivare ad ogni istante. A questo stesso ambiente si riferisce Antonio Tabucchi nel bellissimo "Sostiene Pereira", libro da cui è stato tratto un film, l'ultimo recitato da Marcello Mastroianni.
Dall'album "lucio" del 2003 viene questa bellissima "Amore disperato", che Dalla interpreta insieme a Mina. Il brano è stato originariamente composto per l'adattamento moderno e personale che Dalla ha fatto della storia di Tosca. Il brano ha una struttura fortemente classica, cosa che lo potrebbe paragonare a "Caruso", uno dei classici del repertorio dalliano. Sicuramente le due voci stanno molto bene insieme, anche perché entrambe amano molto allargare i propri orizzonti in sede interpretativa, non accontentandosi quasi mai di cantare semplicemente. Per avere conferma di ciò basta sentire l'ultima bellissima canzone di Mina dal titolo "Questa canzone".
Il brano successivo, tornando a Dalla, è "Prima dammi un bacio", altra traccia di "lucio" dal sapore fortemente nostalgico e melodico. Interessante questa valutazione del terzinato, lento come se fosse un bolero cubano, così tipico di classici come "Canzone per te" di Sergio Endrigo. Contrariamente al precedente citato, però, il brano di Dalla è in maggiore (il brano di Endrigo alterna strofe in minore a ritornelli in maggiore) ed è fortemente elettronico, addio a quelle fantastiche orchestre!
Saltando a piè pari l'album "Ciao" (1999) (per fortuna!) si arriva a "Canzoni" (1996) da cui si fa emergere un classico (checchè ne dica Dalla qualche brano famoso qui c'è!) come "Tu non mi basti mai", uno dei più belli dell'ultima produzione del cantautore.
Il successivo è una di quelle ballate che, se non fosse per l'arrangiamento pop troppo sfrontato (ti credo che si è stancato!) sarebbe anche bella. La strofa inizia e spesso torna su un inusitato dosettima aumentata e su un ritmo che non saprei descrivere. I ritornelli, o meglio la seconda frase melodica che implacabile continua la prima ad ogni sua riapparizione, ha come sue punte armoniche un fa maggiore utilizzato su una scala di sol e un finale su si minore e la alternati. Ritmicamente potrebbe ricordare certe canzoni anni Ottanta, che nel secondo compact avremo il piacere di riascoltare.
Il brano successivo, dal titolo "Latin lover", potrebbe essere considerato il secondo tentativo, dopo la già ricordata "Caruso", di scrivere un brano che ricordi ed utilizzi le caratteristiche del melodramma italiano in chiave moderna. Dallaè molto bravo ascrivere brani con queste strutture spesso terzinate, anche se forse la sua voce non è la migliore per la loro interpretazione, difatti questo pezzo renderebbe molto di più interpretato da una voce tenorile.
La melodia comunque è interessante ed aperta, anche se è semplice.
Il brano successivo fa parte del Lucio Dalla che non sopporto (preferisco quattro martellate piuttosto che ascoltare sto pezzo!). Se non sbaglio stava nel cd "Henna", uno di quelli che ho odiato di più della discografia di Dalla. L'unica traccia che andrebbe riscoperta è "Cinema", brano con l'inconfondibile partecipazione del già citato Mastroianni.
Arrivando a "Cambio" (1990, ultimo album veramente bello prodotto da Dalla) si riscopre un capolavoro sconosciuto intitolato "Le rondini". È una ballata sostenuta da una base completamente elettronica (ovviamente se fosse stata acustica era meglio!) dedicata ad una serie di sogni, forse alla libertà vera, quella interiore. Incredibile il sassofono nel finale, che si prodiga in assoli dalle venature jazz, tanto amati da Dalla, in dialogo con una chitarra elettrica distorta.
La prossima, sempre da "Cambio" è un brano completamente in "scat", se non fosse per il ritornello dove si dice solo "è l'amore" (a questo punto si poteva mettere il "pezzo zero" del cd 2 di questa antologia!). Questa non mi è mai piaciuta più di tanto ma sono solo gusti personalissimi e discutibilissimi.
Il secondo cd inizia con una delle canzoni più belle del repertorio del nostro, la poco conosciuta "Chissà se lo sai", interpretata anche da Ron. La versione di Dalla è forse più convincente, anche perché il cantautore ancora era orgoglioso del suo vero timbro (siamo arrivati con questo brano negli anni Ottanta). Vaanche detto che qui Dalla non ha bisogno di fare la morale sull'esterofilia imperante, anche perché se la fa è solo dato che sa benissimo che lui è il primo a non applicare ciò che chiede agli altri. Il brano è una bella ballata romantica, conclusa da uno di quegli assoli di sassofono di Dalla, allo stesso tempo dolci e graffianti.
Altro brano che ha cullato la mia infanzia è la seconda, "Soli io e te". Anche questa è una ballata, dove la musica leggera viene usata per creare delle melodie e delle armonie semplici ma non banali (spesso ormai la complicazione è talmente comune che essa stessa è la banalità!). Bella la corposità del suono del gruppo pop, dove gli strumenti elettronici non sostituiscono ma aiutano gli acustici.
La traccia successiva è un brano che non ricordavo dal titolo "Stornello". Da questo pezzo si deduce quella particolare familiarità del cantautore bolognese con il folk e con la melodia italiana, la stessa che lo ha portato ad incidere brani come "4 marzo 1943", "Piazza grande", "Itaca" ed altri. il brano ha una struttura quasi brasiliana che dà alla sua semplice melodia italiana un tocco molto esotico. La canzone ha anche un'altra curiosità, è natalizia, più semplice, anche se scettica, del capolavoro di De Gregori "Natale".
Ed eccoci ad un altro di quei quadretti storici che Dalla amava molto dipingere, con una ballata dalle tinte un po' blues, sospese, melodiche ma non troppo. Il brano si chiama "Viaggi organizzati". È da molto tempo che non ascolto la versione in studio di questo brano,che ho imparato ad amare follemente grazie a "Dallamericaruso", album che consiglio in maniera calda e spudorata. La versione da studio è molto più calma, d'altronde Dalla,come vero artista che è, si presenta per quello che è solo live, e forse ora non è neanche più in grado di tenere un concerto di quelli memorabili.
La traccia successiva è una poco conosciuta ma bellissima "Pecorella", tratta da "1983". Per chi non la conosce potrei presentare questa canzone come un brano dalle atmosfere latine, il bilico tra un accenno di chachacha e certe atmosfere jazz del pianoforte. La traccia successiva è "Solo", sempre tratta da "1983". È interessante la chitarra elettrica spesso usata con il wawa. Bello anche il ritmo sospeso come gli accordi, tra maggiore e minore, tra semplicità e avanguardia, d'altronde questo è il vero Dalla.
Continuando si ascolta "Mambo" tratta dall'album "Dalla" del 1978. Qui siamo davanti al Dalla migliore, né troppo vanguardistico (insopportabile!) né troppo semplice (riduttivo e poco stimolante!). Va anche detto che qui le tastiere non esistono, questo canto di sdegno e disprezzo è accompagnato con suprema sapienza solo da un gruppo di strumenti acustici, spesso suonati con abilità dallo stesso Dalla.
Interessantissima la scaletta che esegue il sassofono nella parte finale del brano, semplice, ricca ed ossessiva.
Le ritmiche sospese così care a Dalla sono le assolute protagoniste di questa ballata dal sapore quasi portoghese, dal titolo "Notte" estratta dal classico e bellissimo "Com'è profondo il mare" (1977). Il brano è in fa ma si adagia sia su scale di mi minore che in accenni di sol e do. Finalmente, verso la parte finale, il brano prende ad avere un ritmo non più sospeso, è preciso e classificabile come una specie di valzer terzinato con degli arpeggi che cesellano un giro su una scala di do che vede l'entrata fugace di un la minore.
Sempre dallo stesso lp viene la prossima traccia, uno di quei quadretti di guerra a cui Dalla ci ha sempre abituato quasi dolcemente. Il ritmo, nonostante il titolo sia "Tango", non è quello argentino, d'altronde Dalla non ama indugiare sulle ritmiche di questo grande paese, coltivate invece benissimo da Guccini in brani come "Tango per due". Qui le atmosfere argentine sono portate solo da una fisarmonica che fa brevi passaggi molto argentini, oltre a cesellare una di quelle melodie del migliore Dalla, compromesso tra semplicità e larghezza di veduta musicale (non mi stancherò mai di dire che questo è il Dalla che preferisco: né avanguardia né pop moderno odark!).
Sempre da "Com'è profondo il mare" (1977) viene questa "Quale allegria". Il brano è una riflessione amara sulla vita e sulle sue menzogne. Questa è una di quelle canzoni senza ritornello, un fiume di parole che sfocia naturalmente in un mare di note. Interessante anche lo scat finale, anche quello amaro e quasi urlato.
Sempre dallo stesso lp del '77 viene anche "Non andar più via", ballata lenta e articolata, come era il Dalla migliore. Il testo è un grido di libertà, una rivendicazione di esistenza di cui forse l'arte avrebbe bisogno più oggi che allora. Forse è anche un grido d'aiuto a chi ascolta, comunque è un bel brano. Interessante è la coda strumentale, con un leggero elemento disarmonico.
Da "Automobili", ultimo album scaturito nel 1976 dalla collaborazione con il poeta Roberto Roversi, viene questa "Due ragazzi". La prima parte è una tarantella spezzata e rivissuta da un musicista geniale, mentre la seconda è una ballata con tinte jazz. Il testo è la descrizione di un amore svoltosi in un auto. Veramente bella!
La traccia successiva già sta ai limiti di quel Dalla avanguardistico che non amo,così come non stimo il cantautore pop nato dopo "Amen" (1993. Il brano è una canzone d'amore un po' allucinato.
Molto bella e un po' felliniana è "Anna bell'Anna", presentata al Disco per l'estate 1974. In più punti ricorda le colonne sonore di Nino Rota o anche gli stilemi delle musiche del cinema muto. La ballata ha una struttura che permette al banjo di swingare, atmosfera rafforzata anche dall'interessante intervento del piano elettrico nonché dallo "scat" finale di Dalla. Va detto che il cantautore con gli anni ha forse perso smalto anche in questa sua seminale caratteristica.
Questa è una delle canzoni che più ha cullato la mia infanzia, si intitola "Il cojote". Credo sia una metafora dell'eterna sfida fra il debole ed il forte, spesso ingiustamente vinta da quest'ultimo. La metafora è rappresentata dal cojote e la stella, il racconto è scandito da continui "crescendo" che scandiscono il racconto triste e sentito. Difatti il brano ha tre tonalità re mibemolle e mi, e si torna in re solo per la chiusura in "scat", stile che spesso dialoga con la batteria che esegue virtuosismi.
Un'altra chicca, anche se non particolarmente importante nella mia vita, è la traccia successiva e conclusiva dal titolo "l'ultima vanità". Il brano è una specie di habanera, tra minore e maggiore, perfino con interessanti passaggi arabi nella parte iniziale, mentre la chiusa strumentale, brevissima, si schiude in un valzer.
Nell'insieme è un bel disco, ovviamente sconsigliato ai neofiti che devono (e dico devono!) cominciare con "12000 lune" del 2006, triplo cd con tutte le più belle di Dalla.
La prima traccia è "La leggenda del prode Radamès", omaggio del cantautore al Quartetto Cetra.
L'arrangiamento rimanda istintivamente e spudoratamente alle atmosfere del dalla giovanile, quello nato ancora prima del cantautore, il musicista che suonava dixieland. Il brano potrebbe essere considerato un ritratto ironico del trattamento che spesso si riserva alle donne e non dico altro.
La prima delusione (cocente!) si ha con la seconda traccia, la reinterpretazione di "Anema e core", capolavoro della musica napoletana scritto nel 1950 da Tito Manlio e Desposito.
Intanto non mi piacciono le libertà armoniche e melodiche che dalla si prende, poi, addirittura, sfociate nello spostamento di una parte di testo, in secondo luogo è deludente la pronuncia nel napoletano.
Non viene per niente conservata la classicità che ha fatto di questa melodia un brano tra i più conosciuti al mondo. Il canto non usa mai tentativi di avvicinarsi alle tecniche del bel canto (che poi Dalla ama e conosce).
L'ultimo inedito (l'unico vero inedito!) è "Anche se il tempo passa (amore)". Come ritmo potrebbe ricordare Mary Luis, anche se le sonorità sono quelle elettroniche ed elettriche che caratterizzano l'ultimo Dalla. Comunque sotto l'apparente semplicità si intravede un impegno nella ricerca di sviluppi melodici ormai poco consueti, tipici di chi ha avuto la fortuna di iniziare l'attività musicale negli anni Sessanta.
Nominata e vista! Eccoci ad una "Mary Luis", non riarrangiata, solo con alcune parti di canto affidate a Marco Mengoni. Devo dire che rende bene, il brano fra l'altro è molto bello e tratto da uno degli album più riusciti del nostro, quel "Dalla" che fra l'altro conteneva "Futura", "Mambo", "La sera dei miracoli" e altri classici di Dalla.
Da qui inizia la parte propriamente antologica, un percorso a ritroso, iniziando dalle più attuali, fra le canzoni meno conosciute. Il viaggio comincia con "Angoli nel cielo" title track del disco precedente del Dalla. Se dovessi descrivere il brano, che non conoscevo prima, direi che è una ballata dall'atmosfera molto sospesa, anche grazie ai tocchi di pianoforte e percussioni latine, che dove arrivano addolciscono sempre i tocchi di batteria.
Il brano successivo è uno degli esempi del Dalla che amo di meno, quello che, pur facendo tanta morale agli altri, leggere la dichiarazione per musicblog it per credere, copia dall'estero dei generi che neanche riesce a reggere. Il brano infatti sarebbe anche una suadente ballata, se non fosse riarrangiata con delle chitarre elettriche distorte che non le rendono giustizia, semmai la rendono inascoltabile.
Anche il brano successivo è un esempio di questo tipo di repertorio, in cui bei testi, magari anche belle melodie, sono riarrangiate talmente male che sono inascoltabili. Il brano si chiama "Malinconia d'ottobre", c'è un violoncello talmente mal usato che non riesci nemmeno a fartene cullare.
Il brano è curioso perché ha un pezzettino dedicato a Lisbona, al Café Martinho Da Arcada, bar che Fernando Pessoa frequentava negli anni Trenta del Novecento, in cui c'è sempre spazio per lui, come se dovesse arrivare ad ogni istante. A questo stesso ambiente si riferisce Antonio Tabucchi nel bellissimo "Sostiene Pereira", libro da cui è stato tratto un film, l'ultimo recitato da Marcello Mastroianni.
Dall'album "lucio" del 2003 viene questa bellissima "Amore disperato", che Dalla interpreta insieme a Mina. Il brano è stato originariamente composto per l'adattamento moderno e personale che Dalla ha fatto della storia di Tosca. Il brano ha una struttura fortemente classica, cosa che lo potrebbe paragonare a "Caruso", uno dei classici del repertorio dalliano. Sicuramente le due voci stanno molto bene insieme, anche perché entrambe amano molto allargare i propri orizzonti in sede interpretativa, non accontentandosi quasi mai di cantare semplicemente. Per avere conferma di ciò basta sentire l'ultima bellissima canzone di Mina dal titolo "Questa canzone".
Il brano successivo, tornando a Dalla, è "Prima dammi un bacio", altra traccia di "lucio" dal sapore fortemente nostalgico e melodico. Interessante questa valutazione del terzinato, lento come se fosse un bolero cubano, così tipico di classici come "Canzone per te" di Sergio Endrigo. Contrariamente al precedente citato, però, il brano di Dalla è in maggiore (il brano di Endrigo alterna strofe in minore a ritornelli in maggiore) ed è fortemente elettronico, addio a quelle fantastiche orchestre!
Saltando a piè pari l'album "Ciao" (1999) (per fortuna!) si arriva a "Canzoni" (1996) da cui si fa emergere un classico (checchè ne dica Dalla qualche brano famoso qui c'è!) come "Tu non mi basti mai", uno dei più belli dell'ultima produzione del cantautore.
Il successivo è una di quelle ballate che, se non fosse per l'arrangiamento pop troppo sfrontato (ti credo che si è stancato!) sarebbe anche bella. La strofa inizia e spesso torna su un inusitato dosettima aumentata e su un ritmo che non saprei descrivere. I ritornelli, o meglio la seconda frase melodica che implacabile continua la prima ad ogni sua riapparizione, ha come sue punte armoniche un fa maggiore utilizzato su una scala di sol e un finale su si minore e la alternati. Ritmicamente potrebbe ricordare certe canzoni anni Ottanta, che nel secondo compact avremo il piacere di riascoltare.
Il brano successivo, dal titolo "Latin lover", potrebbe essere considerato il secondo tentativo, dopo la già ricordata "Caruso", di scrivere un brano che ricordi ed utilizzi le caratteristiche del melodramma italiano in chiave moderna. Dallaè molto bravo ascrivere brani con queste strutture spesso terzinate, anche se forse la sua voce non è la migliore per la loro interpretazione, difatti questo pezzo renderebbe molto di più interpretato da una voce tenorile.
La melodia comunque è interessante ed aperta, anche se è semplice.
Il brano successivo fa parte del Lucio Dalla che non sopporto (preferisco quattro martellate piuttosto che ascoltare sto pezzo!). Se non sbaglio stava nel cd "Henna", uno di quelli che ho odiato di più della discografia di Dalla. L'unica traccia che andrebbe riscoperta è "Cinema", brano con l'inconfondibile partecipazione del già citato Mastroianni.
Arrivando a "Cambio" (1990, ultimo album veramente bello prodotto da Dalla) si riscopre un capolavoro sconosciuto intitolato "Le rondini". È una ballata sostenuta da una base completamente elettronica (ovviamente se fosse stata acustica era meglio!) dedicata ad una serie di sogni, forse alla libertà vera, quella interiore. Incredibile il sassofono nel finale, che si prodiga in assoli dalle venature jazz, tanto amati da Dalla, in dialogo con una chitarra elettrica distorta.
La prossima, sempre da "Cambio" è un brano completamente in "scat", se non fosse per il ritornello dove si dice solo "è l'amore" (a questo punto si poteva mettere il "pezzo zero" del cd 2 di questa antologia!). Questa non mi è mai piaciuta più di tanto ma sono solo gusti personalissimi e discutibilissimi.
Il secondo cd inizia con una delle canzoni più belle del repertorio del nostro, la poco conosciuta "Chissà se lo sai", interpretata anche da Ron. La versione di Dalla è forse più convincente, anche perché il cantautore ancora era orgoglioso del suo vero timbro (siamo arrivati con questo brano negli anni Ottanta). Vaanche detto che qui Dalla non ha bisogno di fare la morale sull'esterofilia imperante, anche perché se la fa è solo dato che sa benissimo che lui è il primo a non applicare ciò che chiede agli altri. Il brano è una bella ballata romantica, conclusa da uno di quegli assoli di sassofono di Dalla, allo stesso tempo dolci e graffianti.
Altro brano che ha cullato la mia infanzia è la seconda, "Soli io e te". Anche questa è una ballata, dove la musica leggera viene usata per creare delle melodie e delle armonie semplici ma non banali (spesso ormai la complicazione è talmente comune che essa stessa è la banalità!). Bella la corposità del suono del gruppo pop, dove gli strumenti elettronici non sostituiscono ma aiutano gli acustici.
La traccia successiva è un brano che non ricordavo dal titolo "Stornello". Da questo pezzo si deduce quella particolare familiarità del cantautore bolognese con il folk e con la melodia italiana, la stessa che lo ha portato ad incidere brani come "4 marzo 1943", "Piazza grande", "Itaca" ed altri. il brano ha una struttura quasi brasiliana che dà alla sua semplice melodia italiana un tocco molto esotico. La canzone ha anche un'altra curiosità, è natalizia, più semplice, anche se scettica, del capolavoro di De Gregori "Natale".
Ed eccoci ad un altro di quei quadretti storici che Dalla amava molto dipingere, con una ballata dalle tinte un po' blues, sospese, melodiche ma non troppo. Il brano si chiama "Viaggi organizzati". È da molto tempo che non ascolto la versione in studio di questo brano,che ho imparato ad amare follemente grazie a "Dallamericaruso", album che consiglio in maniera calda e spudorata. La versione da studio è molto più calma, d'altronde Dalla,come vero artista che è, si presenta per quello che è solo live, e forse ora non è neanche più in grado di tenere un concerto di quelli memorabili.
La traccia successiva è una poco conosciuta ma bellissima "Pecorella", tratta da "1983". Per chi non la conosce potrei presentare questa canzone come un brano dalle atmosfere latine, il bilico tra un accenno di chachacha e certe atmosfere jazz del pianoforte. La traccia successiva è "Solo", sempre tratta da "1983". È interessante la chitarra elettrica spesso usata con il wawa. Bello anche il ritmo sospeso come gli accordi, tra maggiore e minore, tra semplicità e avanguardia, d'altronde questo è il vero Dalla.
Continuando si ascolta "Mambo" tratta dall'album "Dalla" del 1978. Qui siamo davanti al Dalla migliore, né troppo vanguardistico (insopportabile!) né troppo semplice (riduttivo e poco stimolante!). Va anche detto che qui le tastiere non esistono, questo canto di sdegno e disprezzo è accompagnato con suprema sapienza solo da un gruppo di strumenti acustici, spesso suonati con abilità dallo stesso Dalla.
Interessantissima la scaletta che esegue il sassofono nella parte finale del brano, semplice, ricca ed ossessiva.
Le ritmiche sospese così care a Dalla sono le assolute protagoniste di questa ballata dal sapore quasi portoghese, dal titolo "Notte" estratta dal classico e bellissimo "Com'è profondo il mare" (1977). Il brano è in fa ma si adagia sia su scale di mi minore che in accenni di sol e do. Finalmente, verso la parte finale, il brano prende ad avere un ritmo non più sospeso, è preciso e classificabile come una specie di valzer terzinato con degli arpeggi che cesellano un giro su una scala di do che vede l'entrata fugace di un la minore.
Sempre dallo stesso lp viene la prossima traccia, uno di quei quadretti di guerra a cui Dalla ci ha sempre abituato quasi dolcemente. Il ritmo, nonostante il titolo sia "Tango", non è quello argentino, d'altronde Dalla non ama indugiare sulle ritmiche di questo grande paese, coltivate invece benissimo da Guccini in brani come "Tango per due". Qui le atmosfere argentine sono portate solo da una fisarmonica che fa brevi passaggi molto argentini, oltre a cesellare una di quelle melodie del migliore Dalla, compromesso tra semplicità e larghezza di veduta musicale (non mi stancherò mai di dire che questo è il Dalla che preferisco: né avanguardia né pop moderno odark!).
Sempre da "Com'è profondo il mare" (1977) viene questa "Quale allegria". Il brano è una riflessione amara sulla vita e sulle sue menzogne. Questa è una di quelle canzoni senza ritornello, un fiume di parole che sfocia naturalmente in un mare di note. Interessante anche lo scat finale, anche quello amaro e quasi urlato.
Sempre dallo stesso lp del '77 viene anche "Non andar più via", ballata lenta e articolata, come era il Dalla migliore. Il testo è un grido di libertà, una rivendicazione di esistenza di cui forse l'arte avrebbe bisogno più oggi che allora. Forse è anche un grido d'aiuto a chi ascolta, comunque è un bel brano. Interessante è la coda strumentale, con un leggero elemento disarmonico.
Da "Automobili", ultimo album scaturito nel 1976 dalla collaborazione con il poeta Roberto Roversi, viene questa "Due ragazzi". La prima parte è una tarantella spezzata e rivissuta da un musicista geniale, mentre la seconda è una ballata con tinte jazz. Il testo è la descrizione di un amore svoltosi in un auto. Veramente bella!
La traccia successiva già sta ai limiti di quel Dalla avanguardistico che non amo,così come non stimo il cantautore pop nato dopo "Amen" (1993. Il brano è una canzone d'amore un po' allucinato.
Molto bella e un po' felliniana è "Anna bell'Anna", presentata al Disco per l'estate 1974. In più punti ricorda le colonne sonore di Nino Rota o anche gli stilemi delle musiche del cinema muto. La ballata ha una struttura che permette al banjo di swingare, atmosfera rafforzata anche dall'interessante intervento del piano elettrico nonché dallo "scat" finale di Dalla. Va detto che il cantautore con gli anni ha forse perso smalto anche in questa sua seminale caratteristica.
Questa è una delle canzoni che più ha cullato la mia infanzia, si intitola "Il cojote". Credo sia una metafora dell'eterna sfida fra il debole ed il forte, spesso ingiustamente vinta da quest'ultimo. La metafora è rappresentata dal cojote e la stella, il racconto è scandito da continui "crescendo" che scandiscono il racconto triste e sentito. Difatti il brano ha tre tonalità re mibemolle e mi, e si torna in re solo per la chiusura in "scat", stile che spesso dialoga con la batteria che esegue virtuosismi.
Un'altra chicca, anche se non particolarmente importante nella mia vita, è la traccia successiva e conclusiva dal titolo "l'ultima vanità". Il brano è una specie di habanera, tra minore e maggiore, perfino con interessanti passaggi arabi nella parte iniziale, mentre la chiusa strumentale, brevissima, si schiude in un valzer.
Nell'insieme è un bel disco, ovviamente sconsigliato ai neofiti che devono (e dico devono!) cominciare con "12000 lune" del 2006, triplo cd con tutte le più belle di Dalla.
venerdì 29 aprile 2011
Sui limiti della contaminazione tra musica americana ed italiana
Carissimi lettori, non avrei mai voluto scrivere l’articolo che sto per redigere, più che altro perché la persona che sto per difendere (Lucio Dalla) ha 45 anni di carriera sulle spalle che la difendono molto meglio di me.
Il cantautore bolognese, in occasione di un suo discorso tenuto in un’Università, ha affermato che il rap, come forma d’arte, non ha niente a che vedere con la maniera profonda di vivere la musica che noi italiani, volendo o non volendo, ci portiamo nel DNA. Sinceramente, conoscendo approfonditamente l’opera di Dalla, non credo che il discorso, commentato a iosa dai giornali ma da essi non riportato sufficientemente, quantomeno per quello che mi è stato possibile vedere, che il cantautore faccia una serie di affermazioni nazionalistiche. Non avendo io chiare le opinioni di Dalla, in questa sede vorrei solo esprimere le mie, discutibili, personali, relative.
Credo che il rap vada bene (a me comunque non piace) solo cantato nello slang americano che lo ha visto nascere come musica di denuncia. Da noi, e in tutto il resto del mondo, è una di quelle musiche che, ben digerita dal sistema che inizialmente denunciava, è stata da esso dittatorialmente imposta. In Italia, almeno per me, non c’è un solo rapper decente,meno ancora Fabri Fibra, il cui caso veniva citato da un giornalista per considerare Dalla un “incapace”, in quanto non ne avrebbe capito il talento. Sinceramente, e io la metto su un punto di vista linguistico e filologico, tutti quei progetti che prendono il via da premesse che forzano la cultura con i quali essi vengono irrimediabilmente a contatto, non li approvo. Ogni lingua, sia essa maggioritaria o minoritaria, è, ancora prima che una serie di regole, un mondo sonoro che la musica deve saper sfruttare e valorizzare, obbligandosi a non farle fare ciò che non le è naturale. Se si ascolta gran parte del rap italiano, oltre ai testi insulsi della maggioranza dei brani, si sente un insopportabile (almeno alle mie orecchie) maltrattamento della lingua italiana.Sinceramente, poi, non capisco il gusto di scimmiottare pedissequamente una musica importata, oltretutto in maniera innaturale, come accennato poco sopra, rinunciando a prenderne stimoli per poi farne qualcosa veramente di proprio. Sinceramente io preferisco delle esperienze di uso più particolare del parlato, ad esempio brani di Piero Ciampi (1935-1980) come “Te lo faccio vedere chi sono io”, dove la musica non dà lo schema ritmico alla parola, solo il sottofondo affinché il cantante si possa divertire con la parola, non imprigionata negli schemi, concepiti per lo slang americano, del rap. Credo infatti che il parlato sia un grandissimo arricchimento del cantato, come anche altri colori tra cui i finali “calanti”, ma non deve essere una schiavizzazione né un obbligo. Amo infatti il Paolo Conte che mischia cantato e parlato, oppure certi “tangueros” che utilizzano il parlato per andare in controtempo, cosa che si può fare con le lingue neolatine, difattidifficilmente piegabili a schemi ritmici estranei. Sinceramente io lascio ovviamente ad ognuno i propri gusti, ma dico che, come i cantanti americani non cantano all’italiana ma hanno creato orgogliosamente un modo di canto solo per l’inglese, così abbiamo l’obbligo di riscoprire la nostra italianità, la stessa che il mondo ci invidia. Dalla, che non è estraneo alla cultura americana, ne utilizza in maniera molto propria le caratteristiche, avendo creato ad esempio un misto tra rap e scat in brani come “Borsa valori”. Nel brano, infatti, la voce viene usata in gran parte della sua estensione, dalle note alte a quelle medie, non limitandosi allo schematismo, completamente basato su note medie, del rap puro.
Un’altra tendenza che mi dà fastidio, presa anche dalla musica popolare salentina, oltre ai fastidiosissimi brani in italiano, è quella delle contaminazioni, o peggio ancora dell’esecuzione e creazione, di blues italiano. Secondo Paolo Conte,infatti, noi abbiamo la cultura per il swing e la ballad lenta, mentre il blues non è nostro. Difatti,se ci si pensa bene, il swing e la ballad prevedono il canto o un qualcosa di simile al “bel canto”, il blues ha un lamento che si può fare solo in inglese e con le sue sonorità. A dimostrazione di ciò stanno i brani, meravigliosi e indimenticati, scritti da compositori come Giovanni d’Anzi o Gorni Kramer, che negli anni Trenta traghettarono il jazz in Italia, nonostante l’ipocrita e falsa opposizione ufficiale del fascismo.
Come avete visto da una difesa di Dalla si è passato ad enumerare quelli che per me sono i limiti di buon gusto nelle contaminazioni tra la musica statunitense ed il nostro modo di concepire quest’arte, come già notato da noi stupidamente rinnegato (e notare che quando non lo rinnegavamo ma lo esportavamo davvero, noi contavamo musicalmente nel mondo, ora siamo poco più di niente).
Il cantautore bolognese, in occasione di un suo discorso tenuto in un’Università, ha affermato che il rap, come forma d’arte, non ha niente a che vedere con la maniera profonda di vivere la musica che noi italiani, volendo o non volendo, ci portiamo nel DNA. Sinceramente, conoscendo approfonditamente l’opera di Dalla, non credo che il discorso, commentato a iosa dai giornali ma da essi non riportato sufficientemente, quantomeno per quello che mi è stato possibile vedere, che il cantautore faccia una serie di affermazioni nazionalistiche. Non avendo io chiare le opinioni di Dalla, in questa sede vorrei solo esprimere le mie, discutibili, personali, relative.
Credo che il rap vada bene (a me comunque non piace) solo cantato nello slang americano che lo ha visto nascere come musica di denuncia. Da noi, e in tutto il resto del mondo, è una di quelle musiche che, ben digerita dal sistema che inizialmente denunciava, è stata da esso dittatorialmente imposta. In Italia, almeno per me, non c’è un solo rapper decente,meno ancora Fabri Fibra, il cui caso veniva citato da un giornalista per considerare Dalla un “incapace”, in quanto non ne avrebbe capito il talento. Sinceramente, e io la metto su un punto di vista linguistico e filologico, tutti quei progetti che prendono il via da premesse che forzano la cultura con i quali essi vengono irrimediabilmente a contatto, non li approvo. Ogni lingua, sia essa maggioritaria o minoritaria, è, ancora prima che una serie di regole, un mondo sonoro che la musica deve saper sfruttare e valorizzare, obbligandosi a non farle fare ciò che non le è naturale. Se si ascolta gran parte del rap italiano, oltre ai testi insulsi della maggioranza dei brani, si sente un insopportabile (almeno alle mie orecchie) maltrattamento della lingua italiana.Sinceramente, poi, non capisco il gusto di scimmiottare pedissequamente una musica importata, oltretutto in maniera innaturale, come accennato poco sopra, rinunciando a prenderne stimoli per poi farne qualcosa veramente di proprio. Sinceramente io preferisco delle esperienze di uso più particolare del parlato, ad esempio brani di Piero Ciampi (1935-1980) come “Te lo faccio vedere chi sono io”, dove la musica non dà lo schema ritmico alla parola, solo il sottofondo affinché il cantante si possa divertire con la parola, non imprigionata negli schemi, concepiti per lo slang americano, del rap. Credo infatti che il parlato sia un grandissimo arricchimento del cantato, come anche altri colori tra cui i finali “calanti”, ma non deve essere una schiavizzazione né un obbligo. Amo infatti il Paolo Conte che mischia cantato e parlato, oppure certi “tangueros” che utilizzano il parlato per andare in controtempo, cosa che si può fare con le lingue neolatine, difattidifficilmente piegabili a schemi ritmici estranei. Sinceramente io lascio ovviamente ad ognuno i propri gusti, ma dico che, come i cantanti americani non cantano all’italiana ma hanno creato orgogliosamente un modo di canto solo per l’inglese, così abbiamo l’obbligo di riscoprire la nostra italianità, la stessa che il mondo ci invidia. Dalla, che non è estraneo alla cultura americana, ne utilizza in maniera molto propria le caratteristiche, avendo creato ad esempio un misto tra rap e scat in brani come “Borsa valori”. Nel brano, infatti, la voce viene usata in gran parte della sua estensione, dalle note alte a quelle medie, non limitandosi allo schematismo, completamente basato su note medie, del rap puro.
Un’altra tendenza che mi dà fastidio, presa anche dalla musica popolare salentina, oltre ai fastidiosissimi brani in italiano, è quella delle contaminazioni, o peggio ancora dell’esecuzione e creazione, di blues italiano. Secondo Paolo Conte,infatti, noi abbiamo la cultura per il swing e la ballad lenta, mentre il blues non è nostro. Difatti,se ci si pensa bene, il swing e la ballad prevedono il canto o un qualcosa di simile al “bel canto”, il blues ha un lamento che si può fare solo in inglese e con le sue sonorità. A dimostrazione di ciò stanno i brani, meravigliosi e indimenticati, scritti da compositori come Giovanni d’Anzi o Gorni Kramer, che negli anni Trenta traghettarono il jazz in Italia, nonostante l’ipocrita e falsa opposizione ufficiale del fascismo.
Come avete visto da una difesa di Dalla si è passato ad enumerare quelli che per me sono i limiti di buon gusto nelle contaminazioni tra la musica statunitense ed il nostro modo di concepire quest’arte, come già notato da noi stupidamente rinnegato (e notare che quando non lo rinnegavamo ma lo esportavamo davvero, noi contavamo musicalmente nel mondo, ora siamo poco più di niente).
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venerdì 3 dicembre 2010
Lucio Dalla e Francescde Gregori: "Workinprres"
Carissimi lettori, riesco a mantenere una promessa che feci quando recensì la prima data del tour "Work in progress" di Lucio Dalla e Francesco De Gregori, ossia finalmente riesco a recensire il cd che ne è scaturito.
Il disco in questione si apre con un brano inedito dal titolo "Non basta saper cantare", che fortunatamente ora è stato scelto come singolo per trainare questo disco, per rimediare all'errore che secondo me è stato commesso facendo sì che questo disco fosse annunciato con "Gigolo", uno dei brani più insipidi di Dalla e De Gregori che io abbia mai sentito. Comunque il brano è una ballata che rimanda molto a "Santa Lucia" di Francesco De Gregori, già presente in "Banana republic", di cui questo progetto è un aggiornamento giocoso e bello. Il brano è una di quelle ballads sulla vita che ad entrambi gli autori vengono ancora bene.
Il percorso tra i classici dei due autori inizia con "Tutta la vita" di Lucio Dalla, che viene cantata insieme da entrambi ma più da De Gregori, che gli dà un'essenza fortemente blues o dylaniana. In questa versione il brano riscopre la sua anima latina, tramite l'inclusione di numerose percussioni etniche che rimandano a Cuba. È interessante sentire Dalla che si prodiga nel suo inconfondibile "scat" mentre De Gregori suona un'armonica.
Ed eccoci ad un Francesco De Gregori che ci interpreta "Anna e Marco" con una bellissima tenerezza, che io non gli sentivo da tempo. Quando Dalla entra il canto si sporca, diventa jazzato, perché lui è uno di quelli per cui la musica leggera va arricchita perché opprime ma non si può abbandonare (per motivi economici: forse!).
Comunque in queste occasioni ancora riesco a provare emozioni ascoltando questi due mostri sacri che si stanno divertendo davvero, cosa che la musica cosiddetta leggera non mi trasmette quasi mai.
E con un inizio a tempo di charleston arriva la prima incursione nel repertorio di Francesco De Gregori, con il brano "Titanic". L'atmosfera che si respira è veramente rilassata, libera e liberatoria, i due cantanti intrecciano molto armoniosamente i propri stili, alternando strofe singole a piccole parti a due voci. Nell'ultima strofa è da notare la sostituzione della parola "sposarci" con "provarci".
Ed arriviamo con piacere ad una molto bella versione de "La leva calcistica del '68", introdotta da un graffiante assolo di sassofono di Lucio Dalla. Il canto sembra completamente affidato a De Gregori, mentre Dalla dà delle pennellate di sax contralto, che precedono la sua entrata anche a livello di voce. Il secondo ritornello è affidato a Lucio Dalla, che fa degli interessantissimi finali calanti, dove scende di circa un'ottava e mezzo. Questo effetto, invece di indurire il canto, lo addolcisce, prima di lasciare spazio ad un dialogo tra il sassofono di Dalla ed una chitarra elettrica che si abbandona a fraseggi leggermente blues, subito equilibrati da una certa melodicità.
Il ritorno al repertorio di Dalla si effettua con "Canzone", brano che live perde sempre, seppur è sempre piacevole e leggero. Trovo che niente esalti la dolcezza della melodia come l'orchestrazione che si riscontra nella versione da studio presente nel cd "Canzoni". In questo brano, come vuole la struttura melodica, Dalla viene aiutato da delle coriste molto abili. Le improvvisazioni non sfociano mai in giri che rimandano a stilemi non italiani. È geniale l'imitazione del mandolino da parte di Dalla, che precede un breve intervento di De Gregori, che riscopre il suo avere iniziato come cantante di musica popolare nordamericana ed italiana al folkstudio di Roma. L'ultimo ritornello è diviso tra una parte interpretata a vocalizzi ed un'altra dove il testo viene regolarmente cantato.
Dal repertorio di Dalla viene estratta anche "Enna", brano a cui il cantante è molto legato, mentre invece io non l'ho mai amato. Nonostante ciò devo riconoscere che con questa versione acustica acquista un certo fascino, anche se non mi chiedete d'amarlo (ripeto!). Non amo, credo d'averlo già detto ma con l'occasione lo ribadisco, i brani che mascherano la politica dietro un muro di buoni sentimenti, a questo punto datemi una sincera canzone d'amore (vedi "Frasi d'amore" di Don Backy o "Bell'amore" di De Gregori).
Il brano si chiude con una bruttissima coda rock, dove Dalla dialoga con una banale chitarra elettrica con dei vocalizzi assolutamente indegni di lui.
Quando si torna a cantare De Gregori si interpreta uno dei brani più belli, forti e profondi del cantautore romano, giustamente asceso al grado di classico della canzone italiana. Mi riferisco a "La storia", canzone sulla condizione umana tra le più intime e ben fatte che mi sia dato di conoscere. Molto bello è anche l'intervento di Dalla con il clarinetto, che dialoga con il pianoforte e con il canto semiparlato di De Gregori. È strano sentire un leggero accenno di valzer durante la conclusione, ma qui è tutto bello, niente disturba.
Avevamo parlato dei rimandi che questo disco contiene a "Banana republic". Il brano che continua la scaletta potrebbe rimandare alla title track di quel disco, perché è un ritmo latino dolce e ruffiano. Il brano racconta dei viaggiatori, di quel viaggio che purtroppo fa perdere le radici, cosa che a molti piace in questo mondo dove essere globalizzati pare un obbligo. Bellissimo l'accompagnamento, molto buono anche ilcanto, abbastanza pulito, pieno di melodia italiana. Ancora una volta Lucio Dalla ci delizia con la sua personale riproduzione vocale del "tremolo" del mandolino. Sembra uno di quei brani alla De Gregori, di quelli che raccontano le atmosfere d'inizio Novecento, come "L'abbigliamento del fuochista".
All'inizio di questo articolo avevo citato "Santa Lucia" perché "Non basta saper cantare" me la ricorda, ed eccola qui riscoperta e valorizzata. È emozionante sentire De Gregori che alla fine del suo primo intervento riesegue uno stacco su una "i", tipico dello stile del cantautore romano degli anni Settanta. È un brano pieno di tenerezza e leggerezza, sentimenti di cui l'ascolto di questo disco fa fare incetta.
Quando si torna a prendere in mano il canzoniere di Dalla si ruba una perla ad "Automobili", ovvero "Nuvolari". Dispiace un po' l'abbassamento di ben due toni da sol a mi, ma probabilmente il bolognese non ha più il suo mitico falsetto, e soprattutto in tono originale De Gregori non potrebbe partecipare al canto. De Gregori esegue la prima parte lenta, rallentandola ancora, facendola diventare un po' ambient, ma forse gli dà un'atmosfera che non la raprpesenta. Quando si riprende a ritmo standard, Dalla riprende le redini del canto, con una forte teatralità sulla parola "chiusa", che diventa quasi il perno della frase melodica, prima di un giocoso tentativo di imitazione del rombo della macchina (da parte di Dalla, ovvio!). Dispiace ancora una volta sentire Dalla cantare su note più basse delle sue note naturali, mal'età non perdona nessuno (ancora Zero riesce a fare cose favolose, ma questa è altra musica!).
È un po' deludente il finale, che si chiude su la parte lenta eseguita da De Gregori con le atmosfere ambient di cui sopra.
Il brano successivo è una perla del canzoniere di De Gregori, che viene iniziata da Lucio Dalla. Ci riferiamo a "Viva l'Italia", che perde in parte il suo tocco internazionale in favore di una certa italianità o anche di una certa anima natalizia propiziata dalla presenza dei campanelli (fortunatamente sporadica!). Purtroppo anche qui ritroviamo i deplorati coretti criticati già in occasione della data zero. È da notare la sostituzione della parola "nuda" con il termine "povera". Nel finale De Gregori suona un'armonica in la rigorosamente lamella per lamella, concludendo il brano con una scala sulla posizione di soffio, chiusa da un'interessante tremolo sul terzo la dello strumento.
Ancora dal canzoniere di De Gregori viene "L'agnello di Dio", che acquista un'anima rock, solo in parte addolcita da alcuni particolari dello stile sassofonistico di Dalla, che non è mai completamente americano, poiché Dalla aveva iniziato anche come sassofonista di liscio. In questo brano ci sono molte strofe modificate in profondità. È interessante il trillo dolcissimo che Dalla esegue durante la parte lenta del brano, l'unica che io ho mai amato, in quanto, anche se il brano ha un testo profondo e tagliente non mi è riuscito mai ad arrivare per la sua musica che non mi ha mai convinto. Forse qualcuno di voi lo avrà anche sospettato, per me la prima cosa che mi deve colpire in un brano è la melodia, il testo non basta, arriva comunque dopo.
Un'altra perla di De Gregori continua la scaletta, ovvero la ballata "La valigia dell'attore". La melodia è distesa, larga e così è cantata dall'autore. Interessanti gli archi che danno una cornice classica a questo brano, unica che le si addica effettivamente, come ad ogni pezzo che abbia una struttura sviluppata. La seconda parte del brano, come sempre, è interpretata da Dalla e De Gregori in condivisione, o "a contrapunto", per usare un termine caro alla tradizione dei payadores sudamericani. Quando il brano è cantato da Dalla si tinge di jazz, ma il canto non si sporca mai troppo, il bolognese ha un grande rispetto di ciò che non gli appartiene.
Ed ecco Marco Alemanno, grande amico e compagno inseparabile di Dalla, che all'inizio del secondo disco introduce "L'abbigliamento del fuochista", una delle canzoni ispirate alla tragedia del titanic.
Ed eccoci all'"abbigliamento del fuochista", interpretata in maniera veramente convincente. Il brano è una testimonianza toccante di uno dei lavoratori del Titanic, uno dei tanti italiani che grazie a questa tragedia vedranno trasformata la loro fortuna in fallimento. Queste storie, forse, ci dovrebbero far guardare quelli che ora vengono da noi con altri occhi, anche perché non dovremo aspettare molto tempo per dover scappare un'altra volta da questo paese infido. Interessanti sono stati gli interventi di sassofono, che in questo frangente assumono una matrice eniquivocabilmente liscio.
Quando si torna a cantare Dalla si interpreta una "Disperato erotico stomp", che credo non avesse mai conosciuto versioni dal vivo registrate. Questo brano è giocoso sin dall'inizio, la trasgressione del testo e della tematica si riverbera quasi in ogni singola sfumatura del canto dei due interpreti. Veramente spassoso, anche per la variazione al rif musicale che scandisce il passaggio da strofa a strofa. Favoloso il tentativo (devo dire riuscito!) da parte di De Gregori di imitare uno stile tipico di Dalla sulla parola "grande". Curioso è anche il rallentamento in corrispondenza dell'ultimo quadro esterno, prima del rientro a casa del protagonista, che precede una serie di giochi di allungamenti di frasi con duplicazioni di parole.
Quando si torna a cantare il canzoniere di De Gregori si interpreta "Vai in Africa Celestino", che si addolcisce a livello d'accompagnamento ma dialoga molto più fortemente con la sua matrice profondamente blues a livello di canto. Anche qui ci sono numerose modifiche al testo, una tra tutte "diossina" sostituita con "eroina". Il sassofono di Lucio Dalla in questo frangente forse convince meno, ci sarebbe voluto uno strumentista con una matrice più blues rispetto al bolognese, che comunque suona più in maniera ricollegabile a certo jazz anni Cinquanta.
E quando si pensa a Dalla, si torna alle cose serie (scusate, il pezzo precedente non lo amo!), difatti si esegue "Piazza grande". Il brano acquista una matrice sudamericana, molto generosa nei confronti della melodicità del brano, dove ancora una volta i due cantanti si rimpallano strofe a "contrapunto". De Gregori dipinge un quadro neorealista, aiutato da Dalla che però non resiste mai alla tentazione di entrare con inutili sporcature jazz, e addirittura con uno "scat" davvero opprimente.
Continuando con il repertorio di Dalla recuperiamo "Com'è profondo il mare", che viene iniziata da De Gregori con dolcezza, mentre Dalla risponde con il suo nuovo canto, che secondo me denota comunque stanchezza (checché ne dica lui!), perché solo molto raramente riesce a dare il peso dovuto alla parola, la sua principale maniera di comunicare. Nonostante ciò devo dire che mi piace questa versione, come quasi tutto questo cd, che consiglio nonostante tutti i nei che gli trovo.
Continuando si ha il piacere di ascoltare "L'anno che verrà", uno dei cavalli di battaglia di Dalla, dove c'è la solita tecnica della divisione per strofe, ognuna affidata ad un interprete diverso. È spassosissimo questo brano, fa meno piacere sentire i due timbri combaciare sulla stessa frase melodica in "E si farà l'amore", perché le due voci non hanno nessuna affinità, quindi l'insieme è abbastanza disarmonico. Comunque è bella, se non fosse per un pezzo troppo blues in corrispondenza della parte dove il ritmo latino si dissipa, comunque sono piccolezze.
Tornando a De Gregori si prende in mano un brano che il cantautore romano a dedicato sentitamente a Pier Paolo Pasolini. La dolcezza nostalgica del brano non è intaccata da nessun elemento, veramente perfetta. Se dovessi fare un paragone degregoriano per descrivere l'insieme di questa antologia citerei i tre live usciti tra il 1990 ed il 1991, da me ritenuti insuperabili come schiettezza interpretativa. Questo brano soprattutto ha quel respiro, davvero magico.
Tornando al repertorio di Lucio Dalla, ci viene offerta "Futura", iniziata da De Gregori in maniera al contempo tenera e giocosa. Ancora una volta va detto che l'abbassamento di tonalità beneficia solo De Gregori, proebendo assolutamente a Dalla di esprimersi al suo massimo (anche se comunque al cantautore il timbro è peggiorato a vista d'occhio in questi ultimi anni!).
Ed eccoci ad una "Rimmel", a cui il pubblico partecipa stupito, anche se poi l'orchestrazione che entra nella seconda strofa impedisce di godere qualche volta del canto gioioso della gente comune. L'arrangiamento è tra il country ed il latino, simile insomma a quello di Gianni Morandi, che come ricorderete si è appropriato del brano nel suo pregevole lavoro "Canzoni da non perdere". Questi momenti dovrebbero far capire a De Gregori che ogni arrangiamento è lecito, nello stesso momento in cui non si impedisca all'ascoltatore di godere liberamente dei brani in sede di concerto, atto bello solo se il pubblico ha la possibilità di parteciparvi attivamente, altrimenti tra gli eventi più sterili che può contare la vita attuale.
In questo gioco di rimandi a "bannaa republic", ovviamente non poteva mancare il richiamo alle atmosfere di "Come fanno i marinai", brano che, seppur non concepito per quell'occasione perché già inciso dai due in un 45 giri, ha ritratto come nessuno quel concerto. Il brano che riecheggia quei suoni è "Gigolo", quello che ci ha presentato questo progetto ancora prima che venisse pubblicato. Ho già avuto occasione di dire che trovo che questa interpretazione non sia degna di essere presentata come anteprima di questo progetto, che dopo ci ha fatto scoprire un gioiello come "Non basta saper cantare". Ciononostante è carina, godibile, è misterioso come il swing si arricchisca di rock e di blues senza perdersi.
Tornando ai brani di repertorio di De Gregori si interpreta quel gioiello pianistico assoluto che è "la donna cannone". Il cantautore romano la interpreta con tenerezza assoluta, si crea un'atmosfera raccolta in qualsiasi posto, una sensazione di viaggio verso sentieri sconosciuti. Era da molto che non ritrovavo un De Gregori così ispirato, divertito e tenero, davvero magica questa ballata tristemente circense. È da notare che difatti la comicità ispira alle anime sensibili grandissima tristezza, basti pensare alla nuova e bellissima canzone di Francesco Guccini dal titolo "Iltestamento del pagliaccio", dalla quale si evince che un pagliaccio è una persona profondamente sensibile, se quest'arte non è applicata fuori contesto. È bello sentire che la gente canta, inclinazione che andrebbe riscoperta, perché il canto apre e rasserena l'anima.
Tornando al canzoniere di Dalla troviamo una canzone indubbiamente bella anche se secondo me molto anzi troppo sopravvalutata. Mi riferisco a "Caruso", che ha talmente influito sull'immaginario collettivo che la si cataloga anche come canzone napoletana, mentre secondo me è solo una canzone ispirata a Napoli e ad un tenore che legò molta sua vicenda alla bella Partenope seppur nemmeno napoletano. L'interpretazione che se ne ascolta è abbastanza buona, anche se si assiste al balletto degli abbassamenti di tono, che sicuramente tolgono espressività ad una melodia concepita come omaggio grato e rispettoso al "bel canto" all'italiana.
Discutibile è anche il riverbero che contraddistingue il ritornello, dandogli un che di misterioso e si direbbe quasi allucinato, che secondo me non gli si confà per niente.
Alcuni musicisti italiani, quando sono un po' stanchi e non hanno idee, si buttano sul blues, per il quale, secondo Paolo Conte, noi non abbiamo cultura (ovviamente io do ragione all'avvocato di Asti!). Siccome Francesco De Gregori si è stancato (lo ha detto svariate volte) di "Buonanotte fiorellino" l'ha portata a blues, che tanto il valzer è il blues degli europei quindi sta bene (sono questi discorsi sconclusionati di chi giustifica gli sperimentatori da quattro soldi che lavorano così!). Come state capendo questa è l'unica nota veramente dolente di questo disco e di questo concerto. Pietoso è il finale dove i due cantanti giocano con le voci per scimmiottare ancora meglio i cantanti americani (per favore trovatemi un cantante americano che canti all'italiana, ve ne prego!).
Nonostante quest'ultima nota fortemente polemica è un bel disco che continua con un brano misterioso, che si scopre essere una bella versione di "Generale". In questo caso il brano si esegue rispettosamente, seppur con il mitico giro strumentale trasformato o rarefatto. Il canto in questo caso è dolce, non si vuole imitare nessuno, ci si vuole presentare per quello che si è, con molta schiettezza (grazie a Dio!).
Buon ascolto che non ve ne pentirete!
Il disco in questione si apre con un brano inedito dal titolo "Non basta saper cantare", che fortunatamente ora è stato scelto come singolo per trainare questo disco, per rimediare all'errore che secondo me è stato commesso facendo sì che questo disco fosse annunciato con "Gigolo", uno dei brani più insipidi di Dalla e De Gregori che io abbia mai sentito. Comunque il brano è una ballata che rimanda molto a "Santa Lucia" di Francesco De Gregori, già presente in "Banana republic", di cui questo progetto è un aggiornamento giocoso e bello. Il brano è una di quelle ballads sulla vita che ad entrambi gli autori vengono ancora bene.
Il percorso tra i classici dei due autori inizia con "Tutta la vita" di Lucio Dalla, che viene cantata insieme da entrambi ma più da De Gregori, che gli dà un'essenza fortemente blues o dylaniana. In questa versione il brano riscopre la sua anima latina, tramite l'inclusione di numerose percussioni etniche che rimandano a Cuba. È interessante sentire Dalla che si prodiga nel suo inconfondibile "scat" mentre De Gregori suona un'armonica.
Ed eccoci ad un Francesco De Gregori che ci interpreta "Anna e Marco" con una bellissima tenerezza, che io non gli sentivo da tempo. Quando Dalla entra il canto si sporca, diventa jazzato, perché lui è uno di quelli per cui la musica leggera va arricchita perché opprime ma non si può abbandonare (per motivi economici: forse!).
Comunque in queste occasioni ancora riesco a provare emozioni ascoltando questi due mostri sacri che si stanno divertendo davvero, cosa che la musica cosiddetta leggera non mi trasmette quasi mai.
E con un inizio a tempo di charleston arriva la prima incursione nel repertorio di Francesco De Gregori, con il brano "Titanic". L'atmosfera che si respira è veramente rilassata, libera e liberatoria, i due cantanti intrecciano molto armoniosamente i propri stili, alternando strofe singole a piccole parti a due voci. Nell'ultima strofa è da notare la sostituzione della parola "sposarci" con "provarci".
Ed arriviamo con piacere ad una molto bella versione de "La leva calcistica del '68", introdotta da un graffiante assolo di sassofono di Lucio Dalla. Il canto sembra completamente affidato a De Gregori, mentre Dalla dà delle pennellate di sax contralto, che precedono la sua entrata anche a livello di voce. Il secondo ritornello è affidato a Lucio Dalla, che fa degli interessantissimi finali calanti, dove scende di circa un'ottava e mezzo. Questo effetto, invece di indurire il canto, lo addolcisce, prima di lasciare spazio ad un dialogo tra il sassofono di Dalla ed una chitarra elettrica che si abbandona a fraseggi leggermente blues, subito equilibrati da una certa melodicità.
Il ritorno al repertorio di Dalla si effettua con "Canzone", brano che live perde sempre, seppur è sempre piacevole e leggero. Trovo che niente esalti la dolcezza della melodia come l'orchestrazione che si riscontra nella versione da studio presente nel cd "Canzoni". In questo brano, come vuole la struttura melodica, Dalla viene aiutato da delle coriste molto abili. Le improvvisazioni non sfociano mai in giri che rimandano a stilemi non italiani. È geniale l'imitazione del mandolino da parte di Dalla, che precede un breve intervento di De Gregori, che riscopre il suo avere iniziato come cantante di musica popolare nordamericana ed italiana al folkstudio di Roma. L'ultimo ritornello è diviso tra una parte interpretata a vocalizzi ed un'altra dove il testo viene regolarmente cantato.
Dal repertorio di Dalla viene estratta anche "Enna", brano a cui il cantante è molto legato, mentre invece io non l'ho mai amato. Nonostante ciò devo riconoscere che con questa versione acustica acquista un certo fascino, anche se non mi chiedete d'amarlo (ripeto!). Non amo, credo d'averlo già detto ma con l'occasione lo ribadisco, i brani che mascherano la politica dietro un muro di buoni sentimenti, a questo punto datemi una sincera canzone d'amore (vedi "Frasi d'amore" di Don Backy o "Bell'amore" di De Gregori).
Il brano si chiude con una bruttissima coda rock, dove Dalla dialoga con una banale chitarra elettrica con dei vocalizzi assolutamente indegni di lui.
Quando si torna a cantare De Gregori si interpreta uno dei brani più belli, forti e profondi del cantautore romano, giustamente asceso al grado di classico della canzone italiana. Mi riferisco a "La storia", canzone sulla condizione umana tra le più intime e ben fatte che mi sia dato di conoscere. Molto bello è anche l'intervento di Dalla con il clarinetto, che dialoga con il pianoforte e con il canto semiparlato di De Gregori. È strano sentire un leggero accenno di valzer durante la conclusione, ma qui è tutto bello, niente disturba.
Avevamo parlato dei rimandi che questo disco contiene a "Banana republic". Il brano che continua la scaletta potrebbe rimandare alla title track di quel disco, perché è un ritmo latino dolce e ruffiano. Il brano racconta dei viaggiatori, di quel viaggio che purtroppo fa perdere le radici, cosa che a molti piace in questo mondo dove essere globalizzati pare un obbligo. Bellissimo l'accompagnamento, molto buono anche ilcanto, abbastanza pulito, pieno di melodia italiana. Ancora una volta Lucio Dalla ci delizia con la sua personale riproduzione vocale del "tremolo" del mandolino. Sembra uno di quei brani alla De Gregori, di quelli che raccontano le atmosfere d'inizio Novecento, come "L'abbigliamento del fuochista".
All'inizio di questo articolo avevo citato "Santa Lucia" perché "Non basta saper cantare" me la ricorda, ed eccola qui riscoperta e valorizzata. È emozionante sentire De Gregori che alla fine del suo primo intervento riesegue uno stacco su una "i", tipico dello stile del cantautore romano degli anni Settanta. È un brano pieno di tenerezza e leggerezza, sentimenti di cui l'ascolto di questo disco fa fare incetta.
Quando si torna a prendere in mano il canzoniere di Dalla si ruba una perla ad "Automobili", ovvero "Nuvolari". Dispiace un po' l'abbassamento di ben due toni da sol a mi, ma probabilmente il bolognese non ha più il suo mitico falsetto, e soprattutto in tono originale De Gregori non potrebbe partecipare al canto. De Gregori esegue la prima parte lenta, rallentandola ancora, facendola diventare un po' ambient, ma forse gli dà un'atmosfera che non la raprpesenta. Quando si riprende a ritmo standard, Dalla riprende le redini del canto, con una forte teatralità sulla parola "chiusa", che diventa quasi il perno della frase melodica, prima di un giocoso tentativo di imitazione del rombo della macchina (da parte di Dalla, ovvio!). Dispiace ancora una volta sentire Dalla cantare su note più basse delle sue note naturali, mal'età non perdona nessuno (ancora Zero riesce a fare cose favolose, ma questa è altra musica!).
È un po' deludente il finale, che si chiude su la parte lenta eseguita da De Gregori con le atmosfere ambient di cui sopra.
Il brano successivo è una perla del canzoniere di De Gregori, che viene iniziata da Lucio Dalla. Ci riferiamo a "Viva l'Italia", che perde in parte il suo tocco internazionale in favore di una certa italianità o anche di una certa anima natalizia propiziata dalla presenza dei campanelli (fortunatamente sporadica!). Purtroppo anche qui ritroviamo i deplorati coretti criticati già in occasione della data zero. È da notare la sostituzione della parola "nuda" con il termine "povera". Nel finale De Gregori suona un'armonica in la rigorosamente lamella per lamella, concludendo il brano con una scala sulla posizione di soffio, chiusa da un'interessante tremolo sul terzo la dello strumento.
Ancora dal canzoniere di De Gregori viene "L'agnello di Dio", che acquista un'anima rock, solo in parte addolcita da alcuni particolari dello stile sassofonistico di Dalla, che non è mai completamente americano, poiché Dalla aveva iniziato anche come sassofonista di liscio. In questo brano ci sono molte strofe modificate in profondità. È interessante il trillo dolcissimo che Dalla esegue durante la parte lenta del brano, l'unica che io ho mai amato, in quanto, anche se il brano ha un testo profondo e tagliente non mi è riuscito mai ad arrivare per la sua musica che non mi ha mai convinto. Forse qualcuno di voi lo avrà anche sospettato, per me la prima cosa che mi deve colpire in un brano è la melodia, il testo non basta, arriva comunque dopo.
Un'altra perla di De Gregori continua la scaletta, ovvero la ballata "La valigia dell'attore". La melodia è distesa, larga e così è cantata dall'autore. Interessanti gli archi che danno una cornice classica a questo brano, unica che le si addica effettivamente, come ad ogni pezzo che abbia una struttura sviluppata. La seconda parte del brano, come sempre, è interpretata da Dalla e De Gregori in condivisione, o "a contrapunto", per usare un termine caro alla tradizione dei payadores sudamericani. Quando il brano è cantato da Dalla si tinge di jazz, ma il canto non si sporca mai troppo, il bolognese ha un grande rispetto di ciò che non gli appartiene.
Ed ecco Marco Alemanno, grande amico e compagno inseparabile di Dalla, che all'inizio del secondo disco introduce "L'abbigliamento del fuochista", una delle canzoni ispirate alla tragedia del titanic.
Ed eccoci all'"abbigliamento del fuochista", interpretata in maniera veramente convincente. Il brano è una testimonianza toccante di uno dei lavoratori del Titanic, uno dei tanti italiani che grazie a questa tragedia vedranno trasformata la loro fortuna in fallimento. Queste storie, forse, ci dovrebbero far guardare quelli che ora vengono da noi con altri occhi, anche perché non dovremo aspettare molto tempo per dover scappare un'altra volta da questo paese infido. Interessanti sono stati gli interventi di sassofono, che in questo frangente assumono una matrice eniquivocabilmente liscio.
Quando si torna a cantare Dalla si interpreta una "Disperato erotico stomp", che credo non avesse mai conosciuto versioni dal vivo registrate. Questo brano è giocoso sin dall'inizio, la trasgressione del testo e della tematica si riverbera quasi in ogni singola sfumatura del canto dei due interpreti. Veramente spassoso, anche per la variazione al rif musicale che scandisce il passaggio da strofa a strofa. Favoloso il tentativo (devo dire riuscito!) da parte di De Gregori di imitare uno stile tipico di Dalla sulla parola "grande". Curioso è anche il rallentamento in corrispondenza dell'ultimo quadro esterno, prima del rientro a casa del protagonista, che precede una serie di giochi di allungamenti di frasi con duplicazioni di parole.
Quando si torna a cantare il canzoniere di De Gregori si interpreta "Vai in Africa Celestino", che si addolcisce a livello d'accompagnamento ma dialoga molto più fortemente con la sua matrice profondamente blues a livello di canto. Anche qui ci sono numerose modifiche al testo, una tra tutte "diossina" sostituita con "eroina". Il sassofono di Lucio Dalla in questo frangente forse convince meno, ci sarebbe voluto uno strumentista con una matrice più blues rispetto al bolognese, che comunque suona più in maniera ricollegabile a certo jazz anni Cinquanta.
E quando si pensa a Dalla, si torna alle cose serie (scusate, il pezzo precedente non lo amo!), difatti si esegue "Piazza grande". Il brano acquista una matrice sudamericana, molto generosa nei confronti della melodicità del brano, dove ancora una volta i due cantanti si rimpallano strofe a "contrapunto". De Gregori dipinge un quadro neorealista, aiutato da Dalla che però non resiste mai alla tentazione di entrare con inutili sporcature jazz, e addirittura con uno "scat" davvero opprimente.
Continuando con il repertorio di Dalla recuperiamo "Com'è profondo il mare", che viene iniziata da De Gregori con dolcezza, mentre Dalla risponde con il suo nuovo canto, che secondo me denota comunque stanchezza (checché ne dica lui!), perché solo molto raramente riesce a dare il peso dovuto alla parola, la sua principale maniera di comunicare. Nonostante ciò devo dire che mi piace questa versione, come quasi tutto questo cd, che consiglio nonostante tutti i nei che gli trovo.
Continuando si ha il piacere di ascoltare "L'anno che verrà", uno dei cavalli di battaglia di Dalla, dove c'è la solita tecnica della divisione per strofe, ognuna affidata ad un interprete diverso. È spassosissimo questo brano, fa meno piacere sentire i due timbri combaciare sulla stessa frase melodica in "E si farà l'amore", perché le due voci non hanno nessuna affinità, quindi l'insieme è abbastanza disarmonico. Comunque è bella, se non fosse per un pezzo troppo blues in corrispondenza della parte dove il ritmo latino si dissipa, comunque sono piccolezze.
Tornando a De Gregori si prende in mano un brano che il cantautore romano a dedicato sentitamente a Pier Paolo Pasolini. La dolcezza nostalgica del brano non è intaccata da nessun elemento, veramente perfetta. Se dovessi fare un paragone degregoriano per descrivere l'insieme di questa antologia citerei i tre live usciti tra il 1990 ed il 1991, da me ritenuti insuperabili come schiettezza interpretativa. Questo brano soprattutto ha quel respiro, davvero magico.
Tornando al repertorio di Lucio Dalla, ci viene offerta "Futura", iniziata da De Gregori in maniera al contempo tenera e giocosa. Ancora una volta va detto che l'abbassamento di tonalità beneficia solo De Gregori, proebendo assolutamente a Dalla di esprimersi al suo massimo (anche se comunque al cantautore il timbro è peggiorato a vista d'occhio in questi ultimi anni!).
Ed eccoci ad una "Rimmel", a cui il pubblico partecipa stupito, anche se poi l'orchestrazione che entra nella seconda strofa impedisce di godere qualche volta del canto gioioso della gente comune. L'arrangiamento è tra il country ed il latino, simile insomma a quello di Gianni Morandi, che come ricorderete si è appropriato del brano nel suo pregevole lavoro "Canzoni da non perdere". Questi momenti dovrebbero far capire a De Gregori che ogni arrangiamento è lecito, nello stesso momento in cui non si impedisca all'ascoltatore di godere liberamente dei brani in sede di concerto, atto bello solo se il pubblico ha la possibilità di parteciparvi attivamente, altrimenti tra gli eventi più sterili che può contare la vita attuale.
In questo gioco di rimandi a "bannaa republic", ovviamente non poteva mancare il richiamo alle atmosfere di "Come fanno i marinai", brano che, seppur non concepito per quell'occasione perché già inciso dai due in un 45 giri, ha ritratto come nessuno quel concerto. Il brano che riecheggia quei suoni è "Gigolo", quello che ci ha presentato questo progetto ancora prima che venisse pubblicato. Ho già avuto occasione di dire che trovo che questa interpretazione non sia degna di essere presentata come anteprima di questo progetto, che dopo ci ha fatto scoprire un gioiello come "Non basta saper cantare". Ciononostante è carina, godibile, è misterioso come il swing si arricchisca di rock e di blues senza perdersi.
Tornando ai brani di repertorio di De Gregori si interpreta quel gioiello pianistico assoluto che è "la donna cannone". Il cantautore romano la interpreta con tenerezza assoluta, si crea un'atmosfera raccolta in qualsiasi posto, una sensazione di viaggio verso sentieri sconosciuti. Era da molto che non ritrovavo un De Gregori così ispirato, divertito e tenero, davvero magica questa ballata tristemente circense. È da notare che difatti la comicità ispira alle anime sensibili grandissima tristezza, basti pensare alla nuova e bellissima canzone di Francesco Guccini dal titolo "Iltestamento del pagliaccio", dalla quale si evince che un pagliaccio è una persona profondamente sensibile, se quest'arte non è applicata fuori contesto. È bello sentire che la gente canta, inclinazione che andrebbe riscoperta, perché il canto apre e rasserena l'anima.
Tornando al canzoniere di Dalla troviamo una canzone indubbiamente bella anche se secondo me molto anzi troppo sopravvalutata. Mi riferisco a "Caruso", che ha talmente influito sull'immaginario collettivo che la si cataloga anche come canzone napoletana, mentre secondo me è solo una canzone ispirata a Napoli e ad un tenore che legò molta sua vicenda alla bella Partenope seppur nemmeno napoletano. L'interpretazione che se ne ascolta è abbastanza buona, anche se si assiste al balletto degli abbassamenti di tono, che sicuramente tolgono espressività ad una melodia concepita come omaggio grato e rispettoso al "bel canto" all'italiana.
Discutibile è anche il riverbero che contraddistingue il ritornello, dandogli un che di misterioso e si direbbe quasi allucinato, che secondo me non gli si confà per niente.
Alcuni musicisti italiani, quando sono un po' stanchi e non hanno idee, si buttano sul blues, per il quale, secondo Paolo Conte, noi non abbiamo cultura (ovviamente io do ragione all'avvocato di Asti!). Siccome Francesco De Gregori si è stancato (lo ha detto svariate volte) di "Buonanotte fiorellino" l'ha portata a blues, che tanto il valzer è il blues degli europei quindi sta bene (sono questi discorsi sconclusionati di chi giustifica gli sperimentatori da quattro soldi che lavorano così!). Come state capendo questa è l'unica nota veramente dolente di questo disco e di questo concerto. Pietoso è il finale dove i due cantanti giocano con le voci per scimmiottare ancora meglio i cantanti americani (per favore trovatemi un cantante americano che canti all'italiana, ve ne prego!).
Nonostante quest'ultima nota fortemente polemica è un bel disco che continua con un brano misterioso, che si scopre essere una bella versione di "Generale". In questo caso il brano si esegue rispettosamente, seppur con il mitico giro strumentale trasformato o rarefatto. Il canto in questo caso è dolce, non si vuole imitare nessuno, ci si vuole presentare per quello che si è, con molta schiettezza (grazie a Dio!).
Buon ascolto che non ve ne pentirete!
giovedì 25 marzo 2010
Sui lavori in corso" tra bologna e Roma (dedicato al concerto di Dalla e De Gregori)
Carissimi lettori, ho il piacere di recensire, con due giorni di ritardo sulla messa in onda da parte della Rai, lo spettacolo "Due", con cui Lucio Dalla e Francesco de Gregori tornano insieme dopo trent'anni da quel bellissimo "Banana republic", album fondamentale della mia infanzia.
Si è iniziato con una "Over the raimbow", con la quale Lucio Dalla ci ha dimostrato di saper ancora suonare divinamente il clarinetto, come succedeva in quella bellissima, ma da molti forse dimenticata, cover di "Have you got a Friend" di Carole King, contenuta in un meraviglioso q disc.
Le canzoni iniziano con una "Tutta la vita" che i due artisti interpretano divertendosi molto, specialmente De Gregori, nella cui voce questo brano diventa molto sporco ed acquista un'anima blues e dylaniana, nella quale Dalla, pur divertendosi a fare dello "scat", forse si trova un pochino male. Comunque è piacevolissima, infatti amo ogni occasione in cui Dalla riesce ancora a farmi capire che si diverte, e vi giuro che non lo sento sempre (anzi, spesso, soprattutto quando ha quelle sonorità elettroniche che gli piacciono tanto ma che a me stanno proprio sul gozzo, mi sembra che si suicidi!).
Francesco de Gregori ha presentato lo spirito di questo concerto, che va interpretato come una specie di sessione di prove pubblica delle cinque date che vedranno i due artisti insieme sia a Roma che a Milano.
Continuando con il repertorio di Lucio Dalla, si ascolta questa bellissima "Anna e Marco", che anche in questo caso è stata iniziata da Francesco de Gregori, che però ama anche defilarsi. Nel brano, infatti, è predominante la limpidezza della voce di Dalla insieme ai virtuosismi della sua inseparabile corista Iscra Menarini.
La prima incursione nel repertorio di De Gregori la si fa con una bellissima versione di "Titanic", che nei suoi primi trenta secondi ci ha fatto veramente assaporare le atmosfere della nave d'inizio secolo.
Ogni strofa è interpretata da una delle due voci, le quali si alternano con numerose improvvisazioni che sono frutto di un divertimento sincero. Simpaticissimo e lo "scat" di Lucio Dalla durante le pause strumentali, bellissimi gli accompagnamenti della batteria che, con molta umiltà, lascia spazio alle percussioni e alla chitarra elettrica che miracolosamente diventa awayana. Un po' più deludenti sono i controcanti tra le due voci, perché nella musica leggera non si ha molto l'abitudine della comunità del canto. Va anche detto che, forse, le due voci non sono perfettamente intonate (forse de Gregori lo cerca a forza di scimmiottare Dylan e i suoi controtempi).
Continuando con il repertorio del romano, si ascolta un'emozionante versione de "la leva calcistica del '68", che Dalla arricchisce con leggerissime ma azzeccate venature di sassofono. Mi sta piacendo molto, perché i due artisti stanno smussando tutti quegli angoli delle loro personalità che me li fanno amare meno in condizioni normali. De Gregori sta un po' lasciando da parte la sua anima da "bluesman de noantri", mentre Dalla ha lasciato a casa un po' delle sue e sperienze elettronicheggianti, per tornare all'insostituibile sonorità acustica dei fiati e degli strumenti "veri".
Andando avanti e tornando al repertorio di Dalla, si ascolta una bellissima versione di uno degli ultimi gioielli che il bolognese è stato in grado di regalarci, quella "Canzone" che ha giustamente trainato al successo quell'ottimo disco che è "Canzoni" (1996).
Le atmosfere etniche forse in questa occasione si rarefanno un po', ma il nuovo vestito pop non le sopraffà mai fino a farle sparire. Curioso è lo "scat" di Lucio Dalla che imita il mandolino, rafforzamento delle atmosfere già presenti nella versione originale. Anche qui De Gregori ha fatto un brevissimo intervento vocale, che è stato seguito dall'unico momento poco piacevole di questo brano, un'interpretazione del ritornello con impostazione semilirica da parte di Lucio Dalla, che dimostra forse che il cantautore è veramente preso da quella "demenza senile" di cui lo accusano, anche se la sua testa, ve lo giuro, ancora funziona.
Si continua con uno dei brani che già fanno parte del periodo in cui iniziavo a distanziarmi da Lucio Dalla, forse per una freddezza musicale che iniziavo a riconoscere, od anche per un che di troppo impersonale nei testi. Il brano, che dette il titolo ad un album che Dalla pubblicò nel 1994, si chiama "Henna". Il brano, forse, a me non piace perché il messaggio antimilitarista, è riportato su un frangente troppo patetico, troppo sentimentale, che io in fondo non ho mai amato.
Tornando al repertorio di De Gregori si ascolta una bellissima canzone che ha turbato Dalla l'anno della sua uscita, la veramente notevole "Santa Lucia", che era presente in "Banana republic", anche se non la si condivideva, inquanto era solo De Gregori ad interpretarla. Lucio Dalla, forse, qui ne ha dato una versione esageratamente sporca, che non permette la scoperta completa della notevolissima melodia, comunque è stato un altro momento bellissimo di uno spettacolo per ora stupendo.
Ecco il primo brano di quelli di De Gregori che, nonostante la grande forza del testo, non mi ha mai colpito perché, in fondo, la via privilegiata per scoprire una canzone è sempre la musica. Il brano è "L'agnello di Dio", che era stata una canzone che aveva permesso al pubblico del cantautore di sapere dell'uscita di "Prendere e lasciare" (1996). Mi piacciono molto gli interventi del sassofono "ruvido" di Lucio Dalla.
Tornando al canzoniere di Lucio Dalla, finalmente si risente il repertorio per cui questo artista si è già aggiudicato un posto nella storia. Il brano è "Piazza grande", che è sempre stupendo, anche se, forse, sul finale si è un po' perso per un accordo di "sol maggiore" che va ad accompagnare, innaturalmente, un "la" eseguito dalla voce di Dalla.
Il concerto continua con una particolarissima e piacevolissima versione di "Just a Gigolo", uno dei brani che è stato composto da qualche anonimo immigrato italiano ed è stato "rubato" dallo "star system" americano. La versione di Lucio Dalla e Francesco de Gregori è un misto fra un swing, che è comunque la matrice dominante, portato da Dalla, e certe venature più blues e folk americano, portate da Francesco de Gregori.
Tornando alle atmosfere che avevano caratterizzato la rielaborazione di "Piazza grande", che portava con sé anche un mandolino, ascoltiamo un inedito intitolato "Granturismo", dedicato alla vita del girovago. La canzone afferma che "Un uomo se è uomo davvero radici non ha". Io rispondo che, anche questo gran viaggiare, se non si hanno radici nell'anima, le quali possono anche essere aiutate da quelle geografiche, non porta a niente, anzi porta a creare quei mostri che popolano la nostra attuale società, quella giustamente odiata da Guccini, quella del "villaggio globale".
Il brano, comunque, è bello, leggero, ben cantato e suonato.
Si continua, tornando al repertorio più che conosciuto e dedicandoci al canzoniere di De Gregori, con una delle mie canzoni preferite del romano, quella "Viva l'Italia" il cui disco originale mi fu regalato quando io ero molto piccola, quindi è pieno di ricordi. E' una versione leggermente più rurale, infatti il ritmo di blues è stato stemperato in un ben più italiano valzerino. Non amo il coretto che ha enfatizzato, come un tic-tac di sveglia ogni istante del brano, ma comunque mi ha fatto sempre piacere, le canzoni belle sono quasi sempre belle, per abbrutirle ci vogliono ben altre operazioni.
Questa volta, in questa pesca di capolavori, si fruga nel canzoniere di Dalla, andando a riprendere quella bellissima "Com'è profondo il mare", che ha segnato la grandezza di Dalla anche come poeta. L'accompagnamento è leggermente new age, non è forse particolarmente piacevole, ma è sempre un pezzo talmente notevole che si passa sopra tutto.
Interessantissimi sono i controtempi che ogni artista esegue nelle rispettive strofe, innescando fortissimi meccanismi creativi che, se da un lato non permettono di cantare il brano, ci dànno un assaggio di ciò che il canto dovrebbe essere sempre, una confessione a cuore aperto.
Continuando, sempre "rubata" dal repertorio di Lucio Dalla, arriva quella che, purtroppo, è diventata la colonna sonora di ogni veglione di capodanno che voglia avere le pretese di essere chic. Il brano, ovviamente, è "L'anno che verrà". E' una versione molto buona, anche se, forse, ha avuto esagerate venature blues in corrispondenza del "Vedi caro amico...", ma niente da eccepire.
Continuando, in questa "caccia al capolavoro", si arriva a "Rimmel", un altro di quei brani che fanno sfilare un fiume di ricordi dela mia infanzia. Va detto, infatti, che la cassettina originale del disco di De Gregori, che ancora possiedo anche se non ascolto più, mi fu regalata da una persona a me molto cara, oltretutto il vinile, invece, era uno dei più ascoltati della grandissima collezione di mio zio. La versione che si ascolta, interpretata da un Francesco de Gregori in grandissima forma, risente, forse, di qualche eco della notevole versione di Morandi nel già recensito "Canzoni da non perdere". Questa sera, bisogna dire la verità, la ruvidezza che De Gregori ha iniziato ad imprimere al suo canto da quindici anni a questa parte, non sta inficiando la coerenza melodica di queste bellissime canzoni.
Ed a proposito di gemme del repertorio di De Gregori, ci troviamo con una "La donna a cannone", interpretata dal romano solo voce e pianoforte, quindi con un prisma molto intimistico, che, comunque, questa canzone non ha mai perso. Divagando, a parte la versione contenuta nel q disc originale del 1983, notevolissima è quella contenuta in uno dei tre live che De Gregori fece uscire nel 1990 (ancora non esistevano i cd tripli, sennò questo poteva essere benissimo uno stupendo cofanettone!). Mi riferisco al disco che ha il titolo in inglese, scusate ma non lo posso andare a cercare, chiedo venia.
Andando avanti e tornando al repertorio di Dalla, si sente una "Caruso", uno dei brani più famosi e da me meno amati del bolognese. Quello che non mi piace, sinceramente, è l'esagerato patetismo un po' melodrammatico che quasi mai fa per me. L'unica versione di cui mi ricordo con emozione, forse per la presenza del grandissimo chitarrista che accompagnava Dalla, è quella che costui cantò accompagnato dal trio di Marco Poeta a Sirmione, in uno spettacolo televisivo presentato da Carlo Conti (recuperatevi l'esibizione di Lucio Dalla e "Marco Poeta e il suo trio di fadisti", che è una cosa geniale! Anzi ne approfitto per lanciare un appello: chi di voi l'avesse conservata e fosse nelle possibilità di postarla su Youtube lo faccia, per favore con riprese dirette dalla televisione, basta con le indecenze da telefonino!). La versione che abbiamo ascoltato, comunque, anche se forse era priva di quella classicità che si confà a questo brano come nessun altro ambiente, è stata penetrante.
Mi mancava un po' di vera polemica, ma eccola qui: come ca... spita si fa a fare una "Buonanotte fiorellino" a blues, con un inizio che farebbe pensare ad una bellissima "Quattro cani"? Va bene che De Gregori si sarà stancato di questo brano, ma se devo pensare ad una versione stravolta (comunque con molto più rispetto di quanto lui stesso non stia facendo con una sua creazione!) mi prendo un "Treinta años en vivo, Viva Itália" degli Inti-Illimani e mi godo la settima traccia, un valzerino con "temperinho" sudamericano che è appunto una "Buonanotte fiorellino".
Fortunatamente il concerto si riprende subito con un bellissimo inedito, intitolato "Non basta saper cantare", che riprende un po' le atmosfere di "Santa Lucia", citando leggermente, forse, anche quelle di "Napule è" di Pino Daniele.
E' davvero bella e mi auguro che Lucio Dalla mantenga le promesse che fa in questa presentazione, ossia mi auguro che questo brano sia presente nell'album che uscirà da questa tournée, dove, non è di troppo ripeterlo, si ascoltano due artisti mentre si divertono e giocano con il loro mestiere (veramente difficile!).
Si continua, tornando al repertorio edito ed andando verso il canzoniere dalliano, con "4 marzo 1943" che, fortunatamente, non è interpretata alla "Banana republic" (infatti quella versione non la sopporto: come si fa a fare questa canzone a reggae!). E' bellissima la fusione dei due stili che, come già avevamo notato nelle prime canzoni, sta piacevolmente continuando a creare un unicum irripetibile. La versione di "4 marzo" ricorda molto quella di "Dallamericaruso" (1986), che approfittando dell'occasione vi consiglio di scoprire.
Il concerto, veramente bello, si chiude con una versione di "Ma come fanno i marinai" che, pur essendo esageratamente sudamericana e non mantenendo l'insuperabile pezzo di clarino che la iniziava nel vinile "banana republic", è carina. Il clarinetto entra nella seconda strofa, ed è accompagnato da un leggero vocalizzo da transatlantico di De Gregori.
E' un concerto davvero bello, se potete andate alla data che vi è più vicina, perché vedere due mostri sacri divertirsi dà un gusto troppo grande.
Spero di avervi fatto venire voglia e curiosità, ci vediamo al "post che verrà".
Il pubblico scalpita, tirando forse fuori anche delle trombette da stadio, ma non ottiene assolutamente niente, d'altronde i due artisti sono abbastanza scorbutici.
Si è iniziato con una "Over the raimbow", con la quale Lucio Dalla ci ha dimostrato di saper ancora suonare divinamente il clarinetto, come succedeva in quella bellissima, ma da molti forse dimenticata, cover di "Have you got a Friend" di Carole King, contenuta in un meraviglioso q disc.
Le canzoni iniziano con una "Tutta la vita" che i due artisti interpretano divertendosi molto, specialmente De Gregori, nella cui voce questo brano diventa molto sporco ed acquista un'anima blues e dylaniana, nella quale Dalla, pur divertendosi a fare dello "scat", forse si trova un pochino male. Comunque è piacevolissima, infatti amo ogni occasione in cui Dalla riesce ancora a farmi capire che si diverte, e vi giuro che non lo sento sempre (anzi, spesso, soprattutto quando ha quelle sonorità elettroniche che gli piacciono tanto ma che a me stanno proprio sul gozzo, mi sembra che si suicidi!).
Francesco de Gregori ha presentato lo spirito di questo concerto, che va interpretato come una specie di sessione di prove pubblica delle cinque date che vedranno i due artisti insieme sia a Roma che a Milano.
Continuando con il repertorio di Lucio Dalla, si ascolta questa bellissima "Anna e Marco", che anche in questo caso è stata iniziata da Francesco de Gregori, che però ama anche defilarsi. Nel brano, infatti, è predominante la limpidezza della voce di Dalla insieme ai virtuosismi della sua inseparabile corista Iscra Menarini.
La prima incursione nel repertorio di De Gregori la si fa con una bellissima versione di "Titanic", che nei suoi primi trenta secondi ci ha fatto veramente assaporare le atmosfere della nave d'inizio secolo.
Ogni strofa è interpretata da una delle due voci, le quali si alternano con numerose improvvisazioni che sono frutto di un divertimento sincero. Simpaticissimo e lo "scat" di Lucio Dalla durante le pause strumentali, bellissimi gli accompagnamenti della batteria che, con molta umiltà, lascia spazio alle percussioni e alla chitarra elettrica che miracolosamente diventa awayana. Un po' più deludenti sono i controcanti tra le due voci, perché nella musica leggera non si ha molto l'abitudine della comunità del canto. Va anche detto che, forse, le due voci non sono perfettamente intonate (forse de Gregori lo cerca a forza di scimmiottare Dylan e i suoi controtempi).
Continuando con il repertorio del romano, si ascolta un'emozionante versione de "la leva calcistica del '68", che Dalla arricchisce con leggerissime ma azzeccate venature di sassofono. Mi sta piacendo molto, perché i due artisti stanno smussando tutti quegli angoli delle loro personalità che me li fanno amare meno in condizioni normali. De Gregori sta un po' lasciando da parte la sua anima da "bluesman de noantri", mentre Dalla ha lasciato a casa un po' delle sue e sperienze elettronicheggianti, per tornare all'insostituibile sonorità acustica dei fiati e degli strumenti "veri".
Andando avanti e tornando al repertorio di Dalla, si ascolta una bellissima versione di uno degli ultimi gioielli che il bolognese è stato in grado di regalarci, quella "Canzone" che ha giustamente trainato al successo quell'ottimo disco che è "Canzoni" (1996).
Le atmosfere etniche forse in questa occasione si rarefanno un po', ma il nuovo vestito pop non le sopraffà mai fino a farle sparire. Curioso è lo "scat" di Lucio Dalla che imita il mandolino, rafforzamento delle atmosfere già presenti nella versione originale. Anche qui De Gregori ha fatto un brevissimo intervento vocale, che è stato seguito dall'unico momento poco piacevole di questo brano, un'interpretazione del ritornello con impostazione semilirica da parte di Lucio Dalla, che dimostra forse che il cantautore è veramente preso da quella "demenza senile" di cui lo accusano, anche se la sua testa, ve lo giuro, ancora funziona.
Si continua con uno dei brani che già fanno parte del periodo in cui iniziavo a distanziarmi da Lucio Dalla, forse per una freddezza musicale che iniziavo a riconoscere, od anche per un che di troppo impersonale nei testi. Il brano, che dette il titolo ad un album che Dalla pubblicò nel 1994, si chiama "Henna". Il brano, forse, a me non piace perché il messaggio antimilitarista, è riportato su un frangente troppo patetico, troppo sentimentale, che io in fondo non ho mai amato.
Tornando al repertorio di De Gregori si ascolta una bellissima canzone che ha turbato Dalla l'anno della sua uscita, la veramente notevole "Santa Lucia", che era presente in "Banana republic", anche se non la si condivideva, inquanto era solo De Gregori ad interpretarla. Lucio Dalla, forse, qui ne ha dato una versione esageratamente sporca, che non permette la scoperta completa della notevolissima melodia, comunque è stato un altro momento bellissimo di uno spettacolo per ora stupendo.
Ecco il primo brano di quelli di De Gregori che, nonostante la grande forza del testo, non mi ha mai colpito perché, in fondo, la via privilegiata per scoprire una canzone è sempre la musica. Il brano è "L'agnello di Dio", che era stata una canzone che aveva permesso al pubblico del cantautore di sapere dell'uscita di "Prendere e lasciare" (1996). Mi piacciono molto gli interventi del sassofono "ruvido" di Lucio Dalla.
Tornando al canzoniere di Lucio Dalla, finalmente si risente il repertorio per cui questo artista si è già aggiudicato un posto nella storia. Il brano è "Piazza grande", che è sempre stupendo, anche se, forse, sul finale si è un po' perso per un accordo di "sol maggiore" che va ad accompagnare, innaturalmente, un "la" eseguito dalla voce di Dalla.
Il concerto continua con una particolarissima e piacevolissima versione di "Just a Gigolo", uno dei brani che è stato composto da qualche anonimo immigrato italiano ed è stato "rubato" dallo "star system" americano. La versione di Lucio Dalla e Francesco de Gregori è un misto fra un swing, che è comunque la matrice dominante, portato da Dalla, e certe venature più blues e folk americano, portate da Francesco de Gregori.
Tornando alle atmosfere che avevano caratterizzato la rielaborazione di "Piazza grande", che portava con sé anche un mandolino, ascoltiamo un inedito intitolato "Granturismo", dedicato alla vita del girovago. La canzone afferma che "Un uomo se è uomo davvero radici non ha". Io rispondo che, anche questo gran viaggiare, se non si hanno radici nell'anima, le quali possono anche essere aiutate da quelle geografiche, non porta a niente, anzi porta a creare quei mostri che popolano la nostra attuale società, quella giustamente odiata da Guccini, quella del "villaggio globale".
Il brano, comunque, è bello, leggero, ben cantato e suonato.
Si continua, tornando al repertorio più che conosciuto e dedicandoci al canzoniere di De Gregori, con una delle mie canzoni preferite del romano, quella "Viva l'Italia" il cui disco originale mi fu regalato quando io ero molto piccola, quindi è pieno di ricordi. E' una versione leggermente più rurale, infatti il ritmo di blues è stato stemperato in un ben più italiano valzerino. Non amo il coretto che ha enfatizzato, come un tic-tac di sveglia ogni istante del brano, ma comunque mi ha fatto sempre piacere, le canzoni belle sono quasi sempre belle, per abbrutirle ci vogliono ben altre operazioni.
Questa volta, in questa pesca di capolavori, si fruga nel canzoniere di Dalla, andando a riprendere quella bellissima "Com'è profondo il mare", che ha segnato la grandezza di Dalla anche come poeta. L'accompagnamento è leggermente new age, non è forse particolarmente piacevole, ma è sempre un pezzo talmente notevole che si passa sopra tutto.
Interessantissimi sono i controtempi che ogni artista esegue nelle rispettive strofe, innescando fortissimi meccanismi creativi che, se da un lato non permettono di cantare il brano, ci dànno un assaggio di ciò che il canto dovrebbe essere sempre, una confessione a cuore aperto.
Continuando, sempre "rubata" dal repertorio di Lucio Dalla, arriva quella che, purtroppo, è diventata la colonna sonora di ogni veglione di capodanno che voglia avere le pretese di essere chic. Il brano, ovviamente, è "L'anno che verrà". E' una versione molto buona, anche se, forse, ha avuto esagerate venature blues in corrispondenza del "Vedi caro amico...", ma niente da eccepire.
Continuando, in questa "caccia al capolavoro", si arriva a "Rimmel", un altro di quei brani che fanno sfilare un fiume di ricordi dela mia infanzia. Va detto, infatti, che la cassettina originale del disco di De Gregori, che ancora possiedo anche se non ascolto più, mi fu regalata da una persona a me molto cara, oltretutto il vinile, invece, era uno dei più ascoltati della grandissima collezione di mio zio. La versione che si ascolta, interpretata da un Francesco de Gregori in grandissima forma, risente, forse, di qualche eco della notevole versione di Morandi nel già recensito "Canzoni da non perdere". Questa sera, bisogna dire la verità, la ruvidezza che De Gregori ha iniziato ad imprimere al suo canto da quindici anni a questa parte, non sta inficiando la coerenza melodica di queste bellissime canzoni.
Ed a proposito di gemme del repertorio di De Gregori, ci troviamo con una "La donna a cannone", interpretata dal romano solo voce e pianoforte, quindi con un prisma molto intimistico, che, comunque, questa canzone non ha mai perso. Divagando, a parte la versione contenuta nel q disc originale del 1983, notevolissima è quella contenuta in uno dei tre live che De Gregori fece uscire nel 1990 (ancora non esistevano i cd tripli, sennò questo poteva essere benissimo uno stupendo cofanettone!). Mi riferisco al disco che ha il titolo in inglese, scusate ma non lo posso andare a cercare, chiedo venia.
Andando avanti e tornando al repertorio di Dalla, si sente una "Caruso", uno dei brani più famosi e da me meno amati del bolognese. Quello che non mi piace, sinceramente, è l'esagerato patetismo un po' melodrammatico che quasi mai fa per me. L'unica versione di cui mi ricordo con emozione, forse per la presenza del grandissimo chitarrista che accompagnava Dalla, è quella che costui cantò accompagnato dal trio di Marco Poeta a Sirmione, in uno spettacolo televisivo presentato da Carlo Conti (recuperatevi l'esibizione di Lucio Dalla e "Marco Poeta e il suo trio di fadisti", che è una cosa geniale! Anzi ne approfitto per lanciare un appello: chi di voi l'avesse conservata e fosse nelle possibilità di postarla su Youtube lo faccia, per favore con riprese dirette dalla televisione, basta con le indecenze da telefonino!). La versione che abbiamo ascoltato, comunque, anche se forse era priva di quella classicità che si confà a questo brano come nessun altro ambiente, è stata penetrante.
Mi mancava un po' di vera polemica, ma eccola qui: come ca... spita si fa a fare una "Buonanotte fiorellino" a blues, con un inizio che farebbe pensare ad una bellissima "Quattro cani"? Va bene che De Gregori si sarà stancato di questo brano, ma se devo pensare ad una versione stravolta (comunque con molto più rispetto di quanto lui stesso non stia facendo con una sua creazione!) mi prendo un "Treinta años en vivo, Viva Itália" degli Inti-Illimani e mi godo la settima traccia, un valzerino con "temperinho" sudamericano che è appunto una "Buonanotte fiorellino".
Fortunatamente il concerto si riprende subito con un bellissimo inedito, intitolato "Non basta saper cantare", che riprende un po' le atmosfere di "Santa Lucia", citando leggermente, forse, anche quelle di "Napule è" di Pino Daniele.
E' davvero bella e mi auguro che Lucio Dalla mantenga le promesse che fa in questa presentazione, ossia mi auguro che questo brano sia presente nell'album che uscirà da questa tournée, dove, non è di troppo ripeterlo, si ascoltano due artisti mentre si divertono e giocano con il loro mestiere (veramente difficile!).
Si continua, tornando al repertorio edito ed andando verso il canzoniere dalliano, con "4 marzo 1943" che, fortunatamente, non è interpretata alla "Banana republic" (infatti quella versione non la sopporto: come si fa a fare questa canzone a reggae!). E' bellissima la fusione dei due stili che, come già avevamo notato nelle prime canzoni, sta piacevolmente continuando a creare un unicum irripetibile. La versione di "4 marzo" ricorda molto quella di "Dallamericaruso" (1986), che approfittando dell'occasione vi consiglio di scoprire.
Il concerto, veramente bello, si chiude con una versione di "Ma come fanno i marinai" che, pur essendo esageratamente sudamericana e non mantenendo l'insuperabile pezzo di clarino che la iniziava nel vinile "banana republic", è carina. Il clarinetto entra nella seconda strofa, ed è accompagnato da un leggero vocalizzo da transatlantico di De Gregori.
E' un concerto davvero bello, se potete andate alla data che vi è più vicina, perché vedere due mostri sacri divertirsi dà un gusto troppo grande.
Spero di avervi fatto venire voglia e curiosità, ci vediamo al "post che verrà".
Il pubblico scalpita, tirando forse fuori anche delle trombette da stadio, ma non ottiene assolutamente niente, d'altronde i due artisti sono abbastanza scorbutici.
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giovedì 4 marzo 2010
"Ciao a te" Lucio Dalla
Carissimi lettori, voglio iniziare questo articolo ringraziando tutti coloro che da varie parti mi hanno fatto pervenire apprezzamenti su questo blog, che è solo un mio diletto e niente più.
Oggi, 4 marzo, uno dei più grandi cantautori italiani compie gli anni, quindi ne voglio approfittare per mettere insieme un distillato di sensazioni e ricordi legati alla sua musica. Naturalmente, come molti sapranno, il cantautore in questione è il bolognese Lucio Dalla.
Non so dirvi con esattezza quando ho scoperto la particolarissima voce di questo artista, credo che mi abbia sempre fatto compagnia.
Il primo ricordo di Dalla che riesco a farmi venire in mente è una raccolta, che possediamo sia in cassetta che in lp, dedicata al suo primo periodo. Mi ricordo che, quand'ero piccola, l'unica canzone di quel disco che non potevo sopportare era "Paff bum!", che tutt'ora trovo abbastanza insipida. Voglio anzi ammettere subito che il primo Dalla, quello che va da "1999" (1966) ad "Automobili" (1976) escluso, cosiccome l'ultimissimo, quello che va da "Ciao" (1999) ad "Angoli nel cielo" (2009), non mi riesce ad emozionare per motivi opposti e complementari. Se i primi dieci anni di carriera li trovo spesso avanguardistici ed esagerati (ovviamente non disconosco capolavori come "Piazza grande" o "La casa in riva al mare"!), gli ultimi dieci non mi arrivano perché li sento freddi e senza più voglia di fare (Riconosco la bellezza di brani come "Scusa", "Prima dammi un bacio" o la nuova "Puoi sentirmi").
Un disco di Dalla a cui sono molto legata, anche se non ne saprei esattamente dire l'anno, è il q disc che conteneva "Ciao a te", "Telefonami tra vent'anni", "madonna disperazione" e, soprattutto, la bellissima cover di "Have you got a friend" di Carole King, eseguita dal nostro con il clarinetto, strumento che ancora si diletta a suonare, anche se ora fa troppo il cantante e non suona più in pubblico. Noi questo disco lo abbiamo in vinile, quindi non me lo sento per intero da tempi veramente lontani (una ventina d'anni tutta!). Nonostante ciò mi ricordo benissimo quanto mi piacesse la naturalezza con cui il nostro cantava quei testi, che io sicuramente all'epoca capivo male, ma che comunque mi facevano divertire.
Legata alla mia infanzia, poi, possiamo trovare anche "Fumetto", bel rockettino fatto con una lista allucinante di personaggi di fumetti, che era contenuto in una raccolta intitolata "Cantautori anni d'oro", di cui, insieme a "Canzone scritta sul muro" di Claudio Lolli, ha sempre costituito per me la punta di diamante. La voce di Dalla qui è ancora "nera", ma c'è leggerezza in giusta dose, cosa che manca spesso nel Dalla del primissimo periodo, appunto quello 66-76, e forse predomina esageratamente nell'ultimo.
Altro grandissimo ricordo legato a Dalla è "Banana repubblic", album del 1979 frutto della tournée con Francesco De Gregori. Non mi ha mai convinto la qualità dell'audio del disco, neanche in versione digitale, ma alcuni brani, specialmente le versioni del repertorio di De Gregori, sono meravigliosi. Adoro, soprattutto "Quattro cani", che acquista un ambiente blues anche grazie al brevissimo ma folgorante assolo del sassofono di Dalla, che qui dà una delle sue migliori prove. Meravigliosa è, poi, "Ma come fanno i marinai", brano scherzoso e sfizioso sempre figlio di quelle atmosfere swinganti che si confanno moltissimo al nostro. Non ho mai amato, invece, la reinterpretazione di "Piazza grande" e meno ancora quella di "4 marzo 1943", brani che trovo insostituibili nelle loro versioni storiche da studio, anche se apro un'eccezione per la seconda, dando il privilegio dell'apprezzamento alla versione di "Dallamericaruso". Questo è, infatti, l'altro album fondamentale per quanto riguarda Lucio Dalla, assolutamente forte e perfetto, anche grazie all'insuperabile apporto degli "Stadio".
L'unico mio contatto personale con Lucio Dalla, se si vuole escludere un concerto dei tempi di "Cambio" dove io invece di ascoltare dovetti cantare tutto per sentire qualcosa perché le note arrivavano come un'eco dall'oltretomba, è stato in occasione dell'inaugurazione dell'Accademia del Fado diretta da Marco Poeta e con sede a Camerino. In quell'occasione, incredibile a dirsi, il musicista bolognese ha riacquistato la forza dei suoi tempi migliori, specialmente perché si sentiva che si divertiva nel cantare. L'accompagnamento, naturalmente se si parla di Marco Poeta, è stato acustico, completamente "afadistado", permettendo a Lucio Dalla di improvvisare in maniera completamente nuova su suoi vecchi brani come "Caruso", "Piazza grande", "4 marzo 1943", e non so se altri. Conobbi in quell'occasione Lucio Dalla che si è dimostrato simpatico, rispettoso e gentile, tanto per smentire quel mito dell'artista che, scontrosamente, non si concede al suo pubblico.
Voglio concludere questo articolo su Lucio Dalla con una curiosità legata ad un lp che ha cullato la mia infanzia grazie ad alcuni miei parenti molto legati alla Spagna. Esistono almeno tre versioni meravigliose in lingua spagnola del repertorio del bolognese. I tre brani, intitolati "María", "Oh que será, que será" e "Qué profundo es el mar", si possono trovare nel disco "Amor primero" del cantautore spagnolo Patxi Andión, che conteneva anche una carinissima "Canela pura".
Spero di avervi fatto piacere con questo distillato di istantanee su Dalla, grazie ancora a tutti e a presto!
ad
Oggi, 4 marzo, uno dei più grandi cantautori italiani compie gli anni, quindi ne voglio approfittare per mettere insieme un distillato di sensazioni e ricordi legati alla sua musica. Naturalmente, come molti sapranno, il cantautore in questione è il bolognese Lucio Dalla.
Non so dirvi con esattezza quando ho scoperto la particolarissima voce di questo artista, credo che mi abbia sempre fatto compagnia.
Il primo ricordo di Dalla che riesco a farmi venire in mente è una raccolta, che possediamo sia in cassetta che in lp, dedicata al suo primo periodo. Mi ricordo che, quand'ero piccola, l'unica canzone di quel disco che non potevo sopportare era "Paff bum!", che tutt'ora trovo abbastanza insipida. Voglio anzi ammettere subito che il primo Dalla, quello che va da "1999" (1966) ad "Automobili" (1976) escluso, cosiccome l'ultimissimo, quello che va da "Ciao" (1999) ad "Angoli nel cielo" (2009), non mi riesce ad emozionare per motivi opposti e complementari. Se i primi dieci anni di carriera li trovo spesso avanguardistici ed esagerati (ovviamente non disconosco capolavori come "Piazza grande" o "La casa in riva al mare"!), gli ultimi dieci non mi arrivano perché li sento freddi e senza più voglia di fare (Riconosco la bellezza di brani come "Scusa", "Prima dammi un bacio" o la nuova "Puoi sentirmi").
Un disco di Dalla a cui sono molto legata, anche se non ne saprei esattamente dire l'anno, è il q disc che conteneva "Ciao a te", "Telefonami tra vent'anni", "madonna disperazione" e, soprattutto, la bellissima cover di "Have you got a friend" di Carole King, eseguita dal nostro con il clarinetto, strumento che ancora si diletta a suonare, anche se ora fa troppo il cantante e non suona più in pubblico. Noi questo disco lo abbiamo in vinile, quindi non me lo sento per intero da tempi veramente lontani (una ventina d'anni tutta!). Nonostante ciò mi ricordo benissimo quanto mi piacesse la naturalezza con cui il nostro cantava quei testi, che io sicuramente all'epoca capivo male, ma che comunque mi facevano divertire.
Legata alla mia infanzia, poi, possiamo trovare anche "Fumetto", bel rockettino fatto con una lista allucinante di personaggi di fumetti, che era contenuto in una raccolta intitolata "Cantautori anni d'oro", di cui, insieme a "Canzone scritta sul muro" di Claudio Lolli, ha sempre costituito per me la punta di diamante. La voce di Dalla qui è ancora "nera", ma c'è leggerezza in giusta dose, cosa che manca spesso nel Dalla del primissimo periodo, appunto quello 66-76, e forse predomina esageratamente nell'ultimo.
Altro grandissimo ricordo legato a Dalla è "Banana repubblic", album del 1979 frutto della tournée con Francesco De Gregori. Non mi ha mai convinto la qualità dell'audio del disco, neanche in versione digitale, ma alcuni brani, specialmente le versioni del repertorio di De Gregori, sono meravigliosi. Adoro, soprattutto "Quattro cani", che acquista un ambiente blues anche grazie al brevissimo ma folgorante assolo del sassofono di Dalla, che qui dà una delle sue migliori prove. Meravigliosa è, poi, "Ma come fanno i marinai", brano scherzoso e sfizioso sempre figlio di quelle atmosfere swinganti che si confanno moltissimo al nostro. Non ho mai amato, invece, la reinterpretazione di "Piazza grande" e meno ancora quella di "4 marzo 1943", brani che trovo insostituibili nelle loro versioni storiche da studio, anche se apro un'eccezione per la seconda, dando il privilegio dell'apprezzamento alla versione di "Dallamericaruso". Questo è, infatti, l'altro album fondamentale per quanto riguarda Lucio Dalla, assolutamente forte e perfetto, anche grazie all'insuperabile apporto degli "Stadio".
L'unico mio contatto personale con Lucio Dalla, se si vuole escludere un concerto dei tempi di "Cambio" dove io invece di ascoltare dovetti cantare tutto per sentire qualcosa perché le note arrivavano come un'eco dall'oltretomba, è stato in occasione dell'inaugurazione dell'Accademia del Fado diretta da Marco Poeta e con sede a Camerino. In quell'occasione, incredibile a dirsi, il musicista bolognese ha riacquistato la forza dei suoi tempi migliori, specialmente perché si sentiva che si divertiva nel cantare. L'accompagnamento, naturalmente se si parla di Marco Poeta, è stato acustico, completamente "afadistado", permettendo a Lucio Dalla di improvvisare in maniera completamente nuova su suoi vecchi brani come "Caruso", "Piazza grande", "4 marzo 1943", e non so se altri. Conobbi in quell'occasione Lucio Dalla che si è dimostrato simpatico, rispettoso e gentile, tanto per smentire quel mito dell'artista che, scontrosamente, non si concede al suo pubblico.
Voglio concludere questo articolo su Lucio Dalla con una curiosità legata ad un lp che ha cullato la mia infanzia grazie ad alcuni miei parenti molto legati alla Spagna. Esistono almeno tre versioni meravigliose in lingua spagnola del repertorio del bolognese. I tre brani, intitolati "María", "Oh que será, que será" e "Qué profundo es el mar", si possono trovare nel disco "Amor primero" del cantautore spagnolo Patxi Andión, che conteneva anche una carinissima "Canela pura".
Spero di avervi fatto piacere con questo distillato di istantanee su Dalla, grazie ancora a tutti e a presto!
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