Carissimi lettori, non avrei mai voluto scrivere l’articolo che sto per redigere, più che altro perché la persona che sto per difendere (Lucio Dalla) ha 45 anni di carriera sulle spalle che la difendono molto meglio di me.
Il cantautore bolognese, in occasione di un suo discorso tenuto in un’Università, ha affermato che il rap, come forma d’arte, non ha niente a che vedere con la maniera profonda di vivere la musica che noi italiani, volendo o non volendo, ci portiamo nel DNA. Sinceramente, conoscendo approfonditamente l’opera di Dalla, non credo che il discorso, commentato a iosa dai giornali ma da essi non riportato sufficientemente, quantomeno per quello che mi è stato possibile vedere, che il cantautore faccia una serie di affermazioni nazionalistiche. Non avendo io chiare le opinioni di Dalla, in questa sede vorrei solo esprimere le mie, discutibili, personali, relative.
Credo che il rap vada bene (a me comunque non piace) solo cantato nello slang americano che lo ha visto nascere come musica di denuncia. Da noi, e in tutto il resto del mondo, è una di quelle musiche che, ben digerita dal sistema che inizialmente denunciava, è stata da esso dittatorialmente imposta. In Italia, almeno per me, non c’è un solo rapper decente,meno ancora Fabri Fibra, il cui caso veniva citato da un giornalista per considerare Dalla un “incapace”, in quanto non ne avrebbe capito il talento. Sinceramente, e io la metto su un punto di vista linguistico e filologico, tutti quei progetti che prendono il via da premesse che forzano la cultura con i quali essi vengono irrimediabilmente a contatto, non li approvo. Ogni lingua, sia essa maggioritaria o minoritaria, è, ancora prima che una serie di regole, un mondo sonoro che la musica deve saper sfruttare e valorizzare, obbligandosi a non farle fare ciò che non le è naturale. Se si ascolta gran parte del rap italiano, oltre ai testi insulsi della maggioranza dei brani, si sente un insopportabile (almeno alle mie orecchie) maltrattamento della lingua italiana.Sinceramente, poi, non capisco il gusto di scimmiottare pedissequamente una musica importata, oltretutto in maniera innaturale, come accennato poco sopra, rinunciando a prenderne stimoli per poi farne qualcosa veramente di proprio. Sinceramente io preferisco delle esperienze di uso più particolare del parlato, ad esempio brani di Piero Ciampi (1935-1980) come “Te lo faccio vedere chi sono io”, dove la musica non dà lo schema ritmico alla parola, solo il sottofondo affinché il cantante si possa divertire con la parola, non imprigionata negli schemi, concepiti per lo slang americano, del rap. Credo infatti che il parlato sia un grandissimo arricchimento del cantato, come anche altri colori tra cui i finali “calanti”, ma non deve essere una schiavizzazione né un obbligo. Amo infatti il Paolo Conte che mischia cantato e parlato, oppure certi “tangueros” che utilizzano il parlato per andare in controtempo, cosa che si può fare con le lingue neolatine, difattidifficilmente piegabili a schemi ritmici estranei. Sinceramente io lascio ovviamente ad ognuno i propri gusti, ma dico che, come i cantanti americani non cantano all’italiana ma hanno creato orgogliosamente un modo di canto solo per l’inglese, così abbiamo l’obbligo di riscoprire la nostra italianità, la stessa che il mondo ci invidia. Dalla, che non è estraneo alla cultura americana, ne utilizza in maniera molto propria le caratteristiche, avendo creato ad esempio un misto tra rap e scat in brani come “Borsa valori”. Nel brano, infatti, la voce viene usata in gran parte della sua estensione, dalle note alte a quelle medie, non limitandosi allo schematismo, completamente basato su note medie, del rap puro.
Un’altra tendenza che mi dà fastidio, presa anche dalla musica popolare salentina, oltre ai fastidiosissimi brani in italiano, è quella delle contaminazioni, o peggio ancora dell’esecuzione e creazione, di blues italiano. Secondo Paolo Conte,infatti, noi abbiamo la cultura per il swing e la ballad lenta, mentre il blues non è nostro. Difatti,se ci si pensa bene, il swing e la ballad prevedono il canto o un qualcosa di simile al “bel canto”, il blues ha un lamento che si può fare solo in inglese e con le sue sonorità. A dimostrazione di ciò stanno i brani, meravigliosi e indimenticati, scritti da compositori come Giovanni d’Anzi o Gorni Kramer, che negli anni Trenta traghettarono il jazz in Italia, nonostante l’ipocrita e falsa opposizione ufficiale del fascismo.
Come avete visto da una difesa di Dalla si è passato ad enumerare quelli che per me sono i limiti di buon gusto nelle contaminazioni tra la musica statunitense ed il nostro modo di concepire quest’arte, come già notato da noi stupidamente rinnegato (e notare che quando non lo rinnegavamo ma lo esportavamo davvero, noi contavamo musicalmente nel mondo, ora siamo poco più di niente).
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venerdì 29 aprile 2011
sabato 10 luglio 2010
venerdì 5 febbraio 2010
Paolo Conte "Live at RTSI
Carissimi lettori, tornando alle cose che ci sono più consuete solo perché sono mal informata su ciò che succede per quanto riguarda la canzone di Lisbona e mi è spesso difficile muovermi, torno a regalarvi una recensione di un altro concerto di Paolo Conte, sempre risalente al 1988. E' il concerto registrato alla Rtsi di Lugano il 12 aprile di quell'anno, che si apre con una strepitosa versione di "Aguaplano". Anche qui, come nel video di Amsterdam, ritorna quella durezza, mitigata comunque da una migliore disposizione dell'artista. Per quanto riguarda "Aguaplano", il brano perde in gran parte le proprie suggestioni andine, rese meno nitide da flauti sintetici, meno fedeli nella riproduzione, di quanto già non fossero quelli presenti sul disco originale.
Si continua con una "Sparring partner", che è molto velocizzata rispetto alla versione originale ed anche a quella di "Tournée", che secondo me rimane la più convincente. Come ho già detto nella recensione contiana precedente, il cantautore astigiano, ogni qualvolta lo si confronta con arrangiamenti troppo moderni, perde molto. Anche qui spariscono molte pause, ma non c'è quella fretta nervosa che, spesso, caratterizza gli ultimi concerti del nostro. Il pianoforte, per quanto importante, spesso cede troppo spazio alle tastiere.
Si continua con una strepitosa "Hemingway", con un attacco di canto forse più tragico e meno rilassato, ma sempre con l'insuperabile intimità di "Concerti", che sparisce in corrispondenza dell'assolo di pianoforte che potremmo definire spartiacque tra le due metà del cortissimo testo del brano.
Siamo già avvolti dal bellissimo inciso strumentale che, tranne una breve ricomparsa della voce da basso profondo di Conte, è l'effettivo perno della canzone. Qui, contrariamente ad altre versioni live da me sentite, c'è un bellissimo uso della batteria quasi come un tamburo etnico, poco prima delle ultime improvvisazioni del sassofono.
Si continua con "Diavolo rosso", caratterizzata, più che da una tirannia del sassofono, come ad Amsterdam, da un sano ambiente di gruppo, su cui si staglia un prodigioso dialogo tra sassofono soprano e pianoforte. L'anima jazz, qui, contrariamente rispetto ad Amsterdam, non fa per niente scomparire l'anima mediterranea. Il canto di Conte, per quanto arrabbiato, è più pastoso e caldo, è quello dei momenti migliori.
Nelle due versioni in video, c'è da notare la curiosità della quasi sparizione dei piatti, rafforzati o sostituiti da leggere venature free jazz del sassofono, che sottolinea quegli stessi momenti con brevi serie di note.
Si continua con "Il nostro amico angiolino", brano di commovente amicizia e grande gratitudine, che ha cullato la mia infanzia nella versione del già recensito "Concerti", rispetto alla quale questa è più rabbiosa ma non meno intima. Curiosi sono certi controtempi, che rendono il canto di Paolo Conte simile a quello di certi cantanti di tango soprattutto Roberto "polaco" Goyeneche.
Eccoci, introdotta da un grandissimo assolo di sassofono, a "Blu tango", una di quelle canzoni che io ho scoperto tramite il "Paolo Conte live", ampiamente citato nella precedente recensione contiana.
La prima parte del canto, vede un grande protagonismo del contrabbasso, che fa tutt'uno con la voce di Conte.
Il canto di Conte è sensuale e duro allo stesso tempo, moderno ed antico, rispettoso ed innovativo, perfetto.
Il brano, dalla forte struttura circolare, si chiude come si era aperto, con un assolo di sassofono che, però, questa volta si limita a "cantare" il ritornello.
Si ritorna ai brani del precedente album di Conte, "Aguaplano", con questo valzerino intitolato "Esitation". Qui fa il suo ingresso un violoncello, che con note completamente classiche dialogacon il pianoforte "meticcio" di Paolo Conte. Il brano qui, credo che trovi una delle sue versioni migliori, per quanto io poi non lo conosca particolarmente bene. Si vede, infatti, una minor voglia di affrettarne la fine, tramite la fusione di momenti più intimi con altri più frettolosi, alla ricerca di un canto personale ed interiore.
Ed eccoci a "La ricostruzione del Mocambo", che è, ancora una volta, caratterizzata da questa guittezza che rende questo concerto favoloso.
Paolo Conte ha voglia di giocare, eseguendolo su varie ottave, con l'assolo di pianoforte che divide le strofe, senza mai lasciarsi tentare da quella tendenza, che ormai è spesso sua, di cantare parti lunghe con un'unica emissione di voce, provocando sfasamenti di tempo a me poco gradevoli.
Si continua con "Via con me", che qui acquista un'aria di vecchio swing ancora più evidente. Cosiccome in "Concerti" e "Nel cuore di Amsterdam", anche qui a metà già non c'è pausa che divide il brano in due parti, esso è un tutt'uno perfetto, dove l'assolo completa semplicemente una struttura.
Si continua con "Max" sul cui testo Paolo Conte si sta sdraiando, pronunciando ogni singola parola con una precisione maniacale, intervallando numerose pause nel canto, così da dilatarlo, prima dell'entrata del pezzo strumentale, che poi, come si sa, è l'effettivo perno del brano. Ritengo questa versione tra le più riuscite, dopo l'originale, perché l'anima moderna non scalfisce le atmosfere classiche e quasi cinematografiche che fanno gran parte della bellezza del brano.
Il concerto prosegue con "Sotto le stelle del jazz", che nelle prime strofe viene anche accompagnata dal battito delle mani del pubblico che, come sempre, è completamente piegato alla grande arte dell'astigiano. Il canto di Conte, come sempre in questo concerto, riesce a trovare compromessi mirabili tra la rabbia e l'intimità, che fanno di questa esibizione una delle più riuscite del cantautore.
Si torna ad "Aguaplano", con una versione di "Amada mia", che, partita senza batteria, dalla seconda strofa diventa il brano "meticcio" che molti amiamo. La rabbia e l'intimità vanno in un'unione magica, che le rende quasi inscindibili.
Eccoci a "Lo zio", che in questa versione si è subito iniziata a risolvere in un dialogo serratissimo tra la voce di Paolo Conte ed il sassofono di Marangolo. Oserei dire che in questa versione il brano acquista un che di circense, che lo fa diventare un'acrobazia rischiosa per i non virtuosi.
Introdotta da una lunghissima ma piacevolissima presentazione, arriva "Jimmy ballando", una bellissima swing ballad, intristita dagli accordi minori, che questa volta non dànno, come nel concerto olandese, pretesto a Conte per tirare via il canto, semmai gli fanno venire il desiderio di cantare dolcemente ed entrare in armonia perfetta con i suoi musicisti.
Si continua immersi nell'atmosfera di "Aguaplano", con "Chiunque", che qui diventa ancora più intima, segreta e romantica. Questo dolce e discreto grido d'amore, in "modo misto", è forse una delle più perfette serenate presenti nel repertorio del nostro.
Si prosegue poi con una curiosa canzone in lingua napoletana, intitolata "Spassiunatamente", che io scoprii vent'anni fa ma non nella versione del suo autore, bensì in quella di Roberto Murolo, che tutt'ora ritengo la migliore. Ritengo, infatti, che la voce profonda dell'astigiano si sposi male con l'utilizzo della lingua partenopea, ma vi si sposi benissimo la sua sensibilità d'autore. Non so quanto non si possa considerare questo brano una parodia di certi stereotipi napoletani, ma qualunque cosa sia non ferisce chi come me è cultore della grande Napoli. (La versione di Murolo è contenuta nel cd "'Na voce e 'na chitarra" del 1990).
Si prosegue con "Dancing", che è rilassata come tutto questo concerto, ma sempre indiavolata, con la batteria che, come già notato per "Hemingway" diventa un set di tamburi popolari, per le sfumature ritmiche che è in grado di esprimere.
Ed eccoci a "Gli impermeabili", terzo episodio della telenovela contiana sul Mocambo. Qui si riscontra un piacere del tutto particolare nel cantare questo brano, di cui si fa sentire ogni minima sfumatura e sillaba. Interessante, in corrispondenza del breve assolo di chitarra elettrica, un certo uso di accordi battuti in maniera da ricordare sia il jazz che il tango.
Ed eccoci a "Nessuno mi ama", brano caratterizzato da un improvviso cambiamento di ritmo, che lo porta da tempi lenti, lunghi e dilatati, ad un travolgente ritmo veloce. Il testo, curioso e probabilmente autobiografico, fa capire l'amore epidermico di Conte per certe cose ormai desuete, a cui lui, da uomo raffinato ma orgogliosamente di provincia, è rimasto legato.
Si prosegue con "La negra", brano che ha sempre interessanti pezzi di flauto ottavino. E' un brano su un ritmo latino, forse cha-cha-cha, che mi fa sempre piacere sentire.
Meravigliosa è la "traduzione" con fiati acustici della parte che in "Aguaplano" era affidata ad un suono che non saprei riconoscere, probabilmente prodotto da "aggeggi" elettronici.
Chiedo un'altra volta scusa per l'aleatorietà di questo commento, ma è fatto "a caldo" ad un documento che io stessa vedo per la prima volta mentre scrivo.
Spero solo di poter svegliare la curiosità dei già numerosi ammiratori di Conte per questo materiale video, che ce lo mostra in versioni diverse ed inedite.
Si continua con una "Sparring partner", che è molto velocizzata rispetto alla versione originale ed anche a quella di "Tournée", che secondo me rimane la più convincente. Come ho già detto nella recensione contiana precedente, il cantautore astigiano, ogni qualvolta lo si confronta con arrangiamenti troppo moderni, perde molto. Anche qui spariscono molte pause, ma non c'è quella fretta nervosa che, spesso, caratterizza gli ultimi concerti del nostro. Il pianoforte, per quanto importante, spesso cede troppo spazio alle tastiere.
Si continua con una strepitosa "Hemingway", con un attacco di canto forse più tragico e meno rilassato, ma sempre con l'insuperabile intimità di "Concerti", che sparisce in corrispondenza dell'assolo di pianoforte che potremmo definire spartiacque tra le due metà del cortissimo testo del brano.
Siamo già avvolti dal bellissimo inciso strumentale che, tranne una breve ricomparsa della voce da basso profondo di Conte, è l'effettivo perno della canzone. Qui, contrariamente ad altre versioni live da me sentite, c'è un bellissimo uso della batteria quasi come un tamburo etnico, poco prima delle ultime improvvisazioni del sassofono.
Si continua con "Diavolo rosso", caratterizzata, più che da una tirannia del sassofono, come ad Amsterdam, da un sano ambiente di gruppo, su cui si staglia un prodigioso dialogo tra sassofono soprano e pianoforte. L'anima jazz, qui, contrariamente rispetto ad Amsterdam, non fa per niente scomparire l'anima mediterranea. Il canto di Conte, per quanto arrabbiato, è più pastoso e caldo, è quello dei momenti migliori.
Nelle due versioni in video, c'è da notare la curiosità della quasi sparizione dei piatti, rafforzati o sostituiti da leggere venature free jazz del sassofono, che sottolinea quegli stessi momenti con brevi serie di note.
Si continua con "Il nostro amico angiolino", brano di commovente amicizia e grande gratitudine, che ha cullato la mia infanzia nella versione del già recensito "Concerti", rispetto alla quale questa è più rabbiosa ma non meno intima. Curiosi sono certi controtempi, che rendono il canto di Paolo Conte simile a quello di certi cantanti di tango soprattutto Roberto "polaco" Goyeneche.
Eccoci, introdotta da un grandissimo assolo di sassofono, a "Blu tango", una di quelle canzoni che io ho scoperto tramite il "Paolo Conte live", ampiamente citato nella precedente recensione contiana.
La prima parte del canto, vede un grande protagonismo del contrabbasso, che fa tutt'uno con la voce di Conte.
Il canto di Conte è sensuale e duro allo stesso tempo, moderno ed antico, rispettoso ed innovativo, perfetto.
Il brano, dalla forte struttura circolare, si chiude come si era aperto, con un assolo di sassofono che, però, questa volta si limita a "cantare" il ritornello.
Si ritorna ai brani del precedente album di Conte, "Aguaplano", con questo valzerino intitolato "Esitation". Qui fa il suo ingresso un violoncello, che con note completamente classiche dialogacon il pianoforte "meticcio" di Paolo Conte. Il brano qui, credo che trovi una delle sue versioni migliori, per quanto io poi non lo conosca particolarmente bene. Si vede, infatti, una minor voglia di affrettarne la fine, tramite la fusione di momenti più intimi con altri più frettolosi, alla ricerca di un canto personale ed interiore.
Ed eccoci a "La ricostruzione del Mocambo", che è, ancora una volta, caratterizzata da questa guittezza che rende questo concerto favoloso.
Paolo Conte ha voglia di giocare, eseguendolo su varie ottave, con l'assolo di pianoforte che divide le strofe, senza mai lasciarsi tentare da quella tendenza, che ormai è spesso sua, di cantare parti lunghe con un'unica emissione di voce, provocando sfasamenti di tempo a me poco gradevoli.
Si continua con "Via con me", che qui acquista un'aria di vecchio swing ancora più evidente. Cosiccome in "Concerti" e "Nel cuore di Amsterdam", anche qui a metà già non c'è pausa che divide il brano in due parti, esso è un tutt'uno perfetto, dove l'assolo completa semplicemente una struttura.
Si continua con "Max" sul cui testo Paolo Conte si sta sdraiando, pronunciando ogni singola parola con una precisione maniacale, intervallando numerose pause nel canto, così da dilatarlo, prima dell'entrata del pezzo strumentale, che poi, come si sa, è l'effettivo perno del brano. Ritengo questa versione tra le più riuscite, dopo l'originale, perché l'anima moderna non scalfisce le atmosfere classiche e quasi cinematografiche che fanno gran parte della bellezza del brano.
Il concerto prosegue con "Sotto le stelle del jazz", che nelle prime strofe viene anche accompagnata dal battito delle mani del pubblico che, come sempre, è completamente piegato alla grande arte dell'astigiano. Il canto di Conte, come sempre in questo concerto, riesce a trovare compromessi mirabili tra la rabbia e l'intimità, che fanno di questa esibizione una delle più riuscite del cantautore.
Si torna ad "Aguaplano", con una versione di "Amada mia", che, partita senza batteria, dalla seconda strofa diventa il brano "meticcio" che molti amiamo. La rabbia e l'intimità vanno in un'unione magica, che le rende quasi inscindibili.
Eccoci a "Lo zio", che in questa versione si è subito iniziata a risolvere in un dialogo serratissimo tra la voce di Paolo Conte ed il sassofono di Marangolo. Oserei dire che in questa versione il brano acquista un che di circense, che lo fa diventare un'acrobazia rischiosa per i non virtuosi.
Introdotta da una lunghissima ma piacevolissima presentazione, arriva "Jimmy ballando", una bellissima swing ballad, intristita dagli accordi minori, che questa volta non dànno, come nel concerto olandese, pretesto a Conte per tirare via il canto, semmai gli fanno venire il desiderio di cantare dolcemente ed entrare in armonia perfetta con i suoi musicisti.
Si continua immersi nell'atmosfera di "Aguaplano", con "Chiunque", che qui diventa ancora più intima, segreta e romantica. Questo dolce e discreto grido d'amore, in "modo misto", è forse una delle più perfette serenate presenti nel repertorio del nostro.
Si prosegue poi con una curiosa canzone in lingua napoletana, intitolata "Spassiunatamente", che io scoprii vent'anni fa ma non nella versione del suo autore, bensì in quella di Roberto Murolo, che tutt'ora ritengo la migliore. Ritengo, infatti, che la voce profonda dell'astigiano si sposi male con l'utilizzo della lingua partenopea, ma vi si sposi benissimo la sua sensibilità d'autore. Non so quanto non si possa considerare questo brano una parodia di certi stereotipi napoletani, ma qualunque cosa sia non ferisce chi come me è cultore della grande Napoli. (La versione di Murolo è contenuta nel cd "'Na voce e 'na chitarra" del 1990).
Si prosegue con "Dancing", che è rilassata come tutto questo concerto, ma sempre indiavolata, con la batteria che, come già notato per "Hemingway" diventa un set di tamburi popolari, per le sfumature ritmiche che è in grado di esprimere.
Ed eccoci a "Gli impermeabili", terzo episodio della telenovela contiana sul Mocambo. Qui si riscontra un piacere del tutto particolare nel cantare questo brano, di cui si fa sentire ogni minima sfumatura e sillaba. Interessante, in corrispondenza del breve assolo di chitarra elettrica, un certo uso di accordi battuti in maniera da ricordare sia il jazz che il tango.
Ed eccoci a "Nessuno mi ama", brano caratterizzato da un improvviso cambiamento di ritmo, che lo porta da tempi lenti, lunghi e dilatati, ad un travolgente ritmo veloce. Il testo, curioso e probabilmente autobiografico, fa capire l'amore epidermico di Conte per certe cose ormai desuete, a cui lui, da uomo raffinato ma orgogliosamente di provincia, è rimasto legato.
Si prosegue con "La negra", brano che ha sempre interessanti pezzi di flauto ottavino. E' un brano su un ritmo latino, forse cha-cha-cha, che mi fa sempre piacere sentire.
Meravigliosa è la "traduzione" con fiati acustici della parte che in "Aguaplano" era affidata ad un suono che non saprei riconoscere, probabilmente prodotto da "aggeggi" elettronici.
Chiedo un'altra volta scusa per l'aleatorietà di questo commento, ma è fatto "a caldo" ad un documento che io stessa vedo per la prima volta mentre scrivo.
Spero solo di poter svegliare la curiosità dei già numerosi ammiratori di Conte per questo materiale video, che ce lo mostra in versioni diverse ed inedite.
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sabato 11 luglio 2009
Paolo Conte a Perugia
Carissimi lettori, ieri sera ho avuto il piacere di assistere alla serata inaugurale di Umbria jazz 2009, affidata alla bellissima ed inconfondibile voce di Paolo Conte, accompagnata sempre da raffinatissime sonorità.
Se dovessi descrivere il gruppo di Paolo Conte, direi che è una big band anni Trenta, d'altronde l'avvocato astigiano non ha mai negato di venerare la prima metà del secolo XX ed in particolare il primo trentennio, impreziosita da tocchi colti rappresentati da strumenti come oboe e fagotto, nonché dal tiepido e magico calore del bandoneón argentino.
Ieri nella nostra città faceva molto freddo, e la circostanza ha disturbato molto la fluidità del canto di Conte, che si è fatto spesso e volentieri arrabbiato, creando dei controtempi meravigliosi, che però, ad orecchie avvedute, facevano subito pensare ad una grande stanchezza.
Il concerto, prevalentemente dedicato a brani della storia del cantautore, si è aperto con la canzone che ha lanciato "Psiche", suo ultimo disco. Se dovessi descrivere il brano, intitolato "Il quadrato e il cerchio", direi che è in bilico tra suggestioni rock ed elettronica, con prevalenza, in disco, delle sonorità allucinate di quest'ultima, che costringono il ritmo, altrimenti abbastanza festoso, a diventare molto meditabondo. Dal vivo, e questo ha fatto perdere molto del suo fascino al pezzo, autoritratto dell'arte musicale di Paolo Conte, si è data troppa importanza al ritmo, annullando queste continue richieste di riposo di cui è praticamente formato il testo ("Ah, fatemi svanire!") eccetera.
Subito dopo, cantata in maniera molto meno sorniona e forse con troppa rabbia, è arrivata "Sotto le stelle del jazz", "matinata" che Conte dedica a questo suo antico ed eterno amore. L'arrangiamento, contrastando con l'interpretazione canora sopra descritta, aiutava ed accentuava l'anima di jazz ballad che sta alla base del brano, anche grazie alle spazzole usate dalla batteria. Si potrebbe dire che questa versione sia stata un aggiornamento, soprattutto propiziato dalla presenza di una corposissima sezione di fiati, dell'insuperabile interpretazione contenuta nel già qui recensito "Concerti". E', invece, molto lontana dalla versione contenuta in "Paolo Conte", che stemperava troppo, in tappeti esageratamente pop, la struttura ritmica del brano, inequivocabilmente jazz. Bellissima la parte in sibemolle a metà brano dove, al posto del vibrafono o dell'assolo in scat di Paolo Conte, si è stagliata la sezione di fiati, portandoci miracolosamente in qualche bettola malfamata della New York inizio 900.
Se in Italia Paolo Conte è conosciuto come l'autore di "Azzurro", scritta insieme a Vito Pallavicini, all'estero è altrettanto conosciuto, ma come l'autore di "Come di". Il brano, uno di quelli che più inebriano l'ascoltatore di suggestioni swing anni '20, è stato interpretato da Conte con la rabbia e la "Silenziosa velocità" che ha contraddistinto tutto il concerto. Addirittura, la parte in "scat", ossia basata su vocalizzi, che di solito il cantautore esegue con così tanta parsimonia, era appena accennata con due o tre do centrali a giro, per poi lasciare eseguire quello che restava agli strumenti. L'introduzione del brano è stata un po' deludente, perché io sono troppo legata alla "picchiata" alternata di do minore e sol maggiore così caratteristica di "Concerti". Questa parte è stata affidata ad una chitarra elettrica che, almeno secondo me, di swing aveva molto poco. Meravigliose, invece, le improvvisazioni alla Béchet del sax soprano.
Subito dopo, Paolo Conte è stato "Alle prese con una verde milonga", creando un'atmosfera mista tra le due sponde del Río de la Plata (il brano infatti è troppo lento per essere una milonga uruguayana e troppo veloce per essere una tradizionale milonga argentina), e meravigliose suggestioni nordafricane con la darbouka, che, a partire dal concerto "Live Arena di Verona", ultimo live del cantautore inciso su disco, ha affiancato la batteria, la quale ben presto aveva sostituito il filologicissimo bombo argentino che accompagnava la versione di "Paris Milonga". D'altronde il brano, giustamente rispetto al testo, che potremmo definire un "autoritratto" della stessa struttura musicale, ha subito un tale rallentamento e rilassamento a cui, molto difficilmente, il bombo, con le sue sonorità troppo cupe, potrebbe rendere giustizia. Anche qui, in contrasto con la pacatezza degli orchestrali, il canto di Conte voleva che le parole sgusciassero via e che il brano finisse prima possibile, comunque ciò non ha impedito che questo fosse uno dei momenti più inebrianti del concerto.
Subito dopo c'è stata una particolarissima versione di "Bartali", fatta prevalentemente di dialoghi tra sintetizzatori e xilofono, nonché di una lentezza tutta nuova e di altrettanto inusitati giri in minore. Tutto ciò è continuato per più di metà brano, ed anche lo "scat" allegrissimo del ritornello, veniva eseguito da Conte con una rabbia tellurica e strana.
Gli accordi minori non sono mai spariti, ma da "E' tutto un complesso di cose..." in poi, per lo meno si è avuto il ritmo standard, anzi, pur con profondissime differenze, si potrebbe dire che si è respirata l'aria della versione originale da studio, quella risalente agli anni '70. Infatti, se dovessi descrivere l'accompagnamento, era molto pop e, scusate la sincerità, a me non ha convinto (sono troppo legata alla versione di "Concerti" piano e voce).
Subito dopo il cantautore astigiano ci ha regalato un brano da "psiche" durante il quale non ha suonato il pianoforte, che eseguiva molte note dolcissime che non sono nel suo stile tipico, infatti, in lui, anche la dolcezza più profonda, minaccia spesso di sparire sotto l'effetto d'una irrevocabile tempesta.
Il brano, come molti di quelli di Conte, è dedicato alla donna, con quell'amore non raccontato e tantomeno smielato, che ha conquistato così tanta gente. Il pezzo è un valzerino, il cui tempo è battuto da un sintetizzatore, quindi automaticamente diluisce quella forza francese che Conte tante altre volte ci ha mirabilmente mostrato. Potrei definire il brano, intitolato "Bella di giorno", come una serenata antica, portata alla finestra d'una donna moderna.
Un'altra area geografica che ha sempre affascinato Paolo Conte è l'America Latina, che tocca con maestria con la sua voce "sporca" ma anche segretamente e fortemente limpida. Il brano è un pezzo in minore su un ritmo centroamericano, sul tentativo di far sbocciare un amore, tematica che Conte affronta quasi solo con queste ritmiche più dolci e latine. Io, quantomeno, non riesco a capire se da questo "Gioco d'azzardo" poi nasca qualcosa, quello che so è che tutti i presenti alla fine dell'esecuzione hanno applaudito inebriati.
Ed ecco un altra canzone con molte venature pop, per quanto raffinatissime, la molto conosciuta "Impermeabili". La leggerezza della struttura ritmica tipicamente pop, è stata messa in discussione tramite dei controtempi interessantissimi della batteria, che contribuiva a dare un'anima più "modern jazz" al brano. Strabilianti gli interventi del sassofono, che purtroppo sostituivano quelli che nella versione da studio eseguiva il kazzoo, culminati con un assolo dalle venature un po' troppo rabbiose per il tenore del brano.
Subito dopo è arrivato uno dei brani che io amo di più in assoluto di tutta la carriera di Paolo Conte: "Lo zio". La versione potrebbe essere definita come una ripresa delle suggestioni più pop presenti in quella da studio, con una loro radicalizzazione completamente a discapito di quelle più jazz. Si potrebbe dire che, addirittura, la frase "Sciuscia ti meriti un dollaro", gridata, abbia suonato con una napoletanità segreta. Il kazoo finalmente ha avuto la parte del leone, suonato con quella rabbia che si è potuta già ampiamente costatare. Il ritornello del brano, intercalato da numerosi "sì", diventava una corsa ad ostacoli, forse per non far notare la semplificazione del finale che, invece del brevissimo ma strabiliante assolo di chitarra elettrica presente nella versione di "Concerti", si è limitato a quattro note eseguite furtivamente da tutta l'orchestra.
Ed eccoci alla perla più lucente dell'ultimo cd del cantautore astigiano, il bolero-swing "L'amore che". Il brano, già in "Psiche" suonato completamente acustico, è una descrizione di ciò che è "l'amore", con il ritmo più romantico che l'America Latina abbia mai dato all'umanità: il bolero cubano. Conte, che in fondo resta un jazzista purissimo per quanto si voglia e sappia inebriare di altre suggestioni, per portare questo ritmo verso di sé, ci mette le spazzole che suonano con una tenebrosità dolce e rilassante. Insuperabili sono stati i dialoghi tra il pianoforte di Conte ed il violino, che spesso e volentieri dava a questo brano venature di tango anni '50.
Ed eccoci, continuando sempre con sonorità latine e con i brani di "Psiche" ma velocizzando decisamente il ritmo, a quella che è stata la sigla del "Giro d'Italia" in una delle sue ultime edizioni. Il brano, intitolato "Silenziosa velocità", lo si potrebbe definire come un pezzo di collegamento tra le "avanguardie storiche" che Conte ama tanto, e quelle che attualmente stanno mettendo in discussione le fondamenta stesse della nostra concezione musicale.
Ed ecco un brano ripreso da "Paris milonga", che mi proverei a definire un po' proustiano. Infatti, come al protagonista della "Récherche" torna tutto in mente tramite la "maddalenina", anche in questo brano i ricordi d'amore del protagonista sembrano turbinare tutti sotto l'effetto del nome femminile "Madeleine", appunto "Maddalena". E' un brano che ormai da diversi anni fa parte di quelli che Conte ama riproporre dal vivo. Le venature esageratamente pop della versione del 1981, si sono dileguate in nome di un maggior romanticismo e della scoperta di un'anima francolatina di questa ballata. Il ritmo di "bolero" che indugia fra la variante spagnola e quella cubana, viene sporcato ma abbellito dal bandoneón che scopre una segreta, insospettata ma bellissima anima francese.
Ed eccoci ad uno dei brani che ha cullato di più la mia infanzia, perché presente nell'album "Paolo Conte live" del 1988, la bellissima "Dancing". Anche qui la leggerezza del brano pop è stata diminuita in favore di interessantissimi controtempi di batteria che scoprono il ritmo di rumba proprio di questa canzone. Il giro strumentale, che nella versione citata sopra era affidato a dei sintetizzatori, veniva eseguito dalla sezione di fiati e dal romanticissimo violino che, pur contrastando con il suo pianto segreto la gaiezza del brano, non la riusciva ad inficiare.
Ecco qui un altro "bolero" alla cubana, dove le venature pop sono state sempre inequivocabilmente presenti. Mi riferisco alla bellissima "Chiamami adesso" rispolverata dal cd "Novecento". E' un brano in minore dove anche gli strumenti di origine etnica e colta, vengono sfidati ad andare verso la semplicità del pop, seppure è una sua variante molto più raffinata, anche piena di risorse classiche. Il giro, infatti, costituito da una decina d'accordi, è sicuramente molto lontano dal concetto di "pop da strapazzo" che oggi si sottintende con questa parola. Il brano è stato tra i più dolci di tutto il concerto, finalmente la rabbia tellurica si era dissolta.
Ed eccoci al classico incontrastato della discografia contiana, la celeberrima, e da qualcuno per questo mal sopportata, "Via con me". Da ormai diversi anni, la modifica più vistosa, è l'aver inserito il bandoneón che, in corrispondenza dell'assolo di xilofono, esegue delle terzine molto interessanti. Il brano, da ormai ventiquattro anni, dall'insuperabile versione di "Concerti", ha acquistato un'anima swing che all'inizio Conte, forse per pudore, aveva nascosto sotto ben più rassicuranti abiti pop.
Ecco uno dei primi inni alla musica e agli strumenti scritti da Paolo Conte, ossia una delle prime canzoni dove la parola, sino ad allora preponderante o comunque con pari dignità rispetto alla musica, ha ufficialmente lasciato molto spazio ai suoni. Il brano, tra i più belli dell'astigiano, è "Max". Il compito di reggere ritmicamente il brano, storicamente affidato alla batteria, è stato invece appannaggio dei sintetizzatori, che hanno portato il brano a finire in diminuendo fino a sfumare, cosiccome era già stato per "Alle prese con una verde milonga". Ricordo una versione di "Max" eseguita al Cinemateatro "Esperia" di Bastia poco più di dieci anni fa, nella quale oltre ad un assolo di chitarra elettrica distorta, Paolo Conte si prodigava in un fa diesis centrale con la voce, ad aiutare il colpo liberatorio della batteria.
Siamo arrivati forse al momento più bello del concerto, una stupenda versione di "Diavolo rosso". Rispetto alla versione di "Appunti di viaggio" e a quella di "Concerti, si assiste ad una messa in secondo piano dell'anima jazz del brano, in favore di quella etnica. La batteria, pur suonata con le bacchette, tocca con una tale raffinatezza che può essere confusa con delle percussioni popolari. Meraviglioso l'assolo di clarino, tipicamente mediorientale, basato su delle iterazioni di scale arabe e su "temperamenti" della nota altrettanto etnici. Anche il violino, subito dopo, ha continuato su questa atmosfera, con interessantissimi passaggi con re di bordone, ma forse ha fatto un effetto meno inebriante di altri suoi interventi.
Un altro esempio di suggestioni classiche "portate" da Paolo Conte verso il suo insostituibile swing, è "Eden". Terzinato di struttura anni '60, ma in fondo anche di matrice Bethoveniana, veniva reso più notturno e meno pop dalle spazzole della batteria. Qui è tornata la rabbia, tradotta però non più come stanchezza per la situazione, ma come voglia di cercare il riposo interiore. Essendo un brano di lode al sassofono, questo strumento, nel suo modello "alto", ha avuto la parte del leone. I soffi rimandavano a certa sensualità tipica di sassofonisti come Lester Young.
Il primo bis, venuto dal fatto che noi non smettessimo di sbattere i piedi dannatamente, è stato "Cuanta pasión", brano che ormai da diversi anni fa da sigla ad una nota rubrica televisiva. Il brano ha perso completamente la sua anima flamenca, che era data dalla presenza di uno dei chitarristi dei Gipsy Kings, per acqwuistarne una più romantica e sudamericana. Durante il brano siamo andati tutti sotto il palco ed abbiamo cantato il ritornello dividendolo con Paolo Conte.... bella atmosfera!
Più deludente è stata la ripresa di "Via con me", che potremmo anche ribattezzare "Corri con me", di cui il cantautore ci ha fatto cantare tutti i ritornelli.
Spero di avervi reso un po' di quel che vi siete persi o avete sentito, ma il consiglio che vi do è di andare a vedere Conte se passa dalle vostre parti!
Se dovessi descrivere il gruppo di Paolo Conte, direi che è una big band anni Trenta, d'altronde l'avvocato astigiano non ha mai negato di venerare la prima metà del secolo XX ed in particolare il primo trentennio, impreziosita da tocchi colti rappresentati da strumenti come oboe e fagotto, nonché dal tiepido e magico calore del bandoneón argentino.
Ieri nella nostra città faceva molto freddo, e la circostanza ha disturbato molto la fluidità del canto di Conte, che si è fatto spesso e volentieri arrabbiato, creando dei controtempi meravigliosi, che però, ad orecchie avvedute, facevano subito pensare ad una grande stanchezza.
Il concerto, prevalentemente dedicato a brani della storia del cantautore, si è aperto con la canzone che ha lanciato "Psiche", suo ultimo disco. Se dovessi descrivere il brano, intitolato "Il quadrato e il cerchio", direi che è in bilico tra suggestioni rock ed elettronica, con prevalenza, in disco, delle sonorità allucinate di quest'ultima, che costringono il ritmo, altrimenti abbastanza festoso, a diventare molto meditabondo. Dal vivo, e questo ha fatto perdere molto del suo fascino al pezzo, autoritratto dell'arte musicale di Paolo Conte, si è data troppa importanza al ritmo, annullando queste continue richieste di riposo di cui è praticamente formato il testo ("Ah, fatemi svanire!") eccetera.
Subito dopo, cantata in maniera molto meno sorniona e forse con troppa rabbia, è arrivata "Sotto le stelle del jazz", "matinata" che Conte dedica a questo suo antico ed eterno amore. L'arrangiamento, contrastando con l'interpretazione canora sopra descritta, aiutava ed accentuava l'anima di jazz ballad che sta alla base del brano, anche grazie alle spazzole usate dalla batteria. Si potrebbe dire che questa versione sia stata un aggiornamento, soprattutto propiziato dalla presenza di una corposissima sezione di fiati, dell'insuperabile interpretazione contenuta nel già qui recensito "Concerti". E', invece, molto lontana dalla versione contenuta in "Paolo Conte", che stemperava troppo, in tappeti esageratamente pop, la struttura ritmica del brano, inequivocabilmente jazz. Bellissima la parte in sibemolle a metà brano dove, al posto del vibrafono o dell'assolo in scat di Paolo Conte, si è stagliata la sezione di fiati, portandoci miracolosamente in qualche bettola malfamata della New York inizio 900.
Se in Italia Paolo Conte è conosciuto come l'autore di "Azzurro", scritta insieme a Vito Pallavicini, all'estero è altrettanto conosciuto, ma come l'autore di "Come di". Il brano, uno di quelli che più inebriano l'ascoltatore di suggestioni swing anni '20, è stato interpretato da Conte con la rabbia e la "Silenziosa velocità" che ha contraddistinto tutto il concerto. Addirittura, la parte in "scat", ossia basata su vocalizzi, che di solito il cantautore esegue con così tanta parsimonia, era appena accennata con due o tre do centrali a giro, per poi lasciare eseguire quello che restava agli strumenti. L'introduzione del brano è stata un po' deludente, perché io sono troppo legata alla "picchiata" alternata di do minore e sol maggiore così caratteristica di "Concerti". Questa parte è stata affidata ad una chitarra elettrica che, almeno secondo me, di swing aveva molto poco. Meravigliose, invece, le improvvisazioni alla Béchet del sax soprano.
Subito dopo, Paolo Conte è stato "Alle prese con una verde milonga", creando un'atmosfera mista tra le due sponde del Río de la Plata (il brano infatti è troppo lento per essere una milonga uruguayana e troppo veloce per essere una tradizionale milonga argentina), e meravigliose suggestioni nordafricane con la darbouka, che, a partire dal concerto "Live Arena di Verona", ultimo live del cantautore inciso su disco, ha affiancato la batteria, la quale ben presto aveva sostituito il filologicissimo bombo argentino che accompagnava la versione di "Paris Milonga". D'altronde il brano, giustamente rispetto al testo, che potremmo definire un "autoritratto" della stessa struttura musicale, ha subito un tale rallentamento e rilassamento a cui, molto difficilmente, il bombo, con le sue sonorità troppo cupe, potrebbe rendere giustizia. Anche qui, in contrasto con la pacatezza degli orchestrali, il canto di Conte voleva che le parole sgusciassero via e che il brano finisse prima possibile, comunque ciò non ha impedito che questo fosse uno dei momenti più inebrianti del concerto.
Subito dopo c'è stata una particolarissima versione di "Bartali", fatta prevalentemente di dialoghi tra sintetizzatori e xilofono, nonché di una lentezza tutta nuova e di altrettanto inusitati giri in minore. Tutto ciò è continuato per più di metà brano, ed anche lo "scat" allegrissimo del ritornello, veniva eseguito da Conte con una rabbia tellurica e strana.
Gli accordi minori non sono mai spariti, ma da "E' tutto un complesso di cose..." in poi, per lo meno si è avuto il ritmo standard, anzi, pur con profondissime differenze, si potrebbe dire che si è respirata l'aria della versione originale da studio, quella risalente agli anni '70. Infatti, se dovessi descrivere l'accompagnamento, era molto pop e, scusate la sincerità, a me non ha convinto (sono troppo legata alla versione di "Concerti" piano e voce).
Subito dopo il cantautore astigiano ci ha regalato un brano da "psiche" durante il quale non ha suonato il pianoforte, che eseguiva molte note dolcissime che non sono nel suo stile tipico, infatti, in lui, anche la dolcezza più profonda, minaccia spesso di sparire sotto l'effetto d'una irrevocabile tempesta.
Il brano, come molti di quelli di Conte, è dedicato alla donna, con quell'amore non raccontato e tantomeno smielato, che ha conquistato così tanta gente. Il pezzo è un valzerino, il cui tempo è battuto da un sintetizzatore, quindi automaticamente diluisce quella forza francese che Conte tante altre volte ci ha mirabilmente mostrato. Potrei definire il brano, intitolato "Bella di giorno", come una serenata antica, portata alla finestra d'una donna moderna.
Un'altra area geografica che ha sempre affascinato Paolo Conte è l'America Latina, che tocca con maestria con la sua voce "sporca" ma anche segretamente e fortemente limpida. Il brano è un pezzo in minore su un ritmo centroamericano, sul tentativo di far sbocciare un amore, tematica che Conte affronta quasi solo con queste ritmiche più dolci e latine. Io, quantomeno, non riesco a capire se da questo "Gioco d'azzardo" poi nasca qualcosa, quello che so è che tutti i presenti alla fine dell'esecuzione hanno applaudito inebriati.
Ed ecco un altra canzone con molte venature pop, per quanto raffinatissime, la molto conosciuta "Impermeabili". La leggerezza della struttura ritmica tipicamente pop, è stata messa in discussione tramite dei controtempi interessantissimi della batteria, che contribuiva a dare un'anima più "modern jazz" al brano. Strabilianti gli interventi del sassofono, che purtroppo sostituivano quelli che nella versione da studio eseguiva il kazzoo, culminati con un assolo dalle venature un po' troppo rabbiose per il tenore del brano.
Subito dopo è arrivato uno dei brani che io amo di più in assoluto di tutta la carriera di Paolo Conte: "Lo zio". La versione potrebbe essere definita come una ripresa delle suggestioni più pop presenti in quella da studio, con una loro radicalizzazione completamente a discapito di quelle più jazz. Si potrebbe dire che, addirittura, la frase "Sciuscia ti meriti un dollaro", gridata, abbia suonato con una napoletanità segreta. Il kazoo finalmente ha avuto la parte del leone, suonato con quella rabbia che si è potuta già ampiamente costatare. Il ritornello del brano, intercalato da numerosi "sì", diventava una corsa ad ostacoli, forse per non far notare la semplificazione del finale che, invece del brevissimo ma strabiliante assolo di chitarra elettrica presente nella versione di "Concerti", si è limitato a quattro note eseguite furtivamente da tutta l'orchestra.
Ed eccoci alla perla più lucente dell'ultimo cd del cantautore astigiano, il bolero-swing "L'amore che". Il brano, già in "Psiche" suonato completamente acustico, è una descrizione di ciò che è "l'amore", con il ritmo più romantico che l'America Latina abbia mai dato all'umanità: il bolero cubano. Conte, che in fondo resta un jazzista purissimo per quanto si voglia e sappia inebriare di altre suggestioni, per portare questo ritmo verso di sé, ci mette le spazzole che suonano con una tenebrosità dolce e rilassante. Insuperabili sono stati i dialoghi tra il pianoforte di Conte ed il violino, che spesso e volentieri dava a questo brano venature di tango anni '50.
Ed eccoci, continuando sempre con sonorità latine e con i brani di "Psiche" ma velocizzando decisamente il ritmo, a quella che è stata la sigla del "Giro d'Italia" in una delle sue ultime edizioni. Il brano, intitolato "Silenziosa velocità", lo si potrebbe definire come un pezzo di collegamento tra le "avanguardie storiche" che Conte ama tanto, e quelle che attualmente stanno mettendo in discussione le fondamenta stesse della nostra concezione musicale.
Ed ecco un brano ripreso da "Paris milonga", che mi proverei a definire un po' proustiano. Infatti, come al protagonista della "Récherche" torna tutto in mente tramite la "maddalenina", anche in questo brano i ricordi d'amore del protagonista sembrano turbinare tutti sotto l'effetto del nome femminile "Madeleine", appunto "Maddalena". E' un brano che ormai da diversi anni fa parte di quelli che Conte ama riproporre dal vivo. Le venature esageratamente pop della versione del 1981, si sono dileguate in nome di un maggior romanticismo e della scoperta di un'anima francolatina di questa ballata. Il ritmo di "bolero" che indugia fra la variante spagnola e quella cubana, viene sporcato ma abbellito dal bandoneón che scopre una segreta, insospettata ma bellissima anima francese.
Ed eccoci ad uno dei brani che ha cullato di più la mia infanzia, perché presente nell'album "Paolo Conte live" del 1988, la bellissima "Dancing". Anche qui la leggerezza del brano pop è stata diminuita in favore di interessantissimi controtempi di batteria che scoprono il ritmo di rumba proprio di questa canzone. Il giro strumentale, che nella versione citata sopra era affidato a dei sintetizzatori, veniva eseguito dalla sezione di fiati e dal romanticissimo violino che, pur contrastando con il suo pianto segreto la gaiezza del brano, non la riusciva ad inficiare.
Ecco qui un altro "bolero" alla cubana, dove le venature pop sono state sempre inequivocabilmente presenti. Mi riferisco alla bellissima "Chiamami adesso" rispolverata dal cd "Novecento". E' un brano in minore dove anche gli strumenti di origine etnica e colta, vengono sfidati ad andare verso la semplicità del pop, seppure è una sua variante molto più raffinata, anche piena di risorse classiche. Il giro, infatti, costituito da una decina d'accordi, è sicuramente molto lontano dal concetto di "pop da strapazzo" che oggi si sottintende con questa parola. Il brano è stato tra i più dolci di tutto il concerto, finalmente la rabbia tellurica si era dissolta.
Ed eccoci al classico incontrastato della discografia contiana, la celeberrima, e da qualcuno per questo mal sopportata, "Via con me". Da ormai diversi anni, la modifica più vistosa, è l'aver inserito il bandoneón che, in corrispondenza dell'assolo di xilofono, esegue delle terzine molto interessanti. Il brano, da ormai ventiquattro anni, dall'insuperabile versione di "Concerti", ha acquistato un'anima swing che all'inizio Conte, forse per pudore, aveva nascosto sotto ben più rassicuranti abiti pop.
Ecco uno dei primi inni alla musica e agli strumenti scritti da Paolo Conte, ossia una delle prime canzoni dove la parola, sino ad allora preponderante o comunque con pari dignità rispetto alla musica, ha ufficialmente lasciato molto spazio ai suoni. Il brano, tra i più belli dell'astigiano, è "Max". Il compito di reggere ritmicamente il brano, storicamente affidato alla batteria, è stato invece appannaggio dei sintetizzatori, che hanno portato il brano a finire in diminuendo fino a sfumare, cosiccome era già stato per "Alle prese con una verde milonga". Ricordo una versione di "Max" eseguita al Cinemateatro "Esperia" di Bastia poco più di dieci anni fa, nella quale oltre ad un assolo di chitarra elettrica distorta, Paolo Conte si prodigava in un fa diesis centrale con la voce, ad aiutare il colpo liberatorio della batteria.
Siamo arrivati forse al momento più bello del concerto, una stupenda versione di "Diavolo rosso". Rispetto alla versione di "Appunti di viaggio" e a quella di "Concerti, si assiste ad una messa in secondo piano dell'anima jazz del brano, in favore di quella etnica. La batteria, pur suonata con le bacchette, tocca con una tale raffinatezza che può essere confusa con delle percussioni popolari. Meraviglioso l'assolo di clarino, tipicamente mediorientale, basato su delle iterazioni di scale arabe e su "temperamenti" della nota altrettanto etnici. Anche il violino, subito dopo, ha continuato su questa atmosfera, con interessantissimi passaggi con re di bordone, ma forse ha fatto un effetto meno inebriante di altri suoi interventi.
Un altro esempio di suggestioni classiche "portate" da Paolo Conte verso il suo insostituibile swing, è "Eden". Terzinato di struttura anni '60, ma in fondo anche di matrice Bethoveniana, veniva reso più notturno e meno pop dalle spazzole della batteria. Qui è tornata la rabbia, tradotta però non più come stanchezza per la situazione, ma come voglia di cercare il riposo interiore. Essendo un brano di lode al sassofono, questo strumento, nel suo modello "alto", ha avuto la parte del leone. I soffi rimandavano a certa sensualità tipica di sassofonisti come Lester Young.
Il primo bis, venuto dal fatto che noi non smettessimo di sbattere i piedi dannatamente, è stato "Cuanta pasión", brano che ormai da diversi anni fa da sigla ad una nota rubrica televisiva. Il brano ha perso completamente la sua anima flamenca, che era data dalla presenza di uno dei chitarristi dei Gipsy Kings, per acqwuistarne una più romantica e sudamericana. Durante il brano siamo andati tutti sotto il palco ed abbiamo cantato il ritornello dividendolo con Paolo Conte.... bella atmosfera!
Più deludente è stata la ripresa di "Via con me", che potremmo anche ribattezzare "Corri con me", di cui il cantautore ci ha fatto cantare tutti i ritornelli.
Spero di avervi reso un po' di quel che vi siete persi o avete sentito, ma il consiglio che vi do è di andare a vedere Conte se passa dalle vostre parti!
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martedì 17 marzo 2009
Paolo Conte e... dintorni ("Concerti" e non solo)
Carissimi lettori, ecco a voi un altro tassello fondamentale della mia formazione: vi parlerò del cd "Concerti" di Paolo Conte.
Conobbi, ufficialmente, il cantautore astigiano, in un noto negozio di dischi della mia città, Perugia, dove, risuonavano le note suadenti di "Sotto le stelle del jazz".
Da lì, folgorata nonostante fossi una bambina piccolissima, iniziai ad ascoltare pazzamente questo disco, appunto "Concerti".
Vi dico solo che, dell'edizione in vinile, uno dei dischi, è attualmente inutilizzabile.
Infatti l'lp è doppio e, come quasi sempre, ce ne è una ristampa in cd troncata. Non capisco il senso di queste operazioni, dato che, tra l'altro, la durata media di due vinili è esattamente quella di un cd audio.
I riferimenti ai vari brani, in questo articolo, si faranno sulla base della versione integrale.
Il disco è pieno di arrangiamenti sontuosi, creati dalla geniale mente del sassofonista Antonio Marangolo, anche se questa grandiosità, non deve essere confusa con la mancanza di semplicità.
Il cd si apre con una delle mie canzoni preferite di Paolo Conte, la sognante e scatenata "Lo zio".
E' un brano veloce che, si dice, sia dedicato allo zio dell'avvocato, persona che ha avuto un ruolo fondamentale nella formazione dell'artista.
Qui fa capolino il kazoo, strumento che, influenzata da Paolo Conte, io stessa ho imparato a far "spernacchiare armonicamente". Pensate che, a casa mia, siccome quando ero piccola lo suonavo tanto, si era inventato il verbo kazoozzare (leggere cazzuzzare).
Di seguito arriva un brano ancora scoppiettante, "Come di". Si dice che sia uno dei brani più amati fuori Italia, ma si riesce a capire facilmente questa preferenza, in quanto, il brano ha il ritornello a vocalizzi ed ha un titolo che, si scrive diversamente, ha significati diversi, ma esiste come serie di lettere pronunciate sia in francese che in inglese.
Si ha, poi, un rallentamento di ritmo, si approda ad un jazz lento, con il brano "La ricostruzione del Mocambo", secondo atto di una "telenovela" contiana, che ha avuto il suo ultimo, e si dice definitivo, episodio nel cd "Elegia" del 2004.
Come tutti i brani del cd, questo acquista una maggior forza, anche data dalla coscienza timbrica che Paolo Conte ha indubbiamente acquistato negli anni. In questo disco lo si sente rilassarsi, quasi con orgoglio, su tonalità da basso profondo, che ogni tanto uno avrebbe dei sospetti che lui se le crei e non le abbia, dato che ogni tanto tira fuori una voce da tenore limpido, ma che comunque sono quelle che comunemente si associano a lui.
Si prosegue, rivelocizzando il tempo, con "Via con me", uno dei brani più belli ed utilizzati dell'astigiano, ripresa da un album, quel "Paris Milonga", che non mi è mai riuscito ad entrare dentro. Va da sé, anche dati i miei trascorsi legati invece a "Concerti", che questa sia una versione speciale. Posso infatti affermare che, in ogni vero "Best of" del cantautore, non si trova mai l'originale, la si reperisce sempre da "Concerti".
Si prosegue poi con una meravigliosa versione di una delle canzoni a cui sono più legata: "La Topolino amaranto". Non vi voglio raccontare la versione, anche perché questo è un disco da ascoltare e non da raccontare, ma voglio dirvi perché la amo così tanto. Quando ero piccola, mi fu regalata, una cassettina del nostro, che io ancora conservo gelosamente e in buone condizioni, intitolata "Il mondo di Paolo Conte". Tutti quei brani fanno parte di me, quindi, anche se poi non amo il modo di cantare di quel periodo contiano, finisce per essere il primo, quello a cui sono più legata. Bisogna sapere, infatti, che io, da piccola, non ascoltavo cd, forse anche per il timore reverenziale che avevo verso questo formato così nuovo e perfetto, che d'altronde era arrivato prestissimo nella mia vita.
Tornando a "Concerti", si rallenta il ritmo, con una bellissima, direi insuperabile, "Alle prese con la verde milonga", omaggio "guitto" e sognante al genere argentino. Il brano è nato nel disco "Paris Milonga", come una vera milonga a metà tra quella uruguayana e quella argentina, accompagnata perfino con un bombo che si alternava con le spazzole usate sulla batteria.
Va detto, nonostante la mia proverbiale passione per la filologia, che non mi ha mai convinto questa versione, come non mi convince la versione mediterranea che il cantautore ne ha dato nel cd live "Arena di verona". La versione del 1985, anno della pubblicazione di "Concerti", è quella che meglio rappresenta il compromesso fra la filologia e la personalità del cantautore.
Si continua, poi, con un brano dedicato alla città europea che più di tutte si associa al cantautore: Parigi. Il brano, che porta proprio questo titolo, qui è eseguito pianoforte, sassofono, voce e qualche venatura di strumenti sintetici. E' diventato molto più etereo, da molto più l'idea di avventura, di incontro proibito, ma vissuto con calma.
"Diavolo rosso" è forse la canzone più chitarristica e "modugnesca", fa pensare al brano "L'avventura" tratto da Rinaldo in campo", del repertorio contiano. Si può infatti dire, senza paura di essere smentiti, che qui gli strumenti fanno semplicemente da tappeto affinché la chitarra possa fare le sue "spagnolate".
"Hemingway", per ammissione dello stesso Conte, è una delle prime canzoni dove conta più la musica che il testo, che d'altronde è molto corto. Infatti, il brano, è basato sulla ripetizione rielaborata di una melodia armonicamente ricca ma semplice, accennata dopo la prima parte di testo da un pianoforte e dal kazoo, per poi essere ripresa in un meraviglioso crescendo da tutti gli strumenti.
Si continua poi con un brano del primissimo periodo del Paolo Conte cantautore, Bartali, dedicato al ciclista toscano, a cui, credo, vent'anni dopo, avrebbe risposto un altro genovese d'adozione come Gino Paoli, con il brano "Coppi".
E' un brano che dimostra come la grandezza delle nostre passioni ci possa far superare ogni ostacolo, è un brano molto adatto per tirarsi su di morale in mezzo a questa truce lotta a chi istupidisce di più.
Ecco poi "Un gelato al limon", bellissima canzone che aveva già conosciuto versioni alternative a quella da studio di Paolo Conte. Infatti vanno ricordate la terribile versione di Dalla e De Gregori a rock and roll in "Banana repubblic", e la bellissima, nonché sconosciuta in Italia, versione fedele in lingua spagnola del cantautore Carlos Cano, intitolata "Un helado de limón".
In questo cd, verso la fine della scaletta, vengono riprese alcune chicche del primissimo Paolo Conte. Eccone una: "Una giornata al mare". E' un brano a tempo di habanera, ritmo che Paolo Conte ama follemente, che credo parli della caducità delle nostre illusioni, oltre che dell'immutabilità della nostra condizione profonda. Anche di questa ne esistono svariate versioni interpretate da altri: passabile è quella dell'Equipe 84, coeva alla pubblicazione (o forse precedente?) dello stesso brano da parte dell'autore. Terribile è, invece, quella recente data da Daniele Silvestri. Sono sincera: la habanera con i suoni elettronici da un poquito de pena. (fa un po' pena).
Si prosegue poi con "Il nostro amico angiolino", un brano dedicato prevalentemente al pianoforte e al kazoo, quindi ad un'esibizione solistica di Conte. E' uno dei rari brani di "gratitudine" presente nel povero e competitivo mondo della canzone italiana. Il brano si conclude con una breve e non fondamentale, almeno per me, esecuzione orchestrale.
Si prosegue con "Onda su onda", interpretata anche da Bruno Lauzi in maniera discreta. Qui, però, se ne offre una versione talmente insuperabile che, non stento a credere che, questa coscienza possa aver portato la gente ad un'erezione di un muro nei confronti della reinterpretazione di questo brano. E' completamente solistica, voce e pianoforte, anzi una bella parte del brano è strumentale. L'inizio è irriconoscibile, ma quando il canto si snoda Conte smette di fare il virtuoso, che d'altronde può essere benissimo perché è un genio del pianoforte, per mettersi completamente al servizio del canto. Il ritornello viene portato, nella seconda esecuzione, ad un tempo di swing vertiginoso, che non capisco come la gente non sia portata a battere le mani o i piedi a tempo.
Eccoci poi alla fatidica "Sotto le stellle del jazz", estratta dal precedente album del cantautore, intitolato "Paolo Conte".
La versione dal vivo è quella veramente importante per capire lo spirito del brano, infatti va detto che, anche Paolo Conte, come quasi tutti i cantanti di qualsiasi genere, negli anni Ottanta fu affascinato dall'elettronica, dando una struttura quasi pop a ritmiche swing o di ballata jazz.
Questo brano contiene anche una curiosità: nella versione dal vivo, la parte in sibemolle, viene eseguita da Paolo Conte imitando la tromba con la voce. E' probabilmente un retaggio di certi cantanti di jazz o francesi, come Georges Brassens, comunque mai o quasi mai ripetuto.
Subito dopo si ha una versione strepitosa, pianoforte e voce, di "Azzurro", brano che così arriva ad essere riportato verso la sua essenzialità, credo poco rispettata dalla versione pop di Celentano.
Con gli anni anche questa canzone ha perso lo smalto, poiché Paolo Conte, soprattutto nel cd "Tournée", si fa prendere troppo dalla voglia di raffinarla esageratamente, perdendo così il compromesso tra il frizzantino del pop e la aulicità popolare tanto tipica del cantautore astigiano.
Viene poi un booge, nel brano che porta proprio questo titolo, che potremmo descrivere come l'ultima vampata dell'orchestra prima dell'apoteosi solistica del finale.
E' un brano evidentemente concepito come omaggio agli ascolti che si facevano in casa Conte quando suo padre riportava i dischi dall'America.
La fine del cd è riservata a "Genova per noi", una delle prime canzoni di Conte, reinterpretata molto bene da Lauzi, interpretata qui con un'essenzialità non presente nella versione incisa nell'lp originario, anche perché il brano era appesantito da un opprimente sitar indiano.
Scusatemi se questa, che voleva essere una recensione di "Concerti" è uscita come una serie di ricordi e sensazioni contiane, ma quando si parla di artisti che si amano si diventa logorroici.
Alla fine voglio dare un consiglio a chiunque voglia provare a scoprire Conte: partite da "Concerti", non ve ne pentirete!
Conobbi, ufficialmente, il cantautore astigiano, in un noto negozio di dischi della mia città, Perugia, dove, risuonavano le note suadenti di "Sotto le stelle del jazz".
Da lì, folgorata nonostante fossi una bambina piccolissima, iniziai ad ascoltare pazzamente questo disco, appunto "Concerti".
Vi dico solo che, dell'edizione in vinile, uno dei dischi, è attualmente inutilizzabile.
Infatti l'lp è doppio e, come quasi sempre, ce ne è una ristampa in cd troncata. Non capisco il senso di queste operazioni, dato che, tra l'altro, la durata media di due vinili è esattamente quella di un cd audio.
I riferimenti ai vari brani, in questo articolo, si faranno sulla base della versione integrale.
Il disco è pieno di arrangiamenti sontuosi, creati dalla geniale mente del sassofonista Antonio Marangolo, anche se questa grandiosità, non deve essere confusa con la mancanza di semplicità.
Il cd si apre con una delle mie canzoni preferite di Paolo Conte, la sognante e scatenata "Lo zio".
E' un brano veloce che, si dice, sia dedicato allo zio dell'avvocato, persona che ha avuto un ruolo fondamentale nella formazione dell'artista.
Qui fa capolino il kazoo, strumento che, influenzata da Paolo Conte, io stessa ho imparato a far "spernacchiare armonicamente". Pensate che, a casa mia, siccome quando ero piccola lo suonavo tanto, si era inventato il verbo kazoozzare (leggere cazzuzzare).
Di seguito arriva un brano ancora scoppiettante, "Come di". Si dice che sia uno dei brani più amati fuori Italia, ma si riesce a capire facilmente questa preferenza, in quanto, il brano ha il ritornello a vocalizzi ed ha un titolo che, si scrive diversamente, ha significati diversi, ma esiste come serie di lettere pronunciate sia in francese che in inglese.
Si ha, poi, un rallentamento di ritmo, si approda ad un jazz lento, con il brano "La ricostruzione del Mocambo", secondo atto di una "telenovela" contiana, che ha avuto il suo ultimo, e si dice definitivo, episodio nel cd "Elegia" del 2004.
Come tutti i brani del cd, questo acquista una maggior forza, anche data dalla coscienza timbrica che Paolo Conte ha indubbiamente acquistato negli anni. In questo disco lo si sente rilassarsi, quasi con orgoglio, su tonalità da basso profondo, che ogni tanto uno avrebbe dei sospetti che lui se le crei e non le abbia, dato che ogni tanto tira fuori una voce da tenore limpido, ma che comunque sono quelle che comunemente si associano a lui.
Si prosegue, rivelocizzando il tempo, con "Via con me", uno dei brani più belli ed utilizzati dell'astigiano, ripresa da un album, quel "Paris Milonga", che non mi è mai riuscito ad entrare dentro. Va da sé, anche dati i miei trascorsi legati invece a "Concerti", che questa sia una versione speciale. Posso infatti affermare che, in ogni vero "Best of" del cantautore, non si trova mai l'originale, la si reperisce sempre da "Concerti".
Si prosegue poi con una meravigliosa versione di una delle canzoni a cui sono più legata: "La Topolino amaranto". Non vi voglio raccontare la versione, anche perché questo è un disco da ascoltare e non da raccontare, ma voglio dirvi perché la amo così tanto. Quando ero piccola, mi fu regalata, una cassettina del nostro, che io ancora conservo gelosamente e in buone condizioni, intitolata "Il mondo di Paolo Conte". Tutti quei brani fanno parte di me, quindi, anche se poi non amo il modo di cantare di quel periodo contiano, finisce per essere il primo, quello a cui sono più legata. Bisogna sapere, infatti, che io, da piccola, non ascoltavo cd, forse anche per il timore reverenziale che avevo verso questo formato così nuovo e perfetto, che d'altronde era arrivato prestissimo nella mia vita.
Tornando a "Concerti", si rallenta il ritmo, con una bellissima, direi insuperabile, "Alle prese con la verde milonga", omaggio "guitto" e sognante al genere argentino. Il brano è nato nel disco "Paris Milonga", come una vera milonga a metà tra quella uruguayana e quella argentina, accompagnata perfino con un bombo che si alternava con le spazzole usate sulla batteria.
Va detto, nonostante la mia proverbiale passione per la filologia, che non mi ha mai convinto questa versione, come non mi convince la versione mediterranea che il cantautore ne ha dato nel cd live "Arena di verona". La versione del 1985, anno della pubblicazione di "Concerti", è quella che meglio rappresenta il compromesso fra la filologia e la personalità del cantautore.
Si continua, poi, con un brano dedicato alla città europea che più di tutte si associa al cantautore: Parigi. Il brano, che porta proprio questo titolo, qui è eseguito pianoforte, sassofono, voce e qualche venatura di strumenti sintetici. E' diventato molto più etereo, da molto più l'idea di avventura, di incontro proibito, ma vissuto con calma.
"Diavolo rosso" è forse la canzone più chitarristica e "modugnesca", fa pensare al brano "L'avventura" tratto da Rinaldo in campo", del repertorio contiano. Si può infatti dire, senza paura di essere smentiti, che qui gli strumenti fanno semplicemente da tappeto affinché la chitarra possa fare le sue "spagnolate".
"Hemingway", per ammissione dello stesso Conte, è una delle prime canzoni dove conta più la musica che il testo, che d'altronde è molto corto. Infatti, il brano, è basato sulla ripetizione rielaborata di una melodia armonicamente ricca ma semplice, accennata dopo la prima parte di testo da un pianoforte e dal kazoo, per poi essere ripresa in un meraviglioso crescendo da tutti gli strumenti.
Si continua poi con un brano del primissimo periodo del Paolo Conte cantautore, Bartali, dedicato al ciclista toscano, a cui, credo, vent'anni dopo, avrebbe risposto un altro genovese d'adozione come Gino Paoli, con il brano "Coppi".
E' un brano che dimostra come la grandezza delle nostre passioni ci possa far superare ogni ostacolo, è un brano molto adatto per tirarsi su di morale in mezzo a questa truce lotta a chi istupidisce di più.
Ecco poi "Un gelato al limon", bellissima canzone che aveva già conosciuto versioni alternative a quella da studio di Paolo Conte. Infatti vanno ricordate la terribile versione di Dalla e De Gregori a rock and roll in "Banana repubblic", e la bellissima, nonché sconosciuta in Italia, versione fedele in lingua spagnola del cantautore Carlos Cano, intitolata "Un helado de limón".
In questo cd, verso la fine della scaletta, vengono riprese alcune chicche del primissimo Paolo Conte. Eccone una: "Una giornata al mare". E' un brano a tempo di habanera, ritmo che Paolo Conte ama follemente, che credo parli della caducità delle nostre illusioni, oltre che dell'immutabilità della nostra condizione profonda. Anche di questa ne esistono svariate versioni interpretate da altri: passabile è quella dell'Equipe 84, coeva alla pubblicazione (o forse precedente?) dello stesso brano da parte dell'autore. Terribile è, invece, quella recente data da Daniele Silvestri. Sono sincera: la habanera con i suoni elettronici da un poquito de pena. (fa un po' pena).
Si prosegue poi con "Il nostro amico angiolino", un brano dedicato prevalentemente al pianoforte e al kazoo, quindi ad un'esibizione solistica di Conte. E' uno dei rari brani di "gratitudine" presente nel povero e competitivo mondo della canzone italiana. Il brano si conclude con una breve e non fondamentale, almeno per me, esecuzione orchestrale.
Si prosegue con "Onda su onda", interpretata anche da Bruno Lauzi in maniera discreta. Qui, però, se ne offre una versione talmente insuperabile che, non stento a credere che, questa coscienza possa aver portato la gente ad un'erezione di un muro nei confronti della reinterpretazione di questo brano. E' completamente solistica, voce e pianoforte, anzi una bella parte del brano è strumentale. L'inizio è irriconoscibile, ma quando il canto si snoda Conte smette di fare il virtuoso, che d'altronde può essere benissimo perché è un genio del pianoforte, per mettersi completamente al servizio del canto. Il ritornello viene portato, nella seconda esecuzione, ad un tempo di swing vertiginoso, che non capisco come la gente non sia portata a battere le mani o i piedi a tempo.
Eccoci poi alla fatidica "Sotto le stellle del jazz", estratta dal precedente album del cantautore, intitolato "Paolo Conte".
La versione dal vivo è quella veramente importante per capire lo spirito del brano, infatti va detto che, anche Paolo Conte, come quasi tutti i cantanti di qualsiasi genere, negli anni Ottanta fu affascinato dall'elettronica, dando una struttura quasi pop a ritmiche swing o di ballata jazz.
Questo brano contiene anche una curiosità: nella versione dal vivo, la parte in sibemolle, viene eseguita da Paolo Conte imitando la tromba con la voce. E' probabilmente un retaggio di certi cantanti di jazz o francesi, come Georges Brassens, comunque mai o quasi mai ripetuto.
Subito dopo si ha una versione strepitosa, pianoforte e voce, di "Azzurro", brano che così arriva ad essere riportato verso la sua essenzialità, credo poco rispettata dalla versione pop di Celentano.
Con gli anni anche questa canzone ha perso lo smalto, poiché Paolo Conte, soprattutto nel cd "Tournée", si fa prendere troppo dalla voglia di raffinarla esageratamente, perdendo così il compromesso tra il frizzantino del pop e la aulicità popolare tanto tipica del cantautore astigiano.
Viene poi un booge, nel brano che porta proprio questo titolo, che potremmo descrivere come l'ultima vampata dell'orchestra prima dell'apoteosi solistica del finale.
E' un brano evidentemente concepito come omaggio agli ascolti che si facevano in casa Conte quando suo padre riportava i dischi dall'America.
La fine del cd è riservata a "Genova per noi", una delle prime canzoni di Conte, reinterpretata molto bene da Lauzi, interpretata qui con un'essenzialità non presente nella versione incisa nell'lp originario, anche perché il brano era appesantito da un opprimente sitar indiano.
Scusatemi se questa, che voleva essere una recensione di "Concerti" è uscita come una serie di ricordi e sensazioni contiane, ma quando si parla di artisti che si amano si diventa logorroici.
Alla fine voglio dare un consiglio a chiunque voglia provare a scoprire Conte: partite da "Concerti", non ve ne pentirete!
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