Carissimi lettori, come qualcuno di voi saprà, ieri sera Canale 5 ha trasmesso il concerto che Renato Zero ha tenuto a Piazza di Siena in Roma per festeggiare i suoi sessant'anni. Ve ne potrò parlare abbastanza approfonditamente perché ho avuto la fortuna di poterne rivedere oggi alcune parti, grazie ad un bellissimo canale di youtube che risponde all'indirizzo www.youtube.com/zerogerry.
Il concerto si è aperto con un'introduzione che ne ha pienamente tradotto lo spirito, nella quale hanno sfilato i principali personaggi che hanno nel tempo rappresentato la romanità, da Aldo Fabrizi ad Anna Magnani, da Gigi Proietti a Cristian De Sica. Il brano scelto come sottofondo a questa panoramica porta il titolo di "Roma", e dimostra tutto il profondissimo affetto che unisce Zero alla sua città. È il brano inedito che, insieme a "Segreto amore", impreziosisce l'ultima raccolta del cantautore romano, appena pubblicata dalla sua casa discografica, la Tattica. Il brano è basato su schemi di ballata classico-popolare, accompagnato da una bellissima orchestra, e cantato da Zero anche in dialetto romano. Questo forse lo avvicina alla tradizione delle serenate romane, sul modello di molti brani resi famosi da Claudio Villa, cantante con cui il nostro ha inciso un duetto virtuale nel disco "La coscienza di Zero".
Il concerto ha preso ufficialmente il via con "Io uguale io", uno dei brani contenuti nello storico album "Zerolandia" del 1978. L'arrangiamento non era stravolto, solo arricchito da suoni elettronici maggiormente riconducibili all'uso attuale degli strumenti sintetici. Comunque in questo brano ed in tutto il concerto gli strumenti moderni hanno fatto solo "tappeti sonori" sui quali si potessero stendere liberamente quelli acustici (una grandissima orchestra sinfonica che Zero ama spesso permettersi quando suona nella sua città natale) e quelli elettrici (un corposo ma secco gruppo rock).
La seconda canzone è stata quella "Amico" che a me ricorda tante cose che vi ho svariate volte raccontato. È stato bellissimo sentirla cantare ad un pubblico inebriato, sempre partecipe alla festa che inevitabilmente porta con sé ogni singola esibizione di Renato. L'arrangiamento qui è profondamente debitore di quello concepito per il bellissimo ed appena ristampato "Prometeo" (Tattica), ma ha finito per arricchirsi di un bellissimo sassofono soprano, estraneo in molti casi al mondo di Zero e più in generale a quello della musica leggera.
Il primo momento giocoso si è avuto con "Baratto", brano che in 45 giri ha fatto da lato B della più famosa "Il carrozzone", trainando così il grandissimo successo del 33 giri "Erozero" (1979). Live il brano è stato giocato con molta più parsimonia, d'altronde la voce di Zero si è leggermente incrinata, circostanza che non gli permette più di eseguire molti colori che avevano caratterizzato il suo canto giovanile. È stato bellissimo anche qui ascoltare il pubblico che ha interpretato passaggi molto lunghi da solo, con l'accompagnamento dell'orchestra e del gruppo leggero. Verso la fine ci sono state delle piccolissime parti eseguite con l'aiuto del disco originale, che stava in sottofondo mentre Renato eseguiva le parti principali. Mi riferisco ovviamente a quando si anticipa il finale a "scat", dove in disco Zero esegue quattro voci contemporaneamente, tecnica che ancora non è possibile riproporre dal vivo (per fortuna!).
Il primo duetto a cui si è assistito è stato quello con Andrea Bocelli, cantante presentato da Zero con molta tenerezza. Bisogna dire che ogni ospite ha scelto brani adatti alla propria timbrica, senza essere preda di insulse voglie di stupire. L'interpretazione di Bocelli, pur nella sua innegabile bellezza, forse non ha saputo rendere giustizia al brano, perché comunque il toscano non sa fare la distinzione fondamentale tra canto lirico e canto leggero, quindi quando canta lirica alleggerisce, quando canta la musica leggera porta troppa influenza lirica. Sinceramente queste operazioni potevano avere senso fino alla fine degli anni Cinquanta, poi con l'arrivo del rock and roll la musica leggera ha preso irreversibilmente la propria autonomia (attenzione che non ritengo il fenomeno completamente positivo, perché oltre a slegarsi dalla lirica la nostra musica leggera ha iniziato a rinnegare tutta la ricchezza che le portava la nostra tradizione popolare, iniziando a derubarla per ripulirsi la coscienza).
Sempre avvolti da questa atmosfera in bilico tra anni Settanta e Ottanta si è poi ascoltata "Fortuna", canzone originariamente contenuta in "Tregua" (altro disco di Zero recentemente ristampato dalla Tattica). Il brano è stato abbassato di un tono, ma non ha perso per niente di smalto ed espressività. La forza andava solo cercata in altri particolari, c'era comunque tutta. Particolare l'assolo di chitarra elettrica che ha scandito il finale del brano, che altrimenti è stato eseguito in maniera fidedigna rispetto alla versione del 1980 nel già ricordato "Tregua".
Il secondo ospite è stata una strepitosa Fiorella Mannoia, che ha interpretato una buona versione di "Cercami". Dico "buona" perché comunque è innegabile che ogni artista riesce a dare il massimo solo accompagnato da musicisti che lo seguono abitualmente, e non si spende mai al massimo quando va a trovarsi in altri contesti. Prezioso è stato l'assolo di chitarra classica che ha chiuso il brano, durante il quale la cantante ha tastato l'atmosfera del tutto particolare che si vive ad ogni buon concerto di Zero.
Di vent'anni prima ("Cercami" risale al 1998, al disco "Amore dopo amore") è la prossima canzone, una spumeggiante "Morire qui" estratta da "Zerofobia", primo album di Zero che ebbe grande successo di pubblico, edito nel 1977. L'arrangiamento presentato è ancora quello dello Zeronovetour, inciso su dvd e reso disponibile, insieme alla riedizione del giustamente fortunatissimo "presente" nel cofanetto "Presente-Zeronovetour". Dalla versione di "Prometeo" (1991) viene il troncamento della parte "Non è finita lo sento..." nella sua prima esposizione, sostituita da un "mia", gridato varie volte in crescendo di intensità.
L'invitata successiva è stata Rita Pavone, artista con cui Zero ha condiviso esperienze all'interno del suo corpo di ballo chiamato "I collettoni". I due cantanti si sono divertiti ad interpretare scambiandosi le strofe quattro grandi successi della cantante "pel di carota", tutti risalenti al periodo di sua massima popolarità, ossia agli anni Sessanta. I brani hanno creato una bellissima atmosfera da night club, dove i due artisti, soprattutto Zero, hanno dimostrato di trovarsi a loro agio. I brani interpretati sono stati: "Alla mia età", "Come te non c'è nessuno", "Che mi importa del mondo" e "Fortissimo".
La partecipazione di Rita Pavone è proseguita con una sua interpretazione di "Mi vendo" molto spumeggiante e forse con troppe tinte blues, che non si addicono, almeno secondo me, ad un brano dalla struttura spudoratamente dance come la notissima traccia d'apertura del già citato "Zerofobia".
Quando Zero è tornato ad essere solo sul palco si è ricordato uno dei suoi più grandi successi estivi tratto dal Q disc "Calore", la canzone "Spiagge". La versione è stata estremamente filologica ed ha permesso di apprezzare ancora una volta l'attività e bravura del gruppo di strumentisti nell'accompagnare il secondo grande protagonista del concerto, il bellissimo pubblico di Zero.
La prossima ospite è Raffaella Carrà che interpreta una curiosa versione dialogata dellacanzone "Triangolo", che, pur non essendo una delle mie preferite, in questa occasione si è fatta apprezzare per ironia e leggerezza.
Ilritorno alla solitudine permette a Zero di interpretare uno dei suoi classici più recenti, la bellissima ballata "Magari", tratta da quel "Cattura" (2003) da troppa gente ingiustamente criticato o peggio ancora snobbato. La versione live perde di efficacia, pur restando una bellissima versione, perché si rafforzano esageratamente le atmosfere rock, che non sono mai state il perno strutturale del brano. Bello ma forse inutile l'assolo dichitarra elettrica a metà brano, grave (in tutto il concerto) la mancanza del pianoforte sempre sostituito da tastiere.
C'è stata anche la partecipazione di Carla Fracci, che ha coreografato la bellissima e tenerissima "Dormono tutti", unico brano eseguito tratto dal cd "Presente", a dimostrazione che Zero non prepara mai scalette spudoratamente promozionali nei confronti delle proprie creazioni recenti, preferendo che in esse si istauri una pacifica convivenza tra le varie fasi della sua carriera. il brano è stato cantato come una vera canzone per bambini, giocando molto e quasi volando.
Altro momento esilarante è stato quello dedicato al duetto, stornellato in romanesco, con il grande Gigi Proietti. La melodia era concepita sulla falsariga di molte di quelle che costituiscono lo stile stornellatorio della capitale, il testo era uno scherzoso ma veridico ritratto di entrambi gli artisti, redatto sotto forma di dialogo, come nella più pura tradizione degli stornelli disfida.
Si è tornati alla serietà con "Niente trucco stasera", che è stata interpretata integralmente, anche in questo caso con grandissima fedeltà alla versione primigenia, quella risalente al 1980 e all'album "Tregua". Ilbrano non ha subito assolutamente il tempo, è attuale e sempre emozionante.
Molto bella è stata anche la canzone successiva, il classico del 1978 intitolato "La favola mia". L'arrangiamento ricalcava fedelmente quello concepito per il primo live che l'ha vista in scaletta, ossia il notevole "Figli del sogno" del 2004. È stato bellissimo come sempre ascoltare il pubblico intonare festosamente e rispettosamente il brano insieme a Zero, che siccome tiene alla partecipazione attiva degli astanti non sconvolge mai troppo i brani, limitandosi, in qualche raro caso, a modificare le introduzioni complicandole leggermente (come è successo proprio con "La favola mia").
Subito dopo si è avuta la partecipazione del più grande sorcino che si possa annoverare tra i comici italiani, il fiorentino verace Giorgio Panariello. Il comico toscano ha cantato, sulla melodia della nota canzone anni Sessanta "Marina", delle strofette esilarantissime dedicate a Zero, e va detto che non solo se la cava bene con il canto, ma l'imitazione di Zero è naturale nel suo timbro. Ha anche raccontato di come gli sia nata questa passione e dicome non sempre gli abbia portato bene. Forse è stato l'intervento migliore di tutta la serata.
Subito dopo Zero ha interpretato un classico del suo repertorio che da una quindicina d'anni a questa parte non può esimersi dall'interpretare in pubblico. Mi riferisco alla bellissima "I migliori anni della nostra vita", impareggiabile inno alla vita, dove passato, presente e futuro sono visti come un unicum inseparabile. Bellissimo il ritornello cantato dal pubblico, stupendo tutto.
Un momento molto particolare si è avuto a seguire, quando sul palco è salito il soulman siciliano Mario Biondi, il quale ha duettato con Zero non nella "normale" "Non smetterei più" tratta da "Presente", ma nella classica e tenerissima ballata "Nei giardini chenessuno sa" tratta dal disco "l'imperfetto" (1994). Le inconfondibili venature soul della voce del cantante non hanno assolutamente privato di visibilità la melodia eterea del brano, a dimostrazione che dove c'è bravura c'è anche versatilità. Il pubblico ha aiutato i due cantanti nell'interpretazione, esprimendosi con giovialità e rispetto.
Il brano successivo è stato un medley, forse il momento meno convincente di tutta la serata, dedicato a quattro brani estratti dagli album "Zerofobia" (Sgualdrina" e "L'ambulanza") e "Zerolandia" (Chi sei" e "Sbattiamoci". L'ho classificato deludente soprattutto perché i brani sono stati privati abbastanza forzatamente delle loro atmosfere per uniformarli ad un certo clima dance anni Novanta piuttosto opprimente.
Quando si torna al Renato Zero recente si esegue "Figaro", una bellissima e toccante canzone che descrive il rapporto molto particolare che Zero spesso ha con il proprio pubblico, quella vicinanza profonda che da molti è bollata come invadenza oppure menefreghismo mascherato. È una ballata molto ricca ed enigmatica a livello musicale, che vede l'alternanza di parti minori, seppur spesso con partenza sul sesto grado della scala, a parti maggiori che, convenzionalmente, partono sull'accordo di "tonica". È curiosa la teatralità sempre diversa che Zero imprime nel finale alle varie ripetizioni del verso "una canzone", accompagnata da un assolo di strumento a tasti (qui tastiera doppia), più spesso un meraviglioso pianoforte acustico.
Un'altra collaborazione che Zero ha fatto nella sua voglia di dare agli altri ciòche non gli è stato dato ai suoi inizi, è stata quella con la cantante romana Tiziana Donati in arte Tosca. La cantante nel 1997 incise il suo secondo disco, dedicato anchea riletture molto buone di brani noti o meno noti della canzone d'autore italiana. Inquell'occasione la cantante romana dà una bella interpretazione della canzone "Inventi", che ha visto anche ora la riunificazione di Tosca e Zero su un palco. L'arrangiamento, purtroppo, è l'unica pecca di questa interpretazione. Difatti trovo quantomeno forzato l'arrangiare questo brano a country americano, influenza solo in parte rappresentata dal marginale finger piking della chitarra, tecnica che nel 1974, anno di composizione della canzone, era all'ordine del giorno. A riprova della marginalità di tale influenza, sulla quale non si può imperniare nessuna rielaborazione del brano che ne voglia essere degna, consiglio di ascoltare l'insuperabile versione live presente nel vinile "Icaro" del1981, ancora non ristampato e non so da quanto tempo ormai fuori catalogo.
Sempre dall'lp "Invenzioni" viene estratta la prossima canzone, un inno contro la violenza sui bambini, dal titolo "Qualcuno mi renda l'anima". La versione, così come si era notato in occasione della recensione dello Zeronovetour", è molto filologica con quella di "Invenzioni", seppur la si abbassa di un tono.
La banda della Polizia di Stato ha poi interpretato un pezzettino de "Il carrozzone", ottenendo devo dire un buon risultato, dando l'occasione a Renato di ricordare suo padre, che faceva parte di quella istituzione.
Ilconcerto, come ormai accade spesso da diversi anni, si è concluso con quello che è l'inno non ufficiale dei "sorcini", ossia "Ilcielo". Posso giurarvi che questa canzone ha sempre avuto, anche prima che io scoprissi Zero, su di me un fortissimo potere, quindi risentirla è sempre un'emozione che mozza il fiato. Il pubblico la interpreta insieme a Zero, in maniera festosa ma composta e qualcuno, oltre allo stesso Renato, sicommuove.
Spero che abbiate apprezzato questa recensione, e che abbiate goduto nel leggerla quanto io ho goduto nello scriverla. Dato che le ripetizioni giovano vi ricordo che se volete vedere moltissimo materiale su Renato Zero, nonché gran parte di questo concerto, dovete andare su www.youtube.com/zerogerry.
Ciao nì!
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domenica 19 dicembre 2010
sabato 18 settembre 2010
Fiorella Mannoia a Verona
Carissimi lettori, questa sera scriverò una recensione tra le più belle ed inaspettate che mi sia capitato di scrivere. Si parlerà di un concerto che Fiorella Mannoia ha tenuto all'Arena di Verona il 12 settembre. Questo concerto è stata la maniera che Fiorella Mannoia ha trovato di presentare il nuovo cd, intitolato "Il tempo e l'armonia"., uscito a meno di un anno di distanza dal bellissimo "Ho imparato a sognare". Il programma è iniziato con un'intervista alla cantante che nel parlare dimostra la stessa sensibilità ammaliatrice che sfoggia quando canta una qualsiasi canzone.
Mi è difficile riassumervela, quindi passo immediatamente a parlarvi del concerto, che ha un inizio a dir poco folgorante, infatti si parte con "I treni a vapore", una delle canzoni della Mannoia che ha cullato la mia infanzia. In questa occasione, dicciott'anni dopo la sua incisione originale, le atmosfere pop si rarefanno per dare finalmente rilievo a questa anima etnica che il brano di Fossati aveva sempre avuto, ma nell'interpretazione della Mannoia era rimasta come un silenzio. La voce della cantante si è ormai un po' incrinata, ma continua ad essere bella. Sidirebbe che scurendosi, questo timbro ha acquistato paradossalmente ancora più potere evocativo. Bellissime le parti di pianoforte che scandiscono le varie parti del brano, completamente libere, per niente riportate dalla versione storica in studio.
Direttamente da "Ho imparato a sognare", album dicover della cantante tra i più riusciti di questo ramo giustamente nominato per un premio al Premio Tenco, viene questa "Cercami", che già ha preso un altro respiro. L'interpretazione della Mannoia è altrettanto sentita rispetto a quella di Renato Zero, forse solo leggermente meno istrionica. Meravigliosi i finali calanti eseguiti egregiamente dopo quasi tutte le note di maggiore lunghezza dei versi. Naturalmente la Mannoia non usa il sussurro alla maniera di Zero, per la cui esecuzione si richiedono note gravi ma forse meno sporche di quelle della cantante romana.
E in questo viaggio tra i classici della recente canzone d'autore italiana la cantante ripesca "Sally" di Vasco Rossi, da lei interpretata nel live "Certe piccole voci" del 1999. In questo caso l'arrangiamento pop si disfa, e le sonorità moderne non sono più il perno del brano ma lo condiscono, lasciando che gli archi e la battteria suonata con le spazzole siano il nord della bussola. Interessantissimo questo cantato che incontra e si arricchisce con delle pennellate di parlato vicino al recitativo.
Continuando la cantante regala al suo pubblico uno dei suoi brani più belli ma meno conosciuti, la bellissima e malinconica "Lunaspina". Questa canzone, assieme a tutto il cd "Di terra e di vento" che la conteneva, ha cullato la mia infanzia, facendomi sognare come poche. Oggi questo brano ha ricevuto nuova linfa grazie ad un'interpretazione, forse troppo minimalista, che la stessa Mannoia ha reso insieme a Paola Turci nell'ultimo disco di quest'ultima. Per quanto riguarda la versione che abbiamo ascoltato si potrebbe definire un riuscito compromesso tra l'intimità della versionerecente e la ricchezza degli strumenti moderni.
Andando avanti abbiamo la prima sorpresa del concerto, ossia una "Ho imparato a sognare" interpretata insieme ai Negrita, suoi primi interpreti ed autori. Il brano è completamente interpretato in tonalità maschile, quindi la Mannoia non riesce a dare il massimo, anzi da molto poco. È interessante comunque perché permette di trovare la Mannoia mentre si confronta con un nuovo ambiente musicale, quello di un folk americano sulle orme diDylan.
Andando avanti si ascolta una gradevole versione di "Una giornata uggiosa" di Mogol-Battisti. Rispetto all'incisione presente in "Ho imparato a sognare" il Brasile è meno dominante, infatti il brano è portato verso una cornice latinjazz, interessante comunque.
Ora ci troviamo davanti una Fiorella Mannoia che omaggia Manu Chao con "Clandestino". L'arrangiamento porta il brano verso certe sonorità mediterranee che comunque sono molto consone a questa melodia, che se arricchita con strumenti classici (o "con letteratura" per dirla con PaoloConte) ha il suo fascino. Bellissime le "giunte" della Mannoia che davano a questa canzone una forza e una sincerità sicuramente maggiori rispetto all'originale.
Ed eccoci al secondo ospite, un Cesare Cremonini che interpreta superbamente "Le tue parole fanno male", brano che apriva "Ho imparato a sognare", il già citato ultimo album da studio della Mannoia. In questo caso il duetto è molto più convincente rispetto a quello con Pau dei Negrita, perché i due artisti eseguono il brano in due tonalità molto vicine quindi facilmente accoppiabili.
Proseguendo si fa un omaggio ai Negramaro, conl'interpretazione della loro "Estate". Va detto che la Mannoia spesso fa interpretare delle brevi parti falsettate al pubblico, che va detto che se la cava egregiamente. Il brano acquista un'anima mista tra il rock e il classico, perdendo completamente quell'anima pianistica che era data dalla impietosa battuta ritmica del tasto battente.
Andando avanti si rispolvera un grande classico della carriera della Mannoia, quella "Come si cambia" portata al Festival di Sanremo del 1984. Il brano in questa occasione acquista un'anima più rock, ma anche più intima grazie al rallentamento del ritmo.
E sempre dal repertorio anni Ottanta viene questo gioiello scritto da Enrico Ruggeri per la Mannoia e da lui successivamente reinterpretato nel cd "l'isola dei tesori". L'interpretazione che ascoltiamo de "I dubbi dell'amore" è rallentata molto, anche grazie al fatto che sono molto importanti gli archi, che fanno un tappeto inimitabile ad un'esecuzione molto buona. Si può riscontrare una specie di "teatralità emozionata", cheforse rafforza il messaggio sottinteso di questo brano, che credo sia un invito alla comprensione e all'apertura verso le fragilità.
Ed eccoci ad un riferimento ad uno degli ultimi classici del repertorio della Mannoia, il brano scritto per lei da Luciano Ligabue, intitolato "Io posso dire la mia sugli uomini", singolo con cui la cantante ci aveva presentato uno dei suoi migliori dischi, quel "Movimento del dare" che è tra i primi di cui si è parlato in questo blog. Il brano si è diviso in due parti molto diverse, che gli hanno conferito una grandissima dinamica. la prima parte è stata carattterizzata da un'esecuzione in sestetto, costituito dal quartetto d'archi più il pianoforte e dalla voce della cantante.
Proseguendo la scaletta si ascolta "belle speranze", brano che ha una coda rock abbastanza inutile, ma è bello.
Ed eccoci ad una delle poche canzoni davvero belle uscite in questi ultimi anni. Mi riferisco a "L'amore si odia", cantata superbamente insieme a Noemi, nuova e bellissima voce della canzone leggera italiana. Interessante l'inizio del brano eseguito da Noemi solo con l'accompagnamento degli archi,curioso è il controcanto per terze eseguito dalle due cantanti nell'ultimo ritornello.
Continuando si ascolta una versione di "Oh che sarà", che permette una delle più forti emozioni della serata. L'arrangiamento è molto simile a quello di Chico Buarque (l'originale), ma è ancora più vicino a quello presente nel cd "De mí" della cantante argentina Mercedes Sosa. Particolare è l'intrusione degli archi, che dà al brano un'aura classica molto fuori dalle coordinate della M.P.B, ma non lontana dallo spirito segreto di molti suoi brani.
Ed eccoci ad un'interessante ma non so quanto riuscita coda latinjazz, che permette di brillare ai musicisti del gruppo che comunque sonograndi strumentisti.
Ed ecco una versione solistica di "Pescatore", brano originariamente interpretato dalla Mannoia insieme a Pierangelo Bertoli. Rifacendoci alle osservazioni precedentemente fatte su "I treni a vapore", si potrebbe dire che anche qui l'anima pop si dissipi in un'intimità più etnica. Questa canzone è sempre bella, anche se forse sia l'abbassamento della tonalità sia l'assenza di una voce maschile chedialoga, sono cause di impoverimento al brano (naturalmente la seconda parte dell'osservazione si può riferire benissimo anche alla versione che Bertoli diede del brano da solista.
Il brano, dopo aver rallentato ulteriormente nell'ultima reitnerpretazione del finale "Pesca, forza, tira pescatore" ha una coda strumentale che segna la fine della parte ufficiale del concerto.
Quando la Mannoia torna sul palco siascolta una versione di "Via con me" molto sensuale, portata verso atmosfere tra il blues e il terzinato anni Sessanta. Va detto che laMannoia in questi ultimi anni sidiverte a giocare anche con repertori cheprima non toccava, questa seconda interpretazione di Paolo Conte lo sta mirabilmente a dimostrare. Ametà brano abbiamo avuto l'unico momento forse discutibile, dove l'anima blues è stata un po' troppo tiranna. Comunque bella versione e concerto stupendo.
Tornando indietro negli anni la cantante romana rispolvera un classico del suo repertorio, una bellissima "Quello che le donne non dicono", scritta magistralmente da Enrico Ruggeri e Luigi Schiavone e portata al successo dalla Mannoia al Sanremo 1987. Stasera il brano ha un colore sensualissimo, ma il canto riacquista quasi subito la limpidezza dei vecchi tempi. Il pubblico è portato a cantare il ritornello, la seconda volta addirittura a cappella,una favola.
E a proposito di brani immancabili nei concerti della Mannoia, proseguendo si ascolta "lastoria" di Francesco de Gregori. Il brano, come il precedente, è interpretato piano e voce ed è emozionantissimo. La forza della lotta collettiva qui è senza scappatoie, è gridata ai quattro venti, come un messaggio forte che deve entrare nella testa di chi ce lo vuole far dimenticare con ogni mezzo.
Arriviamo ad uno dei brani più belli del repertorio di Fiorella Mannoia,ad unabellissima ballata intitolata "Il cielo d'Irlanda", scritta per lei da Massimo Bubola. L'anima irlandese è fortissima, anche grazie alla presenza di un violino che nella parte iniziale suona una parte completamente collegabile ai reel irlandesi. Molto bello il finale con l'assolo di batteria che accompagna l'ultima strofa.
Chiedo scusa per la recensione frastagliata, è scritta completamente a caldo conla bussola delle emozioni.
Mi è difficile riassumervela, quindi passo immediatamente a parlarvi del concerto, che ha un inizio a dir poco folgorante, infatti si parte con "I treni a vapore", una delle canzoni della Mannoia che ha cullato la mia infanzia. In questa occasione, dicciott'anni dopo la sua incisione originale, le atmosfere pop si rarefanno per dare finalmente rilievo a questa anima etnica che il brano di Fossati aveva sempre avuto, ma nell'interpretazione della Mannoia era rimasta come un silenzio. La voce della cantante si è ormai un po' incrinata, ma continua ad essere bella. Sidirebbe che scurendosi, questo timbro ha acquistato paradossalmente ancora più potere evocativo. Bellissime le parti di pianoforte che scandiscono le varie parti del brano, completamente libere, per niente riportate dalla versione storica in studio.
Direttamente da "Ho imparato a sognare", album dicover della cantante tra i più riusciti di questo ramo giustamente nominato per un premio al Premio Tenco, viene questa "Cercami", che già ha preso un altro respiro. L'interpretazione della Mannoia è altrettanto sentita rispetto a quella di Renato Zero, forse solo leggermente meno istrionica. Meravigliosi i finali calanti eseguiti egregiamente dopo quasi tutte le note di maggiore lunghezza dei versi. Naturalmente la Mannoia non usa il sussurro alla maniera di Zero, per la cui esecuzione si richiedono note gravi ma forse meno sporche di quelle della cantante romana.
E in questo viaggio tra i classici della recente canzone d'autore italiana la cantante ripesca "Sally" di Vasco Rossi, da lei interpretata nel live "Certe piccole voci" del 1999. In questo caso l'arrangiamento pop si disfa, e le sonorità moderne non sono più il perno del brano ma lo condiscono, lasciando che gli archi e la battteria suonata con le spazzole siano il nord della bussola. Interessantissimo questo cantato che incontra e si arricchisce con delle pennellate di parlato vicino al recitativo.
Continuando la cantante regala al suo pubblico uno dei suoi brani più belli ma meno conosciuti, la bellissima e malinconica "Lunaspina". Questa canzone, assieme a tutto il cd "Di terra e di vento" che la conteneva, ha cullato la mia infanzia, facendomi sognare come poche. Oggi questo brano ha ricevuto nuova linfa grazie ad un'interpretazione, forse troppo minimalista, che la stessa Mannoia ha reso insieme a Paola Turci nell'ultimo disco di quest'ultima. Per quanto riguarda la versione che abbiamo ascoltato si potrebbe definire un riuscito compromesso tra l'intimità della versionerecente e la ricchezza degli strumenti moderni.
Andando avanti abbiamo la prima sorpresa del concerto, ossia una "Ho imparato a sognare" interpretata insieme ai Negrita, suoi primi interpreti ed autori. Il brano è completamente interpretato in tonalità maschile, quindi la Mannoia non riesce a dare il massimo, anzi da molto poco. È interessante comunque perché permette di trovare la Mannoia mentre si confronta con un nuovo ambiente musicale, quello di un folk americano sulle orme diDylan.
Andando avanti si ascolta una gradevole versione di "Una giornata uggiosa" di Mogol-Battisti. Rispetto all'incisione presente in "Ho imparato a sognare" il Brasile è meno dominante, infatti il brano è portato verso una cornice latinjazz, interessante comunque.
Ora ci troviamo davanti una Fiorella Mannoia che omaggia Manu Chao con "Clandestino". L'arrangiamento porta il brano verso certe sonorità mediterranee che comunque sono molto consone a questa melodia, che se arricchita con strumenti classici (o "con letteratura" per dirla con PaoloConte) ha il suo fascino. Bellissime le "giunte" della Mannoia che davano a questa canzone una forza e una sincerità sicuramente maggiori rispetto all'originale.
Ed eccoci al secondo ospite, un Cesare Cremonini che interpreta superbamente "Le tue parole fanno male", brano che apriva "Ho imparato a sognare", il già citato ultimo album da studio della Mannoia. In questo caso il duetto è molto più convincente rispetto a quello con Pau dei Negrita, perché i due artisti eseguono il brano in due tonalità molto vicine quindi facilmente accoppiabili.
Proseguendo si fa un omaggio ai Negramaro, conl'interpretazione della loro "Estate". Va detto che la Mannoia spesso fa interpretare delle brevi parti falsettate al pubblico, che va detto che se la cava egregiamente. Il brano acquista un'anima mista tra il rock e il classico, perdendo completamente quell'anima pianistica che era data dalla impietosa battuta ritmica del tasto battente.
Andando avanti si rispolvera un grande classico della carriera della Mannoia, quella "Come si cambia" portata al Festival di Sanremo del 1984. Il brano in questa occasione acquista un'anima più rock, ma anche più intima grazie al rallentamento del ritmo.
E sempre dal repertorio anni Ottanta viene questo gioiello scritto da Enrico Ruggeri per la Mannoia e da lui successivamente reinterpretato nel cd "l'isola dei tesori". L'interpretazione che ascoltiamo de "I dubbi dell'amore" è rallentata molto, anche grazie al fatto che sono molto importanti gli archi, che fanno un tappeto inimitabile ad un'esecuzione molto buona. Si può riscontrare una specie di "teatralità emozionata", cheforse rafforza il messaggio sottinteso di questo brano, che credo sia un invito alla comprensione e all'apertura verso le fragilità.
Ed eccoci ad un riferimento ad uno degli ultimi classici del repertorio della Mannoia, il brano scritto per lei da Luciano Ligabue, intitolato "Io posso dire la mia sugli uomini", singolo con cui la cantante ci aveva presentato uno dei suoi migliori dischi, quel "Movimento del dare" che è tra i primi di cui si è parlato in questo blog. Il brano si è diviso in due parti molto diverse, che gli hanno conferito una grandissima dinamica. la prima parte è stata carattterizzata da un'esecuzione in sestetto, costituito dal quartetto d'archi più il pianoforte e dalla voce della cantante.
Proseguendo la scaletta si ascolta "belle speranze", brano che ha una coda rock abbastanza inutile, ma è bello.
Ed eccoci ad una delle poche canzoni davvero belle uscite in questi ultimi anni. Mi riferisco a "L'amore si odia", cantata superbamente insieme a Noemi, nuova e bellissima voce della canzone leggera italiana. Interessante l'inizio del brano eseguito da Noemi solo con l'accompagnamento degli archi,curioso è il controcanto per terze eseguito dalle due cantanti nell'ultimo ritornello.
Continuando si ascolta una versione di "Oh che sarà", che permette una delle più forti emozioni della serata. L'arrangiamento è molto simile a quello di Chico Buarque (l'originale), ma è ancora più vicino a quello presente nel cd "De mí" della cantante argentina Mercedes Sosa. Particolare è l'intrusione degli archi, che dà al brano un'aura classica molto fuori dalle coordinate della M.P.B, ma non lontana dallo spirito segreto di molti suoi brani.
Ed eccoci ad un'interessante ma non so quanto riuscita coda latinjazz, che permette di brillare ai musicisti del gruppo che comunque sonograndi strumentisti.
Ed ecco una versione solistica di "Pescatore", brano originariamente interpretato dalla Mannoia insieme a Pierangelo Bertoli. Rifacendoci alle osservazioni precedentemente fatte su "I treni a vapore", si potrebbe dire che anche qui l'anima pop si dissipi in un'intimità più etnica. Questa canzone è sempre bella, anche se forse sia l'abbassamento della tonalità sia l'assenza di una voce maschile chedialoga, sono cause di impoverimento al brano (naturalmente la seconda parte dell'osservazione si può riferire benissimo anche alla versione che Bertoli diede del brano da solista.
Il brano, dopo aver rallentato ulteriormente nell'ultima reitnerpretazione del finale "Pesca, forza, tira pescatore" ha una coda strumentale che segna la fine della parte ufficiale del concerto.
Quando la Mannoia torna sul palco siascolta una versione di "Via con me" molto sensuale, portata verso atmosfere tra il blues e il terzinato anni Sessanta. Va detto che laMannoia in questi ultimi anni sidiverte a giocare anche con repertori cheprima non toccava, questa seconda interpretazione di Paolo Conte lo sta mirabilmente a dimostrare. Ametà brano abbiamo avuto l'unico momento forse discutibile, dove l'anima blues è stata un po' troppo tiranna. Comunque bella versione e concerto stupendo.
Tornando indietro negli anni la cantante romana rispolvera un classico del suo repertorio, una bellissima "Quello che le donne non dicono", scritta magistralmente da Enrico Ruggeri e Luigi Schiavone e portata al successo dalla Mannoia al Sanremo 1987. Stasera il brano ha un colore sensualissimo, ma il canto riacquista quasi subito la limpidezza dei vecchi tempi. Il pubblico è portato a cantare il ritornello, la seconda volta addirittura a cappella,una favola.
E a proposito di brani immancabili nei concerti della Mannoia, proseguendo si ascolta "lastoria" di Francesco de Gregori. Il brano, come il precedente, è interpretato piano e voce ed è emozionantissimo. La forza della lotta collettiva qui è senza scappatoie, è gridata ai quattro venti, come un messaggio forte che deve entrare nella testa di chi ce lo vuole far dimenticare con ogni mezzo.
Arriviamo ad uno dei brani più belli del repertorio di Fiorella Mannoia,ad unabellissima ballata intitolata "Il cielo d'Irlanda", scritta per lei da Massimo Bubola. L'anima irlandese è fortissima, anche grazie alla presenza di un violino che nella parte iniziale suona una parte completamente collegabile ai reel irlandesi. Molto bello il finale con l'assolo di batteria che accompagna l'ultima strofa.
Chiedo scusa per la recensione frastagliata, è scritta completamente a caldo conla bussola delle emozioni.
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martedì 10 agosto 2010
Inti-Illimani live a Puerto Aysen (Cile)
Carissimi lettori, ho l'onore di recensire, completamente a caldo, un concerto degli Inti-Illimani che non conosco.
Siamo in Cile nel 2001, e la formazione che suona nel concerto di cui parleremo è di transizione tra quella storica e quella dell'ultimo periodo.
Il concerto è iniziato da una meravigliosa versione di "Takakoma", brano andino che il gruppo ha inciso in un bellissimo album, purtroppo qui poco conosciuto, intitolato "Lejanía" (1998).
Si riconosce immediatamente il charango squillantissimo del suonatore storico del gruppo, Horacio Durán, che dà a questo brano un'allegria direi contagiosa. Nonostante tutto vi sono due elementi che forse non fanno sfogare molto questa voglia di festa, mi riferisco ad un violino, elemento assente dalla versione in studio, ed un clarinetto. Nonostante ciò è una versione bellissima di uno strumentale veramente superbo.
I brani cantati iniziano con una versione abbastanza corretta de "La exiliada del sur", uno dei classici della musica cilena scritti e pensati da quella che è stata senza dubbio la più grande ricercatrice, interprete e compositrice di musica di matrice tradizionale che il Cile abbia conosciuto. Mi riferisco a Violeta Parra (1917-1967). Dico "abbastanza corretta" perché si possono notare alcune stonature e la mancanza di perfezione di alcune entrate e controcanti. Ciò non toglie che è una grandissima emozione ascoltare la voce di José Seves, ritenuta dalla sottoscritta una delle migliori del Cile.
Tornando alle strumentali abbiamo il piacere di ascoltare un bellissimo "joropo" scritto da Horacio Salinas, allora ancora direttore del gruppo, intitolato "Maria canela". Il brano è in minore ma niente tristezza, anzi si è portati a battere le mani a questo ritmo contagioso. Oltretutto, parentesi personale, la versione da studio di questo brano, contenuta nel cd "Arriesgaré la piel" è stata tra le colpevoli del mio grande amore per gli Inti che, come questo articolo sta inequivocabilmente a dimostrare, ancora dura. La versione è caratterizzata dalla sostituzione del flauto da parte del violino. Questo strumento, forse, non riesce a dare l'idea di festa che invece dava il flauto traverso, ma comunque è una favola.
C'è stato un discorso di Jorge Coulon, colui che si incaricava di parlare in quasi tutti i momenti che il gruppo dedicava al dialogo con il pubblico (parte fondamentale di ogni buon concerto degli Inti!).
Quando si ricomincia a suonare ancora non si riprende a cantare, anzi si delizia il pubblico con una meravigliosa versione di "Tatati", brano tra i primi composti dal grande chitarrista, tiplista e compositore cileno Horacio Salinas. Il brano è uno dei più complicati e armonicamente dinamici tra quanti il gruppo dedica alla sola esecuzione strumentale. È bellissimo, anche perché a me ricorda uno stupendo concerto visto a Bastia Umbra al teatro Esperia, che lo ebbe come suo primo brano. In quell'occasione i battiti iniziali del tamburo andino (bombo) mi risuonarono come dei battiti segreti, una magia allo stato puro.
Tornando a cantare il gruppo propone uno di quei brani che gli fa compagnia dai suoi inizi, una bellissima "Juanito Laguna remonta un barrilete", che i cileni ripresero e armonizzarono a partire da una versione di Mercedes osa (grandissima cantante argentina) agli inizi degli anni Sessanta, poco dopo la loro nascita avvenuta nel 67.
In questa versione il gruppo mantiene la struttura e la tonalità che questa canzone conosce almeno dalla versione di "Chile resistencia" (1977), album che presenta la seconda versione di questo brano eseguita dal gruppo. Infatti la versione originale risale agli anni Sessanta e in Italia non ha mai avuto divulgazione, se non in un circuito di cultori del gruppo.
Dal repertorio storico del gruppo viene ripresa anche questa "Ya parte el galgo terrible", canzone che noi italiani abbiamo conosciuto nell'lp "La nueva canción chilena" del 1974. Il brano, su testo di Pablo Neruda, mantiene molta della sua forza, anche se forse l'assenza di percussioni mitiga qualcosa che non può essere assolutamente mitigato, la denuncia della violenza con cui alcuni popoli vengono sterminati da altri in qualsiasi momento o luogo.
Tornando ad omaggiare Violeta Parra, il gruppo offre una tenerissima versione del "Rin del angelito", canzone con la quale la cantautrice cilena si ispirava a certi riti che accompagnano la morte dei neonati. Ho sempre amato da impazzire il pezzo strumentale che divide le due parti, soprattutto per la bellissima melodia che esegue la quena, strumento a fiato ad una canna sola. La melodia è molto semplice ma è ricca e nasconde difficoltà.
L'altro grande maestro della musica cilena è il chitarrista, drammaturgo, regista di teatro, cantautore e ricercatore Víctor Jara. Il brano che il gruppo sceglie per ricordarlo è "El arado", tra gli ultimi composti dal cantautore e da lui pubblicato del vinile "Presente", inciso con l'accompagnamento degli stessi Inti-Illimani. La versione proposta è veramente impeccabile, il gruppo già si è scaldato e questa formazione, come abbiamo detto rimasta in piedi per poco tempo, sta dimostrando in pieno le sue qualità.
Sempre frugando nel repertorio storico del gruppo, si ha il piacere di ascoltare "Simón Bolívar", brano che originariamente chiudeva l'lp "Viva Chile!" (1973).
Curiosissima è la fioritura della chitarra durante l'esecuzione del rif che introduce ogni singola ripetizione della melodia. Questo tipo di colori, sinceramente, suonati da una chitarra suonano strani, infatti se la dovessi descrivere è una curva di semitoni molto comune in certi generi pianistici come molti sottogeneri del jazz.
Subito dopo si esegue una versione molto bella di "Bailando bailando", uno dei brani che ha composto il polistrumentista José Seves. È un brano completamente rilassato, anzi direi perfettamente festoso, che dimostra a quelli che credono gli Inti-Illimani solo un gruppo rivoluzionario, che questa è stata solo una parte, oltretutto sempre ritenuta marginale da loro stessi, della loro espressività artistica. Curiosa l'intrusione del clarinetto e del contrabbasso. Se il secondo dà un corpo diverso al brano, il primo tende a dare seicuramente un ambiente più idilliaco che spesso il sassofono (fiato originariamente presente insieme ai flauti andini nella versione del cd "De canto y baile) sinceramente spesso rovina.
Subito dopo il gruppo propone uno dei suoi classici indiscussi, entrato nel cuore anche di noi italiani, una festosissima "Señora chichera". La versione è fortemente imperniata sulle note di contrabbasso e su delle svisature di sassofono che, almeno secondo la sottoscritta, sono un po' troppo barocche e metropolitane per un brano spudoratamente andino e tradizionale come questo. Comunque si fa molta festa, anche aiutati da un violino che invece contribuisce ad avvicinare il brano a certe atmosfere boliviane poco conosciute da noi. Il finalino è molto chiassoso ma è un chiasso dolce, che diventa automaticamente metropolitano quando inizia a preludere a "Sensemaya", uno dei primi esperimenti di musica afro-cubana di composizione cilena. Ci stiamo riferendo ad un brano di Nicolás Guillén, grande poeta cubano molto noto in vari paesi di lingua spagnola, che ha una storia un po' particolare per quanto riguarda me. Quando ero molto piccola, credo facessi le elementari, sentii il ritornello "mayombe bombe mayombe", che è poi quello che scandisce tutta l'ultima parte del testo. Immaginatevi quale fu il mio stupore quando me lo ritrovai (ben dieci anni dopo) inciso dagli Inti!).
Continuando il gruppo offre una "Petenera", un carinissimo brano messicano interpretato anche da Daniel Cantillana, voce giovane che da dieci anni circa è diventata una delle più importanti della formazione. Il brano è interpretato con molte "rotture di note" tipiche della tradizione messicana.
Ed eccoci ad una delle canzoni più recenti tra quelle che sinora si sono sentite, un brano ispirato alla tradizione afroperuviana scritto da Horacio Salinas su testo del poeta e cantautore cileno Patricio Manns, dal titolo "Negra presuntuosa". La voce di Daniel, sto parlando davvero a cuore aperto, non mi ha mai entusiasmato, però in questi brani un po' meno passionali o quantomeno non principalmente passionali, va detto che riesce a dare molto. È curioso il finalino cantato da Horacio Salinas, accompagnato con molte note staccate da parte degli strumenti.
Sicuramente molto più passionale è questa "Arriesgaré la piel", che Jorge canta con piglio da cantante abituale di musica "ranchera" (la tipica musica messicana suonata dai gruppi di Mariachi). Meravigliosi sono i finali acuti che permettono di entrare completamente nell'atmosfera del brano, anche al di là del testo che pure è fondamentale per capire questa poesia di tentativo di ritorno ad un amore lasciato per errore o per inganno.
Ed eccoci ad un bellissimo valzer peruviano, scritto da Horacio Salinas su testo di Patricio Manns. Il brano dava il titolo ad un cd speciale, quell'"Amar de nuevo" che io ricevetti con largo anticipo sulla data di pubblicazione in Italia, proprio in occasione di quel concerto di Bastia Umbra a cui ho fatto riferimento precedentemente. La canzone è caratterizzata da un dialogo tra le voci di Daniel Cantillana e Horacio Salinas, che si interpellano tramite dei controcanti di terze che Salinas esegue sotto la melodia base di Cantillana.
Ed eccoci alla principale e prima colpevole del mio amore per gli Inti-Illimani, a quel capolavoro di romanticismo e passione intitolato "Medianoche", che apriva e presentava il cd "Arriesgaré la piel" (1996). Qui abbiamo l'insuperabile piacere di sentirla cantata da quello che ne è stato il primo interprete, il tenore José Seves. Questo è un brano che richiede potenza, quindi sono sempre un po' scettica ogni volta che lo devo sentire interpretato da voci troppo dolci (come ad esempio quella di Daniel Cantillana). Qui è stato curioso l'intervento del clarinetto, che ha toccato il jazz molto più spesso rispetto a quanto non lo ricordi nell'originale, oltre all'entrata del violino, strumento che comunque sta benissimo in qualsiasi musica un minimo romantica (e il bolero alla cubana lo è moltissimo).
Il brano successivo è un'interpretazione molto personale di "Fina estampa" di Chabuca Granda (cantautrice peruviana molto importante nei paesi di lingua spagnola). La versione di José Seves, aiutato molto dalla chitarra di Horacio Salinas, è molto rallentata, almeno rispetto alle altre che conosco, e forse è un po' troppo poco tenera. Comunque è estremamente illuminante su quale sia lo stile di questo grandissimo cantante, che utilizza la voce più come uno strumento che come un semplice mezzo di dizione.
Il brano successivo è un brano a cui gli Inti-Illimani sono molto legati perché in esso hanno raccontato, aiutati dalla poesia di Patricio Manns, le sensazioni di un esiliato che ritorna nel proprio paese (quando loro ancora non lo potevano fare, infatti il brano è del 1979 e loro sono potuti tornare solo nove anni dopo).
La parte ufficiale del concerto (perché è difficile che gli Inti possano chiudere un concerto quando per la prima volta salutano il pubblico) si chiude con "La fiesta eres tú, bellissima cumbia che purtroppo non possiamo sentire per intero nell'edizione che mi ha permesso di parlarvi di questa esibizione. La curiosità principale di questa versione è la voce diHoracio Salinas che sostituisce quella di Daniel Cantillana, che interpreta molto convincentemente il brano nel cd.
Spero di avervi fatto venire voglia di riascoltare gli Inti-Illimani senza aggettivi e lotte interne, con la voglia di scoprire gli anni che spesso, per troppa superficialità, non consideriamo qui nel paese che li ha accolti per tre lustri.
Siamo in Cile nel 2001, e la formazione che suona nel concerto di cui parleremo è di transizione tra quella storica e quella dell'ultimo periodo.
Il concerto è iniziato da una meravigliosa versione di "Takakoma", brano andino che il gruppo ha inciso in un bellissimo album, purtroppo qui poco conosciuto, intitolato "Lejanía" (1998).
Si riconosce immediatamente il charango squillantissimo del suonatore storico del gruppo, Horacio Durán, che dà a questo brano un'allegria direi contagiosa. Nonostante tutto vi sono due elementi che forse non fanno sfogare molto questa voglia di festa, mi riferisco ad un violino, elemento assente dalla versione in studio, ed un clarinetto. Nonostante ciò è una versione bellissima di uno strumentale veramente superbo.
I brani cantati iniziano con una versione abbastanza corretta de "La exiliada del sur", uno dei classici della musica cilena scritti e pensati da quella che è stata senza dubbio la più grande ricercatrice, interprete e compositrice di musica di matrice tradizionale che il Cile abbia conosciuto. Mi riferisco a Violeta Parra (1917-1967). Dico "abbastanza corretta" perché si possono notare alcune stonature e la mancanza di perfezione di alcune entrate e controcanti. Ciò non toglie che è una grandissima emozione ascoltare la voce di José Seves, ritenuta dalla sottoscritta una delle migliori del Cile.
Tornando alle strumentali abbiamo il piacere di ascoltare un bellissimo "joropo" scritto da Horacio Salinas, allora ancora direttore del gruppo, intitolato "Maria canela". Il brano è in minore ma niente tristezza, anzi si è portati a battere le mani a questo ritmo contagioso. Oltretutto, parentesi personale, la versione da studio di questo brano, contenuta nel cd "Arriesgaré la piel" è stata tra le colpevoli del mio grande amore per gli Inti che, come questo articolo sta inequivocabilmente a dimostrare, ancora dura. La versione è caratterizzata dalla sostituzione del flauto da parte del violino. Questo strumento, forse, non riesce a dare l'idea di festa che invece dava il flauto traverso, ma comunque è una favola.
C'è stato un discorso di Jorge Coulon, colui che si incaricava di parlare in quasi tutti i momenti che il gruppo dedicava al dialogo con il pubblico (parte fondamentale di ogni buon concerto degli Inti!).
Quando si ricomincia a suonare ancora non si riprende a cantare, anzi si delizia il pubblico con una meravigliosa versione di "Tatati", brano tra i primi composti dal grande chitarrista, tiplista e compositore cileno Horacio Salinas. Il brano è uno dei più complicati e armonicamente dinamici tra quanti il gruppo dedica alla sola esecuzione strumentale. È bellissimo, anche perché a me ricorda uno stupendo concerto visto a Bastia Umbra al teatro Esperia, che lo ebbe come suo primo brano. In quell'occasione i battiti iniziali del tamburo andino (bombo) mi risuonarono come dei battiti segreti, una magia allo stato puro.
Tornando a cantare il gruppo propone uno di quei brani che gli fa compagnia dai suoi inizi, una bellissima "Juanito Laguna remonta un barrilete", che i cileni ripresero e armonizzarono a partire da una versione di Mercedes osa (grandissima cantante argentina) agli inizi degli anni Sessanta, poco dopo la loro nascita avvenuta nel 67.
In questa versione il gruppo mantiene la struttura e la tonalità che questa canzone conosce almeno dalla versione di "Chile resistencia" (1977), album che presenta la seconda versione di questo brano eseguita dal gruppo. Infatti la versione originale risale agli anni Sessanta e in Italia non ha mai avuto divulgazione, se non in un circuito di cultori del gruppo.
Dal repertorio storico del gruppo viene ripresa anche questa "Ya parte el galgo terrible", canzone che noi italiani abbiamo conosciuto nell'lp "La nueva canción chilena" del 1974. Il brano, su testo di Pablo Neruda, mantiene molta della sua forza, anche se forse l'assenza di percussioni mitiga qualcosa che non può essere assolutamente mitigato, la denuncia della violenza con cui alcuni popoli vengono sterminati da altri in qualsiasi momento o luogo.
Tornando ad omaggiare Violeta Parra, il gruppo offre una tenerissima versione del "Rin del angelito", canzone con la quale la cantautrice cilena si ispirava a certi riti che accompagnano la morte dei neonati. Ho sempre amato da impazzire il pezzo strumentale che divide le due parti, soprattutto per la bellissima melodia che esegue la quena, strumento a fiato ad una canna sola. La melodia è molto semplice ma è ricca e nasconde difficoltà.
L'altro grande maestro della musica cilena è il chitarrista, drammaturgo, regista di teatro, cantautore e ricercatore Víctor Jara. Il brano che il gruppo sceglie per ricordarlo è "El arado", tra gli ultimi composti dal cantautore e da lui pubblicato del vinile "Presente", inciso con l'accompagnamento degli stessi Inti-Illimani. La versione proposta è veramente impeccabile, il gruppo già si è scaldato e questa formazione, come abbiamo detto rimasta in piedi per poco tempo, sta dimostrando in pieno le sue qualità.
Sempre frugando nel repertorio storico del gruppo, si ha il piacere di ascoltare "Simón Bolívar", brano che originariamente chiudeva l'lp "Viva Chile!" (1973).
Curiosissima è la fioritura della chitarra durante l'esecuzione del rif che introduce ogni singola ripetizione della melodia. Questo tipo di colori, sinceramente, suonati da una chitarra suonano strani, infatti se la dovessi descrivere è una curva di semitoni molto comune in certi generi pianistici come molti sottogeneri del jazz.
Subito dopo si esegue una versione molto bella di "Bailando bailando", uno dei brani che ha composto il polistrumentista José Seves. È un brano completamente rilassato, anzi direi perfettamente festoso, che dimostra a quelli che credono gli Inti-Illimani solo un gruppo rivoluzionario, che questa è stata solo una parte, oltretutto sempre ritenuta marginale da loro stessi, della loro espressività artistica. Curiosa l'intrusione del clarinetto e del contrabbasso. Se il secondo dà un corpo diverso al brano, il primo tende a dare seicuramente un ambiente più idilliaco che spesso il sassofono (fiato originariamente presente insieme ai flauti andini nella versione del cd "De canto y baile) sinceramente spesso rovina.
Subito dopo il gruppo propone uno dei suoi classici indiscussi, entrato nel cuore anche di noi italiani, una festosissima "Señora chichera". La versione è fortemente imperniata sulle note di contrabbasso e su delle svisature di sassofono che, almeno secondo la sottoscritta, sono un po' troppo barocche e metropolitane per un brano spudoratamente andino e tradizionale come questo. Comunque si fa molta festa, anche aiutati da un violino che invece contribuisce ad avvicinare il brano a certe atmosfere boliviane poco conosciute da noi. Il finalino è molto chiassoso ma è un chiasso dolce, che diventa automaticamente metropolitano quando inizia a preludere a "Sensemaya", uno dei primi esperimenti di musica afro-cubana di composizione cilena. Ci stiamo riferendo ad un brano di Nicolás Guillén, grande poeta cubano molto noto in vari paesi di lingua spagnola, che ha una storia un po' particolare per quanto riguarda me. Quando ero molto piccola, credo facessi le elementari, sentii il ritornello "mayombe bombe mayombe", che è poi quello che scandisce tutta l'ultima parte del testo. Immaginatevi quale fu il mio stupore quando me lo ritrovai (ben dieci anni dopo) inciso dagli Inti!).
Continuando il gruppo offre una "Petenera", un carinissimo brano messicano interpretato anche da Daniel Cantillana, voce giovane che da dieci anni circa è diventata una delle più importanti della formazione. Il brano è interpretato con molte "rotture di note" tipiche della tradizione messicana.
Ed eccoci ad una delle canzoni più recenti tra quelle che sinora si sono sentite, un brano ispirato alla tradizione afroperuviana scritto da Horacio Salinas su testo del poeta e cantautore cileno Patricio Manns, dal titolo "Negra presuntuosa". La voce di Daniel, sto parlando davvero a cuore aperto, non mi ha mai entusiasmato, però in questi brani un po' meno passionali o quantomeno non principalmente passionali, va detto che riesce a dare molto. È curioso il finalino cantato da Horacio Salinas, accompagnato con molte note staccate da parte degli strumenti.
Sicuramente molto più passionale è questa "Arriesgaré la piel", che Jorge canta con piglio da cantante abituale di musica "ranchera" (la tipica musica messicana suonata dai gruppi di Mariachi). Meravigliosi sono i finali acuti che permettono di entrare completamente nell'atmosfera del brano, anche al di là del testo che pure è fondamentale per capire questa poesia di tentativo di ritorno ad un amore lasciato per errore o per inganno.
Ed eccoci ad un bellissimo valzer peruviano, scritto da Horacio Salinas su testo di Patricio Manns. Il brano dava il titolo ad un cd speciale, quell'"Amar de nuevo" che io ricevetti con largo anticipo sulla data di pubblicazione in Italia, proprio in occasione di quel concerto di Bastia Umbra a cui ho fatto riferimento precedentemente. La canzone è caratterizzata da un dialogo tra le voci di Daniel Cantillana e Horacio Salinas, che si interpellano tramite dei controcanti di terze che Salinas esegue sotto la melodia base di Cantillana.
Ed eccoci alla principale e prima colpevole del mio amore per gli Inti-Illimani, a quel capolavoro di romanticismo e passione intitolato "Medianoche", che apriva e presentava il cd "Arriesgaré la piel" (1996). Qui abbiamo l'insuperabile piacere di sentirla cantata da quello che ne è stato il primo interprete, il tenore José Seves. Questo è un brano che richiede potenza, quindi sono sempre un po' scettica ogni volta che lo devo sentire interpretato da voci troppo dolci (come ad esempio quella di Daniel Cantillana). Qui è stato curioso l'intervento del clarinetto, che ha toccato il jazz molto più spesso rispetto a quanto non lo ricordi nell'originale, oltre all'entrata del violino, strumento che comunque sta benissimo in qualsiasi musica un minimo romantica (e il bolero alla cubana lo è moltissimo).
Il brano successivo è un'interpretazione molto personale di "Fina estampa" di Chabuca Granda (cantautrice peruviana molto importante nei paesi di lingua spagnola). La versione di José Seves, aiutato molto dalla chitarra di Horacio Salinas, è molto rallentata, almeno rispetto alle altre che conosco, e forse è un po' troppo poco tenera. Comunque è estremamente illuminante su quale sia lo stile di questo grandissimo cantante, che utilizza la voce più come uno strumento che come un semplice mezzo di dizione.
Il brano successivo è un brano a cui gli Inti-Illimani sono molto legati perché in esso hanno raccontato, aiutati dalla poesia di Patricio Manns, le sensazioni di un esiliato che ritorna nel proprio paese (quando loro ancora non lo potevano fare, infatti il brano è del 1979 e loro sono potuti tornare solo nove anni dopo).
La parte ufficiale del concerto (perché è difficile che gli Inti possano chiudere un concerto quando per la prima volta salutano il pubblico) si chiude con "La fiesta eres tú, bellissima cumbia che purtroppo non possiamo sentire per intero nell'edizione che mi ha permesso di parlarvi di questa esibizione. La curiosità principale di questa versione è la voce diHoracio Salinas che sostituisce quella di Daniel Cantillana, che interpreta molto convincentemente il brano nel cd.
Spero di avervi fatto venire voglia di riascoltare gli Inti-Illimani senza aggettivi e lotte interne, con la voglia di scoprire gli anni che spesso, per troppa superficialità, non consideriamo qui nel paese che li ha accolti per tre lustri.
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giovedì 25 marzo 2010
Sui lavori in corso" tra bologna e Roma (dedicato al concerto di Dalla e De Gregori)
Carissimi lettori, ho il piacere di recensire, con due giorni di ritardo sulla messa in onda da parte della Rai, lo spettacolo "Due", con cui Lucio Dalla e Francesco de Gregori tornano insieme dopo trent'anni da quel bellissimo "Banana republic", album fondamentale della mia infanzia.
Si è iniziato con una "Over the raimbow", con la quale Lucio Dalla ci ha dimostrato di saper ancora suonare divinamente il clarinetto, come succedeva in quella bellissima, ma da molti forse dimenticata, cover di "Have you got a Friend" di Carole King, contenuta in un meraviglioso q disc.
Le canzoni iniziano con una "Tutta la vita" che i due artisti interpretano divertendosi molto, specialmente De Gregori, nella cui voce questo brano diventa molto sporco ed acquista un'anima blues e dylaniana, nella quale Dalla, pur divertendosi a fare dello "scat", forse si trova un pochino male. Comunque è piacevolissima, infatti amo ogni occasione in cui Dalla riesce ancora a farmi capire che si diverte, e vi giuro che non lo sento sempre (anzi, spesso, soprattutto quando ha quelle sonorità elettroniche che gli piacciono tanto ma che a me stanno proprio sul gozzo, mi sembra che si suicidi!).
Francesco de Gregori ha presentato lo spirito di questo concerto, che va interpretato come una specie di sessione di prove pubblica delle cinque date che vedranno i due artisti insieme sia a Roma che a Milano.
Continuando con il repertorio di Lucio Dalla, si ascolta questa bellissima "Anna e Marco", che anche in questo caso è stata iniziata da Francesco de Gregori, che però ama anche defilarsi. Nel brano, infatti, è predominante la limpidezza della voce di Dalla insieme ai virtuosismi della sua inseparabile corista Iscra Menarini.
La prima incursione nel repertorio di De Gregori la si fa con una bellissima versione di "Titanic", che nei suoi primi trenta secondi ci ha fatto veramente assaporare le atmosfere della nave d'inizio secolo.
Ogni strofa è interpretata da una delle due voci, le quali si alternano con numerose improvvisazioni che sono frutto di un divertimento sincero. Simpaticissimo e lo "scat" di Lucio Dalla durante le pause strumentali, bellissimi gli accompagnamenti della batteria che, con molta umiltà, lascia spazio alle percussioni e alla chitarra elettrica che miracolosamente diventa awayana. Un po' più deludenti sono i controcanti tra le due voci, perché nella musica leggera non si ha molto l'abitudine della comunità del canto. Va anche detto che, forse, le due voci non sono perfettamente intonate (forse de Gregori lo cerca a forza di scimmiottare Dylan e i suoi controtempi).
Continuando con il repertorio del romano, si ascolta un'emozionante versione de "la leva calcistica del '68", che Dalla arricchisce con leggerissime ma azzeccate venature di sassofono. Mi sta piacendo molto, perché i due artisti stanno smussando tutti quegli angoli delle loro personalità che me li fanno amare meno in condizioni normali. De Gregori sta un po' lasciando da parte la sua anima da "bluesman de noantri", mentre Dalla ha lasciato a casa un po' delle sue e sperienze elettronicheggianti, per tornare all'insostituibile sonorità acustica dei fiati e degli strumenti "veri".
Andando avanti e tornando al repertorio di Dalla, si ascolta una bellissima versione di uno degli ultimi gioielli che il bolognese è stato in grado di regalarci, quella "Canzone" che ha giustamente trainato al successo quell'ottimo disco che è "Canzoni" (1996).
Le atmosfere etniche forse in questa occasione si rarefanno un po', ma il nuovo vestito pop non le sopraffà mai fino a farle sparire. Curioso è lo "scat" di Lucio Dalla che imita il mandolino, rafforzamento delle atmosfere già presenti nella versione originale. Anche qui De Gregori ha fatto un brevissimo intervento vocale, che è stato seguito dall'unico momento poco piacevole di questo brano, un'interpretazione del ritornello con impostazione semilirica da parte di Lucio Dalla, che dimostra forse che il cantautore è veramente preso da quella "demenza senile" di cui lo accusano, anche se la sua testa, ve lo giuro, ancora funziona.
Si continua con uno dei brani che già fanno parte del periodo in cui iniziavo a distanziarmi da Lucio Dalla, forse per una freddezza musicale che iniziavo a riconoscere, od anche per un che di troppo impersonale nei testi. Il brano, che dette il titolo ad un album che Dalla pubblicò nel 1994, si chiama "Henna". Il brano, forse, a me non piace perché il messaggio antimilitarista, è riportato su un frangente troppo patetico, troppo sentimentale, che io in fondo non ho mai amato.
Tornando al repertorio di De Gregori si ascolta una bellissima canzone che ha turbato Dalla l'anno della sua uscita, la veramente notevole "Santa Lucia", che era presente in "Banana republic", anche se non la si condivideva, inquanto era solo De Gregori ad interpretarla. Lucio Dalla, forse, qui ne ha dato una versione esageratamente sporca, che non permette la scoperta completa della notevolissima melodia, comunque è stato un altro momento bellissimo di uno spettacolo per ora stupendo.
Ecco il primo brano di quelli di De Gregori che, nonostante la grande forza del testo, non mi ha mai colpito perché, in fondo, la via privilegiata per scoprire una canzone è sempre la musica. Il brano è "L'agnello di Dio", che era stata una canzone che aveva permesso al pubblico del cantautore di sapere dell'uscita di "Prendere e lasciare" (1996). Mi piacciono molto gli interventi del sassofono "ruvido" di Lucio Dalla.
Tornando al canzoniere di Lucio Dalla, finalmente si risente il repertorio per cui questo artista si è già aggiudicato un posto nella storia. Il brano è "Piazza grande", che è sempre stupendo, anche se, forse, sul finale si è un po' perso per un accordo di "sol maggiore" che va ad accompagnare, innaturalmente, un "la" eseguito dalla voce di Dalla.
Il concerto continua con una particolarissima e piacevolissima versione di "Just a Gigolo", uno dei brani che è stato composto da qualche anonimo immigrato italiano ed è stato "rubato" dallo "star system" americano. La versione di Lucio Dalla e Francesco de Gregori è un misto fra un swing, che è comunque la matrice dominante, portato da Dalla, e certe venature più blues e folk americano, portate da Francesco de Gregori.
Tornando alle atmosfere che avevano caratterizzato la rielaborazione di "Piazza grande", che portava con sé anche un mandolino, ascoltiamo un inedito intitolato "Granturismo", dedicato alla vita del girovago. La canzone afferma che "Un uomo se è uomo davvero radici non ha". Io rispondo che, anche questo gran viaggiare, se non si hanno radici nell'anima, le quali possono anche essere aiutate da quelle geografiche, non porta a niente, anzi porta a creare quei mostri che popolano la nostra attuale società, quella giustamente odiata da Guccini, quella del "villaggio globale".
Il brano, comunque, è bello, leggero, ben cantato e suonato.
Si continua, tornando al repertorio più che conosciuto e dedicandoci al canzoniere di De Gregori, con una delle mie canzoni preferite del romano, quella "Viva l'Italia" il cui disco originale mi fu regalato quando io ero molto piccola, quindi è pieno di ricordi. E' una versione leggermente più rurale, infatti il ritmo di blues è stato stemperato in un ben più italiano valzerino. Non amo il coretto che ha enfatizzato, come un tic-tac di sveglia ogni istante del brano, ma comunque mi ha fatto sempre piacere, le canzoni belle sono quasi sempre belle, per abbrutirle ci vogliono ben altre operazioni.
Questa volta, in questa pesca di capolavori, si fruga nel canzoniere di Dalla, andando a riprendere quella bellissima "Com'è profondo il mare", che ha segnato la grandezza di Dalla anche come poeta. L'accompagnamento è leggermente new age, non è forse particolarmente piacevole, ma è sempre un pezzo talmente notevole che si passa sopra tutto.
Interessantissimi sono i controtempi che ogni artista esegue nelle rispettive strofe, innescando fortissimi meccanismi creativi che, se da un lato non permettono di cantare il brano, ci dànno un assaggio di ciò che il canto dovrebbe essere sempre, una confessione a cuore aperto.
Continuando, sempre "rubata" dal repertorio di Lucio Dalla, arriva quella che, purtroppo, è diventata la colonna sonora di ogni veglione di capodanno che voglia avere le pretese di essere chic. Il brano, ovviamente, è "L'anno che verrà". E' una versione molto buona, anche se, forse, ha avuto esagerate venature blues in corrispondenza del "Vedi caro amico...", ma niente da eccepire.
Continuando, in questa "caccia al capolavoro", si arriva a "Rimmel", un altro di quei brani che fanno sfilare un fiume di ricordi dela mia infanzia. Va detto, infatti, che la cassettina originale del disco di De Gregori, che ancora possiedo anche se non ascolto più, mi fu regalata da una persona a me molto cara, oltretutto il vinile, invece, era uno dei più ascoltati della grandissima collezione di mio zio. La versione che si ascolta, interpretata da un Francesco de Gregori in grandissima forma, risente, forse, di qualche eco della notevole versione di Morandi nel già recensito "Canzoni da non perdere". Questa sera, bisogna dire la verità, la ruvidezza che De Gregori ha iniziato ad imprimere al suo canto da quindici anni a questa parte, non sta inficiando la coerenza melodica di queste bellissime canzoni.
Ed a proposito di gemme del repertorio di De Gregori, ci troviamo con una "La donna a cannone", interpretata dal romano solo voce e pianoforte, quindi con un prisma molto intimistico, che, comunque, questa canzone non ha mai perso. Divagando, a parte la versione contenuta nel q disc originale del 1983, notevolissima è quella contenuta in uno dei tre live che De Gregori fece uscire nel 1990 (ancora non esistevano i cd tripli, sennò questo poteva essere benissimo uno stupendo cofanettone!). Mi riferisco al disco che ha il titolo in inglese, scusate ma non lo posso andare a cercare, chiedo venia.
Andando avanti e tornando al repertorio di Dalla, si sente una "Caruso", uno dei brani più famosi e da me meno amati del bolognese. Quello che non mi piace, sinceramente, è l'esagerato patetismo un po' melodrammatico che quasi mai fa per me. L'unica versione di cui mi ricordo con emozione, forse per la presenza del grandissimo chitarrista che accompagnava Dalla, è quella che costui cantò accompagnato dal trio di Marco Poeta a Sirmione, in uno spettacolo televisivo presentato da Carlo Conti (recuperatevi l'esibizione di Lucio Dalla e "Marco Poeta e il suo trio di fadisti", che è una cosa geniale! Anzi ne approfitto per lanciare un appello: chi di voi l'avesse conservata e fosse nelle possibilità di postarla su Youtube lo faccia, per favore con riprese dirette dalla televisione, basta con le indecenze da telefonino!). La versione che abbiamo ascoltato, comunque, anche se forse era priva di quella classicità che si confà a questo brano come nessun altro ambiente, è stata penetrante.
Mi mancava un po' di vera polemica, ma eccola qui: come ca... spita si fa a fare una "Buonanotte fiorellino" a blues, con un inizio che farebbe pensare ad una bellissima "Quattro cani"? Va bene che De Gregori si sarà stancato di questo brano, ma se devo pensare ad una versione stravolta (comunque con molto più rispetto di quanto lui stesso non stia facendo con una sua creazione!) mi prendo un "Treinta años en vivo, Viva Itália" degli Inti-Illimani e mi godo la settima traccia, un valzerino con "temperinho" sudamericano che è appunto una "Buonanotte fiorellino".
Fortunatamente il concerto si riprende subito con un bellissimo inedito, intitolato "Non basta saper cantare", che riprende un po' le atmosfere di "Santa Lucia", citando leggermente, forse, anche quelle di "Napule è" di Pino Daniele.
E' davvero bella e mi auguro che Lucio Dalla mantenga le promesse che fa in questa presentazione, ossia mi auguro che questo brano sia presente nell'album che uscirà da questa tournée, dove, non è di troppo ripeterlo, si ascoltano due artisti mentre si divertono e giocano con il loro mestiere (veramente difficile!).
Si continua, tornando al repertorio edito ed andando verso il canzoniere dalliano, con "4 marzo 1943" che, fortunatamente, non è interpretata alla "Banana republic" (infatti quella versione non la sopporto: come si fa a fare questa canzone a reggae!). E' bellissima la fusione dei due stili che, come già avevamo notato nelle prime canzoni, sta piacevolmente continuando a creare un unicum irripetibile. La versione di "4 marzo" ricorda molto quella di "Dallamericaruso" (1986), che approfittando dell'occasione vi consiglio di scoprire.
Il concerto, veramente bello, si chiude con una versione di "Ma come fanno i marinai" che, pur essendo esageratamente sudamericana e non mantenendo l'insuperabile pezzo di clarino che la iniziava nel vinile "banana republic", è carina. Il clarinetto entra nella seconda strofa, ed è accompagnato da un leggero vocalizzo da transatlantico di De Gregori.
E' un concerto davvero bello, se potete andate alla data che vi è più vicina, perché vedere due mostri sacri divertirsi dà un gusto troppo grande.
Spero di avervi fatto venire voglia e curiosità, ci vediamo al "post che verrà".
Il pubblico scalpita, tirando forse fuori anche delle trombette da stadio, ma non ottiene assolutamente niente, d'altronde i due artisti sono abbastanza scorbutici.
Si è iniziato con una "Over the raimbow", con la quale Lucio Dalla ci ha dimostrato di saper ancora suonare divinamente il clarinetto, come succedeva in quella bellissima, ma da molti forse dimenticata, cover di "Have you got a Friend" di Carole King, contenuta in un meraviglioso q disc.
Le canzoni iniziano con una "Tutta la vita" che i due artisti interpretano divertendosi molto, specialmente De Gregori, nella cui voce questo brano diventa molto sporco ed acquista un'anima blues e dylaniana, nella quale Dalla, pur divertendosi a fare dello "scat", forse si trova un pochino male. Comunque è piacevolissima, infatti amo ogni occasione in cui Dalla riesce ancora a farmi capire che si diverte, e vi giuro che non lo sento sempre (anzi, spesso, soprattutto quando ha quelle sonorità elettroniche che gli piacciono tanto ma che a me stanno proprio sul gozzo, mi sembra che si suicidi!).
Francesco de Gregori ha presentato lo spirito di questo concerto, che va interpretato come una specie di sessione di prove pubblica delle cinque date che vedranno i due artisti insieme sia a Roma che a Milano.
Continuando con il repertorio di Lucio Dalla, si ascolta questa bellissima "Anna e Marco", che anche in questo caso è stata iniziata da Francesco de Gregori, che però ama anche defilarsi. Nel brano, infatti, è predominante la limpidezza della voce di Dalla insieme ai virtuosismi della sua inseparabile corista Iscra Menarini.
La prima incursione nel repertorio di De Gregori la si fa con una bellissima versione di "Titanic", che nei suoi primi trenta secondi ci ha fatto veramente assaporare le atmosfere della nave d'inizio secolo.
Ogni strofa è interpretata da una delle due voci, le quali si alternano con numerose improvvisazioni che sono frutto di un divertimento sincero. Simpaticissimo e lo "scat" di Lucio Dalla durante le pause strumentali, bellissimi gli accompagnamenti della batteria che, con molta umiltà, lascia spazio alle percussioni e alla chitarra elettrica che miracolosamente diventa awayana. Un po' più deludenti sono i controcanti tra le due voci, perché nella musica leggera non si ha molto l'abitudine della comunità del canto. Va anche detto che, forse, le due voci non sono perfettamente intonate (forse de Gregori lo cerca a forza di scimmiottare Dylan e i suoi controtempi).
Continuando con il repertorio del romano, si ascolta un'emozionante versione de "la leva calcistica del '68", che Dalla arricchisce con leggerissime ma azzeccate venature di sassofono. Mi sta piacendo molto, perché i due artisti stanno smussando tutti quegli angoli delle loro personalità che me li fanno amare meno in condizioni normali. De Gregori sta un po' lasciando da parte la sua anima da "bluesman de noantri", mentre Dalla ha lasciato a casa un po' delle sue e sperienze elettronicheggianti, per tornare all'insostituibile sonorità acustica dei fiati e degli strumenti "veri".
Andando avanti e tornando al repertorio di Dalla, si ascolta una bellissima versione di uno degli ultimi gioielli che il bolognese è stato in grado di regalarci, quella "Canzone" che ha giustamente trainato al successo quell'ottimo disco che è "Canzoni" (1996).
Le atmosfere etniche forse in questa occasione si rarefanno un po', ma il nuovo vestito pop non le sopraffà mai fino a farle sparire. Curioso è lo "scat" di Lucio Dalla che imita il mandolino, rafforzamento delle atmosfere già presenti nella versione originale. Anche qui De Gregori ha fatto un brevissimo intervento vocale, che è stato seguito dall'unico momento poco piacevole di questo brano, un'interpretazione del ritornello con impostazione semilirica da parte di Lucio Dalla, che dimostra forse che il cantautore è veramente preso da quella "demenza senile" di cui lo accusano, anche se la sua testa, ve lo giuro, ancora funziona.
Si continua con uno dei brani che già fanno parte del periodo in cui iniziavo a distanziarmi da Lucio Dalla, forse per una freddezza musicale che iniziavo a riconoscere, od anche per un che di troppo impersonale nei testi. Il brano, che dette il titolo ad un album che Dalla pubblicò nel 1994, si chiama "Henna". Il brano, forse, a me non piace perché il messaggio antimilitarista, è riportato su un frangente troppo patetico, troppo sentimentale, che io in fondo non ho mai amato.
Tornando al repertorio di De Gregori si ascolta una bellissima canzone che ha turbato Dalla l'anno della sua uscita, la veramente notevole "Santa Lucia", che era presente in "Banana republic", anche se non la si condivideva, inquanto era solo De Gregori ad interpretarla. Lucio Dalla, forse, qui ne ha dato una versione esageratamente sporca, che non permette la scoperta completa della notevolissima melodia, comunque è stato un altro momento bellissimo di uno spettacolo per ora stupendo.
Ecco il primo brano di quelli di De Gregori che, nonostante la grande forza del testo, non mi ha mai colpito perché, in fondo, la via privilegiata per scoprire una canzone è sempre la musica. Il brano è "L'agnello di Dio", che era stata una canzone che aveva permesso al pubblico del cantautore di sapere dell'uscita di "Prendere e lasciare" (1996). Mi piacciono molto gli interventi del sassofono "ruvido" di Lucio Dalla.
Tornando al canzoniere di Lucio Dalla, finalmente si risente il repertorio per cui questo artista si è già aggiudicato un posto nella storia. Il brano è "Piazza grande", che è sempre stupendo, anche se, forse, sul finale si è un po' perso per un accordo di "sol maggiore" che va ad accompagnare, innaturalmente, un "la" eseguito dalla voce di Dalla.
Il concerto continua con una particolarissima e piacevolissima versione di "Just a Gigolo", uno dei brani che è stato composto da qualche anonimo immigrato italiano ed è stato "rubato" dallo "star system" americano. La versione di Lucio Dalla e Francesco de Gregori è un misto fra un swing, che è comunque la matrice dominante, portato da Dalla, e certe venature più blues e folk americano, portate da Francesco de Gregori.
Tornando alle atmosfere che avevano caratterizzato la rielaborazione di "Piazza grande", che portava con sé anche un mandolino, ascoltiamo un inedito intitolato "Granturismo", dedicato alla vita del girovago. La canzone afferma che "Un uomo se è uomo davvero radici non ha". Io rispondo che, anche questo gran viaggiare, se non si hanno radici nell'anima, le quali possono anche essere aiutate da quelle geografiche, non porta a niente, anzi porta a creare quei mostri che popolano la nostra attuale società, quella giustamente odiata da Guccini, quella del "villaggio globale".
Il brano, comunque, è bello, leggero, ben cantato e suonato.
Si continua, tornando al repertorio più che conosciuto e dedicandoci al canzoniere di De Gregori, con una delle mie canzoni preferite del romano, quella "Viva l'Italia" il cui disco originale mi fu regalato quando io ero molto piccola, quindi è pieno di ricordi. E' una versione leggermente più rurale, infatti il ritmo di blues è stato stemperato in un ben più italiano valzerino. Non amo il coretto che ha enfatizzato, come un tic-tac di sveglia ogni istante del brano, ma comunque mi ha fatto sempre piacere, le canzoni belle sono quasi sempre belle, per abbrutirle ci vogliono ben altre operazioni.
Questa volta, in questa pesca di capolavori, si fruga nel canzoniere di Dalla, andando a riprendere quella bellissima "Com'è profondo il mare", che ha segnato la grandezza di Dalla anche come poeta. L'accompagnamento è leggermente new age, non è forse particolarmente piacevole, ma è sempre un pezzo talmente notevole che si passa sopra tutto.
Interessantissimi sono i controtempi che ogni artista esegue nelle rispettive strofe, innescando fortissimi meccanismi creativi che, se da un lato non permettono di cantare il brano, ci dànno un assaggio di ciò che il canto dovrebbe essere sempre, una confessione a cuore aperto.
Continuando, sempre "rubata" dal repertorio di Lucio Dalla, arriva quella che, purtroppo, è diventata la colonna sonora di ogni veglione di capodanno che voglia avere le pretese di essere chic. Il brano, ovviamente, è "L'anno che verrà". E' una versione molto buona, anche se, forse, ha avuto esagerate venature blues in corrispondenza del "Vedi caro amico...", ma niente da eccepire.
Continuando, in questa "caccia al capolavoro", si arriva a "Rimmel", un altro di quei brani che fanno sfilare un fiume di ricordi dela mia infanzia. Va detto, infatti, che la cassettina originale del disco di De Gregori, che ancora possiedo anche se non ascolto più, mi fu regalata da una persona a me molto cara, oltretutto il vinile, invece, era uno dei più ascoltati della grandissima collezione di mio zio. La versione che si ascolta, interpretata da un Francesco de Gregori in grandissima forma, risente, forse, di qualche eco della notevole versione di Morandi nel già recensito "Canzoni da non perdere". Questa sera, bisogna dire la verità, la ruvidezza che De Gregori ha iniziato ad imprimere al suo canto da quindici anni a questa parte, non sta inficiando la coerenza melodica di queste bellissime canzoni.
Ed a proposito di gemme del repertorio di De Gregori, ci troviamo con una "La donna a cannone", interpretata dal romano solo voce e pianoforte, quindi con un prisma molto intimistico, che, comunque, questa canzone non ha mai perso. Divagando, a parte la versione contenuta nel q disc originale del 1983, notevolissima è quella contenuta in uno dei tre live che De Gregori fece uscire nel 1990 (ancora non esistevano i cd tripli, sennò questo poteva essere benissimo uno stupendo cofanettone!). Mi riferisco al disco che ha il titolo in inglese, scusate ma non lo posso andare a cercare, chiedo venia.
Andando avanti e tornando al repertorio di Dalla, si sente una "Caruso", uno dei brani più famosi e da me meno amati del bolognese. Quello che non mi piace, sinceramente, è l'esagerato patetismo un po' melodrammatico che quasi mai fa per me. L'unica versione di cui mi ricordo con emozione, forse per la presenza del grandissimo chitarrista che accompagnava Dalla, è quella che costui cantò accompagnato dal trio di Marco Poeta a Sirmione, in uno spettacolo televisivo presentato da Carlo Conti (recuperatevi l'esibizione di Lucio Dalla e "Marco Poeta e il suo trio di fadisti", che è una cosa geniale! Anzi ne approfitto per lanciare un appello: chi di voi l'avesse conservata e fosse nelle possibilità di postarla su Youtube lo faccia, per favore con riprese dirette dalla televisione, basta con le indecenze da telefonino!). La versione che abbiamo ascoltato, comunque, anche se forse era priva di quella classicità che si confà a questo brano come nessun altro ambiente, è stata penetrante.
Mi mancava un po' di vera polemica, ma eccola qui: come ca... spita si fa a fare una "Buonanotte fiorellino" a blues, con un inizio che farebbe pensare ad una bellissima "Quattro cani"? Va bene che De Gregori si sarà stancato di questo brano, ma se devo pensare ad una versione stravolta (comunque con molto più rispetto di quanto lui stesso non stia facendo con una sua creazione!) mi prendo un "Treinta años en vivo, Viva Itália" degli Inti-Illimani e mi godo la settima traccia, un valzerino con "temperinho" sudamericano che è appunto una "Buonanotte fiorellino".
Fortunatamente il concerto si riprende subito con un bellissimo inedito, intitolato "Non basta saper cantare", che riprende un po' le atmosfere di "Santa Lucia", citando leggermente, forse, anche quelle di "Napule è" di Pino Daniele.
E' davvero bella e mi auguro che Lucio Dalla mantenga le promesse che fa in questa presentazione, ossia mi auguro che questo brano sia presente nell'album che uscirà da questa tournée, dove, non è di troppo ripeterlo, si ascoltano due artisti mentre si divertono e giocano con il loro mestiere (veramente difficile!).
Si continua, tornando al repertorio edito ed andando verso il canzoniere dalliano, con "4 marzo 1943" che, fortunatamente, non è interpretata alla "Banana republic" (infatti quella versione non la sopporto: come si fa a fare questa canzone a reggae!). E' bellissima la fusione dei due stili che, come già avevamo notato nelle prime canzoni, sta piacevolmente continuando a creare un unicum irripetibile. La versione di "4 marzo" ricorda molto quella di "Dallamericaruso" (1986), che approfittando dell'occasione vi consiglio di scoprire.
Il concerto, veramente bello, si chiude con una versione di "Ma come fanno i marinai" che, pur essendo esageratamente sudamericana e non mantenendo l'insuperabile pezzo di clarino che la iniziava nel vinile "banana republic", è carina. Il clarinetto entra nella seconda strofa, ed è accompagnato da un leggero vocalizzo da transatlantico di De Gregori.
E' un concerto davvero bello, se potete andate alla data che vi è più vicina, perché vedere due mostri sacri divertirsi dà un gusto troppo grande.
Spero di avervi fatto venire voglia e curiosità, ci vediamo al "post che verrà".
Il pubblico scalpita, tirando forse fuori anche delle trombette da stadio, ma non ottiene assolutamente niente, d'altronde i due artisti sono abbastanza scorbutici.
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sabato 27 febbraio 2010
Francesco Guccini a Perugia
Carissimi lettori, oggi sono particolarmente felice di aggiornare il mio blog, poiché, dopo sette mesi e una settimana di digiuno, ho visto un concerto.
Ieri sera, in un Palaevangelisti gremito, si è esibito Francesco Guccini. E' stato un concerto bellissimo, sia perché noi lo abbiamo accolto come sempre benissimo, sia perché lui stava in forma ed era dispostissimo ad interloquire con il pubblico.
All'inizio, come sempre, ha fatto un po' di "chiacchiere da osteria", anche se su argomenti per niente faceti. Non vorrei si interpretasse male l'espressione "chiacchiere da osteria", è l'unico modo che mi è venuto di definire questa maniera sorniona ma arrabbiata che ha Guccini di affrontare le tematiche d'attualità. Il pavanese, come lui stesso ammette nel libro "Un altro giorno è andato" (Giunti, 2001), ha sempre affrontato i concerti come delle serate da osteria, non a caso infatti si rifiuta di fare molti concerti. Dopo aver ironizzato sul recente Festival di Sanremo ed essersi soffermato sulla corruzione imperante, ha finalmente iniziato a cantare (non perché non mi piaccia la sua rabbia discreta, ma erano tre anni che non lo vedevo e fremevo da non poterne più!).
Come sempre, il concerto è iniziato con quella "Canzone per un'amica" (il cui primo titolo fu "In morte di S.F."), che il cantautore incise all'ultimo momento ed inserì nel suo primo lp quasi per caso. In questi ultimi anni, almeno dalla versione che apre "Anfiteatro live" (2005), il brano tende a perdere la sua anima di ballata per trovarne una un po' più tendente al rock. Sinceramente io resto legata alla versione di "Fra la Via Emilia e il West", che ho sempre trovato perfetta. A Perugia, sin da subito, si è avuto il piacere di ascoltare una voce ben intonata ed un gruppo di grandissimi musicisti, da Juan Carlos "Flaco" Biondini a Roberto Manuzzi, grandissimi suonatori rispettivamente di chitarra ed armonica. Altrettanto presto abbiamo avuto il piacere di sentire i controtempi particolarissimi, ottenuti annullando le pause presenti nella partitura, eseguiti dalla voce del pavanese, che ormai ama molto stendersi sulle parole, viste quasi come un tappeto senza frontiere.
La seconda canzone è stata una delle meno conosciute del repertorio del nostro, intitolata "Il tema" e pubblicata originariamente ne "L'isola non trovata" (1971), album che io non ho mai capito, forse per il suo troppo filosofare. Il brano, comunque, è stato eseguito come un jazz-vals, con leggere venature coltraniane. Hanno fatto capolino, durante tutto il concerto ma qui in particolare, alcune percussioni etniche che impreziosivano il semplice ritmo dato dalla perfetta batteria di Ellade Bandini. Si potevano riconoscere un tamburello basco, che spesso amava rullare, dei campanelli, un triangolo e varie percussioni sudamericane, quasi a rievocare le atmosfere di "world music" antelitteram di "Stanze di vita quotidiana". Purtroppo non vi posso parlare un granché dei testi, infatti il nostro palasport ha un audio a dir poco pessimo.
Si è continuato con un brano il cui ascolto mi ha causato un particolare piacere, la ballata, definita dallo stesso guccini "apocalittica", "Noi non ci saremo". L'arrangiamento, già presentato nel precedente tour del cantautore, è ispirato alla versione incisa dai Nomadi negli anni Sessanta. Le strofe, che noi tutti abbiamo cantato insieme a Guccini, erano però tutte quelle presenti in Folk Beat n. 1, primo disco che contenne la canzone. All'inizio di quasi tutte le strofe, il cantautore eseguiva interessantissimi controtempi da cantante di tango, che data la profondità a cui è arrivata la sua voce, gli si confanno molto.
Si è proseguito con un brano dove la rievocazione delle atmosfere di "Stanze di vita quotidiana", che come abbiamo detto ha caratterizzato tutto il concerto, si è fatta effettiva. Abbiamo infatti avuto il piacere di riascoltare "Canzone delle osterie di fuori porta", in una versione che da un lato presentava l'intimità del semplice accompagnamento da ballata folk di "Fra la via Emilia e il West", dall'altro la lentezza e la raffinatezza tipiche della versione del 1974. Se però da studio questo elemento dava fastidio perché non bilanciato da elementi moderni o cantautorali, qui fa piacere perché è solo un arricchimento, è solo una spezia che condisce e non opprime il sapore di base. Credo, e le considerazioni che Guccini fa durante tutto il libro "Un altro giorno è andato" me lo confermano, che l'ambiente ideale per il cantautore è quello della semplicità del gruppo pop, che si può arricchire o meno di altri elementi, secondo le singole esigenze del momento. La versione originale, così finisco la divagazione "stanzesca", accompagnata da delle tablas indiane che sostituiscono completamente la batteria, è un po' pesante ed innaturale.
Si è proseguito, ispirati sempre da questa nostalgia per il primissimo Guccini, con una versione di "Vedi cara" che ha acquistato venature di blues antico, pur mantenendo la sua inconfondibile struttura di ballata caratterizzata dal finger piking della chitarra classica, che spesso, in questo concerto, è stata sostituita dalle tastiere. Insuperabili, secondo me, sono le versioni contenute in "Due anni dopo" (in studio, 1970) e "Fra la Via Emilia e il West" (live, 1984).
Uno dei momenti più emozionanti della serata, anche se forse avrebbe suonato meglio in un teatro, è stato quello dedicato all'esecuzione di "Canzone quasi d'amore", uno dei brani che ha più cullato la mia infanzia, sia nella versione di Via Paolo Fabbri 43 (che possediamo in vinile), sia in quella live di "Fra la Via Emilia e il West", primo disco di Guccini da me posseduto. La versione di Perugia, ispirata a quella live appena citata, è stata impreziosita, oltreché dall'insostituibile assolo di "Flaco", anche dall'entrata in crescendo in ogni strofa, del basso, delle tastiere e del sassofono. Potrebbe ricordare, a chi avesse la fortuna di sentirla e conoscesse anche l'ultimo Claudio Lolli, l'ambientazione musicale di "Lovesongs", anche date le somiglianze che gli stili dei due cantautori stanno sempre di più trovando.
Sulla stessa atmosfera, anche se arricchita dal convenzionale gruppo ritmico, si è avuta una commovente "Incontro", riportata però alla velocità di "Radici", dalla cui versione, la prima mai incisa di questo brano, si riprende anche un interessantissimo passaggio sul "re quarta", eseguito da "Flaco" con sicurezza assoluta.
Un album del cantautore a cui io sono molto legata, risalente al 1993, è "Parnassius Guccinii". Il cantante, tratta da questo disco, ci ha offerto la dylaniana e bellissima "Farewell", brano con cui un uomo dice poeticamente "Addio" ad una donna. Il brano forse ha perso un po' della sua dolcezza, ma è sempre affascinantissimo. Peccato che Guccini si ostini a non fare "luna fortuna", chacarera argentina contenuta nello stesso cd, che insieme a "Canzone di notte n. 2", è la mia canzone preferita del suo repertorio.
Subito dopo, mi sono emozionata tantissimo, quando ho riascoltato, dopo anni di non frequentazione perché l'album che la contiene lo possiedo in cassetta, "Ti ricordi quei giorni". Il brano, che secondo quanto si dice in "Un altro giorno è andato" è stato scritto contemporaneamente alle primissime canzoni di Guccini degli anni Sessanta, è stato pubblicato solo in "Quasi come Dumas", disco live con il quale il cantautore ha voluto segnalare i vent'anni dalla pubblicazione di "Due anni dopo". La versione pubblicata non me la ricordo per niente, posso dire che a Perugia il brano è stato eseguito con una grandissima intimità, che ha permesso alla chitarra di "Flaco" di fare le sue inconfondibili evoluzioni classico-flamenche. Meraviglioso è stato anche il tappeto swing della batteria.
Subito dopo abbiamo avuto il piacere di sentire due inediti, il primo dei quali era dedicato alla Resistenza, fatto storico che ora è vittima di un grande revisionismo e di una grave relativizzazione. Il brano, la cui musica è di "Flaco", lo si può definire un terzinato con alcune sfumature tangheggianti. Il testo affronta, con grande poesia e realismo, la morte di un partigiano e la veglia fatta dai suoi compagni per ricordarlo "Su in collina". E' veramente emozionante.
Ancora più bello ed emozionante, se possibile, è "Il testamento del pagliaccio", brano che mischia suggestioni di tarantella con influenze swing, con una coda di brano circense. Il testo è una riflessione, secondo alcuni leggera ma comunque forte ed arrabbiata, su una serie di atteggiamenti ora molto in voga. Una piccola parte del pezzo di sassofono che divide le strofe mi ha ricordato la macchietta napoletana "Cupido questo ti fa" di Pisano-Cioffi. Purtroppo, e lo dico con vero dispiacere, questa coppia di canzoni nuove non prelude a niente di nuovo sul fronte discografico, anche se sarebbe ora perché aspettiamo da sei anni!
Subito dopo si è tornati al repertorio conosciuto, con una versione di "Don Chisciotte" che il nostro ha interpretato in duetto con "Flaco" nella parte di Sancho (il grande chitarrista è un ottimo cantante, per scoprirlo si può ascoltare "Poema al Che" da lui musicato e cantato in "Che guevara"). Ovviamente anche noi cantavamo, anche perché nei concerti di Guccini più si va avanti e più si fa effervescente l'atmosfera.
Subito dopo mi sono stupita di me stessa (scusate la parentesi personale!), perché sono riuscita a cantare "Eskimo" per intero. Il brano ha spesso trovato ritmiche oscillanti tra il jazz ed il rock, perdendo conseguentemente un po' della propria struttura di ballata, ma è sempre bellissimo. Anche qui, è abbastanza scontato se mi si conosce ma lo dico, la versione migliore è quella di "Fra la via Emilia e il West".
Direttamente da "D'amore, di morte e di altre sciocchezze", è poi arrivata "Cyrano", che ha fatto impazzire tutto il palasport ma soprattutto i miei amici, che non hanno resistito e se la sono cantata tutta asquarciagola. Effettivamente devo dire che è un brano liberatorio, io ho sempre amato il recitativo iniziale, quel messaggio fortissimo che, però, dato da una voce così profonda e calda come quella di Guccini, acquista un romanticismo strano che ti obbliga a ragionare su cosa ti si dice e non sul come. La versione, purtroppo accompagnata dalla chitarra elettrica che sostituisce la classica, forse perde un po', ma è stata sempre così quindi mi ci sono a malincuore abituata.
Uno dei momenti più commoventi, andando avanti nella scaletta, è senza dubbio la dilatatissima e ricchissima versione de "Il vecchio e il bambino". Qui, contrariamente a ciò che succede in "Fra la via Emilia e il West", Guccini non ha suonato, affidandosi all'accompagnamento della stupenda chitarra di "Flaco". In questa occasione, però, non sono solo le chitarre ad essere protagoniste, entra tutta l'orchestra, che contribuisce a togliere al brano quell'aura di valzer che gli avevano dato i Nomadi, che non permette di esprimersi alla teatralità che si deve mettere nel cantare Guccini. E' ormai sempre più difficile andargli dietro con il canto, il cantautore infatti è pervenuto ad una coscienza davvero invidiabile del fatto che le canzoni gli appartengano, che lo porta a viverle con moltissima libertà. Questo atteggiamento è da me salutato con favore, sino a quando non arriva a quegli eccessi che proibiscono in pieno il canto, quindi nel caso del pavanese è completamente approvato.
Si è avuta, poi, una canzone che Guccini considera forse "un po' banale sia dal punto di vista armonico che del testo", ma che le circostanze in cui viviamo ci obbligano sempre a cantare. Mi riferisco alla "Canzone del bambino nel vento", grazie all'Equipe 84 diventata famosa come "Auschwitz". L'arrangiamento, molto simile a quello di "Quasi come Dumas", se fa perdere al brano la semplicità della struttura terzinata, gli dona in cambio una grande solennità. Qui Guccini riprende la chitarra in mano, accompagnandosi come dovrebbe fare ogni vero cantautore (anche se Guccini non si riconosce in questa definizione).
Subito dopo è arrivata "Dio è morto", che un palasport completamente in delirio ha intonato insieme a Guccini. Il brano, cosiccome avevamo notato per "Eskimo" ed anticipandoci potremmo notare per "Un altro giorno è andato", sta acquistando una certa influenza rock che trovo esagerata. E' comunque sempre bello.
Ed eccoci appunto all'appena citata "Un altro giorno è andato", brano ripreso da quell'"Isola non trovata" che io non ho mai capito. Il brano mi piace, ma credo che l'unica versione buona che ne esiste è quella di "Fra la Via Emilia e il West".
Poteva mancare "La locomotiva"? Ovviamente no! Il concerto si è chiuso con questo brano, che Guccini scrisse in omaggio ai bellissimi canti anarchici di fine Ottocento, di cui effettivamente ricalca certi stilemi, per i quali fu anche accusato di essere un brano grondante di retorica. E' un peccato quando non si capiscono questi omaggi, quando essi sono fatti con arte e non con voglia di scopiazzare. Il brano a cui si ispira il classico gucciniano, sempre secondo quanto affermato dal cantautore pavanese nel già ampiamente citato "Un altro giorno è andato", è il bellissimo "Inno della rivolta" inciso negli anni Settanta dal Gruppo Zeta, per un lp dedicato dai Dischi del sole ai canti anarchici.
E' difficile raccontare i grandi concerti e le forti emozioni, quindi il mio consiglio è sempre quello di andarvi a vedere Guccini non appena passa dalle vostre parti!
Ieri sera, in un Palaevangelisti gremito, si è esibito Francesco Guccini. E' stato un concerto bellissimo, sia perché noi lo abbiamo accolto come sempre benissimo, sia perché lui stava in forma ed era dispostissimo ad interloquire con il pubblico.
All'inizio, come sempre, ha fatto un po' di "chiacchiere da osteria", anche se su argomenti per niente faceti. Non vorrei si interpretasse male l'espressione "chiacchiere da osteria", è l'unico modo che mi è venuto di definire questa maniera sorniona ma arrabbiata che ha Guccini di affrontare le tematiche d'attualità. Il pavanese, come lui stesso ammette nel libro "Un altro giorno è andato" (Giunti, 2001), ha sempre affrontato i concerti come delle serate da osteria, non a caso infatti si rifiuta di fare molti concerti. Dopo aver ironizzato sul recente Festival di Sanremo ed essersi soffermato sulla corruzione imperante, ha finalmente iniziato a cantare (non perché non mi piaccia la sua rabbia discreta, ma erano tre anni che non lo vedevo e fremevo da non poterne più!).
Come sempre, il concerto è iniziato con quella "Canzone per un'amica" (il cui primo titolo fu "In morte di S.F."), che il cantautore incise all'ultimo momento ed inserì nel suo primo lp quasi per caso. In questi ultimi anni, almeno dalla versione che apre "Anfiteatro live" (2005), il brano tende a perdere la sua anima di ballata per trovarne una un po' più tendente al rock. Sinceramente io resto legata alla versione di "Fra la Via Emilia e il West", che ho sempre trovato perfetta. A Perugia, sin da subito, si è avuto il piacere di ascoltare una voce ben intonata ed un gruppo di grandissimi musicisti, da Juan Carlos "Flaco" Biondini a Roberto Manuzzi, grandissimi suonatori rispettivamente di chitarra ed armonica. Altrettanto presto abbiamo avuto il piacere di sentire i controtempi particolarissimi, ottenuti annullando le pause presenti nella partitura, eseguiti dalla voce del pavanese, che ormai ama molto stendersi sulle parole, viste quasi come un tappeto senza frontiere.
La seconda canzone è stata una delle meno conosciute del repertorio del nostro, intitolata "Il tema" e pubblicata originariamente ne "L'isola non trovata" (1971), album che io non ho mai capito, forse per il suo troppo filosofare. Il brano, comunque, è stato eseguito come un jazz-vals, con leggere venature coltraniane. Hanno fatto capolino, durante tutto il concerto ma qui in particolare, alcune percussioni etniche che impreziosivano il semplice ritmo dato dalla perfetta batteria di Ellade Bandini. Si potevano riconoscere un tamburello basco, che spesso amava rullare, dei campanelli, un triangolo e varie percussioni sudamericane, quasi a rievocare le atmosfere di "world music" antelitteram di "Stanze di vita quotidiana". Purtroppo non vi posso parlare un granché dei testi, infatti il nostro palasport ha un audio a dir poco pessimo.
Si è continuato con un brano il cui ascolto mi ha causato un particolare piacere, la ballata, definita dallo stesso guccini "apocalittica", "Noi non ci saremo". L'arrangiamento, già presentato nel precedente tour del cantautore, è ispirato alla versione incisa dai Nomadi negli anni Sessanta. Le strofe, che noi tutti abbiamo cantato insieme a Guccini, erano però tutte quelle presenti in Folk Beat n. 1, primo disco che contenne la canzone. All'inizio di quasi tutte le strofe, il cantautore eseguiva interessantissimi controtempi da cantante di tango, che data la profondità a cui è arrivata la sua voce, gli si confanno molto.
Si è proseguito con un brano dove la rievocazione delle atmosfere di "Stanze di vita quotidiana", che come abbiamo detto ha caratterizzato tutto il concerto, si è fatta effettiva. Abbiamo infatti avuto il piacere di riascoltare "Canzone delle osterie di fuori porta", in una versione che da un lato presentava l'intimità del semplice accompagnamento da ballata folk di "Fra la via Emilia e il West", dall'altro la lentezza e la raffinatezza tipiche della versione del 1974. Se però da studio questo elemento dava fastidio perché non bilanciato da elementi moderni o cantautorali, qui fa piacere perché è solo un arricchimento, è solo una spezia che condisce e non opprime il sapore di base. Credo, e le considerazioni che Guccini fa durante tutto il libro "Un altro giorno è andato" me lo confermano, che l'ambiente ideale per il cantautore è quello della semplicità del gruppo pop, che si può arricchire o meno di altri elementi, secondo le singole esigenze del momento. La versione originale, così finisco la divagazione "stanzesca", accompagnata da delle tablas indiane che sostituiscono completamente la batteria, è un po' pesante ed innaturale.
Si è proseguito, ispirati sempre da questa nostalgia per il primissimo Guccini, con una versione di "Vedi cara" che ha acquistato venature di blues antico, pur mantenendo la sua inconfondibile struttura di ballata caratterizzata dal finger piking della chitarra classica, che spesso, in questo concerto, è stata sostituita dalle tastiere. Insuperabili, secondo me, sono le versioni contenute in "Due anni dopo" (in studio, 1970) e "Fra la Via Emilia e il West" (live, 1984).
Uno dei momenti più emozionanti della serata, anche se forse avrebbe suonato meglio in un teatro, è stato quello dedicato all'esecuzione di "Canzone quasi d'amore", uno dei brani che ha più cullato la mia infanzia, sia nella versione di Via Paolo Fabbri 43 (che possediamo in vinile), sia in quella live di "Fra la Via Emilia e il West", primo disco di Guccini da me posseduto. La versione di Perugia, ispirata a quella live appena citata, è stata impreziosita, oltreché dall'insostituibile assolo di "Flaco", anche dall'entrata in crescendo in ogni strofa, del basso, delle tastiere e del sassofono. Potrebbe ricordare, a chi avesse la fortuna di sentirla e conoscesse anche l'ultimo Claudio Lolli, l'ambientazione musicale di "Lovesongs", anche date le somiglianze che gli stili dei due cantautori stanno sempre di più trovando.
Sulla stessa atmosfera, anche se arricchita dal convenzionale gruppo ritmico, si è avuta una commovente "Incontro", riportata però alla velocità di "Radici", dalla cui versione, la prima mai incisa di questo brano, si riprende anche un interessantissimo passaggio sul "re quarta", eseguito da "Flaco" con sicurezza assoluta.
Un album del cantautore a cui io sono molto legata, risalente al 1993, è "Parnassius Guccinii". Il cantante, tratta da questo disco, ci ha offerto la dylaniana e bellissima "Farewell", brano con cui un uomo dice poeticamente "Addio" ad una donna. Il brano forse ha perso un po' della sua dolcezza, ma è sempre affascinantissimo. Peccato che Guccini si ostini a non fare "luna fortuna", chacarera argentina contenuta nello stesso cd, che insieme a "Canzone di notte n. 2", è la mia canzone preferita del suo repertorio.
Subito dopo, mi sono emozionata tantissimo, quando ho riascoltato, dopo anni di non frequentazione perché l'album che la contiene lo possiedo in cassetta, "Ti ricordi quei giorni". Il brano, che secondo quanto si dice in "Un altro giorno è andato" è stato scritto contemporaneamente alle primissime canzoni di Guccini degli anni Sessanta, è stato pubblicato solo in "Quasi come Dumas", disco live con il quale il cantautore ha voluto segnalare i vent'anni dalla pubblicazione di "Due anni dopo". La versione pubblicata non me la ricordo per niente, posso dire che a Perugia il brano è stato eseguito con una grandissima intimità, che ha permesso alla chitarra di "Flaco" di fare le sue inconfondibili evoluzioni classico-flamenche. Meraviglioso è stato anche il tappeto swing della batteria.
Subito dopo abbiamo avuto il piacere di sentire due inediti, il primo dei quali era dedicato alla Resistenza, fatto storico che ora è vittima di un grande revisionismo e di una grave relativizzazione. Il brano, la cui musica è di "Flaco", lo si può definire un terzinato con alcune sfumature tangheggianti. Il testo affronta, con grande poesia e realismo, la morte di un partigiano e la veglia fatta dai suoi compagni per ricordarlo "Su in collina". E' veramente emozionante.
Ancora più bello ed emozionante, se possibile, è "Il testamento del pagliaccio", brano che mischia suggestioni di tarantella con influenze swing, con una coda di brano circense. Il testo è una riflessione, secondo alcuni leggera ma comunque forte ed arrabbiata, su una serie di atteggiamenti ora molto in voga. Una piccola parte del pezzo di sassofono che divide le strofe mi ha ricordato la macchietta napoletana "Cupido questo ti fa" di Pisano-Cioffi. Purtroppo, e lo dico con vero dispiacere, questa coppia di canzoni nuove non prelude a niente di nuovo sul fronte discografico, anche se sarebbe ora perché aspettiamo da sei anni!
Subito dopo si è tornati al repertorio conosciuto, con una versione di "Don Chisciotte" che il nostro ha interpretato in duetto con "Flaco" nella parte di Sancho (il grande chitarrista è un ottimo cantante, per scoprirlo si può ascoltare "Poema al Che" da lui musicato e cantato in "Che guevara"). Ovviamente anche noi cantavamo, anche perché nei concerti di Guccini più si va avanti e più si fa effervescente l'atmosfera.
Subito dopo mi sono stupita di me stessa (scusate la parentesi personale!), perché sono riuscita a cantare "Eskimo" per intero. Il brano ha spesso trovato ritmiche oscillanti tra il jazz ed il rock, perdendo conseguentemente un po' della propria struttura di ballata, ma è sempre bellissimo. Anche qui, è abbastanza scontato se mi si conosce ma lo dico, la versione migliore è quella di "Fra la via Emilia e il West".
Direttamente da "D'amore, di morte e di altre sciocchezze", è poi arrivata "Cyrano", che ha fatto impazzire tutto il palasport ma soprattutto i miei amici, che non hanno resistito e se la sono cantata tutta asquarciagola. Effettivamente devo dire che è un brano liberatorio, io ho sempre amato il recitativo iniziale, quel messaggio fortissimo che, però, dato da una voce così profonda e calda come quella di Guccini, acquista un romanticismo strano che ti obbliga a ragionare su cosa ti si dice e non sul come. La versione, purtroppo accompagnata dalla chitarra elettrica che sostituisce la classica, forse perde un po', ma è stata sempre così quindi mi ci sono a malincuore abituata.
Uno dei momenti più commoventi, andando avanti nella scaletta, è senza dubbio la dilatatissima e ricchissima versione de "Il vecchio e il bambino". Qui, contrariamente a ciò che succede in "Fra la via Emilia e il West", Guccini non ha suonato, affidandosi all'accompagnamento della stupenda chitarra di "Flaco". In questa occasione, però, non sono solo le chitarre ad essere protagoniste, entra tutta l'orchestra, che contribuisce a togliere al brano quell'aura di valzer che gli avevano dato i Nomadi, che non permette di esprimersi alla teatralità che si deve mettere nel cantare Guccini. E' ormai sempre più difficile andargli dietro con il canto, il cantautore infatti è pervenuto ad una coscienza davvero invidiabile del fatto che le canzoni gli appartengano, che lo porta a viverle con moltissima libertà. Questo atteggiamento è da me salutato con favore, sino a quando non arriva a quegli eccessi che proibiscono in pieno il canto, quindi nel caso del pavanese è completamente approvato.
Si è avuta, poi, una canzone che Guccini considera forse "un po' banale sia dal punto di vista armonico che del testo", ma che le circostanze in cui viviamo ci obbligano sempre a cantare. Mi riferisco alla "Canzone del bambino nel vento", grazie all'Equipe 84 diventata famosa come "Auschwitz". L'arrangiamento, molto simile a quello di "Quasi come Dumas", se fa perdere al brano la semplicità della struttura terzinata, gli dona in cambio una grande solennità. Qui Guccini riprende la chitarra in mano, accompagnandosi come dovrebbe fare ogni vero cantautore (anche se Guccini non si riconosce in questa definizione).
Subito dopo è arrivata "Dio è morto", che un palasport completamente in delirio ha intonato insieme a Guccini. Il brano, cosiccome avevamo notato per "Eskimo" ed anticipandoci potremmo notare per "Un altro giorno è andato", sta acquistando una certa influenza rock che trovo esagerata. E' comunque sempre bello.
Ed eccoci appunto all'appena citata "Un altro giorno è andato", brano ripreso da quell'"Isola non trovata" che io non ho mai capito. Il brano mi piace, ma credo che l'unica versione buona che ne esiste è quella di "Fra la Via Emilia e il West".
Poteva mancare "La locomotiva"? Ovviamente no! Il concerto si è chiuso con questo brano, che Guccini scrisse in omaggio ai bellissimi canti anarchici di fine Ottocento, di cui effettivamente ricalca certi stilemi, per i quali fu anche accusato di essere un brano grondante di retorica. E' un peccato quando non si capiscono questi omaggi, quando essi sono fatti con arte e non con voglia di scopiazzare. Il brano a cui si ispira il classico gucciniano, sempre secondo quanto affermato dal cantautore pavanese nel già ampiamente citato "Un altro giorno è andato", è il bellissimo "Inno della rivolta" inciso negli anni Settanta dal Gruppo Zeta, per un lp dedicato dai Dischi del sole ai canti anarchici.
E' difficile raccontare i grandi concerti e le forti emozioni, quindi il mio consiglio è sempre quello di andarvi a vedere Guccini non appena passa dalle vostre parti!
venerdì 5 febbraio 2010
Paolo Conte "Live at RTSI
Carissimi lettori, tornando alle cose che ci sono più consuete solo perché sono mal informata su ciò che succede per quanto riguarda la canzone di Lisbona e mi è spesso difficile muovermi, torno a regalarvi una recensione di un altro concerto di Paolo Conte, sempre risalente al 1988. E' il concerto registrato alla Rtsi di Lugano il 12 aprile di quell'anno, che si apre con una strepitosa versione di "Aguaplano". Anche qui, come nel video di Amsterdam, ritorna quella durezza, mitigata comunque da una migliore disposizione dell'artista. Per quanto riguarda "Aguaplano", il brano perde in gran parte le proprie suggestioni andine, rese meno nitide da flauti sintetici, meno fedeli nella riproduzione, di quanto già non fossero quelli presenti sul disco originale.
Si continua con una "Sparring partner", che è molto velocizzata rispetto alla versione originale ed anche a quella di "Tournée", che secondo me rimane la più convincente. Come ho già detto nella recensione contiana precedente, il cantautore astigiano, ogni qualvolta lo si confronta con arrangiamenti troppo moderni, perde molto. Anche qui spariscono molte pause, ma non c'è quella fretta nervosa che, spesso, caratterizza gli ultimi concerti del nostro. Il pianoforte, per quanto importante, spesso cede troppo spazio alle tastiere.
Si continua con una strepitosa "Hemingway", con un attacco di canto forse più tragico e meno rilassato, ma sempre con l'insuperabile intimità di "Concerti", che sparisce in corrispondenza dell'assolo di pianoforte che potremmo definire spartiacque tra le due metà del cortissimo testo del brano.
Siamo già avvolti dal bellissimo inciso strumentale che, tranne una breve ricomparsa della voce da basso profondo di Conte, è l'effettivo perno della canzone. Qui, contrariamente ad altre versioni live da me sentite, c'è un bellissimo uso della batteria quasi come un tamburo etnico, poco prima delle ultime improvvisazioni del sassofono.
Si continua con "Diavolo rosso", caratterizzata, più che da una tirannia del sassofono, come ad Amsterdam, da un sano ambiente di gruppo, su cui si staglia un prodigioso dialogo tra sassofono soprano e pianoforte. L'anima jazz, qui, contrariamente rispetto ad Amsterdam, non fa per niente scomparire l'anima mediterranea. Il canto di Conte, per quanto arrabbiato, è più pastoso e caldo, è quello dei momenti migliori.
Nelle due versioni in video, c'è da notare la curiosità della quasi sparizione dei piatti, rafforzati o sostituiti da leggere venature free jazz del sassofono, che sottolinea quegli stessi momenti con brevi serie di note.
Si continua con "Il nostro amico angiolino", brano di commovente amicizia e grande gratitudine, che ha cullato la mia infanzia nella versione del già recensito "Concerti", rispetto alla quale questa è più rabbiosa ma non meno intima. Curiosi sono certi controtempi, che rendono il canto di Paolo Conte simile a quello di certi cantanti di tango soprattutto Roberto "polaco" Goyeneche.
Eccoci, introdotta da un grandissimo assolo di sassofono, a "Blu tango", una di quelle canzoni che io ho scoperto tramite il "Paolo Conte live", ampiamente citato nella precedente recensione contiana.
La prima parte del canto, vede un grande protagonismo del contrabbasso, che fa tutt'uno con la voce di Conte.
Il canto di Conte è sensuale e duro allo stesso tempo, moderno ed antico, rispettoso ed innovativo, perfetto.
Il brano, dalla forte struttura circolare, si chiude come si era aperto, con un assolo di sassofono che, però, questa volta si limita a "cantare" il ritornello.
Si ritorna ai brani del precedente album di Conte, "Aguaplano", con questo valzerino intitolato "Esitation". Qui fa il suo ingresso un violoncello, che con note completamente classiche dialogacon il pianoforte "meticcio" di Paolo Conte. Il brano qui, credo che trovi una delle sue versioni migliori, per quanto io poi non lo conosca particolarmente bene. Si vede, infatti, una minor voglia di affrettarne la fine, tramite la fusione di momenti più intimi con altri più frettolosi, alla ricerca di un canto personale ed interiore.
Ed eccoci a "La ricostruzione del Mocambo", che è, ancora una volta, caratterizzata da questa guittezza che rende questo concerto favoloso.
Paolo Conte ha voglia di giocare, eseguendolo su varie ottave, con l'assolo di pianoforte che divide le strofe, senza mai lasciarsi tentare da quella tendenza, che ormai è spesso sua, di cantare parti lunghe con un'unica emissione di voce, provocando sfasamenti di tempo a me poco gradevoli.
Si continua con "Via con me", che qui acquista un'aria di vecchio swing ancora più evidente. Cosiccome in "Concerti" e "Nel cuore di Amsterdam", anche qui a metà già non c'è pausa che divide il brano in due parti, esso è un tutt'uno perfetto, dove l'assolo completa semplicemente una struttura.
Si continua con "Max" sul cui testo Paolo Conte si sta sdraiando, pronunciando ogni singola parola con una precisione maniacale, intervallando numerose pause nel canto, così da dilatarlo, prima dell'entrata del pezzo strumentale, che poi, come si sa, è l'effettivo perno del brano. Ritengo questa versione tra le più riuscite, dopo l'originale, perché l'anima moderna non scalfisce le atmosfere classiche e quasi cinematografiche che fanno gran parte della bellezza del brano.
Il concerto prosegue con "Sotto le stelle del jazz", che nelle prime strofe viene anche accompagnata dal battito delle mani del pubblico che, come sempre, è completamente piegato alla grande arte dell'astigiano. Il canto di Conte, come sempre in questo concerto, riesce a trovare compromessi mirabili tra la rabbia e l'intimità, che fanno di questa esibizione una delle più riuscite del cantautore.
Si torna ad "Aguaplano", con una versione di "Amada mia", che, partita senza batteria, dalla seconda strofa diventa il brano "meticcio" che molti amiamo. La rabbia e l'intimità vanno in un'unione magica, che le rende quasi inscindibili.
Eccoci a "Lo zio", che in questa versione si è subito iniziata a risolvere in un dialogo serratissimo tra la voce di Paolo Conte ed il sassofono di Marangolo. Oserei dire che in questa versione il brano acquista un che di circense, che lo fa diventare un'acrobazia rischiosa per i non virtuosi.
Introdotta da una lunghissima ma piacevolissima presentazione, arriva "Jimmy ballando", una bellissima swing ballad, intristita dagli accordi minori, che questa volta non dànno, come nel concerto olandese, pretesto a Conte per tirare via il canto, semmai gli fanno venire il desiderio di cantare dolcemente ed entrare in armonia perfetta con i suoi musicisti.
Si continua immersi nell'atmosfera di "Aguaplano", con "Chiunque", che qui diventa ancora più intima, segreta e romantica. Questo dolce e discreto grido d'amore, in "modo misto", è forse una delle più perfette serenate presenti nel repertorio del nostro.
Si prosegue poi con una curiosa canzone in lingua napoletana, intitolata "Spassiunatamente", che io scoprii vent'anni fa ma non nella versione del suo autore, bensì in quella di Roberto Murolo, che tutt'ora ritengo la migliore. Ritengo, infatti, che la voce profonda dell'astigiano si sposi male con l'utilizzo della lingua partenopea, ma vi si sposi benissimo la sua sensibilità d'autore. Non so quanto non si possa considerare questo brano una parodia di certi stereotipi napoletani, ma qualunque cosa sia non ferisce chi come me è cultore della grande Napoli. (La versione di Murolo è contenuta nel cd "'Na voce e 'na chitarra" del 1990).
Si prosegue con "Dancing", che è rilassata come tutto questo concerto, ma sempre indiavolata, con la batteria che, come già notato per "Hemingway" diventa un set di tamburi popolari, per le sfumature ritmiche che è in grado di esprimere.
Ed eccoci a "Gli impermeabili", terzo episodio della telenovela contiana sul Mocambo. Qui si riscontra un piacere del tutto particolare nel cantare questo brano, di cui si fa sentire ogni minima sfumatura e sillaba. Interessante, in corrispondenza del breve assolo di chitarra elettrica, un certo uso di accordi battuti in maniera da ricordare sia il jazz che il tango.
Ed eccoci a "Nessuno mi ama", brano caratterizzato da un improvviso cambiamento di ritmo, che lo porta da tempi lenti, lunghi e dilatati, ad un travolgente ritmo veloce. Il testo, curioso e probabilmente autobiografico, fa capire l'amore epidermico di Conte per certe cose ormai desuete, a cui lui, da uomo raffinato ma orgogliosamente di provincia, è rimasto legato.
Si prosegue con "La negra", brano che ha sempre interessanti pezzi di flauto ottavino. E' un brano su un ritmo latino, forse cha-cha-cha, che mi fa sempre piacere sentire.
Meravigliosa è la "traduzione" con fiati acustici della parte che in "Aguaplano" era affidata ad un suono che non saprei riconoscere, probabilmente prodotto da "aggeggi" elettronici.
Chiedo un'altra volta scusa per l'aleatorietà di questo commento, ma è fatto "a caldo" ad un documento che io stessa vedo per la prima volta mentre scrivo.
Spero solo di poter svegliare la curiosità dei già numerosi ammiratori di Conte per questo materiale video, che ce lo mostra in versioni diverse ed inedite.
Si continua con una "Sparring partner", che è molto velocizzata rispetto alla versione originale ed anche a quella di "Tournée", che secondo me rimane la più convincente. Come ho già detto nella recensione contiana precedente, il cantautore astigiano, ogni qualvolta lo si confronta con arrangiamenti troppo moderni, perde molto. Anche qui spariscono molte pause, ma non c'è quella fretta nervosa che, spesso, caratterizza gli ultimi concerti del nostro. Il pianoforte, per quanto importante, spesso cede troppo spazio alle tastiere.
Si continua con una strepitosa "Hemingway", con un attacco di canto forse più tragico e meno rilassato, ma sempre con l'insuperabile intimità di "Concerti", che sparisce in corrispondenza dell'assolo di pianoforte che potremmo definire spartiacque tra le due metà del cortissimo testo del brano.
Siamo già avvolti dal bellissimo inciso strumentale che, tranne una breve ricomparsa della voce da basso profondo di Conte, è l'effettivo perno della canzone. Qui, contrariamente ad altre versioni live da me sentite, c'è un bellissimo uso della batteria quasi come un tamburo etnico, poco prima delle ultime improvvisazioni del sassofono.
Si continua con "Diavolo rosso", caratterizzata, più che da una tirannia del sassofono, come ad Amsterdam, da un sano ambiente di gruppo, su cui si staglia un prodigioso dialogo tra sassofono soprano e pianoforte. L'anima jazz, qui, contrariamente rispetto ad Amsterdam, non fa per niente scomparire l'anima mediterranea. Il canto di Conte, per quanto arrabbiato, è più pastoso e caldo, è quello dei momenti migliori.
Nelle due versioni in video, c'è da notare la curiosità della quasi sparizione dei piatti, rafforzati o sostituiti da leggere venature free jazz del sassofono, che sottolinea quegli stessi momenti con brevi serie di note.
Si continua con "Il nostro amico angiolino", brano di commovente amicizia e grande gratitudine, che ha cullato la mia infanzia nella versione del già recensito "Concerti", rispetto alla quale questa è più rabbiosa ma non meno intima. Curiosi sono certi controtempi, che rendono il canto di Paolo Conte simile a quello di certi cantanti di tango soprattutto Roberto "polaco" Goyeneche.
Eccoci, introdotta da un grandissimo assolo di sassofono, a "Blu tango", una di quelle canzoni che io ho scoperto tramite il "Paolo Conte live", ampiamente citato nella precedente recensione contiana.
La prima parte del canto, vede un grande protagonismo del contrabbasso, che fa tutt'uno con la voce di Conte.
Il canto di Conte è sensuale e duro allo stesso tempo, moderno ed antico, rispettoso ed innovativo, perfetto.
Il brano, dalla forte struttura circolare, si chiude come si era aperto, con un assolo di sassofono che, però, questa volta si limita a "cantare" il ritornello.
Si ritorna ai brani del precedente album di Conte, "Aguaplano", con questo valzerino intitolato "Esitation". Qui fa il suo ingresso un violoncello, che con note completamente classiche dialogacon il pianoforte "meticcio" di Paolo Conte. Il brano qui, credo che trovi una delle sue versioni migliori, per quanto io poi non lo conosca particolarmente bene. Si vede, infatti, una minor voglia di affrettarne la fine, tramite la fusione di momenti più intimi con altri più frettolosi, alla ricerca di un canto personale ed interiore.
Ed eccoci a "La ricostruzione del Mocambo", che è, ancora una volta, caratterizzata da questa guittezza che rende questo concerto favoloso.
Paolo Conte ha voglia di giocare, eseguendolo su varie ottave, con l'assolo di pianoforte che divide le strofe, senza mai lasciarsi tentare da quella tendenza, che ormai è spesso sua, di cantare parti lunghe con un'unica emissione di voce, provocando sfasamenti di tempo a me poco gradevoli.
Si continua con "Via con me", che qui acquista un'aria di vecchio swing ancora più evidente. Cosiccome in "Concerti" e "Nel cuore di Amsterdam", anche qui a metà già non c'è pausa che divide il brano in due parti, esso è un tutt'uno perfetto, dove l'assolo completa semplicemente una struttura.
Si continua con "Max" sul cui testo Paolo Conte si sta sdraiando, pronunciando ogni singola parola con una precisione maniacale, intervallando numerose pause nel canto, così da dilatarlo, prima dell'entrata del pezzo strumentale, che poi, come si sa, è l'effettivo perno del brano. Ritengo questa versione tra le più riuscite, dopo l'originale, perché l'anima moderna non scalfisce le atmosfere classiche e quasi cinematografiche che fanno gran parte della bellezza del brano.
Il concerto prosegue con "Sotto le stelle del jazz", che nelle prime strofe viene anche accompagnata dal battito delle mani del pubblico che, come sempre, è completamente piegato alla grande arte dell'astigiano. Il canto di Conte, come sempre in questo concerto, riesce a trovare compromessi mirabili tra la rabbia e l'intimità, che fanno di questa esibizione una delle più riuscite del cantautore.
Si torna ad "Aguaplano", con una versione di "Amada mia", che, partita senza batteria, dalla seconda strofa diventa il brano "meticcio" che molti amiamo. La rabbia e l'intimità vanno in un'unione magica, che le rende quasi inscindibili.
Eccoci a "Lo zio", che in questa versione si è subito iniziata a risolvere in un dialogo serratissimo tra la voce di Paolo Conte ed il sassofono di Marangolo. Oserei dire che in questa versione il brano acquista un che di circense, che lo fa diventare un'acrobazia rischiosa per i non virtuosi.
Introdotta da una lunghissima ma piacevolissima presentazione, arriva "Jimmy ballando", una bellissima swing ballad, intristita dagli accordi minori, che questa volta non dànno, come nel concerto olandese, pretesto a Conte per tirare via il canto, semmai gli fanno venire il desiderio di cantare dolcemente ed entrare in armonia perfetta con i suoi musicisti.
Si continua immersi nell'atmosfera di "Aguaplano", con "Chiunque", che qui diventa ancora più intima, segreta e romantica. Questo dolce e discreto grido d'amore, in "modo misto", è forse una delle più perfette serenate presenti nel repertorio del nostro.
Si prosegue poi con una curiosa canzone in lingua napoletana, intitolata "Spassiunatamente", che io scoprii vent'anni fa ma non nella versione del suo autore, bensì in quella di Roberto Murolo, che tutt'ora ritengo la migliore. Ritengo, infatti, che la voce profonda dell'astigiano si sposi male con l'utilizzo della lingua partenopea, ma vi si sposi benissimo la sua sensibilità d'autore. Non so quanto non si possa considerare questo brano una parodia di certi stereotipi napoletani, ma qualunque cosa sia non ferisce chi come me è cultore della grande Napoli. (La versione di Murolo è contenuta nel cd "'Na voce e 'na chitarra" del 1990).
Si prosegue con "Dancing", che è rilassata come tutto questo concerto, ma sempre indiavolata, con la batteria che, come già notato per "Hemingway" diventa un set di tamburi popolari, per le sfumature ritmiche che è in grado di esprimere.
Ed eccoci a "Gli impermeabili", terzo episodio della telenovela contiana sul Mocambo. Qui si riscontra un piacere del tutto particolare nel cantare questo brano, di cui si fa sentire ogni minima sfumatura e sillaba. Interessante, in corrispondenza del breve assolo di chitarra elettrica, un certo uso di accordi battuti in maniera da ricordare sia il jazz che il tango.
Ed eccoci a "Nessuno mi ama", brano caratterizzato da un improvviso cambiamento di ritmo, che lo porta da tempi lenti, lunghi e dilatati, ad un travolgente ritmo veloce. Il testo, curioso e probabilmente autobiografico, fa capire l'amore epidermico di Conte per certe cose ormai desuete, a cui lui, da uomo raffinato ma orgogliosamente di provincia, è rimasto legato.
Si prosegue con "La negra", brano che ha sempre interessanti pezzi di flauto ottavino. E' un brano su un ritmo latino, forse cha-cha-cha, che mi fa sempre piacere sentire.
Meravigliosa è la "traduzione" con fiati acustici della parte che in "Aguaplano" era affidata ad un suono che non saprei riconoscere, probabilmente prodotto da "aggeggi" elettronici.
Chiedo un'altra volta scusa per l'aleatorietà di questo commento, ma è fatto "a caldo" ad un documento che io stessa vedo per la prima volta mentre scrivo.
Spero solo di poter svegliare la curiosità dei già numerosi ammiratori di Conte per questo materiale video, che ce lo mostra in versioni diverse ed inedite.
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giovedì 4 febbraio 2010
Paolo Conte: "Nel cuore di Amster
Carissimi lettori, questa sera mi va di scrivere per recensire un dvd di Paolo Conte, esattamente "Nel cuore di Amsterdam", pubblicato nel 2003 ma registrato nel 1988 al Royal Theatre di Amsterdam.
Si inizia con "Diavolo rosso", brano che in questo caso acquista una rabbia del tutto particolare, assente da quella che io considero la sua migliore versione, quella del già recensito "Concerti" (1985). La voce di Paolo Conte sembra quasi aver fretta, vergognandosi dell'intimità perfetta presente nella versione su citata. Anche le improvvisazioni, molto più presenti, sfidano la mediterraneità di questo brano a dialogare con certo free jazz, non assente dalle predilezioni di Antonio Marangolo, grandissimo sassofonista che riesce a far suonare il sassofono soprano come un oboe. Qui ci sono molte influenze elettroniche, che portano il brano verso un colore etereo, smorzato però dagli interventi del sassofono contralto, che ormai ha sostituito il soprano. La chitarra, innegabile perno di questo brano, qui non è tirannica come in "Concerti", diminuendo molto l'effetto "Modugnesco" di cui si parla per l'altra versione.
Ecco il primo momento più intimo, quasi cameristico, del concerto. Il brano scelto è "Esitation" tratto da "Aguaplano", precedente album del cantautore. E' un valzer con pause segrete, molto classico e raffinato. Interessantissimo è l'accordo di fadiesis maggiore, che causa uno sfasamento di scala, a cui gli ascoltatori medi di musica leggera non sono più abituati.
Bellissimo è l'attacco del brano successivo, una strepitosa "La ricostruzione del Mocambo", brano a cui Paolo Conte è particolarmente legato. Anche qui, come avevamo osservato per "Diavolo rosso", è da notare la fretta con cui Conte dice alcune parole, sulle stesse note su cui in "Concerti" pareva sdraiarsi. Se dovessi descrivere questa versione, oserei dire che è un compromesso tra la versione da studio, risalente al 1974, di cui siriprende l'uso della batteria con spazzole meno precise rispetto a "Concerti", e questa versione live, di cui rimane la matrice swing, più forte che nell'originale.
Si continua con "La negra", un altro brano di "Aguaplano" a cui tra l'altro io sono molto legata, perché presente nell'album "Paolo Conte live" del 1989, uno di quelli che ho ascoltato di più del cantautore. Notevole qui è l'uso del flauto, anche se credo sia elettronico.
Eccoci a "Max", uno dei più bei brani di Conte, sia per l'enigmaticità del testo, sia, soprattutto, per la bellezza dell'inciso strumentale, che è il perno del brano. Qui, essendo vicina la pubblicazione dell'originale, siamo ancora fedeli, anche se già si accenna la tendenza che Conte avrà ad esagerare l'anima rock di questo brano nel corso delle sue varie esibizioni dal vivo. Non trovo giusta questa scelta, perché credo che la modernità concreta del rock, in fondo profondamente estranea al cantautore, sia solo una delle anime del brano, nemmeno la più importante. La batteria, come sempre, esagera, è troppo forte, troppo moderna. Ciò non toglie che anche questa versione rende giustizia a questo capolavoro.
Ed eccoci a "Sotto le stelle del jazz" che viene già velocizzata, alla maniera in cui la si trova in "Live Arena di Verona". Anche qui troviamo una minor precisione jazzistica nell'uso delle spazzole, e questo elemento, insieme alla presenza dell'elettronica, fa perdere abbastanza a questo brano, ma, lo si sarà capito, l'unico album live perfetto di Paolo Conte è "Concerti". La parte in sibemolle, che lì era eseguita in "vocalizzi trombettistici", qui è appannaggio di un gruppo di sassofoni.
Ed ecco "Lo zio", in una versione velocizzata che non rende giustizia, anche se permette di sentire un bel gioco di dialoghi tra il kazzoo ed il sassofono contralto. Anche qui, forse è inutile dirlo, si sente una fretta di andare avanti, che verrà fuori diciassette anni dopo in "Live Arena di Verona".
Ed ecco "Jimmy ballando", un swing a cui io sono molto legata, sempre per la sua presenza nel "Paolo Conte live" che fu un regalo che ricevetti, in cassetta, in occasione di una "caccia al tesoro" organizzata a scuola. Meravigliosa è la parte di sassofono soprano che potrebbe ricordare, e a me me lo ricorda, Sidney bechet. L'interpretazione di Conte è un po' più calma, ma sempre graffiante e rabbiosa.
Eccoci a "Via con me", che conserva la sua intimità, nonostante che la rabbia, forse più silenziosa, è sempre presente. Interessanti sono i controtempi, creati da Paolo Conte tramite l'unione di parole che in altre versioni sono separate da respiri. Particolare è l'assenza della pausa tra l'ultima parte del canto e l'assolo di metà brano, che continua su un tempo di swing ed è eseguito dal sassofono.
Ed eccoci ad un altro brano di "Aguaplano", "Chiunque". Il pianoforte di Paolo Conte è suonato con l'impagabile "picchiata" che a me ha dato tante lezioni di ritmicità. In questo brano si sente in particolare questa speciale unione che il cantautore ha con il suo strumento, che più che accompagnarlo, fa parte di lui.
Arriva "Dancing", un altro brano di quelli che io ho scoperto tramite "Paolo Conte live" del 1989. La versione qui presente, che purtroppo non posso confrontare con quella a cui sono tanto legata, riesce, come pochi altri brani di questo dvd, a trovare un compromesso tra le sonorità elettroniche, imperanti in quegli anni, e l'anima di appassionato di "jazz arcaico" di Paolo Conte.
Il pubblico, di cui non abbiamo mai parlato, è completamente piegato e, da un certo punto del concerto, riconosce dalle primissime note i brani. Ed eccoci ad "Impermeabili", che, come molti brani del concerto, viene velocizzata, quindi perde (come vedete non mi stanno antipatiche solo le pizziche veloci, è una cosa generale!). Comunque è un buon concerto, ed il nostro si sa sempre far volere bene, grazie alla sua raffinatezza senza paragoni. Curioso, nel finale, è il mantenimento dell'ultimo accordo, che farebbe anche pensare ad una chiusura tronca.
Scusate se questo commento sembra superficiale, ma è a caldo ad una cosa che non avevo mai sentito.
Il pubblico non è sazio, ed ha richiamato Conte per i bis, che lui scherzosamente concede. Si assiste ad "Azzurro", il cui ritornello è cantato dai musicisti, che lo cantano in maniera festosa, invitando anche il pubblico a battere le mani al ritmo forsennato dato dal pianoforte di Conte. Non ripeto le mie osservazioni sulla velocità dei brani, ma anche questa perde. Bellissima, conservata da "Concerti", è la parte lenta, dove Conte ritrova l'intimità assente da quasi tutto questo concerto. Curioso, infine, è il finale, che vede i musicisti fare il verso al pianoforte di Paolo Conte che li accompagna, con un "Para ponzi ponzi pom".
Così si chiude un buon concerto, ma non sicuramente una performance meravigliosa, di uno dei più grandi cantautori italiani.
Spero solo di avervi fatto venire la curiosità su questo dvd, di cui ignoravo l'esistenza, bella chicca della discografia contiana.
Si inizia con "Diavolo rosso", brano che in questo caso acquista una rabbia del tutto particolare, assente da quella che io considero la sua migliore versione, quella del già recensito "Concerti" (1985). La voce di Paolo Conte sembra quasi aver fretta, vergognandosi dell'intimità perfetta presente nella versione su citata. Anche le improvvisazioni, molto più presenti, sfidano la mediterraneità di questo brano a dialogare con certo free jazz, non assente dalle predilezioni di Antonio Marangolo, grandissimo sassofonista che riesce a far suonare il sassofono soprano come un oboe. Qui ci sono molte influenze elettroniche, che portano il brano verso un colore etereo, smorzato però dagli interventi del sassofono contralto, che ormai ha sostituito il soprano. La chitarra, innegabile perno di questo brano, qui non è tirannica come in "Concerti", diminuendo molto l'effetto "Modugnesco" di cui si parla per l'altra versione.
Ecco il primo momento più intimo, quasi cameristico, del concerto. Il brano scelto è "Esitation" tratto da "Aguaplano", precedente album del cantautore. E' un valzer con pause segrete, molto classico e raffinato. Interessantissimo è l'accordo di fadiesis maggiore, che causa uno sfasamento di scala, a cui gli ascoltatori medi di musica leggera non sono più abituati.
Bellissimo è l'attacco del brano successivo, una strepitosa "La ricostruzione del Mocambo", brano a cui Paolo Conte è particolarmente legato. Anche qui, come avevamo osservato per "Diavolo rosso", è da notare la fretta con cui Conte dice alcune parole, sulle stesse note su cui in "Concerti" pareva sdraiarsi. Se dovessi descrivere questa versione, oserei dire che è un compromesso tra la versione da studio, risalente al 1974, di cui siriprende l'uso della batteria con spazzole meno precise rispetto a "Concerti", e questa versione live, di cui rimane la matrice swing, più forte che nell'originale.
Si continua con "La negra", un altro brano di "Aguaplano" a cui tra l'altro io sono molto legata, perché presente nell'album "Paolo Conte live" del 1989, uno di quelli che ho ascoltato di più del cantautore. Notevole qui è l'uso del flauto, anche se credo sia elettronico.
Eccoci a "Max", uno dei più bei brani di Conte, sia per l'enigmaticità del testo, sia, soprattutto, per la bellezza dell'inciso strumentale, che è il perno del brano. Qui, essendo vicina la pubblicazione dell'originale, siamo ancora fedeli, anche se già si accenna la tendenza che Conte avrà ad esagerare l'anima rock di questo brano nel corso delle sue varie esibizioni dal vivo. Non trovo giusta questa scelta, perché credo che la modernità concreta del rock, in fondo profondamente estranea al cantautore, sia solo una delle anime del brano, nemmeno la più importante. La batteria, come sempre, esagera, è troppo forte, troppo moderna. Ciò non toglie che anche questa versione rende giustizia a questo capolavoro.
Ed eccoci a "Sotto le stelle del jazz" che viene già velocizzata, alla maniera in cui la si trova in "Live Arena di Verona". Anche qui troviamo una minor precisione jazzistica nell'uso delle spazzole, e questo elemento, insieme alla presenza dell'elettronica, fa perdere abbastanza a questo brano, ma, lo si sarà capito, l'unico album live perfetto di Paolo Conte è "Concerti". La parte in sibemolle, che lì era eseguita in "vocalizzi trombettistici", qui è appannaggio di un gruppo di sassofoni.
Ed ecco "Lo zio", in una versione velocizzata che non rende giustizia, anche se permette di sentire un bel gioco di dialoghi tra il kazzoo ed il sassofono contralto. Anche qui, forse è inutile dirlo, si sente una fretta di andare avanti, che verrà fuori diciassette anni dopo in "Live Arena di Verona".
Ed ecco "Jimmy ballando", un swing a cui io sono molto legata, sempre per la sua presenza nel "Paolo Conte live" che fu un regalo che ricevetti, in cassetta, in occasione di una "caccia al tesoro" organizzata a scuola. Meravigliosa è la parte di sassofono soprano che potrebbe ricordare, e a me me lo ricorda, Sidney bechet. L'interpretazione di Conte è un po' più calma, ma sempre graffiante e rabbiosa.
Eccoci a "Via con me", che conserva la sua intimità, nonostante che la rabbia, forse più silenziosa, è sempre presente. Interessanti sono i controtempi, creati da Paolo Conte tramite l'unione di parole che in altre versioni sono separate da respiri. Particolare è l'assenza della pausa tra l'ultima parte del canto e l'assolo di metà brano, che continua su un tempo di swing ed è eseguito dal sassofono.
Ed eccoci ad un altro brano di "Aguaplano", "Chiunque". Il pianoforte di Paolo Conte è suonato con l'impagabile "picchiata" che a me ha dato tante lezioni di ritmicità. In questo brano si sente in particolare questa speciale unione che il cantautore ha con il suo strumento, che più che accompagnarlo, fa parte di lui.
Arriva "Dancing", un altro brano di quelli che io ho scoperto tramite "Paolo Conte live" del 1989. La versione qui presente, che purtroppo non posso confrontare con quella a cui sono tanto legata, riesce, come pochi altri brani di questo dvd, a trovare un compromesso tra le sonorità elettroniche, imperanti in quegli anni, e l'anima di appassionato di "jazz arcaico" di Paolo Conte.
Il pubblico, di cui non abbiamo mai parlato, è completamente piegato e, da un certo punto del concerto, riconosce dalle primissime note i brani. Ed eccoci ad "Impermeabili", che, come molti brani del concerto, viene velocizzata, quindi perde (come vedete non mi stanno antipatiche solo le pizziche veloci, è una cosa generale!). Comunque è un buon concerto, ed il nostro si sa sempre far volere bene, grazie alla sua raffinatezza senza paragoni. Curioso, nel finale, è il mantenimento dell'ultimo accordo, che farebbe anche pensare ad una chiusura tronca.
Scusate se questo commento sembra superficiale, ma è a caldo ad una cosa che non avevo mai sentito.
Il pubblico non è sazio, ed ha richiamato Conte per i bis, che lui scherzosamente concede. Si assiste ad "Azzurro", il cui ritornello è cantato dai musicisti, che lo cantano in maniera festosa, invitando anche il pubblico a battere le mani al ritmo forsennato dato dal pianoforte di Conte. Non ripeto le mie osservazioni sulla velocità dei brani, ma anche questa perde. Bellissima, conservata da "Concerti", è la parte lenta, dove Conte ritrova l'intimità assente da quasi tutto questo concerto. Curioso, infine, è il finale, che vede i musicisti fare il verso al pianoforte di Paolo Conte che li accompagna, con un "Para ponzi ponzi pom".
Così si chiude un buon concerto, ma non sicuramente una performance meravigliosa, di uno dei più grandi cantautori italiani.
Spero solo di avervi fatto venire la curiosità su questo dvd, di cui ignoravo l'esistenza, bella chicca della discografia contiana.
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domenica 20 settembre 2009
Arakne mediterranea ad Assisi
Carissimi lettori, con molto piacere oggi aggiorno questo blog di "parole in libertà" sulla musica, per riferirvi alcune cose, non tutto quanto vorrei ma questa è un'altra storia, sul concerto degli Arakne Mediterranea tenutosi ieri sera ad Assisi all'interno dell'"Endurance lifestyle".
Intanto facciamo suonare qualche nota scordata: il concerto era mal organizzato e al grande gruppo salentino non è stato dato il rilievo che questo meritava, preferendo far precedere e addirittura interrompere il turbinio delle tarantelle, da un'esibizione di un ballerino di "Amici" che, dice, abbia anche ballato con vesti succintissime.
Venendo all'esibizione degli Arakne, è stata caratterizzata da un viaggio storico nella tarantella, che è partito con un paio di tarantelle barocche, di cui una particolarmente bella in sol minore, per poi approdare ad una tarantella ottocentesca, la cosiddetta "Aria romantica", prima di arrivare al repertorio propriamente di origine contadina. Una delle caratteristiche che rendono gli Arakne apprezzabili, infatti, è proprio quella di non accontentarsi del pur sterminato repertorio di matrice contadina, volendo anche ricordare il periodo, piuttosto lungo in verità, in cui tutti i ceti sociali erano al dentro del meccanismo culturale del tarantismo.
Per quanto riguarda questa parte di repertorio, esso è caratterizzato da una maggiore lentezza, il ritmo può essere assimilato a quello della rielaborazione della Tarantella del gargano della Nuova Compagnia di canto popolare, quindi è molto lontano da queste pizziche frenetiche che molti oggi amano pazzamente.
Oltre che dalla già citata tarantella in sol minore, contenuta nel cd "Danzimania", questa sezione è stata costituita dalla "Tarantella del '600", più conosciuta nella versione della Nuova Compagnia di Canto Popolare, da un ottava siciliana, probabilmente di origine propriamente settecentesca, con riferimenti anche al tarantismo d'acqua ancora vivo nella zona di Brindisi, che però secondo molte testimonianze nei secoli passati si estendeva per tutto il Salento, e dalla già citata "Aria romantica".
Per quanto riguarda la "Tarantella del '600", un po' virtuosistici e forse anche troppo pesanti, gli interventi del flauto di Gianni Gelao.
Gli Arakne Mediterranea, fondati nel 1993 dal grande ricercatore Giorgio di Lecce, si sono caratterizzati per aver fatto effettive ricerche sugli ultimi periodi del tarantismo, con testimonianze risalenti a venti o quindici anni fa, pubblicate anche in una parte del libro "La danza della piccola taranta" ("Sensibili alle foglie, Roma, 1994), di cui ci hanno offerto un esempio con il brano "Lu Paulinu meu/ Ah uelì", ricostruzione molto fedele di strofe e "suonate" di una delle tarantate incontrate dal di Lecce.
Una mensione particolare, infine, merita in questa prima parte la particolarissima e lentissima versione de "Lu Santu Paulu", che gli Arakne cantano anche nel cd "Tre tarante" col titolo "Te pizzicau", che dal vivo è stata prevalentemente accompagnata dalle mani degli Arakne, più le nostre anche se quelle del resto del pubblico lavoravano pochissimo, mentre le mie non si tenevano. Nel cd, giusto per dimostrare l'evoluzione positiva avuta dal gruppo in questi ultimi anni, il brano ha una coda importante a pizzica di Cutrofiano, tamburo e voce, anche se la terzina di tamburello non è molto battuta, e un finalino, sulla melodia comunemente intitolata "Fimmene fimmene" a cappella.
Dopo la pausa, su cui sorvoliamo per non essere troppo polemici, si è lasciato spazio ai canti di lavoro e d'amore smettendo di parlare dei "canti di taranta" (definizione data da Imma Giannuzzi, grande voce e coordinatrice del gruppo e del concerto).
La sezione è iniziata con uno dei più indiscussi classici della musica popolare del basso salento, la tarantella "E lu sule calau calau", che gli Arakne eseguono a partire dalla rielaborazione dei "Radici", uno dei gruppi storici della prima generazione della "riproposta" salentina. Le due voci femminili, come spesso accade negli Arakne, si alternano in una sfida, anche se con strofe decise, tra il canto più rurale di Imma Giannuzzi e quello più urbano e dolce dell'altra interprete.
Ed eccoci a "Fimmene fimmene", fatta dagli Arakne con un introduzione di flauto traverso che arrivava ad avere sonorità indiane, seguita da una parte a cappella, dove io e la mia amica ci siamo sfogate a cantare, e poi da una parte, meno efficace e forte secondo me, dove gli strumenti tornavano a farla da padrone con interessanti, ma forse troppo virtuosistici, "volteggi" del tamburello e del flauto, sotto un tappeto di chitarra classica.
C'è stato poi spazio per "Lu rusciu de lu mare", ed anche lì si poteva notare l'influenza di Donatello Pisanello e dei primi Alla Bua, anche se l'arpeggio di chitarra, per quanto riguarda la scansione degli accordi, non era lo stesso. La particolarità degli Arakne su questo pezzo è che la parte mediterranea, paragonabile per certi versi a quella degli Officina Zoè in "Terra", viene cantata con un testo in griko. Purtroppo, come molti di quelli che eseguono questo brano in due o più parti, anche gli Arakne si scordano di quella che per me è la strofa più commovente di tutto il brano, ossia:
E vola, vola, vola palomma vola,
e vola, vola, vola palomma mia
ca ieu lu core meu,
ca ieu lu core meu,
ca ieu lu core meu te l'aggiu dare".
In griko, è stata anche eseguita una pizzica, sulla melodia spesso chiamata "Pizzica di Cutrofiano", intitolata dagli Arakne "Pizzica grika" o "Rirollallà". Trovo l'accostamento di questi elementi, non vorrei dire forzato ma sicuramente poco convincente.
Mi ha toccato moltissimo, invece, una rielaborazione, eseguita chitarra, mandolino e voci, di "Andramupai", canto sull'emigrazione. Purtroppo, ma qui voglio spezzare una lancia a favore del coraggio degli Arakne, quello non era il posto giusto per eseguire un brano con queste atmosfere, il pubblico, per dirla con i portoghesi, "cochicheava", sussurrava, insomma disturbava.
Si è avuta, verso la fine, "kali nifta". La versione degli Arakne, nonostante la velocità che trovo forse un po' esagerata, è riuscita a piacermi per le particolarissime strutture ritmiche della darbouka di Luigi Giannuzzi. Il brano era una specie di Sirtaki, subito abbastanza veloce in verità, ma si riusciva a palpare il romanticismo che c'è in questa serenata.
Si è avuta poi una "Pizzica di Ugento", con un accenno a "Sale", con lo stesso identico inizio di quella degli Officina Zoè in "Sangue vivo", ma non va scordato che va dato a Giorgio di Lecce, più che ad ogni altro, il merito di aver scoperto Pino Zimba e di averne capito le potenzialità.
Il concerto si è poi chiuso con una pizzica tarantata, alla Stifani, dove, contrariamente a quanto avviene nelle versioni in disco degli Arakne, come in "Tre tarante", l'armonica ha avuto una parte assolutamente da leone, relegando il violino a strumento secondario.
Dopo l'esecuzione di questa rielaborazione della tarantata, Gianni Gelao si è lasciato andare a virtuosismi con la zampogna in sol, aiutati da un interessante dialogo tra tamburello salentino e tamburo barocco.
Spero di avervi aperto gli occhi, con questo articolo che purtroppo non può essere più preciso, su una realtà che nel Salento, terra dove i voltafaccia musicali sono all'ordine del giorno, da ormai sedici anni persegue caparbiamente un proprio e preciso obbiettivo.
Per saperne di più sul gruppo degli Arakne, si può andare su http://www.araknemediterranea.com/. Buon ascolto e"attarantatevi!".
Intanto facciamo suonare qualche nota scordata: il concerto era mal organizzato e al grande gruppo salentino non è stato dato il rilievo che questo meritava, preferendo far precedere e addirittura interrompere il turbinio delle tarantelle, da un'esibizione di un ballerino di "Amici" che, dice, abbia anche ballato con vesti succintissime.
Venendo all'esibizione degli Arakne, è stata caratterizzata da un viaggio storico nella tarantella, che è partito con un paio di tarantelle barocche, di cui una particolarmente bella in sol minore, per poi approdare ad una tarantella ottocentesca, la cosiddetta "Aria romantica", prima di arrivare al repertorio propriamente di origine contadina. Una delle caratteristiche che rendono gli Arakne apprezzabili, infatti, è proprio quella di non accontentarsi del pur sterminato repertorio di matrice contadina, volendo anche ricordare il periodo, piuttosto lungo in verità, in cui tutti i ceti sociali erano al dentro del meccanismo culturale del tarantismo.
Per quanto riguarda questa parte di repertorio, esso è caratterizzato da una maggiore lentezza, il ritmo può essere assimilato a quello della rielaborazione della Tarantella del gargano della Nuova Compagnia di canto popolare, quindi è molto lontano da queste pizziche frenetiche che molti oggi amano pazzamente.
Oltre che dalla già citata tarantella in sol minore, contenuta nel cd "Danzimania", questa sezione è stata costituita dalla "Tarantella del '600", più conosciuta nella versione della Nuova Compagnia di Canto Popolare, da un ottava siciliana, probabilmente di origine propriamente settecentesca, con riferimenti anche al tarantismo d'acqua ancora vivo nella zona di Brindisi, che però secondo molte testimonianze nei secoli passati si estendeva per tutto il Salento, e dalla già citata "Aria romantica".
Per quanto riguarda la "Tarantella del '600", un po' virtuosistici e forse anche troppo pesanti, gli interventi del flauto di Gianni Gelao.
Gli Arakne Mediterranea, fondati nel 1993 dal grande ricercatore Giorgio di Lecce, si sono caratterizzati per aver fatto effettive ricerche sugli ultimi periodi del tarantismo, con testimonianze risalenti a venti o quindici anni fa, pubblicate anche in una parte del libro "La danza della piccola taranta" ("Sensibili alle foglie, Roma, 1994), di cui ci hanno offerto un esempio con il brano "Lu Paulinu meu/ Ah uelì", ricostruzione molto fedele di strofe e "suonate" di una delle tarantate incontrate dal di Lecce.
Una mensione particolare, infine, merita in questa prima parte la particolarissima e lentissima versione de "Lu Santu Paulu", che gli Arakne cantano anche nel cd "Tre tarante" col titolo "Te pizzicau", che dal vivo è stata prevalentemente accompagnata dalle mani degli Arakne, più le nostre anche se quelle del resto del pubblico lavoravano pochissimo, mentre le mie non si tenevano. Nel cd, giusto per dimostrare l'evoluzione positiva avuta dal gruppo in questi ultimi anni, il brano ha una coda importante a pizzica di Cutrofiano, tamburo e voce, anche se la terzina di tamburello non è molto battuta, e un finalino, sulla melodia comunemente intitolata "Fimmene fimmene" a cappella.
Dopo la pausa, su cui sorvoliamo per non essere troppo polemici, si è lasciato spazio ai canti di lavoro e d'amore smettendo di parlare dei "canti di taranta" (definizione data da Imma Giannuzzi, grande voce e coordinatrice del gruppo e del concerto).
La sezione è iniziata con uno dei più indiscussi classici della musica popolare del basso salento, la tarantella "E lu sule calau calau", che gli Arakne eseguono a partire dalla rielaborazione dei "Radici", uno dei gruppi storici della prima generazione della "riproposta" salentina. Le due voci femminili, come spesso accade negli Arakne, si alternano in una sfida, anche se con strofe decise, tra il canto più rurale di Imma Giannuzzi e quello più urbano e dolce dell'altra interprete.
Ed eccoci a "Fimmene fimmene", fatta dagli Arakne con un introduzione di flauto traverso che arrivava ad avere sonorità indiane, seguita da una parte a cappella, dove io e la mia amica ci siamo sfogate a cantare, e poi da una parte, meno efficace e forte secondo me, dove gli strumenti tornavano a farla da padrone con interessanti, ma forse troppo virtuosistici, "volteggi" del tamburello e del flauto, sotto un tappeto di chitarra classica.
C'è stato poi spazio per "Lu rusciu de lu mare", ed anche lì si poteva notare l'influenza di Donatello Pisanello e dei primi Alla Bua, anche se l'arpeggio di chitarra, per quanto riguarda la scansione degli accordi, non era lo stesso. La particolarità degli Arakne su questo pezzo è che la parte mediterranea, paragonabile per certi versi a quella degli Officina Zoè in "Terra", viene cantata con un testo in griko. Purtroppo, come molti di quelli che eseguono questo brano in due o più parti, anche gli Arakne si scordano di quella che per me è la strofa più commovente di tutto il brano, ossia:
E vola, vola, vola palomma vola,
e vola, vola, vola palomma mia
ca ieu lu core meu,
ca ieu lu core meu,
ca ieu lu core meu te l'aggiu dare".
In griko, è stata anche eseguita una pizzica, sulla melodia spesso chiamata "Pizzica di Cutrofiano", intitolata dagli Arakne "Pizzica grika" o "Rirollallà". Trovo l'accostamento di questi elementi, non vorrei dire forzato ma sicuramente poco convincente.
Mi ha toccato moltissimo, invece, una rielaborazione, eseguita chitarra, mandolino e voci, di "Andramupai", canto sull'emigrazione. Purtroppo, ma qui voglio spezzare una lancia a favore del coraggio degli Arakne, quello non era il posto giusto per eseguire un brano con queste atmosfere, il pubblico, per dirla con i portoghesi, "cochicheava", sussurrava, insomma disturbava.
Si è avuta, verso la fine, "kali nifta". La versione degli Arakne, nonostante la velocità che trovo forse un po' esagerata, è riuscita a piacermi per le particolarissime strutture ritmiche della darbouka di Luigi Giannuzzi. Il brano era una specie di Sirtaki, subito abbastanza veloce in verità, ma si riusciva a palpare il romanticismo che c'è in questa serenata.
Si è avuta poi una "Pizzica di Ugento", con un accenno a "Sale", con lo stesso identico inizio di quella degli Officina Zoè in "Sangue vivo", ma non va scordato che va dato a Giorgio di Lecce, più che ad ogni altro, il merito di aver scoperto Pino Zimba e di averne capito le potenzialità.
Il concerto si è poi chiuso con una pizzica tarantata, alla Stifani, dove, contrariamente a quanto avviene nelle versioni in disco degli Arakne, come in "Tre tarante", l'armonica ha avuto una parte assolutamente da leone, relegando il violino a strumento secondario.
Dopo l'esecuzione di questa rielaborazione della tarantata, Gianni Gelao si è lasciato andare a virtuosismi con la zampogna in sol, aiutati da un interessante dialogo tra tamburello salentino e tamburo barocco.
Spero di avervi aperto gli occhi, con questo articolo che purtroppo non può essere più preciso, su una realtà che nel Salento, terra dove i voltafaccia musicali sono all'ordine del giorno, da ormai sedici anni persegue caparbiamente un proprio e preciso obbiettivo.
Per saperne di più sul gruppo degli Arakne, si può andare su http://www.araknemediterranea.com/. Buon ascolto e"attarantatevi!".
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domenica 2 agosto 2009
Malicanti a Trevi
Carissimi lettori, è con molto piacere che torno a scrivere questa mattina. Vi parlerò, andando un po' a zig zag, del bellissimo concerto dei Malicanti, gruppo di cui si è già parlato ma che conviene ricordare.
Il concerto si è svolto a Trevi nel giardino d'una villa costruita tra XVII e XVIII secolo, all'interno del World music festival.
La piazza era quasi piena, eravamo poco più di centottanta persone ma c'è stato un clima da vera festa popolare.
Il gruppo, che contrariamente a molti ensemble popolari attuali è didattico e insegna a distinguere le varianti senza annoiare, per ogni brano raccontava una storia con cui ti permetteva di capire o parti del testo, o da dove provenivano certi stili contadini che poi venivano usati, o, comunque, le atmosfere tipiche delle zone della Puglia da cui i suoi componenti provengono.
Va ricordato infatti che il gruppo tiene molto a precisare d'aver imparato tutto ciò che sa dagli anziani, e chiaramente si limita ai repertori delle zone di provenienza concreta dei suoi componenti (non essendoci nessuno della Grecìa, ad esempio, ogni riferimento al griko è mancato).
Il concerto si è aperto con una "Oi rosa", solo apparentemente simile a quella incisa nel cd "Canti tradizionali delle Puglie", unico disco inciso dal gruppo. Nei due casi, e in generale per tutto il concerto, si è avuto un uso massiccio della chitarra battente, ma le strofe che si cantavano erano spesso e volentieri diverse (d'altronde sono anche passati quattro anni dall'incisione in questione). Il brano, essendo di provenienza brindisina, è stato interpretato magistralmente da Daniele Girasoli, nato in provincia di Brindisi a San Pancrazio salentino.
Subito dopo si è potuta apprezzare la bravura di Anna Invidia, grande nuova voce della musica popolare salentina, in uno dei classici indiscussi di questa tradizione, la bellissima "Pizzicarella". Se dovessi paragonare questa versione a qualcosa di pubblicato, citerei la stupenda rielaborazione del brano presente nel cd "Opillopillopì" degli Aramirè. L'interpretazione, come tutte quelle del gruppo, è basata su stilemi contadini, rispettati profondamente ma anche un pochino "ripuliti" (non edulcorati).
Subito dopo si è fatta la prima capatina nel Gargano, terra di cui i Malicanti subiscono molto profondamente il fascino, anche perché varie persone che ruotano intorno a questa compagine musicale provengono da quella zona.
Quando si pensa a quelle tarantelle, inevitabilmente il ricordo vola ai Cantori di Carpino, il cui maggiore leader e fondatore, il grande chitarrista Andrea Sacco, è stato maestro diretto di Enrico Noviello, colui che coordinava tutto il concerto con una semplicità ed una tenerezza disarmanti.
Il primo esempio carpinese offertoci è stata una "Montanara", quel giro d'accordi che ormai tutti credono legato ad un testo solo, quel bellissimo "E comme je ja fà pe' amà sta donni" reso famoso trent'anni fa dalla Nuova Compagnia di Canto Popolare.
I Malicanti, nell'interpretazione del repertorio garganico hanno due voci ben distinte. Oltre ad Enrico Noviello, anche esimio battentista, chi era a Trevi ha potuto scoprire Adriano (scusate se non so il cognome, loro l'hanno sempre presentato così). Se lo stile di Noviello pur nella sua profonda ruralità è pulito e personale, lo stile del secondo cantore ricordava quello quasi gridato dell'appena deceduto Antonio Maccarone.
Del Gargano il gruppo ci ha poi offerto anche una "rodianella", presentata come il ritmo preferito da Andrea Sacco per la sua giovialità, ed una "viestesana" basata su interessanti "calate" di quarti di tono, a cui oggi non siamo abituati ma che erano l'essenza del vero canto contadino.
I testi dei "sonetti" carpinesi sono, e non poteva essere altrimenti, in moltissimi casi di tematica romantica, perché a Carpino, ed in parte succede ancora oggi, la serenata era talmente importante che era il solo mezzo, o il più convincente, che un amante aveva per far capire alla propria amata quanto fosse grande il suo amore.
Da quelle terre viene anche una "Sangiuvannara", tarantella di San Giovanni rotondo, di tematica più piccantina e meno romantica, caratterizzata anche dall'uso dell'organetto (che in teoria nel folklore carpinese sarebbe assente, anche se i Malicanti hanno fatto uso dello strumento durante la "viestesana").
Dedichiamoci ora, sempre a zig zag ma con maggiore dovizia di particolari, al repertorio di zona brindisino-leccese, portato prevalentemente da Daniele Girasoli e Anna Invidia.
Sono rimasta piacevolmente colpita, mentre me la cantavo a squarciagola come ho fatto con tutto quel repertorio, dalla presenza in scaletta di "Mieru". Questo brano, a me prevalentemente noto nelle versioni di cantanti che fanno "liscio alla salentina" come Bruno Petrachi, sia in questa versione che in quella di Uccio Aloisi in "Mara l'acqua", acquista un fascino ed un'autenticità disarmanti. Il brano, valzerino spassoso, è un inno al vino e al suo potere di far scordare le fatiche (sicuramente è meglio delle droghe sintetiche con cui in molti, oltre a scordarsi ciò che li circonda, si ammazzano!).
Passando alla zona brindisina, notevole è l'interpretazione della "Pizzica di San Vito", imparata dai Malicanti direttamente da "mesciu" Vincenzino Vita, barbiere che suonava sia violino che mandolino.
Interessante è stato il quarto di tono del violino durante la parte meno terzinata del suo intervento, positiva è stata, finalmente, l'introduzione del terzo accordo d'accompagnamento che nell'incisione su cd manca, provocandomi un senso di profonda insoddisfazione.
La versione dei Malicanti è partita lenta, per poi arrivare al ritmo medio d'una pizzica, quello che molti gruppi, purtroppo anche Zoè, ogni tanto ritengono troppo lento.
Presentato da Enrico Noviello con moltissima tenerezza, è arrivato anche il momento del ricordo di "Zimba". Il brano che ci ha permesso di ricordarlo è stata un'"Aria caddrhipulina" interpretata da Anna Invidia con maestria e sentimento. Nel ritornello, sintomatico della personalità sofferta ma gioviale dell'aradeino, io mi sono divertita a cantare, per la verità l'ho cantata tutta. Il brano, contenuto nel primo cd degli Zimbaria, è diviso in parti lente (strofe) e in un ritornello a tarantella (non a pizzica pizzica), dove questo ritmo si vive in maniera festosa.
Notevole, io la avevo sentita solo in versioni deludenti, la "Pizzica di Torchiarolo", che ha avuto in Anna Invidia un'interprete meravigliosa. Il ritornello, basato su vocalizzi, era semplicissimo da seguire, difatti, dato che riprendeva la melodia della strofa, io l'ho subito cantato.
Meravigliosi anche gli stornelli "salentini", secondo la denominazione di Uccio, interpretati dall'Invidia alla maniera di Anna Cinzia Villani, anche se in modo meno marcatamente rurale.
Interessantissima, perché costituiva un esempio di pizzica parte in minore e parte in maggiore, la "disputa" tra la "Pizzica di Carovigno", interpretata da Girasoli, e una delle varianti leccesi (che non riesco a ricordare) interpretata dall'Invidia.
Per tutto il concerto l'organetto di Valerio Rodelli ha dimostrato il suo virtuosismo, semplice ed accattivante, virtù ormai abbastanza persa dai signori dell'organetto da "conservatorio".
Enrico Noviello, grande interprete garganico, ci ha dato, alla fine, la buonanotte alla Andrea Sacco, riprendendo il giro di montanara in mi minore, interpretando il "sonetto" noto come "Chi nun capisce l'amore nun capisce nente".
Subito dopo, dato che noi scalpitavamo perché avevamo amato molto tutta la serata, si è avuta una bellissima "Pizzica tarantata", brano che il gruppo, al contrario di Zoè, esegue cantando le strofe proprie di Luigi Stifani, il musicoterapeuta che utilizzava questo nome per definire la sua pizzica.
Citazione a parte, merita il momento dedicato ai "canti alla stisa", quelli che veramente accompagnavano il lavoro dei contadini. I Malicanti ce ne hanno offerto un commovente esempio con "La rucita di mare", versione specifica di San Pancrazio salentino de "Lu rusciu de lu mare". Purtroppo non ve la posso descrivere, posso solo dirvi che è molto bella.
Altrettanto a parte, forse perché mi ha commosso particolarmente, cito "E malidettu lu cinquanta", canto che veniva direttamente da "Le memorie della terra". Il brano è costituito da un documento inciso da Alan Lomax nel 1953 a tempo di tarantella, alle cui strofe sono intervallate altre eseguite lentamente. Non è forse un brano sspudoratamente politico, ma ci ricorda che questa gente, dato che soffriva, con la sua musica ci cantava anche le sue sofferenze. Se noi amiamo il folklore come cosa viva, dobbiamo tornarlo a fare.
Non pretendo di avervi dato neanche lo zero per cento di quello che vi siete persi se non c'eravate, spero solo di farvi venire la voglia di vedere i malicanti quando passano dalle parti vostre: vale davvero la pena!
Il concerto si è svolto a Trevi nel giardino d'una villa costruita tra XVII e XVIII secolo, all'interno del World music festival.
La piazza era quasi piena, eravamo poco più di centottanta persone ma c'è stato un clima da vera festa popolare.
Il gruppo, che contrariamente a molti ensemble popolari attuali è didattico e insegna a distinguere le varianti senza annoiare, per ogni brano raccontava una storia con cui ti permetteva di capire o parti del testo, o da dove provenivano certi stili contadini che poi venivano usati, o, comunque, le atmosfere tipiche delle zone della Puglia da cui i suoi componenti provengono.
Va ricordato infatti che il gruppo tiene molto a precisare d'aver imparato tutto ciò che sa dagli anziani, e chiaramente si limita ai repertori delle zone di provenienza concreta dei suoi componenti (non essendoci nessuno della Grecìa, ad esempio, ogni riferimento al griko è mancato).
Il concerto si è aperto con una "Oi rosa", solo apparentemente simile a quella incisa nel cd "Canti tradizionali delle Puglie", unico disco inciso dal gruppo. Nei due casi, e in generale per tutto il concerto, si è avuto un uso massiccio della chitarra battente, ma le strofe che si cantavano erano spesso e volentieri diverse (d'altronde sono anche passati quattro anni dall'incisione in questione). Il brano, essendo di provenienza brindisina, è stato interpretato magistralmente da Daniele Girasoli, nato in provincia di Brindisi a San Pancrazio salentino.
Subito dopo si è potuta apprezzare la bravura di Anna Invidia, grande nuova voce della musica popolare salentina, in uno dei classici indiscussi di questa tradizione, la bellissima "Pizzicarella". Se dovessi paragonare questa versione a qualcosa di pubblicato, citerei la stupenda rielaborazione del brano presente nel cd "Opillopillopì" degli Aramirè. L'interpretazione, come tutte quelle del gruppo, è basata su stilemi contadini, rispettati profondamente ma anche un pochino "ripuliti" (non edulcorati).
Subito dopo si è fatta la prima capatina nel Gargano, terra di cui i Malicanti subiscono molto profondamente il fascino, anche perché varie persone che ruotano intorno a questa compagine musicale provengono da quella zona.
Quando si pensa a quelle tarantelle, inevitabilmente il ricordo vola ai Cantori di Carpino, il cui maggiore leader e fondatore, il grande chitarrista Andrea Sacco, è stato maestro diretto di Enrico Noviello, colui che coordinava tutto il concerto con una semplicità ed una tenerezza disarmanti.
Il primo esempio carpinese offertoci è stata una "Montanara", quel giro d'accordi che ormai tutti credono legato ad un testo solo, quel bellissimo "E comme je ja fà pe' amà sta donni" reso famoso trent'anni fa dalla Nuova Compagnia di Canto Popolare.
I Malicanti, nell'interpretazione del repertorio garganico hanno due voci ben distinte. Oltre ad Enrico Noviello, anche esimio battentista, chi era a Trevi ha potuto scoprire Adriano (scusate se non so il cognome, loro l'hanno sempre presentato così). Se lo stile di Noviello pur nella sua profonda ruralità è pulito e personale, lo stile del secondo cantore ricordava quello quasi gridato dell'appena deceduto Antonio Maccarone.
Del Gargano il gruppo ci ha poi offerto anche una "rodianella", presentata come il ritmo preferito da Andrea Sacco per la sua giovialità, ed una "viestesana" basata su interessanti "calate" di quarti di tono, a cui oggi non siamo abituati ma che erano l'essenza del vero canto contadino.
I testi dei "sonetti" carpinesi sono, e non poteva essere altrimenti, in moltissimi casi di tematica romantica, perché a Carpino, ed in parte succede ancora oggi, la serenata era talmente importante che era il solo mezzo, o il più convincente, che un amante aveva per far capire alla propria amata quanto fosse grande il suo amore.
Da quelle terre viene anche una "Sangiuvannara", tarantella di San Giovanni rotondo, di tematica più piccantina e meno romantica, caratterizzata anche dall'uso dell'organetto (che in teoria nel folklore carpinese sarebbe assente, anche se i Malicanti hanno fatto uso dello strumento durante la "viestesana").
Dedichiamoci ora, sempre a zig zag ma con maggiore dovizia di particolari, al repertorio di zona brindisino-leccese, portato prevalentemente da Daniele Girasoli e Anna Invidia.
Sono rimasta piacevolmente colpita, mentre me la cantavo a squarciagola come ho fatto con tutto quel repertorio, dalla presenza in scaletta di "Mieru". Questo brano, a me prevalentemente noto nelle versioni di cantanti che fanno "liscio alla salentina" come Bruno Petrachi, sia in questa versione che in quella di Uccio Aloisi in "Mara l'acqua", acquista un fascino ed un'autenticità disarmanti. Il brano, valzerino spassoso, è un inno al vino e al suo potere di far scordare le fatiche (sicuramente è meglio delle droghe sintetiche con cui in molti, oltre a scordarsi ciò che li circonda, si ammazzano!).
Passando alla zona brindisina, notevole è l'interpretazione della "Pizzica di San Vito", imparata dai Malicanti direttamente da "mesciu" Vincenzino Vita, barbiere che suonava sia violino che mandolino.
Interessante è stato il quarto di tono del violino durante la parte meno terzinata del suo intervento, positiva è stata, finalmente, l'introduzione del terzo accordo d'accompagnamento che nell'incisione su cd manca, provocandomi un senso di profonda insoddisfazione.
La versione dei Malicanti è partita lenta, per poi arrivare al ritmo medio d'una pizzica, quello che molti gruppi, purtroppo anche Zoè, ogni tanto ritengono troppo lento.
Presentato da Enrico Noviello con moltissima tenerezza, è arrivato anche il momento del ricordo di "Zimba". Il brano che ci ha permesso di ricordarlo è stata un'"Aria caddrhipulina" interpretata da Anna Invidia con maestria e sentimento. Nel ritornello, sintomatico della personalità sofferta ma gioviale dell'aradeino, io mi sono divertita a cantare, per la verità l'ho cantata tutta. Il brano, contenuto nel primo cd degli Zimbaria, è diviso in parti lente (strofe) e in un ritornello a tarantella (non a pizzica pizzica), dove questo ritmo si vive in maniera festosa.
Notevole, io la avevo sentita solo in versioni deludenti, la "Pizzica di Torchiarolo", che ha avuto in Anna Invidia un'interprete meravigliosa. Il ritornello, basato su vocalizzi, era semplicissimo da seguire, difatti, dato che riprendeva la melodia della strofa, io l'ho subito cantato.
Meravigliosi anche gli stornelli "salentini", secondo la denominazione di Uccio, interpretati dall'Invidia alla maniera di Anna Cinzia Villani, anche se in modo meno marcatamente rurale.
Interessantissima, perché costituiva un esempio di pizzica parte in minore e parte in maggiore, la "disputa" tra la "Pizzica di Carovigno", interpretata da Girasoli, e una delle varianti leccesi (che non riesco a ricordare) interpretata dall'Invidia.
Per tutto il concerto l'organetto di Valerio Rodelli ha dimostrato il suo virtuosismo, semplice ed accattivante, virtù ormai abbastanza persa dai signori dell'organetto da "conservatorio".
Enrico Noviello, grande interprete garganico, ci ha dato, alla fine, la buonanotte alla Andrea Sacco, riprendendo il giro di montanara in mi minore, interpretando il "sonetto" noto come "Chi nun capisce l'amore nun capisce nente".
Subito dopo, dato che noi scalpitavamo perché avevamo amato molto tutta la serata, si è avuta una bellissima "Pizzica tarantata", brano che il gruppo, al contrario di Zoè, esegue cantando le strofe proprie di Luigi Stifani, il musicoterapeuta che utilizzava questo nome per definire la sua pizzica.
Citazione a parte, merita il momento dedicato ai "canti alla stisa", quelli che veramente accompagnavano il lavoro dei contadini. I Malicanti ce ne hanno offerto un commovente esempio con "La rucita di mare", versione specifica di San Pancrazio salentino de "Lu rusciu de lu mare". Purtroppo non ve la posso descrivere, posso solo dirvi che è molto bella.
Altrettanto a parte, forse perché mi ha commosso particolarmente, cito "E malidettu lu cinquanta", canto che veniva direttamente da "Le memorie della terra". Il brano è costituito da un documento inciso da Alan Lomax nel 1953 a tempo di tarantella, alle cui strofe sono intervallate altre eseguite lentamente. Non è forse un brano sspudoratamente politico, ma ci ricorda che questa gente, dato che soffriva, con la sua musica ci cantava anche le sue sofferenze. Se noi amiamo il folklore come cosa viva, dobbiamo tornarlo a fare.
Non pretendo di avervi dato neanche lo zero per cento di quello che vi siete persi se non c'eravate, spero solo di farvi venire la voglia di vedere i malicanti quando passano dalle parti vostre: vale davvero la pena!
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sabato 11 luglio 2009
Paolo Conte a Perugia
Carissimi lettori, ieri sera ho avuto il piacere di assistere alla serata inaugurale di Umbria jazz 2009, affidata alla bellissima ed inconfondibile voce di Paolo Conte, accompagnata sempre da raffinatissime sonorità.
Se dovessi descrivere il gruppo di Paolo Conte, direi che è una big band anni Trenta, d'altronde l'avvocato astigiano non ha mai negato di venerare la prima metà del secolo XX ed in particolare il primo trentennio, impreziosita da tocchi colti rappresentati da strumenti come oboe e fagotto, nonché dal tiepido e magico calore del bandoneón argentino.
Ieri nella nostra città faceva molto freddo, e la circostanza ha disturbato molto la fluidità del canto di Conte, che si è fatto spesso e volentieri arrabbiato, creando dei controtempi meravigliosi, che però, ad orecchie avvedute, facevano subito pensare ad una grande stanchezza.
Il concerto, prevalentemente dedicato a brani della storia del cantautore, si è aperto con la canzone che ha lanciato "Psiche", suo ultimo disco. Se dovessi descrivere il brano, intitolato "Il quadrato e il cerchio", direi che è in bilico tra suggestioni rock ed elettronica, con prevalenza, in disco, delle sonorità allucinate di quest'ultima, che costringono il ritmo, altrimenti abbastanza festoso, a diventare molto meditabondo. Dal vivo, e questo ha fatto perdere molto del suo fascino al pezzo, autoritratto dell'arte musicale di Paolo Conte, si è data troppa importanza al ritmo, annullando queste continue richieste di riposo di cui è praticamente formato il testo ("Ah, fatemi svanire!") eccetera.
Subito dopo, cantata in maniera molto meno sorniona e forse con troppa rabbia, è arrivata "Sotto le stelle del jazz", "matinata" che Conte dedica a questo suo antico ed eterno amore. L'arrangiamento, contrastando con l'interpretazione canora sopra descritta, aiutava ed accentuava l'anima di jazz ballad che sta alla base del brano, anche grazie alle spazzole usate dalla batteria. Si potrebbe dire che questa versione sia stata un aggiornamento, soprattutto propiziato dalla presenza di una corposissima sezione di fiati, dell'insuperabile interpretazione contenuta nel già qui recensito "Concerti". E', invece, molto lontana dalla versione contenuta in "Paolo Conte", che stemperava troppo, in tappeti esageratamente pop, la struttura ritmica del brano, inequivocabilmente jazz. Bellissima la parte in sibemolle a metà brano dove, al posto del vibrafono o dell'assolo in scat di Paolo Conte, si è stagliata la sezione di fiati, portandoci miracolosamente in qualche bettola malfamata della New York inizio 900.
Se in Italia Paolo Conte è conosciuto come l'autore di "Azzurro", scritta insieme a Vito Pallavicini, all'estero è altrettanto conosciuto, ma come l'autore di "Come di". Il brano, uno di quelli che più inebriano l'ascoltatore di suggestioni swing anni '20, è stato interpretato da Conte con la rabbia e la "Silenziosa velocità" che ha contraddistinto tutto il concerto. Addirittura, la parte in "scat", ossia basata su vocalizzi, che di solito il cantautore esegue con così tanta parsimonia, era appena accennata con due o tre do centrali a giro, per poi lasciare eseguire quello che restava agli strumenti. L'introduzione del brano è stata un po' deludente, perché io sono troppo legata alla "picchiata" alternata di do minore e sol maggiore così caratteristica di "Concerti". Questa parte è stata affidata ad una chitarra elettrica che, almeno secondo me, di swing aveva molto poco. Meravigliose, invece, le improvvisazioni alla Béchet del sax soprano.
Subito dopo, Paolo Conte è stato "Alle prese con una verde milonga", creando un'atmosfera mista tra le due sponde del Río de la Plata (il brano infatti è troppo lento per essere una milonga uruguayana e troppo veloce per essere una tradizionale milonga argentina), e meravigliose suggestioni nordafricane con la darbouka, che, a partire dal concerto "Live Arena di Verona", ultimo live del cantautore inciso su disco, ha affiancato la batteria, la quale ben presto aveva sostituito il filologicissimo bombo argentino che accompagnava la versione di "Paris Milonga". D'altronde il brano, giustamente rispetto al testo, che potremmo definire un "autoritratto" della stessa struttura musicale, ha subito un tale rallentamento e rilassamento a cui, molto difficilmente, il bombo, con le sue sonorità troppo cupe, potrebbe rendere giustizia. Anche qui, in contrasto con la pacatezza degli orchestrali, il canto di Conte voleva che le parole sgusciassero via e che il brano finisse prima possibile, comunque ciò non ha impedito che questo fosse uno dei momenti più inebrianti del concerto.
Subito dopo c'è stata una particolarissima versione di "Bartali", fatta prevalentemente di dialoghi tra sintetizzatori e xilofono, nonché di una lentezza tutta nuova e di altrettanto inusitati giri in minore. Tutto ciò è continuato per più di metà brano, ed anche lo "scat" allegrissimo del ritornello, veniva eseguito da Conte con una rabbia tellurica e strana.
Gli accordi minori non sono mai spariti, ma da "E' tutto un complesso di cose..." in poi, per lo meno si è avuto il ritmo standard, anzi, pur con profondissime differenze, si potrebbe dire che si è respirata l'aria della versione originale da studio, quella risalente agli anni '70. Infatti, se dovessi descrivere l'accompagnamento, era molto pop e, scusate la sincerità, a me non ha convinto (sono troppo legata alla versione di "Concerti" piano e voce).
Subito dopo il cantautore astigiano ci ha regalato un brano da "psiche" durante il quale non ha suonato il pianoforte, che eseguiva molte note dolcissime che non sono nel suo stile tipico, infatti, in lui, anche la dolcezza più profonda, minaccia spesso di sparire sotto l'effetto d'una irrevocabile tempesta.
Il brano, come molti di quelli di Conte, è dedicato alla donna, con quell'amore non raccontato e tantomeno smielato, che ha conquistato così tanta gente. Il pezzo è un valzerino, il cui tempo è battuto da un sintetizzatore, quindi automaticamente diluisce quella forza francese che Conte tante altre volte ci ha mirabilmente mostrato. Potrei definire il brano, intitolato "Bella di giorno", come una serenata antica, portata alla finestra d'una donna moderna.
Un'altra area geografica che ha sempre affascinato Paolo Conte è l'America Latina, che tocca con maestria con la sua voce "sporca" ma anche segretamente e fortemente limpida. Il brano è un pezzo in minore su un ritmo centroamericano, sul tentativo di far sbocciare un amore, tematica che Conte affronta quasi solo con queste ritmiche più dolci e latine. Io, quantomeno, non riesco a capire se da questo "Gioco d'azzardo" poi nasca qualcosa, quello che so è che tutti i presenti alla fine dell'esecuzione hanno applaudito inebriati.
Ed ecco un altra canzone con molte venature pop, per quanto raffinatissime, la molto conosciuta "Impermeabili". La leggerezza della struttura ritmica tipicamente pop, è stata messa in discussione tramite dei controtempi interessantissimi della batteria, che contribuiva a dare un'anima più "modern jazz" al brano. Strabilianti gli interventi del sassofono, che purtroppo sostituivano quelli che nella versione da studio eseguiva il kazzoo, culminati con un assolo dalle venature un po' troppo rabbiose per il tenore del brano.
Subito dopo è arrivato uno dei brani che io amo di più in assoluto di tutta la carriera di Paolo Conte: "Lo zio". La versione potrebbe essere definita come una ripresa delle suggestioni più pop presenti in quella da studio, con una loro radicalizzazione completamente a discapito di quelle più jazz. Si potrebbe dire che, addirittura, la frase "Sciuscia ti meriti un dollaro", gridata, abbia suonato con una napoletanità segreta. Il kazoo finalmente ha avuto la parte del leone, suonato con quella rabbia che si è potuta già ampiamente costatare. Il ritornello del brano, intercalato da numerosi "sì", diventava una corsa ad ostacoli, forse per non far notare la semplificazione del finale che, invece del brevissimo ma strabiliante assolo di chitarra elettrica presente nella versione di "Concerti", si è limitato a quattro note eseguite furtivamente da tutta l'orchestra.
Ed eccoci alla perla più lucente dell'ultimo cd del cantautore astigiano, il bolero-swing "L'amore che". Il brano, già in "Psiche" suonato completamente acustico, è una descrizione di ciò che è "l'amore", con il ritmo più romantico che l'America Latina abbia mai dato all'umanità: il bolero cubano. Conte, che in fondo resta un jazzista purissimo per quanto si voglia e sappia inebriare di altre suggestioni, per portare questo ritmo verso di sé, ci mette le spazzole che suonano con una tenebrosità dolce e rilassante. Insuperabili sono stati i dialoghi tra il pianoforte di Conte ed il violino, che spesso e volentieri dava a questo brano venature di tango anni '50.
Ed eccoci, continuando sempre con sonorità latine e con i brani di "Psiche" ma velocizzando decisamente il ritmo, a quella che è stata la sigla del "Giro d'Italia" in una delle sue ultime edizioni. Il brano, intitolato "Silenziosa velocità", lo si potrebbe definire come un pezzo di collegamento tra le "avanguardie storiche" che Conte ama tanto, e quelle che attualmente stanno mettendo in discussione le fondamenta stesse della nostra concezione musicale.
Ed ecco un brano ripreso da "Paris milonga", che mi proverei a definire un po' proustiano. Infatti, come al protagonista della "Récherche" torna tutto in mente tramite la "maddalenina", anche in questo brano i ricordi d'amore del protagonista sembrano turbinare tutti sotto l'effetto del nome femminile "Madeleine", appunto "Maddalena". E' un brano che ormai da diversi anni fa parte di quelli che Conte ama riproporre dal vivo. Le venature esageratamente pop della versione del 1981, si sono dileguate in nome di un maggior romanticismo e della scoperta di un'anima francolatina di questa ballata. Il ritmo di "bolero" che indugia fra la variante spagnola e quella cubana, viene sporcato ma abbellito dal bandoneón che scopre una segreta, insospettata ma bellissima anima francese.
Ed eccoci ad uno dei brani che ha cullato di più la mia infanzia, perché presente nell'album "Paolo Conte live" del 1988, la bellissima "Dancing". Anche qui la leggerezza del brano pop è stata diminuita in favore di interessantissimi controtempi di batteria che scoprono il ritmo di rumba proprio di questa canzone. Il giro strumentale, che nella versione citata sopra era affidato a dei sintetizzatori, veniva eseguito dalla sezione di fiati e dal romanticissimo violino che, pur contrastando con il suo pianto segreto la gaiezza del brano, non la riusciva ad inficiare.
Ecco qui un altro "bolero" alla cubana, dove le venature pop sono state sempre inequivocabilmente presenti. Mi riferisco alla bellissima "Chiamami adesso" rispolverata dal cd "Novecento". E' un brano in minore dove anche gli strumenti di origine etnica e colta, vengono sfidati ad andare verso la semplicità del pop, seppure è una sua variante molto più raffinata, anche piena di risorse classiche. Il giro, infatti, costituito da una decina d'accordi, è sicuramente molto lontano dal concetto di "pop da strapazzo" che oggi si sottintende con questa parola. Il brano è stato tra i più dolci di tutto il concerto, finalmente la rabbia tellurica si era dissolta.
Ed eccoci al classico incontrastato della discografia contiana, la celeberrima, e da qualcuno per questo mal sopportata, "Via con me". Da ormai diversi anni, la modifica più vistosa, è l'aver inserito il bandoneón che, in corrispondenza dell'assolo di xilofono, esegue delle terzine molto interessanti. Il brano, da ormai ventiquattro anni, dall'insuperabile versione di "Concerti", ha acquistato un'anima swing che all'inizio Conte, forse per pudore, aveva nascosto sotto ben più rassicuranti abiti pop.
Ecco uno dei primi inni alla musica e agli strumenti scritti da Paolo Conte, ossia una delle prime canzoni dove la parola, sino ad allora preponderante o comunque con pari dignità rispetto alla musica, ha ufficialmente lasciato molto spazio ai suoni. Il brano, tra i più belli dell'astigiano, è "Max". Il compito di reggere ritmicamente il brano, storicamente affidato alla batteria, è stato invece appannaggio dei sintetizzatori, che hanno portato il brano a finire in diminuendo fino a sfumare, cosiccome era già stato per "Alle prese con una verde milonga". Ricordo una versione di "Max" eseguita al Cinemateatro "Esperia" di Bastia poco più di dieci anni fa, nella quale oltre ad un assolo di chitarra elettrica distorta, Paolo Conte si prodigava in un fa diesis centrale con la voce, ad aiutare il colpo liberatorio della batteria.
Siamo arrivati forse al momento più bello del concerto, una stupenda versione di "Diavolo rosso". Rispetto alla versione di "Appunti di viaggio" e a quella di "Concerti, si assiste ad una messa in secondo piano dell'anima jazz del brano, in favore di quella etnica. La batteria, pur suonata con le bacchette, tocca con una tale raffinatezza che può essere confusa con delle percussioni popolari. Meraviglioso l'assolo di clarino, tipicamente mediorientale, basato su delle iterazioni di scale arabe e su "temperamenti" della nota altrettanto etnici. Anche il violino, subito dopo, ha continuato su questa atmosfera, con interessantissimi passaggi con re di bordone, ma forse ha fatto un effetto meno inebriante di altri suoi interventi.
Un altro esempio di suggestioni classiche "portate" da Paolo Conte verso il suo insostituibile swing, è "Eden". Terzinato di struttura anni '60, ma in fondo anche di matrice Bethoveniana, veniva reso più notturno e meno pop dalle spazzole della batteria. Qui è tornata la rabbia, tradotta però non più come stanchezza per la situazione, ma come voglia di cercare il riposo interiore. Essendo un brano di lode al sassofono, questo strumento, nel suo modello "alto", ha avuto la parte del leone. I soffi rimandavano a certa sensualità tipica di sassofonisti come Lester Young.
Il primo bis, venuto dal fatto che noi non smettessimo di sbattere i piedi dannatamente, è stato "Cuanta pasión", brano che ormai da diversi anni fa da sigla ad una nota rubrica televisiva. Il brano ha perso completamente la sua anima flamenca, che era data dalla presenza di uno dei chitarristi dei Gipsy Kings, per acqwuistarne una più romantica e sudamericana. Durante il brano siamo andati tutti sotto il palco ed abbiamo cantato il ritornello dividendolo con Paolo Conte.... bella atmosfera!
Più deludente è stata la ripresa di "Via con me", che potremmo anche ribattezzare "Corri con me", di cui il cantautore ci ha fatto cantare tutti i ritornelli.
Spero di avervi reso un po' di quel che vi siete persi o avete sentito, ma il consiglio che vi do è di andare a vedere Conte se passa dalle vostre parti!
Se dovessi descrivere il gruppo di Paolo Conte, direi che è una big band anni Trenta, d'altronde l'avvocato astigiano non ha mai negato di venerare la prima metà del secolo XX ed in particolare il primo trentennio, impreziosita da tocchi colti rappresentati da strumenti come oboe e fagotto, nonché dal tiepido e magico calore del bandoneón argentino.
Ieri nella nostra città faceva molto freddo, e la circostanza ha disturbato molto la fluidità del canto di Conte, che si è fatto spesso e volentieri arrabbiato, creando dei controtempi meravigliosi, che però, ad orecchie avvedute, facevano subito pensare ad una grande stanchezza.
Il concerto, prevalentemente dedicato a brani della storia del cantautore, si è aperto con la canzone che ha lanciato "Psiche", suo ultimo disco. Se dovessi descrivere il brano, intitolato "Il quadrato e il cerchio", direi che è in bilico tra suggestioni rock ed elettronica, con prevalenza, in disco, delle sonorità allucinate di quest'ultima, che costringono il ritmo, altrimenti abbastanza festoso, a diventare molto meditabondo. Dal vivo, e questo ha fatto perdere molto del suo fascino al pezzo, autoritratto dell'arte musicale di Paolo Conte, si è data troppa importanza al ritmo, annullando queste continue richieste di riposo di cui è praticamente formato il testo ("Ah, fatemi svanire!") eccetera.
Subito dopo, cantata in maniera molto meno sorniona e forse con troppa rabbia, è arrivata "Sotto le stelle del jazz", "matinata" che Conte dedica a questo suo antico ed eterno amore. L'arrangiamento, contrastando con l'interpretazione canora sopra descritta, aiutava ed accentuava l'anima di jazz ballad che sta alla base del brano, anche grazie alle spazzole usate dalla batteria. Si potrebbe dire che questa versione sia stata un aggiornamento, soprattutto propiziato dalla presenza di una corposissima sezione di fiati, dell'insuperabile interpretazione contenuta nel già qui recensito "Concerti". E', invece, molto lontana dalla versione contenuta in "Paolo Conte", che stemperava troppo, in tappeti esageratamente pop, la struttura ritmica del brano, inequivocabilmente jazz. Bellissima la parte in sibemolle a metà brano dove, al posto del vibrafono o dell'assolo in scat di Paolo Conte, si è stagliata la sezione di fiati, portandoci miracolosamente in qualche bettola malfamata della New York inizio 900.
Se in Italia Paolo Conte è conosciuto come l'autore di "Azzurro", scritta insieme a Vito Pallavicini, all'estero è altrettanto conosciuto, ma come l'autore di "Come di". Il brano, uno di quelli che più inebriano l'ascoltatore di suggestioni swing anni '20, è stato interpretato da Conte con la rabbia e la "Silenziosa velocità" che ha contraddistinto tutto il concerto. Addirittura, la parte in "scat", ossia basata su vocalizzi, che di solito il cantautore esegue con così tanta parsimonia, era appena accennata con due o tre do centrali a giro, per poi lasciare eseguire quello che restava agli strumenti. L'introduzione del brano è stata un po' deludente, perché io sono troppo legata alla "picchiata" alternata di do minore e sol maggiore così caratteristica di "Concerti". Questa parte è stata affidata ad una chitarra elettrica che, almeno secondo me, di swing aveva molto poco. Meravigliose, invece, le improvvisazioni alla Béchet del sax soprano.
Subito dopo, Paolo Conte è stato "Alle prese con una verde milonga", creando un'atmosfera mista tra le due sponde del Río de la Plata (il brano infatti è troppo lento per essere una milonga uruguayana e troppo veloce per essere una tradizionale milonga argentina), e meravigliose suggestioni nordafricane con la darbouka, che, a partire dal concerto "Live Arena di Verona", ultimo live del cantautore inciso su disco, ha affiancato la batteria, la quale ben presto aveva sostituito il filologicissimo bombo argentino che accompagnava la versione di "Paris Milonga". D'altronde il brano, giustamente rispetto al testo, che potremmo definire un "autoritratto" della stessa struttura musicale, ha subito un tale rallentamento e rilassamento a cui, molto difficilmente, il bombo, con le sue sonorità troppo cupe, potrebbe rendere giustizia. Anche qui, in contrasto con la pacatezza degli orchestrali, il canto di Conte voleva che le parole sgusciassero via e che il brano finisse prima possibile, comunque ciò non ha impedito che questo fosse uno dei momenti più inebrianti del concerto.
Subito dopo c'è stata una particolarissima versione di "Bartali", fatta prevalentemente di dialoghi tra sintetizzatori e xilofono, nonché di una lentezza tutta nuova e di altrettanto inusitati giri in minore. Tutto ciò è continuato per più di metà brano, ed anche lo "scat" allegrissimo del ritornello, veniva eseguito da Conte con una rabbia tellurica e strana.
Gli accordi minori non sono mai spariti, ma da "E' tutto un complesso di cose..." in poi, per lo meno si è avuto il ritmo standard, anzi, pur con profondissime differenze, si potrebbe dire che si è respirata l'aria della versione originale da studio, quella risalente agli anni '70. Infatti, se dovessi descrivere l'accompagnamento, era molto pop e, scusate la sincerità, a me non ha convinto (sono troppo legata alla versione di "Concerti" piano e voce).
Subito dopo il cantautore astigiano ci ha regalato un brano da "psiche" durante il quale non ha suonato il pianoforte, che eseguiva molte note dolcissime che non sono nel suo stile tipico, infatti, in lui, anche la dolcezza più profonda, minaccia spesso di sparire sotto l'effetto d'una irrevocabile tempesta.
Il brano, come molti di quelli di Conte, è dedicato alla donna, con quell'amore non raccontato e tantomeno smielato, che ha conquistato così tanta gente. Il pezzo è un valzerino, il cui tempo è battuto da un sintetizzatore, quindi automaticamente diluisce quella forza francese che Conte tante altre volte ci ha mirabilmente mostrato. Potrei definire il brano, intitolato "Bella di giorno", come una serenata antica, portata alla finestra d'una donna moderna.
Un'altra area geografica che ha sempre affascinato Paolo Conte è l'America Latina, che tocca con maestria con la sua voce "sporca" ma anche segretamente e fortemente limpida. Il brano è un pezzo in minore su un ritmo centroamericano, sul tentativo di far sbocciare un amore, tematica che Conte affronta quasi solo con queste ritmiche più dolci e latine. Io, quantomeno, non riesco a capire se da questo "Gioco d'azzardo" poi nasca qualcosa, quello che so è che tutti i presenti alla fine dell'esecuzione hanno applaudito inebriati.
Ed ecco un altra canzone con molte venature pop, per quanto raffinatissime, la molto conosciuta "Impermeabili". La leggerezza della struttura ritmica tipicamente pop, è stata messa in discussione tramite dei controtempi interessantissimi della batteria, che contribuiva a dare un'anima più "modern jazz" al brano. Strabilianti gli interventi del sassofono, che purtroppo sostituivano quelli che nella versione da studio eseguiva il kazzoo, culminati con un assolo dalle venature un po' troppo rabbiose per il tenore del brano.
Subito dopo è arrivato uno dei brani che io amo di più in assoluto di tutta la carriera di Paolo Conte: "Lo zio". La versione potrebbe essere definita come una ripresa delle suggestioni più pop presenti in quella da studio, con una loro radicalizzazione completamente a discapito di quelle più jazz. Si potrebbe dire che, addirittura, la frase "Sciuscia ti meriti un dollaro", gridata, abbia suonato con una napoletanità segreta. Il kazoo finalmente ha avuto la parte del leone, suonato con quella rabbia che si è potuta già ampiamente costatare. Il ritornello del brano, intercalato da numerosi "sì", diventava una corsa ad ostacoli, forse per non far notare la semplificazione del finale che, invece del brevissimo ma strabiliante assolo di chitarra elettrica presente nella versione di "Concerti", si è limitato a quattro note eseguite furtivamente da tutta l'orchestra.
Ed eccoci alla perla più lucente dell'ultimo cd del cantautore astigiano, il bolero-swing "L'amore che". Il brano, già in "Psiche" suonato completamente acustico, è una descrizione di ciò che è "l'amore", con il ritmo più romantico che l'America Latina abbia mai dato all'umanità: il bolero cubano. Conte, che in fondo resta un jazzista purissimo per quanto si voglia e sappia inebriare di altre suggestioni, per portare questo ritmo verso di sé, ci mette le spazzole che suonano con una tenebrosità dolce e rilassante. Insuperabili sono stati i dialoghi tra il pianoforte di Conte ed il violino, che spesso e volentieri dava a questo brano venature di tango anni '50.
Ed eccoci, continuando sempre con sonorità latine e con i brani di "Psiche" ma velocizzando decisamente il ritmo, a quella che è stata la sigla del "Giro d'Italia" in una delle sue ultime edizioni. Il brano, intitolato "Silenziosa velocità", lo si potrebbe definire come un pezzo di collegamento tra le "avanguardie storiche" che Conte ama tanto, e quelle che attualmente stanno mettendo in discussione le fondamenta stesse della nostra concezione musicale.
Ed ecco un brano ripreso da "Paris milonga", che mi proverei a definire un po' proustiano. Infatti, come al protagonista della "Récherche" torna tutto in mente tramite la "maddalenina", anche in questo brano i ricordi d'amore del protagonista sembrano turbinare tutti sotto l'effetto del nome femminile "Madeleine", appunto "Maddalena". E' un brano che ormai da diversi anni fa parte di quelli che Conte ama riproporre dal vivo. Le venature esageratamente pop della versione del 1981, si sono dileguate in nome di un maggior romanticismo e della scoperta di un'anima francolatina di questa ballata. Il ritmo di "bolero" che indugia fra la variante spagnola e quella cubana, viene sporcato ma abbellito dal bandoneón che scopre una segreta, insospettata ma bellissima anima francese.
Ed eccoci ad uno dei brani che ha cullato di più la mia infanzia, perché presente nell'album "Paolo Conte live" del 1988, la bellissima "Dancing". Anche qui la leggerezza del brano pop è stata diminuita in favore di interessantissimi controtempi di batteria che scoprono il ritmo di rumba proprio di questa canzone. Il giro strumentale, che nella versione citata sopra era affidato a dei sintetizzatori, veniva eseguito dalla sezione di fiati e dal romanticissimo violino che, pur contrastando con il suo pianto segreto la gaiezza del brano, non la riusciva ad inficiare.
Ecco qui un altro "bolero" alla cubana, dove le venature pop sono state sempre inequivocabilmente presenti. Mi riferisco alla bellissima "Chiamami adesso" rispolverata dal cd "Novecento". E' un brano in minore dove anche gli strumenti di origine etnica e colta, vengono sfidati ad andare verso la semplicità del pop, seppure è una sua variante molto più raffinata, anche piena di risorse classiche. Il giro, infatti, costituito da una decina d'accordi, è sicuramente molto lontano dal concetto di "pop da strapazzo" che oggi si sottintende con questa parola. Il brano è stato tra i più dolci di tutto il concerto, finalmente la rabbia tellurica si era dissolta.
Ed eccoci al classico incontrastato della discografia contiana, la celeberrima, e da qualcuno per questo mal sopportata, "Via con me". Da ormai diversi anni, la modifica più vistosa, è l'aver inserito il bandoneón che, in corrispondenza dell'assolo di xilofono, esegue delle terzine molto interessanti. Il brano, da ormai ventiquattro anni, dall'insuperabile versione di "Concerti", ha acquistato un'anima swing che all'inizio Conte, forse per pudore, aveva nascosto sotto ben più rassicuranti abiti pop.
Ecco uno dei primi inni alla musica e agli strumenti scritti da Paolo Conte, ossia una delle prime canzoni dove la parola, sino ad allora preponderante o comunque con pari dignità rispetto alla musica, ha ufficialmente lasciato molto spazio ai suoni. Il brano, tra i più belli dell'astigiano, è "Max". Il compito di reggere ritmicamente il brano, storicamente affidato alla batteria, è stato invece appannaggio dei sintetizzatori, che hanno portato il brano a finire in diminuendo fino a sfumare, cosiccome era già stato per "Alle prese con una verde milonga". Ricordo una versione di "Max" eseguita al Cinemateatro "Esperia" di Bastia poco più di dieci anni fa, nella quale oltre ad un assolo di chitarra elettrica distorta, Paolo Conte si prodigava in un fa diesis centrale con la voce, ad aiutare il colpo liberatorio della batteria.
Siamo arrivati forse al momento più bello del concerto, una stupenda versione di "Diavolo rosso". Rispetto alla versione di "Appunti di viaggio" e a quella di "Concerti, si assiste ad una messa in secondo piano dell'anima jazz del brano, in favore di quella etnica. La batteria, pur suonata con le bacchette, tocca con una tale raffinatezza che può essere confusa con delle percussioni popolari. Meraviglioso l'assolo di clarino, tipicamente mediorientale, basato su delle iterazioni di scale arabe e su "temperamenti" della nota altrettanto etnici. Anche il violino, subito dopo, ha continuato su questa atmosfera, con interessantissimi passaggi con re di bordone, ma forse ha fatto un effetto meno inebriante di altri suoi interventi.
Un altro esempio di suggestioni classiche "portate" da Paolo Conte verso il suo insostituibile swing, è "Eden". Terzinato di struttura anni '60, ma in fondo anche di matrice Bethoveniana, veniva reso più notturno e meno pop dalle spazzole della batteria. Qui è tornata la rabbia, tradotta però non più come stanchezza per la situazione, ma come voglia di cercare il riposo interiore. Essendo un brano di lode al sassofono, questo strumento, nel suo modello "alto", ha avuto la parte del leone. I soffi rimandavano a certa sensualità tipica di sassofonisti come Lester Young.
Il primo bis, venuto dal fatto che noi non smettessimo di sbattere i piedi dannatamente, è stato "Cuanta pasión", brano che ormai da diversi anni fa da sigla ad una nota rubrica televisiva. Il brano ha perso completamente la sua anima flamenca, che era data dalla presenza di uno dei chitarristi dei Gipsy Kings, per acqwuistarne una più romantica e sudamericana. Durante il brano siamo andati tutti sotto il palco ed abbiamo cantato il ritornello dividendolo con Paolo Conte.... bella atmosfera!
Più deludente è stata la ripresa di "Via con me", che potremmo anche ribattezzare "Corri con me", di cui il cantautore ci ha fatto cantare tutti i ritornelli.
Spero di avervi reso un po' di quel che vi siete persi o avete sentito, ma il consiglio che vi do è di andare a vedere Conte se passa dalle vostre parti!
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