Carissimi lettori, oggi sono particolarmente felice di aggiornare il mio blog, poiché, dopo sette mesi e una settimana di digiuno, ho visto un concerto.
Ieri sera, in un Palaevangelisti gremito, si è esibito Francesco Guccini. E' stato un concerto bellissimo, sia perché noi lo abbiamo accolto come sempre benissimo, sia perché lui stava in forma ed era dispostissimo ad interloquire con il pubblico.
All'inizio, come sempre, ha fatto un po' di "chiacchiere da osteria", anche se su argomenti per niente faceti. Non vorrei si interpretasse male l'espressione "chiacchiere da osteria", è l'unico modo che mi è venuto di definire questa maniera sorniona ma arrabbiata che ha Guccini di affrontare le tematiche d'attualità. Il pavanese, come lui stesso ammette nel libro "Un altro giorno è andato" (Giunti, 2001), ha sempre affrontato i concerti come delle serate da osteria, non a caso infatti si rifiuta di fare molti concerti. Dopo aver ironizzato sul recente Festival di Sanremo ed essersi soffermato sulla corruzione imperante, ha finalmente iniziato a cantare (non perché non mi piaccia la sua rabbia discreta, ma erano tre anni che non lo vedevo e fremevo da non poterne più!).
Come sempre, il concerto è iniziato con quella "Canzone per un'amica" (il cui primo titolo fu "In morte di S.F."), che il cantautore incise all'ultimo momento ed inserì nel suo primo lp quasi per caso. In questi ultimi anni, almeno dalla versione che apre "Anfiteatro live" (2005), il brano tende a perdere la sua anima di ballata per trovarne una un po' più tendente al rock. Sinceramente io resto legata alla versione di "Fra la Via Emilia e il West", che ho sempre trovato perfetta. A Perugia, sin da subito, si è avuto il piacere di ascoltare una voce ben intonata ed un gruppo di grandissimi musicisti, da Juan Carlos "Flaco" Biondini a Roberto Manuzzi, grandissimi suonatori rispettivamente di chitarra ed armonica. Altrettanto presto abbiamo avuto il piacere di sentire i controtempi particolarissimi, ottenuti annullando le pause presenti nella partitura, eseguiti dalla voce del pavanese, che ormai ama molto stendersi sulle parole, viste quasi come un tappeto senza frontiere.
La seconda canzone è stata una delle meno conosciute del repertorio del nostro, intitolata "Il tema" e pubblicata originariamente ne "L'isola non trovata" (1971), album che io non ho mai capito, forse per il suo troppo filosofare. Il brano, comunque, è stato eseguito come un jazz-vals, con leggere venature coltraniane. Hanno fatto capolino, durante tutto il concerto ma qui in particolare, alcune percussioni etniche che impreziosivano il semplice ritmo dato dalla perfetta batteria di Ellade Bandini. Si potevano riconoscere un tamburello basco, che spesso amava rullare, dei campanelli, un triangolo e varie percussioni sudamericane, quasi a rievocare le atmosfere di "world music" antelitteram di "Stanze di vita quotidiana". Purtroppo non vi posso parlare un granché dei testi, infatti il nostro palasport ha un audio a dir poco pessimo.
Si è continuato con un brano il cui ascolto mi ha causato un particolare piacere, la ballata, definita dallo stesso guccini "apocalittica", "Noi non ci saremo". L'arrangiamento, già presentato nel precedente tour del cantautore, è ispirato alla versione incisa dai Nomadi negli anni Sessanta. Le strofe, che noi tutti abbiamo cantato insieme a Guccini, erano però tutte quelle presenti in Folk Beat n. 1, primo disco che contenne la canzone. All'inizio di quasi tutte le strofe, il cantautore eseguiva interessantissimi controtempi da cantante di tango, che data la profondità a cui è arrivata la sua voce, gli si confanno molto.
Si è proseguito con un brano dove la rievocazione delle atmosfere di "Stanze di vita quotidiana", che come abbiamo detto ha caratterizzato tutto il concerto, si è fatta effettiva. Abbiamo infatti avuto il piacere di riascoltare "Canzone delle osterie di fuori porta", in una versione che da un lato presentava l'intimità del semplice accompagnamento da ballata folk di "Fra la via Emilia e il West", dall'altro la lentezza e la raffinatezza tipiche della versione del 1974. Se però da studio questo elemento dava fastidio perché non bilanciato da elementi moderni o cantautorali, qui fa piacere perché è solo un arricchimento, è solo una spezia che condisce e non opprime il sapore di base. Credo, e le considerazioni che Guccini fa durante tutto il libro "Un altro giorno è andato" me lo confermano, che l'ambiente ideale per il cantautore è quello della semplicità del gruppo pop, che si può arricchire o meno di altri elementi, secondo le singole esigenze del momento. La versione originale, così finisco la divagazione "stanzesca", accompagnata da delle tablas indiane che sostituiscono completamente la batteria, è un po' pesante ed innaturale.
Si è proseguito, ispirati sempre da questa nostalgia per il primissimo Guccini, con una versione di "Vedi cara" che ha acquistato venature di blues antico, pur mantenendo la sua inconfondibile struttura di ballata caratterizzata dal finger piking della chitarra classica, che spesso, in questo concerto, è stata sostituita dalle tastiere. Insuperabili, secondo me, sono le versioni contenute in "Due anni dopo" (in studio, 1970) e "Fra la Via Emilia e il West" (live, 1984).
Uno dei momenti più emozionanti della serata, anche se forse avrebbe suonato meglio in un teatro, è stato quello dedicato all'esecuzione di "Canzone quasi d'amore", uno dei brani che ha più cullato la mia infanzia, sia nella versione di Via Paolo Fabbri 43 (che possediamo in vinile), sia in quella live di "Fra la Via Emilia e il West", primo disco di Guccini da me posseduto. La versione di Perugia, ispirata a quella live appena citata, è stata impreziosita, oltreché dall'insostituibile assolo di "Flaco", anche dall'entrata in crescendo in ogni strofa, del basso, delle tastiere e del sassofono. Potrebbe ricordare, a chi avesse la fortuna di sentirla e conoscesse anche l'ultimo Claudio Lolli, l'ambientazione musicale di "Lovesongs", anche date le somiglianze che gli stili dei due cantautori stanno sempre di più trovando.
Sulla stessa atmosfera, anche se arricchita dal convenzionale gruppo ritmico, si è avuta una commovente "Incontro", riportata però alla velocità di "Radici", dalla cui versione, la prima mai incisa di questo brano, si riprende anche un interessantissimo passaggio sul "re quarta", eseguito da "Flaco" con sicurezza assoluta.
Un album del cantautore a cui io sono molto legata, risalente al 1993, è "Parnassius Guccinii". Il cantante, tratta da questo disco, ci ha offerto la dylaniana e bellissima "Farewell", brano con cui un uomo dice poeticamente "Addio" ad una donna. Il brano forse ha perso un po' della sua dolcezza, ma è sempre affascinantissimo. Peccato che Guccini si ostini a non fare "luna fortuna", chacarera argentina contenuta nello stesso cd, che insieme a "Canzone di notte n. 2", è la mia canzone preferita del suo repertorio.
Subito dopo, mi sono emozionata tantissimo, quando ho riascoltato, dopo anni di non frequentazione perché l'album che la contiene lo possiedo in cassetta, "Ti ricordi quei giorni". Il brano, che secondo quanto si dice in "Un altro giorno è andato" è stato scritto contemporaneamente alle primissime canzoni di Guccini degli anni Sessanta, è stato pubblicato solo in "Quasi come Dumas", disco live con il quale il cantautore ha voluto segnalare i vent'anni dalla pubblicazione di "Due anni dopo". La versione pubblicata non me la ricordo per niente, posso dire che a Perugia il brano è stato eseguito con una grandissima intimità, che ha permesso alla chitarra di "Flaco" di fare le sue inconfondibili evoluzioni classico-flamenche. Meraviglioso è stato anche il tappeto swing della batteria.
Subito dopo abbiamo avuto il piacere di sentire due inediti, il primo dei quali era dedicato alla Resistenza, fatto storico che ora è vittima di un grande revisionismo e di una grave relativizzazione. Il brano, la cui musica è di "Flaco", lo si può definire un terzinato con alcune sfumature tangheggianti. Il testo affronta, con grande poesia e realismo, la morte di un partigiano e la veglia fatta dai suoi compagni per ricordarlo "Su in collina". E' veramente emozionante.
Ancora più bello ed emozionante, se possibile, è "Il testamento del pagliaccio", brano che mischia suggestioni di tarantella con influenze swing, con una coda di brano circense. Il testo è una riflessione, secondo alcuni leggera ma comunque forte ed arrabbiata, su una serie di atteggiamenti ora molto in voga. Una piccola parte del pezzo di sassofono che divide le strofe mi ha ricordato la macchietta napoletana "Cupido questo ti fa" di Pisano-Cioffi. Purtroppo, e lo dico con vero dispiacere, questa coppia di canzoni nuove non prelude a niente di nuovo sul fronte discografico, anche se sarebbe ora perché aspettiamo da sei anni!
Subito dopo si è tornati al repertorio conosciuto, con una versione di "Don Chisciotte" che il nostro ha interpretato in duetto con "Flaco" nella parte di Sancho (il grande chitarrista è un ottimo cantante, per scoprirlo si può ascoltare "Poema al Che" da lui musicato e cantato in "Che guevara"). Ovviamente anche noi cantavamo, anche perché nei concerti di Guccini più si va avanti e più si fa effervescente l'atmosfera.
Subito dopo mi sono stupita di me stessa (scusate la parentesi personale!), perché sono riuscita a cantare "Eskimo" per intero. Il brano ha spesso trovato ritmiche oscillanti tra il jazz ed il rock, perdendo conseguentemente un po' della propria struttura di ballata, ma è sempre bellissimo. Anche qui, è abbastanza scontato se mi si conosce ma lo dico, la versione migliore è quella di "Fra la via Emilia e il West".
Direttamente da "D'amore, di morte e di altre sciocchezze", è poi arrivata "Cyrano", che ha fatto impazzire tutto il palasport ma soprattutto i miei amici, che non hanno resistito e se la sono cantata tutta asquarciagola. Effettivamente devo dire che è un brano liberatorio, io ho sempre amato il recitativo iniziale, quel messaggio fortissimo che, però, dato da una voce così profonda e calda come quella di Guccini, acquista un romanticismo strano che ti obbliga a ragionare su cosa ti si dice e non sul come. La versione, purtroppo accompagnata dalla chitarra elettrica che sostituisce la classica, forse perde un po', ma è stata sempre così quindi mi ci sono a malincuore abituata.
Uno dei momenti più commoventi, andando avanti nella scaletta, è senza dubbio la dilatatissima e ricchissima versione de "Il vecchio e il bambino". Qui, contrariamente a ciò che succede in "Fra la via Emilia e il West", Guccini non ha suonato, affidandosi all'accompagnamento della stupenda chitarra di "Flaco". In questa occasione, però, non sono solo le chitarre ad essere protagoniste, entra tutta l'orchestra, che contribuisce a togliere al brano quell'aura di valzer che gli avevano dato i Nomadi, che non permette di esprimersi alla teatralità che si deve mettere nel cantare Guccini. E' ormai sempre più difficile andargli dietro con il canto, il cantautore infatti è pervenuto ad una coscienza davvero invidiabile del fatto che le canzoni gli appartengano, che lo porta a viverle con moltissima libertà. Questo atteggiamento è da me salutato con favore, sino a quando non arriva a quegli eccessi che proibiscono in pieno il canto, quindi nel caso del pavanese è completamente approvato.
Si è avuta, poi, una canzone che Guccini considera forse "un po' banale sia dal punto di vista armonico che del testo", ma che le circostanze in cui viviamo ci obbligano sempre a cantare. Mi riferisco alla "Canzone del bambino nel vento", grazie all'Equipe 84 diventata famosa come "Auschwitz". L'arrangiamento, molto simile a quello di "Quasi come Dumas", se fa perdere al brano la semplicità della struttura terzinata, gli dona in cambio una grande solennità. Qui Guccini riprende la chitarra in mano, accompagnandosi come dovrebbe fare ogni vero cantautore (anche se Guccini non si riconosce in questa definizione).
Subito dopo è arrivata "Dio è morto", che un palasport completamente in delirio ha intonato insieme a Guccini. Il brano, cosiccome avevamo notato per "Eskimo" ed anticipandoci potremmo notare per "Un altro giorno è andato", sta acquistando una certa influenza rock che trovo esagerata. E' comunque sempre bello.
Ed eccoci appunto all'appena citata "Un altro giorno è andato", brano ripreso da quell'"Isola non trovata" che io non ho mai capito. Il brano mi piace, ma credo che l'unica versione buona che ne esiste è quella di "Fra la Via Emilia e il West".
Poteva mancare "La locomotiva"? Ovviamente no! Il concerto si è chiuso con questo brano, che Guccini scrisse in omaggio ai bellissimi canti anarchici di fine Ottocento, di cui effettivamente ricalca certi stilemi, per i quali fu anche accusato di essere un brano grondante di retorica. E' un peccato quando non si capiscono questi omaggi, quando essi sono fatti con arte e non con voglia di scopiazzare. Il brano a cui si ispira il classico gucciniano, sempre secondo quanto affermato dal cantautore pavanese nel già ampiamente citato "Un altro giorno è andato", è il bellissimo "Inno della rivolta" inciso negli anni Settanta dal Gruppo Zeta, per un lp dedicato dai Dischi del sole ai canti anarchici.
E' difficile raccontare i grandi concerti e le forti emozioni, quindi il mio consiglio è sempre quello di andarvi a vedere Guccini non appena passa dalle vostre parti!
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sabato 27 febbraio 2010
sabato 13 febbraio 2010
Al "re della terzina"
Carissimi lettori, torno ad aggiornare il mio diario sulla musica per ricordare il grande Pino Zimba, che due anni fa in un giorno come questo ci lasciava.
Io non posso dire di aver scoperto la pizzica con gli Officina Zoè, anche se poi come sapete sono diventati il mio gruppo preferito, ma "Terra" è stato comunque il secondo disco di musica popolare salentina da me avuto.
Il ricordo più forte di Pino Zimba, però, si lega ad una serata che ebbe luogo in un locale di Perugia dove suonammo insieme. Mi ricordo benissimo il piacere che lui provava nel sentire le mie evoluzioni pianistiche, all'epoca tra l'altro scarne ed incerte, era infatti solo qualche settimana che conoscevo questo genere di musica.
Il mio ricordo di Zimba, insomma, è più basato sull'uomo che sul musicista, che io stimo molto di più con gli Zimbaria piuttosto che con gli Zoè.
La voce di Zimba mi penetra profondamente nell'anima quando sento le sue parti nei film di Winspeare, sul finale di "Sangue vivo" mi commuove sempre. Amo molto quella gravità segreta che si scopre se lo si sente parlare.
Parlando propriamente della sua tecnica tamburellistica, da sempre mi è sembrata un po' esagerata, quel tamburello tirannico, forte, tellurico forse non lo riesco a capire (mea culpa!).
Comunque, tra lui e quelli che lo criticano ma non sanno fare un centesimo di ciò che faceva, è ovvio che preferisco la sua autenticità dirompente.
Il suo Salento è quello delle pizziche ataviche, quello dei ritmi forti e dei giri tradizionali e corposi, cosa che forse l'"Officina" non aveva capito. Trovo sbagliato, infatti, il fatto che sia stato affidato a lui l'inizio di "Sale", brano dalla struttura moderna dove la voce di Cinzia può brillare ma quella dell'aradeino no.
Il cd degli Zimbaria che io amo di più, il primo, quello dove il nostro conta davvero e non è solo un tamburellista, risale al 2004. Ascoltandolo, credo si noti subito l'alleggerimento rispetto alla "grande zavorra" di "Sangue vivo". Ancora il gruppo non si era fatto prendere dalla mania di innovare copiando tutto dagli Zoè dei tempi del suo fondatore, faceva solo musica popolare salentina, non "paranoico-salentina".
L'album, intitolato "Live", mi fece tantissima compagnia in un periodo molto specifico, ma ancora ho piacere di ascoltare alcune sue tracce. Bellissima, nonostante io sia sempre scettica sull'introduzione del tres cubano nella musica popolare salentina, la pizzica in minore "Smarrimento", caratterizzata dall'immancabile crescendo "officiniano-zimbariano".
La voce del nostro si inizia a sentire durante degli stornelli, cantati con strofe che egli stesso ha imparato nella sua militanza negli Ucci, gruppo fondamentale se si vuole capire la mediazione possibile tra tradizione e "riproposta". La voce di Zimba, come sempre, canta su tonalità alte, con il brio che solo i veri cantori tradizionali sanno imprimere alla propria arte.
Il brano più rappresentativo della personalità di Zimba è, secondo me, l'"Aria caddrhipulina", collage di strofe popolari di tematica varia, di una goliardia insostituibile. L'altro brano dove Zimba canta è "Sale", ma preferisco non parlarne.
Spero che chi leggerà questo articolo non pretenda di trovarvi un ritratto di Zimba, questa è solo una parte del "mio" Zimba.
Io non posso dire di aver scoperto la pizzica con gli Officina Zoè, anche se poi come sapete sono diventati il mio gruppo preferito, ma "Terra" è stato comunque il secondo disco di musica popolare salentina da me avuto.
Il ricordo più forte di Pino Zimba, però, si lega ad una serata che ebbe luogo in un locale di Perugia dove suonammo insieme. Mi ricordo benissimo il piacere che lui provava nel sentire le mie evoluzioni pianistiche, all'epoca tra l'altro scarne ed incerte, era infatti solo qualche settimana che conoscevo questo genere di musica.
Il mio ricordo di Zimba, insomma, è più basato sull'uomo che sul musicista, che io stimo molto di più con gli Zimbaria piuttosto che con gli Zoè.
La voce di Zimba mi penetra profondamente nell'anima quando sento le sue parti nei film di Winspeare, sul finale di "Sangue vivo" mi commuove sempre. Amo molto quella gravità segreta che si scopre se lo si sente parlare.
Parlando propriamente della sua tecnica tamburellistica, da sempre mi è sembrata un po' esagerata, quel tamburello tirannico, forte, tellurico forse non lo riesco a capire (mea culpa!).
Comunque, tra lui e quelli che lo criticano ma non sanno fare un centesimo di ciò che faceva, è ovvio che preferisco la sua autenticità dirompente.
Il suo Salento è quello delle pizziche ataviche, quello dei ritmi forti e dei giri tradizionali e corposi, cosa che forse l'"Officina" non aveva capito. Trovo sbagliato, infatti, il fatto che sia stato affidato a lui l'inizio di "Sale", brano dalla struttura moderna dove la voce di Cinzia può brillare ma quella dell'aradeino no.
Il cd degli Zimbaria che io amo di più, il primo, quello dove il nostro conta davvero e non è solo un tamburellista, risale al 2004. Ascoltandolo, credo si noti subito l'alleggerimento rispetto alla "grande zavorra" di "Sangue vivo". Ancora il gruppo non si era fatto prendere dalla mania di innovare copiando tutto dagli Zoè dei tempi del suo fondatore, faceva solo musica popolare salentina, non "paranoico-salentina".
L'album, intitolato "Live", mi fece tantissima compagnia in un periodo molto specifico, ma ancora ho piacere di ascoltare alcune sue tracce. Bellissima, nonostante io sia sempre scettica sull'introduzione del tres cubano nella musica popolare salentina, la pizzica in minore "Smarrimento", caratterizzata dall'immancabile crescendo "officiniano-zimbariano".
La voce del nostro si inizia a sentire durante degli stornelli, cantati con strofe che egli stesso ha imparato nella sua militanza negli Ucci, gruppo fondamentale se si vuole capire la mediazione possibile tra tradizione e "riproposta". La voce di Zimba, come sempre, canta su tonalità alte, con il brio che solo i veri cantori tradizionali sanno imprimere alla propria arte.
Il brano più rappresentativo della personalità di Zimba è, secondo me, l'"Aria caddrhipulina", collage di strofe popolari di tematica varia, di una goliardia insostituibile. L'altro brano dove Zimba canta è "Sale", ma preferisco non parlarne.
Spero che chi leggerà questo articolo non pretenda di trovarvi un ritratto di Zimba, questa è solo una parte del "mio" Zimba.
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venerdì 5 febbraio 2010
Storie di italiani afadistados"
Carissimi lettori, ormai non si contano i progetti che in Italia fanno uso di elementi legati al Fado portoghese, genere di musica molto particolare e malinconico che io amo molto.
A partire dal pionieristico progetto del musicista recanatese Marco Poeta, primo italiano che ha deciso coraggiosamente di fare Fado suonando la "guitarra portuguesa", si è dipanato un mondo di progetti in diverse aree della musica, che hanno tra le loro influenze il canto portoghese. Io, e lo avrete anche capito, sono di base una purista ed ho un personalissimo concetto di "contaminazione" che ho già ampiamente espresso. Non mi starò a dilungare qui su questa galassia di "fado italiano", il pretesto di questo post è quello di darvi un consiglio internauta.
A chi voglia conoscere il Fado in tutte le sue forme e farsi un'opinione libera su questo genere, voglio consigliare il blog di una musicista e studiosa di Fado, Luisa Notarangelo, all'indirizzo http://fadoportoghese.blogspot.com/.
Questo consiglio è il pretesto per spendere due parole su quello che io ritengo sia il miglior progetto di Fado mai portato avanti in Italia, l'Accademia del Fado inaugurata dal già citato chitarrista Marco Poeta. Trovo mirabile il lavoro di questo musicista, grande mio amico con cui ho anche avuto il piacere di suonare in varie occasioni qui a Perugia, perché, pur sfidando il genere ad entrare in contatto con l'italianità, non ne perde mai l'essenza.
La caratteristica particolare di questo musicista è quella di rispettare le effettive pratiche del Fado più tradizionale, anche nelle rare occasioni in cui compone brani propri, che non esegue mai in pubblico ed incide solo in cd ormai penso introvabili. Meravigliose sono le sue "guitarradas", componimenti virtuosistici in cui si evidenzia la ricchezza dello strumento.
Non starò qui a raccontarvi la storia del Fado, perché nel sito web prima consigliato è ampiamente e chiaramente raccontata, vi parlerò un po', con piacere ed emozione, degli episodi che mi legano a Marco Poeta.
Conobbi questo musicista quando, in occasione dei miei diciotto anni, mi fu regalato il suo primo disco, quel "O fado" inciso insieme ad Eugenio Finardi, Francesco di Giacomo ed Elisa Ridolfi, cantante marchigiana portata verso il Fado dallo stesso Poeta.
Io, lo ammetto, sono sempre un po' scettica quando persone non provenienti da un certo ambiente culturale vi si dedicano, ma mi ricordo che per farmi passare lo scetticismo bastarono le prime note de "Le ragazze di Terceira", fadinho spassoso del quale ignoravo beatamente l'esistenza.
Dopo qualche mese ricevo una bellissima lettera da parte di Marco Poeta, con il quale nasce subito un grandissimo affiatamento. Indimenticabili sono i pomeriggi, pochissimi in verità, passati a far "trinar" la sua "guitarra portuguesa" in compagnia del mio pianoforte e della mia voce. Da quei pomeriggi di "Fado vadio" ed informale, iniziarono a nascere le collaborazioni che, innanzitutto, mi portarono ad essere la traduttrice letterale dei testi per il cd "O nosso Fado", dove Marco Poeta reinterpretava alcuni fados "tradicionais" in lingua italiana, nonché ad introdurre, con brevi cenni storici sul genere, alcuni concerti del musicista. Ciò che mi è più rimasto nel cuore, però, è stata la bellissima serata che aprimmo insieme a Palazzo Penna, dove io al pianoforte ed il trio di chitarre di Poeta facemmo un omaggio ad alcuni classici del Fado. Quella serata fu per me la più grande esperienza mai avuta su questo genere, difatti dopo ho iniziato a suonarlo in maniera più titubante e a sentirmi scontenta quando lo facevo da sola.
Sono stata anche ospite del recanatese in occasione dell'inaugurazione ufficiale della sua Accademia del Fado avvenuta a Camerino. Lì ebbi la grandissima emozione di conoscere sia Lucio Dalla, grande mito della mia infanzia per quanto riguarda la canzone d'autore italiana, che Ricardo Ribeiro, che io considero il più grande interprete maschile apparso negli ultimi anni per quanto riguarda la canzone di Lisbona.
Scusate l'eccessiva intimità di questo articolo, ma quando le emozioni che mi causa un argomento sono forti non riesco a scrivere in altro modo.
Concludo dicendo che, secondo me, il blog della Notarangelo (http://fadoportoghese.blogspot.com/) e l'Accademia del Fado di poeta sono ciò che di meglio si è fatto su questa musica in Italia, perché portano ad un'effettiva conoscienza di questa tradizione.
A partire dal pionieristico progetto del musicista recanatese Marco Poeta, primo italiano che ha deciso coraggiosamente di fare Fado suonando la "guitarra portuguesa", si è dipanato un mondo di progetti in diverse aree della musica, che hanno tra le loro influenze il canto portoghese. Io, e lo avrete anche capito, sono di base una purista ed ho un personalissimo concetto di "contaminazione" che ho già ampiamente espresso. Non mi starò a dilungare qui su questa galassia di "fado italiano", il pretesto di questo post è quello di darvi un consiglio internauta.
A chi voglia conoscere il Fado in tutte le sue forme e farsi un'opinione libera su questo genere, voglio consigliare il blog di una musicista e studiosa di Fado, Luisa Notarangelo, all'indirizzo http://fadoportoghese.blogspot.com/.
Questo consiglio è il pretesto per spendere due parole su quello che io ritengo sia il miglior progetto di Fado mai portato avanti in Italia, l'Accademia del Fado inaugurata dal già citato chitarrista Marco Poeta. Trovo mirabile il lavoro di questo musicista, grande mio amico con cui ho anche avuto il piacere di suonare in varie occasioni qui a Perugia, perché, pur sfidando il genere ad entrare in contatto con l'italianità, non ne perde mai l'essenza.
La caratteristica particolare di questo musicista è quella di rispettare le effettive pratiche del Fado più tradizionale, anche nelle rare occasioni in cui compone brani propri, che non esegue mai in pubblico ed incide solo in cd ormai penso introvabili. Meravigliose sono le sue "guitarradas", componimenti virtuosistici in cui si evidenzia la ricchezza dello strumento.
Non starò qui a raccontarvi la storia del Fado, perché nel sito web prima consigliato è ampiamente e chiaramente raccontata, vi parlerò un po', con piacere ed emozione, degli episodi che mi legano a Marco Poeta.
Conobbi questo musicista quando, in occasione dei miei diciotto anni, mi fu regalato il suo primo disco, quel "O fado" inciso insieme ad Eugenio Finardi, Francesco di Giacomo ed Elisa Ridolfi, cantante marchigiana portata verso il Fado dallo stesso Poeta.
Io, lo ammetto, sono sempre un po' scettica quando persone non provenienti da un certo ambiente culturale vi si dedicano, ma mi ricordo che per farmi passare lo scetticismo bastarono le prime note de "Le ragazze di Terceira", fadinho spassoso del quale ignoravo beatamente l'esistenza.
Dopo qualche mese ricevo una bellissima lettera da parte di Marco Poeta, con il quale nasce subito un grandissimo affiatamento. Indimenticabili sono i pomeriggi, pochissimi in verità, passati a far "trinar" la sua "guitarra portuguesa" in compagnia del mio pianoforte e della mia voce. Da quei pomeriggi di "Fado vadio" ed informale, iniziarono a nascere le collaborazioni che, innanzitutto, mi portarono ad essere la traduttrice letterale dei testi per il cd "O nosso Fado", dove Marco Poeta reinterpretava alcuni fados "tradicionais" in lingua italiana, nonché ad introdurre, con brevi cenni storici sul genere, alcuni concerti del musicista. Ciò che mi è più rimasto nel cuore, però, è stata la bellissima serata che aprimmo insieme a Palazzo Penna, dove io al pianoforte ed il trio di chitarre di Poeta facemmo un omaggio ad alcuni classici del Fado. Quella serata fu per me la più grande esperienza mai avuta su questo genere, difatti dopo ho iniziato a suonarlo in maniera più titubante e a sentirmi scontenta quando lo facevo da sola.
Sono stata anche ospite del recanatese in occasione dell'inaugurazione ufficiale della sua Accademia del Fado avvenuta a Camerino. Lì ebbi la grandissima emozione di conoscere sia Lucio Dalla, grande mito della mia infanzia per quanto riguarda la canzone d'autore italiana, che Ricardo Ribeiro, che io considero il più grande interprete maschile apparso negli ultimi anni per quanto riguarda la canzone di Lisbona.
Scusate l'eccessiva intimità di questo articolo, ma quando le emozioni che mi causa un argomento sono forti non riesco a scrivere in altro modo.
Concludo dicendo che, secondo me, il blog della Notarangelo (http://fadoportoghese.blogspot.com/) e l'Accademia del Fado di poeta sono ciò che di meglio si è fatto su questa musica in Italia, perché portano ad un'effettiva conoscienza di questa tradizione.
venerdì 18 settembre 2009
Al rey de Cuba
Carissimi lettori, oggi voglio tornare a scrivere per pagare un debito nei confronti di un artista che mi ha formato molto, onorandomi, in occasione dell'unica sua visita a Perugia, di un concerto privato con lui.
Mi riferisco a Compay Segundo, grande interprete, pur essendo nel ruolo di seconda voce, di musica cubana, specialmente del son, quel ritmo che proprio dalla sua natale zona orientale, ed in particolare da Santiago, si era poi irradiato in tutta l'isola ed in tutto il mondo.
Come molti di voi, pur essendo già un'appassionata di musica cubana, che avevo scoperto tramite i miei numerosi contatti con le comunità hispanoamericane di Perugia, quando ascoltai Buenavista Social club, mi trovai davanti ad un mondo nuovo. Infatti, e dato il mio proverbiale romanticismo non poteva essere altrimenti, la mia passione per la musica di quelle parti si alimentava con numerosi ascolti di "boleros" cantati da artisti come l'Orquesta aragón, José Antonio Mendez, Alberto Beltrán e, soprattutto, con l'ascolto de Los Panchos, grandissimo gruppo messicano ma di matrice molto vicina.
Tramite Buenavista, che io ebbi ben due anni prima che scoppiasse la mania generale causata dal bellissimo film di Win Wenders, scoprii il son ma soprattutto la caldissima e bassissima voce di Compay Segundo. Chi mi conosce, tra l'altro, sa benissimo la mia proverbiale passione per gli strumenti a corda. Ovviamente, fin dai primi ascolti di quel disco, mi avevano colpito le acrobazie del tres cubano di Barbarito Torres, ma soprattutto la delicatezza dell'armonico, strumento da lui inventato e concepito, suonato da Compay Segundo.
Conobbi personalmente il cantante ed autore cubano, quando questi aveva novantadue anni, in occasione di un concerto al palazzetto dello sport di Perugia.
Ebbi l'onore, veramente indimenticabile, di poter partecipare ad una conferenza stampa, tenutasi prima del concerto, dove potei apprezzare l'infinita umanità del trovatore, il quale, intenerito dalla mia giovane età e dalla mia grande passione per la sua musica, decise di concedermi una "suonata" privata con lui.
Il tutto avvenne, in presenza di suo figlio e di pochi altri intimi, in una casa del centro della città. Lì c'era un pianoforte che venne fatto accordare per l'occasione. Me ne ricordo come di uno strumento caratterizzato da un suono scuro e notturno, mi ricordo anche le mie folli improvvisazioni, aiutate dalla ritmica implacabile e rigorosa dell'armonico di Compay.
Un ricordo che mi è molto caro, anche se ormai è abbastanza sbiadito, è quello della partecipazione del grande cantante cubano ad una puntata di "Fuorigiri", trasmissione dedicata alle musiche "altre" condotta una decina di anni fa da Enzo Gentile su Radio 2.
So che parlare di musica latino-americana è ormai controcorrente perché fingete tutti di essere pizzicati, ma io amo le cose quando sono fuori moda, e anche se le investono le vostre mode fugaci, io non per questo mi perdo d'animo o giungo ad amarle per questo.
Quindi, ai lettori curiosi di scoprire quest'uomo saggio, passato dalle coltivazioni di tabacco alla musica e da un oblio ingiusto ad una fama improvvisa, io consiglio il cd "Lo mejor de la vida" edito dalla CGD. Non è una raccolta, è un album di inediti inciso subito dopo Buenavista, insieme al suo gruppo privato, il quale ancora suona, chiamandosi ancora Compay Segundo y sus muchachos. L'album in questione è uno dei dischi più hbelli ed illuminanti su come una tradizione, pur venendo a contatto con altre realtà, in questo caso specifico spesso con quella spagnola e andalusa, rimane orgogliosamente se stessa: nonostante le collaborazioni della cantante Martirio e del chitarrista Raimundo Amador, questo è un cd di son e boleros e non si scappa.
Non vi racconto la storia di Compay, perché è raccontata da molte parti. Io ho solo voluto raccontarvi un "mio" Compay Segundo, per ricordarvi semplicemente la sua esistenza... buon ascolto!
Mi riferisco a Compay Segundo, grande interprete, pur essendo nel ruolo di seconda voce, di musica cubana, specialmente del son, quel ritmo che proprio dalla sua natale zona orientale, ed in particolare da Santiago, si era poi irradiato in tutta l'isola ed in tutto il mondo.
Come molti di voi, pur essendo già un'appassionata di musica cubana, che avevo scoperto tramite i miei numerosi contatti con le comunità hispanoamericane di Perugia, quando ascoltai Buenavista Social club, mi trovai davanti ad un mondo nuovo. Infatti, e dato il mio proverbiale romanticismo non poteva essere altrimenti, la mia passione per la musica di quelle parti si alimentava con numerosi ascolti di "boleros" cantati da artisti come l'Orquesta aragón, José Antonio Mendez, Alberto Beltrán e, soprattutto, con l'ascolto de Los Panchos, grandissimo gruppo messicano ma di matrice molto vicina.
Tramite Buenavista, che io ebbi ben due anni prima che scoppiasse la mania generale causata dal bellissimo film di Win Wenders, scoprii il son ma soprattutto la caldissima e bassissima voce di Compay Segundo. Chi mi conosce, tra l'altro, sa benissimo la mia proverbiale passione per gli strumenti a corda. Ovviamente, fin dai primi ascolti di quel disco, mi avevano colpito le acrobazie del tres cubano di Barbarito Torres, ma soprattutto la delicatezza dell'armonico, strumento da lui inventato e concepito, suonato da Compay Segundo.
Conobbi personalmente il cantante ed autore cubano, quando questi aveva novantadue anni, in occasione di un concerto al palazzetto dello sport di Perugia.
Ebbi l'onore, veramente indimenticabile, di poter partecipare ad una conferenza stampa, tenutasi prima del concerto, dove potei apprezzare l'infinita umanità del trovatore, il quale, intenerito dalla mia giovane età e dalla mia grande passione per la sua musica, decise di concedermi una "suonata" privata con lui.
Il tutto avvenne, in presenza di suo figlio e di pochi altri intimi, in una casa del centro della città. Lì c'era un pianoforte che venne fatto accordare per l'occasione. Me ne ricordo come di uno strumento caratterizzato da un suono scuro e notturno, mi ricordo anche le mie folli improvvisazioni, aiutate dalla ritmica implacabile e rigorosa dell'armonico di Compay.
Un ricordo che mi è molto caro, anche se ormai è abbastanza sbiadito, è quello della partecipazione del grande cantante cubano ad una puntata di "Fuorigiri", trasmissione dedicata alle musiche "altre" condotta una decina di anni fa da Enzo Gentile su Radio 2.
So che parlare di musica latino-americana è ormai controcorrente perché fingete tutti di essere pizzicati, ma io amo le cose quando sono fuori moda, e anche se le investono le vostre mode fugaci, io non per questo mi perdo d'animo o giungo ad amarle per questo.
Quindi, ai lettori curiosi di scoprire quest'uomo saggio, passato dalle coltivazioni di tabacco alla musica e da un oblio ingiusto ad una fama improvvisa, io consiglio il cd "Lo mejor de la vida" edito dalla CGD. Non è una raccolta, è un album di inediti inciso subito dopo Buenavista, insieme al suo gruppo privato, il quale ancora suona, chiamandosi ancora Compay Segundo y sus muchachos. L'album in questione è uno dei dischi più hbelli ed illuminanti su come una tradizione, pur venendo a contatto con altre realtà, in questo caso specifico spesso con quella spagnola e andalusa, rimane orgogliosamente se stessa: nonostante le collaborazioni della cantante Martirio e del chitarrista Raimundo Amador, questo è un cd di son e boleros e non si scappa.
Non vi racconto la storia di Compay, perché è raccontata da molte parti. Io ho solo voluto raccontarvi un "mio" Compay Segundo, per ricordarvi semplicemente la sua esistenza... buon ascolto!
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