Carissimi lettori, anche oggi devo aggiornare questo diario aperiodico sulla musica, ma se spesso lo faccio con grande piacere, oggi lo faccio con il cuore che si spezza.
Come avrete saputo dai media ufficiali in questo giorno si è spento lucio Dalla.
Chi ha letto queste mie note sulla musica sa quanto io abbia amato ed ami questo cantautore.
Aiutata solo dai miei ricordi e così come mi verranno in mente, proverò a scrivere delle "istantanee in prosa" su questa grande figura della musica a tutto tondo.
Non mi ricordo di me senza la musica di Lucio Dalla, il primo ricordo completo è legato ad una cassettina (di cui ho scordato il titolo) dalla quale io amavo pazzamente ascoltare "Sulla rotta di Cristoforo Colombo", canzone scritta da Edaordo De Aangelis, con quelle sue tinte latineggianti che hanno sempre volente o nolente contraddistinto lo stile di questo cantautore e produttore romano.
L'interpretazione di Dalla è suadentissima, nonostante che all'epoca la sua voce fosse da tenore puro, senza quelle coloriture basse che la rendevano così sensuale quando lo si sentiva parlare, sia in tv o per averlo conosciuto direttamente (a me è capitato ma avremo occasione di parlarne tra un pochino).
Un'altra istantanea che potrebbe raccontare il mio rapporto con Dalla è rappresentata da un disco che solo qualche anno fa ho recuperato personalmente, mi riferisco a "Dallamericaruso". L'album è il primo disco live da solista del nostro (il precedente era stato "Banana republic" con De Gregori ma ne parleremo).
"Dallamericaruso" è registrato con gli Stadio di Gaetano Curreri, che avevano accompagnato Dalla in alcuni storici lp degli anni Settanta, in primis i due "Dalla", usciti tra il 1978 ed il 1980.
La cosa bella di questo cd è l'atmosfera di profonda empatia tra il cantante ed il proprio gruppo. Infatti, contrariamente agli storici "Album concerto" (di Guccini ed i Nomadi) ma soprattutto a quei due dischi che De andrè fece con la P.F.M, questo cd non viene da un'esperimento, ma è un ritratot di qualcosa di più ampio.
Il disco si apre con "Caruso", che per me comunque è il moemnto meno bello di tutto l'album. Sinceramente, difatti, non trovo compatibile la voce di Dalla con le atmosfere che impregnano quella canzone, ossia con il mondo del melodramma.
Le cose serie, secondo me ripeto, iniziano con lo snocciolamento da parte di Dalla di versioni folgoranti (è dire poco!) dei suoi maggiori successi.
Da monumento è innanzitutto "Balla balla ballerino", che con l'arrangiamento musicale più rock vede rafforzato il suo testo, già di per sé folgorante. Mi piacciono, qui e per tutto il disco, gli impagabili controtempi della voce di Dalla, che ama far diventare suoni le parole (chi mi ha sentito cantare sa che è raro il momento in cui io faccio questa cosa, ma ciò non toglie che stimo chi la sa fare, da Dalla a Cinzia Marzo!).
Tornando a Dalla e a "Dallamericaruso è bellissima anche "Viaggi organizzati", la cui versione da studio mi desta però profondissima delusione. Nella versione dal vivo sono bellissimi gli accompagnamenti blues che permettono a Lucio Dalla di snocciolare i suoi controtempi da cantante jazz, difatti lui, se non nell'ultimo periodo quando aveva riscoperto l'opera e la melodicità, aveva sempre amato provocare l'ascoltatore non dandogli mai la possibilità di cantare, lasciandolo piuttosto estasiato e rapito dai suoi personali virtuosismi.
Altro brano particolare di "Dallamericaruso" è "4 marzo 1943", che qui perde la sua anima fadista per diventare un canto dal ritmo inclassificabile che sfocia in un finale swing molto convincente.
Tra le versioni live di questo brano è deludente (e sono eufemistica) quella di 2Banana republic", che per altri brani è invece rimasto insuperato, specialmente però per quanto riguarda il repertorio degregoriano. Si ascolti (e si vada in estasi!) la versione di "Quattro cani", dove Dalla delizia gli uditori con un assolo dei suoi col sassofono (bomba!).
Un altro disco che ritengo fondamentale è "Cambio", che io ho amato pazzamente (e lo amo ancora, ovvio!). Al di là della sempre gradevole "Attenti al lupo" (che mia nonna adora...) vi trovano spazio dei gioielli rari come "Comunista" (su testo di Roversi) e "Le rondini". Quest'ultima è una delle canzoni più sognanti che io abbia mai sentito, ha un respiro quasi felliniano.
Stupendo, e giustissimamente tra i dischi più conosciuti di Dalla, c'è "Canzoni", edito nel 1996.
la prima traccia del disco è "Ayrton", con la quale Dalla riprende, maturandola, personalizzandola e perché no stravolgendola, l'idea che fu della bellissima "Nuvolari" di "Automobili" (1976). Il brano questa volta non ha l'incedere da corsa quasi cinematografico del classico citato, qui si assiste ad una ballata lenta ed intima, dove perfino la chitarra elettrica finale si strazia per la morte del grande pilota brasiliano.
Altro successo (meritatissimo!) è "Tu non mi batsti mai", brano che ad un ascolto superficiale e con pregiudizi può sembrare perfino pacchiano, mentre secondo me è un esempio interessante di resa moderna della serenata. La canzone, oltre ad averci un buon testo, è resa il capolavoro che è dalla musica. Il tappeto di strumenti acustici la rende raffinata e leggera, davvero impagabile.
Non ho sicuramente redatto un articolo all'altezza della circostanza, quando ti si strazia il cuore è impossibile scrivere con rilassatezza.
Ciao Lucio, tornatene insieme ai tuoi grandi maestri ed amici Murolo, De Andrè e compagni, ora tocca a loro godere la tua arte!
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giovedì 1 marzo 2012
sabato 21 gennaio 2012
Bigazzi secondo me
Carissimi lettori, l'altro ieri la musica italiana è stata funestata da un lutto importante: è morto Giancarlo Bigazzi.
Come amo fare io con i musicisti ed i parolieri lo ricorderò con un po' di aneddoti e riflessioni su alcune canzoni che ha scritto.
La prima citazione va per uno dei tanti capolavori della carriera di Massimo Ranieri (quando non faceva l'intellettuale che porta la canzone napoletana verso la world music). Il brano è "Rose rosse", pezzo coronato da un'orchestra fantastica. Bello il testo, leggera riflessione sui cambiamenti sociali del boom economico (non critica ma riflette e racconta, anche questo è importante, forse più delle canzoni a orologeria!).
Poi si può citare "Luglio," noto tormentone estivo, di quando in estate si ascoltavano canzoni che oltre ad essere da spiaggia erano anche belle e non scadevano come mozzarelle. Il brano ha una di quelle andature latineggianti che sempre (tutt'ora) connotano spesso e volentieri l'estate, sottolineate dalle marimbe e dalle trombe messicaneggianti.
Notevole è anche "Il carnevale", da Bigazzi scritta per la Caselli, che la interpretava con leggerezza senza tralasciare il pathos del testo, che esprime senza pudicizia il grido d'una persona lasciata dal proprio amante.
Altro tormentone a firma Bigazzi è la bellissima "Lisa dagli occhi blu" cantata dal grande (ma per colpa della semplicità apparente di questa canzone e della nostra superficialità) sottovalutato Mario Tessuto. Nell'interpretazione di Tessuto il brano, su un addio consumato tra i banchi di scuola, diventa un grido di dolore unico.
Meno importante per me, non per questo meno bella, è "Lady Barbara" cantata da Renato dei Profeti (quelli de "Gli occhi verdi dell'amore"). La canzone ha un'aria favolistica, si parla di un amore irraggiungibile, direi perfino un po' gotico.
Dalla collaborazione con Totò Savio (che poi sarà con Bigazzi e Pace una delle anime degli Squallor) nasce "Vent'anni", una di quelle melodie semplici ed aperte che permettono come poche di brillare al grande Massimo Ranieri, raccontando con leggerezza la storia di una vita.
Per Ranieri scrive anche "Erba di casa mia", resoconto nostalgico di esperienze giovanili. Anche questa porta con sé un ritmo lento e asciutto, bella davvero.
Non ho mai amato i fratelli Bella, ma in questo articolo li devo citare tutti e due. Bigazzi per Marcella ha scritto alcune canzoni tra cui mi va di citare la famosa "Montagne verdi", bella ballata nostalgica, che però per me non ha il fascino impareggiabile di "Sole che nasce sole che muore".
Per il fratello scrive "Non si può morire dentro", "Questo amore non si tocca", Più ci penso". Queste tre canzoni fanno di bella un ottimo musicista ma un interprete sfortunato: mamma natura non l'ha dotato di una voce minimamente affascinante.
Per i Camaleonti, insieme a Claudio Cavallaro, scrive alcune canzoni di cui conosco solo "Eternità", ottimo testo, reso pesante da certe trovate discutibili della melodia.
Non amo nemmeno Tozzi ma va detto che Bigazzi scrive per lui canzoni notevoli: non ne posso più delle due canzoni-tormentone "Ti amo" e "Gloria" ma non posso tacere la bellezza, pur nella sua apparente semplicità di "Donna amante mia", la cui tenerezza ha sempre saputo distruggere ogni mio preconcetto.
Facendo un salto di una decina d'anni ci ritroviamo il nome di Bigazzi in quella canzone, tormentone e banale quanto volete ma comunque ben fatta, che è "Si può dare di più", portata da Ruggeri, Tozzi e Morandi al Sanremo 1987 (e vinsero, meglio di chi ha vinto mediamente gli ultimi Sanremo, eccezion fatta per Vecchioni).
Gli anni Settanta sono anche gli anni degli Squallor: ve la ricordate "Trentotto luglio"? Trauma!
Credo che lì la voce da basso (bellissima ma al contempo terrificante per la sua profondità disumana) non appartenga a Bigazzi, comunque tra i componenti del gruppo c'è anche lui.
Negli anni Novanta il Bigazzi (dopo aver spalleggiato gente come Pupo...) fa un errore madornale: produce Marco Masini. Il cantante "disperato" io non lo posso sopportare: troppo triste. Le ultime? Pur di farsi perdonare la tristezza con cui ci ha ammorbato per anni adesso fa l'allegrone!
Sempre grazie a Bigazzi scopriamo il primo emulo di Masini uscito qualche anno dopo: Alessandro Canino. Vi ricordate una canzone patetica e bruttissima chiamata "Brutta"?
Per chi fosse tanto giovane da non ricordarla dirò che è la storia di una ragazzina bruttarella che viene consolata dal protagonista maschile della sua bruttezza durante una festa di compleanno nella quale le sue amiche la lasciano sola.
"E mi piaci tutta: brutta... lo vedi che non sei brutta... crescere è sempre una lotta, ma io ti aiuterò" (vado a memoria, è da un secolo che non ho la grandissima fortuna di imbattermi in questa brutteria suprema).
Grazie al Bigazzi, poi, abbiamo il piacere (si fa per dire...) di scoprire Raffaele Riefoli, a tutti noto come Raff. È del paroliere in questione il testo dell'hit dance "Self control".
Grazie al Bigazzi (santo Dio che robettina...) scopriamo nel 1991 o giù di lì Paolo Vallesi, che con la canzone "Le persone inutili" ci viene a dire che le uniche vere persone sono quelle che non andranno mai sulle pagine dei giornali o nei cortei (ma che amano ogni giorno molto più di noi". Il ritmo, in sé bello, e il testo squallido verranno ripresi dal cantautore anche ne "La forza della vita", perché ritmo che ammorba non si cambia!
Bigazzi è il colpevole per uno dei tormentoni del 1992, la canzone vincitrice della sezione "Nuove proposte" del Festival di Sanremo "Non amarmi". Ancora mi ricordo che la cantavamo a scuola e io, pur essendo una femmina quindi dovendo razionalmente fare la parte di Francesca Alotta, per l'orgoglio di vedere un non vedente come Baldi arrivato fino a lì facevo sempre le parti sue.
Negli anni Novanta, epoca del tramonto degli Squallor, bigazzi intraprende la carriera di compositore di colonne sonore da film (ma è mai possibile che tutti, soprattutto spesso musicisti senza successo compongono per cinema?). È da ricordare, nel caso di uno che non lo ha fatto per mancanza di successo, la bigaziana firma apposta alla colonna sonora di "Mediterraneo" di Gabriele Salvatores.
È del 1992 il capolavoro (e si deve dire!) "Gli uomini non cambiano" interpretata dalla grande (graaaaande) Mia Martini in quel Festival di Sanremo che comunque di chicche ce ne aveva anpiamente sfornate.
È di Bigazzi (oh mamma mia!) la musica di uno dei capolavori del repertorio di Francesco Guccini dal titolo "Cirano".
Adesso, grazie al solito listone di canzoni che la Wikipedia (non deve chiudere, mai sia! dà ripercorriamo un po' meglio le tappe della carriera del nostro.
È del 1969 un altro pezzo del Del Turco molto carino, sempre con le atmosfere latineggianti che andavano tanto allora, intitolato "Cosa hai messo nel caffè". È una canzoncina che racconta con semplicità e leggerezza un innamoramento, metaforizzato dalla presenza di qualcosa di strano nel caffè bevuto dalla donna amata, che darebbe un'eccitazione del tutto speciale. La cantante Lisa Hono ne ha fatto una versione sussurrata e bossanoveggiante per me da scordare.
E anche la canzone "Sole che nasce sole che muore" è nata dalla penna del Bigazzi! Ascoltare tutto ma specialmente il flauto col soffio alla Jetro Tull applicato alla melodia italiana.
Tra i brani dei Camaleonti merita sicuramente una citazione (non per la bellezza, solo per la notorietà) "Perché ti amo". Questa canzone potrebbe essere portata come esempio del fatto che anche il più bel testo può essere ridotto a pattumiera da un arrangiamento penoso e da una musica mal fatta. Per una serenata dalla semplicità quasi popolaresca si impiegano mug, wawa e altri effetti assurdi.
Come si può raccontare la tossicodipendenza con le parole che capirebbe anche un bambino di cinque anni? "Perché lo fai disperata ragazza mia, perché ti fai..." (citazione a memoria dal capolavoro-bruttura di Marco e Giancarlo Bigazzi lanciato dal Masini al Sanremo 1991. Pensate un po' a confrontare questa frase con: "E adesso ridi e ti versi un cucchiaio di mimosa nell'imbuto di un polsino slacciato" (De Andrè, "Giugno '73").
Un po' di polemica c'è forse stata, comunque un altro mito se ne è andato e io così l'ho ricordato.
Come amo fare io con i musicisti ed i parolieri lo ricorderò con un po' di aneddoti e riflessioni su alcune canzoni che ha scritto.
La prima citazione va per uno dei tanti capolavori della carriera di Massimo Ranieri (quando non faceva l'intellettuale che porta la canzone napoletana verso la world music). Il brano è "Rose rosse", pezzo coronato da un'orchestra fantastica. Bello il testo, leggera riflessione sui cambiamenti sociali del boom economico (non critica ma riflette e racconta, anche questo è importante, forse più delle canzoni a orologeria!).
Poi si può citare "Luglio," noto tormentone estivo, di quando in estate si ascoltavano canzoni che oltre ad essere da spiaggia erano anche belle e non scadevano come mozzarelle. Il brano ha una di quelle andature latineggianti che sempre (tutt'ora) connotano spesso e volentieri l'estate, sottolineate dalle marimbe e dalle trombe messicaneggianti.
Notevole è anche "Il carnevale", da Bigazzi scritta per la Caselli, che la interpretava con leggerezza senza tralasciare il pathos del testo, che esprime senza pudicizia il grido d'una persona lasciata dal proprio amante.
Altro tormentone a firma Bigazzi è la bellissima "Lisa dagli occhi blu" cantata dal grande (ma per colpa della semplicità apparente di questa canzone e della nostra superficialità) sottovalutato Mario Tessuto. Nell'interpretazione di Tessuto il brano, su un addio consumato tra i banchi di scuola, diventa un grido di dolore unico.
Meno importante per me, non per questo meno bella, è "Lady Barbara" cantata da Renato dei Profeti (quelli de "Gli occhi verdi dell'amore"). La canzone ha un'aria favolistica, si parla di un amore irraggiungibile, direi perfino un po' gotico.
Dalla collaborazione con Totò Savio (che poi sarà con Bigazzi e Pace una delle anime degli Squallor) nasce "Vent'anni", una di quelle melodie semplici ed aperte che permettono come poche di brillare al grande Massimo Ranieri, raccontando con leggerezza la storia di una vita.
Per Ranieri scrive anche "Erba di casa mia", resoconto nostalgico di esperienze giovanili. Anche questa porta con sé un ritmo lento e asciutto, bella davvero.
Non ho mai amato i fratelli Bella, ma in questo articolo li devo citare tutti e due. Bigazzi per Marcella ha scritto alcune canzoni tra cui mi va di citare la famosa "Montagne verdi", bella ballata nostalgica, che però per me non ha il fascino impareggiabile di "Sole che nasce sole che muore".
Per il fratello scrive "Non si può morire dentro", "Questo amore non si tocca", Più ci penso". Queste tre canzoni fanno di bella un ottimo musicista ma un interprete sfortunato: mamma natura non l'ha dotato di una voce minimamente affascinante.
Per i Camaleonti, insieme a Claudio Cavallaro, scrive alcune canzoni di cui conosco solo "Eternità", ottimo testo, reso pesante da certe trovate discutibili della melodia.
Non amo nemmeno Tozzi ma va detto che Bigazzi scrive per lui canzoni notevoli: non ne posso più delle due canzoni-tormentone "Ti amo" e "Gloria" ma non posso tacere la bellezza, pur nella sua apparente semplicità di "Donna amante mia", la cui tenerezza ha sempre saputo distruggere ogni mio preconcetto.
Facendo un salto di una decina d'anni ci ritroviamo il nome di Bigazzi in quella canzone, tormentone e banale quanto volete ma comunque ben fatta, che è "Si può dare di più", portata da Ruggeri, Tozzi e Morandi al Sanremo 1987 (e vinsero, meglio di chi ha vinto mediamente gli ultimi Sanremo, eccezion fatta per Vecchioni).
Gli anni Settanta sono anche gli anni degli Squallor: ve la ricordate "Trentotto luglio"? Trauma!
Credo che lì la voce da basso (bellissima ma al contempo terrificante per la sua profondità disumana) non appartenga a Bigazzi, comunque tra i componenti del gruppo c'è anche lui.
Negli anni Novanta il Bigazzi (dopo aver spalleggiato gente come Pupo...) fa un errore madornale: produce Marco Masini. Il cantante "disperato" io non lo posso sopportare: troppo triste. Le ultime? Pur di farsi perdonare la tristezza con cui ci ha ammorbato per anni adesso fa l'allegrone!
Sempre grazie a Bigazzi scopriamo il primo emulo di Masini uscito qualche anno dopo: Alessandro Canino. Vi ricordate una canzone patetica e bruttissima chiamata "Brutta"?
Per chi fosse tanto giovane da non ricordarla dirò che è la storia di una ragazzina bruttarella che viene consolata dal protagonista maschile della sua bruttezza durante una festa di compleanno nella quale le sue amiche la lasciano sola.
"E mi piaci tutta: brutta... lo vedi che non sei brutta... crescere è sempre una lotta, ma io ti aiuterò" (vado a memoria, è da un secolo che non ho la grandissima fortuna di imbattermi in questa brutteria suprema).
Grazie al Bigazzi, poi, abbiamo il piacere (si fa per dire...) di scoprire Raffaele Riefoli, a tutti noto come Raff. È del paroliere in questione il testo dell'hit dance "Self control".
Grazie al Bigazzi (santo Dio che robettina...) scopriamo nel 1991 o giù di lì Paolo Vallesi, che con la canzone "Le persone inutili" ci viene a dire che le uniche vere persone sono quelle che non andranno mai sulle pagine dei giornali o nei cortei (ma che amano ogni giorno molto più di noi". Il ritmo, in sé bello, e il testo squallido verranno ripresi dal cantautore anche ne "La forza della vita", perché ritmo che ammorba non si cambia!
Bigazzi è il colpevole per uno dei tormentoni del 1992, la canzone vincitrice della sezione "Nuove proposte" del Festival di Sanremo "Non amarmi". Ancora mi ricordo che la cantavamo a scuola e io, pur essendo una femmina quindi dovendo razionalmente fare la parte di Francesca Alotta, per l'orgoglio di vedere un non vedente come Baldi arrivato fino a lì facevo sempre le parti sue.
Negli anni Novanta, epoca del tramonto degli Squallor, bigazzi intraprende la carriera di compositore di colonne sonore da film (ma è mai possibile che tutti, soprattutto spesso musicisti senza successo compongono per cinema?). È da ricordare, nel caso di uno che non lo ha fatto per mancanza di successo, la bigaziana firma apposta alla colonna sonora di "Mediterraneo" di Gabriele Salvatores.
È del 1992 il capolavoro (e si deve dire!) "Gli uomini non cambiano" interpretata dalla grande (graaaaande) Mia Martini in quel Festival di Sanremo che comunque di chicche ce ne aveva anpiamente sfornate.
È di Bigazzi (oh mamma mia!) la musica di uno dei capolavori del repertorio di Francesco Guccini dal titolo "Cirano".
Adesso, grazie al solito listone di canzoni che la Wikipedia (non deve chiudere, mai sia! dà ripercorriamo un po' meglio le tappe della carriera del nostro.
È del 1969 un altro pezzo del Del Turco molto carino, sempre con le atmosfere latineggianti che andavano tanto allora, intitolato "Cosa hai messo nel caffè". È una canzoncina che racconta con semplicità e leggerezza un innamoramento, metaforizzato dalla presenza di qualcosa di strano nel caffè bevuto dalla donna amata, che darebbe un'eccitazione del tutto speciale. La cantante Lisa Hono ne ha fatto una versione sussurrata e bossanoveggiante per me da scordare.
E anche la canzone "Sole che nasce sole che muore" è nata dalla penna del Bigazzi! Ascoltare tutto ma specialmente il flauto col soffio alla Jetro Tull applicato alla melodia italiana.
Tra i brani dei Camaleonti merita sicuramente una citazione (non per la bellezza, solo per la notorietà) "Perché ti amo". Questa canzone potrebbe essere portata come esempio del fatto che anche il più bel testo può essere ridotto a pattumiera da un arrangiamento penoso e da una musica mal fatta. Per una serenata dalla semplicità quasi popolaresca si impiegano mug, wawa e altri effetti assurdi.
Come si può raccontare la tossicodipendenza con le parole che capirebbe anche un bambino di cinque anni? "Perché lo fai disperata ragazza mia, perché ti fai..." (citazione a memoria dal capolavoro-bruttura di Marco e Giancarlo Bigazzi lanciato dal Masini al Sanremo 1991. Pensate un po' a confrontare questa frase con: "E adesso ridi e ti versi un cucchiaio di mimosa nell'imbuto di un polsino slacciato" (De Andrè, "Giugno '73").
Un po' di polemica c'è forse stata, comunque un altro mito se ne è andato e io così l'ho ricordato.
domenica 18 dicembre 2011
"Sodade": ricordo di Cesaria
Carissimi lettori, la musica capoverdiana oggi è di lutto, difatti ieri se ne è andata la più grande voce dell'arcipelago, la cantante di Mornas e Coladeras Cesaria Evora.
Per descrivere i generi di musica capoverdiani, alcuni portoghesi, forse con un po' di megalomania ma comunque realisticamente, dicono che sono "fados con ritmo".
Per me, sinceramente, pur avendo sentito altri cantanti capoverdiani, nessuno ha l'espressività dolcemente strappacuore della voce di Cesaria.
L'album a cui io sono più legata è "Café Atlántico", disco del 1999 dove, oltre a Mornas e Coladeras, si assiste anche all'interpretazione di brani in portoghese ("Negue", classico brasiliano) e in spagnolo ("Maria Helena"). Per motivi ovvi, legati alla lingua, rende di più l'interpretazione intima del primo brano, piuttosto che quella del secondo, dove comunque c'è un bellissimo arrangiamento.
Le canzoni di Cesaria sono cantate in creolo, una lingua nata dal contatto tra il portoghese, lingua dei colonizzatori europei, e i dialetti africani autoctoni. Purtroppo io non capisco molto i testi, ma spesso essi sono animati da un senso quasi ecumenico, che forse la nostra musica (sia leggera che popolare) dovrebbe riscoprire.
Bella la voce dell'Evora, che era dolce ma potente, leggera e malinconica.
Gli ultimi album, come i primi, usciti tra l'altro quando la cantante aveva più di quarant'anni, non sono forse perfetti. Le due gemme che costellano la sua discografia sono, almeno per me, "Café Atlántico" (già citato ma "repetita iuvant") e "São Vicente di longe".
Scusate se questo articolo non può assolutamente ambire ad essere il ritratto di questo genio capoverdiano, è stato l'unico modo che ho trovato per sfogare la mia tristezza.
Per descrivere i generi di musica capoverdiani, alcuni portoghesi, forse con un po' di megalomania ma comunque realisticamente, dicono che sono "fados con ritmo".
Per me, sinceramente, pur avendo sentito altri cantanti capoverdiani, nessuno ha l'espressività dolcemente strappacuore della voce di Cesaria.
L'album a cui io sono più legata è "Café Atlántico", disco del 1999 dove, oltre a Mornas e Coladeras, si assiste anche all'interpretazione di brani in portoghese ("Negue", classico brasiliano) e in spagnolo ("Maria Helena"). Per motivi ovvi, legati alla lingua, rende di più l'interpretazione intima del primo brano, piuttosto che quella del secondo, dove comunque c'è un bellissimo arrangiamento.
Le canzoni di Cesaria sono cantate in creolo, una lingua nata dal contatto tra il portoghese, lingua dei colonizzatori europei, e i dialetti africani autoctoni. Purtroppo io non capisco molto i testi, ma spesso essi sono animati da un senso quasi ecumenico, che forse la nostra musica (sia leggera che popolare) dovrebbe riscoprire.
Bella la voce dell'Evora, che era dolce ma potente, leggera e malinconica.
Gli ultimi album, come i primi, usciti tra l'altro quando la cantante aveva più di quarant'anni, non sono forse perfetti. Le due gemme che costellano la sua discografia sono, almeno per me, "Café Atlántico" (già citato ma "repetita iuvant") e "São Vicente di longe".
Scusate se questo articolo non può assolutamente ambire ad essere il ritratto di questo genio capoverdiano, è stato l'unico modo che ho trovato per sfogare la mia tristezza.
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mercoledì 14 settembre 2011
Ciao Gino!
Carissimi lettori, sono due giorni che lascio in silenzio la mia anima, è tempo invece di ricordare un altro grande della musica italiana che ci ha lasciato domenica scorsa. Infatti, all'età di ottantasei anni se ne è andato il più grande baritono (opinione personale e discutibile) che la musica leggera abbia mai potuto vantare.
Mi riferisco al grande Gino Latilla, che viene ora ricordato solo per "Vecchio scarpone" (presentata al Sanremo1953) e "Tutte le mamme", vincitrice del Sanremo 1954. Questo brano, come avveniva nei festival storici, venne cantato dal nostro in coppia con il tenore bolognese Giorgio Consolini. Entrambe le versioni sono presenti su Youtube (quella di Latilla grazie a mrclimonmusica, quella di Consolini grazie a Mazzone1). La solennità della voce di Latilla per me è molto più affascinante, fa provare sensazioni molto più forte. Questa mia passione potrebbe anche essere semplicemente dovuta alla rarità del timbro di baritono, che oggigiorno è solo prerogativa della lirica, difatti la musica leggera è il regno della più totale disimpostazione vocale, delle voci senza personalità, tanto se sono stonate si truccano.
Si deve a Latilla anche la scoperta di un altro grande, il contrabbassista, violinista e compositore torinese Fred Buscaglione (1921-1960). Difatti negli anni Cinquanta, checché ne dicano certi cultori del jazz estremisti, la nostra inconfondibile melodicità italiana amava adagiarsi spesso su tappeti jazz. È il caso del brano bellissimo, ma poco conosciuto, dal titolo "Scusami", interpretato da Latilla nel Festival di Sanremo del 1957.
Sul mercato, oggi come oggi, di Latilla si trova pochissimo, oltretutto niente di veramente storico. Difatti solitamente io sono contraria a tutti quei dischi dove i cantanti ricantano i loro successi, infatti è raro che questi progetti poi portino ad esperimenti di vera qualità e siano fatti pensando alla raffinatezza delle orchestrazioni, caratteristica basilare delle registrazioni anni Cinquanta. Sperando che il lugubre fatto accaduto domenica 11settembre (ora data funesta anche per la musica italiana, non solo per il Cile e gli Stati Uniti) faccia ristampare qualcosa, cito "Una voce senza tramonto" della Cetra, rigorosamente introvabile.
Buon ascolto, riscoprite le grandi voci della nostra canzone!
Mi riferisco al grande Gino Latilla, che viene ora ricordato solo per "Vecchio scarpone" (presentata al Sanremo1953) e "Tutte le mamme", vincitrice del Sanremo 1954. Questo brano, come avveniva nei festival storici, venne cantato dal nostro in coppia con il tenore bolognese Giorgio Consolini. Entrambe le versioni sono presenti su Youtube (quella di Latilla grazie a mrclimonmusica, quella di Consolini grazie a Mazzone1). La solennità della voce di Latilla per me è molto più affascinante, fa provare sensazioni molto più forte. Questa mia passione potrebbe anche essere semplicemente dovuta alla rarità del timbro di baritono, che oggigiorno è solo prerogativa della lirica, difatti la musica leggera è il regno della più totale disimpostazione vocale, delle voci senza personalità, tanto se sono stonate si truccano.
Si deve a Latilla anche la scoperta di un altro grande, il contrabbassista, violinista e compositore torinese Fred Buscaglione (1921-1960). Difatti negli anni Cinquanta, checché ne dicano certi cultori del jazz estremisti, la nostra inconfondibile melodicità italiana amava adagiarsi spesso su tappeti jazz. È il caso del brano bellissimo, ma poco conosciuto, dal titolo "Scusami", interpretato da Latilla nel Festival di Sanremo del 1957.
Sul mercato, oggi come oggi, di Latilla si trova pochissimo, oltretutto niente di veramente storico. Difatti solitamente io sono contraria a tutti quei dischi dove i cantanti ricantano i loro successi, infatti è raro che questi progetti poi portino ad esperimenti di vera qualità e siano fatti pensando alla raffinatezza delle orchestrazioni, caratteristica basilare delle registrazioni anni Cinquanta. Sperando che il lugubre fatto accaduto domenica 11settembre (ora data funesta anche per la musica italiana, non solo per il Cile e gli Stati Uniti) faccia ristampare qualcosa, cito "Una voce senza tramonto" della Cetra, rigorosamente introvabile.
Buon ascolto, riscoprite le grandi voci della nostra canzone!
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sabato 12 marzo 2011
Dedicato a Nilla
Carissimi lettori, oggi devo aggiornare il mio blog per un motivo inaspettato, per commentare una notizia triste. Oggi ci ha lasciato Nilla Pizzi, la prima grande regina della canzone melodica all'italiana, quella che rappresenta, anche se noi lo neghiamo, il nostro più inconfondibile modo di cantare e sentire la musica.
Io ho scoperto questa cantante di recente, anche se le mie nonne, ovviamente l'hanno sempre profondamente ammirata. Io purtroppo, fino a relativamente poco tempo fa, ero vittima della presunzione stupida ed intellettualistica che mette un muro nei confronti delle canzoni sentimentali e soprattutto nei confronti di certe tecniche canore. Invece mi ritrovo qui a consigliarvi di cuore di scoprire questa cantante dallo spirito indomito e cangiante, che ha portato il meglio dell'italianità nel mondo. Pensandoci bene, forse, noi italiani siamo l'unico paese a non avere orgoglio del proprio modo di cantare, che spesso sostituiamo con un becero scimmiottamento delle vocalizzazioni di altre provenienze (soprattutto americane, perché per noi il mondo sono solo gli Stati Uniti!). La voce della Pizzi, impostata e preparata al "bel canto" leggero italiano, è fortunatamente apprezzata da alcuni cultori della musica anni Quaranta e Cinquanta come maxmenox60 (www.youtube.com/maxmenox60), che permettono a chi gira per il web di togliersi dalla testa i suoi infondati pregiudizi.
A favore della Pizzi, oltretutto, c'è il suo essere una cantante veramente "nazionale" ed universale. La cantante bolognese, difatti, ha cantato nei principali dialetti d'Italia (ha vinto il Festival di Napoli del 1952 in coppia con Franco Ricci, quello della canzone siciliana) e si è prodigata anche in alcuni dialetti del nord come il vicentino. In tutti i casi la Pizzi ha dimostrato una bravura grandiosa, si riscopra il brano "Maggio napulitano" da lei inciso nel 1957.
Con lei l'ultima grande voce femminile degli anni Quaranta e Cinquanta, di quella generazione che ha saputo fare il ponte tra swing, melodia italiana e ritmi sudamericani, si spegne lasciando un vuoto incolmabile per chi ancora crede che l'identità musicale italiana ha il diritto-dovere di rivendicare la propria autonomia e le proprie radici, non in senso autarchico ovviamente, ma proprio per poter avere una visibilità mondiale non imposta dai media di massa ma filtrata da un naturale passa-parola tra le genti.
In questo centocinquantenario bisfrattato, l'Italia dovrebbe approfittare di questi esempi di "cantores nacionales" (per dirla alla Argentina), per cimentare un'identità che sia davvero basata su ciò che ci caratterizza davvero e non su ciò che ci impongono di essere o di sentire.
Io ho scoperto questa cantante di recente, anche se le mie nonne, ovviamente l'hanno sempre profondamente ammirata. Io purtroppo, fino a relativamente poco tempo fa, ero vittima della presunzione stupida ed intellettualistica che mette un muro nei confronti delle canzoni sentimentali e soprattutto nei confronti di certe tecniche canore. Invece mi ritrovo qui a consigliarvi di cuore di scoprire questa cantante dallo spirito indomito e cangiante, che ha portato il meglio dell'italianità nel mondo. Pensandoci bene, forse, noi italiani siamo l'unico paese a non avere orgoglio del proprio modo di cantare, che spesso sostituiamo con un becero scimmiottamento delle vocalizzazioni di altre provenienze (soprattutto americane, perché per noi il mondo sono solo gli Stati Uniti!). La voce della Pizzi, impostata e preparata al "bel canto" leggero italiano, è fortunatamente apprezzata da alcuni cultori della musica anni Quaranta e Cinquanta come maxmenox60 (www.youtube.com/maxmenox60), che permettono a chi gira per il web di togliersi dalla testa i suoi infondati pregiudizi.
A favore della Pizzi, oltretutto, c'è il suo essere una cantante veramente "nazionale" ed universale. La cantante bolognese, difatti, ha cantato nei principali dialetti d'Italia (ha vinto il Festival di Napoli del 1952 in coppia con Franco Ricci, quello della canzone siciliana) e si è prodigata anche in alcuni dialetti del nord come il vicentino. In tutti i casi la Pizzi ha dimostrato una bravura grandiosa, si riscopra il brano "Maggio napulitano" da lei inciso nel 1957.
Con lei l'ultima grande voce femminile degli anni Quaranta e Cinquanta, di quella generazione che ha saputo fare il ponte tra swing, melodia italiana e ritmi sudamericani, si spegne lasciando un vuoto incolmabile per chi ancora crede che l'identità musicale italiana ha il diritto-dovere di rivendicare la propria autonomia e le proprie radici, non in senso autarchico ovviamente, ma proprio per poter avere una visibilità mondiale non imposta dai media di massa ma filtrata da un naturale passa-parola tra le genti.
In questo centocinquantenario bisfrattato, l'Italia dovrebbe approfittare di questi esempi di "cantores nacionales" (per dirla alla Argentina), per cimentare un'identità che sia davvero basata su ciò che ci caratterizza davvero e non su ciò che ci impongono di essere o di sentire.
venerdì 23 luglio 2010
venerdì 9 luglio 2010
giovedì 8 luglio 2010
Ricordo triestino (A Lelio Luttazzi)
Carissimi lettori, avrete notato che ormai questo blog non si aggiorna più settimanalmente. Sappiate che ciò non dipende per niente dalla mia volontà, ma solo dalla carissima "mamma rai", che dimenticandosi dei suoi figli non vedenti ha pensato bene di rendere introvabile il podcasting di "canzonenapoletana@rai.it".
Purtroppo oggi devo scrivere per un motivo doloroso, perché il grande jazzista, pianista, presentatore televisivo, cantante e compositore Lelio Luttazzi ci ha lasciati questa notte.
Questo articolo non sarà una sua biografia, cosa che d'altronde non faccio mai, ma solo un excursus tra le canzoni sue da me più amate, o anche tra quelle che non sapevo fossero sue ma io altrettanto amo, vedremo!
Il percorso comincia con "Vecchia America", brano scritto dal musicista triestino nel 1951, reso celebre da quello che per me è il più grande gruppo vocale che l'Italia possa vantare, il Quartetto Cetra. Il brano permette veramente al gruppo di dare il massimo per quanto riguarda gli impasti vocali, in quanto possiede una melodia aperta e ricca. È un omaggio ad una terra che si ama, da parte di una generazione che non ne è schiava (come spesso siamo oggi), ma ha appreso un'altra cultura come forma di arricchire la propria. Questo atteggiamento si riscontra nell'insieme di elementi italiani ed americani che costellano il brano, che non diventa mai una scimmiottatura gratuita di modelli, ma si dimostra piuttosto una loro reinterpretazione fortemente personale. La si può trovare, in versione rigorosamente originale ma ben restaurata, nel quarto numero della collana sulla musica anni Cinquanta uscita in edicola qualche tempo fa.
Subito dopo si arriva ad una geniale interpretazione di Mina intitolata "Una zebra a pois", che gioca con ironia forte ma rispettosa su questo bellissimo ed ora bisfrattato mito della serenata, rivolgendo le parole d'amore non ad una donna ma ad una zebra. Musicalmente il brano è a dir poco ricco, cosa che ha fatto dimenticare il suo massiccio sfruttamento. l'inizio è quasi classico e porta con sé una melodia mista di rimandi blues e italiani, mentre il ritornello arriva ad uno sfrenatissimo twist giocato su un giro di blues convenzionale, seguito da dei vocalizzi sulla parola "pois", basati sulla ripetizione di due note su uno sfondo di un accordo solo. Veramente geniale, anche perché citare Dante per una canzone su una zebra non mi pare esattamente da tutti!
Troviamo poi la canzone che mi ha fatto accorgere dell'esistenza di questo artista dalla fantasia sfrenata, la geniale "Legata ad uno scoglio". Forse è un po' esagerato fare discorsi come. "Forse sarà un po' scomodo, ma l'amore è anche sacrificio (o sacrifizio!). non ti ho portata al mare per farti sbaciucchiare dal giovane leone Bevilacqua Vinicio (o Vinizio!), ma meglio che ammazzare una donna per gelosia come sento dire da troppe parti, questo è sicuro. Anche questa è una canzone dall'andamento spudoratamente swing, dall'armonia ricchissima, che Luttazzi interpreta con una verve totale, sentitevela se non ve la ricordate e ridete a crepapelle (io lo faccio tutte le santissime volte che la sento!).
So di non aver dato un buon ritratto di Luttazzi, ma voi sapete che io scrivo per attizzare la vostra curiosità, non per sservirvi tutto su un piatto d'argento (non c'è polemica!).
Ai jazzisti moderni mi sento di dire che, forse, se riscoprissero questo grande del pianismo jazz dal tocco impetuoso e battente, sarebbero meno sofisticati ma più profondamente legati ad una tradizione di jazz che, nonostante i grandi successi che miete, ha perso la sua più profonda identità perché scimmiotta ciò che avviene in America (tranne qualche salutarissima eccezione!).
Purtroppo oggi devo scrivere per un motivo doloroso, perché il grande jazzista, pianista, presentatore televisivo, cantante e compositore Lelio Luttazzi ci ha lasciati questa notte.
Questo articolo non sarà una sua biografia, cosa che d'altronde non faccio mai, ma solo un excursus tra le canzoni sue da me più amate, o anche tra quelle che non sapevo fossero sue ma io altrettanto amo, vedremo!
Il percorso comincia con "Vecchia America", brano scritto dal musicista triestino nel 1951, reso celebre da quello che per me è il più grande gruppo vocale che l'Italia possa vantare, il Quartetto Cetra. Il brano permette veramente al gruppo di dare il massimo per quanto riguarda gli impasti vocali, in quanto possiede una melodia aperta e ricca. È un omaggio ad una terra che si ama, da parte di una generazione che non ne è schiava (come spesso siamo oggi), ma ha appreso un'altra cultura come forma di arricchire la propria. Questo atteggiamento si riscontra nell'insieme di elementi italiani ed americani che costellano il brano, che non diventa mai una scimmiottatura gratuita di modelli, ma si dimostra piuttosto una loro reinterpretazione fortemente personale. La si può trovare, in versione rigorosamente originale ma ben restaurata, nel quarto numero della collana sulla musica anni Cinquanta uscita in edicola qualche tempo fa.
Subito dopo si arriva ad una geniale interpretazione di Mina intitolata "Una zebra a pois", che gioca con ironia forte ma rispettosa su questo bellissimo ed ora bisfrattato mito della serenata, rivolgendo le parole d'amore non ad una donna ma ad una zebra. Musicalmente il brano è a dir poco ricco, cosa che ha fatto dimenticare il suo massiccio sfruttamento. l'inizio è quasi classico e porta con sé una melodia mista di rimandi blues e italiani, mentre il ritornello arriva ad uno sfrenatissimo twist giocato su un giro di blues convenzionale, seguito da dei vocalizzi sulla parola "pois", basati sulla ripetizione di due note su uno sfondo di un accordo solo. Veramente geniale, anche perché citare Dante per una canzone su una zebra non mi pare esattamente da tutti!
Troviamo poi la canzone che mi ha fatto accorgere dell'esistenza di questo artista dalla fantasia sfrenata, la geniale "Legata ad uno scoglio". Forse è un po' esagerato fare discorsi come. "Forse sarà un po' scomodo, ma l'amore è anche sacrificio (o sacrifizio!). non ti ho portata al mare per farti sbaciucchiare dal giovane leone Bevilacqua Vinicio (o Vinizio!), ma meglio che ammazzare una donna per gelosia come sento dire da troppe parti, questo è sicuro. Anche questa è una canzone dall'andamento spudoratamente swing, dall'armonia ricchissima, che Luttazzi interpreta con una verve totale, sentitevela se non ve la ricordate e ridete a crepapelle (io lo faccio tutte le santissime volte che la sento!).
So di non aver dato un buon ritratto di Luttazzi, ma voi sapete che io scrivo per attizzare la vostra curiosità, non per sservirvi tutto su un piatto d'argento (non c'è polemica!).
Ai jazzisti moderni mi sento di dire che, forse, se riscoprissero questo grande del pianismo jazz dal tocco impetuoso e battente, sarebbero meno sofisticati ma più profondamente legati ad una tradizione di jazz che, nonostante i grandi successi che miete, ha perso la sua più profonda identità perché scimmiotta ciò che avviene in America (tranne qualche salutarissima eccezione!).
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venerdì 30 aprile 2010
Chi si ricorda di Stefano Rosso?
Carissimi lettori, oggi torno da voi per quella voglia irrefrenabile di parlare e ricordare che ogni tanto mi prende. Questa volta non parlerò di un artista a cui mi legano particolari ricordi personali, anzi parlerò di uno degli artisti che conosco di meno, anche se la mia stima per lui è profonda.
Mi riferisco ad un grande e dimenticato cantautore, morto il 17 settembre 2008, a cui nessun telegiornale ha pensato bene di dedicare un servizietto minimamente decente. Il cantautore in questione si chiamava Stefano Rosso, ed è ricordato dai più solo per "Una storia disonesta", di cui è rimasta nella memoria solo quella coppia di versi che dicono "che bello
una chitarra, due amici e uno spinello".
E' a dir poco grave questa riduzione e questa rimozione, di cui è stato vittima questo artista che, forse come nessuno, ha saputo ritrarre gli anni Settanta vedendo le cose dal punto di vista giocoso, ma con la stessa forza che Claudio Lolli ed altri mettevano nella cruda denuncia.
La voce di Stefano Rosso dà l'idea dello stornellatore romano, ma la sua tecnica chitarristica, per niente banale, rimanda all'America. E' padrone di uno dei diteggiamenti più buoni che mi sia stato mai dato di sentire, a me che di chitarra non ci capisco niente ma di musica forse qualcosetta sì.
I suoi accordi, basta ascoltare "Anche se fosse peggio", brano che chiude l'lp "Una storia disonesta" per accorgersene, non sono mai banali, ama la semplicità ma non la routine.
Con lui anche la chitarra acustica, strumento che soprattutto per il repertorio italiano non ha mai riscosso le mie simpatie, ha il suo fascino ed anche una certa raffinatezza.
I suoi testi, raccontando la situazione di allora con mordente forse unico, sono di un profetico che veramente fa paura. Trovo meraviglioso l'inizio del ritornello di "Colpo di Stato", quando il nostro afferma: "Colpo di Stato"!
Ma che colpo se lo Stato poi non c'è!".
Bellissimo anche il ritratto dell'Italia con cui cesella la canzone "L'italiano" portata al Sanremo 1980, ma quelli erano altri tempi!
Magari oggi esistesse uno Stefano Rosso. Forse come stile ne abbiamo tanti. Ma quanta sincerità hanno questi "impegnati da strapazzo"? E dove sta un buon cantautore che, dopo lasciati i fasti delle case discografiche, ha il coraggio di autoprodursi sette cd in sei anni?
Stefano Rosso era quello che secondo me dovrebbe sempre essere un cantautore: uno che suona e canta, dialogando molto con se stesso, anche per distinguersi da quello che succede nella sporca ed insopportabile musica leggera.
Non so quanti di voi se lo ricordano, ma era veramente un grande.
Non so dirvi come mi sia arrivato alle orecchie, ma mi ricordo benissimo di aver avuto (e credo ancora di averla anche se non la uso più!) una cassettina con i suoi primi due vinili, incisa da mio zio. Io ho sempre amato canzoni anche minori come "Basta un'ora sola", o "l'osteria del tempo perso".
Spero di avervi ridestato la curiosità per questo grande dimenticato, e facciamo noi privatamente ciò che nessuno vuol fare: ricordiamocelo da noi e tra noi, riascoltandoci i suoi bei e rari dischi.
Mi riferisco ad un grande e dimenticato cantautore, morto il 17 settembre 2008, a cui nessun telegiornale ha pensato bene di dedicare un servizietto minimamente decente. Il cantautore in questione si chiamava Stefano Rosso, ed è ricordato dai più solo per "Una storia disonesta", di cui è rimasta nella memoria solo quella coppia di versi che dicono "che bello
una chitarra, due amici e uno spinello".
E' a dir poco grave questa riduzione e questa rimozione, di cui è stato vittima questo artista che, forse come nessuno, ha saputo ritrarre gli anni Settanta vedendo le cose dal punto di vista giocoso, ma con la stessa forza che Claudio Lolli ed altri mettevano nella cruda denuncia.
La voce di Stefano Rosso dà l'idea dello stornellatore romano, ma la sua tecnica chitarristica, per niente banale, rimanda all'America. E' padrone di uno dei diteggiamenti più buoni che mi sia stato mai dato di sentire, a me che di chitarra non ci capisco niente ma di musica forse qualcosetta sì.
I suoi accordi, basta ascoltare "Anche se fosse peggio", brano che chiude l'lp "Una storia disonesta" per accorgersene, non sono mai banali, ama la semplicità ma non la routine.
Con lui anche la chitarra acustica, strumento che soprattutto per il repertorio italiano non ha mai riscosso le mie simpatie, ha il suo fascino ed anche una certa raffinatezza.
I suoi testi, raccontando la situazione di allora con mordente forse unico, sono di un profetico che veramente fa paura. Trovo meraviglioso l'inizio del ritornello di "Colpo di Stato", quando il nostro afferma: "Colpo di Stato"!
Ma che colpo se lo Stato poi non c'è!".
Bellissimo anche il ritratto dell'Italia con cui cesella la canzone "L'italiano" portata al Sanremo 1980, ma quelli erano altri tempi!
Magari oggi esistesse uno Stefano Rosso. Forse come stile ne abbiamo tanti. Ma quanta sincerità hanno questi "impegnati da strapazzo"? E dove sta un buon cantautore che, dopo lasciati i fasti delle case discografiche, ha il coraggio di autoprodursi sette cd in sei anni?
Stefano Rosso era quello che secondo me dovrebbe sempre essere un cantautore: uno che suona e canta, dialogando molto con se stesso, anche per distinguersi da quello che succede nella sporca ed insopportabile musica leggera.
Non so quanti di voi se lo ricordano, ma era veramente un grande.
Non so dirvi come mi sia arrivato alle orecchie, ma mi ricordo benissimo di aver avuto (e credo ancora di averla anche se non la uso più!) una cassettina con i suoi primi due vinili, incisa da mio zio. Io ho sempre amato canzoni anche minori come "Basta un'ora sola", o "l'osteria del tempo perso".
Spero di avervi ridestato la curiosità per questo grande dimenticato, e facciamo noi privatamente ciò che nessuno vuol fare: ricordiamocelo da noi e tra noi, riascoltandoci i suoi bei e rari dischi.
mercoledì 14 aprile 2010
E ti ricordo ancora" ( Carlo Alberto Rssi)
Carissimi lettori, ultimamente, come sapete, la musica italiana è stata funestata da tantissimi lutti, ma purtroppo non è assolutamente finita.
L'altroieri notte, a Milano, si è spento il grande Carlo Alberto Rossi, autore di molti dei classici della canzone italiana, spessissimo catalogabili in quel limite inesplorato dove io amo muovermi.
Non mi va di raccontarvi la sua vita, che è stata molto lunga ed intensa, tengo molto di più, aiutata da una lista di sue canzoni, a parlarvi di qualche brano da lui scritto per farvi ricordare questo grande autore.
Si inizia con un brano risalente al 1946 intitolato "Conosci mia cugina", lanciato in quell'anno da Ernesto Bonino e Natalino Otto, due tra i più notevoli cantanti di jazz italiano (nel senso di jazz all'italiana, non di jazz fatto in Italia!).
E' veramente un gioco con queste parole americane che, dopo il giogo utarchico del fascismo, che comunque aveva bene o male posticipato l'imbarbarimento della nostra lingua che ora accoglie parole straniere anche quando non servono, arrivavano finalmente libere. Musicalmente è un swing meraviglioso, che è stato anche ripreso da Renzo Arbore nel suo "Tonite Renzo swing".
Carlo Alberto Rossi, come molti autori in quegli anni, non ha disdegnato neanche le collaborazioni in un altro ambito a noi molto caro, ossia la canzone napoletana. E' del 1951 "Eco tra gli alberi", con testo del grande Enzo Bonagura, che in quel periodo portava a Napoli alcuni dei suoi ultimi grandi capolavori ("Sciummo" ed altri brani del repertorio del Festival di Napoli).
Un altro classico napoletano, in lingua partenopea emolto più noto del precedente, è "'Na voce, 'na chitarra e 'o poco 'e luna", interpretato tra gli altri anche da Roberto Murolo, ma composto in collaborazione con un altro grande chitarrista partenopeo, Ugo Calise. In questo brano, forse più che in "Conosci mia cugina", è riscontrabile una vera volontà di far combaciare la bellissima e corposa melodicità del nostro canto con le raffinate sonorità del jazz americano. Da questo punto di vista, la versione di Murolo, cantante caratterizzato da questa doppia formazione, è veramente esemplare. La si reperisce nella sua bellissima, e qui ripetutamente citata, "Napoletana. Antologia cronologica della canzone partenopea", edita originariamente dalla Durim tra il 1959 ed il 1963, ma ora facilmente reperibile in cd, in varie edizioni di varia qualità e valore.
Dalla collaborazione con Ugo Calise, l'anno dopo scaturisce una delle più belle canzoni d'amore che la musica napoletana abbia mai conosciuto, intitolata "Me so' 'mbriacato 'e sole", altro esempio mirabile di swing con la melodicità napoletana più che rispettata. Va detto, infatti, che il dialetto napoletano (in verità è una lingua a cui manca un più che meritato riconoscimento statale, ma questa è un'altra storia!), con le sue sonorità dolci e segretamente scure, è veramente adatto a farsi trasportare verso queste atmosfere. Il brano, su cui forse vale la pena di fermarsi, in verità è composto da due parti, corrispondenti millimetricamente alla divisione tra strofa e ritornello. Le strofe, che potrebbero ricordare alcuni brani del repertorio di Salvatore Di Giacomo soprattutto per la presenza dell'intervallo di seconda aumentata che rende "mista" la struttura minore della frase melodica, non hanno spesso un ritmo definito, anche se, con molta approssimazione, potrebbero essere considerate degli accenni di "habanera". Il ritornello, che va invece verso uno schietto modo maggiore, è un bellissimo esempio di jazz ballad, cosiccome lo era "'Na voce, 'na chitarra e 'o poco 'e luna". Anche qui, non poteva essere altrimenti, si consiglia l'ascolto della versione di Roberto Murolo.
Del 1958, frutto della collaborazione con Alberto Testa, è una canzone, non molto conosciuta, lanciata da Fred Buscaglione (cantante di cui tra l'altro quest'anno ricorre il cinquantesimo anniversario della morte). Il brano, pur non essendo propriamente un brano melodico, come possiamo considerare "Love in Portofino" (un altro dei classici del grande torinese) non è nemmeno un swing come molte "Kriminal songs" ("Eri piccola", "Che notte", "Teresa non sparare" ecc). E' veramente curiosa e, soprattutto, è uno dei brani che porta più fortuna tra quelli che mi è dato di conoscere. (Il brano si intitola "Al chiar di luna, porto fortuna").
Dell'anno successivo è da segnalare un altro capolavoro in lingua napoletana, ancora una volta scritto con Ugo Calise. Il brano, intitolato "Nun è peccato", è una delle poche gemme che possiamo trovare nel repertorio di Peppino Di Capri. La versione più nota è quella terzinata, che poi è l'originale, ma è notevole anche quella di Fausto Cigliano, in un'epoca in cui ancora costui non aveva preso la decisione di essere solamente chitarrista. Il brano viene interpretato con un'orchestra da night e a tempo di "bolero cubano", ed è interpretata dal cantante con una sensibilità di "crooner" veramente sopraffina.
Gli anni Sessanta iniziano con uno scoppiettante twist lanciato da Joe Sentieri, cantante noto perché concludeva tutte le sue esibizioni con un "saltino", che rappresentava solo la sua gioia ogni volta che concludeva un'esibizione di musica leggera, repertorio con cui, in fondo, per sua stessa ammissione, non si è mai identificato. Il brano, lanciato al Festival di Sanremo 1960, in cui il cantante interpretava anche "E' mezzanotte" insieme a Sergio Bruni, è stato anche interpretato da Renzo Arbore nella trasmissione "Quelli della notte", ma ho sempre trovato la versione deludente e volgare. Ovviamente ci si riferisce a "Quando vien la sera".
L'anno dopo, sempre al Festival di Sanremo, Rossi presenta "Le mille bolle blu", brano che gioca, grazie anche al fantastico e geniale testo di Vito Pallavicini, con la bravura interpretativa di una Mina strepitosa. Particolarmente curioso, secondo me, è l'inciso che fa da introduzione e frase divisoria tra le varie parti del brano, dove si immaginano delle bolle di sapone che "volano nel cielo".
Nel 1964, con la collaborazione di Giorgio Calabrese, paroliere che già aveva scritto capolavori come "Il nostro concerto" su musica di Umberto Bindi che lo aveva lanciato nel 1959, compone "E se domani", una delle tante canzoni ingiustamente ignorate dal pubblico del Festival di Sanremo, che poi, nella versione di Mina, diventa un classico universale della canzone d'autore italiana. Va detto, a parziale giustificazione del verdetto della giuria sanremese, che gli arrangiamenti delle versioni che si sentirono all'Ariston, da parte di Gene Pitney e Fausto Cigliano, sono abbastanza deludenti. La versione di Mina, brillante esempio di swing all'italiana, con un'importante sezione di archi, è perfetta. La cantante, sempre portata a spogliare in maniera spesso esagerata i propri brani, soprattutto da una trentina d'anni a questa parte, ne ha dato una versione piano e voce che però non consiglio.
Del 1966 è questa "Se tu non fossi qui", un'altra canzone che, dopo essere stata ignorata al Festival di Sanremo, divenne un classico nella voce di Mina. La versione della cantante di Cremona è perfetta, le originali non me le ricordo. Non mi trattengo sulla rielaborazione di questo brano, perché le osservazioni fatte per "E se domani" le si possono applicare quasi alla lettera.
Spero che vi sia piaciuto questo excursus nella carriera del grande autore, se volete approfondire niente di meglio che la "E se domani collection", triplo cd curato dal figlio, che contiene settantotto canzoni scritte da Carlo Alberto Rossi ed interpretate dai più grandi cantanti italiani ed internazionali.
L'altroieri notte, a Milano, si è spento il grande Carlo Alberto Rossi, autore di molti dei classici della canzone italiana, spessissimo catalogabili in quel limite inesplorato dove io amo muovermi.
Non mi va di raccontarvi la sua vita, che è stata molto lunga ed intensa, tengo molto di più, aiutata da una lista di sue canzoni, a parlarvi di qualche brano da lui scritto per farvi ricordare questo grande autore.
Si inizia con un brano risalente al 1946 intitolato "Conosci mia cugina", lanciato in quell'anno da Ernesto Bonino e Natalino Otto, due tra i più notevoli cantanti di jazz italiano (nel senso di jazz all'italiana, non di jazz fatto in Italia!).
E' veramente un gioco con queste parole americane che, dopo il giogo utarchico del fascismo, che comunque aveva bene o male posticipato l'imbarbarimento della nostra lingua che ora accoglie parole straniere anche quando non servono, arrivavano finalmente libere. Musicalmente è un swing meraviglioso, che è stato anche ripreso da Renzo Arbore nel suo "Tonite Renzo swing".
Carlo Alberto Rossi, come molti autori in quegli anni, non ha disdegnato neanche le collaborazioni in un altro ambito a noi molto caro, ossia la canzone napoletana. E' del 1951 "Eco tra gli alberi", con testo del grande Enzo Bonagura, che in quel periodo portava a Napoli alcuni dei suoi ultimi grandi capolavori ("Sciummo" ed altri brani del repertorio del Festival di Napoli).
Un altro classico napoletano, in lingua partenopea emolto più noto del precedente, è "'Na voce, 'na chitarra e 'o poco 'e luna", interpretato tra gli altri anche da Roberto Murolo, ma composto in collaborazione con un altro grande chitarrista partenopeo, Ugo Calise. In questo brano, forse più che in "Conosci mia cugina", è riscontrabile una vera volontà di far combaciare la bellissima e corposa melodicità del nostro canto con le raffinate sonorità del jazz americano. Da questo punto di vista, la versione di Murolo, cantante caratterizzato da questa doppia formazione, è veramente esemplare. La si reperisce nella sua bellissima, e qui ripetutamente citata, "Napoletana. Antologia cronologica della canzone partenopea", edita originariamente dalla Durim tra il 1959 ed il 1963, ma ora facilmente reperibile in cd, in varie edizioni di varia qualità e valore.
Dalla collaborazione con Ugo Calise, l'anno dopo scaturisce una delle più belle canzoni d'amore che la musica napoletana abbia mai conosciuto, intitolata "Me so' 'mbriacato 'e sole", altro esempio mirabile di swing con la melodicità napoletana più che rispettata. Va detto, infatti, che il dialetto napoletano (in verità è una lingua a cui manca un più che meritato riconoscimento statale, ma questa è un'altra storia!), con le sue sonorità dolci e segretamente scure, è veramente adatto a farsi trasportare verso queste atmosfere. Il brano, su cui forse vale la pena di fermarsi, in verità è composto da due parti, corrispondenti millimetricamente alla divisione tra strofa e ritornello. Le strofe, che potrebbero ricordare alcuni brani del repertorio di Salvatore Di Giacomo soprattutto per la presenza dell'intervallo di seconda aumentata che rende "mista" la struttura minore della frase melodica, non hanno spesso un ritmo definito, anche se, con molta approssimazione, potrebbero essere considerate degli accenni di "habanera". Il ritornello, che va invece verso uno schietto modo maggiore, è un bellissimo esempio di jazz ballad, cosiccome lo era "'Na voce, 'na chitarra e 'o poco 'e luna". Anche qui, non poteva essere altrimenti, si consiglia l'ascolto della versione di Roberto Murolo.
Del 1958, frutto della collaborazione con Alberto Testa, è una canzone, non molto conosciuta, lanciata da Fred Buscaglione (cantante di cui tra l'altro quest'anno ricorre il cinquantesimo anniversario della morte). Il brano, pur non essendo propriamente un brano melodico, come possiamo considerare "Love in Portofino" (un altro dei classici del grande torinese) non è nemmeno un swing come molte "Kriminal songs" ("Eri piccola", "Che notte", "Teresa non sparare" ecc). E' veramente curiosa e, soprattutto, è uno dei brani che porta più fortuna tra quelli che mi è dato di conoscere. (Il brano si intitola "Al chiar di luna, porto fortuna").
Dell'anno successivo è da segnalare un altro capolavoro in lingua napoletana, ancora una volta scritto con Ugo Calise. Il brano, intitolato "Nun è peccato", è una delle poche gemme che possiamo trovare nel repertorio di Peppino Di Capri. La versione più nota è quella terzinata, che poi è l'originale, ma è notevole anche quella di Fausto Cigliano, in un'epoca in cui ancora costui non aveva preso la decisione di essere solamente chitarrista. Il brano viene interpretato con un'orchestra da night e a tempo di "bolero cubano", ed è interpretata dal cantante con una sensibilità di "crooner" veramente sopraffina.
Gli anni Sessanta iniziano con uno scoppiettante twist lanciato da Joe Sentieri, cantante noto perché concludeva tutte le sue esibizioni con un "saltino", che rappresentava solo la sua gioia ogni volta che concludeva un'esibizione di musica leggera, repertorio con cui, in fondo, per sua stessa ammissione, non si è mai identificato. Il brano, lanciato al Festival di Sanremo 1960, in cui il cantante interpretava anche "E' mezzanotte" insieme a Sergio Bruni, è stato anche interpretato da Renzo Arbore nella trasmissione "Quelli della notte", ma ho sempre trovato la versione deludente e volgare. Ovviamente ci si riferisce a "Quando vien la sera".
L'anno dopo, sempre al Festival di Sanremo, Rossi presenta "Le mille bolle blu", brano che gioca, grazie anche al fantastico e geniale testo di Vito Pallavicini, con la bravura interpretativa di una Mina strepitosa. Particolarmente curioso, secondo me, è l'inciso che fa da introduzione e frase divisoria tra le varie parti del brano, dove si immaginano delle bolle di sapone che "volano nel cielo".
Nel 1964, con la collaborazione di Giorgio Calabrese, paroliere che già aveva scritto capolavori come "Il nostro concerto" su musica di Umberto Bindi che lo aveva lanciato nel 1959, compone "E se domani", una delle tante canzoni ingiustamente ignorate dal pubblico del Festival di Sanremo, che poi, nella versione di Mina, diventa un classico universale della canzone d'autore italiana. Va detto, a parziale giustificazione del verdetto della giuria sanremese, che gli arrangiamenti delle versioni che si sentirono all'Ariston, da parte di Gene Pitney e Fausto Cigliano, sono abbastanza deludenti. La versione di Mina, brillante esempio di swing all'italiana, con un'importante sezione di archi, è perfetta. La cantante, sempre portata a spogliare in maniera spesso esagerata i propri brani, soprattutto da una trentina d'anni a questa parte, ne ha dato una versione piano e voce che però non consiglio.
Del 1966 è questa "Se tu non fossi qui", un'altra canzone che, dopo essere stata ignorata al Festival di Sanremo, divenne un classico nella voce di Mina. La versione della cantante di Cremona è perfetta, le originali non me le ricordo. Non mi trattengo sulla rielaborazione di questo brano, perché le osservazioni fatte per "E se domani" le si possono applicare quasi alla lettera.
Spero che vi sia piaciuto questo excursus nella carriera del grande autore, se volete approfondire niente di meglio che la "E se domani collection", triplo cd curato dal figlio, che contiene settantotto canzoni scritte da Carlo Alberto Rossi ed interpretate dai più grandi cantanti italiani ed internazionali.
mercoledì 31 marzo 2010
Ricordo "amorevole" (a Nicola Arigliano)
Carissimi lettori, purtroppo la musica italiana in questi ultimi giorni è stata funestata da molti lutti importanti, quindi purtroppo questo blog si deve aggiornare per forza. Oggi, malauguratamente, è morto il grande Nicola Arigliano, cantante di jazz italiano (nel senso di jazz all'italiana, non di jazz fatto in Italia!), a cui io ero e resto molto legata.
Conobbi Nicola Arigliano in occasione di una sua apparizione live ad una "Serata con" organizzata su Radio Italia solo musica italiana, quando ancora questo programma non era una buffonata ma veramente una "serata con" un artista che si esprimeva. In quell'occasione il cantante leccese godeva del meraviglioso accompagnamento di Michele Ascolese alla chitarra, Elio tatti al contrabbasso suonato con l'archetto e Giampaolo Ascolese alla batteria, trio con cui, qualche mese dopo, me lo ritrovai ad Umbria Jazz in una Piazza IV novembre gremita.
Il cd che presentava si chiamava "Go man", riecheggiando il modo di dire con cui il cantante incitava i propri musicisti all'improvvisazione solistica, e veniva dopo sette anni di silenzio da quel meraviglioso "I sing ancora", disco live che aveva rappresentato il ritorno di questo jazzista all'italiana ai dischi dopo moltissimo tempo.
Arigliano, inizialmente, negli anni Cinquanta e Sessanta, si fece accompagnare da quelle meravigliose orchestre "classico-leggere" che erano l'insostituibile ferramenta per quella musica confidenziale, semplice e notturna di cui oggi se ne è andato un altro grandissimo interprete.
Nicola Arigliano, forse, è ricordato da molti come la voce e la faccia del "carosello" di una nota marca di digestivi, ma in quegli stessi anni andò anche per la prima volta a Sanremo, con la carinissima "Venti chilometri al giorno", scritta da Pino Massara, che d'altronde fu uno degli autori preferiti del nostro per il suo innegabile talento jazzistico.
Mentre scrivo sto ascoltando alcuni brani di Nicola Arigliano, e siamo arrivati al bellissimo "Go man", che comprai subito dopo aver sentito quella fatidica serata di Piazza IV novembre di cui ho brevemente parlato, cd che è una delle migliori occasioni che si hanno di ascoltare Arigliano accompagnato dai principali jazzisti di ispirazione swing, da Franco Cerri, a Gianni Basso, passando per Bruno de Filippi, Enrico Rava e Renato Sellani.
Se devo parlare dei miei gusti personali per quanto riguarda Arigliano, dico però che lo preferisco da giovane, quando cantava musica melodica "condita" di jazz.
Possiamo trovare un contraltare straniero alla storia di Arigliano in Henri Salvador, anche se in fondo il nostro non ha assolutamente avuto la folgorante popolarità tardiva del francese, che solo negli ultimi dieci anni della sua vita, è riuscito ad avere successo pieno con ciò che amava.
Da noi, come sempre, si tende a dare l'illusione della notorietà, per la quale aveva contribuito anche la "militanza" del programma "Viva radio due" a favore della causa del ritorno di Arigliano in televisione, per poi, ottenuto l'obbbiettivo che ci si era prefissi, relegare il personaggio in questione ad un dimenticatoio da cui, forse, lo si riscatta quando muore.
Tornando alle storie personali con Arigliano, io, fino a quando ho potuto, l'ho seguito con vera precisione, e l'ho continuato ad ammirare nei vari concerti che faceva sempre all'interno di Umbria jazz. In un'occasione che non so precisare, in un posto dove c'era un pianoforte che di lì a poco sarebbe stato usato dal pianista Antonello Vannucchi, che nel frattempo aveva sostituito il molto impegnato Michele Ascolese nel trio di Arigliano, mi prodigai in un omaggio al cantante, durante il quale il "brutto che canta il jazz" (uno dei soprannomi di Arigliano n.d.r) mi chiamò "collega!), mentre io eseguivo una "I sing amore" che ancora mi risuona nel cuore.
Voglio concludere questo articolo con una curiosità che ho già avuto occasione di darvi, ma in questa occasione, mentre sto ascoltando un meraviglioso assolo di Enrico Rava su "Amorevole", cade a fagiolo.
Nicola Arigliano, sempre cultore della nostra canzone dialettale, ha contribuito ad uno dei fondi dell'"Archivio sonoro della Puglia", esattamente al "fondo Profazio", perché per questo ricercatore cantò alcuni canti popolari imparati nella natale Squinzano (Le) da bambino.
Scusate se questo ricordo, come sempre, è spesso andato sull'intimo, ma questo è anche il senso del titolo di questo blog, che si chiama "La musica secondo me" anche perché amo raccontare le cose per come le ho vissute, non solo per come le vivo da scoltatrice.
Se vi dovessi consigliare qualcosa di Arigliano, direi di iniziare con qualche disco pubblicato dalla filology, per poi passare agli ultimi tre cd, ossia quelli della fase più jazz: "I sing ancora", Go man" e "Colpevole" incisi tra il 1995 del primo ed il 2005 (dopo la partecipazione a Sanremo) del secondo. In mezzo, se si ha la curiosità di sentire l'interpretazione di alcuni standards americani da parte di Arigliano, c'è il cd "My name is Pasquale" che, però, non ha mai saputo catturare il mio interesse.
Il mio consiglio, insomma, è di riscoprire molti bellissimi classici del jazz italiano, interpretati da una delle più belle voci che noi abbiamo mai avuto in questo campo.
Buon ascolto e lasciatevi cullare e portare da questa bellissima musica!
Conobbi Nicola Arigliano in occasione di una sua apparizione live ad una "Serata con" organizzata su Radio Italia solo musica italiana, quando ancora questo programma non era una buffonata ma veramente una "serata con" un artista che si esprimeva. In quell'occasione il cantante leccese godeva del meraviglioso accompagnamento di Michele Ascolese alla chitarra, Elio tatti al contrabbasso suonato con l'archetto e Giampaolo Ascolese alla batteria, trio con cui, qualche mese dopo, me lo ritrovai ad Umbria Jazz in una Piazza IV novembre gremita.
Il cd che presentava si chiamava "Go man", riecheggiando il modo di dire con cui il cantante incitava i propri musicisti all'improvvisazione solistica, e veniva dopo sette anni di silenzio da quel meraviglioso "I sing ancora", disco live che aveva rappresentato il ritorno di questo jazzista all'italiana ai dischi dopo moltissimo tempo.
Arigliano, inizialmente, negli anni Cinquanta e Sessanta, si fece accompagnare da quelle meravigliose orchestre "classico-leggere" che erano l'insostituibile ferramenta per quella musica confidenziale, semplice e notturna di cui oggi se ne è andato un altro grandissimo interprete.
Nicola Arigliano, forse, è ricordato da molti come la voce e la faccia del "carosello" di una nota marca di digestivi, ma in quegli stessi anni andò anche per la prima volta a Sanremo, con la carinissima "Venti chilometri al giorno", scritta da Pino Massara, che d'altronde fu uno degli autori preferiti del nostro per il suo innegabile talento jazzistico.
Mentre scrivo sto ascoltando alcuni brani di Nicola Arigliano, e siamo arrivati al bellissimo "Go man", che comprai subito dopo aver sentito quella fatidica serata di Piazza IV novembre di cui ho brevemente parlato, cd che è una delle migliori occasioni che si hanno di ascoltare Arigliano accompagnato dai principali jazzisti di ispirazione swing, da Franco Cerri, a Gianni Basso, passando per Bruno de Filippi, Enrico Rava e Renato Sellani.
Se devo parlare dei miei gusti personali per quanto riguarda Arigliano, dico però che lo preferisco da giovane, quando cantava musica melodica "condita" di jazz.
Possiamo trovare un contraltare straniero alla storia di Arigliano in Henri Salvador, anche se in fondo il nostro non ha assolutamente avuto la folgorante popolarità tardiva del francese, che solo negli ultimi dieci anni della sua vita, è riuscito ad avere successo pieno con ciò che amava.
Da noi, come sempre, si tende a dare l'illusione della notorietà, per la quale aveva contribuito anche la "militanza" del programma "Viva radio due" a favore della causa del ritorno di Arigliano in televisione, per poi, ottenuto l'obbbiettivo che ci si era prefissi, relegare il personaggio in questione ad un dimenticatoio da cui, forse, lo si riscatta quando muore.
Tornando alle storie personali con Arigliano, io, fino a quando ho potuto, l'ho seguito con vera precisione, e l'ho continuato ad ammirare nei vari concerti che faceva sempre all'interno di Umbria jazz. In un'occasione che non so precisare, in un posto dove c'era un pianoforte che di lì a poco sarebbe stato usato dal pianista Antonello Vannucchi, che nel frattempo aveva sostituito il molto impegnato Michele Ascolese nel trio di Arigliano, mi prodigai in un omaggio al cantante, durante il quale il "brutto che canta il jazz" (uno dei soprannomi di Arigliano n.d.r) mi chiamò "collega!), mentre io eseguivo una "I sing amore" che ancora mi risuona nel cuore.
Voglio concludere questo articolo con una curiosità che ho già avuto occasione di darvi, ma in questa occasione, mentre sto ascoltando un meraviglioso assolo di Enrico Rava su "Amorevole", cade a fagiolo.
Nicola Arigliano, sempre cultore della nostra canzone dialettale, ha contribuito ad uno dei fondi dell'"Archivio sonoro della Puglia", esattamente al "fondo Profazio", perché per questo ricercatore cantò alcuni canti popolari imparati nella natale Squinzano (Le) da bambino.
Scusate se questo ricordo, come sempre, è spesso andato sull'intimo, ma questo è anche il senso del titolo di questo blog, che si chiama "La musica secondo me" anche perché amo raccontare le cose per come le ho vissute, non solo per come le vivo da scoltatrice.
Se vi dovessi consigliare qualcosa di Arigliano, direi di iniziare con qualche disco pubblicato dalla filology, per poi passare agli ultimi tre cd, ossia quelli della fase più jazz: "I sing ancora", Go man" e "Colpevole" incisi tra il 1995 del primo ed il 2005 (dopo la partecipazione a Sanremo) del secondo. In mezzo, se si ha la curiosità di sentire l'interpretazione di alcuni standards americani da parte di Arigliano, c'è il cd "My name is Pasquale" che, però, non ha mai saputo catturare il mio interesse.
Il mio consiglio, insomma, è di riscoprire molti bellissimi classici del jazz italiano, interpretati da una delle più belle voci che noi abbiamo mai avuto in questo campo.
Buon ascolto e lasciatevi cullare e portare da questa bellissima musica!
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mercoledì 10 marzo 2010
Ricordo di un olandese napoletano".
Carissimi lettori, nell'articolo precedente avevo auspicato che si potesse tornare a parlare di musica al più presto. Effettivamente questa sera si torna a parlare di cose a noi più note, ma lo si fa per annunciare una morte. Proprio oggi 10 marzo 2010, ci ha lasciato il grande chitarrista Peter Van Wood, che, nonostante negli ultimi cinquant'anni della sua vita si sia dedicato e sia diventato più famoso come astrologo che come musicista, per me resta sempre legato ai bellissimi assoli di chitarra dei brani di Renato Carosone. Lo stile di Van Wood, per l'epoca, era assolutamente alla vanguardia, infatti, pur studiando al conservatorio, si era appassionato ben presto di jazz che eseguiva prima in Olanda, suo paese natale, poi nel resto del mondo toccando anche templi della musica come l'Olympia di Parigi o la Carnegie Hall di New York.
Trovo completamente geniale, all'interno del suo repertorio da solista, la giustamente ancora ricordata "Butta la chiave", dove la chitarra elettrica è in grado di piangere facendo ridere a crepapelle chiunque la sente. Il suo italiano, caratterizzato da un fortissimo ma simpaticissimo accento olandese, è una delle cose più gradevoli che ci siano. Nel suo periodo napoletano, che è quello più conosciuto della sua carriera musicale, fanno anche parte brani come "Tre numeri al lotto" (brano in italiano ma dedicato a questa mania del gioco tipicamente partenopea), "Spagnolos napulitanos", macchietta geniale tra napoletano e spagnolo.
Con la scomparsa di questo musicista, se ne va l'ultimo componente del trio di Carosone, l'ultimo legame che potevamo avere con una Napoli spassosa ma mai irrispettosa, una città che esprimeva i propri sentimenti con grande calma ed oculatezza.
Con questo breve articolo, dettato più da un'emozione istintiva che da effettiva cultura personale sulla materia, spero solo di far riscoprire il Van Wood musicista, eclissato per gli italiani dal Van Wood astrologo.
Buon ascolto e buonissime risate a crepapelle!
Trovo completamente geniale, all'interno del suo repertorio da solista, la giustamente ancora ricordata "Butta la chiave", dove la chitarra elettrica è in grado di piangere facendo ridere a crepapelle chiunque la sente. Il suo italiano, caratterizzato da un fortissimo ma simpaticissimo accento olandese, è una delle cose più gradevoli che ci siano. Nel suo periodo napoletano, che è quello più conosciuto della sua carriera musicale, fanno anche parte brani come "Tre numeri al lotto" (brano in italiano ma dedicato a questa mania del gioco tipicamente partenopea), "Spagnolos napulitanos", macchietta geniale tra napoletano e spagnolo.
Con la scomparsa di questo musicista, se ne va l'ultimo componente del trio di Carosone, l'ultimo legame che potevamo avere con una Napoli spassosa ma mai irrispettosa, una città che esprimeva i propri sentimenti con grande calma ed oculatezza.
Con questo breve articolo, dettato più da un'emozione istintiva che da effettiva cultura personale sulla materia, spero solo di far riscoprire il Van Wood musicista, eclissato per gli italiani dal Van Wood astrologo.
Buon ascolto e buonissime risate a crepapelle!
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sabato 13 febbraio 2010
Al "re della terzina"
Carissimi lettori, torno ad aggiornare il mio diario sulla musica per ricordare il grande Pino Zimba, che due anni fa in un giorno come questo ci lasciava.
Io non posso dire di aver scoperto la pizzica con gli Officina Zoè, anche se poi come sapete sono diventati il mio gruppo preferito, ma "Terra" è stato comunque il secondo disco di musica popolare salentina da me avuto.
Il ricordo più forte di Pino Zimba, però, si lega ad una serata che ebbe luogo in un locale di Perugia dove suonammo insieme. Mi ricordo benissimo il piacere che lui provava nel sentire le mie evoluzioni pianistiche, all'epoca tra l'altro scarne ed incerte, era infatti solo qualche settimana che conoscevo questo genere di musica.
Il mio ricordo di Zimba, insomma, è più basato sull'uomo che sul musicista, che io stimo molto di più con gli Zimbaria piuttosto che con gli Zoè.
La voce di Zimba mi penetra profondamente nell'anima quando sento le sue parti nei film di Winspeare, sul finale di "Sangue vivo" mi commuove sempre. Amo molto quella gravità segreta che si scopre se lo si sente parlare.
Parlando propriamente della sua tecnica tamburellistica, da sempre mi è sembrata un po' esagerata, quel tamburello tirannico, forte, tellurico forse non lo riesco a capire (mea culpa!).
Comunque, tra lui e quelli che lo criticano ma non sanno fare un centesimo di ciò che faceva, è ovvio che preferisco la sua autenticità dirompente.
Il suo Salento è quello delle pizziche ataviche, quello dei ritmi forti e dei giri tradizionali e corposi, cosa che forse l'"Officina" non aveva capito. Trovo sbagliato, infatti, il fatto che sia stato affidato a lui l'inizio di "Sale", brano dalla struttura moderna dove la voce di Cinzia può brillare ma quella dell'aradeino no.
Il cd degli Zimbaria che io amo di più, il primo, quello dove il nostro conta davvero e non è solo un tamburellista, risale al 2004. Ascoltandolo, credo si noti subito l'alleggerimento rispetto alla "grande zavorra" di "Sangue vivo". Ancora il gruppo non si era fatto prendere dalla mania di innovare copiando tutto dagli Zoè dei tempi del suo fondatore, faceva solo musica popolare salentina, non "paranoico-salentina".
L'album, intitolato "Live", mi fece tantissima compagnia in un periodo molto specifico, ma ancora ho piacere di ascoltare alcune sue tracce. Bellissima, nonostante io sia sempre scettica sull'introduzione del tres cubano nella musica popolare salentina, la pizzica in minore "Smarrimento", caratterizzata dall'immancabile crescendo "officiniano-zimbariano".
La voce del nostro si inizia a sentire durante degli stornelli, cantati con strofe che egli stesso ha imparato nella sua militanza negli Ucci, gruppo fondamentale se si vuole capire la mediazione possibile tra tradizione e "riproposta". La voce di Zimba, come sempre, canta su tonalità alte, con il brio che solo i veri cantori tradizionali sanno imprimere alla propria arte.
Il brano più rappresentativo della personalità di Zimba è, secondo me, l'"Aria caddrhipulina", collage di strofe popolari di tematica varia, di una goliardia insostituibile. L'altro brano dove Zimba canta è "Sale", ma preferisco non parlarne.
Spero che chi leggerà questo articolo non pretenda di trovarvi un ritratto di Zimba, questa è solo una parte del "mio" Zimba.
Io non posso dire di aver scoperto la pizzica con gli Officina Zoè, anche se poi come sapete sono diventati il mio gruppo preferito, ma "Terra" è stato comunque il secondo disco di musica popolare salentina da me avuto.
Il ricordo più forte di Pino Zimba, però, si lega ad una serata che ebbe luogo in un locale di Perugia dove suonammo insieme. Mi ricordo benissimo il piacere che lui provava nel sentire le mie evoluzioni pianistiche, all'epoca tra l'altro scarne ed incerte, era infatti solo qualche settimana che conoscevo questo genere di musica.
Il mio ricordo di Zimba, insomma, è più basato sull'uomo che sul musicista, che io stimo molto di più con gli Zimbaria piuttosto che con gli Zoè.
La voce di Zimba mi penetra profondamente nell'anima quando sento le sue parti nei film di Winspeare, sul finale di "Sangue vivo" mi commuove sempre. Amo molto quella gravità segreta che si scopre se lo si sente parlare.
Parlando propriamente della sua tecnica tamburellistica, da sempre mi è sembrata un po' esagerata, quel tamburello tirannico, forte, tellurico forse non lo riesco a capire (mea culpa!).
Comunque, tra lui e quelli che lo criticano ma non sanno fare un centesimo di ciò che faceva, è ovvio che preferisco la sua autenticità dirompente.
Il suo Salento è quello delle pizziche ataviche, quello dei ritmi forti e dei giri tradizionali e corposi, cosa che forse l'"Officina" non aveva capito. Trovo sbagliato, infatti, il fatto che sia stato affidato a lui l'inizio di "Sale", brano dalla struttura moderna dove la voce di Cinzia può brillare ma quella dell'aradeino no.
Il cd degli Zimbaria che io amo di più, il primo, quello dove il nostro conta davvero e non è solo un tamburellista, risale al 2004. Ascoltandolo, credo si noti subito l'alleggerimento rispetto alla "grande zavorra" di "Sangue vivo". Ancora il gruppo non si era fatto prendere dalla mania di innovare copiando tutto dagli Zoè dei tempi del suo fondatore, faceva solo musica popolare salentina, non "paranoico-salentina".
L'album, intitolato "Live", mi fece tantissima compagnia in un periodo molto specifico, ma ancora ho piacere di ascoltare alcune sue tracce. Bellissima, nonostante io sia sempre scettica sull'introduzione del tres cubano nella musica popolare salentina, la pizzica in minore "Smarrimento", caratterizzata dall'immancabile crescendo "officiniano-zimbariano".
La voce del nostro si inizia a sentire durante degli stornelli, cantati con strofe che egli stesso ha imparato nella sua militanza negli Ucci, gruppo fondamentale se si vuole capire la mediazione possibile tra tradizione e "riproposta". La voce di Zimba, come sempre, canta su tonalità alte, con il brio che solo i veri cantori tradizionali sanno imprimere alla propria arte.
Il brano più rappresentativo della personalità di Zimba è, secondo me, l'"Aria caddrhipulina", collage di strofe popolari di tematica varia, di una goliardia insostituibile. L'altro brano dove Zimba canta è "Sale", ma preferisco non parlarne.
Spero che chi leggerà questo articolo non pretenda di trovarvi un ritratto di Zimba, questa è solo una parte del "mio" Zimba.
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lunedì 11 gennaio 2010
Pillole deandreiane.
Carissimi lettori, anche oggi torno da voi, perché in un giorno come questo, undici anni fa, ci lasciava uno dei miei cantautori preferiti, il chitarrista, poeta, cantante e ricercatore di sonorità Fabrizio de Andrè.
Non voglio parlarvi della sua biografia, perché su questo c'è gente molto più competente di me. Mi limiterò, per quanto me lo lascerà fare la grande tristezza che mi avvolge dolcemente e tirannicamente in questa data, a raccontarvi un po' il mio de Andrè, le storie personali e quelle delle persone che hanno condiviso con me questa passione.
Fabrizio de Andrè, sin dalla fine degli anni '60, è colonna sonora della vita della nostra casa. Da allora tutti noi lo ascoltiamo e lo sentiamo come nostro.
Il primo album che io mi ricordo di aver comprato, già in formato cd, è stato "Le nuvole", che mi fece innamorare specialmente di quella sensibilità per il rinnovamento delle cose antiche, che tutt'ora ritengo la più grande virtù di De Andrè. Le mie preferite, per quello che mi ricordo, sono sempre state "Don Raffaè", che accompagnò la mia scoperta della canzone napoletana, e "A çimma", ballata romantica, enigmatica e sorniona in un fantastico dialetto genovese. Della prima, anche senza averne coscienza, ho sempre amato l'umiltà con cui gli strumenti moderni, specialmente la batteria, affrontano il ritmo, antico e difficile da rielaborare, della colta e raffinata tarantella napoletana. La voce di De Andrè, calda e profonda, riesce a dare al brano un colore esotico, una personalità del tutto propria, pur facendocelo sembrare un qualcosa di familiare. Adesso, dopo il mio lavoro di documentazione sul canto politico italiano, apprezzo ancora di più la non violenza con cui il cantautore denuncia uno dei più grandi problemi del nostro paese, la connivenza tra mafia e Stato.
Della seconda, di cui non ho mai capito completamente il testo, anche per mia personale volontà, ho sempre amato questo mistero in cui la avvolgono le caldissime note della fisarmonica.
Sei anni dopo, quando io già conoscevo quasi perfettamente la discografia deandreiana, è uscito "Anime salve", dove il cantautore, con il rispetto e la raffinatezza che lo contraddistinguevano, si era tuffato in alcuni ritmi sudamericani, che anche per lui erano stati fondamentali nel suo apprendimento musicale. Ho sempre amato, in questo cd, l'amore, che definirei segretamente passionale, con cui si parla degli esclusi. E' vero che mi si potrebbe ribattere che tutta la discografia del cantautore è impregnata di questo sentimento, ma credo che questo album sia il più completo, concreto ed accorato, anche grazie ai ritmi usati, ad esempio il tango in "Princesa". Fu lì che, tra le altre cose, io ebbi i miei primi contatti con una lingua che adesso fa parte tirannicamente della mia vita: il portoghese.
Tra gli album di De Andrè, l'unico a cui non sono molto legata, anzi direi che mi è quasi completamente estraneo, è "Creuza de mà". Non so spiegarmi il motivo di tale opinione, ma credo di poter dire senza sbagliarmi che viene dal fatto che mi è difficile digerire quasi tutte le forme della cosiddetta "World music".
Per quanto riguarda il mio rapporto personale con De Andrè, lo definirei timore reverenziale. De Andrè è il cantautore che canto con più difficoltà, forse perché ritengo inarrivabili le sue interpretazioni, oltre a trovare che cantate da donne le sue canzoni perdano.
Nonostante ciò, qualche volta ho superato il tabù, ed ho vissuto grandissime emozioni cantando brani come "Le passanti", uno dei suoi grandi omaggi allo chansonnier francese Brassens, o "Tre madri", canzone che io ritengo la più tenera e struggente di tutta la "Buona novella".
Spero di avervi fatto venire un po' di voglia di ascoltare il grande genovese, arrivederci a presto.
Non voglio parlarvi della sua biografia, perché su questo c'è gente molto più competente di me. Mi limiterò, per quanto me lo lascerà fare la grande tristezza che mi avvolge dolcemente e tirannicamente in questa data, a raccontarvi un po' il mio de Andrè, le storie personali e quelle delle persone che hanno condiviso con me questa passione.
Fabrizio de Andrè, sin dalla fine degli anni '60, è colonna sonora della vita della nostra casa. Da allora tutti noi lo ascoltiamo e lo sentiamo come nostro.
Il primo album che io mi ricordo di aver comprato, già in formato cd, è stato "Le nuvole", che mi fece innamorare specialmente di quella sensibilità per il rinnovamento delle cose antiche, che tutt'ora ritengo la più grande virtù di De Andrè. Le mie preferite, per quello che mi ricordo, sono sempre state "Don Raffaè", che accompagnò la mia scoperta della canzone napoletana, e "A çimma", ballata romantica, enigmatica e sorniona in un fantastico dialetto genovese. Della prima, anche senza averne coscienza, ho sempre amato l'umiltà con cui gli strumenti moderni, specialmente la batteria, affrontano il ritmo, antico e difficile da rielaborare, della colta e raffinata tarantella napoletana. La voce di De Andrè, calda e profonda, riesce a dare al brano un colore esotico, una personalità del tutto propria, pur facendocelo sembrare un qualcosa di familiare. Adesso, dopo il mio lavoro di documentazione sul canto politico italiano, apprezzo ancora di più la non violenza con cui il cantautore denuncia uno dei più grandi problemi del nostro paese, la connivenza tra mafia e Stato.
Della seconda, di cui non ho mai capito completamente il testo, anche per mia personale volontà, ho sempre amato questo mistero in cui la avvolgono le caldissime note della fisarmonica.
Sei anni dopo, quando io già conoscevo quasi perfettamente la discografia deandreiana, è uscito "Anime salve", dove il cantautore, con il rispetto e la raffinatezza che lo contraddistinguevano, si era tuffato in alcuni ritmi sudamericani, che anche per lui erano stati fondamentali nel suo apprendimento musicale. Ho sempre amato, in questo cd, l'amore, che definirei segretamente passionale, con cui si parla degli esclusi. E' vero che mi si potrebbe ribattere che tutta la discografia del cantautore è impregnata di questo sentimento, ma credo che questo album sia il più completo, concreto ed accorato, anche grazie ai ritmi usati, ad esempio il tango in "Princesa". Fu lì che, tra le altre cose, io ebbi i miei primi contatti con una lingua che adesso fa parte tirannicamente della mia vita: il portoghese.
Tra gli album di De Andrè, l'unico a cui non sono molto legata, anzi direi che mi è quasi completamente estraneo, è "Creuza de mà". Non so spiegarmi il motivo di tale opinione, ma credo di poter dire senza sbagliarmi che viene dal fatto che mi è difficile digerire quasi tutte le forme della cosiddetta "World music".
Per quanto riguarda il mio rapporto personale con De Andrè, lo definirei timore reverenziale. De Andrè è il cantautore che canto con più difficoltà, forse perché ritengo inarrivabili le sue interpretazioni, oltre a trovare che cantate da donne le sue canzoni perdano.
Nonostante ciò, qualche volta ho superato il tabù, ed ho vissuto grandissime emozioni cantando brani come "Le passanti", uno dei suoi grandi omaggi allo chansonnier francese Brassens, o "Tre madri", canzone che io ritengo la più tenera e struggente di tutta la "Buona novella".
Spero di avervi fatto venire un po' di voglia di ascoltare il grande genovese, arrivederci a presto.
martedì 6 ottobre 2009
Fado português (A Amália).
Carissimi lettori, anche oggi apro il mio diario, questa volta per ricordare un''artista a cui devo tanto che, in un giorno come questo, dopo una lunga lotta con la malattia ci lasciava.
Mi riferisco alla fadista portoghese Amália Rodrigues. Probabilmente, se non ci fosse stata questa triste circostanza, io non l'avrei scoperta. Mi ricordo benissimo la sensazione che ebbi quel giorno, quando dalla radio spagnola suonavano le note di una musica, per me sconosciuta, che si chiamava Fado e che, ben presto, sarebbe diventata uno dei punti di riferimento della mia vita di ascoltatrice e di musicista un po' presuntuosa.
La voce d'Amália, che anche ora mi sta facendo compagnia durante la compilazione di questo scritto, mi colpì per la sua limpidezza perfetta, senza sconti, che non avevo mai trovato e non avrei mai ritrovato successivamente in nessuna delle cantanti che avrei scoperto. Infatti, se confrontiamo la struttura timbrica della portoghese con quella ad esempio di Cinzia Marzo, che avrete capito essere una delle mie voci preferite, se non la mia preferita tra le femminili del folk italiano, scopriamo che Amália, quantomeno nei suoi primi trent'anni di carriera, anche se io non considero più di tanto le sue primissime incisioni, aveva un timbro semplicemente limpido, anche se di una potenza disarmante, mentre Cinzia, a seconda di ciò che canta, ha un timbro fortemente, se non completamente, diverso.
Tornando ad Amália, e scusate, voglio subito togliermi un rospo dall'anima. Chi la conosce un minimo, sa che lei, a partire dal bellissimo "Bobino 1960", live registrato nel teatro parigino di Bobino, ha iniziato a cantare brani in altre lingue e ad inserire nei concerti, oltre al Ffado, altri repertori, in quel caso soprattutto la copla spagnola, ovviamente opportunamente "afadistados", perché lei, contrariamente alle fadiste d'oggi, è prima fadista che star internazionale. A partire dagli anni '70, dopo l'incontro con Franco Fontana, avvocato che per lei lascerà l'attività forense e diventerà agente artistico, inizierà a cantare canzoni italiane a cui noi, dopo aver risposto per qualche anno, ossia quando andava di moda il folk serio come Otello Profazio, con ovazioni e molte opportunità come i duetti con Maria Carta e Rosa Balistreri, iniziamo ben presto a dimostrare il nostro, veramente proverbiale, menefreghismo. Questo si è dimostrato ancora più forte, ed è una vergogna accresciuta, quando lei morì perché nessuno, a parte Enrico Vaime dal suo "Blackout" e Fernando Fratarcangeli dalla parte musicale del programma sportivo "Zona Cesarini", la ricordò, facendomi pensare che da noi non fosse neanche conosciuta.
Voglio confessarvi una cosa. Ho parlato della limpidezza del timbro che mi folgorò la prima volta che sentii la voce della Rodrigues, ma, in verità, io la preferisco quando, a partire dalla fine degli anni '70, il suo timbro inizia a diventare più stanco, traducendo meravigliosamente quella tristezza profonda che lei viveva tanto e di cui riempiva moltissimi dei suoi versi.
A voi, lettori, comunque voglio consigliarvi alcuni album da poter ascoltare e, magari, acquistare per farvi ritornare alla mente questa voce così semplice e complicata.
Meraviglioso è il già citato "Bobino 1960", pubblicato in lp da un'etichetta francese, per la quale Amália aveva provvisoriamente lasciato, tra il 1957 e il 1960, la sua fidata Valentim de Carvalho. E' un disco live dove, contrariamente al molto più conosciuto "Amália no Olympia" pubblicato anche come "Amália Rodrigues in concert", c'è una vera comunione tra l'artista ed il pubblico.
Interessante è anche "Fados 67", pubblicato anche con il titolo di "Maldição", dove la fadista è accompagnata da quello che secondo molti cultori del Fado è il miglior gruppo d'accompagnamento mai esistito, il Conjunto de guitarras de Raul Nery.
Per quanto riguarda l'esperienze e le passioni italiane di Amália, sono bellissimi, ma purtroppo quasi introvabili, "A una terra che amo", lp del 1973 con alcuni brani della tradizione popolare italiana, prevalentemente meridionale, "afadistados" benissimo, e "Amália in teatro, live registrato al Sistina di Roma, dove Amália racconta il fado e la tradizione rurale portoghese, a cui lei si è altrettanto dedicata perché la sua famiglia veniva da una delle più ricche regioni in quanto al folklore, in un italiano simpaticissimo, ma, vi giuro, che si impara ad amare semplicemente e profondamente questa cultura, molto più che se si leggono moltissimi studi.
Meravigliosi, infine, sono due dischi degli anni '80 intitolati rispettivamente "Gostava de ser quem era" e "Lágrima", composti completamente da poesie d'Amália, mirabilmente musicate dai suoi chitarristi. Se farete questo percorso nella discografia d'Amália così come io ve l'ho consigliato, la conoscerete bene, senza tediarvi.
Fra i tributi che le sono stati fatti, particolarmente bello è il cd strumentale "Guitarras cantam Amália" della collezione "lisboa cidade de Fado", registrata da un "conjunto" d'eccezione: Paulo Parreira alla chitarra portoghese, Joáo Veiga alla chitarra classica e Joel Pina, bassista storico della fadista, alla chitarra-basso.
Spero d'avervi fatto venire curiosità e voglia di scoprire, finalmente, questa voce del Portogallo e del mondo intero.
Viva Amália!
Mi riferisco alla fadista portoghese Amália Rodrigues. Probabilmente, se non ci fosse stata questa triste circostanza, io non l'avrei scoperta. Mi ricordo benissimo la sensazione che ebbi quel giorno, quando dalla radio spagnola suonavano le note di una musica, per me sconosciuta, che si chiamava Fado e che, ben presto, sarebbe diventata uno dei punti di riferimento della mia vita di ascoltatrice e di musicista un po' presuntuosa.
La voce d'Amália, che anche ora mi sta facendo compagnia durante la compilazione di questo scritto, mi colpì per la sua limpidezza perfetta, senza sconti, che non avevo mai trovato e non avrei mai ritrovato successivamente in nessuna delle cantanti che avrei scoperto. Infatti, se confrontiamo la struttura timbrica della portoghese con quella ad esempio di Cinzia Marzo, che avrete capito essere una delle mie voci preferite, se non la mia preferita tra le femminili del folk italiano, scopriamo che Amália, quantomeno nei suoi primi trent'anni di carriera, anche se io non considero più di tanto le sue primissime incisioni, aveva un timbro semplicemente limpido, anche se di una potenza disarmante, mentre Cinzia, a seconda di ciò che canta, ha un timbro fortemente, se non completamente, diverso.
Tornando ad Amália, e scusate, voglio subito togliermi un rospo dall'anima. Chi la conosce un minimo, sa che lei, a partire dal bellissimo "Bobino 1960", live registrato nel teatro parigino di Bobino, ha iniziato a cantare brani in altre lingue e ad inserire nei concerti, oltre al Ffado, altri repertori, in quel caso soprattutto la copla spagnola, ovviamente opportunamente "afadistados", perché lei, contrariamente alle fadiste d'oggi, è prima fadista che star internazionale. A partire dagli anni '70, dopo l'incontro con Franco Fontana, avvocato che per lei lascerà l'attività forense e diventerà agente artistico, inizierà a cantare canzoni italiane a cui noi, dopo aver risposto per qualche anno, ossia quando andava di moda il folk serio come Otello Profazio, con ovazioni e molte opportunità come i duetti con Maria Carta e Rosa Balistreri, iniziamo ben presto a dimostrare il nostro, veramente proverbiale, menefreghismo. Questo si è dimostrato ancora più forte, ed è una vergogna accresciuta, quando lei morì perché nessuno, a parte Enrico Vaime dal suo "Blackout" e Fernando Fratarcangeli dalla parte musicale del programma sportivo "Zona Cesarini", la ricordò, facendomi pensare che da noi non fosse neanche conosciuta.
Voglio confessarvi una cosa. Ho parlato della limpidezza del timbro che mi folgorò la prima volta che sentii la voce della Rodrigues, ma, in verità, io la preferisco quando, a partire dalla fine degli anni '70, il suo timbro inizia a diventare più stanco, traducendo meravigliosamente quella tristezza profonda che lei viveva tanto e di cui riempiva moltissimi dei suoi versi.
A voi, lettori, comunque voglio consigliarvi alcuni album da poter ascoltare e, magari, acquistare per farvi ritornare alla mente questa voce così semplice e complicata.
Meraviglioso è il già citato "Bobino 1960", pubblicato in lp da un'etichetta francese, per la quale Amália aveva provvisoriamente lasciato, tra il 1957 e il 1960, la sua fidata Valentim de Carvalho. E' un disco live dove, contrariamente al molto più conosciuto "Amália no Olympia" pubblicato anche come "Amália Rodrigues in concert", c'è una vera comunione tra l'artista ed il pubblico.
Interessante è anche "Fados 67", pubblicato anche con il titolo di "Maldição", dove la fadista è accompagnata da quello che secondo molti cultori del Fado è il miglior gruppo d'accompagnamento mai esistito, il Conjunto de guitarras de Raul Nery.
Per quanto riguarda l'esperienze e le passioni italiane di Amália, sono bellissimi, ma purtroppo quasi introvabili, "A una terra che amo", lp del 1973 con alcuni brani della tradizione popolare italiana, prevalentemente meridionale, "afadistados" benissimo, e "Amália in teatro, live registrato al Sistina di Roma, dove Amália racconta il fado e la tradizione rurale portoghese, a cui lei si è altrettanto dedicata perché la sua famiglia veniva da una delle più ricche regioni in quanto al folklore, in un italiano simpaticissimo, ma, vi giuro, che si impara ad amare semplicemente e profondamente questa cultura, molto più che se si leggono moltissimi studi.
Meravigliosi, infine, sono due dischi degli anni '80 intitolati rispettivamente "Gostava de ser quem era" e "Lágrima", composti completamente da poesie d'Amália, mirabilmente musicate dai suoi chitarristi. Se farete questo percorso nella discografia d'Amália così come io ve l'ho consigliato, la conoscerete bene, senza tediarvi.
Fra i tributi che le sono stati fatti, particolarmente bello è il cd strumentale "Guitarras cantam Amália" della collezione "lisboa cidade de Fado", registrata da un "conjunto" d'eccezione: Paulo Parreira alla chitarra portoghese, Joáo Veiga alla chitarra classica e Joel Pina, bassista storico della fadista, alla chitarra-basso.
Spero d'avervi fatto venire curiosità e voglia di scoprire, finalmente, questa voce del Portogallo e del mondo intero.
Viva Amália!
lunedì 5 ottobre 2009
Duerme negrita (A Mercedes Sosa).
Carissimi lettori, oggi devo scrivere uno dei post più tristi di questo blog, per ricordare un'artista a cui devo molto, che mi tiene compagnia da ormai vent'anni, la cantante argentina Mercedes Sosa, che ieri, dopo una lunga malattia ci ha lasciati.
Mercedes Sosa era un'autentica cantrice popolare che, a partire dagli anni '80, aveva iniziato a ritrovare gioielli anche nella musica d'autore in lingua spagnola, la quale, d'altronde, non gira così brutalmente e stupidamente le spalle al folklore.
La scoperta di Mercedes Sosa, per me, è legata ad un ricordo risalente alle mie scuole elementari, in cui, come compagne di scuola, avevo due sorelle figlie d'un argentino, il quale, alla mia richiesta di musica della sua terra, mi mandò una cassetta con il meglio, selezionato da lui dai cd "Treinta años" e "De mí", di questa cantante del nord del paese, zona per niente toccata dal tango.
Il primo repertorio della cantante, infatti, quello cantato nei suoi primi vent'anni di carriera, approssimativamente, è costituito da brani della tradizione del nord dell'Argentina, e, soprattutto, da brani d'autore ispirati a quei ritmi. Di quel periodo è "Mercedes Sosa interpreta a Atahualpa yupanqui" (1971) o l'omaggio a Violeta Parra, grande artista cilena che ha fatto nascere il movimento sul folklore di quel paese, da cui, quasi subito, partì la coscienza in tutta l'America spagnola.
Mentre scrivo sto riascoltando un disco che ebbi poco dopo averla scoperta sempre da qualcuno di questi argentini che, con gentilezza ed orgoglio, hanno radicato in me l'amore profondo che ho per la loro terra.
Il cd, intitolato "Amigos míos" e risalente al 1988, non è sicuramente tra i migliori né è poi così fondamentale per la scoperta di questa voce argentina, ma io, ci sono molto legata.
Venendo tecnicamente a parlare un po' del timbro di questa cantante, una delle poche "indias" argentine che soffrendo è riuscita ad emergere, è un timbro scuro, segretamente dolce che, almeno secondo me, dà il massimo di sé quando canta ritmi popolari delle sue parti, ossia quasi sempre.
I dischi che io consiglierei per scoprirla sono: "Gestos de amor", "Live in Argentina" (emotivo concerto tenuto a Buenos Aires poco prima della fine della dittatura che le aveva dato tanti problemi. Bellissimo per la comunione di festa e di lotta che si crea tra il pubblico e la cantante); "Treinta años", raccolta molto buona e completa.
In questa epoca in cui pare che puntare sull'incrocio di musica d'autore e popolare debba sempre arrivare alla morte totale della seconda in favore di desuetissimi schemi pop, riascoltare anche solo questo "Amigos míos", dimostra che c'è un'altra strada, e c'è chi la persegue senza tradirsi.
Si può dire che Mercedes Sosa sia stata, forse come nessun altra, la voce della fratellanza di un continente che ora la sta piangendo fortissimo. Con la sua sincerità ha raprpesentato una bandiera di coerenza, virtù che ora è latitante.
L'ultimo repertorio di Mercedes Sosa, lo dico con sincerità, mi vibrava meno, forse anche perché io stessa ero cambiata, ma riascoltarla mi sta facendo molto piacere, e probabilmente sarebbe stato questo che lei avrebbe gradito.
Dovete scusarmi se questo post è un collage di sensazioni e divagazioni personali, non riuscendo forse a raccontare ciò che sento e provo nell'ascoltare questa grandissima cantante, ma meglio non posso fare.
Se qualcuno dopo averlo letto avrà deciso anche solo di tentare la fortuna e comperare qualche disco, avrò ottenuto il mio obiettivo, che è poi solo quello di far continuare a vivere questa artista che, tra le altre sue passioni, aveva anche l'Italia. E' da ricordare, infatti, nell'album "Sino" dell'inizio degli anni '90, l'interpretazione, non eccezionale comunque, di "Caruso".
Mercedes Sosa era un'autentica cantrice popolare che, a partire dagli anni '80, aveva iniziato a ritrovare gioielli anche nella musica d'autore in lingua spagnola, la quale, d'altronde, non gira così brutalmente e stupidamente le spalle al folklore.
La scoperta di Mercedes Sosa, per me, è legata ad un ricordo risalente alle mie scuole elementari, in cui, come compagne di scuola, avevo due sorelle figlie d'un argentino, il quale, alla mia richiesta di musica della sua terra, mi mandò una cassetta con il meglio, selezionato da lui dai cd "Treinta años" e "De mí", di questa cantante del nord del paese, zona per niente toccata dal tango.
Il primo repertorio della cantante, infatti, quello cantato nei suoi primi vent'anni di carriera, approssimativamente, è costituito da brani della tradizione del nord dell'Argentina, e, soprattutto, da brani d'autore ispirati a quei ritmi. Di quel periodo è "Mercedes Sosa interpreta a Atahualpa yupanqui" (1971) o l'omaggio a Violeta Parra, grande artista cilena che ha fatto nascere il movimento sul folklore di quel paese, da cui, quasi subito, partì la coscienza in tutta l'America spagnola.
Mentre scrivo sto riascoltando un disco che ebbi poco dopo averla scoperta sempre da qualcuno di questi argentini che, con gentilezza ed orgoglio, hanno radicato in me l'amore profondo che ho per la loro terra.
Il cd, intitolato "Amigos míos" e risalente al 1988, non è sicuramente tra i migliori né è poi così fondamentale per la scoperta di questa voce argentina, ma io, ci sono molto legata.
Venendo tecnicamente a parlare un po' del timbro di questa cantante, una delle poche "indias" argentine che soffrendo è riuscita ad emergere, è un timbro scuro, segretamente dolce che, almeno secondo me, dà il massimo di sé quando canta ritmi popolari delle sue parti, ossia quasi sempre.
I dischi che io consiglierei per scoprirla sono: "Gestos de amor", "Live in Argentina" (emotivo concerto tenuto a Buenos Aires poco prima della fine della dittatura che le aveva dato tanti problemi. Bellissimo per la comunione di festa e di lotta che si crea tra il pubblico e la cantante); "Treinta años", raccolta molto buona e completa.
In questa epoca in cui pare che puntare sull'incrocio di musica d'autore e popolare debba sempre arrivare alla morte totale della seconda in favore di desuetissimi schemi pop, riascoltare anche solo questo "Amigos míos", dimostra che c'è un'altra strada, e c'è chi la persegue senza tradirsi.
Si può dire che Mercedes Sosa sia stata, forse come nessun altra, la voce della fratellanza di un continente che ora la sta piangendo fortissimo. Con la sua sincerità ha raprpesentato una bandiera di coerenza, virtù che ora è latitante.
L'ultimo repertorio di Mercedes Sosa, lo dico con sincerità, mi vibrava meno, forse anche perché io stessa ero cambiata, ma riascoltarla mi sta facendo molto piacere, e probabilmente sarebbe stato questo che lei avrebbe gradito.
Dovete scusarmi se questo post è un collage di sensazioni e divagazioni personali, non riuscendo forse a raccontare ciò che sento e provo nell'ascoltare questa grandissima cantante, ma meglio non posso fare.
Se qualcuno dopo averlo letto avrà deciso anche solo di tentare la fortuna e comperare qualche disco, avrò ottenuto il mio obiettivo, che è poi solo quello di far continuare a vivere questa artista che, tra le altre sue passioni, aveva anche l'Italia. E' da ricordare, infatti, nell'album "Sino" dell'inizio degli anni '90, l'interpretazione, non eccezionale comunque, di "Caruso".
venerdì 18 settembre 2009
Al rey de Cuba
Carissimi lettori, oggi voglio tornare a scrivere per pagare un debito nei confronti di un artista che mi ha formato molto, onorandomi, in occasione dell'unica sua visita a Perugia, di un concerto privato con lui.
Mi riferisco a Compay Segundo, grande interprete, pur essendo nel ruolo di seconda voce, di musica cubana, specialmente del son, quel ritmo che proprio dalla sua natale zona orientale, ed in particolare da Santiago, si era poi irradiato in tutta l'isola ed in tutto il mondo.
Come molti di voi, pur essendo già un'appassionata di musica cubana, che avevo scoperto tramite i miei numerosi contatti con le comunità hispanoamericane di Perugia, quando ascoltai Buenavista Social club, mi trovai davanti ad un mondo nuovo. Infatti, e dato il mio proverbiale romanticismo non poteva essere altrimenti, la mia passione per la musica di quelle parti si alimentava con numerosi ascolti di "boleros" cantati da artisti come l'Orquesta aragón, José Antonio Mendez, Alberto Beltrán e, soprattutto, con l'ascolto de Los Panchos, grandissimo gruppo messicano ma di matrice molto vicina.
Tramite Buenavista, che io ebbi ben due anni prima che scoppiasse la mania generale causata dal bellissimo film di Win Wenders, scoprii il son ma soprattutto la caldissima e bassissima voce di Compay Segundo. Chi mi conosce, tra l'altro, sa benissimo la mia proverbiale passione per gli strumenti a corda. Ovviamente, fin dai primi ascolti di quel disco, mi avevano colpito le acrobazie del tres cubano di Barbarito Torres, ma soprattutto la delicatezza dell'armonico, strumento da lui inventato e concepito, suonato da Compay Segundo.
Conobbi personalmente il cantante ed autore cubano, quando questi aveva novantadue anni, in occasione di un concerto al palazzetto dello sport di Perugia.
Ebbi l'onore, veramente indimenticabile, di poter partecipare ad una conferenza stampa, tenutasi prima del concerto, dove potei apprezzare l'infinita umanità del trovatore, il quale, intenerito dalla mia giovane età e dalla mia grande passione per la sua musica, decise di concedermi una "suonata" privata con lui.
Il tutto avvenne, in presenza di suo figlio e di pochi altri intimi, in una casa del centro della città. Lì c'era un pianoforte che venne fatto accordare per l'occasione. Me ne ricordo come di uno strumento caratterizzato da un suono scuro e notturno, mi ricordo anche le mie folli improvvisazioni, aiutate dalla ritmica implacabile e rigorosa dell'armonico di Compay.
Un ricordo che mi è molto caro, anche se ormai è abbastanza sbiadito, è quello della partecipazione del grande cantante cubano ad una puntata di "Fuorigiri", trasmissione dedicata alle musiche "altre" condotta una decina di anni fa da Enzo Gentile su Radio 2.
So che parlare di musica latino-americana è ormai controcorrente perché fingete tutti di essere pizzicati, ma io amo le cose quando sono fuori moda, e anche se le investono le vostre mode fugaci, io non per questo mi perdo d'animo o giungo ad amarle per questo.
Quindi, ai lettori curiosi di scoprire quest'uomo saggio, passato dalle coltivazioni di tabacco alla musica e da un oblio ingiusto ad una fama improvvisa, io consiglio il cd "Lo mejor de la vida" edito dalla CGD. Non è una raccolta, è un album di inediti inciso subito dopo Buenavista, insieme al suo gruppo privato, il quale ancora suona, chiamandosi ancora Compay Segundo y sus muchachos. L'album in questione è uno dei dischi più hbelli ed illuminanti su come una tradizione, pur venendo a contatto con altre realtà, in questo caso specifico spesso con quella spagnola e andalusa, rimane orgogliosamente se stessa: nonostante le collaborazioni della cantante Martirio e del chitarrista Raimundo Amador, questo è un cd di son e boleros e non si scappa.
Non vi racconto la storia di Compay, perché è raccontata da molte parti. Io ho solo voluto raccontarvi un "mio" Compay Segundo, per ricordarvi semplicemente la sua esistenza... buon ascolto!
Mi riferisco a Compay Segundo, grande interprete, pur essendo nel ruolo di seconda voce, di musica cubana, specialmente del son, quel ritmo che proprio dalla sua natale zona orientale, ed in particolare da Santiago, si era poi irradiato in tutta l'isola ed in tutto il mondo.
Come molti di voi, pur essendo già un'appassionata di musica cubana, che avevo scoperto tramite i miei numerosi contatti con le comunità hispanoamericane di Perugia, quando ascoltai Buenavista Social club, mi trovai davanti ad un mondo nuovo. Infatti, e dato il mio proverbiale romanticismo non poteva essere altrimenti, la mia passione per la musica di quelle parti si alimentava con numerosi ascolti di "boleros" cantati da artisti come l'Orquesta aragón, José Antonio Mendez, Alberto Beltrán e, soprattutto, con l'ascolto de Los Panchos, grandissimo gruppo messicano ma di matrice molto vicina.
Tramite Buenavista, che io ebbi ben due anni prima che scoppiasse la mania generale causata dal bellissimo film di Win Wenders, scoprii il son ma soprattutto la caldissima e bassissima voce di Compay Segundo. Chi mi conosce, tra l'altro, sa benissimo la mia proverbiale passione per gli strumenti a corda. Ovviamente, fin dai primi ascolti di quel disco, mi avevano colpito le acrobazie del tres cubano di Barbarito Torres, ma soprattutto la delicatezza dell'armonico, strumento da lui inventato e concepito, suonato da Compay Segundo.
Conobbi personalmente il cantante ed autore cubano, quando questi aveva novantadue anni, in occasione di un concerto al palazzetto dello sport di Perugia.
Ebbi l'onore, veramente indimenticabile, di poter partecipare ad una conferenza stampa, tenutasi prima del concerto, dove potei apprezzare l'infinita umanità del trovatore, il quale, intenerito dalla mia giovane età e dalla mia grande passione per la sua musica, decise di concedermi una "suonata" privata con lui.
Il tutto avvenne, in presenza di suo figlio e di pochi altri intimi, in una casa del centro della città. Lì c'era un pianoforte che venne fatto accordare per l'occasione. Me ne ricordo come di uno strumento caratterizzato da un suono scuro e notturno, mi ricordo anche le mie folli improvvisazioni, aiutate dalla ritmica implacabile e rigorosa dell'armonico di Compay.
Un ricordo che mi è molto caro, anche se ormai è abbastanza sbiadito, è quello della partecipazione del grande cantante cubano ad una puntata di "Fuorigiri", trasmissione dedicata alle musiche "altre" condotta una decina di anni fa da Enzo Gentile su Radio 2.
So che parlare di musica latino-americana è ormai controcorrente perché fingete tutti di essere pizzicati, ma io amo le cose quando sono fuori moda, e anche se le investono le vostre mode fugaci, io non per questo mi perdo d'animo o giungo ad amarle per questo.
Quindi, ai lettori curiosi di scoprire quest'uomo saggio, passato dalle coltivazioni di tabacco alla musica e da un oblio ingiusto ad una fama improvvisa, io consiglio il cd "Lo mejor de la vida" edito dalla CGD. Non è una raccolta, è un album di inediti inciso subito dopo Buenavista, insieme al suo gruppo privato, il quale ancora suona, chiamandosi ancora Compay Segundo y sus muchachos. L'album in questione è uno dei dischi più hbelli ed illuminanti su come una tradizione, pur venendo a contatto con altre realtà, in questo caso specifico spesso con quella spagnola e andalusa, rimane orgogliosamente se stessa: nonostante le collaborazioni della cantante Martirio e del chitarrista Raimundo Amador, questo è un cd di son e boleros e non si scappa.
Non vi racconto la storia di Compay, perché è raccontata da molte parti. Io ho solo voluto raccontarvi un "mio" Compay Segundo, per ricordarvi semplicemente la sua esistenza... buon ascolto!
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venerdì 28 agosto 2009
Arrivederci Virgilio!
Carissimi lettori, questa sera aggiorno il mio blog per dare un arrivederci ad un grande musicista ed intellettuale italiano, che ci ha lasciato oggi all'età di ottantanove anni.
Mi riferisco aVirgilio Savona che, insieme al grande paroliere Tata Giacobetti e alla splendida voce di Lucia Mannucci,, è stato l'anima di una delle più grandi esperienze della storia della musica italiana: il Quartetto Cetra.
Non vi racconterò la storia del gruppo perché in Internet potrete reperire molto materiale, voglio semplicemente ricordare chi, in anni di sofferenze vere, ha permesso all'Italia di avere quel po' di ludicità che dà il giusto senso alla vita.
Vorrei anche dire una cosa su come è stato ricordato: come sempre in maniera incompleta. Infatti, e questo a chi legge i miei scritti potrebbe interessare, Savona è stato anche studioso di canti popolari e politici. Ha curato, ad esempio, insieme a Michele Luciano Straniero, il libro "Canti della Resistenza italiana", uscito nel 1985. Chi volesse approfondire questo aspetto, nonché scoprire alcune sue canzoni politiche, potrebbe andare su http://www.ildeposito.org/.
Infine, chi volesse lasciarsi prendere dalla gagliardia palermitana della sua voce, potrebbe ascoltare un'intervista rilasciata al programma di Rai International "Notturno italiano": www.international.rai.it/notturnoitaliano/mostra.php?id=6740.
Scusatemi la brevità, ma queste sono cose sempre difficili da fare.
Virgilio, grazie di tutto quello che ci hai dato, non te ne importare se pretesi sociologi bollano la tua arte come semplice "reperto da studiare"...
Mi riferisco aVirgilio Savona che, insieme al grande paroliere Tata Giacobetti e alla splendida voce di Lucia Mannucci,, è stato l'anima di una delle più grandi esperienze della storia della musica italiana: il Quartetto Cetra.
Non vi racconterò la storia del gruppo perché in Internet potrete reperire molto materiale, voglio semplicemente ricordare chi, in anni di sofferenze vere, ha permesso all'Italia di avere quel po' di ludicità che dà il giusto senso alla vita.
Vorrei anche dire una cosa su come è stato ricordato: come sempre in maniera incompleta. Infatti, e questo a chi legge i miei scritti potrebbe interessare, Savona è stato anche studioso di canti popolari e politici. Ha curato, ad esempio, insieme a Michele Luciano Straniero, il libro "Canti della Resistenza italiana", uscito nel 1985. Chi volesse approfondire questo aspetto, nonché scoprire alcune sue canzoni politiche, potrebbe andare su http://www.ildeposito.org/.
Infine, chi volesse lasciarsi prendere dalla gagliardia palermitana della sua voce, potrebbe ascoltare un'intervista rilasciata al programma di Rai International "Notturno italiano": www.international.rai.it/notturnoitaliano/mostra.php?id=6740.
Scusatemi la brevità, ma queste sono cose sempre difficili da fare.
Virgilio, grazie di tutto quello che ci hai dato, non te ne importare se pretesi sociologi bollano la tua arte come semplice "reperto da studiare"...
sabato 14 marzo 2009
Ricordo napoletano
Carissimi lettori, eccomi qua di nuovo, per ricordare un cantante napoletano, fondamentale nella mia formazione, che in un giorno come questo ci lasciava: mi riferisco a Roberto Murolo.
Non parlerò della sua biografia, che d'altronde è facilmente reperibile sul web, ma vi racconterò le storie personali che hanno segnato il mio profondissimo rapporto con la sua insuperabile arte.
Conobbi la musica di Roberto Murolo nel 1990, quando mi fu regalato il cd "Na voce e na chitarra", il primo di quelli con lo zampino del foggiano e napoletano d'adozione Renzo Arbore.
Con la mia conoscenza di Murolo sicuramente approfondita, oggi posso senz'ombra di dubbio dire che questo non è uno dei migliori cd dell'interprete partenopeo, ma gli sono molto grata per avermi fatto scoprire una lingua stupenda, quella partenopea, ed una favolosa maniera di sentirla ed interpretarla.
Ciò che ho sempre amato di Murolo è questa sua discrezione nel cantare, questo suo rifiutare l'invadenza senza cadere negli eccessi di disimpostazione vocale dei cantanti moderni, neomelodici e non, e il suo puntare, quasi fino alla fine, ad un semplicissimo canto accompagnato da chitarra.
Dopo il cd citato, ho avuto "Ottanta voglia di cantare", per poi essere folgorata dalla "Napoletana", antologia in sette cd divisi in tre cofanetti, che fino a pochi mesi fa è stato l'unico documento sonoro della canzone napoletana che mi sento di poter dire di aver avuto e scelto di avere.
Tramite questa antologia ho scoperto i più grandi gioielli della canzone napoletana, prevalentemente d'autore, che io tutt'ora mi diletto a cantare.
Nel 2002, poi, il "maestro", già malato, dopo averci regalato altri due dischi che conosco meno e quindi non citerò qui, ci ha omaggiati con la più perfetta opera d'arte della canzone napoletana tra classico e moderno: "Ho sognato di cantare".
Sinceramente, a distanza di anni, direi, a chiunque si volesse avvicinare al genio di Murolo, di partire da quello, per poi andare indietro verso la "Napoletana" e le prime incisioni.
Ma l'esperienza più profonda e folgorante riguardante il "maestro" napoletano, è stata sicuramente la visita alla sua casa di Via Cimarosa 25 al Vomero.
Quando si entra dentro quella casa, se non si guardano le foto appese ai muri della sala o non si parla con la governante del "maestro", non so se si percepisce la presenza del grande cantante-chitarrista e di tutti i poeti ed intellettuali che l'hanno frequentata, ma non appena si fanno queste due cose, si ha l'impressione di stare in un museo e si è come estasiati.
Spero che questo post voglia fare venire a qualcuno la voglia di riscoprire Murolo e, perché no, di mettere in risalto la Napoli migliore di ieri e di oggi.
Non parlerò della sua biografia, che d'altronde è facilmente reperibile sul web, ma vi racconterò le storie personali che hanno segnato il mio profondissimo rapporto con la sua insuperabile arte.
Conobbi la musica di Roberto Murolo nel 1990, quando mi fu regalato il cd "Na voce e na chitarra", il primo di quelli con lo zampino del foggiano e napoletano d'adozione Renzo Arbore.
Con la mia conoscenza di Murolo sicuramente approfondita, oggi posso senz'ombra di dubbio dire che questo non è uno dei migliori cd dell'interprete partenopeo, ma gli sono molto grata per avermi fatto scoprire una lingua stupenda, quella partenopea, ed una favolosa maniera di sentirla ed interpretarla.
Ciò che ho sempre amato di Murolo è questa sua discrezione nel cantare, questo suo rifiutare l'invadenza senza cadere negli eccessi di disimpostazione vocale dei cantanti moderni, neomelodici e non, e il suo puntare, quasi fino alla fine, ad un semplicissimo canto accompagnato da chitarra.
Dopo il cd citato, ho avuto "Ottanta voglia di cantare", per poi essere folgorata dalla "Napoletana", antologia in sette cd divisi in tre cofanetti, che fino a pochi mesi fa è stato l'unico documento sonoro della canzone napoletana che mi sento di poter dire di aver avuto e scelto di avere.
Tramite questa antologia ho scoperto i più grandi gioielli della canzone napoletana, prevalentemente d'autore, che io tutt'ora mi diletto a cantare.
Nel 2002, poi, il "maestro", già malato, dopo averci regalato altri due dischi che conosco meno e quindi non citerò qui, ci ha omaggiati con la più perfetta opera d'arte della canzone napoletana tra classico e moderno: "Ho sognato di cantare".
Sinceramente, a distanza di anni, direi, a chiunque si volesse avvicinare al genio di Murolo, di partire da quello, per poi andare indietro verso la "Napoletana" e le prime incisioni.
Ma l'esperienza più profonda e folgorante riguardante il "maestro" napoletano, è stata sicuramente la visita alla sua casa di Via Cimarosa 25 al Vomero.
Quando si entra dentro quella casa, se non si guardano le foto appese ai muri della sala o non si parla con la governante del "maestro", non so se si percepisce la presenza del grande cantante-chitarrista e di tutti i poeti ed intellettuali che l'hanno frequentata, ma non appena si fanno queste due cose, si ha l'impressione di stare in un museo e si è come estasiati.
Spero che questo post voglia fare venire a qualcuno la voglia di riscoprire Murolo e, perché no, di mettere in risalto la Napoli migliore di ieri e di oggi.
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