Carissimi lettori, questa sera scriverò una recensione tra le più belle ed inaspettate che mi sia capitato di scrivere. Si parlerà di un concerto che Fiorella Mannoia ha tenuto all'Arena di Verona il 12 settembre. Questo concerto è stata la maniera che Fiorella Mannoia ha trovato di presentare il nuovo cd, intitolato "Il tempo e l'armonia"., uscito a meno di un anno di distanza dal bellissimo "Ho imparato a sognare". Il programma è iniziato con un'intervista alla cantante che nel parlare dimostra la stessa sensibilità ammaliatrice che sfoggia quando canta una qualsiasi canzone.
Mi è difficile riassumervela, quindi passo immediatamente a parlarvi del concerto, che ha un inizio a dir poco folgorante, infatti si parte con "I treni a vapore", una delle canzoni della Mannoia che ha cullato la mia infanzia. In questa occasione, dicciott'anni dopo la sua incisione originale, le atmosfere pop si rarefanno per dare finalmente rilievo a questa anima etnica che il brano di Fossati aveva sempre avuto, ma nell'interpretazione della Mannoia era rimasta come un silenzio. La voce della cantante si è ormai un po' incrinata, ma continua ad essere bella. Sidirebbe che scurendosi, questo timbro ha acquistato paradossalmente ancora più potere evocativo. Bellissime le parti di pianoforte che scandiscono le varie parti del brano, completamente libere, per niente riportate dalla versione storica in studio.
Direttamente da "Ho imparato a sognare", album dicover della cantante tra i più riusciti di questo ramo giustamente nominato per un premio al Premio Tenco, viene questa "Cercami", che già ha preso un altro respiro. L'interpretazione della Mannoia è altrettanto sentita rispetto a quella di Renato Zero, forse solo leggermente meno istrionica. Meravigliosi i finali calanti eseguiti egregiamente dopo quasi tutte le note di maggiore lunghezza dei versi. Naturalmente la Mannoia non usa il sussurro alla maniera di Zero, per la cui esecuzione si richiedono note gravi ma forse meno sporche di quelle della cantante romana.
E in questo viaggio tra i classici della recente canzone d'autore italiana la cantante ripesca "Sally" di Vasco Rossi, da lei interpretata nel live "Certe piccole voci" del 1999. In questo caso l'arrangiamento pop si disfa, e le sonorità moderne non sono più il perno del brano ma lo condiscono, lasciando che gli archi e la battteria suonata con le spazzole siano il nord della bussola. Interessantissimo questo cantato che incontra e si arricchisce con delle pennellate di parlato vicino al recitativo.
Continuando la cantante regala al suo pubblico uno dei suoi brani più belli ma meno conosciuti, la bellissima e malinconica "Lunaspina". Questa canzone, assieme a tutto il cd "Di terra e di vento" che la conteneva, ha cullato la mia infanzia, facendomi sognare come poche. Oggi questo brano ha ricevuto nuova linfa grazie ad un'interpretazione, forse troppo minimalista, che la stessa Mannoia ha reso insieme a Paola Turci nell'ultimo disco di quest'ultima. Per quanto riguarda la versione che abbiamo ascoltato si potrebbe definire un riuscito compromesso tra l'intimità della versionerecente e la ricchezza degli strumenti moderni.
Andando avanti abbiamo la prima sorpresa del concerto, ossia una "Ho imparato a sognare" interpretata insieme ai Negrita, suoi primi interpreti ed autori. Il brano è completamente interpretato in tonalità maschile, quindi la Mannoia non riesce a dare il massimo, anzi da molto poco. È interessante comunque perché permette di trovare la Mannoia mentre si confronta con un nuovo ambiente musicale, quello di un folk americano sulle orme diDylan.
Andando avanti si ascolta una gradevole versione di "Una giornata uggiosa" di Mogol-Battisti. Rispetto all'incisione presente in "Ho imparato a sognare" il Brasile è meno dominante, infatti il brano è portato verso una cornice latinjazz, interessante comunque.
Ora ci troviamo davanti una Fiorella Mannoia che omaggia Manu Chao con "Clandestino". L'arrangiamento porta il brano verso certe sonorità mediterranee che comunque sono molto consone a questa melodia, che se arricchita con strumenti classici (o "con letteratura" per dirla con PaoloConte) ha il suo fascino. Bellissime le "giunte" della Mannoia che davano a questa canzone una forza e una sincerità sicuramente maggiori rispetto all'originale.
Ed eccoci al secondo ospite, un Cesare Cremonini che interpreta superbamente "Le tue parole fanno male", brano che apriva "Ho imparato a sognare", il già citato ultimo album da studio della Mannoia. In questo caso il duetto è molto più convincente rispetto a quello con Pau dei Negrita, perché i due artisti eseguono il brano in due tonalità molto vicine quindi facilmente accoppiabili.
Proseguendo si fa un omaggio ai Negramaro, conl'interpretazione della loro "Estate". Va detto che la Mannoia spesso fa interpretare delle brevi parti falsettate al pubblico, che va detto che se la cava egregiamente. Il brano acquista un'anima mista tra il rock e il classico, perdendo completamente quell'anima pianistica che era data dalla impietosa battuta ritmica del tasto battente.
Andando avanti si rispolvera un grande classico della carriera della Mannoia, quella "Come si cambia" portata al Festival di Sanremo del 1984. Il brano in questa occasione acquista un'anima più rock, ma anche più intima grazie al rallentamento del ritmo.
E sempre dal repertorio anni Ottanta viene questo gioiello scritto da Enrico Ruggeri per la Mannoia e da lui successivamente reinterpretato nel cd "l'isola dei tesori". L'interpretazione che ascoltiamo de "I dubbi dell'amore" è rallentata molto, anche grazie al fatto che sono molto importanti gli archi, che fanno un tappeto inimitabile ad un'esecuzione molto buona. Si può riscontrare una specie di "teatralità emozionata", cheforse rafforza il messaggio sottinteso di questo brano, che credo sia un invito alla comprensione e all'apertura verso le fragilità.
Ed eccoci ad un riferimento ad uno degli ultimi classici del repertorio della Mannoia, il brano scritto per lei da Luciano Ligabue, intitolato "Io posso dire la mia sugli uomini", singolo con cui la cantante ci aveva presentato uno dei suoi migliori dischi, quel "Movimento del dare" che è tra i primi di cui si è parlato in questo blog. Il brano si è diviso in due parti molto diverse, che gli hanno conferito una grandissima dinamica. la prima parte è stata carattterizzata da un'esecuzione in sestetto, costituito dal quartetto d'archi più il pianoforte e dalla voce della cantante.
Proseguendo la scaletta si ascolta "belle speranze", brano che ha una coda rock abbastanza inutile, ma è bello.
Ed eccoci ad una delle poche canzoni davvero belle uscite in questi ultimi anni. Mi riferisco a "L'amore si odia", cantata superbamente insieme a Noemi, nuova e bellissima voce della canzone leggera italiana. Interessante l'inizio del brano eseguito da Noemi solo con l'accompagnamento degli archi,curioso è il controcanto per terze eseguito dalle due cantanti nell'ultimo ritornello.
Continuando si ascolta una versione di "Oh che sarà", che permette una delle più forti emozioni della serata. L'arrangiamento è molto simile a quello di Chico Buarque (l'originale), ma è ancora più vicino a quello presente nel cd "De mí" della cantante argentina Mercedes Sosa. Particolare è l'intrusione degli archi, che dà al brano un'aura classica molto fuori dalle coordinate della M.P.B, ma non lontana dallo spirito segreto di molti suoi brani.
Ed eccoci ad un'interessante ma non so quanto riuscita coda latinjazz, che permette di brillare ai musicisti del gruppo che comunque sonograndi strumentisti.
Ed ecco una versione solistica di "Pescatore", brano originariamente interpretato dalla Mannoia insieme a Pierangelo Bertoli. Rifacendoci alle osservazioni precedentemente fatte su "I treni a vapore", si potrebbe dire che anche qui l'anima pop si dissipi in un'intimità più etnica. Questa canzone è sempre bella, anche se forse sia l'abbassamento della tonalità sia l'assenza di una voce maschile chedialoga, sono cause di impoverimento al brano (naturalmente la seconda parte dell'osservazione si può riferire benissimo anche alla versione che Bertoli diede del brano da solista.
Il brano, dopo aver rallentato ulteriormente nell'ultima reitnerpretazione del finale "Pesca, forza, tira pescatore" ha una coda strumentale che segna la fine della parte ufficiale del concerto.
Quando la Mannoia torna sul palco siascolta una versione di "Via con me" molto sensuale, portata verso atmosfere tra il blues e il terzinato anni Sessanta. Va detto che laMannoia in questi ultimi anni sidiverte a giocare anche con repertori cheprima non toccava, questa seconda interpretazione di Paolo Conte lo sta mirabilmente a dimostrare. Ametà brano abbiamo avuto l'unico momento forse discutibile, dove l'anima blues è stata un po' troppo tiranna. Comunque bella versione e concerto stupendo.
Tornando indietro negli anni la cantante romana rispolvera un classico del suo repertorio, una bellissima "Quello che le donne non dicono", scritta magistralmente da Enrico Ruggeri e Luigi Schiavone e portata al successo dalla Mannoia al Sanremo 1987. Stasera il brano ha un colore sensualissimo, ma il canto riacquista quasi subito la limpidezza dei vecchi tempi. Il pubblico è portato a cantare il ritornello, la seconda volta addirittura a cappella,una favola.
E a proposito di brani immancabili nei concerti della Mannoia, proseguendo si ascolta "lastoria" di Francesco de Gregori. Il brano, come il precedente, è interpretato piano e voce ed è emozionantissimo. La forza della lotta collettiva qui è senza scappatoie, è gridata ai quattro venti, come un messaggio forte che deve entrare nella testa di chi ce lo vuole far dimenticare con ogni mezzo.
Arriviamo ad uno dei brani più belli del repertorio di Fiorella Mannoia,ad unabellissima ballata intitolata "Il cielo d'Irlanda", scritta per lei da Massimo Bubola. L'anima irlandese è fortissima, anche grazie alla presenza di un violino che nella parte iniziale suona una parte completamente collegabile ai reel irlandesi. Molto bello il finale con l'assolo di batteria che accompagna l'ultima strofa.
Chiedo scusa per la recensione frastagliata, è scritta completamente a caldo conla bussola delle emozioni.
Visualizzazione post con etichetta rai radio 1. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta rai radio 1. Mostra tutti i post
sabato 18 settembre 2010
domenica 8 marzo 2009
commento al tributo a De Andrè (27/02/09)
Questa sera, su radio uno, si sono ricordati della musica italiana, con una cosa di cui molti farebbero penso benissimo a meno, un tributo a Fabrizio de Andrè, per dimostrare, che la conclamata diversità del cantautore genovese, non era che uno stigma, che in questi dieci anni, e soprattutto in questo decennale, è completamente annullato.Il tributo è presentato da Gerardo Panno e Silvia Boschero, abituali conduttori dei Concerti del venerdì, al cui interno esso si svolge. L'inizio non è dei migliori, perché c'è Morgan, che, è stato scelto perché ha fatto uno dei peggiori dischi di tributo a Fabrizio de Andrè, un re-make di "Non al denaro, non all'amore né al cielo". Le interpretazioni sono state terribili, anche perché sul pianoforte lui ci zappava. Sia un medico che un ottico, sono stati da incubo.Ora stanno partendo le "Corde pazze" gruppo della nuova scena, che fanno una versione abbastanza terribile (per lo meno all'inizio) di "Un matto" che è una canzone tra le mie preferite di De Andrè.Per lo meno voglio riconoscere che il cantante (pensate,) è intonato.Non mi stancherò mai di dire che il concetto di moderno è di una relatività assoluta, dopo questa rielaborazione di "Un matto" posso affermare che De Andrè è moderno ed antico, perché è eterno.Adesso è partito un medley da "Tutti morimmo a Stento", interpretato da un gruppo che non posso riportare perché hanno un nome inglese che non so come si scrive (keedycar, forse), ma, sta di fatto, che un morto resuscitato potrebbe cantare meglio della cantante del gruppo che ha una voce melliflua e insignificante. E' anche molto stonata, voglio concederle che l'emozione di cantare Fabrizio de Andrè la possa aver un pochinino compromessa. E' giusto galanteria, perché va da sé che se tu sei intonato riesci sempre a cantare. L'ensemble è di questi che vanno di moda adesso: tipico trio di strumenti rock, più elettronica, perché senza non si vive, e uno strumento alternativo il trombone (che a me come pianista mi traumatizza in particolare, perché Trombone è il cognome di un autore per pianoforte allucinante di cui mi è toccato di studiare qualche pezzo!).C'è stato poi un assolo di chitarra elettrica (aiutata dal tocchino elettronico senza il quale non si vive), allucinante!Ora stanno facendo una rielaborazione inclassificabile del "Corale" e del "recitativo, ad un ritmo che non saprei spiegare, una specie di twist moderno, perché questi gruppuscoli, poi, non fanno altro che scimmiottare gli anni Sessanta. La recitazione non è male, ma, dio mio, la musica sotto è spettrale, De Andrè era semplicemente colto, non aveva bisogno di questi accorgimenti, anzi a questa parte gli aveva donato, se ben ricordo, grazie a Reverberi, la musica più serena, quella barocca. Qui siamo più fedeli, ma comunque, De Andrè suona meglio acustico, piuttosto che così. Ora si giunge al massimo dello scempio, perché, dato che questo gruppo canta sempre in inglese, ci ha tradotto il finalino dell'intermezzo (che è il pezzo più fedele di questo sonoro). Ora siamo passati al jazz, (oddio dicono che sia free jazz, dio me la mandi buona!) e un gruppo italiano, con un nome ispirato al luogo d'incontro della bohème parigina,, sta facendo una versione di "via del campo", ispirata a quella della Pfm, se non altro come tonalità, dandole però un ritmo inclassificabile, cosa tipica di tutti questi gruppi moderni, di qualsiasi genere. Addirittura ora si è avuto un accenno di swing, in corrispondenza della fine della prima parte in do minore. Non mi piace, ma devo dire che rispetto a quello che si è sentito prima, grazie a Dio! Se non altro non zappano sul pianoforte. Nell'ambito delle improvvisazioni si sta accennando anche alla "città vecchia", molto rispettosamente, comunque a De Andrè questa interpretazione sarebbe piaciuta, quelle di prima, Dio mio, difficilmente. Ora il gruppo romano sta eseguendo una bellissima, per ora, versione di "Ho visto nina volare" che, nonostante la profonda differenza di ritmo, trova il suo spirito e soprattutto la sua matrice etnica sudamericana, fortemente rispettata. Il gruppo si chiama "Chat noir", l'ho scritto tardi, ma l'ho scritto.Dopo questa serie di gruppi giovani, c'è anche spazio per una persona che con De Andrè ha davvero a che vedere perché vi ha collaborato, il grande Mauro Pagani. Il cantautore e musicista genovese sta eseguendo una toccantissima versione di "Sidun", accompagnandosi con il bouzouki. Anche se lo ritengo un grande interprete ed autore, non gli perdono il fatto di aver reinciso per intero "Creuza de ma", perché per me un disco è con il suo senso, nel momento in cui si incide per la prima volta.Ora abbiamo il piacere di sentire una versione da brivido de "La domenica delle salme", che Pagani sta eseguendo con un chitarrista di cui non ho capito il nome, ma se mi riesce di riferirvelo, prometto che lo farò! E' meraviglioso, anche se un po' difficile da pensare se non lo si sente, il pezzo di kazoo rifatto dal bouzouki.Adesso sul palco c'è Vasco Brodi (Vascone Brodolone), che è stato premiato dalla mafia del Club Tenco, per la quale adesso esiste solo gente come Davide Vandesfross, che esiste perché è il cantante preferito della Lega Nord. Vasco brodi, che si presenta da solo ma si chiama Le luci della centrale elettrica, sta facendo una versione di "Verranno a chiederti del nostro amore", di cui praticamente resiste solo il testo, in quanto ritmicamente sembra una milonga, ed è fatta in minore perché fa più tragico, fa più "angoscia dei pesci rossi". Terribile, anche perché Vasco Brodi, e non lo dico per sentito dire, lo dico dopo tutto l'ascolto è completamente stonato. Purtroppo la cosa continua con una canzone di Vasco Brodiche non so come si chiama, sinceramente non mi pare neorealista, piuttosto surrealista, allucinata, d'altronde qualcosa Vascone brodolone se la fa e lo sappiamo. Complimenti, perché le due canzoni, la cover di Fabrizio de Andrè e questa che stiamo adesso sentendo, hanno lo stesso ritmo, fantasia, evvai, grandioso!Il capitano si spara negli occhi, allora mamma mia, io non so dove mi sparerei se non sapessi che questo incubo avrà pur sempre una fine!Adesso sta sul palco la "Banda elastica pellizza" che sta facendo, sempre a tempo di milonga (non ne posso più!) "La cattiva strada". Non è malvagia, certo, se potessi adesso, mi ascolterei qualsiasi altra cosa, meno Vascone brodolone che ho già dato, pur di non ascoltarmela. Dico che non è malvagia solo perché per lo meno il cantante... è intonato!Non mi piace che oggi si stia unendo i generi solo dal punto di vista delle sonorità, l'impianto predominante è solo quello della musica leggera, a meno che, come io sto sempre più credendo, in italiano non si possa fare che questo, senza sembrare ridicoli. Mi pare ridicolo, ad esempio, chiunque utilizza il rap o l'hiphop in italiano o nei nostri dialetti, perché non sono generi che sono nati qui ma... forse rimanderemo queste note ad un futuro. Adesso è salito sul palco della sala A di Via Asiago 10, non ho mai detto che questa serata da semiincubo si sta svolgendo lì, un gruppo che si chiama Iansenato, per lo meno così mi pare di capire. Stanno eseguendo una versione di "Hotel Supramonte", bruttina devo dire, anche perché della melodicità italiana ce n'è poca, e giusto nel canto, infatti musicalmente è portata verso un certo rock inglese moderno, che non sta un gran che con questo testo che è sì triste, ma pieno di speranza. Il cantante è abbastanza intonato, ma almeno una nota in ogni strofa, è sbagliata. Insopportabile è l'effetto delle tastiere, modello carillon, che ricorda un po' le musichette per bambini.Adesso è salito sul palco Massimo Bubola, che ha collaborato davvero con Fabrizio de Andrè, ma mi sta deludendo anche lui, con una versione di "Se ti tagliassero a pezzetti" fatta con un fingerpiking interessante, ma cantata con uno scimmiottamento di Bob Dylan che mi fa rabbia, tanto più che de Andrè andava esattamente in direzione contraria, essendo il maestro della chiarezza in canzone, nel dare la dovuta importanza alla parola, non facendo reading con scrittori, ma elevandola all'interno della canzone stessa. Nella tradizione americana, infatti, non è importante molto il testo, per lo meno non si ha il gusto per la divisione sillabica, che a noi ci viene dalla nostra più antica tradizione popolare, anche perché nel blues c'è invece il gusto per il lamento, che annulla la chiarezza e la limpidezza.Bubola sta ora interpretando "Fiume sand creak, sempre con questo stile e, devo dire, mi sta facendo venire un'ansia di quelle...La vocalist è pure stonata, dio mio che incubo! Lui è schiavo degli americani ma per lo meno sta bene a livello di intonazione. Voglio augurarmi semplicemente che questa serata voglia far venire il desiderio a qualcuno di scoprire de Andrè, anche se temo che tramite queste interpretazioni, non so quanto si possa capire la grandezza di questo vero artista, che ha saputo avere il coraggio di fare ciò che sentiva proprio, in maniera veramente personale, e anche quando interpretava pezzi altrui, rispettava lo stile degli autori, senza armonizzare in maniera assurda.
Etichette:
rai radio 1,
tributi a de andrè
Iscriviti a:
Post (Atom)