Carissimi lettori, è con molto piacere che torno a parlare degli Arakne Mediterranea, uno dei gruppi più apprezzabili della ripetitiva, e spesso noiosa, scena musicale salentina, in quanto, e questo va loro riconosciuto al di là di eventuali gusti personali, hanno saputo impostare, grazie a Giorgio di Lecce, che li ha fondati nel 1993, una ricerca estremamente personale.
Infatti, ed il cd "Danzimania" di cui vi parlerò è il frutto, oltre ad interpretare il repertorio contadino, il gruppo spesso ha ripreso antichi spartiti e ne ha vivificato le note.
E' il caso di questa "Tarantella di Foriano Pico", brano in modo lidio, ossia alternato tra maggiore e minore, con un giro simile a quello della "Montanara" carpinese, se non fosse appunto per questa "intrusione" del modo maggiore.
Le stesse atmosfere, forse ancora più precisamente, sono ricalcate dalla seconda traccia, ancora una volta risalente al XVII secolo. Il brano è diviso almeno in tre parti, infatti gli Arakne lo intitolano "I, II, III modus tarantella". Il ritmo, secondo i nostri standard di velocità, è più facilmente collegabile alla tammurriata campana, forse con colpi più secchi. Interessantissima è la tecnica della chitarra battente, strumento "re" dello stile degli Arakne, che qui fa particolarissime rullate leggere, talmente immesse negli accordi che vanno ricercate con grande fiuto.
La terza traccia è uno dei "classici" del repertorio popolare barocco, la bellissima "Antidotum tarantulae", che qui ha come titolo principale "Aria turchesca". Il gruppo ne esegue una versione leggermente accelerata rispetto a quelle più comuni, e forse questo aumento di ritmo fa perdere un po' di suggestione al brano, ma queste sono solo opinioni personali. Perfetta è, secondo me, l'interpretazione data di questo brano dai Musicanti del Piccolo Borgo, come introduzione ad una serie di tarantelle campane.
Ed ecco l'"Ottava siciliana", una delle tre tracce cantate di questo disco. Anche questa, come quasi tutto questo cd, risale al XVII secolo, ed è stata ripresa da uno degli studi di Attanasio Chircher, uno dei primi studiosi del tarantismo, al quale dobbiamo la conservazione e la pubblicazione di alcune musiche.
Questo brano si conclude con una variazione un po' arabeggiante, di grande atmosfera, ma forse non fondamentale.
Ed eccoci ad un altro dei "classici barocchi" della musica popolare salentina, la "Tarantella frigia". La partenza è più lenta rispetto ad altre rielaborazioni, ad esempio quella del Canzoniere Grecanico Salentino in "Canti e pizzichi d'amore". Gli Arakne, per quanto vi insinuino la modernità della terzina da pizzica, per niente mitigata, dimostrano la voglia di far vivere all'ascoltatore atmosfere diverse dalle moderne, ed il desiderio di farci sospettare che non sempre la musica salentina è stata come la conosciamo noi. Questo è un merito che va riconosciuto loro, anche se, da questo punto di vista, forse, la versione più mirabile è quella dell'Ensemble Terra d'Otranto, contenuta nel cd "Danzare col ragno".
Ed eccoci ad un altra tarantella che prevede l'"intrusione" di un accordo maggiore in una scala di struttura minore. Anche qui la chitarra battente dimostra le sue insuperabili doti armonico-ritmiche, suonando come un clavicembalo, con un "continuo" rigoroso e discreto. Va detto che questo repertorio ha una ricchezza armonica veramente invidiabile, che permetterebbe anche ai signori dell'innovazione ad ogni costo, di creare cose veramente innovative che, però, saprebbero infinitamente d'antico.
Ed eccoci ad "Alia clausula", brano con cui il gruppo apre, da diverso tempo, i propri spettacoli. Interessantissime, nell'accompagnamento della chitarra battente, le settime minori che dànno un'aria di modernità segreta a questo brano che sennò è completamente immerso in un'atmosfera che non c'è più.
Bellissimo l'accompagnamento delle percussioni, che si prodigano in complicati tempi che, nonostante il loro innegabile virtuosismo, non disturbano mai un quieto ascolto delle altre parti strumentali.
Un altro "classsico barocco" della tradizione del sud Italia è la "Tarantella del '600", resa celebre negli anni '70 dalla Nuova Compagnia di Canto Popolare. Si direbbe che la versione degli Arakne è meno etnica e più fedele, forse anche perché, oltre a questo "modo minore", si eseguono in questa traccia altre tarantelle meno note, che quindi vanno eseguite con una maggiore fedeltà alle atmosfere di origine, per quanto noi, uomini forse troppo lontani da quel periodo, ne possiamo capire.
Il set di percussioni permette all'orecchio di immergersi in un'atmosfera favolistica, molto colta e, direi, anche un pochino alterata.
Ed eccoci tornati all'inizio del giro, eccoci ad un altro accenno di questa tarantella classica, asciugata dai pretesi virtuosismi del mandolino della nuova Compagnia di Canto Popolare.
E dopo aver accennato al patrimonio del XVIII secolo, perché effettivamente qui si parla di tarantelle settecentesche, si arriva al 1819, anno a cui si fa risalire questa aria romantica. Qui già ci si avvicina agli attuali schemi della pizzica basata su un'alternanza fra tonica e dominante, e si accenna, addirittura, ad uno dei passaggi della "Tarantata" di Stifani.
Nonostante la maggiore vicinanza nel tempo, gli Arakne non semplificano il loro set percussivo, che oltre che da un tamburello, è composto anche da un'imperioso tamburo muto, dal suono lungo e grave.
Gli ultimi due brani del cd risalgono al XX secolo. La prima è la "Taranta di Lizzano", chiamata dagli Arakne "Ci è taranta". Per gli ultimi due brani non si è potuto già prescindere dal canto tellurico di Imma Giannuzzi, che però sa rispettare l'intimità di questo lavoro.
Questa, tra quelle che io conosco, è la migliore versione di questa tarantella, basata, come molte delle precedenti, sull'alternanza tra accordi maggiori e minori.
Il cd si chiude con una versione della "Pizzica tarantata", intitolata "Taranta rintesa", caratterizzata dall'intrusione della chitarra-basso che esegue un giro di Viestesana garganica, caratterizzato da un accordo di diminuita, che gli conferisce un "modo misto".
Questo brano, per la verità, è una rielaborazione della "Pizzica taranta" di "Tre tarante".
Spero di avervi fatto venire un po' di curiosità su questo cd, e, perché no, spero di aver contribuito a far capire ai salentini che, oltre e prima di comporre brani nuovi, va riscoperto tutto il passato di una musica, per poter comporre con maggiore libertà e senza tracotanza od esagerazione.
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venerdì 9 ottobre 2009
domenica 20 settembre 2009
Arakne mediterranea ad Assisi
Carissimi lettori, con molto piacere oggi aggiorno questo blog di "parole in libertà" sulla musica, per riferirvi alcune cose, non tutto quanto vorrei ma questa è un'altra storia, sul concerto degli Arakne Mediterranea tenutosi ieri sera ad Assisi all'interno dell'"Endurance lifestyle".
Intanto facciamo suonare qualche nota scordata: il concerto era mal organizzato e al grande gruppo salentino non è stato dato il rilievo che questo meritava, preferendo far precedere e addirittura interrompere il turbinio delle tarantelle, da un'esibizione di un ballerino di "Amici" che, dice, abbia anche ballato con vesti succintissime.
Venendo all'esibizione degli Arakne, è stata caratterizzata da un viaggio storico nella tarantella, che è partito con un paio di tarantelle barocche, di cui una particolarmente bella in sol minore, per poi approdare ad una tarantella ottocentesca, la cosiddetta "Aria romantica", prima di arrivare al repertorio propriamente di origine contadina. Una delle caratteristiche che rendono gli Arakne apprezzabili, infatti, è proprio quella di non accontentarsi del pur sterminato repertorio di matrice contadina, volendo anche ricordare il periodo, piuttosto lungo in verità, in cui tutti i ceti sociali erano al dentro del meccanismo culturale del tarantismo.
Per quanto riguarda questa parte di repertorio, esso è caratterizzato da una maggiore lentezza, il ritmo può essere assimilato a quello della rielaborazione della Tarantella del gargano della Nuova Compagnia di canto popolare, quindi è molto lontano da queste pizziche frenetiche che molti oggi amano pazzamente.
Oltre che dalla già citata tarantella in sol minore, contenuta nel cd "Danzimania", questa sezione è stata costituita dalla "Tarantella del '600", più conosciuta nella versione della Nuova Compagnia di Canto Popolare, da un ottava siciliana, probabilmente di origine propriamente settecentesca, con riferimenti anche al tarantismo d'acqua ancora vivo nella zona di Brindisi, che però secondo molte testimonianze nei secoli passati si estendeva per tutto il Salento, e dalla già citata "Aria romantica".
Per quanto riguarda la "Tarantella del '600", un po' virtuosistici e forse anche troppo pesanti, gli interventi del flauto di Gianni Gelao.
Gli Arakne Mediterranea, fondati nel 1993 dal grande ricercatore Giorgio di Lecce, si sono caratterizzati per aver fatto effettive ricerche sugli ultimi periodi del tarantismo, con testimonianze risalenti a venti o quindici anni fa, pubblicate anche in una parte del libro "La danza della piccola taranta" ("Sensibili alle foglie, Roma, 1994), di cui ci hanno offerto un esempio con il brano "Lu Paulinu meu/ Ah uelì", ricostruzione molto fedele di strofe e "suonate" di una delle tarantate incontrate dal di Lecce.
Una mensione particolare, infine, merita in questa prima parte la particolarissima e lentissima versione de "Lu Santu Paulu", che gli Arakne cantano anche nel cd "Tre tarante" col titolo "Te pizzicau", che dal vivo è stata prevalentemente accompagnata dalle mani degli Arakne, più le nostre anche se quelle del resto del pubblico lavoravano pochissimo, mentre le mie non si tenevano. Nel cd, giusto per dimostrare l'evoluzione positiva avuta dal gruppo in questi ultimi anni, il brano ha una coda importante a pizzica di Cutrofiano, tamburo e voce, anche se la terzina di tamburello non è molto battuta, e un finalino, sulla melodia comunemente intitolata "Fimmene fimmene" a cappella.
Dopo la pausa, su cui sorvoliamo per non essere troppo polemici, si è lasciato spazio ai canti di lavoro e d'amore smettendo di parlare dei "canti di taranta" (definizione data da Imma Giannuzzi, grande voce e coordinatrice del gruppo e del concerto).
La sezione è iniziata con uno dei più indiscussi classici della musica popolare del basso salento, la tarantella "E lu sule calau calau", che gli Arakne eseguono a partire dalla rielaborazione dei "Radici", uno dei gruppi storici della prima generazione della "riproposta" salentina. Le due voci femminili, come spesso accade negli Arakne, si alternano in una sfida, anche se con strofe decise, tra il canto più rurale di Imma Giannuzzi e quello più urbano e dolce dell'altra interprete.
Ed eccoci a "Fimmene fimmene", fatta dagli Arakne con un introduzione di flauto traverso che arrivava ad avere sonorità indiane, seguita da una parte a cappella, dove io e la mia amica ci siamo sfogate a cantare, e poi da una parte, meno efficace e forte secondo me, dove gli strumenti tornavano a farla da padrone con interessanti, ma forse troppo virtuosistici, "volteggi" del tamburello e del flauto, sotto un tappeto di chitarra classica.
C'è stato poi spazio per "Lu rusciu de lu mare", ed anche lì si poteva notare l'influenza di Donatello Pisanello e dei primi Alla Bua, anche se l'arpeggio di chitarra, per quanto riguarda la scansione degli accordi, non era lo stesso. La particolarità degli Arakne su questo pezzo è che la parte mediterranea, paragonabile per certi versi a quella degli Officina Zoè in "Terra", viene cantata con un testo in griko. Purtroppo, come molti di quelli che eseguono questo brano in due o più parti, anche gli Arakne si scordano di quella che per me è la strofa più commovente di tutto il brano, ossia:
E vola, vola, vola palomma vola,
e vola, vola, vola palomma mia
ca ieu lu core meu,
ca ieu lu core meu,
ca ieu lu core meu te l'aggiu dare".
In griko, è stata anche eseguita una pizzica, sulla melodia spesso chiamata "Pizzica di Cutrofiano", intitolata dagli Arakne "Pizzica grika" o "Rirollallà". Trovo l'accostamento di questi elementi, non vorrei dire forzato ma sicuramente poco convincente.
Mi ha toccato moltissimo, invece, una rielaborazione, eseguita chitarra, mandolino e voci, di "Andramupai", canto sull'emigrazione. Purtroppo, ma qui voglio spezzare una lancia a favore del coraggio degli Arakne, quello non era il posto giusto per eseguire un brano con queste atmosfere, il pubblico, per dirla con i portoghesi, "cochicheava", sussurrava, insomma disturbava.
Si è avuta, verso la fine, "kali nifta". La versione degli Arakne, nonostante la velocità che trovo forse un po' esagerata, è riuscita a piacermi per le particolarissime strutture ritmiche della darbouka di Luigi Giannuzzi. Il brano era una specie di Sirtaki, subito abbastanza veloce in verità, ma si riusciva a palpare il romanticismo che c'è in questa serenata.
Si è avuta poi una "Pizzica di Ugento", con un accenno a "Sale", con lo stesso identico inizio di quella degli Officina Zoè in "Sangue vivo", ma non va scordato che va dato a Giorgio di Lecce, più che ad ogni altro, il merito di aver scoperto Pino Zimba e di averne capito le potenzialità.
Il concerto si è poi chiuso con una pizzica tarantata, alla Stifani, dove, contrariamente a quanto avviene nelle versioni in disco degli Arakne, come in "Tre tarante", l'armonica ha avuto una parte assolutamente da leone, relegando il violino a strumento secondario.
Dopo l'esecuzione di questa rielaborazione della tarantata, Gianni Gelao si è lasciato andare a virtuosismi con la zampogna in sol, aiutati da un interessante dialogo tra tamburello salentino e tamburo barocco.
Spero di avervi aperto gli occhi, con questo articolo che purtroppo non può essere più preciso, su una realtà che nel Salento, terra dove i voltafaccia musicali sono all'ordine del giorno, da ormai sedici anni persegue caparbiamente un proprio e preciso obbiettivo.
Per saperne di più sul gruppo degli Arakne, si può andare su http://www.araknemediterranea.com/. Buon ascolto e"attarantatevi!".
Intanto facciamo suonare qualche nota scordata: il concerto era mal organizzato e al grande gruppo salentino non è stato dato il rilievo che questo meritava, preferendo far precedere e addirittura interrompere il turbinio delle tarantelle, da un'esibizione di un ballerino di "Amici" che, dice, abbia anche ballato con vesti succintissime.
Venendo all'esibizione degli Arakne, è stata caratterizzata da un viaggio storico nella tarantella, che è partito con un paio di tarantelle barocche, di cui una particolarmente bella in sol minore, per poi approdare ad una tarantella ottocentesca, la cosiddetta "Aria romantica", prima di arrivare al repertorio propriamente di origine contadina. Una delle caratteristiche che rendono gli Arakne apprezzabili, infatti, è proprio quella di non accontentarsi del pur sterminato repertorio di matrice contadina, volendo anche ricordare il periodo, piuttosto lungo in verità, in cui tutti i ceti sociali erano al dentro del meccanismo culturale del tarantismo.
Per quanto riguarda questa parte di repertorio, esso è caratterizzato da una maggiore lentezza, il ritmo può essere assimilato a quello della rielaborazione della Tarantella del gargano della Nuova Compagnia di canto popolare, quindi è molto lontano da queste pizziche frenetiche che molti oggi amano pazzamente.
Oltre che dalla già citata tarantella in sol minore, contenuta nel cd "Danzimania", questa sezione è stata costituita dalla "Tarantella del '600", più conosciuta nella versione della Nuova Compagnia di Canto Popolare, da un ottava siciliana, probabilmente di origine propriamente settecentesca, con riferimenti anche al tarantismo d'acqua ancora vivo nella zona di Brindisi, che però secondo molte testimonianze nei secoli passati si estendeva per tutto il Salento, e dalla già citata "Aria romantica".
Per quanto riguarda la "Tarantella del '600", un po' virtuosistici e forse anche troppo pesanti, gli interventi del flauto di Gianni Gelao.
Gli Arakne Mediterranea, fondati nel 1993 dal grande ricercatore Giorgio di Lecce, si sono caratterizzati per aver fatto effettive ricerche sugli ultimi periodi del tarantismo, con testimonianze risalenti a venti o quindici anni fa, pubblicate anche in una parte del libro "La danza della piccola taranta" ("Sensibili alle foglie, Roma, 1994), di cui ci hanno offerto un esempio con il brano "Lu Paulinu meu/ Ah uelì", ricostruzione molto fedele di strofe e "suonate" di una delle tarantate incontrate dal di Lecce.
Una mensione particolare, infine, merita in questa prima parte la particolarissima e lentissima versione de "Lu Santu Paulu", che gli Arakne cantano anche nel cd "Tre tarante" col titolo "Te pizzicau", che dal vivo è stata prevalentemente accompagnata dalle mani degli Arakne, più le nostre anche se quelle del resto del pubblico lavoravano pochissimo, mentre le mie non si tenevano. Nel cd, giusto per dimostrare l'evoluzione positiva avuta dal gruppo in questi ultimi anni, il brano ha una coda importante a pizzica di Cutrofiano, tamburo e voce, anche se la terzina di tamburello non è molto battuta, e un finalino, sulla melodia comunemente intitolata "Fimmene fimmene" a cappella.
Dopo la pausa, su cui sorvoliamo per non essere troppo polemici, si è lasciato spazio ai canti di lavoro e d'amore smettendo di parlare dei "canti di taranta" (definizione data da Imma Giannuzzi, grande voce e coordinatrice del gruppo e del concerto).
La sezione è iniziata con uno dei più indiscussi classici della musica popolare del basso salento, la tarantella "E lu sule calau calau", che gli Arakne eseguono a partire dalla rielaborazione dei "Radici", uno dei gruppi storici della prima generazione della "riproposta" salentina. Le due voci femminili, come spesso accade negli Arakne, si alternano in una sfida, anche se con strofe decise, tra il canto più rurale di Imma Giannuzzi e quello più urbano e dolce dell'altra interprete.
Ed eccoci a "Fimmene fimmene", fatta dagli Arakne con un introduzione di flauto traverso che arrivava ad avere sonorità indiane, seguita da una parte a cappella, dove io e la mia amica ci siamo sfogate a cantare, e poi da una parte, meno efficace e forte secondo me, dove gli strumenti tornavano a farla da padrone con interessanti, ma forse troppo virtuosistici, "volteggi" del tamburello e del flauto, sotto un tappeto di chitarra classica.
C'è stato poi spazio per "Lu rusciu de lu mare", ed anche lì si poteva notare l'influenza di Donatello Pisanello e dei primi Alla Bua, anche se l'arpeggio di chitarra, per quanto riguarda la scansione degli accordi, non era lo stesso. La particolarità degli Arakne su questo pezzo è che la parte mediterranea, paragonabile per certi versi a quella degli Officina Zoè in "Terra", viene cantata con un testo in griko. Purtroppo, come molti di quelli che eseguono questo brano in due o più parti, anche gli Arakne si scordano di quella che per me è la strofa più commovente di tutto il brano, ossia:
E vola, vola, vola palomma vola,
e vola, vola, vola palomma mia
ca ieu lu core meu,
ca ieu lu core meu,
ca ieu lu core meu te l'aggiu dare".
In griko, è stata anche eseguita una pizzica, sulla melodia spesso chiamata "Pizzica di Cutrofiano", intitolata dagli Arakne "Pizzica grika" o "Rirollallà". Trovo l'accostamento di questi elementi, non vorrei dire forzato ma sicuramente poco convincente.
Mi ha toccato moltissimo, invece, una rielaborazione, eseguita chitarra, mandolino e voci, di "Andramupai", canto sull'emigrazione. Purtroppo, ma qui voglio spezzare una lancia a favore del coraggio degli Arakne, quello non era il posto giusto per eseguire un brano con queste atmosfere, il pubblico, per dirla con i portoghesi, "cochicheava", sussurrava, insomma disturbava.
Si è avuta, verso la fine, "kali nifta". La versione degli Arakne, nonostante la velocità che trovo forse un po' esagerata, è riuscita a piacermi per le particolarissime strutture ritmiche della darbouka di Luigi Giannuzzi. Il brano era una specie di Sirtaki, subito abbastanza veloce in verità, ma si riusciva a palpare il romanticismo che c'è in questa serenata.
Si è avuta poi una "Pizzica di Ugento", con un accenno a "Sale", con lo stesso identico inizio di quella degli Officina Zoè in "Sangue vivo", ma non va scordato che va dato a Giorgio di Lecce, più che ad ogni altro, il merito di aver scoperto Pino Zimba e di averne capito le potenzialità.
Il concerto si è poi chiuso con una pizzica tarantata, alla Stifani, dove, contrariamente a quanto avviene nelle versioni in disco degli Arakne, come in "Tre tarante", l'armonica ha avuto una parte assolutamente da leone, relegando il violino a strumento secondario.
Dopo l'esecuzione di questa rielaborazione della tarantata, Gianni Gelao si è lasciato andare a virtuosismi con la zampogna in sol, aiutati da un interessante dialogo tra tamburello salentino e tamburo barocco.
Spero di avervi aperto gli occhi, con questo articolo che purtroppo non può essere più preciso, su una realtà che nel Salento, terra dove i voltafaccia musicali sono all'ordine del giorno, da ormai sedici anni persegue caparbiamente un proprio e preciso obbiettivo.
Per saperne di più sul gruppo degli Arakne, si può andare su http://www.araknemediterranea.com/. Buon ascolto e"attarantatevi!".
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