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venerdì 3 dicembre 2010

Lucio Dalla e Francescde Gregori: "Workinprres"

Carissimi lettori, riesco a mantenere una promessa che feci quando recensì la prima data del tour "Work in progress" di Lucio Dalla e Francesco De Gregori, ossia finalmente riesco a recensire il cd che ne è scaturito.

Il disco in questione si apre con un brano inedito dal titolo "Non basta saper cantare", che fortunatamente ora è stato scelto come singolo per trainare questo disco, per rimediare all'errore che secondo me è stato commesso facendo sì che questo disco fosse annunciato con "Gigolo", uno dei brani più insipidi di Dalla e De Gregori che io abbia mai sentito. Comunque il brano è una ballata che rimanda molto a "Santa Lucia" di Francesco De Gregori, già presente in "Banana republic", di cui questo progetto è un aggiornamento giocoso e bello. Il brano è una di quelle ballads sulla vita che ad entrambi gli autori vengono ancora bene.

Il percorso tra i classici dei due autori inizia con "Tutta la vita" di Lucio Dalla, che viene cantata insieme da entrambi ma più da De Gregori, che gli dà un'essenza fortemente blues o dylaniana. In questa versione il brano riscopre la sua anima latina, tramite l'inclusione di numerose percussioni etniche che rimandano a Cuba. È interessante sentire Dalla che si prodiga nel suo inconfondibile "scat" mentre De Gregori suona un'armonica.

Ed eccoci ad un Francesco De Gregori che ci interpreta "Anna e Marco" con una bellissima tenerezza, che io non gli sentivo da tempo. Quando Dalla entra il canto si sporca, diventa jazzato, perché lui è uno di quelli per cui la musica leggera va arricchita perché opprime ma non si può abbandonare (per motivi economici: forse!).

Comunque in queste occasioni ancora riesco a provare emozioni ascoltando questi due mostri sacri che si stanno divertendo davvero, cosa che la musica cosiddetta leggera non mi trasmette quasi mai.

E con un inizio a tempo di charleston arriva la prima incursione nel repertorio di Francesco De Gregori, con il brano "Titanic". L'atmosfera che si respira è veramente rilassata, libera e liberatoria, i due cantanti intrecciano molto armoniosamente i propri stili, alternando strofe singole a piccole parti a due voci. Nell'ultima strofa è da notare la sostituzione della parola "sposarci" con "provarci".

Ed arriviamo con piacere ad una molto bella versione de "La leva calcistica del '68", introdotta da un graffiante assolo di sassofono di Lucio Dalla. Il canto sembra completamente affidato a De Gregori, mentre Dalla dà delle pennellate di sax contralto, che precedono la sua entrata anche a livello di voce. Il secondo ritornello è affidato a Lucio Dalla, che fa degli interessantissimi finali calanti, dove scende di circa un'ottava e mezzo. Questo effetto, invece di indurire il canto, lo addolcisce, prima di lasciare spazio ad un dialogo tra il sassofono di Dalla ed una chitarra elettrica che si abbandona a fraseggi leggermente blues, subito equilibrati da una certa melodicità.

Il ritorno al repertorio di Dalla si effettua con "Canzone", brano che live perde sempre, seppur è sempre piacevole e leggero. Trovo che niente esalti la dolcezza della melodia come l'orchestrazione che si riscontra nella versione da studio presente nel cd "Canzoni". In questo brano, come vuole la struttura melodica, Dalla viene aiutato da delle coriste molto abili. Le improvvisazioni non sfociano mai in giri che rimandano a stilemi non italiani. È geniale l'imitazione del mandolino da parte di Dalla, che precede un breve intervento di De Gregori, che riscopre il suo avere iniziato come cantante di musica popolare nordamericana ed italiana al folkstudio di Roma. L'ultimo ritornello è diviso tra una parte interpretata a vocalizzi ed un'altra dove il testo viene regolarmente cantato.

Dal repertorio di Dalla viene estratta anche "Enna", brano a cui il cantante è molto legato, mentre invece io non l'ho mai amato. Nonostante ciò devo riconoscere che con questa versione acustica acquista un certo fascino, anche se non mi chiedete d'amarlo (ripeto!). Non amo, credo d'averlo già detto ma con l'occasione lo ribadisco, i brani che mascherano la politica dietro un muro di buoni sentimenti, a questo punto datemi una sincera canzone d'amore (vedi "Frasi d'amore" di Don Backy o "Bell'amore" di De Gregori).

Il brano si chiude con una bruttissima coda rock, dove Dalla dialoga con una banale chitarra elettrica con dei vocalizzi assolutamente indegni di lui.

Quando si torna a cantare De Gregori si interpreta uno dei brani più belli, forti e profondi del cantautore romano, giustamente asceso al grado di classico della canzone italiana. Mi riferisco a "La storia", canzone sulla condizione umana tra le più intime e ben fatte che mi sia dato di conoscere. Molto bello è anche l'intervento di Dalla con il clarinetto, che dialoga con il pianoforte e con il canto semiparlato di De Gregori. È strano sentire un leggero accenno di valzer durante la conclusione, ma qui è tutto bello, niente disturba.

Avevamo parlato dei rimandi che questo disco contiene a "Banana republic". Il brano che continua la scaletta potrebbe rimandare alla title track di quel disco, perché è un ritmo latino dolce e ruffiano. Il brano racconta dei viaggiatori, di quel viaggio che purtroppo fa perdere le radici, cosa che a molti piace in questo mondo dove essere globalizzati pare un obbligo. Bellissimo l'accompagnamento, molto buono anche ilcanto, abbastanza pulito, pieno di melodia italiana. Ancora una volta Lucio Dalla ci delizia con la sua personale riproduzione vocale del "tremolo" del mandolino. Sembra uno di quei brani alla De Gregori, di quelli che raccontano le atmosfere d'inizio Novecento, come "L'abbigliamento del fuochista".

All'inizio di questo articolo avevo citato "Santa Lucia" perché "Non basta saper cantare" me la ricorda, ed eccola qui riscoperta e valorizzata. È emozionante sentire De Gregori che alla fine del suo primo intervento riesegue uno stacco su una "i", tipico dello stile del cantautore romano degli anni Settanta. È un brano pieno di tenerezza e leggerezza, sentimenti di cui l'ascolto di questo disco fa fare incetta.

Quando si torna a prendere in mano il canzoniere di Dalla si ruba una perla ad "Automobili", ovvero "Nuvolari". Dispiace un po' l'abbassamento di ben due toni da sol a mi, ma probabilmente il bolognese non ha più il suo mitico falsetto, e soprattutto in tono originale De Gregori non potrebbe partecipare al canto. De Gregori esegue la prima parte lenta, rallentandola ancora, facendola diventare un po' ambient, ma forse gli dà un'atmosfera che non la raprpesenta. Quando si riprende a ritmo standard, Dalla riprende le redini del canto, con una forte teatralità sulla parola "chiusa", che diventa quasi il perno della frase melodica, prima di un giocoso tentativo di imitazione del rombo della macchina (da parte di Dalla, ovvio!). Dispiace ancora una volta sentire Dalla cantare su note più basse delle sue note naturali, mal'età non perdona nessuno (ancora Zero riesce a fare cose favolose, ma questa è altra musica!).

È un po' deludente il finale, che si chiude su la parte lenta eseguita da De Gregori con le atmosfere ambient di cui sopra.

Il brano successivo è una perla del canzoniere di De Gregori, che viene iniziata da Lucio Dalla. Ci riferiamo a "Viva l'Italia", che perde in parte il suo tocco internazionale in favore di una certa italianità o anche di una certa anima natalizia propiziata dalla presenza dei campanelli (fortunatamente sporadica!). Purtroppo anche qui ritroviamo i deplorati coretti criticati già in occasione della data zero. È da notare la sostituzione della parola "nuda" con il termine "povera". Nel finale De Gregori suona un'armonica in la rigorosamente lamella per lamella, concludendo il brano con una scala sulla posizione di soffio, chiusa da un'interessante tremolo sul terzo la dello strumento.

Ancora dal canzoniere di De Gregori viene "L'agnello di Dio", che acquista un'anima rock, solo in parte addolcita da alcuni particolari dello stile sassofonistico di Dalla, che non è mai completamente americano, poiché Dalla aveva iniziato anche come sassofonista di liscio. In questo brano ci sono molte strofe modificate in profondità. È interessante il trillo dolcissimo che Dalla esegue durante la parte lenta del brano, l'unica che io ho mai amato, in quanto, anche se il brano ha un testo profondo e tagliente non mi è riuscito mai ad arrivare per la sua musica che non mi ha mai convinto. Forse qualcuno di voi lo avrà anche sospettato, per me la prima cosa che mi deve colpire in un brano è la melodia, il testo non basta, arriva comunque dopo.

Un'altra perla di De Gregori continua la scaletta, ovvero la ballata "La valigia dell'attore". La melodia è distesa, larga e così è cantata dall'autore. Interessanti gli archi che danno una cornice classica a questo brano, unica che le si addica effettivamente, come ad ogni pezzo che abbia una struttura sviluppata. La seconda parte del brano, come sempre, è interpretata da Dalla e De Gregori in condivisione, o "a contrapunto", per usare un termine caro alla tradizione dei payadores sudamericani. Quando il brano è cantato da Dalla si tinge di jazz, ma il canto non si sporca mai troppo, il bolognese ha un grande rispetto di ciò che non gli appartiene.

Ed ecco Marco Alemanno, grande amico e compagno inseparabile di Dalla, che all'inizio del secondo disco introduce "L'abbigliamento del fuochista", una delle canzoni ispirate alla tragedia del titanic.

Ed eccoci all'"abbigliamento del fuochista", interpretata in maniera veramente convincente. Il brano è una testimonianza toccante di uno dei lavoratori del Titanic, uno dei tanti italiani che grazie a questa tragedia vedranno trasformata la loro fortuna in fallimento. Queste storie, forse, ci dovrebbero far guardare quelli che ora vengono da noi con altri occhi, anche perché non dovremo aspettare molto tempo per dover scappare un'altra volta da questo paese infido. Interessanti sono stati gli interventi di sassofono, che in questo frangente assumono una matrice eniquivocabilmente liscio.

Quando si torna a cantare Dalla si interpreta una "Disperato erotico stomp", che credo non avesse mai conosciuto versioni dal vivo registrate. Questo brano è giocoso sin dall'inizio, la trasgressione del testo e della tematica si riverbera quasi in ogni singola sfumatura del canto dei due interpreti. Veramente spassoso, anche per la variazione al rif musicale che scandisce il passaggio da strofa a strofa. Favoloso il tentativo (devo dire riuscito!) da parte di De Gregori di imitare uno stile tipico di Dalla sulla parola "grande". Curioso è anche il rallentamento in corrispondenza dell'ultimo quadro esterno, prima del rientro a casa del protagonista, che precede una serie di giochi di allungamenti di frasi con duplicazioni di parole.

Quando si torna a cantare il canzoniere di De Gregori si interpreta "Vai in Africa Celestino", che si addolcisce a livello d'accompagnamento ma dialoga molto più fortemente con la sua matrice profondamente blues a livello di canto. Anche qui ci sono numerose modifiche al testo, una tra tutte "diossina" sostituita con "eroina". Il sassofono di Lucio Dalla in questo frangente forse convince meno, ci sarebbe voluto uno strumentista con una matrice più blues rispetto al bolognese, che comunque suona più in maniera ricollegabile a certo jazz anni Cinquanta.

E quando si pensa a Dalla, si torna alle cose serie (scusate, il pezzo precedente non lo amo!), difatti si esegue "Piazza grande". Il brano acquista una matrice sudamericana, molto generosa nei confronti della melodicità del brano, dove ancora una volta i due cantanti si rimpallano strofe a "contrapunto". De Gregori dipinge un quadro neorealista, aiutato da Dalla che però non resiste mai alla tentazione di entrare con inutili sporcature jazz, e addirittura con uno "scat" davvero opprimente.

Continuando con il repertorio di Dalla recuperiamo "Com'è profondo il mare", che viene iniziata da De Gregori con dolcezza, mentre Dalla risponde con il suo nuovo canto, che secondo me denota comunque stanchezza (checché ne dica lui!), perché solo molto raramente riesce a dare il peso dovuto alla parola, la sua principale maniera di comunicare. Nonostante ciò devo dire che mi piace questa versione, come quasi tutto questo cd, che consiglio nonostante tutti i nei che gli trovo.

Continuando si ha il piacere di ascoltare "L'anno che verrà", uno dei cavalli di battaglia di Dalla, dove c'è la solita tecnica della divisione per strofe, ognuna affidata ad un interprete diverso. È spassosissimo questo brano, fa meno piacere sentire i due timbri combaciare sulla stessa frase melodica in "E si farà l'amore", perché le due voci non hanno nessuna affinità, quindi l'insieme è abbastanza disarmonico. Comunque è bella, se non fosse per un pezzo troppo blues in corrispondenza della parte dove il ritmo latino si dissipa, comunque sono piccolezze.

Tornando a De Gregori si prende in mano un brano che il cantautore romano a dedicato sentitamente a Pier Paolo Pasolini. La dolcezza nostalgica del brano non è intaccata da nessun elemento, veramente perfetta. Se dovessi fare un paragone degregoriano per descrivere l'insieme di questa antologia citerei i tre live usciti tra il 1990 ed il 1991, da me ritenuti insuperabili come schiettezza interpretativa. Questo brano soprattutto ha quel respiro, davvero magico.

Tornando al repertorio di Lucio Dalla, ci viene offerta "Futura", iniziata da De Gregori in maniera al contempo tenera e giocosa. Ancora una volta va detto che l'abbassamento di tonalità beneficia solo De Gregori, proebendo assolutamente a Dalla di esprimersi al suo massimo (anche se comunque al cantautore il timbro è peggiorato a vista d'occhio in questi ultimi anni!).

Ed eccoci ad una "Rimmel", a cui il pubblico partecipa stupito, anche se poi l'orchestrazione che entra nella seconda strofa impedisce di godere qualche volta del canto gioioso della gente comune. L'arrangiamento è tra il country ed il latino, simile insomma a quello di Gianni Morandi, che come ricorderete si è appropriato del brano nel suo pregevole lavoro "Canzoni da non perdere". Questi momenti dovrebbero far capire a De Gregori che ogni arrangiamento è lecito, nello stesso momento in cui non si impedisca all'ascoltatore di godere liberamente dei brani in sede di concerto, atto bello solo se il pubblico ha la possibilità di parteciparvi attivamente, altrimenti tra gli eventi più sterili che può contare la vita attuale.

In questo gioco di rimandi a "bannaa republic", ovviamente non poteva mancare il richiamo alle atmosfere di "Come fanno i marinai", brano che, seppur non concepito per quell'occasione perché già inciso dai due in un 45 giri, ha ritratto come nessuno quel concerto. Il brano che riecheggia quei suoni è "Gigolo", quello che ci ha presentato questo progetto ancora prima che venisse pubblicato. Ho già avuto occasione di dire che trovo che questa interpretazione non sia degna di essere presentata come anteprima di questo progetto, che dopo ci ha fatto scoprire un gioiello come "Non basta saper cantare". Ciononostante è carina, godibile, è misterioso come il swing si arricchisca di rock e di blues senza perdersi.

Tornando ai brani di repertorio di De Gregori si interpreta quel gioiello pianistico assoluto che è "la donna cannone". Il cantautore romano la interpreta con tenerezza assoluta, si crea un'atmosfera raccolta in qualsiasi posto, una sensazione di viaggio verso sentieri sconosciuti. Era da molto che non ritrovavo un De Gregori così ispirato, divertito e tenero, davvero magica questa ballata tristemente circense. È da notare che difatti la comicità ispira alle anime sensibili grandissima tristezza, basti pensare alla nuova e bellissima canzone di Francesco Guccini dal titolo "Iltestamento del pagliaccio", dalla quale si evince che un pagliaccio è una persona profondamente sensibile, se quest'arte non è applicata fuori contesto. È bello sentire che la gente canta, inclinazione che andrebbe riscoperta, perché il canto apre e rasserena l'anima.

Tornando al canzoniere di Dalla troviamo una canzone indubbiamente bella anche se secondo me molto anzi troppo sopravvalutata. Mi riferisco a "Caruso", che ha talmente influito sull'immaginario collettivo che la si cataloga anche come canzone napoletana, mentre secondo me è solo una canzone ispirata a Napoli e ad un tenore che legò molta sua vicenda alla bella Partenope seppur nemmeno napoletano. L'interpretazione che se ne ascolta è abbastanza buona, anche se si assiste al balletto degli abbassamenti di tono, che sicuramente tolgono espressività ad una melodia concepita come omaggio grato e rispettoso al "bel canto" all'italiana.

Discutibile è anche il riverbero che contraddistingue il ritornello, dandogli un che di misterioso e si direbbe quasi allucinato, che secondo me non gli si confà per niente.

Alcuni musicisti italiani, quando sono un po' stanchi e non hanno idee, si buttano sul blues, per il quale, secondo Paolo Conte, noi non abbiamo cultura (ovviamente io do ragione all'avvocato di Asti!). Siccome Francesco De Gregori si è stancato (lo ha detto svariate volte) di "Buonanotte fiorellino" l'ha portata a blues, che tanto il valzer è il blues degli europei quindi sta bene (sono questi discorsi sconclusionati di chi giustifica gli sperimentatori da quattro soldi che lavorano così!). Come state capendo questa è l'unica nota veramente dolente di questo disco e di questo concerto. Pietoso è il finale dove i due cantanti giocano con le voci per scimmiottare ancora meglio i cantanti americani (per favore trovatemi un cantante americano che canti all'italiana, ve ne prego!).

Nonostante quest'ultima nota fortemente polemica è un bel disco che continua con un brano misterioso, che si scopre essere una bella versione di "Generale". In questo caso il brano si esegue rispettosamente, seppur con il mitico giro strumentale trasformato o rarefatto. Il canto in questo caso è dolce, non si vuole imitare nessuno, ci si vuole presentare per quello che si è, con molta schiettezza (grazie a Dio!).

Buon ascolto che non ve ne pentirete!

giovedì 25 marzo 2010

Sui lavori in corso" tra bologna e Roma (dedicato al concerto di Dalla e De Gregori)

Carissimi lettori, ho il piacere di recensire, con due giorni di ritardo sulla messa in onda da parte della Rai, lo spettacolo "Due", con cui Lucio Dalla e Francesco de Gregori tornano insieme dopo trent'anni da quel bellissimo "Banana republic", album fondamentale della mia infanzia.
Si è iniziato con una "Over the raimbow", con la quale Lucio Dalla ci ha dimostrato di saper ancora suonare divinamente il clarinetto, come succedeva in quella bellissima, ma da molti forse dimenticata, cover di "Have you got a Friend" di Carole King, contenuta in un meraviglioso q disc.
Le canzoni iniziano con una "Tutta la vita" che i due artisti interpretano divertendosi molto, specialmente De Gregori, nella cui voce questo brano diventa molto sporco ed acquista un'anima blues e dylaniana, nella quale Dalla, pur divertendosi a fare dello "scat", forse si trova un pochino male. Comunque è piacevolissima, infatti amo ogni occasione in cui Dalla riesce ancora a farmi capire che si diverte, e vi giuro che non lo sento sempre (anzi, spesso, soprattutto quando ha quelle sonorità elettroniche che gli piacciono tanto ma che a me stanno proprio sul gozzo, mi sembra che si suicidi!).
Francesco de Gregori ha presentato lo spirito di questo concerto, che va interpretato come una specie di sessione di prove pubblica delle cinque date che vedranno i due artisti insieme sia a Roma che a Milano.
Continuando con il repertorio di Lucio Dalla, si ascolta questa bellissima "Anna e Marco", che anche in questo caso è stata iniziata da Francesco de Gregori, che però ama anche defilarsi. Nel brano, infatti, è predominante la limpidezza della voce di Dalla insieme ai virtuosismi della sua inseparabile corista Iscra Menarini.
La prima incursione nel repertorio di De Gregori la si fa con una bellissima versione di "Titanic", che nei suoi primi trenta secondi ci ha fatto veramente assaporare le atmosfere della nave d'inizio secolo.
Ogni strofa è interpretata da una delle due voci, le quali si alternano con numerose improvvisazioni che sono frutto di un divertimento sincero. Simpaticissimo e lo "scat" di Lucio Dalla durante le pause strumentali, bellissimi gli accompagnamenti della batteria che, con molta umiltà, lascia spazio alle percussioni e alla chitarra elettrica che miracolosamente diventa awayana. Un po' più deludenti sono i controcanti tra le due voci, perché nella musica leggera non si ha molto l'abitudine della comunità del canto. Va anche detto che, forse, le due voci non sono perfettamente intonate (forse de Gregori lo cerca a forza di scimmiottare Dylan e i suoi controtempi).
Continuando con il repertorio del romano, si ascolta un'emozionante versione de "la leva calcistica del '68", che Dalla arricchisce con leggerissime ma azzeccate venature di sassofono. Mi sta piacendo molto, perché i due artisti stanno smussando tutti quegli angoli delle loro personalità che me li fanno amare meno in condizioni normali. De Gregori sta un po' lasciando da parte la sua anima da "bluesman de noantri", mentre Dalla ha lasciato a casa un po' delle sue e sperienze elettronicheggianti, per tornare all'insostituibile sonorità acustica dei fiati e degli strumenti "veri".
Andando avanti e tornando al repertorio di Dalla, si ascolta una bellissima versione di uno degli ultimi gioielli che il bolognese è stato in grado di regalarci, quella "Canzone" che ha giustamente trainato al successo quell'ottimo disco che è "Canzoni" (1996).
Le atmosfere etniche forse in questa occasione si rarefanno un po', ma il nuovo vestito pop non le sopraffà mai fino a farle sparire. Curioso è lo "scat" di Lucio Dalla che imita il mandolino, rafforzamento delle atmosfere già presenti nella versione originale. Anche qui De Gregori ha fatto un brevissimo intervento vocale, che è stato seguito dall'unico momento poco piacevole di questo brano, un'interpretazione del ritornello con impostazione semilirica da parte di Lucio Dalla, che dimostra forse che il cantautore è veramente preso da quella "demenza senile" di cui lo accusano, anche se la sua testa, ve lo giuro, ancora funziona.
Si continua con uno dei brani che già fanno parte del periodo in cui iniziavo a distanziarmi da Lucio Dalla, forse per una freddezza musicale che iniziavo a riconoscere, od anche per un che di troppo impersonale nei testi. Il brano, che dette il titolo ad un album che Dalla pubblicò nel 1994, si chiama "Henna". Il brano, forse, a me non piace perché il messaggio antimilitarista, è riportato su un frangente troppo patetico, troppo sentimentale, che io in fondo non ho mai amato.
Tornando al repertorio di De Gregori si ascolta una bellissima canzone che ha turbato Dalla l'anno della sua uscita, la veramente notevole "Santa Lucia", che era presente in "Banana republic", anche se non la si condivideva, inquanto era solo De Gregori ad interpretarla. Lucio Dalla, forse, qui ne ha dato una versione esageratamente sporca, che non permette la scoperta completa della notevolissima melodia, comunque è stato un altro momento bellissimo di uno spettacolo per ora stupendo.
Ecco il primo brano di quelli di De Gregori che, nonostante la grande forza del testo, non mi ha mai colpito perché, in fondo, la via privilegiata per scoprire una canzone è sempre la musica. Il brano è "L'agnello di Dio", che era stata una canzone che aveva permesso al pubblico del cantautore di sapere dell'uscita di "Prendere e lasciare" (1996). Mi piacciono molto gli interventi del sassofono "ruvido" di Lucio Dalla.
Tornando al canzoniere di Lucio Dalla, finalmente si risente il repertorio per cui questo artista si è già aggiudicato un posto nella storia. Il brano è "Piazza grande", che è sempre stupendo, anche se, forse, sul finale si è un po' perso per un accordo di "sol maggiore" che va ad accompagnare, innaturalmente, un "la" eseguito dalla voce di Dalla.
Il concerto continua con una particolarissima e piacevolissima versione di "Just a Gigolo", uno dei brani che è stato composto da qualche anonimo immigrato italiano ed è stato "rubato" dallo "star system" americano. La versione di Lucio Dalla e Francesco de Gregori è un misto fra un swing, che è comunque la matrice dominante, portato da Dalla, e certe venature più blues e folk americano, portate da Francesco de Gregori.
Tornando alle atmosfere che avevano caratterizzato la rielaborazione di "Piazza grande", che portava con sé anche un mandolino, ascoltiamo un inedito intitolato "Granturismo", dedicato alla vita del girovago. La canzone afferma che "Un uomo se è uomo davvero radici non ha". Io rispondo che, anche questo gran viaggiare, se non si hanno radici nell'anima, le quali possono anche essere aiutate da quelle geografiche, non porta a niente, anzi porta a creare quei mostri che popolano la nostra attuale società, quella giustamente odiata da Guccini, quella del "villaggio globale".
Il brano, comunque, è bello, leggero, ben cantato e suonato.
Si continua, tornando al repertorio più che conosciuto e dedicandoci al canzoniere di De Gregori, con una delle mie canzoni preferite del romano, quella "Viva l'Italia" il cui disco originale mi fu regalato quando io ero molto piccola, quindi è pieno di ricordi. E' una versione leggermente più rurale, infatti il ritmo di blues è stato stemperato in un ben più italiano valzerino. Non amo il coretto che ha enfatizzato, come un tic-tac di sveglia ogni istante del brano, ma comunque mi ha fatto sempre piacere, le canzoni belle sono quasi sempre belle, per abbrutirle ci vogliono ben altre operazioni.
Questa volta, in questa pesca di capolavori, si fruga nel canzoniere di Dalla, andando a riprendere quella bellissima "Com'è profondo il mare", che ha segnato la grandezza di Dalla anche come poeta. L'accompagnamento è leggermente new age, non è forse particolarmente piacevole, ma è sempre un pezzo talmente notevole che si passa sopra tutto.
Interessantissimi sono i controtempi che ogni artista esegue nelle rispettive strofe, innescando fortissimi meccanismi creativi che, se da un lato non permettono di cantare il brano, ci dànno un assaggio di ciò che il canto dovrebbe essere sempre, una confessione a cuore aperto.
Continuando, sempre "rubata" dal repertorio di Lucio Dalla, arriva quella che, purtroppo, è diventata la colonna sonora di ogni veglione di capodanno che voglia avere le pretese di essere chic. Il brano, ovviamente, è "L'anno che verrà". E' una versione molto buona, anche se, forse, ha avuto esagerate venature blues in corrispondenza del "Vedi caro amico...", ma niente da eccepire.
Continuando, in questa "caccia al capolavoro", si arriva a "Rimmel", un altro di quei brani che fanno sfilare un fiume di ricordi dela mia infanzia. Va detto, infatti, che la cassettina originale del disco di De Gregori, che ancora possiedo anche se non ascolto più, mi fu regalata da una persona a me molto cara, oltretutto il vinile, invece, era uno dei più ascoltati della grandissima collezione di mio zio. La versione che si ascolta, interpretata da un Francesco de Gregori in grandissima forma, risente, forse, di qualche eco della notevole versione di Morandi nel già recensito "Canzoni da non perdere". Questa sera, bisogna dire la verità, la ruvidezza che De Gregori ha iniziato ad imprimere al suo canto da quindici anni a questa parte, non sta inficiando la coerenza melodica di queste bellissime canzoni.
Ed a proposito di gemme del repertorio di De Gregori, ci troviamo con una "La donna a cannone", interpretata dal romano solo voce e pianoforte, quindi con un prisma molto intimistico, che, comunque, questa canzone non ha mai perso. Divagando, a parte la versione contenuta nel q disc originale del 1983, notevolissima è quella contenuta in uno dei tre live che De Gregori fece uscire nel 1990 (ancora non esistevano i cd tripli, sennò questo poteva essere benissimo uno stupendo cofanettone!). Mi riferisco al disco che ha il titolo in inglese, scusate ma non lo posso andare a cercare, chiedo venia.
Andando avanti e tornando al repertorio di Dalla, si sente una "Caruso", uno dei brani più famosi e da me meno amati del bolognese. Quello che non mi piace, sinceramente, è l'esagerato patetismo un po' melodrammatico che quasi mai fa per me. L'unica versione di cui mi ricordo con emozione, forse per la presenza del grandissimo chitarrista che accompagnava Dalla, è quella che costui cantò accompagnato dal trio di Marco Poeta a Sirmione, in uno spettacolo televisivo presentato da Carlo Conti (recuperatevi l'esibizione di Lucio Dalla e "Marco Poeta e il suo trio di fadisti", che è una cosa geniale! Anzi ne approfitto per lanciare un appello: chi di voi l'avesse conservata e fosse nelle possibilità di postarla su Youtube lo faccia, per favore con riprese dirette dalla televisione, basta con le indecenze da telefonino!). La versione che abbiamo ascoltato, comunque, anche se forse era priva di quella classicità che si confà a questo brano come nessun altro ambiente, è stata penetrante.
Mi mancava un po' di vera polemica, ma eccola qui: come ca... spita si fa a fare una "Buonanotte fiorellino" a blues, con un inizio che farebbe pensare ad una bellissima "Quattro cani"? Va bene che De Gregori si sarà stancato di questo brano, ma se devo pensare ad una versione stravolta (comunque con molto più rispetto di quanto lui stesso non stia facendo con una sua creazione!) mi prendo un "Treinta años en vivo, Viva Itália" degli Inti-Illimani e mi godo la settima traccia, un valzerino con "temperinho" sudamericano che è appunto una "Buonanotte fiorellino".
Fortunatamente il concerto si riprende subito con un bellissimo inedito, intitolato "Non basta saper cantare", che riprende un po' le atmosfere di "Santa Lucia", citando leggermente, forse, anche quelle di "Napule è" di Pino Daniele.
E' davvero bella e mi auguro che Lucio Dalla mantenga le promesse che fa in questa presentazione, ossia mi auguro che questo brano sia presente nell'album che uscirà da questa tournée, dove, non è di troppo ripeterlo, si ascoltano due artisti mentre si divertono e giocano con il loro mestiere (veramente difficile!).
Si continua, tornando al repertorio edito ed andando verso il canzoniere dalliano, con "4 marzo 1943" che, fortunatamente, non è interpretata alla "Banana republic" (infatti quella versione non la sopporto: come si fa a fare questa canzone a reggae!). E' bellissima la fusione dei due stili che, come già avevamo notato nelle prime canzoni, sta piacevolmente continuando a creare un unicum irripetibile. La versione di "4 marzo" ricorda molto quella di "Dallamericaruso" (1986), che approfittando dell'occasione vi consiglio di scoprire.
Il concerto, veramente bello, si chiude con una versione di "Ma come fanno i marinai" che, pur essendo esageratamente sudamericana e non mantenendo l'insuperabile pezzo di clarino che la iniziava nel vinile "banana republic", è carina. Il clarinetto entra nella seconda strofa, ed è accompagnato da un leggero vocalizzo da transatlantico di De Gregori.
E' un concerto davvero bello, se potete andate alla data che vi è più vicina, perché vedere due mostri sacri divertirsi dà un gusto troppo grande.
Spero di avervi fatto venire voglia e curiosità, ci vediamo al "post che verrà".
Il pubblico scalpita, tirando forse fuori anche delle trombette da stadio, ma non ottiene assolutamente niente, d'altronde i due artisti sono abbastanza scorbutici.