Carissimi lettori, questa sera mi va di riflettere, ci ho pensato un po' tardi, più approfonditamente sul rapporto che si deve avere con le "fonti", nel momento in cui si decide di fare musica popolare.
Partirò dalla "codina" della "Pastorale per Gaspare e Rodolfo", brano che chiude l'appena recensito "Ecchite maje" dei "Musicanti del piccolo borgo".
Il cd, che come ho detto è un lavoro estremamente onesto, per confermare questa sua vocazione, si chiude con dei frammenti dei brani tradizionali che il gruppo ha rielaborato per questa occasione. Così si fa!
E' ovvio, naturalmente, che questo non basta per farmi definire un disco "onesto", e forse non è neanche un criterio basilare, ma voglio ritenerlo importante e voglio comunque portare questa "traccia nascosta" come esempio di un buon lavoro.
Una cosa simile era avvenuta nel cd del progetto "Ausuléa", dedicato ai canti erotici della provincia beneventana, che si apriva e si chiudeva con due estratti dei brani di apertura e chiusura cantati dagli informatori che li hanno dati ai ricercatori che poi li hanno rielaborati. Lì, però, dopo aver ringraziato tutti i cantori tradizionali per il loro aiuto, questo patrimonio viene troppo rielaborato: non tanto dal punto di vista armonico, cosa che magari sarebbe interessante, vedasi i "Musicanti del piccolo borgo", ma dal punto di vista strumentale, o meglio della maniera in cui gli strumenti vengono suonati. Si ha quasi paura, in quasi tutti i brani del cd in questione, di far suonare i tamburi in maniere che io, profana per quanto riguarda il folk campano, possa ricondurre alla tradizione.
Sinceramente, e scrive una pianista che quindi come tale non è contraria alle contaminazioni, mi pare che si usi la gratitudine agli anziani e alle "fonti" solo per pulirsi la coscienza.
Il "ripropositore", invece, se fa repertorio tradizionale, sarebbe tendenzialmente portato ad un effettivo rispetto, se non dei canoni stilistici in questione, quanto meno di una certa maniera di toccare gli strumenti. E' vero che i contadini di solito non li usavano, ma noi non siamo nessuno: loro la loro musica se l'erano inventata, noi, invece di crearcene una nostra, scimmiottiamo quella di un paese più forte di noi (gli Stati Uniti ovviamente!).
Quindi, questa considerazione ci dovrebbe far perdere un po' di tracotanza, facendoci invece scoprire il gusto di una semplicità spessissimo snobbata.
Oltretutto, e vi faccio un esempio "officiniano", si può reinventare completamente un brano tradizionale, mantenendo fedelmente la melodia, anche solo facendo venire a contatto questa struttura melodica "di base" con altre tradizioni, come gli Zoè hanno magistralmente fatto in "Ferma ferma" ("Crita", 2004).
Il bello della musica di tradizione, che io chiamo popolare perché il pop lo chiamo "musica leggera" (e non c'è alcun disprezzo anche se non lo amo), è proprio la sua diversità, questa voglia di cambiare, questa possibilità improvvisativa, che la musica leggera, magari più complicata, ha tolto al musicista. Questa diversità di caratteristiche, oltre al fatto che in fondo la musica "commerciale" nasca a tavolino con intenti di "rottura" col passato, rende incompatibili i due mondi da tutti i punti di vista.
Quello che voglio dirvi, ed ecco che alla fine si torna ad "Ecchite maje", è: invece di intessere lodi ad anziani il cui patrimonio derubate per renderlo più fruibile a persone che vi ascoltano solo per inerzia, rispettate davvero il passato rimanendovi fedeli, soprattutto armonicamente, magari citando, come i "Musicanti" fanno per ogni brano, la fonte discografica o di raccolta privata. Meno chiacchiere e più coscienza!
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venerdì 11 settembre 2009
martedì 4 agosto 2009
Un po' dei "Maledetti guai" dell'"Officina".
Carissimi lettori, finalmente, "Spattannu" e con tanti "sospiri" di mezzo, mi è arrivato "Maledetti guai" l'ultimo disco, per me un capolavoro, degli Officina Zoè.
E' un cd che, forse, si ascolta meglio se si scorda tutto ciò che si sa dell'"Officina" anche se magari non è adatto ai non conoscitori, perché sono cambiati molto tutti (soprattutto Cinzia).
Innanzitutto, generalizzando, direi che è un cd dove le influenze di vari paesi, dal Mediooriente al Giappone, al Mali, "condiscono" con un "tempero" specialissimo tutto. Non pensate che il Salento si sia perso, va solo un po' cercato, va solo un po' meditato, più che esserci tirannicamente è un'eco fortissima ma spesso silenziosa.
Credo che di preliminari ne ho già fatti troppi, allora eccoci alle nove magiche tracce che lo compongono.
Della prima, "A mammata", vi ho già parlato in un articolo precedente, perché è uno dei "miracoli" bellissimi compiuti da Berlusconi con la sua proverbiale stupidità.
La versione da studio è ancora più pungente, per alcuni particolari che possono colpire solo se ascoltati e non descrivibili, proprio perché è "strascicata", e della pizzica non resta che un eco.
L'"officina", secondo me, magari non volendolo, ha omaggiato un grandissimo musicista salentino, il tricasino Aldo Nichil, uno dei "colpevoli" per la strepitosa colonna sonora del bellissimo "Pizzicata" di Edoardo Winspeare.
In questo brano, a livello di canto, si viene credo subito colpiti da certe vocali di "naso" che non erano molto tipiche del precedente stile di Cinzia Marzo.
Subito dopo eccoci a quella che io ho definito "tarantella africanata", ossia a "Maledetti guai". Sono evidenti le influenze non di un'Africa sognata ed indefinita, ma di quel Mali che ha tanto tenuto compagnia all'"Officina" ultimamente, grazie alla tournée con Baba Sissoko.
Nella versione "ufficiale", più lunga di quella presente nel myspace dell'officina www.myspace.com/officinazoe, si sentono molti rimandi al jazz, che nell'altra versione si potevano solo "sospettare".
Se vogliamo fare un paragone "officiniano", questa, e quasi tutto questo cd, rimandano a quel capolavoro assoluto, purtroppo non capito, intitolato "Il miracolo".
Lì gli strumenti "tellurici" della nostra tradizione erano meno presenti piuttosto che qui, ma qui vengono sfidati a trovare un'anima "eterea" che li rende quasi irriconoscibili (si pensi alla lira calabrese suonata da Cinzia, che emette delle dissonanze contemporanee insospettabili).
Il testo dei primi due brani è in lingua italiana, e questo permette alla voce di Cinzia di essere portata da venti nuovi, che noi ammiratori degli Zoè di sempre, dobbiamo scoprire se vogliamo tentare di capire questa nuova opera.
Questa tarantella sguscia via, senza quasi averti dato la possibilità di fare quella festa così inebriante a cui porterebbe questo ritmo in condizioni "naturali".
La stessa sensazione si ha, se possibile ancora più forte, nella terza traccia, una "Pizzica mistica" che è molto più "mistica" che "pizzica".
Il suo inizio è lentissimo ed è completamente strumentale, affidato a chitarra, violino e mandolino.
La seconda fase, ancora non a pizzica, neanche lenta, è caratterizzata dall'aggiunta di una tammorra, che viene sfidata a terzinare completamente, anzi a fare anche degli accenti in più, creando, sia prima che durante il canto griko di Cinzia, un miscuglio enigmatico tra i ritmi di certe regioni del Portogallo, altre suggestioni mediterranee, nonché altre variazioni moderne sulla pizzica stessa.
Ad un certo punto, finalmente, la pizzica si materializza, ancora "muta" grazie alla tammorra, ma finalmente alla sua velocità normale.
La parte più a pizzica, che comunque porta molto più a meditare che a ballare, inizia durante un lunghissimo "la" di Cinzia, in cui la tammorra si quieta per fare spazio ai due indiavolati, ma comunque meditabondi, tamburelli di Lamberto e Danilo.
A questo punto del brano l'ensemble dell'"officina" arriva alla sua conformazione più normale: tamburelli, chitarra, organetto e violino. Non credete di trovarvi davanti ad una pausa nelle sperimentazioni perché, soprattutto nell'ultima parte, il violino esegue note dissonanti (che capisco poco).
Ed ecco la pizzica più "sospirata" dell'"Officina". E' sospirata sia perché si chiama "Cu lli suspiri", che, soprattutto, perché io ho aspettato un anno intero prima di poterla avere, dopo averla sentita al Concertone di Melpignano dell'anno scorso. (Vi ricordate della "pizzica de Santu Sebastianu"? Eccola!).
E' un tipico brano pisanelliano, di quelli in tonalità minore dove gli strumenti contano molto più delle voci, anche se Cinzia, con il suo notevole fiuto per i bei testi, ci ha messo delle parole tradizionali che, oltre a starci benissimo, obbligano l'ascoltatore a farci più di un pensierino.
La parte cantata, composta qui da almeno quattro parti, è tradizionale quindi accompagnata con un bellissimo giro in tonica e dominante (re minore-la), intervallato da un bellissimo giro di organetto che, per fare un altro paragone officiniano, ricorda "Don pizzica".
In mezzo al brano c'è un bellissimo dialogo tra organetto e violino che riesce ad unire la sensualità del tango argentino con la forza della pizzica, ma l'unione viene bene perché niente sopraffà (imparate contaminatori da strapazzo!). Prima di concludersi, questa "Cu lli suspiri", ci presenta un'"Officina" che gioca con le percussioni e le sue voci dorate, in maniera del tutto indescrivibile, come è ogni vero gioco quando è vero e spontaneo.
Ed eccoci ad un altro capolavoro nel capolavoro, la milonga argentina, scritta da Pisanello, "Spattannu", dove Cinzia, facendosi i controcanti da sola, canta una bellissima poesia vernacolare intitolata, come il brano stesso, "Spattannu".
Interessante è il dialogo tra due mandole, una che suona all'italiana, con note tremolate, e una che esegue gorgheggi mediterranei ed aperti come un oud arabo (forse c'è l'influenza del grande Ruggero Inchingolo, suonatore di liuto arabo in "Terra", primo ed indimenticato lavoro dell'"Officina").
L'organetto, che si sente pochissimo, scopre un'anima segreta di sé, credo causata da qualche accorgimento tecnico che, per la mia proverbiale ignoranza, non so rilevare.
Il testo è struggentissimo, è il racconto, dolcemente dettagliato, dell'annullamento di antiche aspettative d'amore, rappresentate da una canzone che non viene mai cantata.
La voce di Cinzia, dopo aver cantato in maniera dolcissima il testo, dialoga con se stessa, tramite le sovrincisioni, con terze e quinte interessantissime. Così il brano si chiude lasciando spazio ad un'altra perla: "Liknon".
E' un brano che, in dialetto salentino, traccia un ritratto di ciò che sentono gli immigrati che arrivano qui, che poi era quello che sentivamo noi quando ce ne andavamo dalla nostra Italia "china 'i fami e china 'i guai" (la citazione è di Otello Profazio, da "Mannaja all'ingegneri").
Scordatevi però il racconto lineare, preparatevi a quei viaggi allucinati e criptici così tipici di Cinzia Marzo, immaginate di sentire "Fracidde", magari un po' meno mistica, ma "lu ientu" che soffia è quello.
Il brano è in tono minore, ma la tristezza è "tiepida" e non si può combattere, ci si può solo lasciare avvolgere da lei come da un incantesimo improcrastinabile.
Il contrabbasso, che suonato con l'archetto spesso acquista toni apocalittici e scuri, qui arriva ad una cantabilità quasi umana, ed arriva ad usare in maniera modernissima i tipici "quarti di tono" della più pura musica popolare.
Questo assolo, è poi seguito da quello della magica mandola mediterranea che, come ho già detto in "Spattannu", fa risoffiare quel vento bellissimo e a me particolarmente grato dell'oud di Inchingolo.
Queste stesse atmosfere, forse con meno effetti mediterranei ma con altrettanta efficacia, sono poi ripresi dalla chitarra acustica di Luigi Panico, che porta il brano verso lidi più anglosassoni, ma l'effetto si interrompe subito, perché riprende, finalmente, il canto di Cinzia e Rachele, che si fa ora un dialogo tra la durezza di Cinzia, che comunque è diventata solo uno dei tanti colori che sa usare, e la dolcezza mistica di Rachele. Interessantissimo, nel canto di Cinzia, il contrasto tra il significato della parola "uraganu" e il modo con cui viene pronunciata. Il brano ora ci sta illudendo di voler finire, ma sta solo prendendo un altro ritmo, tramite un interessantissimo dialogo tra le terze tipiche salentine delle voci e i virtuosismi moderni del contrabbasso. Il ritmo, secondo me, è una tammurriata campana, che, forse, viene velocizzata un po'. Il testo che si canta in questa parte di brano è molto ripetitivo ma è pieno di caratteristiche pienamente "tradotte" dal canto (non posso dirvi niente delle parole perché sbaglierei qualcosa). Poi, sinceramente, credo che questo cd ognuno debba scoprirlo e farselo penetrare dentro molto istintivamente, quindi queste righe vogliono solo essere un invito ed un piccolo racconto di ciò che ci vedo io, non una decriptazione di nessun segreto.
Ed eccoci ad un momento balcanico, completamente strumentale quindi scritto da Donatello Pisanello, intitolato "Ciao rom". E' una congiunzione ideale tra una quasi accennata terzina di pizzica, che non viene mai eseguita per intero, e influenze balcaniche, per omaggiare i Rom, questo popolo con cui i salentini, da ormai molti anni, hanno legami indissolubili.
Ed eccoci a "Pizzicannella", pizzica interiore, la cui introduzione potrebbe ricordare il finalino di "Macaria", brano contenuto in "Sangue vivo", album di cui questo disco sviluppa e migliora molte idee.
Abbiamo percussioni e flauti che dialogano in maniera molto meditabonda, ma di una meditazione che porta alla ricerca di un equilibrio interiore, ricerca a cui Cinzia, autrice del pezzo, ha sempre puntato nella sua musica e nei suoi testi (si pensi a quella parte di "Menevò" che dice:
E' na parte de munnu
ca è puru piccinna
ca de tutta la terra
cu vai cerchi na linia.
E' na linia suttile ca passa de lu core
ca è comu nu specchiu
addù lassu lu core).
Qui, forse, si ritrova una maggiore rabbia, anche se la si interpreta perché ormai, quando arriva questa "Pizzicannella", si è entrati in pieno in questa atmosfera allucinata e criptica, di cui Zoè ci vuole ubriacare.
E il canto si interrompe per lasciare spazio alla magia dei flauti, che non dialogano più solo con i tamburi ma anche con le corde, che velocemente rispondono con un mirabile assolo di mandola, la cui dissonanza non disturba, il cui finale ricorda un pezzettino di una "guitarrada" del grande suonatore di chitarra portoghese Jaime Santos" precisamente il pezzettino più virtuosistico delle "Variações em re".
Il cd si chiude con un commovente canto griko, sempre di matrice popolare, che Cinzia riprende dal libro dell'attore e ricercatore brizio montinaro "Canti di pianto e d'amore dell'antico Salento".
Qui il canto delle "prefiche" scompare per dare spazio ad una dolcezza quasi desolata, profonda.
Spero di avervi fatto venire un po' di curiosità, ora tocca a voi immergervi in un mare di bellissimi ma "Maledetti guai".
E' un cd che, forse, si ascolta meglio se si scorda tutto ciò che si sa dell'"Officina" anche se magari non è adatto ai non conoscitori, perché sono cambiati molto tutti (soprattutto Cinzia).
Innanzitutto, generalizzando, direi che è un cd dove le influenze di vari paesi, dal Mediooriente al Giappone, al Mali, "condiscono" con un "tempero" specialissimo tutto. Non pensate che il Salento si sia perso, va solo un po' cercato, va solo un po' meditato, più che esserci tirannicamente è un'eco fortissima ma spesso silenziosa.
Credo che di preliminari ne ho già fatti troppi, allora eccoci alle nove magiche tracce che lo compongono.
Della prima, "A mammata", vi ho già parlato in un articolo precedente, perché è uno dei "miracoli" bellissimi compiuti da Berlusconi con la sua proverbiale stupidità.
La versione da studio è ancora più pungente, per alcuni particolari che possono colpire solo se ascoltati e non descrivibili, proprio perché è "strascicata", e della pizzica non resta che un eco.
L'"officina", secondo me, magari non volendolo, ha omaggiato un grandissimo musicista salentino, il tricasino Aldo Nichil, uno dei "colpevoli" per la strepitosa colonna sonora del bellissimo "Pizzicata" di Edoardo Winspeare.
In questo brano, a livello di canto, si viene credo subito colpiti da certe vocali di "naso" che non erano molto tipiche del precedente stile di Cinzia Marzo.
Subito dopo eccoci a quella che io ho definito "tarantella africanata", ossia a "Maledetti guai". Sono evidenti le influenze non di un'Africa sognata ed indefinita, ma di quel Mali che ha tanto tenuto compagnia all'"Officina" ultimamente, grazie alla tournée con Baba Sissoko.
Nella versione "ufficiale", più lunga di quella presente nel myspace dell'officina www.myspace.com/officinazoe, si sentono molti rimandi al jazz, che nell'altra versione si potevano solo "sospettare".
Se vogliamo fare un paragone "officiniano", questa, e quasi tutto questo cd, rimandano a quel capolavoro assoluto, purtroppo non capito, intitolato "Il miracolo".
Lì gli strumenti "tellurici" della nostra tradizione erano meno presenti piuttosto che qui, ma qui vengono sfidati a trovare un'anima "eterea" che li rende quasi irriconoscibili (si pensi alla lira calabrese suonata da Cinzia, che emette delle dissonanze contemporanee insospettabili).
Il testo dei primi due brani è in lingua italiana, e questo permette alla voce di Cinzia di essere portata da venti nuovi, che noi ammiratori degli Zoè di sempre, dobbiamo scoprire se vogliamo tentare di capire questa nuova opera.
Questa tarantella sguscia via, senza quasi averti dato la possibilità di fare quella festa così inebriante a cui porterebbe questo ritmo in condizioni "naturali".
La stessa sensazione si ha, se possibile ancora più forte, nella terza traccia, una "Pizzica mistica" che è molto più "mistica" che "pizzica".
Il suo inizio è lentissimo ed è completamente strumentale, affidato a chitarra, violino e mandolino.
La seconda fase, ancora non a pizzica, neanche lenta, è caratterizzata dall'aggiunta di una tammorra, che viene sfidata a terzinare completamente, anzi a fare anche degli accenti in più, creando, sia prima che durante il canto griko di Cinzia, un miscuglio enigmatico tra i ritmi di certe regioni del Portogallo, altre suggestioni mediterranee, nonché altre variazioni moderne sulla pizzica stessa.
Ad un certo punto, finalmente, la pizzica si materializza, ancora "muta" grazie alla tammorra, ma finalmente alla sua velocità normale.
La parte più a pizzica, che comunque porta molto più a meditare che a ballare, inizia durante un lunghissimo "la" di Cinzia, in cui la tammorra si quieta per fare spazio ai due indiavolati, ma comunque meditabondi, tamburelli di Lamberto e Danilo.
A questo punto del brano l'ensemble dell'"officina" arriva alla sua conformazione più normale: tamburelli, chitarra, organetto e violino. Non credete di trovarvi davanti ad una pausa nelle sperimentazioni perché, soprattutto nell'ultima parte, il violino esegue note dissonanti (che capisco poco).
Ed ecco la pizzica più "sospirata" dell'"Officina". E' sospirata sia perché si chiama "Cu lli suspiri", che, soprattutto, perché io ho aspettato un anno intero prima di poterla avere, dopo averla sentita al Concertone di Melpignano dell'anno scorso. (Vi ricordate della "pizzica de Santu Sebastianu"? Eccola!).
E' un tipico brano pisanelliano, di quelli in tonalità minore dove gli strumenti contano molto più delle voci, anche se Cinzia, con il suo notevole fiuto per i bei testi, ci ha messo delle parole tradizionali che, oltre a starci benissimo, obbligano l'ascoltatore a farci più di un pensierino.
La parte cantata, composta qui da almeno quattro parti, è tradizionale quindi accompagnata con un bellissimo giro in tonica e dominante (re minore-la), intervallato da un bellissimo giro di organetto che, per fare un altro paragone officiniano, ricorda "Don pizzica".
In mezzo al brano c'è un bellissimo dialogo tra organetto e violino che riesce ad unire la sensualità del tango argentino con la forza della pizzica, ma l'unione viene bene perché niente sopraffà (imparate contaminatori da strapazzo!). Prima di concludersi, questa "Cu lli suspiri", ci presenta un'"Officina" che gioca con le percussioni e le sue voci dorate, in maniera del tutto indescrivibile, come è ogni vero gioco quando è vero e spontaneo.
Ed eccoci ad un altro capolavoro nel capolavoro, la milonga argentina, scritta da Pisanello, "Spattannu", dove Cinzia, facendosi i controcanti da sola, canta una bellissima poesia vernacolare intitolata, come il brano stesso, "Spattannu".
Interessante è il dialogo tra due mandole, una che suona all'italiana, con note tremolate, e una che esegue gorgheggi mediterranei ed aperti come un oud arabo (forse c'è l'influenza del grande Ruggero Inchingolo, suonatore di liuto arabo in "Terra", primo ed indimenticato lavoro dell'"Officina").
L'organetto, che si sente pochissimo, scopre un'anima segreta di sé, credo causata da qualche accorgimento tecnico che, per la mia proverbiale ignoranza, non so rilevare.
Il testo è struggentissimo, è il racconto, dolcemente dettagliato, dell'annullamento di antiche aspettative d'amore, rappresentate da una canzone che non viene mai cantata.
La voce di Cinzia, dopo aver cantato in maniera dolcissima il testo, dialoga con se stessa, tramite le sovrincisioni, con terze e quinte interessantissime. Così il brano si chiude lasciando spazio ad un'altra perla: "Liknon".
E' un brano che, in dialetto salentino, traccia un ritratto di ciò che sentono gli immigrati che arrivano qui, che poi era quello che sentivamo noi quando ce ne andavamo dalla nostra Italia "china 'i fami e china 'i guai" (la citazione è di Otello Profazio, da "Mannaja all'ingegneri").
Scordatevi però il racconto lineare, preparatevi a quei viaggi allucinati e criptici così tipici di Cinzia Marzo, immaginate di sentire "Fracidde", magari un po' meno mistica, ma "lu ientu" che soffia è quello.
Il brano è in tono minore, ma la tristezza è "tiepida" e non si può combattere, ci si può solo lasciare avvolgere da lei come da un incantesimo improcrastinabile.
Il contrabbasso, che suonato con l'archetto spesso acquista toni apocalittici e scuri, qui arriva ad una cantabilità quasi umana, ed arriva ad usare in maniera modernissima i tipici "quarti di tono" della più pura musica popolare.
Questo assolo, è poi seguito da quello della magica mandola mediterranea che, come ho già detto in "Spattannu", fa risoffiare quel vento bellissimo e a me particolarmente grato dell'oud di Inchingolo.
Queste stesse atmosfere, forse con meno effetti mediterranei ma con altrettanta efficacia, sono poi ripresi dalla chitarra acustica di Luigi Panico, che porta il brano verso lidi più anglosassoni, ma l'effetto si interrompe subito, perché riprende, finalmente, il canto di Cinzia e Rachele, che si fa ora un dialogo tra la durezza di Cinzia, che comunque è diventata solo uno dei tanti colori che sa usare, e la dolcezza mistica di Rachele. Interessantissimo, nel canto di Cinzia, il contrasto tra il significato della parola "uraganu" e il modo con cui viene pronunciata. Il brano ora ci sta illudendo di voler finire, ma sta solo prendendo un altro ritmo, tramite un interessantissimo dialogo tra le terze tipiche salentine delle voci e i virtuosismi moderni del contrabbasso. Il ritmo, secondo me, è una tammurriata campana, che, forse, viene velocizzata un po'. Il testo che si canta in questa parte di brano è molto ripetitivo ma è pieno di caratteristiche pienamente "tradotte" dal canto (non posso dirvi niente delle parole perché sbaglierei qualcosa). Poi, sinceramente, credo che questo cd ognuno debba scoprirlo e farselo penetrare dentro molto istintivamente, quindi queste righe vogliono solo essere un invito ed un piccolo racconto di ciò che ci vedo io, non una decriptazione di nessun segreto.
Ed eccoci ad un momento balcanico, completamente strumentale quindi scritto da Donatello Pisanello, intitolato "Ciao rom". E' una congiunzione ideale tra una quasi accennata terzina di pizzica, che non viene mai eseguita per intero, e influenze balcaniche, per omaggiare i Rom, questo popolo con cui i salentini, da ormai molti anni, hanno legami indissolubili.
Ed eccoci a "Pizzicannella", pizzica interiore, la cui introduzione potrebbe ricordare il finalino di "Macaria", brano contenuto in "Sangue vivo", album di cui questo disco sviluppa e migliora molte idee.
Abbiamo percussioni e flauti che dialogano in maniera molto meditabonda, ma di una meditazione che porta alla ricerca di un equilibrio interiore, ricerca a cui Cinzia, autrice del pezzo, ha sempre puntato nella sua musica e nei suoi testi (si pensi a quella parte di "Menevò" che dice:
E' na parte de munnu
ca è puru piccinna
ca de tutta la terra
cu vai cerchi na linia.
E' na linia suttile ca passa de lu core
ca è comu nu specchiu
addù lassu lu core).
Qui, forse, si ritrova una maggiore rabbia, anche se la si interpreta perché ormai, quando arriva questa "Pizzicannella", si è entrati in pieno in questa atmosfera allucinata e criptica, di cui Zoè ci vuole ubriacare.
E il canto si interrompe per lasciare spazio alla magia dei flauti, che non dialogano più solo con i tamburi ma anche con le corde, che velocemente rispondono con un mirabile assolo di mandola, la cui dissonanza non disturba, il cui finale ricorda un pezzettino di una "guitarrada" del grande suonatore di chitarra portoghese Jaime Santos" precisamente il pezzettino più virtuosistico delle "Variações em re".
Il cd si chiude con un commovente canto griko, sempre di matrice popolare, che Cinzia riprende dal libro dell'attore e ricercatore brizio montinaro "Canti di pianto e d'amore dell'antico Salento".
Qui il canto delle "prefiche" scompare per dare spazio ad una dolcezza quasi desolata, profonda.
Spero di avervi fatto venire un po' di curiosità, ora tocca a voi immergervi in un mare di bellissimi ma "Maledetti guai".
domenica 2 agosto 2009
Malicanti a Trevi
Carissimi lettori, è con molto piacere che torno a scrivere questa mattina. Vi parlerò, andando un po' a zig zag, del bellissimo concerto dei Malicanti, gruppo di cui si è già parlato ma che conviene ricordare.
Il concerto si è svolto a Trevi nel giardino d'una villa costruita tra XVII e XVIII secolo, all'interno del World music festival.
La piazza era quasi piena, eravamo poco più di centottanta persone ma c'è stato un clima da vera festa popolare.
Il gruppo, che contrariamente a molti ensemble popolari attuali è didattico e insegna a distinguere le varianti senza annoiare, per ogni brano raccontava una storia con cui ti permetteva di capire o parti del testo, o da dove provenivano certi stili contadini che poi venivano usati, o, comunque, le atmosfere tipiche delle zone della Puglia da cui i suoi componenti provengono.
Va ricordato infatti che il gruppo tiene molto a precisare d'aver imparato tutto ciò che sa dagli anziani, e chiaramente si limita ai repertori delle zone di provenienza concreta dei suoi componenti (non essendoci nessuno della Grecìa, ad esempio, ogni riferimento al griko è mancato).
Il concerto si è aperto con una "Oi rosa", solo apparentemente simile a quella incisa nel cd "Canti tradizionali delle Puglie", unico disco inciso dal gruppo. Nei due casi, e in generale per tutto il concerto, si è avuto un uso massiccio della chitarra battente, ma le strofe che si cantavano erano spesso e volentieri diverse (d'altronde sono anche passati quattro anni dall'incisione in questione). Il brano, essendo di provenienza brindisina, è stato interpretato magistralmente da Daniele Girasoli, nato in provincia di Brindisi a San Pancrazio salentino.
Subito dopo si è potuta apprezzare la bravura di Anna Invidia, grande nuova voce della musica popolare salentina, in uno dei classici indiscussi di questa tradizione, la bellissima "Pizzicarella". Se dovessi paragonare questa versione a qualcosa di pubblicato, citerei la stupenda rielaborazione del brano presente nel cd "Opillopillopì" degli Aramirè. L'interpretazione, come tutte quelle del gruppo, è basata su stilemi contadini, rispettati profondamente ma anche un pochino "ripuliti" (non edulcorati).
Subito dopo si è fatta la prima capatina nel Gargano, terra di cui i Malicanti subiscono molto profondamente il fascino, anche perché varie persone che ruotano intorno a questa compagine musicale provengono da quella zona.
Quando si pensa a quelle tarantelle, inevitabilmente il ricordo vola ai Cantori di Carpino, il cui maggiore leader e fondatore, il grande chitarrista Andrea Sacco, è stato maestro diretto di Enrico Noviello, colui che coordinava tutto il concerto con una semplicità ed una tenerezza disarmanti.
Il primo esempio carpinese offertoci è stata una "Montanara", quel giro d'accordi che ormai tutti credono legato ad un testo solo, quel bellissimo "E comme je ja fà pe' amà sta donni" reso famoso trent'anni fa dalla Nuova Compagnia di Canto Popolare.
I Malicanti, nell'interpretazione del repertorio garganico hanno due voci ben distinte. Oltre ad Enrico Noviello, anche esimio battentista, chi era a Trevi ha potuto scoprire Adriano (scusate se non so il cognome, loro l'hanno sempre presentato così). Se lo stile di Noviello pur nella sua profonda ruralità è pulito e personale, lo stile del secondo cantore ricordava quello quasi gridato dell'appena deceduto Antonio Maccarone.
Del Gargano il gruppo ci ha poi offerto anche una "rodianella", presentata come il ritmo preferito da Andrea Sacco per la sua giovialità, ed una "viestesana" basata su interessanti "calate" di quarti di tono, a cui oggi non siamo abituati ma che erano l'essenza del vero canto contadino.
I testi dei "sonetti" carpinesi sono, e non poteva essere altrimenti, in moltissimi casi di tematica romantica, perché a Carpino, ed in parte succede ancora oggi, la serenata era talmente importante che era il solo mezzo, o il più convincente, che un amante aveva per far capire alla propria amata quanto fosse grande il suo amore.
Da quelle terre viene anche una "Sangiuvannara", tarantella di San Giovanni rotondo, di tematica più piccantina e meno romantica, caratterizzata anche dall'uso dell'organetto (che in teoria nel folklore carpinese sarebbe assente, anche se i Malicanti hanno fatto uso dello strumento durante la "viestesana").
Dedichiamoci ora, sempre a zig zag ma con maggiore dovizia di particolari, al repertorio di zona brindisino-leccese, portato prevalentemente da Daniele Girasoli e Anna Invidia.
Sono rimasta piacevolmente colpita, mentre me la cantavo a squarciagola come ho fatto con tutto quel repertorio, dalla presenza in scaletta di "Mieru". Questo brano, a me prevalentemente noto nelle versioni di cantanti che fanno "liscio alla salentina" come Bruno Petrachi, sia in questa versione che in quella di Uccio Aloisi in "Mara l'acqua", acquista un fascino ed un'autenticità disarmanti. Il brano, valzerino spassoso, è un inno al vino e al suo potere di far scordare le fatiche (sicuramente è meglio delle droghe sintetiche con cui in molti, oltre a scordarsi ciò che li circonda, si ammazzano!).
Passando alla zona brindisina, notevole è l'interpretazione della "Pizzica di San Vito", imparata dai Malicanti direttamente da "mesciu" Vincenzino Vita, barbiere che suonava sia violino che mandolino.
Interessante è stato il quarto di tono del violino durante la parte meno terzinata del suo intervento, positiva è stata, finalmente, l'introduzione del terzo accordo d'accompagnamento che nell'incisione su cd manca, provocandomi un senso di profonda insoddisfazione.
La versione dei Malicanti è partita lenta, per poi arrivare al ritmo medio d'una pizzica, quello che molti gruppi, purtroppo anche Zoè, ogni tanto ritengono troppo lento.
Presentato da Enrico Noviello con moltissima tenerezza, è arrivato anche il momento del ricordo di "Zimba". Il brano che ci ha permesso di ricordarlo è stata un'"Aria caddrhipulina" interpretata da Anna Invidia con maestria e sentimento. Nel ritornello, sintomatico della personalità sofferta ma gioviale dell'aradeino, io mi sono divertita a cantare, per la verità l'ho cantata tutta. Il brano, contenuto nel primo cd degli Zimbaria, è diviso in parti lente (strofe) e in un ritornello a tarantella (non a pizzica pizzica), dove questo ritmo si vive in maniera festosa.
Notevole, io la avevo sentita solo in versioni deludenti, la "Pizzica di Torchiarolo", che ha avuto in Anna Invidia un'interprete meravigliosa. Il ritornello, basato su vocalizzi, era semplicissimo da seguire, difatti, dato che riprendeva la melodia della strofa, io l'ho subito cantato.
Meravigliosi anche gli stornelli "salentini", secondo la denominazione di Uccio, interpretati dall'Invidia alla maniera di Anna Cinzia Villani, anche se in modo meno marcatamente rurale.
Interessantissima, perché costituiva un esempio di pizzica parte in minore e parte in maggiore, la "disputa" tra la "Pizzica di Carovigno", interpretata da Girasoli, e una delle varianti leccesi (che non riesco a ricordare) interpretata dall'Invidia.
Per tutto il concerto l'organetto di Valerio Rodelli ha dimostrato il suo virtuosismo, semplice ed accattivante, virtù ormai abbastanza persa dai signori dell'organetto da "conservatorio".
Enrico Noviello, grande interprete garganico, ci ha dato, alla fine, la buonanotte alla Andrea Sacco, riprendendo il giro di montanara in mi minore, interpretando il "sonetto" noto come "Chi nun capisce l'amore nun capisce nente".
Subito dopo, dato che noi scalpitavamo perché avevamo amato molto tutta la serata, si è avuta una bellissima "Pizzica tarantata", brano che il gruppo, al contrario di Zoè, esegue cantando le strofe proprie di Luigi Stifani, il musicoterapeuta che utilizzava questo nome per definire la sua pizzica.
Citazione a parte, merita il momento dedicato ai "canti alla stisa", quelli che veramente accompagnavano il lavoro dei contadini. I Malicanti ce ne hanno offerto un commovente esempio con "La rucita di mare", versione specifica di San Pancrazio salentino de "Lu rusciu de lu mare". Purtroppo non ve la posso descrivere, posso solo dirvi che è molto bella.
Altrettanto a parte, forse perché mi ha commosso particolarmente, cito "E malidettu lu cinquanta", canto che veniva direttamente da "Le memorie della terra". Il brano è costituito da un documento inciso da Alan Lomax nel 1953 a tempo di tarantella, alle cui strofe sono intervallate altre eseguite lentamente. Non è forse un brano sspudoratamente politico, ma ci ricorda che questa gente, dato che soffriva, con la sua musica ci cantava anche le sue sofferenze. Se noi amiamo il folklore come cosa viva, dobbiamo tornarlo a fare.
Non pretendo di avervi dato neanche lo zero per cento di quello che vi siete persi se non c'eravate, spero solo di farvi venire la voglia di vedere i malicanti quando passano dalle parti vostre: vale davvero la pena!
Il concerto si è svolto a Trevi nel giardino d'una villa costruita tra XVII e XVIII secolo, all'interno del World music festival.
La piazza era quasi piena, eravamo poco più di centottanta persone ma c'è stato un clima da vera festa popolare.
Il gruppo, che contrariamente a molti ensemble popolari attuali è didattico e insegna a distinguere le varianti senza annoiare, per ogni brano raccontava una storia con cui ti permetteva di capire o parti del testo, o da dove provenivano certi stili contadini che poi venivano usati, o, comunque, le atmosfere tipiche delle zone della Puglia da cui i suoi componenti provengono.
Va ricordato infatti che il gruppo tiene molto a precisare d'aver imparato tutto ciò che sa dagli anziani, e chiaramente si limita ai repertori delle zone di provenienza concreta dei suoi componenti (non essendoci nessuno della Grecìa, ad esempio, ogni riferimento al griko è mancato).
Il concerto si è aperto con una "Oi rosa", solo apparentemente simile a quella incisa nel cd "Canti tradizionali delle Puglie", unico disco inciso dal gruppo. Nei due casi, e in generale per tutto il concerto, si è avuto un uso massiccio della chitarra battente, ma le strofe che si cantavano erano spesso e volentieri diverse (d'altronde sono anche passati quattro anni dall'incisione in questione). Il brano, essendo di provenienza brindisina, è stato interpretato magistralmente da Daniele Girasoli, nato in provincia di Brindisi a San Pancrazio salentino.
Subito dopo si è potuta apprezzare la bravura di Anna Invidia, grande nuova voce della musica popolare salentina, in uno dei classici indiscussi di questa tradizione, la bellissima "Pizzicarella". Se dovessi paragonare questa versione a qualcosa di pubblicato, citerei la stupenda rielaborazione del brano presente nel cd "Opillopillopì" degli Aramirè. L'interpretazione, come tutte quelle del gruppo, è basata su stilemi contadini, rispettati profondamente ma anche un pochino "ripuliti" (non edulcorati).
Subito dopo si è fatta la prima capatina nel Gargano, terra di cui i Malicanti subiscono molto profondamente il fascino, anche perché varie persone che ruotano intorno a questa compagine musicale provengono da quella zona.
Quando si pensa a quelle tarantelle, inevitabilmente il ricordo vola ai Cantori di Carpino, il cui maggiore leader e fondatore, il grande chitarrista Andrea Sacco, è stato maestro diretto di Enrico Noviello, colui che coordinava tutto il concerto con una semplicità ed una tenerezza disarmanti.
Il primo esempio carpinese offertoci è stata una "Montanara", quel giro d'accordi che ormai tutti credono legato ad un testo solo, quel bellissimo "E comme je ja fà pe' amà sta donni" reso famoso trent'anni fa dalla Nuova Compagnia di Canto Popolare.
I Malicanti, nell'interpretazione del repertorio garganico hanno due voci ben distinte. Oltre ad Enrico Noviello, anche esimio battentista, chi era a Trevi ha potuto scoprire Adriano (scusate se non so il cognome, loro l'hanno sempre presentato così). Se lo stile di Noviello pur nella sua profonda ruralità è pulito e personale, lo stile del secondo cantore ricordava quello quasi gridato dell'appena deceduto Antonio Maccarone.
Del Gargano il gruppo ci ha poi offerto anche una "rodianella", presentata come il ritmo preferito da Andrea Sacco per la sua giovialità, ed una "viestesana" basata su interessanti "calate" di quarti di tono, a cui oggi non siamo abituati ma che erano l'essenza del vero canto contadino.
I testi dei "sonetti" carpinesi sono, e non poteva essere altrimenti, in moltissimi casi di tematica romantica, perché a Carpino, ed in parte succede ancora oggi, la serenata era talmente importante che era il solo mezzo, o il più convincente, che un amante aveva per far capire alla propria amata quanto fosse grande il suo amore.
Da quelle terre viene anche una "Sangiuvannara", tarantella di San Giovanni rotondo, di tematica più piccantina e meno romantica, caratterizzata anche dall'uso dell'organetto (che in teoria nel folklore carpinese sarebbe assente, anche se i Malicanti hanno fatto uso dello strumento durante la "viestesana").
Dedichiamoci ora, sempre a zig zag ma con maggiore dovizia di particolari, al repertorio di zona brindisino-leccese, portato prevalentemente da Daniele Girasoli e Anna Invidia.
Sono rimasta piacevolmente colpita, mentre me la cantavo a squarciagola come ho fatto con tutto quel repertorio, dalla presenza in scaletta di "Mieru". Questo brano, a me prevalentemente noto nelle versioni di cantanti che fanno "liscio alla salentina" come Bruno Petrachi, sia in questa versione che in quella di Uccio Aloisi in "Mara l'acqua", acquista un fascino ed un'autenticità disarmanti. Il brano, valzerino spassoso, è un inno al vino e al suo potere di far scordare le fatiche (sicuramente è meglio delle droghe sintetiche con cui in molti, oltre a scordarsi ciò che li circonda, si ammazzano!).
Passando alla zona brindisina, notevole è l'interpretazione della "Pizzica di San Vito", imparata dai Malicanti direttamente da "mesciu" Vincenzino Vita, barbiere che suonava sia violino che mandolino.
Interessante è stato il quarto di tono del violino durante la parte meno terzinata del suo intervento, positiva è stata, finalmente, l'introduzione del terzo accordo d'accompagnamento che nell'incisione su cd manca, provocandomi un senso di profonda insoddisfazione.
La versione dei Malicanti è partita lenta, per poi arrivare al ritmo medio d'una pizzica, quello che molti gruppi, purtroppo anche Zoè, ogni tanto ritengono troppo lento.
Presentato da Enrico Noviello con moltissima tenerezza, è arrivato anche il momento del ricordo di "Zimba". Il brano che ci ha permesso di ricordarlo è stata un'"Aria caddrhipulina" interpretata da Anna Invidia con maestria e sentimento. Nel ritornello, sintomatico della personalità sofferta ma gioviale dell'aradeino, io mi sono divertita a cantare, per la verità l'ho cantata tutta. Il brano, contenuto nel primo cd degli Zimbaria, è diviso in parti lente (strofe) e in un ritornello a tarantella (non a pizzica pizzica), dove questo ritmo si vive in maniera festosa.
Notevole, io la avevo sentita solo in versioni deludenti, la "Pizzica di Torchiarolo", che ha avuto in Anna Invidia un'interprete meravigliosa. Il ritornello, basato su vocalizzi, era semplicissimo da seguire, difatti, dato che riprendeva la melodia della strofa, io l'ho subito cantato.
Meravigliosi anche gli stornelli "salentini", secondo la denominazione di Uccio, interpretati dall'Invidia alla maniera di Anna Cinzia Villani, anche se in modo meno marcatamente rurale.
Interessantissima, perché costituiva un esempio di pizzica parte in minore e parte in maggiore, la "disputa" tra la "Pizzica di Carovigno", interpretata da Girasoli, e una delle varianti leccesi (che non riesco a ricordare) interpretata dall'Invidia.
Per tutto il concerto l'organetto di Valerio Rodelli ha dimostrato il suo virtuosismo, semplice ed accattivante, virtù ormai abbastanza persa dai signori dell'organetto da "conservatorio".
Enrico Noviello, grande interprete garganico, ci ha dato, alla fine, la buonanotte alla Andrea Sacco, riprendendo il giro di montanara in mi minore, interpretando il "sonetto" noto come "Chi nun capisce l'amore nun capisce nente".
Subito dopo, dato che noi scalpitavamo perché avevamo amato molto tutta la serata, si è avuta una bellissima "Pizzica tarantata", brano che il gruppo, al contrario di Zoè, esegue cantando le strofe proprie di Luigi Stifani, il musicoterapeuta che utilizzava questo nome per definire la sua pizzica.
Citazione a parte, merita il momento dedicato ai "canti alla stisa", quelli che veramente accompagnavano il lavoro dei contadini. I Malicanti ce ne hanno offerto un commovente esempio con "La rucita di mare", versione specifica di San Pancrazio salentino de "Lu rusciu de lu mare". Purtroppo non ve la posso descrivere, posso solo dirvi che è molto bella.
Altrettanto a parte, forse perché mi ha commosso particolarmente, cito "E malidettu lu cinquanta", canto che veniva direttamente da "Le memorie della terra". Il brano è costituito da un documento inciso da Alan Lomax nel 1953 a tempo di tarantella, alle cui strofe sono intervallate altre eseguite lentamente. Non è forse un brano sspudoratamente politico, ma ci ricorda che questa gente, dato che soffriva, con la sua musica ci cantava anche le sue sofferenze. Se noi amiamo il folklore come cosa viva, dobbiamo tornarlo a fare.
Non pretendo di avervi dato neanche lo zero per cento di quello che vi siete persi se non c'eravate, spero solo di farvi venire la voglia di vedere i malicanti quando passano dalle parti vostre: vale davvero la pena!
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venerdì 31 luglio 2009
Miracoli berlusconiani
Carissimi lettori, oggi scrivo letteralmente a ruota libera.
Voglio parlare di Berlusconi e dei miracoli musicali che la sua grandissima stupidità, nonché la rabbia che essa causa in chiunque abbia la testa un minimo salda, hanno provocato.
Il primo caso di disco completamente antiberlusconiano, credo che si debba far risalire a quando Franco Trincale, grande cantastorie siciliano già intervistato in questo blog e reperibile su http://www.trincale.com/, ha pubblicato, completamente in sistema di autoproduzione, il "Berluschino". Questo caso è talmente importante che, per un breve periodo, perfino i telegiornali italiani, così restii a dare spazio ai nostri grandi rappresentanti culturali, di qualsiasi tipo di cultura si tratti, ne hanno parlato. Purtroppo, però, ovviamente questo è dovuto non alla bravura artistica del nostro, che non è stata nemmeno riconosciuta, ma al fatto che il "gran stratega" (poi vi dico di chi è la citazione e da dove viene), abbia citato le "prospettazioni" di Trincale, sia cartacee che discografiche, come giustificazione per il trasferimento di un processo fuori Milano, perché lui vuole di base scappare alla giustizia. (tanto "lui non avrebbe colpa..." continua ancora il mistero sulla citazione).
Il cd purtroppo a me manca quindi non ve ne posso parlare, infatti va detto che, a parte il cd "Franco Trincale: l'ultimo cantastorie", prodotto dalla Warner, del siciliano non si reperisce niente con facilità (discograficamente parlando).
Qualche anno dopo, con altrettanto mordente ma forse con maggiore ricchezza armonica, dal nord Italia è arrivata una bellissima "Mazzata pesante", scritta e concepita da Fausto Amodei, altro storico della canzone politica italiana.
Del suo "Per fortuna c'è il cavaliere" ne abbiamo già parlato in un articolo specifico, qui vale solo la pena di ricordarvi la sua esistenza e di stimolarvi al suo acquisto (questa è la gente che va aiutata, non il Michael Jackson di turno!).
Mi va di segnalare, con molto piacere, in questa rassegna dedicata ai canti ispirati dalle decisioni di questo o del precedente governo Berlusconi, la molto carina ma credo inedita "Qua si campa" del calabrese Otello Profazio. E' un brano contro il famigerato, e ancora una volta minacciato, spero che la mafia o l'Unione Europea fermi colui che "si sacrifica per noi" (ancora misteriose citazioni....!), ponte sullo stretto. Da quello che me ne ricordo, sono passati almeno cinque anni dal primo ed unico ascolto che ne feci, è una ballata simile alla mitica "Qua si campa d'aria", di cui, oltre che il giro d'accordi, riprende anche una particina del titolo. ("E dicu a chiddi chi vonnu lu pontu: 'Qua si campa ed è già tantu'"). Conferma la teoria, a cui crede chiunque abbia un minimo di cervello, che il ponte sullo Stretto non serve o, quantomeno, è una delle ultime cose da fare.
Alcune citazioni berlusconiane le troviamo poi in "Mazzate pesanti", ultimo album degli Aramirè, gruppo salentino già citato spessissimo su queste pagine.
Intanto possiamo trovare dei riferimenti, comunque sempre più blandi sia di quelli per ora citati, sia di quello che citerò alla fine e che ha motivato l'articolo, in un brano come "Scusati signori".
Si parla dell'imbarbarimento culturale causato dalla tv nonché dall'uso "narcotizzante" della pizzica e musica popolare salentina, che questo gruppo difendeva nella sua forma più pura, forse un po' utopisticamente, ma con una "signora" coerenza.
Si tratta anche l'argomento "euro" e quello "riforme", soprattutto per quanto riguarda la circolazione di persone. Non è sicuramente un brano predominantemente ironico, né ha la forza musicale che ci si aspetterebbe da qualcuno che, pur volendo mandare messaggi politici volesse tenere all'arte come dimensione autonoma.
Un altro caso di brano tradizionale a cui sono state apposte strofe, è "O pillo pillo pì", sempre presente nel su citato cd di Aramirè. Va detto subito, però, che la sua migliore versione, con lo stesso testo ma cantata e suonata molto meglio, è contenuta in "Vent'anni e più di..." del Circolo Gianni Bosio.
Se il brano precedente era l'"aggiornamento" di un brano di protesta inciso dall'etnomusicologo Alan Lomax nel 1953, questo è il frutto di un lavoro collettivo di trent'anni.
Su una melodia tradizionale cantata da Luigi Stifani e pubblicata proprio dalle Edizioni Aramirè nel libro "Io al santo ci credo: diario di un musicoterapeuta delle tarantate", sin dagli anni '70 si è iniziato ad apporre strofe politiche. Così, con questo brano, si può fare una cronistoria di alcuni dei fatti e misfatti avvenuti in vari paesi del mondo. All'inizio si parla di Cile, appena entrato in dittatura, di Portogallo, che ne sarebbe uscito di lì a poco, o di Vietnam, la cui terribile guerra era ancora in atto.
Nelle strofe aggiunte attualmente, condite con una certa ironia, si parla dell'emigrazione che diventa emigrazione, dello sfascio a cui già allora era giunta questa poveretta della Sinistra (niente in confronto allo schifo attuale, ma già non ci trattavamo male, e di come la tanto odiata Democrazia Cristiana fosse diventata "l'unto dal Signore".
Il riferimento al "cavaliere" è alla fine: "E quindi pe' finire jeu tocca cu vu dicu,aggiu giratu 'u munnu, quarche cosa aggiu capitu.Aggiu giratu 'u munnu, n'aggiu visti fiacchi e boni:lu chiu pesciu de tutti è lu Silviu Berlusconi".
Tornando al molto irreperibile, infatti il brano precedente è stato anche pubblicato da Vincenzo Santoro nel cd allegato al suo bellissimo libro "Il ritorno della taranta, già qui recensito, va segnalata una ballata del cantastorie siciliano Fortunato Sindoni, scritta nel nobilissimo idioma della Trinacria, costruita come un dialogo tra Berlusconi e il fortunatamente ex inquilino della Casa Bianca George W Bush. E' una tarantella dove Berlusconi non si nomina mai (ci stiamo avvicinando al clou dell'articolo intanto con questo particolare strutturale che accomuna i due brani), dove il nostro premier deve rinunciare per un po' a fare lo schiavettino obbediente, perché noi, che poco dopo avremmo fatto finta di vincere le elezioni, effettivamente gli facevamo paura. E' geniale ed è pubblicata nell'ultimo cd di Mauro Geraci e Fortunato Sindoni, ordinabile dal sito di Geraci http://www.geracicantastorie.com/.
Si è già parlato di musica salentina in questo excursus, ma ora dobbiamo tornare a farlo, forse con il gruppo che più coerentemente persegue un vero stile personale non alienandosi però mai dalla tradizione. Mi riferisco, come non poteva essere altrimenti, a... Zoè.
Il loro repertorio era già stato toccato da qualche venatura politica, ma erano cose che potevano sentirsi o non sentirsi secondo la propria sensibilità (secondo me, ad esempio, sia "Macaria" che "Menevò", tratte rispettivamente da "Sangue vivo" e dal "Miracolo", sono canzoni politiche perché la prima ci invita all'onestà e la seconda ci ammonisce sull'inalienabilità della vita).
Nel nuovo cd degli Zoè, intitolato sintomaticamente "Maledetti guai", oltre a scoprire un sacco di nuove influenze nel lavoro del gruppo, tutte desunte dalla sua recente storia perché loro odiano contaminarsi con qualcosa solo perché è di moda, si scoprono almeno due brani inappellabilmente politici.
Quello più simile allo stile Zoè già descritto, mi riferisco alla struttura testuale, è "Maledetti guai", dove c'è spazio anche per ventate di poesia criptica come "voci tristi e disperate sotto l'ombra di un bambino". Per chi non volesse ancora avventurarsi nell'acquisto di questo cd, che dovrebbe essere molto particolare, il brano, specie di tarantella "africanata", è ascoltabile nel myspace dell'officina all'indirizzo www.myspace.com/officinazoe. La cosa che rende particolare il brano, oltre al miscuglio magico tra influenze salentine e maliane, è la presenza dell'italiano che, in una voce piena di "salentinità segreta" come quella di Cinzia Marzo, acquista una cantabilità strana e nuova.
Sempre in italiano è l'altro brano, questo spudoratamente dedicato a Berlusconi, intitolato "A mammata". (Ecco da dove erano tratte le citazioni misteriose di prima!).
Non posso dirvi molto sulla sua musica, perché io conosco una versione non pubblicata, e sono un po' gelosa del mio segreto. Va detto che potrei forviare anche un buon ascolto della versione "ufficiale". Voglio solo dire che ci ho trovato una durezza che, con il mio stupido schematismo da persona troppo colta e razionale, credevo più propria degli Aramirè di "Mazzate pesanti". Non è un brano poetico, ed anche le metafore o le allitterazioni servono solo per rafforzare i concetti che si cantano (o più spesso si gridano con veemenza moderna e contadina insieme). La frase che trovo più bella è: "...in vece dell'anima lui ha un saccopieno di nulla mischiato col niente...".
Spero d'aver fatto capire con questo articolo a certi signori di sinistra, che oggi la canzone politica è anche appannaggio di gente che con l'arte ci sa fare e coltiva i generi che storicamente hanno rappresentato il cardine del canto di protesta italiano.
Voglio parlare di Berlusconi e dei miracoli musicali che la sua grandissima stupidità, nonché la rabbia che essa causa in chiunque abbia la testa un minimo salda, hanno provocato.
Il primo caso di disco completamente antiberlusconiano, credo che si debba far risalire a quando Franco Trincale, grande cantastorie siciliano già intervistato in questo blog e reperibile su http://www.trincale.com/, ha pubblicato, completamente in sistema di autoproduzione, il "Berluschino". Questo caso è talmente importante che, per un breve periodo, perfino i telegiornali italiani, così restii a dare spazio ai nostri grandi rappresentanti culturali, di qualsiasi tipo di cultura si tratti, ne hanno parlato. Purtroppo, però, ovviamente questo è dovuto non alla bravura artistica del nostro, che non è stata nemmeno riconosciuta, ma al fatto che il "gran stratega" (poi vi dico di chi è la citazione e da dove viene), abbia citato le "prospettazioni" di Trincale, sia cartacee che discografiche, come giustificazione per il trasferimento di un processo fuori Milano, perché lui vuole di base scappare alla giustizia. (tanto "lui non avrebbe colpa..." continua ancora il mistero sulla citazione).
Il cd purtroppo a me manca quindi non ve ne posso parlare, infatti va detto che, a parte il cd "Franco Trincale: l'ultimo cantastorie", prodotto dalla Warner, del siciliano non si reperisce niente con facilità (discograficamente parlando).
Qualche anno dopo, con altrettanto mordente ma forse con maggiore ricchezza armonica, dal nord Italia è arrivata una bellissima "Mazzata pesante", scritta e concepita da Fausto Amodei, altro storico della canzone politica italiana.
Del suo "Per fortuna c'è il cavaliere" ne abbiamo già parlato in un articolo specifico, qui vale solo la pena di ricordarvi la sua esistenza e di stimolarvi al suo acquisto (questa è la gente che va aiutata, non il Michael Jackson di turno!).
Mi va di segnalare, con molto piacere, in questa rassegna dedicata ai canti ispirati dalle decisioni di questo o del precedente governo Berlusconi, la molto carina ma credo inedita "Qua si campa" del calabrese Otello Profazio. E' un brano contro il famigerato, e ancora una volta minacciato, spero che la mafia o l'Unione Europea fermi colui che "si sacrifica per noi" (ancora misteriose citazioni....!), ponte sullo stretto. Da quello che me ne ricordo, sono passati almeno cinque anni dal primo ed unico ascolto che ne feci, è una ballata simile alla mitica "Qua si campa d'aria", di cui, oltre che il giro d'accordi, riprende anche una particina del titolo. ("E dicu a chiddi chi vonnu lu pontu: 'Qua si campa ed è già tantu'"). Conferma la teoria, a cui crede chiunque abbia un minimo di cervello, che il ponte sullo Stretto non serve o, quantomeno, è una delle ultime cose da fare.
Alcune citazioni berlusconiane le troviamo poi in "Mazzate pesanti", ultimo album degli Aramirè, gruppo salentino già citato spessissimo su queste pagine.
Intanto possiamo trovare dei riferimenti, comunque sempre più blandi sia di quelli per ora citati, sia di quello che citerò alla fine e che ha motivato l'articolo, in un brano come "Scusati signori".
Si parla dell'imbarbarimento culturale causato dalla tv nonché dall'uso "narcotizzante" della pizzica e musica popolare salentina, che questo gruppo difendeva nella sua forma più pura, forse un po' utopisticamente, ma con una "signora" coerenza.
Si tratta anche l'argomento "euro" e quello "riforme", soprattutto per quanto riguarda la circolazione di persone. Non è sicuramente un brano predominantemente ironico, né ha la forza musicale che ci si aspetterebbe da qualcuno che, pur volendo mandare messaggi politici volesse tenere all'arte come dimensione autonoma.
Un altro caso di brano tradizionale a cui sono state apposte strofe, è "O pillo pillo pì", sempre presente nel su citato cd di Aramirè. Va detto subito, però, che la sua migliore versione, con lo stesso testo ma cantata e suonata molto meglio, è contenuta in "Vent'anni e più di..." del Circolo Gianni Bosio.
Se il brano precedente era l'"aggiornamento" di un brano di protesta inciso dall'etnomusicologo Alan Lomax nel 1953, questo è il frutto di un lavoro collettivo di trent'anni.
Su una melodia tradizionale cantata da Luigi Stifani e pubblicata proprio dalle Edizioni Aramirè nel libro "Io al santo ci credo: diario di un musicoterapeuta delle tarantate", sin dagli anni '70 si è iniziato ad apporre strofe politiche. Così, con questo brano, si può fare una cronistoria di alcuni dei fatti e misfatti avvenuti in vari paesi del mondo. All'inizio si parla di Cile, appena entrato in dittatura, di Portogallo, che ne sarebbe uscito di lì a poco, o di Vietnam, la cui terribile guerra era ancora in atto.
Nelle strofe aggiunte attualmente, condite con una certa ironia, si parla dell'emigrazione che diventa emigrazione, dello sfascio a cui già allora era giunta questa poveretta della Sinistra (niente in confronto allo schifo attuale, ma già non ci trattavamo male, e di come la tanto odiata Democrazia Cristiana fosse diventata "l'unto dal Signore".
Il riferimento al "cavaliere" è alla fine: "E quindi pe' finire jeu tocca cu vu dicu,aggiu giratu 'u munnu, quarche cosa aggiu capitu.Aggiu giratu 'u munnu, n'aggiu visti fiacchi e boni:lu chiu pesciu de tutti è lu Silviu Berlusconi".
Tornando al molto irreperibile, infatti il brano precedente è stato anche pubblicato da Vincenzo Santoro nel cd allegato al suo bellissimo libro "Il ritorno della taranta, già qui recensito, va segnalata una ballata del cantastorie siciliano Fortunato Sindoni, scritta nel nobilissimo idioma della Trinacria, costruita come un dialogo tra Berlusconi e il fortunatamente ex inquilino della Casa Bianca George W Bush. E' una tarantella dove Berlusconi non si nomina mai (ci stiamo avvicinando al clou dell'articolo intanto con questo particolare strutturale che accomuna i due brani), dove il nostro premier deve rinunciare per un po' a fare lo schiavettino obbediente, perché noi, che poco dopo avremmo fatto finta di vincere le elezioni, effettivamente gli facevamo paura. E' geniale ed è pubblicata nell'ultimo cd di Mauro Geraci e Fortunato Sindoni, ordinabile dal sito di Geraci http://www.geracicantastorie.com/.
Si è già parlato di musica salentina in questo excursus, ma ora dobbiamo tornare a farlo, forse con il gruppo che più coerentemente persegue un vero stile personale non alienandosi però mai dalla tradizione. Mi riferisco, come non poteva essere altrimenti, a... Zoè.
Il loro repertorio era già stato toccato da qualche venatura politica, ma erano cose che potevano sentirsi o non sentirsi secondo la propria sensibilità (secondo me, ad esempio, sia "Macaria" che "Menevò", tratte rispettivamente da "Sangue vivo" e dal "Miracolo", sono canzoni politiche perché la prima ci invita all'onestà e la seconda ci ammonisce sull'inalienabilità della vita).
Nel nuovo cd degli Zoè, intitolato sintomaticamente "Maledetti guai", oltre a scoprire un sacco di nuove influenze nel lavoro del gruppo, tutte desunte dalla sua recente storia perché loro odiano contaminarsi con qualcosa solo perché è di moda, si scoprono almeno due brani inappellabilmente politici.
Quello più simile allo stile Zoè già descritto, mi riferisco alla struttura testuale, è "Maledetti guai", dove c'è spazio anche per ventate di poesia criptica come "voci tristi e disperate sotto l'ombra di un bambino". Per chi non volesse ancora avventurarsi nell'acquisto di questo cd, che dovrebbe essere molto particolare, il brano, specie di tarantella "africanata", è ascoltabile nel myspace dell'officina all'indirizzo www.myspace.com/officinazoe. La cosa che rende particolare il brano, oltre al miscuglio magico tra influenze salentine e maliane, è la presenza dell'italiano che, in una voce piena di "salentinità segreta" come quella di Cinzia Marzo, acquista una cantabilità strana e nuova.
Sempre in italiano è l'altro brano, questo spudoratamente dedicato a Berlusconi, intitolato "A mammata". (Ecco da dove erano tratte le citazioni misteriose di prima!).
Non posso dirvi molto sulla sua musica, perché io conosco una versione non pubblicata, e sono un po' gelosa del mio segreto. Va detto che potrei forviare anche un buon ascolto della versione "ufficiale". Voglio solo dire che ci ho trovato una durezza che, con il mio stupido schematismo da persona troppo colta e razionale, credevo più propria degli Aramirè di "Mazzate pesanti". Non è un brano poetico, ed anche le metafore o le allitterazioni servono solo per rafforzare i concetti che si cantano (o più spesso si gridano con veemenza moderna e contadina insieme). La frase che trovo più bella è: "...in vece dell'anima lui ha un saccopieno di nulla mischiato col niente...".
Spero d'aver fatto capire con questo articolo a certi signori di sinistra, che oggi la canzone politica è anche appannaggio di gente che con l'arte ci sa fare e coltiva i generi che storicamente hanno rappresentato il cardine del canto di protesta italiano.
domenica 26 aprile 2009
Ve ne parlo ancora
Carissimi lettori, voglio battere un'altra volta il tamburo (come sempre a cornice!) su un tasto dove non mi stancherò mai di mettere le mani: siamo sicuri che la musica tradizionale debba essere portata nella contemporaneità contaminandola con le musiche che le sono più lontane, ad esempio con la tanto amata musica elettronica?
Ho appena ascoltato i Rione junno, gruppo garganico che aprirà l'edizione di quest'anno del Pisa Folk Festival diretto da Vincenzo Santoro. Il gruppo, che ormai da diversi anni fa parte del circuito Taranta Power, creato da quell'opportunista di Eugenio Bennato che è tornato alla musica etnica solo quando se ne profilava la moda, è l'esplicazione più perfetta di quella filosofia: prendiamo il passato per quello che ci interessa, derubando gli anziani della loro memoria, ma per portarlo verso la contemporaneità facciamolo sparire.
Questo gruppo, ascoltabile su myspace all'indirizzo www.myspace.com/rionejunn0, dice di usare alcuni strumenti acustici del gargano (chitarra battente, tamburello, mandola), ma vi giuro che sono talmente elaborati e filtrati dalla sensibilità elettronica e computeristica, che neanche si riconoscono!
I brani del gruppo, ne ho sentiti solo due perché più non ce la facevo, sono brani tradizionali, lo si capisce perché parlano con quella delicatezza e deferenza che noi oggi tanto dovremmo riacquistare, ma sono effettivamente pura musica elettronica (preferivo i primi Nidi d'Arac che per lo meno facevano sentire la fisarmonica e lu tamburreddu!).
Sinceramente, per lo meno secondo me, facendo così si arricchisce la musica elettronica con un po' del nostro passato, sputtanando però questo passato stesso. Vi immaginate che putiferio si creerebbe se si decidesse di rielaborare Bach o Bethoven con questa filosofia, o anche solo di portare la musica classica fuori dai conservatori ed insegnarla per strada come si faceva con la musica contadina?
Va bene che, da noi, c'è questa credenza per la quale la musica contadina, essendo orale, può essere cambiata e modificata a piacimento del "suonatore" (tanto lo facevano gli anziani!).
Invece, signori miei, questo repertorio ha le sue regole ferree, che le comunità tradizionali non si sognerebbero mai di infrangere. Credo che, per far finire questi deplorevoli fenomeni, ci vorrebbe una vendetta: che effetto farebbe ai signori Rione Junno, Triace, Nidi d'Arac ecc il sentire una bellissima canzone dei Rolling Stones suonata con gli strumenti della nostra tradizione?
Tornando alla contemporaneità della musica popolare, io consiglierei a questi signori di non sfruttare più gli anziani, di comporre pezzi, magari ispirati a questa stessa tradizione (in dialetto, con gli strumenti acustici, che qui non si sa dove sono ma ci sono, ecc), ma comunque di loro pugno. Trovo infinitamente più contemporaneo il progetto di rock (con matrice folk anche perché lui è uno dei più grandi tamburellisti del Salento) di Umberto Papadia, ascoltabile sempre su myspace all'indirizzo www.myspace.com/upapadiaonline, oltre ai ripetutamente citati Aramirè di "Mazzate pesanti" (puru ci ulia tantu le mazzate li sciane rreta).
Se proprio pensate che la musica popolare salentina (o di qualsiasi posto) non sia adatta per raccontare il presente, "lassatila muriri".
Leggo spesso su http://www.pizzicata.it/ che negli altri paesi esistono progetti che fanno cose simili a quelle che in questo post ho deplorato. Bene, a questi signori, specialmente a Giovanni Semeraro, vorrei ricordare che ce ne sono anche molti acustici, e che comunque, quando si suona la musica popolare, negli altri paesi la tradizione non la si conosce solo per averla appresa dagli anziani, ma la si rispetta anche.
Mi sarebbe molto difficile, infatti, girare per i paesi di cui amo la musica, e trovare un equivalente dei Rione Junno o gruppi simili alle Triace. Devo dire, poi, che in coerenza con quanto affermato sopra, io non chiamo musica popolare tutto quello che si crea a partire dal nostro passato, specialmente se questa matrice è ridotta ad un canto falsamente stonato e poco più. Quella, secondo i casi, diverrà jazz, musica elettronica, ecc.
Ho appena ascoltato i Rione junno, gruppo garganico che aprirà l'edizione di quest'anno del Pisa Folk Festival diretto da Vincenzo Santoro. Il gruppo, che ormai da diversi anni fa parte del circuito Taranta Power, creato da quell'opportunista di Eugenio Bennato che è tornato alla musica etnica solo quando se ne profilava la moda, è l'esplicazione più perfetta di quella filosofia: prendiamo il passato per quello che ci interessa, derubando gli anziani della loro memoria, ma per portarlo verso la contemporaneità facciamolo sparire.
Questo gruppo, ascoltabile su myspace all'indirizzo www.myspace.com/rionejunn0, dice di usare alcuni strumenti acustici del gargano (chitarra battente, tamburello, mandola), ma vi giuro che sono talmente elaborati e filtrati dalla sensibilità elettronica e computeristica, che neanche si riconoscono!
I brani del gruppo, ne ho sentiti solo due perché più non ce la facevo, sono brani tradizionali, lo si capisce perché parlano con quella delicatezza e deferenza che noi oggi tanto dovremmo riacquistare, ma sono effettivamente pura musica elettronica (preferivo i primi Nidi d'Arac che per lo meno facevano sentire la fisarmonica e lu tamburreddu!).
Sinceramente, per lo meno secondo me, facendo così si arricchisce la musica elettronica con un po' del nostro passato, sputtanando però questo passato stesso. Vi immaginate che putiferio si creerebbe se si decidesse di rielaborare Bach o Bethoven con questa filosofia, o anche solo di portare la musica classica fuori dai conservatori ed insegnarla per strada come si faceva con la musica contadina?
Va bene che, da noi, c'è questa credenza per la quale la musica contadina, essendo orale, può essere cambiata e modificata a piacimento del "suonatore" (tanto lo facevano gli anziani!).
Invece, signori miei, questo repertorio ha le sue regole ferree, che le comunità tradizionali non si sognerebbero mai di infrangere. Credo che, per far finire questi deplorevoli fenomeni, ci vorrebbe una vendetta: che effetto farebbe ai signori Rione Junno, Triace, Nidi d'Arac ecc il sentire una bellissima canzone dei Rolling Stones suonata con gli strumenti della nostra tradizione?
Tornando alla contemporaneità della musica popolare, io consiglierei a questi signori di non sfruttare più gli anziani, di comporre pezzi, magari ispirati a questa stessa tradizione (in dialetto, con gli strumenti acustici, che qui non si sa dove sono ma ci sono, ecc), ma comunque di loro pugno. Trovo infinitamente più contemporaneo il progetto di rock (con matrice folk anche perché lui è uno dei più grandi tamburellisti del Salento) di Umberto Papadia, ascoltabile sempre su myspace all'indirizzo www.myspace.com/upapadiaonline, oltre ai ripetutamente citati Aramirè di "Mazzate pesanti" (puru ci ulia tantu le mazzate li sciane rreta).
Se proprio pensate che la musica popolare salentina (o di qualsiasi posto) non sia adatta per raccontare il presente, "lassatila muriri".
Leggo spesso su http://www.pizzicata.it/ che negli altri paesi esistono progetti che fanno cose simili a quelle che in questo post ho deplorato. Bene, a questi signori, specialmente a Giovanni Semeraro, vorrei ricordare che ce ne sono anche molti acustici, e che comunque, quando si suona la musica popolare, negli altri paesi la tradizione non la si conosce solo per averla appresa dagli anziani, ma la si rispetta anche.
Mi sarebbe molto difficile, infatti, girare per i paesi di cui amo la musica, e trovare un equivalente dei Rione Junno o gruppi simili alle Triace. Devo dire, poi, che in coerenza con quanto affermato sopra, io non chiamo musica popolare tutto quello che si crea a partire dal nostro passato, specialmente se questa matrice è ridotta ad un canto falsamente stonato e poco più. Quella, secondo i casi, diverrà jazz, musica elettronica, ecc.
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sabato 4 aprile 2009
navigando a suon di pizzica
Carissimi lettori, avrete capito che una delle mie più grandi passioni, se non la più grande, è la musica tradizionale salentina. Vorrei parlarvene, ma questa volta consigliandovi un po' di siti Internet da vedere, più che altro alcuni gruppi da dover ascoltare.
Iniziamo subito con http://www.pizzicata.it/, senza dubbio il miglior portale dedicato alla musica di tradizione, soprattutto salentina ma non solo, specie se l'utente vuole essere informato su tutto ciò che in quel mondo succede. Il sito è curato da Carlo Trono, già curatore del sito http://www.aramire.it/, dedicato specificatamente al gruppo degli Aramirè, uno dei più esperti in materia di pizzica e musica popolare.
Continuando posso e devo consigliarvi il sito http://www.vincenzosantoro.it/, dove l'addetto alla cultura dell'ANCI, il salentino Vincenzo Santoro, sfoga tutta la sua passione e mostra la sua cultura riguardante la musica di tradizione, prevalentemente salentina, ma non solo. Nel sito vi sono recensioni, interviste ed approfondimenti.
L'ultimo sito di approfondimento che vi consiglio è quello di Brizio Montinaro, un attore salentino che vive a Roma, il quale si trovò negli anni '70, ad incidere una raccolta di canti popolari, pubblicata in tre dischi, intitolati "Musiche e canti popolari del Salento". Il sito è http://www.briziomontinaro.it/, e tra le altre cose vi si reperiscono alcuni estratti audio, soprattutto del terzo volume della collana, pubblicato direttamente in cd dalle Edizioni Aramirè, a cui va anche il merito di aver ristampato i due vinili della casa discografica Albatros con i primi due volumi.
Iniziamo a parlare ufficialmente di siti propriamente musicali, dove cioè si può venire a contatto con gruppi noti o meno noti che si dedicano a questa bellissima ed antichissima musica.
Voglio consigliarvi intanto il sito, dentro myspace, del gruppo Mara ci ne sente, con sede a Bologna, che reinterpreta in maniera fedele, forse anche troppo, la tradizione salentina. Ve lo consiglio perché lì dentro suona uno dei migliori organettisti di pizzica che mi sia mai stato dato di sentire, il grande Antonio Corsano. Il sito è www.myspace.com/maracinesente
L'organettista Antonio Corsano, di cui abbiamo appena parlato, è stato allievo di Donatello Pisanello, storico organettista degli Officina Zoè, quindi il prossimo gruppo di cui voglio consigliarvi un sito è appunto l'Officina Zoè. Per protesta nei loro confronti, mi fa male dirlo perché li adoro, non consiglierò il loro sito ufficiale, che a noi non vedenti è completamente inaccessibile, ma il loro myspace all'indirizzo www.myspace.com/officinazoe
Veniamo ad un gruppo sicuramente meno noto e più tradizionale, gli Agorà, gruppo nato a Specchia, paesino della punta estrema del Salento. Il gruppo è molto orgoglioso della propria scelta di interpretare solo brani tradizionali, tanto è vero che nella sua denominazione c'è un esplicito "Gruppo di canti antichi". Il loro sito è http://www.agoracantiantichi.net/
Con la stessa filosofia, con repertorio allargato a tutta la Puglia, o meglio alle province di Foggia, Lecce e Brindisi, si presentano i Malicanti, gruppo che, orgogliosamente, ma forse irrealisticamente, impara dagli anziani e li imita. Il loro sito è http://www.malicanti.it/, e vi si può ascoltare una strabiliante versione della pizzica di San Vito dei Normanni.
A proposito di gruppi brindisini voglio consigliarvi un duo, chitarra e mandolino, che non ha un repertorio lmitato al tradizionale italiano, ma lo fa molto bene. Il gruppo si chiama Barbieria, ed è reperibile su myspace, all'indirizzo www.myspace.com/maurosemeraro
Tornando alla zona leccese ma restando sempre in tema di duetti strumentali, per concludere questa lista voglio darvi il sito, sempre dentro myspace, del duo Doi te mazze, di cui in questo stesso blog si è già parlato. L'indirizzo è www.myspace.com/doitemazze
Buona navigata e buon ascolto!
Iniziamo subito con http://www.pizzicata.it/, senza dubbio il miglior portale dedicato alla musica di tradizione, soprattutto salentina ma non solo, specie se l'utente vuole essere informato su tutto ciò che in quel mondo succede. Il sito è curato da Carlo Trono, già curatore del sito http://www.aramire.it/, dedicato specificatamente al gruppo degli Aramirè, uno dei più esperti in materia di pizzica e musica popolare.
Continuando posso e devo consigliarvi il sito http://www.vincenzosantoro.it/, dove l'addetto alla cultura dell'ANCI, il salentino Vincenzo Santoro, sfoga tutta la sua passione e mostra la sua cultura riguardante la musica di tradizione, prevalentemente salentina, ma non solo. Nel sito vi sono recensioni, interviste ed approfondimenti.
L'ultimo sito di approfondimento che vi consiglio è quello di Brizio Montinaro, un attore salentino che vive a Roma, il quale si trovò negli anni '70, ad incidere una raccolta di canti popolari, pubblicata in tre dischi, intitolati "Musiche e canti popolari del Salento". Il sito è http://www.briziomontinaro.it/, e tra le altre cose vi si reperiscono alcuni estratti audio, soprattutto del terzo volume della collana, pubblicato direttamente in cd dalle Edizioni Aramirè, a cui va anche il merito di aver ristampato i due vinili della casa discografica Albatros con i primi due volumi.
Iniziamo a parlare ufficialmente di siti propriamente musicali, dove cioè si può venire a contatto con gruppi noti o meno noti che si dedicano a questa bellissima ed antichissima musica.
Voglio consigliarvi intanto il sito, dentro myspace, del gruppo Mara ci ne sente, con sede a Bologna, che reinterpreta in maniera fedele, forse anche troppo, la tradizione salentina. Ve lo consiglio perché lì dentro suona uno dei migliori organettisti di pizzica che mi sia mai stato dato di sentire, il grande Antonio Corsano. Il sito è www.myspace.com/maracinesente
L'organettista Antonio Corsano, di cui abbiamo appena parlato, è stato allievo di Donatello Pisanello, storico organettista degli Officina Zoè, quindi il prossimo gruppo di cui voglio consigliarvi un sito è appunto l'Officina Zoè. Per protesta nei loro confronti, mi fa male dirlo perché li adoro, non consiglierò il loro sito ufficiale, che a noi non vedenti è completamente inaccessibile, ma il loro myspace all'indirizzo www.myspace.com/officinazoe
Veniamo ad un gruppo sicuramente meno noto e più tradizionale, gli Agorà, gruppo nato a Specchia, paesino della punta estrema del Salento. Il gruppo è molto orgoglioso della propria scelta di interpretare solo brani tradizionali, tanto è vero che nella sua denominazione c'è un esplicito "Gruppo di canti antichi". Il loro sito è http://www.agoracantiantichi.net/
Con la stessa filosofia, con repertorio allargato a tutta la Puglia, o meglio alle province di Foggia, Lecce e Brindisi, si presentano i Malicanti, gruppo che, orgogliosamente, ma forse irrealisticamente, impara dagli anziani e li imita. Il loro sito è http://www.malicanti.it/, e vi si può ascoltare una strabiliante versione della pizzica di San Vito dei Normanni.
A proposito di gruppi brindisini voglio consigliarvi un duo, chitarra e mandolino, che non ha un repertorio lmitato al tradizionale italiano, ma lo fa molto bene. Il gruppo si chiama Barbieria, ed è reperibile su myspace, all'indirizzo www.myspace.com/maurosemeraro
Tornando alla zona leccese ma restando sempre in tema di duetti strumentali, per concludere questa lista voglio darvi il sito, sempre dentro myspace, del duo Doi te mazze, di cui in questo stesso blog si è già parlato. L'indirizzo è www.myspace.com/doitemazze
Buona navigata e buon ascolto!
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lunedì 9 marzo 2009
Resoconto di un'intervista fatta telefonicamente a Daniele Girasoli
Carissimi lettori, ecco a voi la prima di una serie, che spero lunga, di interviste a musicisti, più o meno conosciuti, che io stimo.Questo testo non è propriamente strutturato come ubn'intervista, come non lo sarà nessuno di quelli che andranno in questo blog sotto questo nome, ma è stato comunque frutto di una bellissima chiacchierata telefonica con il polistrumentista, cantante e ricercatore salentino Daniele Girasoli.
Nato a San Pancrazio Salentino (BR), nella zona di confine fra le tre province di Lecce, Brindisi e Taranto, e caratteristica per questo incrocio di culture (le vocali sono leccesi ma la grammatica è brindisina come tutta l’area delle Murgie) compie studi classici e si avvicina alla musica grazie al padre, Alessandro (ex fisarmonicista e basso degli Aramirè), al Canzoniere Terra d’Otranto, a Gigi Stifani – il cui incontro sarà fondamentale – ma soprattutto alla nonna, che lo ha “iniziato” al canto sin dalla più tenera età. Racconta infatti che la nonna era solita cantare di continuo tra una faccenda domestica e l’altra , come sfogo - – non si era abituati alla televisione ancora – e da bambino si è sorbito dunque un vasto repertorio che spaziava dalla canzonetta, alla lirica, alle arie d’opera, fino ai canti delle verginelle del paese (ovvero quelle ragazze solitamente quattordicenni che andavano in processione per la settimana santa vestite come prescrive la tradizione). Del resto lui stesso ammette ancora che l’insegnamento popolare era sempre molto presente : nenie, filastrocche, storielle, stornelli, cantati alle volte o in prosa, erano comunissimi anche per spiegare i concetti più semplici della vita.Così accadde per i suoi amici , influenzati dalle rispettive nonne e dagli anziani del paese, che sempre invitavano a cantare e a ricordare. Girasoli fa parte dapprima de “Li Strittuli di San Pancrazio”, un gruppo locale poco noto poiché non si è mai voluto commercializzare, che utilizza prevalentemente il genere della serenata in occasioni di feste (specie matrimoni) e che ha sempre rifiutato la logica del “palco” preferendo quella del paese, delle campagne.Lui stesso dichiara che si è trovato al bivio tra miti e leggende che si erano costruite intorno alle sue terre.Pur nella difficoltà di fare generalizzazioni, Girasoli distingue innanzitutto un Salento basso (Lecce e Taranto), nel quale si usava la pizzica a scopo terapeutico, ed un Salento alto (Brindisi) ove è più la logica della festa e della celebrazione di un qualcosa di gioioso. Nel basso Salento è più in particolare presente il concetto di ripetizione di quello che facevano le civiltà pre-cristiane, greca in particolare, con la ritualità dionisiaca e bacchica. Molto ci sarebbe da dire, ma si cadrebbe in un discorso di pura antropologia culturale, sulla sovrapposizione della cristianità alla paganità con conseguente cristianizzazione delle relative feste e persone. Lo stesso San Paolo, per i cristiani l’apostolo delle genti, nella cultura popolare ha assorbito in realtà quello che era lo stesso Dioniso o Bacco.Per quanto concerne la metrica, ogni area presenta le sue peculiarità e le sue tradizioni.Gli stornelli del leccese sono diversi dal suonare brindisino ove c’è un alternanza minore e maggiore, forse per gli influssi della tarantella napoletana.Nel Salento basso l’influenza è araba, così come nel Gargano. Ovvero la musica è composta da canti alla stisa e sono frequenti gorgheggi e pezzi tipici della musica orientale. Del resto “chi viene, lascia qualcosa”.
TAMBURELLONon c’è una tecnica precisa per suonarlo. La differenziazione si ha da persona a persona, anzi da famiglia a famiglia, nel senso di “clan”, poiché ogni timbro di mano è diverso dall’altro. Molto caratteristico è il timbro degli Zimba che presenta una torsione della mano unica nel suo genere.Nel Salento basso la tendenza è di dare un forte accento con il pollice, di qui un terzinato fatto in modo innaturale. Nel Salento alto, invece, forse per influenza sempre della tarantella napoletana, c’è il terzinato fatto con le dita.Altro strumento tipico del tarantismo è il violino, che Girasoli impara dallo Stifani tramite suo padre, nella Grecìa. E’ fortemente convinto che per saper suonare la pizzica, non bisogna saper suonare il violino secondo i canoni classici-scolastici. La pizzica presenta passaggi che la tecnica classica non prevede assolutamente.
DANZAQuella che adesso si esporta è la pizzica salentina, con la donna al centro e l’uomo che le danza attorno. Nel Brindisino no, più similmente al calabrese c’è l’accompagnamento di uomo e donna.Si può ballare sia con maschi che con femmine e l’aspetto legato al corteggiamento è atipico, pur se entrato nella tradizione.Degno di nota il simbolo del fazzoletto, che non trova una spiegazione precisa e non se ne conosce il codice (pare infatti che se la donna agita un fazzoletto, esso funge come da richiamo al corteggiamento e si dice persino, ma anche qui senza fondamento, che il colore del fazzoletto, indichi la verginità della donna).Il tarantismo è un aspetto culturale, psicologico, antropologico e storico-geografico molto ampio e complesso, che Winspeare ha cercato di rendere nel celebre film "Pizzicata". Il nome deriva dalla morsicatura del ragno, che effettivamente è esistito nel Salento.La storia del tarantismo – come quella del vampirismo – si perde nella notte dei tempi, prima dell’arrivo dei Greci, con i Messapi, di cui sono rimaste tracce archeologiche (dipinti rupestri, vasi, ecc.). Certo è che la questione inerente le tarantate è difficile da indagare in particolare perché il tarantismo è un malessere, un disagio e dunque non sono mai state queste donne disposte a parlarne. Una causa probabile è la depressione delle donne, una sorta di uscita dalla routine di tutti i giorni. Un evento per uscire dalla quotidianità. Anche qui si cade nel sottile confine che c’è tra bisogno ancestrale di protezione e religione, concetto che investe in pratica tutta la religiosità del sud Italia. La sottile linea che divide la religione dalle paure ancestrali e dal bisogno di sicurezza. Lo stesso Stifani , quando si recava a suonare per le tarantate, annotava le varie diagnosi in un taccuino come un medico vero e proprio.Ancora oggi sono viventi almeno due di queste “tarantate”, che all’alba del giorno della festa di San Paolo (29 giugno) si riuniscono puntualmente verso le 5.30 – 6.00 del mattino nella cappella di Galatina e chiudono a chiave la porta per tenere lontani fotografi e telecamere.
Nato a San Pancrazio Salentino (BR), nella zona di confine fra le tre province di Lecce, Brindisi e Taranto, e caratteristica per questo incrocio di culture (le vocali sono leccesi ma la grammatica è brindisina come tutta l’area delle Murgie) compie studi classici e si avvicina alla musica grazie al padre, Alessandro (ex fisarmonicista e basso degli Aramirè), al Canzoniere Terra d’Otranto, a Gigi Stifani – il cui incontro sarà fondamentale – ma soprattutto alla nonna, che lo ha “iniziato” al canto sin dalla più tenera età. Racconta infatti che la nonna era solita cantare di continuo tra una faccenda domestica e l’altra , come sfogo - – non si era abituati alla televisione ancora – e da bambino si è sorbito dunque un vasto repertorio che spaziava dalla canzonetta, alla lirica, alle arie d’opera, fino ai canti delle verginelle del paese (ovvero quelle ragazze solitamente quattordicenni che andavano in processione per la settimana santa vestite come prescrive la tradizione). Del resto lui stesso ammette ancora che l’insegnamento popolare era sempre molto presente : nenie, filastrocche, storielle, stornelli, cantati alle volte o in prosa, erano comunissimi anche per spiegare i concetti più semplici della vita.Così accadde per i suoi amici , influenzati dalle rispettive nonne e dagli anziani del paese, che sempre invitavano a cantare e a ricordare. Girasoli fa parte dapprima de “Li Strittuli di San Pancrazio”, un gruppo locale poco noto poiché non si è mai voluto commercializzare, che utilizza prevalentemente il genere della serenata in occasioni di feste (specie matrimoni) e che ha sempre rifiutato la logica del “palco” preferendo quella del paese, delle campagne.Lui stesso dichiara che si è trovato al bivio tra miti e leggende che si erano costruite intorno alle sue terre.Pur nella difficoltà di fare generalizzazioni, Girasoli distingue innanzitutto un Salento basso (Lecce e Taranto), nel quale si usava la pizzica a scopo terapeutico, ed un Salento alto (Brindisi) ove è più la logica della festa e della celebrazione di un qualcosa di gioioso. Nel basso Salento è più in particolare presente il concetto di ripetizione di quello che facevano le civiltà pre-cristiane, greca in particolare, con la ritualità dionisiaca e bacchica. Molto ci sarebbe da dire, ma si cadrebbe in un discorso di pura antropologia culturale, sulla sovrapposizione della cristianità alla paganità con conseguente cristianizzazione delle relative feste e persone. Lo stesso San Paolo, per i cristiani l’apostolo delle genti, nella cultura popolare ha assorbito in realtà quello che era lo stesso Dioniso o Bacco.Per quanto concerne la metrica, ogni area presenta le sue peculiarità e le sue tradizioni.Gli stornelli del leccese sono diversi dal suonare brindisino ove c’è un alternanza minore e maggiore, forse per gli influssi della tarantella napoletana.Nel Salento basso l’influenza è araba, così come nel Gargano. Ovvero la musica è composta da canti alla stisa e sono frequenti gorgheggi e pezzi tipici della musica orientale. Del resto “chi viene, lascia qualcosa”.
TAMBURELLONon c’è una tecnica precisa per suonarlo. La differenziazione si ha da persona a persona, anzi da famiglia a famiglia, nel senso di “clan”, poiché ogni timbro di mano è diverso dall’altro. Molto caratteristico è il timbro degli Zimba che presenta una torsione della mano unica nel suo genere.Nel Salento basso la tendenza è di dare un forte accento con il pollice, di qui un terzinato fatto in modo innaturale. Nel Salento alto, invece, forse per influenza sempre della tarantella napoletana, c’è il terzinato fatto con le dita.Altro strumento tipico del tarantismo è il violino, che Girasoli impara dallo Stifani tramite suo padre, nella Grecìa. E’ fortemente convinto che per saper suonare la pizzica, non bisogna saper suonare il violino secondo i canoni classici-scolastici. La pizzica presenta passaggi che la tecnica classica non prevede assolutamente.
DANZAQuella che adesso si esporta è la pizzica salentina, con la donna al centro e l’uomo che le danza attorno. Nel Brindisino no, più similmente al calabrese c’è l’accompagnamento di uomo e donna.Si può ballare sia con maschi che con femmine e l’aspetto legato al corteggiamento è atipico, pur se entrato nella tradizione.Degno di nota il simbolo del fazzoletto, che non trova una spiegazione precisa e non se ne conosce il codice (pare infatti che se la donna agita un fazzoletto, esso funge come da richiamo al corteggiamento e si dice persino, ma anche qui senza fondamento, che il colore del fazzoletto, indichi la verginità della donna).Il tarantismo è un aspetto culturale, psicologico, antropologico e storico-geografico molto ampio e complesso, che Winspeare ha cercato di rendere nel celebre film "Pizzicata". Il nome deriva dalla morsicatura del ragno, che effettivamente è esistito nel Salento.La storia del tarantismo – come quella del vampirismo – si perde nella notte dei tempi, prima dell’arrivo dei Greci, con i Messapi, di cui sono rimaste tracce archeologiche (dipinti rupestri, vasi, ecc.). Certo è che la questione inerente le tarantate è difficile da indagare in particolare perché il tarantismo è un malessere, un disagio e dunque non sono mai state queste donne disposte a parlarne. Una causa probabile è la depressione delle donne, una sorta di uscita dalla routine di tutti i giorni. Un evento per uscire dalla quotidianità. Anche qui si cade nel sottile confine che c’è tra bisogno ancestrale di protezione e religione, concetto che investe in pratica tutta la religiosità del sud Italia. La sottile linea che divide la religione dalle paure ancestrali e dal bisogno di sicurezza. Lo stesso Stifani , quando si recava a suonare per le tarantate, annotava le varie diagnosi in un taccuino come un medico vero e proprio.Ancora oggi sono viventi almeno due di queste “tarantate”, che all’alba del giorno della festa di San Paolo (29 giugno) si riuniscono puntualmente verso le 5.30 – 6.00 del mattino nella cappella di Galatina e chiudono a chiave la porta per tenere lontani fotografi e telecamere.
domenica 8 marzo 2009
in difesa della sana musica popolare
Io, semplice appassionata di musica popolare (scusate io non chiamerò mai folk il saltarello o la pizzica!), vorrei staccarmi da questo coro che saluta con piacere l'entrata di questi generi nel ballo globale dell'annullamento generalizzato.io sono più convinta del fatto che ogni epoca abbia i propri generi caratteristici, che quindi vanno eseguiti con uno strumentario con una base fortemente o assolutamente tradizionale. se si vuole poi contaminare, si deve pensare a strumenti, che per un motivo o per un altro, abbiano a che fare con una cosa che fa paura: la storia di ciò che si sta facendo. Io sono pianista e cembalista e provo molto piacere nell'eseguire generi che ai miei strumenti non si richiamano, per lo meno nella loro forma attuale. Mi piace, quindi, essere molto audace e spogliarmi dei pregiudizi che, quasi razzisticamente, ci portiamo in noi, (tutti i suonatori di strumenti colti a tasto), nei confronti di musiche "altre". L'audacia non toglie che, le scelte che faccio, sono istintivamente portate verso generi che abbiano a che vedere, magari con qualche particolare dell'organologia o della storia dello strumento con cui decido di eseguirli, che tra l'altro mi deve permettere di "imitare" le caratteristiche strutturali del genere stesso. Il fado ha la chitarra pizzicata da plettri che si attaccano alle unghie del suonatore di chitarra portoghese, ed è fortemente caratterizzato da un profondo dialogo all'interno del gruppo di suonatori. Di conseguenza, lo eseguirò con il cembalo, mettendo le due mani una sulla tastiera superiore, ad imitazione della "batida" tipica dell'accompagnamento, e l'altra su quella inferiore, con cui darò una minima idea delle pennate di chitarra portoghese. se devo eseguire un genere percussivo come la pizzica, lo eseguirò col pianoforte in quanto questo è uno strumento a corde percosse, quindi facilmente collegabile alla logica della "picchiata" (vedasi il lavoro di alcuni musicisti swing). L'unico genere che mi sento di poter dire di aver suonato con una certa costanza è stato il son cubano, tra quelli che invece contengono il pianoforte come elemento assolutizzante. lì poi subentravano problemi di altre mancanze mie, come l'impossibilità di scrivere, tanto meno di pensare in metrica, e quindi la conseguente ignoranza mia per quanto riguarda l'improvvisazione di testi, virtù primaria di un buon "sonero".Avendo visto che moltissimi generi mi richiedevano doti che mi avrebbero obbligato ad applicarmi a cose che fondamentalmente non mi interessavano, dove avrei di conseguenza avuto incerti risultati, ho poi preferito ritornare a quelle che sono le radici melodiche mie e di qualsiasi italiano che non sia affetto da quel vizio immane che è il campanilismo: la inimitabile melodia napoletana. Da lì poi, per un moto di vergogna nei confronti di me stessa, volli andare alla scoperta di tutto il folklore, prevalentemente di quello meridionale, perché ho trovato ascoltando (mi potrebbe anche essere andata male con i gruppi di riproposta sentiti) che fosse l'unico vero, ossia con una forte identità. Lo conosco ancora abbastanza male, perché ho capito che per fare il livello di ricerca che mi interessa bisogna andare sul materiale "di campo", ma abbastanza per aver trovato lì dentro un gioiellino da salvaguardare: la musica salentina. Partirò da lì per andarvi contro, signori del folk revival, che dite che bisogna modernizzarlo e massificarlo, e stappate bottiglie perché un cd di Francesco de Gregori, dedicato al folk (leggasi ai cantautori settentrionali che negli anni sessanta sfruttavano i ritmi tradizionali per veicolare idee di sinistra e a qualche canto risorgimentale) ha venduto 150000 copie. Dovreste sapere, voi che lavorate per giornali musicali, che la musica leggera (ambito in cui finiscono per confluire tali operazioni) gode, vive e ci gode, del fatto che vi siano persone talmente legate ai suoi rappresentanti , da prendere la loro "arte" come una bandiera: "Esce un cd di degregori! lo compro!).voglio dire con questo, che moltissimi acquirenti, lo hanno acquistato per ragioni diverse dalla voglia di scoprire la musica popolare o il canto di protesta: tra l'altro a me, dopo averlo avuto, è venuto solo il desiderio di non sentirlo più dopo il primo ascolto. I signori di "folk bulletin", stroncandolo, sono andati in difesa della sana musica popolare: da un lato di quella tradizionale (di campo), dall'altro della riproposta non improvvisata e priva d'accademia, perseguita da sempre meno gente. Se voi siete per la musica senza confini (world music, termine terribile!), io ancora, non solo sono per la divisione dei generi, ma pretendo, perfino, di avere da essi diverse sensazioni. se ascolto una pizzica, vorrei essere portata a terzinare con le mani il ritmo ad imitazione del tamburello; se ascolto un tango argentino vorrei essere trasportata dal testo e dall'angoscia che trasmette il cantante; se ascolto un fado vorrei che i cantanti ed i chitarristi abbiano un effettivo dialogo, non avendo quei maledetti semimonologhi teatrali dell'ultima ondata.In più, come si potrebbe capire leggendo sopra, tengo molto alle tecniche canore e di tocco strumentale tipiche d'ogni genere. Io non sono purista, ma non credo neanche in quella frase della canzone di Jarabe de Palo (scusate se non cito una fonte più colta!) che dice "En lo puro no hay futuro". La purezza è qualcosa di leggero, ineffabile, impalpabile, ma profondamente visibile, che ci sfida artisticamente a poter creare "cose moderne che sanno d'antico".Guardate ad esempio il lavoro di Marco Poeta, degli Officina Zoè o dei primi Alla Bua. Queste persone perseguono un obbiettivo di rinnovamento "naturale" della tradizione, mettendosi alla ricerca di quel qualcosa che possa raccontare la modernità con gli schemi antichi. Ovvio, oggi la difficoltà invece di stimolarci ci fa paura, quindi va da sé che questa strada, che implica saper dialogare bene con la tradizione di riferimento (rinnovandola senza stravolgerla), non ci piace. Mi piacerebbe però, dire a tutti quelli che tutt'ora si riconoscono nel lavoro della storica Nccp o dei Musicanova, che non è altro che ciò che questi gruppi hanno egregiamente fatto (per lo meno agli inizi, nel caso dei musicanova).Vorrei concludere dicendo che se volete creare qualcosa di diverso che parta dalla musica popolare, abbiate il coraggio di farlo ma non lo chiamate con questo nome.
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