Carissimi lettori, ho il piacere e l'onore di recensire il più recente lavoro di uno dei pochi cantautori rimasti in un paese in cui questo nome si dà con troppa facilità a chiunque scriva anche solo una canzoncina.
L'artista di cui ci occupiamo si chiama Edoardo De Angelis, uno dei fondatori di quel gruppo spesso chiamato "Scuola romana". Sono suoi alcuni dei classici della canzone italiana, che ritroveremo in questo bellissimo "Historias", pubblicato nel 2008 per l'etichetta "Il manifesto".
L'album è tutto dedicato all'America, sia del Nord che del Sud, con uno sguardo non rivolto ad un mito, ma ad un territorio pieno di suggestioni antiche e per questo sempre nuove.
La prima traccia è ispirata alla lettura della produzione civile dello scrittore cileno Luis Sepúlveda ed è intitolata "Cinque parole". In questa società in cui l'immagine predomina e schiaccia le parole, riducendole spesso ad un chiacchiericcio virtuale, è meraviglioso ritrovare qualcuno che chieda "una parola che non debba cadere mai", oppure "che non debba tacere mai". La ballata ci fa trovare un cantautore che utilizza in qualche caso le risorse del pop, ma non disdegna, anzi si direbbe preferisce, quelle delle tradizioni proprie o altrui.
La seconda traccia è una rilettura personale da parte di De Angelis di un personaggio biblico come Davide, questo personaggio la cui presenza ha fortemente condizionato la storia degli Ebrei. Il brano è una ballata apertissima, in tonalità minore ma spesso puntellata da accordi maggiori, sui quali il pezzo si ferma e si chiude. La profondità del testo, uno dei tanti ritratti di perdenti che costellano il cd, potrebbe ricordare il grande De Andrè, col quale d'altronde De Angelis ha anche in comune una certa profondità tellurica nella voce, caratteristica che il cantautore romano equilibra con una dolcissima confidenzialità.
Ed eccoci ad una delle canzoni che io amo di più tra quelle presenti in questo cd, uno dei gioielli portati al successo da Lucio Dalla, la bellissima "Sulla rotta di Cristoforo Colombo". Si può forse dire che questa coppia di brani crei un'atmosfera notturna, confermata dalla struttura intima che De Angelis, che si è occupato anche della produzione di questo cd, ha dato al ritornello di questo brano. È sinceramente facile immaginare in questo Colombo un gran bevitore, un po' forse alla Hemingway. Questo brano, come altri momenti del cd, è caratterizzato da una poderosa sezione di fiati che dà veramente l'idea di una poderosa orchestra o "sonora" cubana degli anni Cinquanta. In questa sezione si innesta un breve pezzo in dialetto leccese cantato da Bungaro, che rappresenta una rinnovata sintesi tra il Salento e Cuba, a dimostrare che forse, come diceva Pierangelo Bertoli, "è sempre uguale il Sud".
Ed eccoci ad una storia nord-americana, raccontata con ricostruzione scientifica. Anche qui, solo leggermente oscurati da piccoli accenni di batteria sintetica nella prima parte del brano, si ritrovano i poderosi accordi arpeggiati alla vecchia maniera, come oggi non si sente fare più, perché la musica d'autore, quella poca che c'è, tende a prendere come modello lo swing statunitense e non guarda mai alle ballate né nord-americane né europee. Il brano è il racconto di una rapina, ma nessuno si aspetti la condanna dei banditi e l'assoluzione o la mitizzazione dell'"uomo di legge", che anzi viene descritto come un personaggio che si crede eroe e che da questo piccolo fatto prende troppo alla lettera il suo ruolo come i suoi soldati. Interessantissimo il recitativo di De Angelis, che si sdraia sulle poderose basse della sua voce, a cui si unisce un bellissimo assolo di quena (flauto andino ad una canna sola), che si snoda su scale moderne ma bellissime magicamente soffiate.
Ed eccoci ad "Un'altra medicina", dedicata alla storia di Ernesto "che" Guevara. Fortunatamente non assistiamo alle troppe e troppo comuni mitizzazioni del personaggio, infatti ci troviamo davanti ad un ritratto umano e tenerissimo di un "che" Guevara giovane ma già convinto dei suoi ideali. Il ritmo non guarda all'America Latina, alla quale ci riporta la fisarmonica usata in un registro particolare. Il brano, infatti, è orgogliosamente una ballata basata su un poderoso finger piking della chitarra, da cantautore anni Settanta, intervallato da suggestioni che possono rimandare ad un limbo tra bossanova e ballata raffinata.
Ed eccoci ad un altro brano puntellato da una poderosa sezione di fiati, di quelle che caratterizzano tutta la musica cubana e centroamericana a qualsiasi livello. Il brano, intitolato "Ramírez", potrebbe ricordare "Avventura a Durango" di Dylan o altre produzioni di cantautori di matrice dylaniana. L'anima centroamericana, però, è mitigata da un mantice che ricorda un po' le tecniche del tango, che comunque accompagnano come un respiro silenzioso ma forte quasi tutta questa serie di storie americane. Dopo il canto, veramente superbo e limpido come ormai è raro sentire, si staglia un assolo di trombone, con il quale dialoga il rif di fiati che porta il brano alla sua naturale conclusione.
Ed ecco un altro grande classico della produzione del cantautore romano, una canzone scritta in vernacolo romanesco e lanciata dalla Schola cantorum agli inizi degli anni Settanta. Ci riferiamo, naturalmente, a "Lella", che il cantautore interpreta con l'aiuto nel ritornello della cantante umbra Lucilla Galeazzi. Questa versione, leggermente portata verso l'America Latina anche e soprattutto grazie alle scale pentatoniche di quena dell'introduzione, perde un po' della forza quasi tellurica che porta con sé il dialetto romano, per acquistare una confidenzialità segreta, forse difficile da capire, ma innegabilmente bella. Va anche detto che questa storia, di un uomo che confessa un omicidio probabilmente scaturito da gelosia, oggi acquista tinte di attualità allarmanti, perché in questo paese, che troppo spesso si vanta di essere sviluppato, le donne hanno ancora troppo poca libertà.
La traccia successiva, intitolata "Mamén", è un omaggio alla ritualità, questa particolare vitalità che unisce tutti i paesi del Sud, e di cui ora si stanno riscoprendo alcuni elementi, in maniere non sempre condivisibili. Il brano di De Angelis è un misto tra una chacarera argentina, leggermente personalizzata nellastrofa, ed una normale ma sempre bella ed interessante ballata terzinata anni Sessanta-Settanta. Meraviglioso l'assolo di violino finale, che ha delle venature tra il country americano e la musica del sud dell'Argentina.
Andando avanti si arriva a quello che per me è il momento più commovente di tutto il cd, una bellissima rielaborazione de "La casa di Hilde", tenerissima canzone ispirata ad una storia personale della vita dell'autore, ma portata al successo da Francesco De Gregori (i cui primi due dischi sono stati prodotti da De Angelis). Nell'armonizzazione troviamo una "cadenza evitata", che però non appesantisce affatto l'ascolto, ed un breve passaggio in diminuita che dà al brano un po' di anima brasiliana. Niente tradimenti, nonostante tutto, anche perché la voce di De Angelis è aiutata solo da sonorità semplici e non artefatte.
La successiva traccia è il ritratto di un ragazzo napoletano che "di lavoro fa il tifo al Napoli perché di lavoro non ce ne sta". Anche questo ritratto è tenerissimo, non si ha voglia di fare morale, si ha voglia di gridare l'esistenza di questa gente affinché le sia data una possibilità. Il brano ha una matrice brasiliana indubbia, ma non si ha voglia di scimmiottare una cultura, la si vuole mettere a confronto con la propria affinché le due si possano reciprocamente arricchire.
Ed ecco un'altra rilettura biblica, ma, come già avevamo potuto costatare in "La stella di Davide", il personaggio è talmente umanizzato, che sembra quasi volerci dire che è una metafora di un mondo in piena contraddizione, insomma questa è la religiosità di De Andrè, quella che si confonde con la politica e l'impegno e non conosce la provvidenza. La ballata rappresenta un ritorno alle sonorità latino-americane già meno mediate dall'italianità, che è rappresentata solo dalla grande apertura melodica della voce di De Angelis.
Ed eccoci a "Waterloo", brano dove il personaggio di Napoleone viene ritratto come un perdente, ma sempre con tenerezza, perché la chiave del vero cantautorato è questo sentimento che oggi pare aver perso la cittadinanza.
L'ultima traccia è una reinterpretazione da parte di De Angelis di una ballata cantata da Cesaria Evora, grande cantante capoverdiana lanciata, come molte altre, da una grandiosa carriera francese. Il brano, pur essendo un'evasione apparente dal repertorio del cantautore, finisce per essere un riassunto di tutte le tematiche che si affrontano leggermente ma ineluttabilmente in questo cd.
È un cd che consiglio fortemente a chiunque voglia essere ancora stregato dalla musica, dall'arte vissuta nella sua semplicità e da una delle più belle voci d'Italia.
Buon ascolto!
Edoardo De Angelis: "Historias" (Il manifesto dischi, 2008).
Visualizzazione post con etichetta cantautori italiani. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cantautori italiani. Mostra tutti i post
giovedì 5 agosto 2010
venerdì 31 luglio 2009
Miracoli berlusconiani
Carissimi lettori, oggi scrivo letteralmente a ruota libera.
Voglio parlare di Berlusconi e dei miracoli musicali che la sua grandissima stupidità, nonché la rabbia che essa causa in chiunque abbia la testa un minimo salda, hanno provocato.
Il primo caso di disco completamente antiberlusconiano, credo che si debba far risalire a quando Franco Trincale, grande cantastorie siciliano già intervistato in questo blog e reperibile su http://www.trincale.com/, ha pubblicato, completamente in sistema di autoproduzione, il "Berluschino". Questo caso è talmente importante che, per un breve periodo, perfino i telegiornali italiani, così restii a dare spazio ai nostri grandi rappresentanti culturali, di qualsiasi tipo di cultura si tratti, ne hanno parlato. Purtroppo, però, ovviamente questo è dovuto non alla bravura artistica del nostro, che non è stata nemmeno riconosciuta, ma al fatto che il "gran stratega" (poi vi dico di chi è la citazione e da dove viene), abbia citato le "prospettazioni" di Trincale, sia cartacee che discografiche, come giustificazione per il trasferimento di un processo fuori Milano, perché lui vuole di base scappare alla giustizia. (tanto "lui non avrebbe colpa..." continua ancora il mistero sulla citazione).
Il cd purtroppo a me manca quindi non ve ne posso parlare, infatti va detto che, a parte il cd "Franco Trincale: l'ultimo cantastorie", prodotto dalla Warner, del siciliano non si reperisce niente con facilità (discograficamente parlando).
Qualche anno dopo, con altrettanto mordente ma forse con maggiore ricchezza armonica, dal nord Italia è arrivata una bellissima "Mazzata pesante", scritta e concepita da Fausto Amodei, altro storico della canzone politica italiana.
Del suo "Per fortuna c'è il cavaliere" ne abbiamo già parlato in un articolo specifico, qui vale solo la pena di ricordarvi la sua esistenza e di stimolarvi al suo acquisto (questa è la gente che va aiutata, non il Michael Jackson di turno!).
Mi va di segnalare, con molto piacere, in questa rassegna dedicata ai canti ispirati dalle decisioni di questo o del precedente governo Berlusconi, la molto carina ma credo inedita "Qua si campa" del calabrese Otello Profazio. E' un brano contro il famigerato, e ancora una volta minacciato, spero che la mafia o l'Unione Europea fermi colui che "si sacrifica per noi" (ancora misteriose citazioni....!), ponte sullo stretto. Da quello che me ne ricordo, sono passati almeno cinque anni dal primo ed unico ascolto che ne feci, è una ballata simile alla mitica "Qua si campa d'aria", di cui, oltre che il giro d'accordi, riprende anche una particina del titolo. ("E dicu a chiddi chi vonnu lu pontu: 'Qua si campa ed è già tantu'"). Conferma la teoria, a cui crede chiunque abbia un minimo di cervello, che il ponte sullo Stretto non serve o, quantomeno, è una delle ultime cose da fare.
Alcune citazioni berlusconiane le troviamo poi in "Mazzate pesanti", ultimo album degli Aramirè, gruppo salentino già citato spessissimo su queste pagine.
Intanto possiamo trovare dei riferimenti, comunque sempre più blandi sia di quelli per ora citati, sia di quello che citerò alla fine e che ha motivato l'articolo, in un brano come "Scusati signori".
Si parla dell'imbarbarimento culturale causato dalla tv nonché dall'uso "narcotizzante" della pizzica e musica popolare salentina, che questo gruppo difendeva nella sua forma più pura, forse un po' utopisticamente, ma con una "signora" coerenza.
Si tratta anche l'argomento "euro" e quello "riforme", soprattutto per quanto riguarda la circolazione di persone. Non è sicuramente un brano predominantemente ironico, né ha la forza musicale che ci si aspetterebbe da qualcuno che, pur volendo mandare messaggi politici volesse tenere all'arte come dimensione autonoma.
Un altro caso di brano tradizionale a cui sono state apposte strofe, è "O pillo pillo pì", sempre presente nel su citato cd di Aramirè. Va detto subito, però, che la sua migliore versione, con lo stesso testo ma cantata e suonata molto meglio, è contenuta in "Vent'anni e più di..." del Circolo Gianni Bosio.
Se il brano precedente era l'"aggiornamento" di un brano di protesta inciso dall'etnomusicologo Alan Lomax nel 1953, questo è il frutto di un lavoro collettivo di trent'anni.
Su una melodia tradizionale cantata da Luigi Stifani e pubblicata proprio dalle Edizioni Aramirè nel libro "Io al santo ci credo: diario di un musicoterapeuta delle tarantate", sin dagli anni '70 si è iniziato ad apporre strofe politiche. Così, con questo brano, si può fare una cronistoria di alcuni dei fatti e misfatti avvenuti in vari paesi del mondo. All'inizio si parla di Cile, appena entrato in dittatura, di Portogallo, che ne sarebbe uscito di lì a poco, o di Vietnam, la cui terribile guerra era ancora in atto.
Nelle strofe aggiunte attualmente, condite con una certa ironia, si parla dell'emigrazione che diventa emigrazione, dello sfascio a cui già allora era giunta questa poveretta della Sinistra (niente in confronto allo schifo attuale, ma già non ci trattavamo male, e di come la tanto odiata Democrazia Cristiana fosse diventata "l'unto dal Signore".
Il riferimento al "cavaliere" è alla fine: "E quindi pe' finire jeu tocca cu vu dicu,aggiu giratu 'u munnu, quarche cosa aggiu capitu.Aggiu giratu 'u munnu, n'aggiu visti fiacchi e boni:lu chiu pesciu de tutti è lu Silviu Berlusconi".
Tornando al molto irreperibile, infatti il brano precedente è stato anche pubblicato da Vincenzo Santoro nel cd allegato al suo bellissimo libro "Il ritorno della taranta, già qui recensito, va segnalata una ballata del cantastorie siciliano Fortunato Sindoni, scritta nel nobilissimo idioma della Trinacria, costruita come un dialogo tra Berlusconi e il fortunatamente ex inquilino della Casa Bianca George W Bush. E' una tarantella dove Berlusconi non si nomina mai (ci stiamo avvicinando al clou dell'articolo intanto con questo particolare strutturale che accomuna i due brani), dove il nostro premier deve rinunciare per un po' a fare lo schiavettino obbediente, perché noi, che poco dopo avremmo fatto finta di vincere le elezioni, effettivamente gli facevamo paura. E' geniale ed è pubblicata nell'ultimo cd di Mauro Geraci e Fortunato Sindoni, ordinabile dal sito di Geraci http://www.geracicantastorie.com/.
Si è già parlato di musica salentina in questo excursus, ma ora dobbiamo tornare a farlo, forse con il gruppo che più coerentemente persegue un vero stile personale non alienandosi però mai dalla tradizione. Mi riferisco, come non poteva essere altrimenti, a... Zoè.
Il loro repertorio era già stato toccato da qualche venatura politica, ma erano cose che potevano sentirsi o non sentirsi secondo la propria sensibilità (secondo me, ad esempio, sia "Macaria" che "Menevò", tratte rispettivamente da "Sangue vivo" e dal "Miracolo", sono canzoni politiche perché la prima ci invita all'onestà e la seconda ci ammonisce sull'inalienabilità della vita).
Nel nuovo cd degli Zoè, intitolato sintomaticamente "Maledetti guai", oltre a scoprire un sacco di nuove influenze nel lavoro del gruppo, tutte desunte dalla sua recente storia perché loro odiano contaminarsi con qualcosa solo perché è di moda, si scoprono almeno due brani inappellabilmente politici.
Quello più simile allo stile Zoè già descritto, mi riferisco alla struttura testuale, è "Maledetti guai", dove c'è spazio anche per ventate di poesia criptica come "voci tristi e disperate sotto l'ombra di un bambino". Per chi non volesse ancora avventurarsi nell'acquisto di questo cd, che dovrebbe essere molto particolare, il brano, specie di tarantella "africanata", è ascoltabile nel myspace dell'officina all'indirizzo www.myspace.com/officinazoe. La cosa che rende particolare il brano, oltre al miscuglio magico tra influenze salentine e maliane, è la presenza dell'italiano che, in una voce piena di "salentinità segreta" come quella di Cinzia Marzo, acquista una cantabilità strana e nuova.
Sempre in italiano è l'altro brano, questo spudoratamente dedicato a Berlusconi, intitolato "A mammata". (Ecco da dove erano tratte le citazioni misteriose di prima!).
Non posso dirvi molto sulla sua musica, perché io conosco una versione non pubblicata, e sono un po' gelosa del mio segreto. Va detto che potrei forviare anche un buon ascolto della versione "ufficiale". Voglio solo dire che ci ho trovato una durezza che, con il mio stupido schematismo da persona troppo colta e razionale, credevo più propria degli Aramirè di "Mazzate pesanti". Non è un brano poetico, ed anche le metafore o le allitterazioni servono solo per rafforzare i concetti che si cantano (o più spesso si gridano con veemenza moderna e contadina insieme). La frase che trovo più bella è: "...in vece dell'anima lui ha un saccopieno di nulla mischiato col niente...".
Spero d'aver fatto capire con questo articolo a certi signori di sinistra, che oggi la canzone politica è anche appannaggio di gente che con l'arte ci sa fare e coltiva i generi che storicamente hanno rappresentato il cardine del canto di protesta italiano.
Voglio parlare di Berlusconi e dei miracoli musicali che la sua grandissima stupidità, nonché la rabbia che essa causa in chiunque abbia la testa un minimo salda, hanno provocato.
Il primo caso di disco completamente antiberlusconiano, credo che si debba far risalire a quando Franco Trincale, grande cantastorie siciliano già intervistato in questo blog e reperibile su http://www.trincale.com/, ha pubblicato, completamente in sistema di autoproduzione, il "Berluschino". Questo caso è talmente importante che, per un breve periodo, perfino i telegiornali italiani, così restii a dare spazio ai nostri grandi rappresentanti culturali, di qualsiasi tipo di cultura si tratti, ne hanno parlato. Purtroppo, però, ovviamente questo è dovuto non alla bravura artistica del nostro, che non è stata nemmeno riconosciuta, ma al fatto che il "gran stratega" (poi vi dico di chi è la citazione e da dove viene), abbia citato le "prospettazioni" di Trincale, sia cartacee che discografiche, come giustificazione per il trasferimento di un processo fuori Milano, perché lui vuole di base scappare alla giustizia. (tanto "lui non avrebbe colpa..." continua ancora il mistero sulla citazione).
Il cd purtroppo a me manca quindi non ve ne posso parlare, infatti va detto che, a parte il cd "Franco Trincale: l'ultimo cantastorie", prodotto dalla Warner, del siciliano non si reperisce niente con facilità (discograficamente parlando).
Qualche anno dopo, con altrettanto mordente ma forse con maggiore ricchezza armonica, dal nord Italia è arrivata una bellissima "Mazzata pesante", scritta e concepita da Fausto Amodei, altro storico della canzone politica italiana.
Del suo "Per fortuna c'è il cavaliere" ne abbiamo già parlato in un articolo specifico, qui vale solo la pena di ricordarvi la sua esistenza e di stimolarvi al suo acquisto (questa è la gente che va aiutata, non il Michael Jackson di turno!).
Mi va di segnalare, con molto piacere, in questa rassegna dedicata ai canti ispirati dalle decisioni di questo o del precedente governo Berlusconi, la molto carina ma credo inedita "Qua si campa" del calabrese Otello Profazio. E' un brano contro il famigerato, e ancora una volta minacciato, spero che la mafia o l'Unione Europea fermi colui che "si sacrifica per noi" (ancora misteriose citazioni....!), ponte sullo stretto. Da quello che me ne ricordo, sono passati almeno cinque anni dal primo ed unico ascolto che ne feci, è una ballata simile alla mitica "Qua si campa d'aria", di cui, oltre che il giro d'accordi, riprende anche una particina del titolo. ("E dicu a chiddi chi vonnu lu pontu: 'Qua si campa ed è già tantu'"). Conferma la teoria, a cui crede chiunque abbia un minimo di cervello, che il ponte sullo Stretto non serve o, quantomeno, è una delle ultime cose da fare.
Alcune citazioni berlusconiane le troviamo poi in "Mazzate pesanti", ultimo album degli Aramirè, gruppo salentino già citato spessissimo su queste pagine.
Intanto possiamo trovare dei riferimenti, comunque sempre più blandi sia di quelli per ora citati, sia di quello che citerò alla fine e che ha motivato l'articolo, in un brano come "Scusati signori".
Si parla dell'imbarbarimento culturale causato dalla tv nonché dall'uso "narcotizzante" della pizzica e musica popolare salentina, che questo gruppo difendeva nella sua forma più pura, forse un po' utopisticamente, ma con una "signora" coerenza.
Si tratta anche l'argomento "euro" e quello "riforme", soprattutto per quanto riguarda la circolazione di persone. Non è sicuramente un brano predominantemente ironico, né ha la forza musicale che ci si aspetterebbe da qualcuno che, pur volendo mandare messaggi politici volesse tenere all'arte come dimensione autonoma.
Un altro caso di brano tradizionale a cui sono state apposte strofe, è "O pillo pillo pì", sempre presente nel su citato cd di Aramirè. Va detto subito, però, che la sua migliore versione, con lo stesso testo ma cantata e suonata molto meglio, è contenuta in "Vent'anni e più di..." del Circolo Gianni Bosio.
Se il brano precedente era l'"aggiornamento" di un brano di protesta inciso dall'etnomusicologo Alan Lomax nel 1953, questo è il frutto di un lavoro collettivo di trent'anni.
Su una melodia tradizionale cantata da Luigi Stifani e pubblicata proprio dalle Edizioni Aramirè nel libro "Io al santo ci credo: diario di un musicoterapeuta delle tarantate", sin dagli anni '70 si è iniziato ad apporre strofe politiche. Così, con questo brano, si può fare una cronistoria di alcuni dei fatti e misfatti avvenuti in vari paesi del mondo. All'inizio si parla di Cile, appena entrato in dittatura, di Portogallo, che ne sarebbe uscito di lì a poco, o di Vietnam, la cui terribile guerra era ancora in atto.
Nelle strofe aggiunte attualmente, condite con una certa ironia, si parla dell'emigrazione che diventa emigrazione, dello sfascio a cui già allora era giunta questa poveretta della Sinistra (niente in confronto allo schifo attuale, ma già non ci trattavamo male, e di come la tanto odiata Democrazia Cristiana fosse diventata "l'unto dal Signore".
Il riferimento al "cavaliere" è alla fine: "E quindi pe' finire jeu tocca cu vu dicu,aggiu giratu 'u munnu, quarche cosa aggiu capitu.Aggiu giratu 'u munnu, n'aggiu visti fiacchi e boni:lu chiu pesciu de tutti è lu Silviu Berlusconi".
Tornando al molto irreperibile, infatti il brano precedente è stato anche pubblicato da Vincenzo Santoro nel cd allegato al suo bellissimo libro "Il ritorno della taranta, già qui recensito, va segnalata una ballata del cantastorie siciliano Fortunato Sindoni, scritta nel nobilissimo idioma della Trinacria, costruita come un dialogo tra Berlusconi e il fortunatamente ex inquilino della Casa Bianca George W Bush. E' una tarantella dove Berlusconi non si nomina mai (ci stiamo avvicinando al clou dell'articolo intanto con questo particolare strutturale che accomuna i due brani), dove il nostro premier deve rinunciare per un po' a fare lo schiavettino obbediente, perché noi, che poco dopo avremmo fatto finta di vincere le elezioni, effettivamente gli facevamo paura. E' geniale ed è pubblicata nell'ultimo cd di Mauro Geraci e Fortunato Sindoni, ordinabile dal sito di Geraci http://www.geracicantastorie.com/.
Si è già parlato di musica salentina in questo excursus, ma ora dobbiamo tornare a farlo, forse con il gruppo che più coerentemente persegue un vero stile personale non alienandosi però mai dalla tradizione. Mi riferisco, come non poteva essere altrimenti, a... Zoè.
Il loro repertorio era già stato toccato da qualche venatura politica, ma erano cose che potevano sentirsi o non sentirsi secondo la propria sensibilità (secondo me, ad esempio, sia "Macaria" che "Menevò", tratte rispettivamente da "Sangue vivo" e dal "Miracolo", sono canzoni politiche perché la prima ci invita all'onestà e la seconda ci ammonisce sull'inalienabilità della vita).
Nel nuovo cd degli Zoè, intitolato sintomaticamente "Maledetti guai", oltre a scoprire un sacco di nuove influenze nel lavoro del gruppo, tutte desunte dalla sua recente storia perché loro odiano contaminarsi con qualcosa solo perché è di moda, si scoprono almeno due brani inappellabilmente politici.
Quello più simile allo stile Zoè già descritto, mi riferisco alla struttura testuale, è "Maledetti guai", dove c'è spazio anche per ventate di poesia criptica come "voci tristi e disperate sotto l'ombra di un bambino". Per chi non volesse ancora avventurarsi nell'acquisto di questo cd, che dovrebbe essere molto particolare, il brano, specie di tarantella "africanata", è ascoltabile nel myspace dell'officina all'indirizzo www.myspace.com/officinazoe. La cosa che rende particolare il brano, oltre al miscuglio magico tra influenze salentine e maliane, è la presenza dell'italiano che, in una voce piena di "salentinità segreta" come quella di Cinzia Marzo, acquista una cantabilità strana e nuova.
Sempre in italiano è l'altro brano, questo spudoratamente dedicato a Berlusconi, intitolato "A mammata". (Ecco da dove erano tratte le citazioni misteriose di prima!).
Non posso dirvi molto sulla sua musica, perché io conosco una versione non pubblicata, e sono un po' gelosa del mio segreto. Va detto che potrei forviare anche un buon ascolto della versione "ufficiale". Voglio solo dire che ci ho trovato una durezza che, con il mio stupido schematismo da persona troppo colta e razionale, credevo più propria degli Aramirè di "Mazzate pesanti". Non è un brano poetico, ed anche le metafore o le allitterazioni servono solo per rafforzare i concetti che si cantano (o più spesso si gridano con veemenza moderna e contadina insieme). La frase che trovo più bella è: "...in vece dell'anima lui ha un saccopieno di nulla mischiato col niente...".
Spero d'aver fatto capire con questo articolo a certi signori di sinistra, che oggi la canzone politica è anche appannaggio di gente che con l'arte ci sa fare e coltiva i generi che storicamente hanno rappresentato il cardine del canto di protesta italiano.
Iscriviti a:
Post (Atom)