Carissimi lettori, non avrei mai voluto scrivere l’articolo che sto per redigere, più che altro perché la persona che sto per difendere (Lucio Dalla) ha 45 anni di carriera sulle spalle che la difendono molto meglio di me.
Il cantautore bolognese, in occasione di un suo discorso tenuto in un’Università, ha affermato che il rap, come forma d’arte, non ha niente a che vedere con la maniera profonda di vivere la musica che noi italiani, volendo o non volendo, ci portiamo nel DNA. Sinceramente, conoscendo approfonditamente l’opera di Dalla, non credo che il discorso, commentato a iosa dai giornali ma da essi non riportato sufficientemente, quantomeno per quello che mi è stato possibile vedere, che il cantautore faccia una serie di affermazioni nazionalistiche. Non avendo io chiare le opinioni di Dalla, in questa sede vorrei solo esprimere le mie, discutibili, personali, relative.
Credo che il rap vada bene (a me comunque non piace) solo cantato nello slang americano che lo ha visto nascere come musica di denuncia. Da noi, e in tutto il resto del mondo, è una di quelle musiche che, ben digerita dal sistema che inizialmente denunciava, è stata da esso dittatorialmente imposta. In Italia, almeno per me, non c’è un solo rapper decente,meno ancora Fabri Fibra, il cui caso veniva citato da un giornalista per considerare Dalla un “incapace”, in quanto non ne avrebbe capito il talento. Sinceramente, e io la metto su un punto di vista linguistico e filologico, tutti quei progetti che prendono il via da premesse che forzano la cultura con i quali essi vengono irrimediabilmente a contatto, non li approvo. Ogni lingua, sia essa maggioritaria o minoritaria, è, ancora prima che una serie di regole, un mondo sonoro che la musica deve saper sfruttare e valorizzare, obbligandosi a non farle fare ciò che non le è naturale. Se si ascolta gran parte del rap italiano, oltre ai testi insulsi della maggioranza dei brani, si sente un insopportabile (almeno alle mie orecchie) maltrattamento della lingua italiana.Sinceramente, poi, non capisco il gusto di scimmiottare pedissequamente una musica importata, oltretutto in maniera innaturale, come accennato poco sopra, rinunciando a prenderne stimoli per poi farne qualcosa veramente di proprio. Sinceramente io preferisco delle esperienze di uso più particolare del parlato, ad esempio brani di Piero Ciampi (1935-1980) come “Te lo faccio vedere chi sono io”, dove la musica non dà lo schema ritmico alla parola, solo il sottofondo affinché il cantante si possa divertire con la parola, non imprigionata negli schemi, concepiti per lo slang americano, del rap. Credo infatti che il parlato sia un grandissimo arricchimento del cantato, come anche altri colori tra cui i finali “calanti”, ma non deve essere una schiavizzazione né un obbligo. Amo infatti il Paolo Conte che mischia cantato e parlato, oppure certi “tangueros” che utilizzano il parlato per andare in controtempo, cosa che si può fare con le lingue neolatine, difattidifficilmente piegabili a schemi ritmici estranei. Sinceramente io lascio ovviamente ad ognuno i propri gusti, ma dico che, come i cantanti americani non cantano all’italiana ma hanno creato orgogliosamente un modo di canto solo per l’inglese, così abbiamo l’obbligo di riscoprire la nostra italianità, la stessa che il mondo ci invidia. Dalla, che non è estraneo alla cultura americana, ne utilizza in maniera molto propria le caratteristiche, avendo creato ad esempio un misto tra rap e scat in brani come “Borsa valori”. Nel brano, infatti, la voce viene usata in gran parte della sua estensione, dalle note alte a quelle medie, non limitandosi allo schematismo, completamente basato su note medie, del rap puro.
Un’altra tendenza che mi dà fastidio, presa anche dalla musica popolare salentina, oltre ai fastidiosissimi brani in italiano, è quella delle contaminazioni, o peggio ancora dell’esecuzione e creazione, di blues italiano. Secondo Paolo Conte,infatti, noi abbiamo la cultura per il swing e la ballad lenta, mentre il blues non è nostro. Difatti,se ci si pensa bene, il swing e la ballad prevedono il canto o un qualcosa di simile al “bel canto”, il blues ha un lamento che si può fare solo in inglese e con le sue sonorità. A dimostrazione di ciò stanno i brani, meravigliosi e indimenticati, scritti da compositori come Giovanni d’Anzi o Gorni Kramer, che negli anni Trenta traghettarono il jazz in Italia, nonostante l’ipocrita e falsa opposizione ufficiale del fascismo.
Come avete visto da una difesa di Dalla si è passato ad enumerare quelli che per me sono i limiti di buon gusto nelle contaminazioni tra la musica statunitense ed il nostro modo di concepire quest’arte, come già notato da noi stupidamente rinnegato (e notare che quando non lo rinnegavamo ma lo esportavamo davvero, noi contavamo musicalmente nel mondo, ora siamo poco più di niente).
Visualizzazione post con etichetta Piero Ciampi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Piero Ciampi. Mostra tutti i post
venerdì 29 aprile 2011
domenica 10 gennaio 2010
Ricky Gianco: Di santa ragione
Carissimi lettori, scusate l'invadenza ma devo parlarvi di un vero capolavoro, l'ultimo cd del cantautore Ricky Gianco intitolato "Di Santa ragione. E' un album che dimostra, se ce ne fosse bisogno, che la musica rock e pop, può anche essere spogliata dei suoi più abituali strumenti e rivissuta con la semplicità meravigliosa di un contrabbasso, una chitarra acustica, un pianoforte, una fisarmonica e delle percussioni etniche di varia provenienza.
La voce di Gianco, volutamente da lui "sporcata", è in verità stupendamente limpida.
Il cd, retrospettiva sulla migliore canzone d'autore italiana di questi ultimi cinquant'anni, si apre con uno degli inediti, la fortissima "Né sconti né saldi", giusta apertura di un album sicuramente fastidioso e scomodo. Infatti, come già dice il titolo, questo è un brano in cui Gianco ci dimostra che è tornato per rimanere con la voglia di lottare e farsi sentire.
Subito dopo arriva una ballata leggermente country, condita con venature avanguardistiche, intitolata "Un cucchiaino di zucchero nel té". Nel brano, scritto negli anni Sessanta ma spudoratamente attuale, si nota come le miserie di un popolo, qualsiasi esso sia, sono poi sempre le stesse.
Ed eccoci al primo omaggio ai grandi cantautori italiani, con una interpretazione, solamente contrabbasso e voce, di "Via Broletto 34", meraviglioso brano di Sergio Endrigo.
E dopo questa descrizione poetica di un tipico delitto d'onore, ci si torna ad occupare di una tematica che ultimamente è stata cantata da molti cantanti di generi musicali diversi, ossia il precariato. E' stato questo, tanto per confermare la "scomodità" di questo cd, il brano che ci ha fatto accorgere, a quei pochi che ascoltano certi canali satellitari, dell'esistenza di questo fantastico album. Non saprei come descriverlo, sembra una specie di chamamé argentino, con una fisarmonica molto in evidenza.
Ed ecco un altro omaggio ad uno dei troppi dimenticati della canzone italiana, il cantautore e poeta maledetto Piero Ciampi. Il brano scelto da Gianco è una "Io e te maria", risalente al periodo di piena maturità artistica del livornese, ossia all'inizio degli anni '70. Il brano è impregnato in questa versione di atmosfere argentine che non cozzano con l'originale, ma comunque lo portano verso atmosfere abbastanza nuove.
Ed ecco uno dei brani più stravolti, la bellissima "Pugni chiusi" che, perdendo i ritmi beat della versione originale dei Ribelli, si ammanta qui di atmosfere classico-jazzistiche, che le permettono di respirare un'intimità che forse, però, non rende giustizia alla passionalità tragica del testo.
Ed ecco uno spietato ritratto di ciò che è una città agli occhi di chiunque abbia un minimo di coscienza e non sia abbagliato da queste utopie di progresso facile che sono il pane quotidiano dei mass media, gli stessi che sicuramente non daranno spazio a questo cd. Il brano, dalle fortissime tinte country, si chiama "Povero Willie".
Ed ecco un altro brano politico, l'aggiornamento di un vecchio brano di Ricky Gianco intitolato "Antipatico". Se proprio devo descriverlo, lo definirei un brano giustamente impietoso con l'attuale politica.
Si ritorna all'intimità, con una rielaborazione, a dir poco da brivido, di "Quando", uno dei primi brani scritti da Luigi Tenco. La versione, basso e fisarmonica, fa acquistare un'anima franco-jazzistica ad un brano che già portava queste due componenti, solo nascoste da una parafernalia di archi.
Ed eccoci alla versione di "Geordie", eseguita da Ricky Gianco senza la voce femminile. Se vogliamo fare un confronto con una versione di Fabrizio de Andrè, si deve pensare quella live incisa dal cantautore con sua figlia poco prima di morire. Questa versione ha la stessa magica intimità , lo stesso bellissimo calore.
Ed ecco una versione rarefatta di un brano beat anni '60, lanciato dall'Equipe 84, gruppo nella cui genesi è coinvolto anche Francesco Guccini. Sia melodicamente che armonicamente, "Nel ristorante di Alice" è interpretata filologicamente, ma la scansione ritmica più lenta la fa diventare qualcosa di profondamente diverso dall'originale. Il canto si rarefà, acquista delle pause segrete, entra nella magia di cui è impregnato tutto l'album.
Ed ecco una versione intima, solo chitarra e voce, del capolavoro di Gino Paoli "Sassi". Forse, ad un orecchio poco abituato alla semplicità, che oggi non è più all'ordine del giorno, questa versione potrebbe suonare ripetitiva, perché non aiutata dall'orchestra. Secondo me, invece, questa situazione dà al brano un'anima di lamento d'amore popolare, facendolo parlare con alcune delle sue fonti più segrete.
Ed eccoci ad un altro capolavoro "Il vento dell'est", lanciato da Gian Pieretti nel 1966. In questo cd sono contenute due versioni del brano. La prima è caratterizzata da venature blues, forse un po' troppo forti, che non permettono di notare la serenità con cui il protagonista parla della morte della propria amata.
Ancora più "effettata", se possibile, è questa versione "cibernetica" sempre dello stesso brano. Sembra di sentire la musica di un altro tempo, in cui probabilmente l'umanità non esisterà più. Terribile!
Nonostante questa stroncatura senza appello dell'ultimo brano nelle sue due versioni, è un album da sentire e far sentire a chi ha ancora gli occhi chiusi.
La voce di Gianco, volutamente da lui "sporcata", è in verità stupendamente limpida.
Il cd, retrospettiva sulla migliore canzone d'autore italiana di questi ultimi cinquant'anni, si apre con uno degli inediti, la fortissima "Né sconti né saldi", giusta apertura di un album sicuramente fastidioso e scomodo. Infatti, come già dice il titolo, questo è un brano in cui Gianco ci dimostra che è tornato per rimanere con la voglia di lottare e farsi sentire.
Subito dopo arriva una ballata leggermente country, condita con venature avanguardistiche, intitolata "Un cucchiaino di zucchero nel té". Nel brano, scritto negli anni Sessanta ma spudoratamente attuale, si nota come le miserie di un popolo, qualsiasi esso sia, sono poi sempre le stesse.
Ed eccoci al primo omaggio ai grandi cantautori italiani, con una interpretazione, solamente contrabbasso e voce, di "Via Broletto 34", meraviglioso brano di Sergio Endrigo.
E dopo questa descrizione poetica di un tipico delitto d'onore, ci si torna ad occupare di una tematica che ultimamente è stata cantata da molti cantanti di generi musicali diversi, ossia il precariato. E' stato questo, tanto per confermare la "scomodità" di questo cd, il brano che ci ha fatto accorgere, a quei pochi che ascoltano certi canali satellitari, dell'esistenza di questo fantastico album. Non saprei come descriverlo, sembra una specie di chamamé argentino, con una fisarmonica molto in evidenza.
Ed ecco un altro omaggio ad uno dei troppi dimenticati della canzone italiana, il cantautore e poeta maledetto Piero Ciampi. Il brano scelto da Gianco è una "Io e te maria", risalente al periodo di piena maturità artistica del livornese, ossia all'inizio degli anni '70. Il brano è impregnato in questa versione di atmosfere argentine che non cozzano con l'originale, ma comunque lo portano verso atmosfere abbastanza nuove.
Ed ecco uno dei brani più stravolti, la bellissima "Pugni chiusi" che, perdendo i ritmi beat della versione originale dei Ribelli, si ammanta qui di atmosfere classico-jazzistiche, che le permettono di respirare un'intimità che forse, però, non rende giustizia alla passionalità tragica del testo.
Ed ecco uno spietato ritratto di ciò che è una città agli occhi di chiunque abbia un minimo di coscienza e non sia abbagliato da queste utopie di progresso facile che sono il pane quotidiano dei mass media, gli stessi che sicuramente non daranno spazio a questo cd. Il brano, dalle fortissime tinte country, si chiama "Povero Willie".
Ed ecco un altro brano politico, l'aggiornamento di un vecchio brano di Ricky Gianco intitolato "Antipatico". Se proprio devo descriverlo, lo definirei un brano giustamente impietoso con l'attuale politica.
Si ritorna all'intimità, con una rielaborazione, a dir poco da brivido, di "Quando", uno dei primi brani scritti da Luigi Tenco. La versione, basso e fisarmonica, fa acquistare un'anima franco-jazzistica ad un brano che già portava queste due componenti, solo nascoste da una parafernalia di archi.
Ed eccoci alla versione di "Geordie", eseguita da Ricky Gianco senza la voce femminile. Se vogliamo fare un confronto con una versione di Fabrizio de Andrè, si deve pensare quella live incisa dal cantautore con sua figlia poco prima di morire. Questa versione ha la stessa magica intimità , lo stesso bellissimo calore.
Ed ecco una versione rarefatta di un brano beat anni '60, lanciato dall'Equipe 84, gruppo nella cui genesi è coinvolto anche Francesco Guccini. Sia melodicamente che armonicamente, "Nel ristorante di Alice" è interpretata filologicamente, ma la scansione ritmica più lenta la fa diventare qualcosa di profondamente diverso dall'originale. Il canto si rarefà, acquista delle pause segrete, entra nella magia di cui è impregnato tutto l'album.
Ed ecco una versione intima, solo chitarra e voce, del capolavoro di Gino Paoli "Sassi". Forse, ad un orecchio poco abituato alla semplicità, che oggi non è più all'ordine del giorno, questa versione potrebbe suonare ripetitiva, perché non aiutata dall'orchestra. Secondo me, invece, questa situazione dà al brano un'anima di lamento d'amore popolare, facendolo parlare con alcune delle sue fonti più segrete.
Ed eccoci ad un altro capolavoro "Il vento dell'est", lanciato da Gian Pieretti nel 1966. In questo cd sono contenute due versioni del brano. La prima è caratterizzata da venature blues, forse un po' troppo forti, che non permettono di notare la serenità con cui il protagonista parla della morte della propria amata.
Ancora più "effettata", se possibile, è questa versione "cibernetica" sempre dello stesso brano. Sembra di sentire la musica di un altro tempo, in cui probabilmente l'umanità non esisterà più. Terribile!
Nonostante questa stroncatura senza appello dell'ultimo brano nelle sue due versioni, è un album da sentire e far sentire a chi ha ancora gli occhi chiusi.
Etichette:
16 febbraio 2010,
Gian Pieretti,
nuovi dischi,
Piero Ciampi,
recensioni,
Ricky Gianco,
Sergio Endrigo
Iscriviti a:
Post (Atom)