Carissimi lettori, oggi abbiamo voglia, io ed un mio inseparabile amico, di condivedere con voi certe nostre personali riflessioni sul canto politico, una delle tante passioni che ci accomuna. L'articolo ripercorrerà la storia del canto di lotta, distinguendo almeno due sottocategorie principali, di cui si illustreranno le maggiori caratteristiche sia a livello testuale che musicale.
Il periodo d'oro della canzone di lotta, secondo noi ma non solo, è quello che va dall'ascesa del mondo operaio alla ribalta, verso la fine dell'Ottocento, alla stagione degli anni di piombo. Da qui, direi di entrare subito nel vivo, si possono subito presentare i due tronconi di cui parleremo.
Il primo troncone io lo definirei "politico-riflessivo" o, se si vuole, "politico-poetico". I brani migliori di questo repertorio, molto copioso specialmente in America Latina e da noi praticato da alcuni grandi intellettuali come Pietro Gori o cantautori come Fausto Amodei, sono: "Addio Lugano", "Per i morti di Reggio Emilia", "América novia mía", ripresa dal repertorio degli Inti-Illimani. Questo filone è caratterizzato da un diluimento del messaggio politico, che viene apparentemente stemperato dalla presenza di poesia o anche solo dalle circostanze di composizione. "Addio a Lugano", giusto per fare un esempio, è un canto di addio ad una terra che ha accolto il grido libertario degli anarchici, ed è politico solo per la rabbia di chi deve fuggire, ma non contiene riferimenti a situazioni concrete di effettiva lotta. Questo sottogruppo, musicalmente, si può caratterizzare per una ricerca di ricchezza sia melodica che armonica, testimoniata, ad esempio, dal difficilissimo giro d'accordi della citata "Per i morti di Reggio Emilia".
A fare da contraltare a questo repertorio, c'è quello che nel linguaggio della "Nueva canción chilena", viene chiamato di "Canciones contingentes", nate spesso verso la fine degli anni '60, con molta minor raffinatezza e con riferimenti concreti a circostanze storiche di lotta. Tra le italiane, per questo filone, che chiameremo "Politico-concreto" o "Politico-contingenziale", possiamo ricordare molto repertorio popolare di ogni provenienza, e alcune ballate di cantautori come "Il vestito di Rossini" di Paolo Pietrangeli o "Borghesia" di Claudio Lolli. Questi brani, musicalmente, sono spesso caratterizzati da una maggiore povertà armonica e melodica, proprio perché sono canzoni da e "in piazza". Molto spesso quest'ultimo repertorio prevede anche l'esecuzione collettiva monodica o polivocale.
Oggi il canto politico, essendo appannaggio quasi esclusivo di intellettuali, viene trattato con molta superficialità o, peggio, viene digerito talmente dal "sistema" che vuole teoricamente abolire, che ne fa il gioco. Non è che non esistano i canti da piazza, ma sono eseguiti in contesti che non prevedono la fruizione concreta dei brani da parte di persone estranee ai collettivi compositori. Una delle conseguenze di ciò è stata la sparizione della distinzione fatta sopra. Si veda, ad esempio, l'ultimo capolavoro degli Zoè. Nel cd in questione, "Maledetti guai", troviamo i due brani di apertura che dovrebbero essere catalogati, per la durezza di alcune loro giuste affermazioni, nel filone "contingenziale". Gli stessi brani, però, spesso e volentieri, si perdono dietro ad incantevoli ma inutili ghirigori ed arzigogoli poetici. E' questo il caso del pezzettino di "Maledetti guai" che dice: "Ieri ho fatto un brutto sogno,
brutto sogno, brutte storie
per gli ospedali, l'informazione, pei precari e per le scuole". Un altro esempio, tratto dal brano "A mammata", potrebbe essere:
"E lui ci insegna tante cose,
a dire false verità.
Presta falso il giuramento,
la parola non mantiene mai.
Non mantiene la parola
data nelle trattative
e siccome è un gran stratega
non finisce sotto accusa".
Se si ripercorre la storia dei due filoni sopra descritti, si vede chiaramente che essi hanno avuto una evoluzione opposta e speculare, quindi metterli insieme è una forzatura intellettuale e, almeno secondo me, unire ciò che la storia ha fatto nascere separato è un affronto alla storia stessa.
Gli Zoè, invece, sono maestri nel canto "politico-poetico". Da antologia, sempre tratta da "Maledetti guai", è "Liknon", che, sotto la veste di un brano intimo, è uno dei canti più riusciti di "ponte" tra l'antica e dimenticata emigrazione italiana, e l'attuale flusso migratorio dall'estero. Qui, aiutata anche dalla melodia eterea che lei stessa ha composto, Cinzia emette un grido antirazzista, perché cosiccome noi siamo stati delle anime perse ed abbiamo esportato "miniere di solitudini", ora le riceviamo.
Per il Salento, l'ho già detto in varie occasioni ma qui cade a fagiolo, esempio insuperabile di canti politici "contingenziali" sono i soliti Aramirè di "Mazzate pesanti", che d'altronde non hanno un centesimo della poesia di Cinzia.
Un altra visuale possibile del cozzo tra contingenza e poesia, può essere quella rappresentata da coloro che vogliono musicare in maniera raffinata brani che definirebbero "contingenti" o da piazza. Gli esempi più sonanti sono quelli de "I treni per Reggio Calabria" e il "Lamento per la morte di Pier Paolo Pasolini" scritti da Giovanna Marini. Forse è bene ricordare che il canto politico non nasce come "pezzo da museo" che, può divenire oggetto di reinterpretazione magari quest'ultima assai discutibilmente azzeccata e fine a se stessa. Il canto politico nasce dal cuore e solamente col cuore si produce. Esso non può essere strumentalizzato, per nessun fine. Così come non può essere venduto o accademicizzato per un pubblico di élite. Non si può, tra l'altro, andare in un canale nazionale come Rai Radiotre, e, dopo aver citato un intervallo di note particolare, rifiutarsi di spiegarlo perché tanto chi ascolta non avrebbe capito niente.
Oggi, in conclusione, si è arrivati al paradosso, che si è molto più politici quando non si fa politica.
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sabato 23 gennaio 2010
domenica 19 aprile 2009
Una recensione "officiniana" a quattro mani.
Carissimi lettori, questa mattina voglio parlarvi di un altro disco che mi ha formato molto. E' il cd che ha segnato la mia effettiva scoperta degli Officina Zoè, ed è intitolato "Crita". Sin dal titolo, parallelo a quello del loro primo disco, il fondamentale ma forse sopravvalutato "Terra", è un ritorno alle origini. Infatti, anche qui, si affrontano i brani della tradizione salentina. Il gruppo, però, ormai è indubbiamente cambiato, essendo passato per quell'insuperabile tappa di interiorizzazione della tradizione e delle sue sonorità, rappresentata da "Il miracolo". Il cd, e va detto subito, è uno dei più mirabili esempi di tradizione che sgorga dalla modernità, unita a modernità che sgorga dalla tradizione. Il tutto, è ottenuto con una serenità disarmante, che non ha forse permesso al vecchio pubblico del gruppo, troppo legato alla precedente formazione, di capirne la forza. Va detto, oltretutto, che negli anni in cui il gruppo tricasino si "faceva le ossa" con le colonne sonore, vari musicisti, più o meno improvvisati, hanno dato nuova vita, in maniere più o meno discutibili, al repertorio che poi sarebbe confluito in questo disco. Questi fattori, insieme alla tendenza del salentino a giudicare i progetti secondo il loro grado di innovazione, spiegano il poco successo e la minor comprensione avuta da questo album.
Entrando concretamente nella materia, il primo brano, intitolato "Ferma ferma", è tradizionale come impianto, ma l'"Officina" lo fa talmente proprio, da poter aspirare a pensarlo come un brano d'autore. Per la sua esecuzione, il gruppo utilizza semplicemente una chitarra acustica, un mandolino e la voce eterea di Cinzia. Le parole, come spesso accade nel più autentico stile Zoè, diventano suoni, senza però mai perdere il loro significato, o mutarsi in qualcosa di immateriale.
Si prosegue poi con il primo brano veloce del cd, intitolato "Allu sciardinu". E' un brano che io non saprei catalogare, perché il ruolo di dare il ritmo effettivo, invece di essere affidato al tamburello, come prevederebbe la più schietta tradizione leccese, è affidato a due strumenti, la chitarra battente e le nacchere, che sono più tipici di altre zone. Il tamburello, infatti, si limita quasi a battere dei colpi secchi, accentuando a malapena le parti principali della struttura ritmica. Le voci, qui, si contrastano. Se, da un lato, le voci maschili cantano in maniera "urbana", con colori più tipici dello stile popolare moderno, la voce di Cinzia, si staglia con un'irruenza che da diverso tempo non si ritrovava, quantomeno dalla "Macaria" di "Sangue vivo".
Subito dopo si arriva ad una stornellata, fatta, per ammissione dello stesso gruppo nel libretto del cd, da proverbi e detti salentini. Il ritmo, per chi conosce un po' i primi Zoè, potrebbe ricordare "Nifta maiu" o "Ttuppi ttuppi", mentre per gli appassionati di musica sudamericana e da ballo, potrebbe ricordare una 'beguine'. Il brano in questione è "Anima bella", uno dei più caratteristici e "rurali" del repertorio del gruppo. Infatti, e va detto, a parte l'organetto e la chitarra, tutti gli strumenti che vi figurano, sono oggetti della quotidianità contadina. Abbiamo, innanzitutto, il "tamburo a frizione", chiamato in salentino "cupacupa", costituito da un pezzo di coccio dentro il quale si mette un bastoncino di legno, che si suona con una spugna per piatti bagnata d'acqua (una volta si bagnava anche con la propria saliva!); troviamo poi il "lavaturu" e dei normali cucchiai.
Il brano successivo è l'unico strumentale del disco, una "Pizzica paccia", fatta sul modo di un anziano soprannominato "pacciu" ("pazzo"). Il protagonista del pezzo è l'organetto, coadiuvato, oltre che dal tamburello, anche dagli strumenti "quotidiani".
Per dimostrare che si può fare qualcosa di nuovo ed inaspettato anche partendo da testi e melodie più che conosciute, arriva poi il "Fior di tutti i fiori". E' uno stornello, eseguito, a livello di testo e melodia, così come lo si trova nel cd "Musiche e canti popolari del Salento" delle edizioni Aramirè. Ritmicamente, però, l' "Officina" si è presa la grande libertà di rallentarlo, facendo forse fuoriuscire quella tristezza che è insita nelle parole, causando però un certo "appesantimento" durante l'ascolto. Qui, poi, è particolarissimo anche l'insieme di strumenti che suonano accompagnando il canto. Troviamo infatti, insieme ad uno strumento "quotidiano" come il cupacupa, la chitarra, strumento di origine colta ma ormai entrato nella tradizione, ed il bouzouki, elemento greco tanto caro a molti gruppi salentini attuali.
L'anima greca degli Zoè, però, si sfoga in pieno nella traccia seguente, la bellissima, romantica e festosa "Kali nifta". Questo canto, d'autore ma ormai diventato della tradizione, eseguito in lingua grika su una melodia probabilmente macedone, qui viene portato ad un'allegria discreta, che non fa perdere mai il romanticismo di base. Non va dimenticato, anche se poi molti lo fanno, che il brano è una delle più belle e struggenti serenate del nostro Sud.
Di seguito troviamo il primo brano completamente a cappella mai eseguito in studio dal gruppo. Il pezzo, reperibile con una strofa in meno nel cd "Le cicale" della casa editrice Kurumuny, è uno dei classici indiscussi della tradizione leccese, e si intitola "E l'acqua ci te llavi". Anche questa è una serenata, di quelle che si cantavano nei campi per corteggiare a distanza la propria innamorata. La versione del gruppo è la più tradizionale tra quelle di "riproposta" che conosco, infatti rispetta gli intervalli tipici del canto polivocale salentino, limando solo quegli aspetti che oggi non si accettano più.
Subito dopo arriva una tarantella, eseguita con cupacupa, chitarra, organetto e voci, che non era mai stata riproposta da nessuno, ed era presente solo in un vecchio film di Pietro Germi, che l' "Officina", con il suo attaccamento alle fonti, cita come personale modello. Il brano è "Maria Nicola", tarantella spassosa su una giovane che, invece di sposarsi, dilapida tutti i soldi che gli altri le offrono per fare cose di cui si può fare benissimo a meno. Anche di questo brano, nel 2007, la Kurumuny ha pubblicato una versione "tradizionale" nel già citato "Le cicale". Questa versione, come tutto il disco, è a cappella, ed è più lenta di quella dell' "Officina".
Tornando a Crita, che a casa mia viene da sempre chiamato "Il mostro", andando avanti arriva una strabiliante "Tambureddu meu". Questo brano è il più tradizionale del cd, e forse sarebbe stato meglio metterlo a chiusura del percorso, per "intrappolare" l'ascoltatore in un ideale cerchio, simbolo d'altronde caro alla tradizione meridionale, che va dalla dolcezza gentile di "Ferma ferma" alla durezza contadina di questa pizzica. Comunque, il pezzo è uno dei più famosi all'interno del repertorio tradizionale, ed è eseguito senza strofe né melodie particolari, senza neanche eccessiva cura nell'addolcire la tradizione. Si è registrato, infatti, lo so per testimonianza diretta dell'armonicista Antonio Corsano che vi ha partecipato, completamente in presa diretta. Qui, infatti, forse Zoè mostra il suo spirito più vero: ci fa capire che ciò che cerca è una vera comunione con il proprio pubblico, per il quale, poi, prova una vera e propria gratitudine.
Il cd si chiude con una geniale versione di "Camina ciucciu", brano molto poco eseguito, del quale, fino all'uscita del cd di cui parliamo, esistevano solo due versioni di ispirazione tradizionale, tra l'altro eseguite dallo stesso gruppo a vent'anni di distanza l'una dall'altra.
Descrivendo concretamente la versione dell' "Officina", è la più riuscita perché, anche non capendo le parole e non conoscendo il dibattito di interpretazione causato da questo brano apparentemente così semplice e scanzonato, si arriva a capire che ci si trova davanti ad un pezzo ispirato dalla figura del carrettiere, che per andare avanti incita sempre il proprio animale a camminare. Musicalmente, il brano è positivamente caratterizzato dalla presenza del mandolino di Antonio Calzolaro, mandolinista di Uccio Aloisi.
Prima, introducendo il brano, l'ho definito "geniale". L'apprezzamento è riferito ad una piccola cosa che succede a metà esatta dell'esecuzione: la musica etnica è bella perché fa grandi le piccole cose. Il brano, prima di ricominciare daccapo per il secondo giro, si caratterizza per una presenza del tipico suono che si produce per incitare gli animali da locomozione. Dopodiché Cinzia, forse trasportata dall'atmosfera creata da questo trucco, utilizza un tipico melisma salentino, una semplicissima scala di quattro note con un leggero trillo, non utilizzata abitualmente in questi contesti, ma che qui acquista un colore tutto particolare. Dopo la fine del canto, che sfocia in una piccola parte a pizzica lenta, si arriva ad un dialogo serrato tra il mandolino e l'organetto, che purtroppo è troppo breve per permetterci di goderne come si dovrebbe e come si sarebbe portati a fare.
Voglio sperare che con questa recensione ho portato qualcuno ad ascoltare questo cd non più condizionato dagli stereotipi e dai luoghi comuni.
Cari salentini: quando verrà il giorno che con la vostra musica tradizionale tornerete a fare semplicemente festa senza più nessun tipo di polemica?
Carissimi lettori, voglio regalarvi la recensione personale di un mio grande amico, l'ormai inguaribile "malato di pizzica" Gianluca.
Il mio approccio con la pizzica si è avuto, ormai la bellezza di quattro anni fa, con la scoperta (grazie alla mia superamica!) proprio di questo cd. Il retroterra musicale dal quale provenivo era assai scarso e nello stesso tempo rigorosamente selettivo: posso dirvi che i miei generi preferiti si riducevano sostanzialmente a due, vale a dire le canzoni popolari e politiche e l'opera lirica, soprattutto di carattere buffo e di scuola italiana.
Quando cominciai a prendere confidenza con la musica salentina del genere pizzica, scoprii letteralmente un 'universo parallelo'; un nuovo mondo alternativo e davvero magico, di "emozione musicale". Ma entriamo nel vivo del cd "Crita", ovvero la mia 'iniziazione' alla pizzica ed in particolar modo alla musica degli "Officina".
Partiamo da "Ferma ferma": l'armonia è come un pizzicare l'anima, e la dolcezza che oserei dire rimbomba, farebbe pensare ad una normale serenata... Una serenata in cui il dialetto tricasino rende le parole e la melodia ancora più dolci. (Zoè, siate più tricasini nella vostra filosofia di canto, dimostrate che anche da voi c'è una grande tradizione. Ve lo dice una perugina, quindi non ci sono sospetti di campanilismo!n.d.r.).
"Allu sciardinu" si pone come una melodia altrettanto singolare. Non saprei dire il motivo, ma mi evoca moltissimo l'aria del Salento (in cui ancora non ho avuto la fortuna di capitare...), e tranquillamente potrebbe fungere da colonna sonora ad un documentario superdettagliato sulle terre della provincia di Lecce. E questo nonostante sia un pezzo forse, tra quelli di "Crita", dei più lontani dalla tradizione salentina.
Ed arriviamo alla terza, in ordine cronologico, del cd: "Anima bella". La prima volta che l'ho sentita, devo essere sincero, non ho colto immediatamente il suo vero valore. Forse proprio a causa della poca dimestichezza che avevo con il genere "musica popolare salentina", non era, in un primissimo tempo, tra le mie preferite. Il motivo, credo, fosse il "distacco" dalle altre, o meglio, in un primo momento, l'avrei vista di più in "Terra", oppure come singolo a sé (cosa che, nella musica popolare, è inaudita!). In realtà mi è bastato solamente ascoltarmela un po' più di volte, per comprendere quanto veramente ci stesse bene lì. E' da ricordare, anche, che la prima volta che li abbiamo visti insieme, il 7 luglio 2006, alla "Palma" di Roma, ce l'hanno anche dedicata (n.d.r).
Molto piacevole e di gran gusto, è la "Pizzica paccia", che rivela il talento del grande "Don pizzica", ossia Donatello Pisanello.
Arriviamo così a metà disco, con "Il fior di tutti i fiori", un pezzo veramente superbo! Inconfondibile e unico. A parte il testo, una dolcissima poesia stornellata che sa di profondo sentimento e oserei dire di tenerezza, la musica, ancora una volta, eleva le parole ad una quinta essenza. Si può far poesia in moltissimi modi, e forse ci sono ancora molti segreti che la nostra lingua ed i nostri dialetti possono e debbono dirci... Ma quando entra in gioco la magia della musica, e questa musica si concatena perfettamente a quello che sono le parole ed a cosa esse vogliono mirare, è davvero tutta un'altra cosa.
Se questo è vero per il brano precedente, è innegabile che lo si possa riscontrare anche nella successiva "Kali nifta". Ma sarà anche il fatto che la lingua greca detiene sul sottoscritto un potere di seduzione non indifferente...
Arriviamo ad un pezzo che ha insita una certa vena classica. (Non a caso è stato cantato anche dal celebre tenore Tito Schipa). Il pezzo è particolarmente impregnato di calore e sentimento, e secondo me risponde ad una esigenza che sento particolarmente viva, di richiamarsi ad una certa galanteria nei rapporti sentimentali. Per la cronaca, il pezzo in questione, si intitola "L'acqua ci te llavi".
Ed eccoci a quella che considero la mia canzone preferita: "Maria Nicola". Ha un ritmo dolce a tutti gli effetti, che troppo bene si abbraccia alla voce della "Maria Callas del Salento", (mi dispiace per chi la pensa diversamente...!) insieme alla tradizione più spontanea del centro-sud. Non ne abbiano a male gli studiosi di etnomusicologia e nemmeno i cultori più preparati di me di musica popolare, ma tengo a precisare che una voce come quella della Marzo ha in sé un 'potere' assai particolare ed unico. Non si deve - e lo dico anche da teorico - omologare un genere musicale a canoni predefiniti ed aprioristici. (per quanto essi siano tradizionali n.d.r.). La musica popolare, scusate, non è la musica operistica o classica in genere, nelle quali è doveroso rispettare con rigore certi canoni. Ben venga, nella musica popolare, l'uso di un ampio spettro, il più possibile largo e teso all'estensione, della voce: della tonalità, del modo stesso di far vibrare l'aria, ma continueremo il discorso.
Molto carina è pure la successiva "Tambureddu meu", assolutamente tradizionale, piacevole, molto oserei dire distensiva, pur nella sua carica forte e rapida.
Il cd si chiude con "Camina ciucciu", rigorosamente la mia seconda preferita, anch'essa molto vicina a "Maria Nicola", per la dolcezza e la spontaneità con cui canta la Marzo.
Queste le opinioni di un semplice ascoltatore, di un "non addetto ai lavori", di un cultore tardivo della musica popolare salentina, che non vogliono insegnare niente di tecnico e cattedratico a nessuno, semplicemente offrire qualche spontaneo parere che potrebbe esservi di una qualche utilità.
Entrando concretamente nella materia, il primo brano, intitolato "Ferma ferma", è tradizionale come impianto, ma l'"Officina" lo fa talmente proprio, da poter aspirare a pensarlo come un brano d'autore. Per la sua esecuzione, il gruppo utilizza semplicemente una chitarra acustica, un mandolino e la voce eterea di Cinzia. Le parole, come spesso accade nel più autentico stile Zoè, diventano suoni, senza però mai perdere il loro significato, o mutarsi in qualcosa di immateriale.
Si prosegue poi con il primo brano veloce del cd, intitolato "Allu sciardinu". E' un brano che io non saprei catalogare, perché il ruolo di dare il ritmo effettivo, invece di essere affidato al tamburello, come prevederebbe la più schietta tradizione leccese, è affidato a due strumenti, la chitarra battente e le nacchere, che sono più tipici di altre zone. Il tamburello, infatti, si limita quasi a battere dei colpi secchi, accentuando a malapena le parti principali della struttura ritmica. Le voci, qui, si contrastano. Se, da un lato, le voci maschili cantano in maniera "urbana", con colori più tipici dello stile popolare moderno, la voce di Cinzia, si staglia con un'irruenza che da diverso tempo non si ritrovava, quantomeno dalla "Macaria" di "Sangue vivo".
Subito dopo si arriva ad una stornellata, fatta, per ammissione dello stesso gruppo nel libretto del cd, da proverbi e detti salentini. Il ritmo, per chi conosce un po' i primi Zoè, potrebbe ricordare "Nifta maiu" o "Ttuppi ttuppi", mentre per gli appassionati di musica sudamericana e da ballo, potrebbe ricordare una 'beguine'. Il brano in questione è "Anima bella", uno dei più caratteristici e "rurali" del repertorio del gruppo. Infatti, e va detto, a parte l'organetto e la chitarra, tutti gli strumenti che vi figurano, sono oggetti della quotidianità contadina. Abbiamo, innanzitutto, il "tamburo a frizione", chiamato in salentino "cupacupa", costituito da un pezzo di coccio dentro il quale si mette un bastoncino di legno, che si suona con una spugna per piatti bagnata d'acqua (una volta si bagnava anche con la propria saliva!); troviamo poi il "lavaturu" e dei normali cucchiai.
Il brano successivo è l'unico strumentale del disco, una "Pizzica paccia", fatta sul modo di un anziano soprannominato "pacciu" ("pazzo"). Il protagonista del pezzo è l'organetto, coadiuvato, oltre che dal tamburello, anche dagli strumenti "quotidiani".
Per dimostrare che si può fare qualcosa di nuovo ed inaspettato anche partendo da testi e melodie più che conosciute, arriva poi il "Fior di tutti i fiori". E' uno stornello, eseguito, a livello di testo e melodia, così come lo si trova nel cd "Musiche e canti popolari del Salento" delle edizioni Aramirè. Ritmicamente, però, l' "Officina" si è presa la grande libertà di rallentarlo, facendo forse fuoriuscire quella tristezza che è insita nelle parole, causando però un certo "appesantimento" durante l'ascolto. Qui, poi, è particolarissimo anche l'insieme di strumenti che suonano accompagnando il canto. Troviamo infatti, insieme ad uno strumento "quotidiano" come il cupacupa, la chitarra, strumento di origine colta ma ormai entrato nella tradizione, ed il bouzouki, elemento greco tanto caro a molti gruppi salentini attuali.
L'anima greca degli Zoè, però, si sfoga in pieno nella traccia seguente, la bellissima, romantica e festosa "Kali nifta". Questo canto, d'autore ma ormai diventato della tradizione, eseguito in lingua grika su una melodia probabilmente macedone, qui viene portato ad un'allegria discreta, che non fa perdere mai il romanticismo di base. Non va dimenticato, anche se poi molti lo fanno, che il brano è una delle più belle e struggenti serenate del nostro Sud.
Di seguito troviamo il primo brano completamente a cappella mai eseguito in studio dal gruppo. Il pezzo, reperibile con una strofa in meno nel cd "Le cicale" della casa editrice Kurumuny, è uno dei classici indiscussi della tradizione leccese, e si intitola "E l'acqua ci te llavi". Anche questa è una serenata, di quelle che si cantavano nei campi per corteggiare a distanza la propria innamorata. La versione del gruppo è la più tradizionale tra quelle di "riproposta" che conosco, infatti rispetta gli intervalli tipici del canto polivocale salentino, limando solo quegli aspetti che oggi non si accettano più.
Subito dopo arriva una tarantella, eseguita con cupacupa, chitarra, organetto e voci, che non era mai stata riproposta da nessuno, ed era presente solo in un vecchio film di Pietro Germi, che l' "Officina", con il suo attaccamento alle fonti, cita come personale modello. Il brano è "Maria Nicola", tarantella spassosa su una giovane che, invece di sposarsi, dilapida tutti i soldi che gli altri le offrono per fare cose di cui si può fare benissimo a meno. Anche di questo brano, nel 2007, la Kurumuny ha pubblicato una versione "tradizionale" nel già citato "Le cicale". Questa versione, come tutto il disco, è a cappella, ed è più lenta di quella dell' "Officina".
Tornando a Crita, che a casa mia viene da sempre chiamato "Il mostro", andando avanti arriva una strabiliante "Tambureddu meu". Questo brano è il più tradizionale del cd, e forse sarebbe stato meglio metterlo a chiusura del percorso, per "intrappolare" l'ascoltatore in un ideale cerchio, simbolo d'altronde caro alla tradizione meridionale, che va dalla dolcezza gentile di "Ferma ferma" alla durezza contadina di questa pizzica. Comunque, il pezzo è uno dei più famosi all'interno del repertorio tradizionale, ed è eseguito senza strofe né melodie particolari, senza neanche eccessiva cura nell'addolcire la tradizione. Si è registrato, infatti, lo so per testimonianza diretta dell'armonicista Antonio Corsano che vi ha partecipato, completamente in presa diretta. Qui, infatti, forse Zoè mostra il suo spirito più vero: ci fa capire che ciò che cerca è una vera comunione con il proprio pubblico, per il quale, poi, prova una vera e propria gratitudine.
Il cd si chiude con una geniale versione di "Camina ciucciu", brano molto poco eseguito, del quale, fino all'uscita del cd di cui parliamo, esistevano solo due versioni di ispirazione tradizionale, tra l'altro eseguite dallo stesso gruppo a vent'anni di distanza l'una dall'altra.
Descrivendo concretamente la versione dell' "Officina", è la più riuscita perché, anche non capendo le parole e non conoscendo il dibattito di interpretazione causato da questo brano apparentemente così semplice e scanzonato, si arriva a capire che ci si trova davanti ad un pezzo ispirato dalla figura del carrettiere, che per andare avanti incita sempre il proprio animale a camminare. Musicalmente, il brano è positivamente caratterizzato dalla presenza del mandolino di Antonio Calzolaro, mandolinista di Uccio Aloisi.
Prima, introducendo il brano, l'ho definito "geniale". L'apprezzamento è riferito ad una piccola cosa che succede a metà esatta dell'esecuzione: la musica etnica è bella perché fa grandi le piccole cose. Il brano, prima di ricominciare daccapo per il secondo giro, si caratterizza per una presenza del tipico suono che si produce per incitare gli animali da locomozione. Dopodiché Cinzia, forse trasportata dall'atmosfera creata da questo trucco, utilizza un tipico melisma salentino, una semplicissima scala di quattro note con un leggero trillo, non utilizzata abitualmente in questi contesti, ma che qui acquista un colore tutto particolare. Dopo la fine del canto, che sfocia in una piccola parte a pizzica lenta, si arriva ad un dialogo serrato tra il mandolino e l'organetto, che purtroppo è troppo breve per permetterci di goderne come si dovrebbe e come si sarebbe portati a fare.
Voglio sperare che con questa recensione ho portato qualcuno ad ascoltare questo cd non più condizionato dagli stereotipi e dai luoghi comuni.
Cari salentini: quando verrà il giorno che con la vostra musica tradizionale tornerete a fare semplicemente festa senza più nessun tipo di polemica?
Carissimi lettori, voglio regalarvi la recensione personale di un mio grande amico, l'ormai inguaribile "malato di pizzica" Gianluca.
Il mio approccio con la pizzica si è avuto, ormai la bellezza di quattro anni fa, con la scoperta (grazie alla mia superamica!) proprio di questo cd. Il retroterra musicale dal quale provenivo era assai scarso e nello stesso tempo rigorosamente selettivo: posso dirvi che i miei generi preferiti si riducevano sostanzialmente a due, vale a dire le canzoni popolari e politiche e l'opera lirica, soprattutto di carattere buffo e di scuola italiana.
Quando cominciai a prendere confidenza con la musica salentina del genere pizzica, scoprii letteralmente un 'universo parallelo'; un nuovo mondo alternativo e davvero magico, di "emozione musicale". Ma entriamo nel vivo del cd "Crita", ovvero la mia 'iniziazione' alla pizzica ed in particolar modo alla musica degli "Officina".
Partiamo da "Ferma ferma": l'armonia è come un pizzicare l'anima, e la dolcezza che oserei dire rimbomba, farebbe pensare ad una normale serenata... Una serenata in cui il dialetto tricasino rende le parole e la melodia ancora più dolci. (Zoè, siate più tricasini nella vostra filosofia di canto, dimostrate che anche da voi c'è una grande tradizione. Ve lo dice una perugina, quindi non ci sono sospetti di campanilismo!n.d.r.).
"Allu sciardinu" si pone come una melodia altrettanto singolare. Non saprei dire il motivo, ma mi evoca moltissimo l'aria del Salento (in cui ancora non ho avuto la fortuna di capitare...), e tranquillamente potrebbe fungere da colonna sonora ad un documentario superdettagliato sulle terre della provincia di Lecce. E questo nonostante sia un pezzo forse, tra quelli di "Crita", dei più lontani dalla tradizione salentina.
Ed arriviamo alla terza, in ordine cronologico, del cd: "Anima bella". La prima volta che l'ho sentita, devo essere sincero, non ho colto immediatamente il suo vero valore. Forse proprio a causa della poca dimestichezza che avevo con il genere "musica popolare salentina", non era, in un primissimo tempo, tra le mie preferite. Il motivo, credo, fosse il "distacco" dalle altre, o meglio, in un primo momento, l'avrei vista di più in "Terra", oppure come singolo a sé (cosa che, nella musica popolare, è inaudita!). In realtà mi è bastato solamente ascoltarmela un po' più di volte, per comprendere quanto veramente ci stesse bene lì. E' da ricordare, anche, che la prima volta che li abbiamo visti insieme, il 7 luglio 2006, alla "Palma" di Roma, ce l'hanno anche dedicata (n.d.r).
Molto piacevole e di gran gusto, è la "Pizzica paccia", che rivela il talento del grande "Don pizzica", ossia Donatello Pisanello.
Arriviamo così a metà disco, con "Il fior di tutti i fiori", un pezzo veramente superbo! Inconfondibile e unico. A parte il testo, una dolcissima poesia stornellata che sa di profondo sentimento e oserei dire di tenerezza, la musica, ancora una volta, eleva le parole ad una quinta essenza. Si può far poesia in moltissimi modi, e forse ci sono ancora molti segreti che la nostra lingua ed i nostri dialetti possono e debbono dirci... Ma quando entra in gioco la magia della musica, e questa musica si concatena perfettamente a quello che sono le parole ed a cosa esse vogliono mirare, è davvero tutta un'altra cosa.
Se questo è vero per il brano precedente, è innegabile che lo si possa riscontrare anche nella successiva "Kali nifta". Ma sarà anche il fatto che la lingua greca detiene sul sottoscritto un potere di seduzione non indifferente...
Arriviamo ad un pezzo che ha insita una certa vena classica. (Non a caso è stato cantato anche dal celebre tenore Tito Schipa). Il pezzo è particolarmente impregnato di calore e sentimento, e secondo me risponde ad una esigenza che sento particolarmente viva, di richiamarsi ad una certa galanteria nei rapporti sentimentali. Per la cronaca, il pezzo in questione, si intitola "L'acqua ci te llavi".
Ed eccoci a quella che considero la mia canzone preferita: "Maria Nicola". Ha un ritmo dolce a tutti gli effetti, che troppo bene si abbraccia alla voce della "Maria Callas del Salento", (mi dispiace per chi la pensa diversamente...!) insieme alla tradizione più spontanea del centro-sud. Non ne abbiano a male gli studiosi di etnomusicologia e nemmeno i cultori più preparati di me di musica popolare, ma tengo a precisare che una voce come quella della Marzo ha in sé un 'potere' assai particolare ed unico. Non si deve - e lo dico anche da teorico - omologare un genere musicale a canoni predefiniti ed aprioristici. (per quanto essi siano tradizionali n.d.r.). La musica popolare, scusate, non è la musica operistica o classica in genere, nelle quali è doveroso rispettare con rigore certi canoni. Ben venga, nella musica popolare, l'uso di un ampio spettro, il più possibile largo e teso all'estensione, della voce: della tonalità, del modo stesso di far vibrare l'aria, ma continueremo il discorso.
Molto carina è pure la successiva "Tambureddu meu", assolutamente tradizionale, piacevole, molto oserei dire distensiva, pur nella sua carica forte e rapida.
Il cd si chiude con "Camina ciucciu", rigorosamente la mia seconda preferita, anch'essa molto vicina a "Maria Nicola", per la dolcezza e la spontaneità con cui canta la Marzo.
Queste le opinioni di un semplice ascoltatore, di un "non addetto ai lavori", di un cultore tardivo della musica popolare salentina, che non vogliono insegnare niente di tecnico e cattedratico a nessuno, semplicemente offrire qualche spontaneo parere che potrebbe esservi di una qualche utilità.
domenica 8 marzo 2009
riflessioni sull'ultimo concerto visto degli Officina Zoè
Innanzitutto desidero dedicare questo scritto a tutti i detrattori dell'ultimo periodo di carriera dell'Officina zoè; a quelli che parlano degli ultimi tre cd, spesso senza neanche conoscerli, criticando ingiustamente ciò che sentono ai concerti, a cui partecipano per nostalgia di non si sa che cosa, dicendo loro semplicemente che è lecito avere preferenze e gusti, ma poi si sarebbe obbligati ad essere con questi abbastanza coerenti. Ad esempio: se a me non piace l'ultimo Lucio Dalla, è meglio che non spendo i miei soldi per andarmelo a vedere dal vivo o comprargli i cd. Se voi andate ad un concerto di musica salentina solo per sballarvi, è meglio che non andiate a vedere Zoè, perché stanno esattamente dalla parte opposta.Entrando nel vivo della questione, il concerto svoltosi all'Auditorium Parco della Musica di Roma, lo scorso 12 marzo, è stata la seconda migliore esibizione che ho visto, (perché il primo concerto è come il primo amore e non si scorda mai!) soprattutto per l'affiatamento presente fra loro e per il clima di festa popolare che, a partire da "Don pizzica", si è miracolosamente creato.La sala Petrassi era quasi piena, ed all'inizio il pubblico era quello di uno spettacolo musicale che avesse luogo in teatro: molto silenzioso e quasi preso da un'estasi riflessiva. L'inizio, come accade ormai da almeno un anno a questa parte, è stato affidato ad una scoppiettante Santu Paulu (in sol e con voce solista di Lamberto Probo, che sta crescendo a vista d'occhio come cantante). Dopo di che, appunto per confermare quanto detto sullo spirito di Zoè, si è avuta "La carrozza", pezzo che l'Officina riprende alla "stisa", cosiccome lo si trova nell'"Italian treasury Puglia: the Salento", primo e mai troppo citato documento di ricerca antropologica su una tradizione meridionale. Va da sé che il gruppo, per fortuna, non imita gli intervalli che i contadini facevano intercorrere tra le varie voci (spesso ad un orecchio non abituato addirittura cacofonici!). Un accenno di festa popolare si è avuto subito dopo con "Allu sciardinu", pizzica in sol maggiore in cui Zoè ha convogliato, leggermente modificate, alcune strofe tratte da "Mara l'acqua" degli Ucci. Devo dire che l'inserimento del violino arricchisce di una maggiore cantabilità il già di per sé armonicissimo tessuto strumentale del pezzo, dove Lamberto (pur cantando in modo un po' più "sporco" rispetto a Santu Paulu I), è riuscito ad esprimere tutto il romanticismo del testo, uno dei tanti di forte desiderio nei confronti di una donna.Dopo i primi tre brani, suonati di fila, Lamberto ha iniziato anche a presentare (in modo forse poco convincente per chi non fosse salentino o al dentro del dialetto tanto da capirlo), ogni brano. Il primo con presentazione, è stata una pizzica tarantata (la "pizzicata indiavolata" della nomenclatura del maestro Stifani), tipica pizzica in la maggiore che si utilizzava nei riti domiciliari. L'interpretazione di Zoè attualmente, da quando cioè è tornato ad esserci nel gruppo un violinista serio (Giorgio Doveri, pur non essendo salentino ma livornese, è uno dei migliori interpreti di pizzica che ho mai sentito), è di sicuro la più vicina allo spirito del barbiere-violinista (denominazione demartiniana di Stifani). Non si può infatti dire che sia vicina alla forma, in quanto è fortemente spettacolarizzata ossia creativa, soprattutto quando si va piano piano avvicinando il finale. Va però ricordato che viene utilizzato un intervallo di seconda aumentata (si, do diesis, mibemolle), che i signori che tutt'ora ripropongono la pizzica tarantata con il violino scordato, non eseguono mai!Un altro rallentamento di ritmo si è poi avuto con la bellissima "Ulia Bessu", poesia di Giuseppe de Dominicis mirabilmente messa in musica dalla principale cantante ed anima creativa dell'ensemble, Cinzia Marzo. Purtroppo la bellezza del brano è stata fortemente offuscata dalla scordatura della mandola di Giorgio, che ha mandato un pochino fuori tono le voci (peccato mortale!).Da qui è iniziato un periodo di assoluto affiatamento tra Zoè ed il pubblico che li ascoltava, il che è come dire che è iniziata la parte migliore del concerto.Il tutto è partito con "Don pizzica", forse per merito dei nostalgici di cui sopra. Sia come sia, c'è da dire che rispetto al "Live in Japan", questo pezzo, come tutti quelli cantati nelle due occasioni, ha acquistato un'anima più arrabbiata e quindi più popolare. Qui si è iniziata a percepire una presenza profonda dello scomparso tamburellista di Zoè Pino Zimba, di cui si dovrà riparlare tra un po'.Cosiccome accade in "Sangue vivo" e nel "Live in Japan", di cui d'altronde è stata quasi esattamente rispettata la scaletta, senza soluzione di continuità è arrivata "Ijentu", pezzo d'autore ma pienamente tradizionale (addirittura ora ci mettono il tamburo a frizione o cupacupa!). Devo dire però che questa aggiunta, mi pare un poco fuori luogo, perché è un semplice rafforzativo di un'autenticità che è già profondamente presente nel brano. Secondo me la versione impagabile resta quella originale (strano!), dove davvero non vi sono strumenti che non servono. In "Ijentu" Cinzia Marzo è tornata quasi al canto sporco di "Macaria" o della "Pizzica di Aradeo" di Crita. Questo si potrebbe anche spiegare con la presenza della seconda voce femminile (quella di Rachele Andrioli), che sempre di più condiziona in modo evidente lo sviluppo dello stile canoro del gruppo e della stessa Cinzia. Infatti tra le due si sta sempre di più creando un dialogo-contrasto, che tramite la profonda diversificazione dei colori utilizzati, arriva ad un altrettanto profondo affiatamento. Da adesso in poi sarà un po' un rebus ricordarmi l'ordine dei pezzi, anche perché ho deciso di buttare giù queste idee solamente adesso! (mannaggia a me!).C'è comunque ovviamente stato spazio anche per il grecanico e per la soggiogante versione greca (addirittura a sirtaki!) di "Cali nifta". Devo ammettere, pur preferendo radicalmente che sia fatta lenta, (cosa che non fa rigorosamente nessuno), che con questo arrangiamento si riesce a conciliare una giusta interpretazione a "Matinata", con il coinvolgimento del pubblico. C'è stata poi una dolcissima e perfetta "T'amai", brano dove le due voci femminili hanno conseguito un accorpamento dove difficilmente si capiva dove finiva una e iniziava l'altra. Il pezzo (ripreso dal doppio cd del libro "Musiche tradizionali del salento" a cura di Maurizio Agamennone), ha perso la sguaiataggine che i popolani mettevano cantando sempre a "voce minata", ossia a voce piena, per acquistare visibilmente nell'interpretazione, la dolcezza che vi è in grandi quantità nel testo.Obbiettivamente il momento più toccante del concerto è stato quando Lamberto ha ricordato Pino Zimba, dedicandogli "Sale", pezzo di strofe sciolte popolari, con musica di Cinzia Marzo , Donatello Pisanello e Ambrogio de Nicola, chitarrista, che ha coadiuvato Zoè in "Sangue vivo". L'Officina da diverso tempo non esegue la parte iniziale del brano, aggiungendovi però una quartina che mi resta ancora misteriosa, durante lo sviluppo della parte a pizzica rallentata. Sono stata sempre un po' sfavorevole alla presenza del tres e dei cordofoni sudamericani in generale nella musica popolare del Sud, e voglio pensare di aver ragione perché la parte di mandolino che ha attualmente questo pezzo, ottiene un effetto modernizzante perfino superiore rispetto alla versione di "sangue vivo". Qui sono state anche numerose le sperimentazioni di terzine "mozzate", ossia con il colpo di mano dato ogni due battute. C'è stato ovviamente spazio anche per il grande assolo d'organetto di Donatello Pisanello, rappresentato dal brano "Filia", una delle pizziche più liberatorie che conosca, che oltretutto dimostra ai rappresentanti della filosofia del "Taranta power" che si può creare musica popolare moderna che sappia di antico. "Lu rusciu te lu mare" non è mancato, con la dolcezza che ultimamente lo contraddistingue. La versione presentata è stata costituita dalle prime due parti della rielaborazione di "terra". Si può dire che anche qua tradisco i miei gusti naturali (contrari di solito a quelli delle persone a cui dedico questo scritto), perché dico che l'eliminazione della parte mediterranea è un peccato grave. Infatti a questo pezzo manca attualmente la durezza che equilibri questa eterea dolcezza così tipica di certo canto dell'ultima Cinzia Marzo (si pensi all'incisione di "Menevò" presente nel "Live in Japan). Ciò non toglie che "Lu rusciu" così acquista un carattere più simile allo spirito della versione raccolta da Giovanna Marini, ritenuta non so con quanta giustizia la più tradizionale. Sinceramente però, devo dire che se si deve fare una versione classica del pezzo, allora lo si dovrebbe eseguire in tonalità maggiore e con prassi armoniche veramente classiche (come l'alternanza di la maggiore, la settima, re maggiore e mi maggiore), presente nella versione appena citata. Il giro di due accordi (re minore e do maggiore), perde forza senza la terza parte.Una citazione a parte (per preferenze personali spiccatissime), merita "Menevò", capolavoro composto da Cinzia Marzo, che ci ricorda con questo brano il valore della vita, cosa che questa società frenetica e banale, spesso ha dimenticato. La versione dal vivo è spesso acceleratissima (addirittura sulla versione del "Live in Japan" si sente che Cinzia ha il fiatone!), quindi perde d'espressività. Questa volta l'hanno rallentata, ancora troppo poco per i miei gusti, ma comunque quanto basta per far sì che potesse venire fuori (come difatti è avvenuto), qualche bell'arabesco o qualche colore alla portoghese.La parte ufficiale del concerto si è chiusa con "Santu Paulu II", che ultimamente ha acquistato una ancora maggiore ipnoticità, data anche dal maggior contrasto che si ha tra la prima parte, che è stata quindi rallentata rispetto a "terra", e la travolgente pizzica tarantata, che ha questa volta come voce solista Cinzia Marzo. anche qui, tramite l'ormai consolidata presenza dell'organetto unita alla riconquistata predominanza del violino, si riesce ad avere la semplicità di un brano "di campo", con i vantaggi obbiettivi che porta in sé una buona esecuzione secondo i criteri moderni. tutti i pezzi del primo periodo (specialmente quelli di "Terra", in queste nuove versioni hanno acquistato una maggior dolcezza, perché non si vuole più per forza imitare un'inimitabile rito antico, ma si sa riprendere quella formazione conservandone i pregi, senza quindi cadere nelle belle ma pesanti idee "barocche" del cd. Dopo una nostra scalpitante richiesta di bis, l'Officina ci ha accontentati, con due pezzi. Innanzitutto un canto di trainieri (preso anche questo dalla raccolta di Agamennone), interpretato da Danilo con un timbro che veramente riporta verso un mondo che non c'è più, ma che quell'interpretazione a voce piena materializza subito. Il finale è stato riservato (come già nel concerto di Perugia), ad una versione bellissima di "Pizzicarella", finalmente eseguita con l'organetto, invece che dai due mandolini, che da noi si sono un pochino "fatti la guerra". Per mia dimenticanza gravissima, cito solo adesso "Ferma ferma", pezzo che in versione live tende ad acquistare una rabbia che le fa perdere un po' di quell'effetto cullante, di cui è così intrisa la versione di "Crita". Se è possibile, questa volta il brano ha acquistato un'ancora maggiore suggestione, grazie all'eco che ha fatto sì che i suoni e le parole, già così dilatati dalla lentezza cercata e dalle infinite sfumature, soprattutto del canto di Cinzia, venissero da un altro mondo.Per chiudere voglio semplicemente fare i miei complimenti a Gigi Panico che, oltre ad essere un musicista che sa sfuggire alla tentazione di mostrare la propria bravura con virtuosismi inutili, in pochissimo tempo è profondissimamente entrato nella filosofia di Zoè.
La perugina pizzicata
Seguono alcune riflessioni sul concerto degli Officina Zoè, riguardanti la filosofia musicale del gruppo.
Io non sono un musicista né un critico musicale; né tanto meno un intenditore di pizzica, "scientificamente accreditato". Però, non posso trattenere alcune mie riflessioni, assolutamente personali e convinte, riguardo questo gruppo musicale che mi ha "iniziato" alla passione per la musica salentina. ci sarebbero tante emozioni, considerazioni e curiosità che potrei cercare di dirvi, ma non so da che cosa incominciare. Innanzitutto sento di confermare, oggi come non mai, quanto dissi una delle prime volte che mi capitò di ascoltare la vostra musica: come una brezza calda proveniente dal mare, che ti sfiora il viso e ti scompiglia i capelli, e che dopo un po' ti fa venire voglia di rotolarti nell'erba e di lasciare andare in libertà i tuoi pensieri. Per una persona come me, cresciuta a lirica (Mozart) e canti alpini, (la tradotta o il testamento del capitano...) è stato l'entrare in un nuovo mondo, scoprire, letteralmente, un gran piacere della vita, prendere coscienza di una realtà che, fino a quel momento, consideravo "separata". Il mio modo di pensare, di relazionarmi alla vita, gli studi inerenti certi aspetti dell'esistenza, hanno trovato un loro pieno coinvolgimento nella "filosofia" della pizzica, ma quella "pura".Mi piace poter affermare, in tutta sincerità, che la pizzica portata da voi è letteralmente "sincera", genuina e priva di quei tanti orpelli retorici che, a mio modesto parere, fanno tanta inutilità e confusione verso chi, grazie a Dio, ancora vorrebbe ascoltare una musica popolare come si deve. Mi riferisco a tutti quei generi e subgeneri di gruppi musicali che, pur di "ravanare" (termine dialettale!) ascolti e biglietti, si esibiscono in formazioni quanto meno insolite e di dubbia conoscienza musicale. La mia formazione vuole e richiede che ogni genere musicale, rimanga saldo sulla propria tradizione, e che non rappresenti se non se stesso. Così non ho mai gradito un coro alpino, sia esso Veneto, trentino o friulano, che si mettesse a fare uso, per esempio, di strumenti elettronici a scopo commerciale o ancor peggio per un più vago desiderio d'innovazione o di "stare al passo con i tempi", nel senso più banale e schietto dell'espressione. Ma veniamo ad alcune vostre canzoni in modo particolareggiato.Intanto la trilogia che preferisco e che trovo mirabile, è composta da: "Menevò", "Don pizzica" e "Maria Nicola", seppure quest'ultima appartenga ad un repertorio che voi abitualmente non eseguite.Per quanto riguarda la prima, ritengo che la versione migliore ed insuperabile, resta quella de "Il miracolo", pur riconoscendo una notevole crescita positiva (dovuta al rallentamento) nell'ultimo concerto. Il contrario dicasi per la seconda, che prediligo (e so di dire tecnicamente un'eresia) nella maniera velocissima come la faceste nel concerto di Villa Ada. Ma veniamo alla nota migliore: un coinvolgimento emotivo sempre maggiore con il pubblico "da camera", il quale entra in un curioso conflitto interiore e non sa, ad un certo punto, decidersi se ascoltare seduto in religioso silenzio, oppure lasciarsi andare alle danze sfrenate della pizzica. Questo, l'aspetto senz'altro più evidente dell'ultimo concerto, e non a caso (e lo dico con un certo gusto) complice la melodia "sciamanica" di "Don pizzica".Io non lo so per quali oscuri motivi adesso un vostro concerto mi fa letteralmente impazzire; sarà forse che al primo vostro concerto al quale ho assistito di persona, ero già ben "svezzato" e mi potevo considerare già vostro ammiratore. In conclusione, non mi rimane che rinnovarvi sinceri e particolari complimenti: complimenti per quello che siete, per la vostra armonia, per il vostro bellissimo affiatamento e per il vostro "rinnovarvi rimanendo semprer gli stessi". Un bolognese perugino "miracolosamente" salentino.
La perugina pizzicata
Seguono alcune riflessioni sul concerto degli Officina Zoè, riguardanti la filosofia musicale del gruppo.
Io non sono un musicista né un critico musicale; né tanto meno un intenditore di pizzica, "scientificamente accreditato". Però, non posso trattenere alcune mie riflessioni, assolutamente personali e convinte, riguardo questo gruppo musicale che mi ha "iniziato" alla passione per la musica salentina. ci sarebbero tante emozioni, considerazioni e curiosità che potrei cercare di dirvi, ma non so da che cosa incominciare. Innanzitutto sento di confermare, oggi come non mai, quanto dissi una delle prime volte che mi capitò di ascoltare la vostra musica: come una brezza calda proveniente dal mare, che ti sfiora il viso e ti scompiglia i capelli, e che dopo un po' ti fa venire voglia di rotolarti nell'erba e di lasciare andare in libertà i tuoi pensieri. Per una persona come me, cresciuta a lirica (Mozart) e canti alpini, (la tradotta o il testamento del capitano...) è stato l'entrare in un nuovo mondo, scoprire, letteralmente, un gran piacere della vita, prendere coscienza di una realtà che, fino a quel momento, consideravo "separata". Il mio modo di pensare, di relazionarmi alla vita, gli studi inerenti certi aspetti dell'esistenza, hanno trovato un loro pieno coinvolgimento nella "filosofia" della pizzica, ma quella "pura".Mi piace poter affermare, in tutta sincerità, che la pizzica portata da voi è letteralmente "sincera", genuina e priva di quei tanti orpelli retorici che, a mio modesto parere, fanno tanta inutilità e confusione verso chi, grazie a Dio, ancora vorrebbe ascoltare una musica popolare come si deve. Mi riferisco a tutti quei generi e subgeneri di gruppi musicali che, pur di "ravanare" (termine dialettale!) ascolti e biglietti, si esibiscono in formazioni quanto meno insolite e di dubbia conoscienza musicale. La mia formazione vuole e richiede che ogni genere musicale, rimanga saldo sulla propria tradizione, e che non rappresenti se non se stesso. Così non ho mai gradito un coro alpino, sia esso Veneto, trentino o friulano, che si mettesse a fare uso, per esempio, di strumenti elettronici a scopo commerciale o ancor peggio per un più vago desiderio d'innovazione o di "stare al passo con i tempi", nel senso più banale e schietto dell'espressione. Ma veniamo ad alcune vostre canzoni in modo particolareggiato.Intanto la trilogia che preferisco e che trovo mirabile, è composta da: "Menevò", "Don pizzica" e "Maria Nicola", seppure quest'ultima appartenga ad un repertorio che voi abitualmente non eseguite.Per quanto riguarda la prima, ritengo che la versione migliore ed insuperabile, resta quella de "Il miracolo", pur riconoscendo una notevole crescita positiva (dovuta al rallentamento) nell'ultimo concerto. Il contrario dicasi per la seconda, che prediligo (e so di dire tecnicamente un'eresia) nella maniera velocissima come la faceste nel concerto di Villa Ada. Ma veniamo alla nota migliore: un coinvolgimento emotivo sempre maggiore con il pubblico "da camera", il quale entra in un curioso conflitto interiore e non sa, ad un certo punto, decidersi se ascoltare seduto in religioso silenzio, oppure lasciarsi andare alle danze sfrenate della pizzica. Questo, l'aspetto senz'altro più evidente dell'ultimo concerto, e non a caso (e lo dico con un certo gusto) complice la melodia "sciamanica" di "Don pizzica".Io non lo so per quali oscuri motivi adesso un vostro concerto mi fa letteralmente impazzire; sarà forse che al primo vostro concerto al quale ho assistito di persona, ero già ben "svezzato" e mi potevo considerare già vostro ammiratore. In conclusione, non mi rimane che rinnovarvi sinceri e particolari complimenti: complimenti per quello che siete, per la vostra armonia, per il vostro bellissimo affiatamento e per il vostro "rinnovarvi rimanendo semprer gli stessi". Un bolognese perugino "miracolosamente" salentino.
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