Carissimi lettori, concludo questa serie di post "storici", ossia di scritti che sarebbero dovuti stare tra i primi articoli di questo blog, ma per un motivo o per un altro non ci sono mai potuti entrare. In questo si parla degli Aramirè, ma è molto meno meditato, molto più arrabbiato ed impietoso nei loro confronti. Ovviamente c'è la comprensione per le motivazioni del loro leader, ma ci si ritrova una persona che è profondamente arrabbiata per una scelta che non condivide da parte di un gruppo per il quale ha una stima incrollabile. Credo di aver scritto questo articolo quasi subito dopo aver letto il post con cui Raheli spiegava le sue ragioni con la sua giusta ma distruttiva rabbia.
Buona lettura a tutti.
Devo dire che mi dispiace, vedere questo gruppo alfiere della tradizione, ridotto ad un cadavere. Non avevo più loro informazioni, ma neanche la coscienza del fatto che si fossero sciolti. Capisco le motivazioni di Raheli: è demoralizzante perfino per me che mi ci dedico a tempo perso e addirittura sono due anni che non faccio più un concerto serio di pizzica, vedere che questa musica, dalla ricchezza infinita ed inesplorata o maltrattata, sia rimpicciolita fino a diventare un marchio della peggiore società consumistica. Bisogna però altrettanto dire che è troppo facile fare le cose in un certo modo quando non le fa nessuno (seppur si viene magari sbeffeggiati) e poi gettare la spugna, cioè non dare un’alternativa, quando queste stesse basi vengono usate in maniere non condivise da noi. Se io potessi (se fossi salentina o vivessi nel Salento), cercherei tutti i modi possibili per interpretare la pizzica con metodi opposti ad esempio a quello del concertone della Notte della Taranta, che a me non piace per niente. Devo purtroppo ammettere da “aramiriana” (forse da ex “aramiriana”), che i miei storici beniamini erano un po’ “nostra signora ipocrisia” (se Raheli leggesse questo sarebbero cavoli). Quando li ho visti in Puglia (12 agosto 2005, Cannole, sagra della municeddra), loro che rimproverano a tutti il fatto di non saper utilizzare le voci e la scelta ostinata di fare solo brani ritmati, hanno giustamente eseguito solo quel repertorio, tra l’altro con controcanti quasi indecenti. L’unico brano lento della serata è stata una versione orribile (contenuta purtroppo anche in “Mazzate pesanti”) della “Ieri sira”, che tutti dicono di aver imparato dalla Simpatichina (quidda sì ca facia musica popolare). Posso anche dire che prima del concerto ho avuto la possibilità di conoscere Raheli che, siccome non lo riconoscevo dato che nel parlare ha una voce completamente inespressiva, si è messo ad accennare “Sta strata”, pezzo che io stessa abitualmente facevo, rigorosamente “a botta”. In quel caso il signor “integralista” è partito “a stisa” ed a me è venuto completamente naturale il controcanto per terze salentine. Non si può raccontare la mia rabbia quando lui, che come ho detto prima grida all’eresia non appena si smette di dare il monopolio della musica salentina alle voci, non è nemmeno stato in grado di seguirmi: dopo tre note del mio controvoce, lasciava la melodia principale per mettersi nella mia zona. Purtroppo non ho mai cantato con altri ripropositori, ma voglio sperare che qualcuno più bravo di lui ci sia (io adoro Cinzia Marzo ma non ho mai avuto il piacere di unire la mia esile voce a quel vento pieno di contrasti).L’ultima parola che voglio dedicare agli aramirè è: non date la colpa alla Notte della Taranta e ai suoi miliardi se vi siete sciolti, guardate per una volta dentro di voi e non fuori. So che è molto più facile accusare chi viene dopo di noi dei nostri problemi, ma la radice di tutto sta sempre in noi. Se tu, carissimo Raheli, avessi imparato a suonare bene il violino o il flauto, già avresti potuto competere con la qualità del tuo suonare e cantare, anche con la N.d.t. e poi: si può sapere come pretendi di vincere un ensemble di pagliacci reciclati tirando fuori da quella miniera di musica che è il Salento i peggiori musicisti?In Puglia, forse in parte la colpa è da dare al fonico, mi sono accorta benissimo (pur non suonando nessuno degli strumenti citati), che i due tamburelli erano scordinati tra loro e il fisarmonicista suonava con una sola mano (sempre!). e poi davanti a me, che sono una sua grande ammiratrice quando non si vende alla Notte della Taranta, hai avuto il coraggio di dire che Castrignanò non ti mancava perché ti piacevano gli stupidi e banali virtuosismi da bambino di cinque anni del vostro attuale (allora) tamburellista. Ultimissima: quando eseguivate “Lu rusciu te lu mare” avevate la faccia tosta di dire che la seconda parte (quella pseudo mediterraneata terribile), aveva degli echi flamenchi. Se ti potessi mandare questo scritto qui sì che ti giocheresti la reputazione di integralista! Carissimo signor Raheli, ancora non ho mai visto il flamenco, nemmeno nelle sue espressioni meno pure e tristi, suonato con una chitarra con corde d’acciaio (se lo sentissi rischierei di cambiare opinione). Il flamenco per di più si canta completamente di gola (non sicuramente come canti tu), con una vocalità molto magrebina (ascolta qualche cosa di algerino per capire quello che dico), mentre il sustrato arabo salentino, naturalmente, essendo di origine bizzantina, proviene da matrici turche. Ho infatti riscontrato somiglianze tra una certa vocalità salentina moderna (pensa ad alcune cose dell’ultima Cinzia Marzo) e la musica popolare persiana. In Iraq infatti hanno il gusto, soprattutto le donne, di impostare la voce in modo fortemente lirico (pensa all’opera italiana), lasciando quindi perdere l’irruenza che un qualsiasi cantante di flamenco, anche perché alcune cose le cantavano i minatori perfino sotto terra, metterebbe nel suo canto.E dopo questo studio commpletamente basato sulle mie rielaborazioni delle tante fonti musicali che ascolto, ti saluto con la maledetta coscienza d’aver sprecato il mio tempo perché non te lo potrò mai mandare.Da una parte è meglio!La perugina pizzicata.
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lunedì 29 marzo 2010
giovedì 30 aprile 2009
Aramirè "Sud est"
Carissimi lettori, voglio parlarvi ora di un altro cd fondamentale per la mia formazione. Ne approfitterò, così, per fare un omaggio al primo gruppo di musica popolare salentina che ho mai sentito, i già spesso citati Aramirè.
Il cd di cui parliamo si intitola "Sud est", ed è l'unico non autoprodotto dal gruppo. Risale al 2001, quando la moda della pizzica stava già iniziando.
Il primo brano del cd, "Sta strata", è una pizzica a "botta", voce e tamburo, tradizionale come tutto il repertorio del cd. E' interpretata con grande maestria dalle quattro voci, tutte maschili, del gruppo. E' un brano d'amore, che purtroppo nessuno ha ripreso.
Subito dopo arriva "Aremu", uno dei più bei canti in griko, dove si chiede alla rondinella, spesso messaggera d'amore, di raccontare la sua storia. L'arrangiamento del gruppo, come quasi tutti quelli che ho sentito, è deludente. E' molto raffinato, questo non si può negare, ma forse andrebbe meglio in un disco di jazz piuttosto che in uno di musica popolare. Va detto anche che la voce di Roberto Raheli, leader del gruppo e unico interprete del brano, forse non è particolarmente adatta.
Subito dopo arriva una versione di "Fior di tutti i fiori", brano che il gruppo integra con alcune strofe, sempre a metrica di stornello, tratte dal repertorio degli "Ucci", insieme di cantori a cui gli Aramirè sono particolarmente debitori. Questa versione, così come si farebbe in una vera e propria stornellata, è interpretata da due voci, Raheli e Chiriatti, che si rimpallano le strofe. Le parti di Chiriatti, ad ogni finale, sono sostenute dal controcanto di Alessandro Girasoli, che insieme all'albanese Admir Schurtaj, attualmente professore di musica, suona la fisarmonica. Questa versione, devo dire, mi risulta un po' pesante perché trovo molto pretenziose le parti di fisarmonica, che esegue dei controtempi mentre il tamhburello di Chiriatti e i campanelli di Castrignanò, fanno sì che il brano abbia una connotazione quasi "esotica", comunque inclassificabile, che non capisco cosa c'entri.
Subito dopo, arriviamo ad una versione di "'Ntunuccio", interpretata insieme al gruppo Giro di banda diretto dal trombettista Cesare dell'Anna. Riesco a capire il fatto che gli Aramirè abbiano voluto fare un omaggio a quella tradizione bandistica del Salento, così importante nell'acculturazione musicale della gente, ma questa presenza appesantisce abbastanza il brano, di cui, gli stessi Aramirè, hanno pubblicato una bellissima versione tradizionale nel libro + doppio cd "Il salento di Giovanna Marini".
Il brano, comunque, è uno dei pochi canti narrativi che ha avuto l'onore di essere riproposto, più spesso rovinato, come dagli Adria, che nel loro progetto "Rotta per Otranto" ne hanno fatto una versione rock completamente insignificante.
Subito dopo arrivano degli stornelli di tematica amorosa, interpretati con la melodia, controcanti quasi inclusi, degli Ucci. Il brano si intitola "Quanto me pari beddrha", e permette di scoprire, a chi magari lo conosce solo per essere stato l'autore della bellissima colonna sonora di "Nuovo mondo", l'infinita bravura di Antonio Castrignanò, che nei primi due cd degli Aramirè (questo è il secondo) dà sicuramente un impagabile esempio di come si suona e si interpreta. La sua specialità sono i canti alla carrettiera, oltre ad una terzina di tamburello fra le più belle del salento.
Di seguito arriva la migliore pizzica "tarantata" (si intitola "Pizzica con violino"), che a me sia stato mai dato di sentire. In questo brano, inciso con la collaborazione del grandissimo organettista romano (ma brindisino d'adozione) Mario Salvi, c'è tutta la forza della tradizione. In gran parte, specialmente gli interventi del cantante tamburellista e ricercatore Luigi Chiriatti, il brano è ispirato alle melodie di Stifani, che tra strofa e strofa vengono eseguite dal violino di Raheli, che ha imparato semplicemente ascoltando gli anziani (così dovrebbe fare chiunque volesse davvero fare musica popolare).
La voce di Chiriatti, sicuramente tra le più autentiche anche perché lui stesso è parente di suonatori tradizionali, qui esprime veramente tutta la forza del vero canto salentino, quello a voce piena ("minata"). Penso che il livello di trance a cui si arriva ascoltando questa pizzica, sia assolutamente fuori dal comune, anche perché tutto terzina, ma senza il "barocchismo" di alcune versioni di "riproposta", quella del già recensito "Terra" degli Zoè in primis.
Dopo un mirabile assolo di violino, che chiude simbolicamente la parte che più o meno monograficamente è dedicata a Stifani, si arriva ad alcune strofe, cantate da Raheli con il sostegno nei finali di Girasoli, tratte dal repertorio di Cosimino Surdo, anziano che era tra i pochi, negli anni '70' a ricordarsi come si suonasse il tamburello. Cosimino, poi, nel documentario "Il sibilo lungo della taranta" di Paolo Pisanelli, eseguirà una versione molto curiosa e personale di alcune strofe scritte dagli Aramirè contro il fenomeno della notte della taranta.
Il brano, purtroppo, si conclude nella maniera più innaturale, moderna e pretenziosa che si potesse immaginare. Dopo una piccola parte tamburello e chitarra acustica, già insopportabile, si arriva ad una parte a "botta", quindi con uno stile molto tradizionale, dove però le voci vengono usate con degli intervalli di seconda aumentata nei controcanti, che non ho mai potuto riscontrare negli anziani, non particolarmente belli da sentire.
Subito dopo questo capolavoro, arrivano due dei brani più brutti e deludenti del cd. Il primo è una lentissima versione di "Ferma zitella", la cui versione tradizionale, sempre pubblicata dagli Aramirè l'anno successivo nel doppio cd "Musiche e canti popolari del salento", è molto veloce, troppo, ma qui siamo troppo all'altro estremo. Oltretutto, le armonizzazioni di fisarmonica, basate su una ripetizione quasi organistica di un fa diesis, aiutato da altre note, sinceramente le ritengo insopportabili. Anche il canto, devo dire, non riesce assolutamente a far capire il romanticismo di questo canto, che è stato reso mirabilmente, invece, nel già recensito "Crita" dagli Officina Zoè.
Proseguendo arriva uno dei brani più rovinati della tradizione (o quasi) salentina. Il pezzo si intitola "Kaly nifta" ed io, proprio da questa versione, capii che era molto bello. Non so, sinceramente, però, spiegarmi come abbia potuto fare. Il ritmo è un miscuglio fra una tammurriata campana, un tango argentino e qualcosa che non saprei definire; il canto è qualcosa di vergognoso, soprattutto da parte di un gruppo il cui leader, in seguito, tuonerà in varie occasioni sulla necessità di dare importanza al testo. E' una serenata, dove un uomo, dopo aver visto che la sua innamorata, certamente molto antipatica, non s'affaccia dice molto amareggiato che "Dovunque io vada, mi spinga o rimanga, tu sarai sempre con me".
Arriva poi il momento de "Lu rusciu de lu mare", brano che Aramirè esegue in due parti molto evidenti, diverse e separate.
La prima, ripresa più o meno dal già citato repertorio salentino di Giovanna Marini, è una parte molto colta, dolce, e voglio anche dire ben fatta, anche se la presenza delle due chitarre che dialogano la rende un pochino pretenziosa.
Con questo ritmo il gruppo non esegue l'ultima strofa, che viene interpretata, come tutto il resto, con un ritmo mediterraneo, in verità abbastanza insulso.
In tutto questo, si vede che il gruppo sente come qualcosa di estraneo i ritmi mediterranei, che non sa né eseguire con gli strumenti, né tantomeno interpretare a livello di canto. Il giro, del tutto simile alla terza parte della versione del già recensito e qui citato "Terra" (casualità?), è di un pretenzioso che veramente tocca l'insopportabile, oltretutto il tentativo di Raheli di eseguire un vocalizzo arabo, fallisce miseramente perché non è in grado di gestire il fiato e respira troppo presto.
Subito dopo, sempre in nome di questa gratitudine agli "Ucci" di cui è pieno il cd, arriva "Santa Cesarea". E' un canto narrativo, in italiano, che interpreta Raheli, con il fondamentale controcanto di Antonio Castrignanò.
Un altro esempio di canto narrativo, sempre eseguito sulla base del testo e della melodia degli Ucci, intitolato "Scusate signor Conte". Non voglio raccontarvi la storia, perché anche questa è in italiano. Meritano particolare menzione gli intervalli di terza, forse particolarmente ed esageratamente rigorosi, interpretati dalle voci maschili (Raheli, Chiriatti e Castrignanò).
Subito dopo arriva un canto curiosissimo e simpaticissimo, intitolato "Pinna ponna", liberamente ispirato ad alcune grida di venditori ambulanti. E' una tarantella eseguita con tamburello, chitarra, fisarmonica e cupacupa.
Subito dopo arrivano degli stornelli, interpretati alla maniera degli "Ucci", ossia nel modo che Antonio Aloisi, unico sopravvissuto del gruppo, definisce "salentino". Qui, contrariamente al "Fior di tutti i fiori", non assistiamo ad un duetto-duello di cantori, ma a Raheli che canta strofe, i cui finali vengono riecheggiati da Castrignanò e Girasoli, che si controcantano.
E' un brano tra i più belli di questo cd, che, nonostante le numerose caratteristiche che non amo o non condivido, continuo a ritenere tra i migliori mai incisi.
Subito dopo arriva "Fimmene fimmene", in una versione che come struttura vocale, mi convince pienamente, soprattutto per una interessante triade di voci che ottiene un bellissimo accordo di settima, molto tipico dell'accompagnamento delle pizziche, ma molto poco utilizzato nei canti a cappella.
Il brano, cosiccome la versione degli Officina Zoè di cui si è già parlato nell'articolo precedente, si conclude con delle insopportabili strofe sul tarantismo addirittura portate a pizzica.
Subito dopo, a conclusione del cd, come in un ideale cerchio, arriva la terza pizzica, una pizzica tarantata suonata in maniera lenta, dove il violino quasi non si sente perché è suonato piano. Paradossalmente, qui è più importante il sostegno del tamburello, della chitarra e della fisarmonica, piuttosto che il canto del violino. Se si vuole cercare una fonte per questo brano, si può pensare alle ultime in cisioni di Stifani, molte delle quali sono state pubblicate, sempre dagli Aramirè, nel cd allegato al libro "Io al santo ci Credo."
Questo cd lo vorrei consigliare, perché dimostra come si possa andare avanti, davvero, rispettando altrettanto sinceramente il passato.
Il cd di cui parliamo si intitola "Sud est", ed è l'unico non autoprodotto dal gruppo. Risale al 2001, quando la moda della pizzica stava già iniziando.
Il primo brano del cd, "Sta strata", è una pizzica a "botta", voce e tamburo, tradizionale come tutto il repertorio del cd. E' interpretata con grande maestria dalle quattro voci, tutte maschili, del gruppo. E' un brano d'amore, che purtroppo nessuno ha ripreso.
Subito dopo arriva "Aremu", uno dei più bei canti in griko, dove si chiede alla rondinella, spesso messaggera d'amore, di raccontare la sua storia. L'arrangiamento del gruppo, come quasi tutti quelli che ho sentito, è deludente. E' molto raffinato, questo non si può negare, ma forse andrebbe meglio in un disco di jazz piuttosto che in uno di musica popolare. Va detto anche che la voce di Roberto Raheli, leader del gruppo e unico interprete del brano, forse non è particolarmente adatta.
Subito dopo arriva una versione di "Fior di tutti i fiori", brano che il gruppo integra con alcune strofe, sempre a metrica di stornello, tratte dal repertorio degli "Ucci", insieme di cantori a cui gli Aramirè sono particolarmente debitori. Questa versione, così come si farebbe in una vera e propria stornellata, è interpretata da due voci, Raheli e Chiriatti, che si rimpallano le strofe. Le parti di Chiriatti, ad ogni finale, sono sostenute dal controcanto di Alessandro Girasoli, che insieme all'albanese Admir Schurtaj, attualmente professore di musica, suona la fisarmonica. Questa versione, devo dire, mi risulta un po' pesante perché trovo molto pretenziose le parti di fisarmonica, che esegue dei controtempi mentre il tamhburello di Chiriatti e i campanelli di Castrignanò, fanno sì che il brano abbia una connotazione quasi "esotica", comunque inclassificabile, che non capisco cosa c'entri.
Subito dopo, arriviamo ad una versione di "'Ntunuccio", interpretata insieme al gruppo Giro di banda diretto dal trombettista Cesare dell'Anna. Riesco a capire il fatto che gli Aramirè abbiano voluto fare un omaggio a quella tradizione bandistica del Salento, così importante nell'acculturazione musicale della gente, ma questa presenza appesantisce abbastanza il brano, di cui, gli stessi Aramirè, hanno pubblicato una bellissima versione tradizionale nel libro + doppio cd "Il salento di Giovanna Marini".
Il brano, comunque, è uno dei pochi canti narrativi che ha avuto l'onore di essere riproposto, più spesso rovinato, come dagli Adria, che nel loro progetto "Rotta per Otranto" ne hanno fatto una versione rock completamente insignificante.
Subito dopo arrivano degli stornelli di tematica amorosa, interpretati con la melodia, controcanti quasi inclusi, degli Ucci. Il brano si intitola "Quanto me pari beddrha", e permette di scoprire, a chi magari lo conosce solo per essere stato l'autore della bellissima colonna sonora di "Nuovo mondo", l'infinita bravura di Antonio Castrignanò, che nei primi due cd degli Aramirè (questo è il secondo) dà sicuramente un impagabile esempio di come si suona e si interpreta. La sua specialità sono i canti alla carrettiera, oltre ad una terzina di tamburello fra le più belle del salento.
Di seguito arriva la migliore pizzica "tarantata" (si intitola "Pizzica con violino"), che a me sia stato mai dato di sentire. In questo brano, inciso con la collaborazione del grandissimo organettista romano (ma brindisino d'adozione) Mario Salvi, c'è tutta la forza della tradizione. In gran parte, specialmente gli interventi del cantante tamburellista e ricercatore Luigi Chiriatti, il brano è ispirato alle melodie di Stifani, che tra strofa e strofa vengono eseguite dal violino di Raheli, che ha imparato semplicemente ascoltando gli anziani (così dovrebbe fare chiunque volesse davvero fare musica popolare).
La voce di Chiriatti, sicuramente tra le più autentiche anche perché lui stesso è parente di suonatori tradizionali, qui esprime veramente tutta la forza del vero canto salentino, quello a voce piena ("minata"). Penso che il livello di trance a cui si arriva ascoltando questa pizzica, sia assolutamente fuori dal comune, anche perché tutto terzina, ma senza il "barocchismo" di alcune versioni di "riproposta", quella del già recensito "Terra" degli Zoè in primis.
Dopo un mirabile assolo di violino, che chiude simbolicamente la parte che più o meno monograficamente è dedicata a Stifani, si arriva ad alcune strofe, cantate da Raheli con il sostegno nei finali di Girasoli, tratte dal repertorio di Cosimino Surdo, anziano che era tra i pochi, negli anni '70' a ricordarsi come si suonasse il tamburello. Cosimino, poi, nel documentario "Il sibilo lungo della taranta" di Paolo Pisanelli, eseguirà una versione molto curiosa e personale di alcune strofe scritte dagli Aramirè contro il fenomeno della notte della taranta.
Il brano, purtroppo, si conclude nella maniera più innaturale, moderna e pretenziosa che si potesse immaginare. Dopo una piccola parte tamburello e chitarra acustica, già insopportabile, si arriva ad una parte a "botta", quindi con uno stile molto tradizionale, dove però le voci vengono usate con degli intervalli di seconda aumentata nei controcanti, che non ho mai potuto riscontrare negli anziani, non particolarmente belli da sentire.
Subito dopo questo capolavoro, arrivano due dei brani più brutti e deludenti del cd. Il primo è una lentissima versione di "Ferma zitella", la cui versione tradizionale, sempre pubblicata dagli Aramirè l'anno successivo nel doppio cd "Musiche e canti popolari del salento", è molto veloce, troppo, ma qui siamo troppo all'altro estremo. Oltretutto, le armonizzazioni di fisarmonica, basate su una ripetizione quasi organistica di un fa diesis, aiutato da altre note, sinceramente le ritengo insopportabili. Anche il canto, devo dire, non riesce assolutamente a far capire il romanticismo di questo canto, che è stato reso mirabilmente, invece, nel già recensito "Crita" dagli Officina Zoè.
Proseguendo arriva uno dei brani più rovinati della tradizione (o quasi) salentina. Il pezzo si intitola "Kaly nifta" ed io, proprio da questa versione, capii che era molto bello. Non so, sinceramente, però, spiegarmi come abbia potuto fare. Il ritmo è un miscuglio fra una tammurriata campana, un tango argentino e qualcosa che non saprei definire; il canto è qualcosa di vergognoso, soprattutto da parte di un gruppo il cui leader, in seguito, tuonerà in varie occasioni sulla necessità di dare importanza al testo. E' una serenata, dove un uomo, dopo aver visto che la sua innamorata, certamente molto antipatica, non s'affaccia dice molto amareggiato che "Dovunque io vada, mi spinga o rimanga, tu sarai sempre con me".
Arriva poi il momento de "Lu rusciu de lu mare", brano che Aramirè esegue in due parti molto evidenti, diverse e separate.
La prima, ripresa più o meno dal già citato repertorio salentino di Giovanna Marini, è una parte molto colta, dolce, e voglio anche dire ben fatta, anche se la presenza delle due chitarre che dialogano la rende un pochino pretenziosa.
Con questo ritmo il gruppo non esegue l'ultima strofa, che viene interpretata, come tutto il resto, con un ritmo mediterraneo, in verità abbastanza insulso.
In tutto questo, si vede che il gruppo sente come qualcosa di estraneo i ritmi mediterranei, che non sa né eseguire con gli strumenti, né tantomeno interpretare a livello di canto. Il giro, del tutto simile alla terza parte della versione del già recensito e qui citato "Terra" (casualità?), è di un pretenzioso che veramente tocca l'insopportabile, oltretutto il tentativo di Raheli di eseguire un vocalizzo arabo, fallisce miseramente perché non è in grado di gestire il fiato e respira troppo presto.
Subito dopo, sempre in nome di questa gratitudine agli "Ucci" di cui è pieno il cd, arriva "Santa Cesarea". E' un canto narrativo, in italiano, che interpreta Raheli, con il fondamentale controcanto di Antonio Castrignanò.
Un altro esempio di canto narrativo, sempre eseguito sulla base del testo e della melodia degli Ucci, intitolato "Scusate signor Conte". Non voglio raccontarvi la storia, perché anche questa è in italiano. Meritano particolare menzione gli intervalli di terza, forse particolarmente ed esageratamente rigorosi, interpretati dalle voci maschili (Raheli, Chiriatti e Castrignanò).
Subito dopo arriva un canto curiosissimo e simpaticissimo, intitolato "Pinna ponna", liberamente ispirato ad alcune grida di venditori ambulanti. E' una tarantella eseguita con tamburello, chitarra, fisarmonica e cupacupa.
Subito dopo arrivano degli stornelli, interpretati alla maniera degli "Ucci", ossia nel modo che Antonio Aloisi, unico sopravvissuto del gruppo, definisce "salentino". Qui, contrariamente al "Fior di tutti i fiori", non assistiamo ad un duetto-duello di cantori, ma a Raheli che canta strofe, i cui finali vengono riecheggiati da Castrignanò e Girasoli, che si controcantano.
E' un brano tra i più belli di questo cd, che, nonostante le numerose caratteristiche che non amo o non condivido, continuo a ritenere tra i migliori mai incisi.
Subito dopo arriva "Fimmene fimmene", in una versione che come struttura vocale, mi convince pienamente, soprattutto per una interessante triade di voci che ottiene un bellissimo accordo di settima, molto tipico dell'accompagnamento delle pizziche, ma molto poco utilizzato nei canti a cappella.
Il brano, cosiccome la versione degli Officina Zoè di cui si è già parlato nell'articolo precedente, si conclude con delle insopportabili strofe sul tarantismo addirittura portate a pizzica.
Subito dopo, a conclusione del cd, come in un ideale cerchio, arriva la terza pizzica, una pizzica tarantata suonata in maniera lenta, dove il violino quasi non si sente perché è suonato piano. Paradossalmente, qui è più importante il sostegno del tamburello, della chitarra e della fisarmonica, piuttosto che il canto del violino. Se si vuole cercare una fonte per questo brano, si può pensare alle ultime in cisioni di Stifani, molte delle quali sono state pubblicate, sempre dagli Aramirè, nel cd allegato al libro "Io al santo ci Credo."
Questo cd lo vorrei consigliare, perché dimostra come si possa andare avanti, davvero, rispettando altrettanto sinceramente il passato.
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martedì 7 aprile 2009
Parlando degli Aramirè
Carissimi lettori, oggi voglio tornare a parlare di musica popolare salentina, facendo un omaggio al gruppo che io ritengo il principale "colpevole" del viscerale amore che ho per questa musica: gli Aramirè.
Tengo a precisare che non saranno tutte lodi, anzi manderò loro un bel po' di "Mazzate pesanti", che però sono sicura non arriveranno al bersaglio perché sono sferrate con amore.
Il mio primo contatto con la musica salentina fu nel 1998 quando, ad una Festa dell'"Unità", come supporter degli Inti-Illimani, noto gruppo cileno di cui presto si dovrà riparlare in questo blog, si esibì il gruppo degli Xanti Yaca.
Sinceramente non riesco a ricordarmi niente di quella scoperta, se non la rabbia causatami dal dover ascoltare un qualcosa che non sapevo di dover ascoltare.
Io, però, sono una persona che, spesso e volentieri, torna, magari casualmente, su quasi tutte le strade che il destino le fa piano piano percorrere. Una cosa simile si verificò quando mi arrivarono delle cassette da Taranto, e qualche anno dopo il doppio cd del Circolo Gianni Bosio "vent'anni e più di...", dove appunto scoprii gli Aramirè. Il cd ora non è più in mio possesso, ma non me ne dolgo da un punto di vista freddamente musicale. Emotivamente, naturalmente, questa è una grossa ferita, perché, appunto, da lì è nato questo grandissimo amore per tutto quello che è musica popolare del sud acustica e con strumenti tipici.
Per la scoperta effettiva degli Aramirè, però, dovetti aspettare due anni, ossia l'incontro con un musicista leccese residente a Perugia. Mi ricordo benissimo che una delle prime volte che ci incontrammo gli parlai di questo gruppo.
L'incontro successivo segnò la folgorazione tramite il cd "Sud est", che tutt'ora considero uno dei migliori lavori di musica popolare salentina (quella che io chiamo "popolare" è la musica tradizionale riproposta da professionisti o i brani d'autore che si rifanno a tutti o molti aspetti, incluso lo strumentario, di questa stessa musica).
Non mi ricordo quanto tempo passò prima di avere anche il primo cd degli Aramirè, che mi fu riportato sempre da questo amico mio direttamente da Lecce, ma posso dire di aver provato una felicità profondissima nell'averlo.
I rapporti con gli Aramirè si iniziarono a guastare quando mi fu masterizzato "Mazzate pesanti". Condividevo la teoria, e ancora la condivido, ma iniziavo a sentire che per esprimere questa teoria i cantanti si erano scordati di essere soprattutto artisti e non politicanti all'arringa. Il cd, tra i tre del gruppo, è difatti quello che amo di meno, che ho sentito di meno, e che forse mi ha formato di meno. Ho amato molto "Scusati signori", che mi dilettavo ad interpretare durante i nostri concerti di musica popolare salentina, "La tabaccara", per la sua insuperabile lentezza, ma in generale è un disco fiacco.
Ancora più fiacco mi risultò il concerto che andai a sentire in Puglia, alla "Sagra della municeddhra" di Cannole (Le) il 12 agosto 2005. Lì il gruppo non aveva messo in pratica nessuno dei "precetti" che Roberto Raheli, storico leader del gruppo, tuonava sia dal forum di http://www.pizzicata.it/ che sul blog degli Aramirè dove praticamente scriveva solo lui, all'indirizzo aramire.splinder.com.
Descrivendo ora quello che mi ricordo del concerto in questione dirò che i tamburelli erano scordinati, le voci senza pathos, ma soprattutto mi sconvolse, e me lo ricordo ancora, il fatto che il fisarmonicista suonasse solo con la mano sinistra. Mi arrabbiai alquanto anche perché, ad un anno dall'uscita di "Mazzate pesanti", il gruppo fece solamente un brano che io non conoscevo: "La carmina", che poi, tra l'altro, non ho neanche ritrovato da nessuna parte e mi dispiace moltissimo.
Questo, però, è ancora niente. Mi sono "stizzata" a morte con gli Aramirè quando hanno deciso di andarsene. Non mi sono arrabbiata per il fatto che se ne andassero, ma per il modo in cui l'hanno fatto, la loro rabbia, protervia e mancanza di effettiva voglia di lottare.
E' facile fare le cose quando non le fa nessuno, poiché, anche se si viene sbeffeggiati, in fondo non si ha un'effettiva concorrenza e non si deve difendere molto la propria linea di pensiero.
Gli Aramirè, naturalmente avevano tutto il diritto di andarsene dopo il concerto alla Carnegie Hall di New York, a cui Raheli nei siti citati sopra ha dedicato un bel po' di scritti anche carini, ma sarebbe stato meglio che questo evento ce l'avesse mostrato come saluto a tutti noi che avevamo amato il suo progetto e il suo stile. Insomma, quello che mi ha fatto infuriare è stato l'aver saputo dell'addio del gruppo da un post sul loro blog, oltre all'aver visto che, insieme al gruppo, finiva ogni traccia anche delle Edizioni Aramirè.
Questo sinceramente non lo trovo giusto, poiché chi sta su un territorio dove un determinato genere di musica è vivo ed effettivamente suonato, ha il dovere di continuarlo a difendere.
Avrei gradito molto, ad esempio, vedere le Edizioni Aramirè diventare un rifugio per tutta quella buona riproposta salentina che oggi mi pare che abbia troppo poco spazio nei cataloghi delle case discografiche specifiche, mi sarebbe anche piaciuto che continuassero a pubblicare gioielli tradizionali come "Bonasera a quista casa" o altri che ancora non possiedo.
Credo che, quando si può, bisogna dare più opportunità possibili alla gente su un determinato repertorio, lasciando poi, naturalmente alla gente il diritto di sfruttarlo come vuole.
Io, ad esempio, stando ad ottocento chilometri dal Salento non potrei mai lavorare con questa tradizione, ma sinceramente, se potessi, io mi intestardirei per difenderla per come la amo, ma gradirei, pur non condividendoli tutti, interventi sul materiale da me eventualmente pubblicato.
Credo poi, e così concludo, che ci dovrebbe essere un codice etico, tramite il quale si obbligano i cantanti a tenere certi comportamenti nei confronti del loro pubblico: io posso esserti grata se sei un buon artista, ma vorrei anche essere da te ricambiata!
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Tengo a precisare che non saranno tutte lodi, anzi manderò loro un bel po' di "Mazzate pesanti", che però sono sicura non arriveranno al bersaglio perché sono sferrate con amore.
Il mio primo contatto con la musica salentina fu nel 1998 quando, ad una Festa dell'"Unità", come supporter degli Inti-Illimani, noto gruppo cileno di cui presto si dovrà riparlare in questo blog, si esibì il gruppo degli Xanti Yaca.
Sinceramente non riesco a ricordarmi niente di quella scoperta, se non la rabbia causatami dal dover ascoltare un qualcosa che non sapevo di dover ascoltare.
Io, però, sono una persona che, spesso e volentieri, torna, magari casualmente, su quasi tutte le strade che il destino le fa piano piano percorrere. Una cosa simile si verificò quando mi arrivarono delle cassette da Taranto, e qualche anno dopo il doppio cd del Circolo Gianni Bosio "vent'anni e più di...", dove appunto scoprii gli Aramirè. Il cd ora non è più in mio possesso, ma non me ne dolgo da un punto di vista freddamente musicale. Emotivamente, naturalmente, questa è una grossa ferita, perché, appunto, da lì è nato questo grandissimo amore per tutto quello che è musica popolare del sud acustica e con strumenti tipici.
Per la scoperta effettiva degli Aramirè, però, dovetti aspettare due anni, ossia l'incontro con un musicista leccese residente a Perugia. Mi ricordo benissimo che una delle prime volte che ci incontrammo gli parlai di questo gruppo.
L'incontro successivo segnò la folgorazione tramite il cd "Sud est", che tutt'ora considero uno dei migliori lavori di musica popolare salentina (quella che io chiamo "popolare" è la musica tradizionale riproposta da professionisti o i brani d'autore che si rifanno a tutti o molti aspetti, incluso lo strumentario, di questa stessa musica).
Non mi ricordo quanto tempo passò prima di avere anche il primo cd degli Aramirè, che mi fu riportato sempre da questo amico mio direttamente da Lecce, ma posso dire di aver provato una felicità profondissima nell'averlo.
I rapporti con gli Aramirè si iniziarono a guastare quando mi fu masterizzato "Mazzate pesanti". Condividevo la teoria, e ancora la condivido, ma iniziavo a sentire che per esprimere questa teoria i cantanti si erano scordati di essere soprattutto artisti e non politicanti all'arringa. Il cd, tra i tre del gruppo, è difatti quello che amo di meno, che ho sentito di meno, e che forse mi ha formato di meno. Ho amato molto "Scusati signori", che mi dilettavo ad interpretare durante i nostri concerti di musica popolare salentina, "La tabaccara", per la sua insuperabile lentezza, ma in generale è un disco fiacco.
Ancora più fiacco mi risultò il concerto che andai a sentire in Puglia, alla "Sagra della municeddhra" di Cannole (Le) il 12 agosto 2005. Lì il gruppo non aveva messo in pratica nessuno dei "precetti" che Roberto Raheli, storico leader del gruppo, tuonava sia dal forum di http://www.pizzicata.it/ che sul blog degli Aramirè dove praticamente scriveva solo lui, all'indirizzo aramire.splinder.com.
Descrivendo ora quello che mi ricordo del concerto in questione dirò che i tamburelli erano scordinati, le voci senza pathos, ma soprattutto mi sconvolse, e me lo ricordo ancora, il fatto che il fisarmonicista suonasse solo con la mano sinistra. Mi arrabbiai alquanto anche perché, ad un anno dall'uscita di "Mazzate pesanti", il gruppo fece solamente un brano che io non conoscevo: "La carmina", che poi, tra l'altro, non ho neanche ritrovato da nessuna parte e mi dispiace moltissimo.
Questo, però, è ancora niente. Mi sono "stizzata" a morte con gli Aramirè quando hanno deciso di andarsene. Non mi sono arrabbiata per il fatto che se ne andassero, ma per il modo in cui l'hanno fatto, la loro rabbia, protervia e mancanza di effettiva voglia di lottare.
E' facile fare le cose quando non le fa nessuno, poiché, anche se si viene sbeffeggiati, in fondo non si ha un'effettiva concorrenza e non si deve difendere molto la propria linea di pensiero.
Gli Aramirè, naturalmente avevano tutto il diritto di andarsene dopo il concerto alla Carnegie Hall di New York, a cui Raheli nei siti citati sopra ha dedicato un bel po' di scritti anche carini, ma sarebbe stato meglio che questo evento ce l'avesse mostrato come saluto a tutti noi che avevamo amato il suo progetto e il suo stile. Insomma, quello che mi ha fatto infuriare è stato l'aver saputo dell'addio del gruppo da un post sul loro blog, oltre all'aver visto che, insieme al gruppo, finiva ogni traccia anche delle Edizioni Aramirè.
Questo sinceramente non lo trovo giusto, poiché chi sta su un territorio dove un determinato genere di musica è vivo ed effettivamente suonato, ha il dovere di continuarlo a difendere.
Avrei gradito molto, ad esempio, vedere le Edizioni Aramirè diventare un rifugio per tutta quella buona riproposta salentina che oggi mi pare che abbia troppo poco spazio nei cataloghi delle case discografiche specifiche, mi sarebbe anche piaciuto che continuassero a pubblicare gioielli tradizionali come "Bonasera a quista casa" o altri che ancora non possiedo.
Credo che, quando si può, bisogna dare più opportunità possibili alla gente su un determinato repertorio, lasciando poi, naturalmente alla gente il diritto di sfruttarlo come vuole.
Io, ad esempio, stando ad ottocento chilometri dal Salento non potrei mai lavorare con questa tradizione, ma sinceramente, se potessi, io mi intestardirei per difenderla per come la amo, ma gradirei, pur non condividendoli tutti, interventi sul materiale da me eventualmente pubblicato.
Credo poi, e così concludo, che ci dovrebbe essere un codice etico, tramite il quale si obbligano i cantanti a tenere certi comportamenti nei confronti del loro pubblico: io posso esserti grata se sei un buon artista, ma vorrei anche essere da te ricambiata!
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