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domenica 13 giugno 2010

Commentoalla puntata del 13/06/10 di canzonenapoletana@rai.it.

Carissimi lettori, finalmente si torna a parlare di canzone napoletana in questo blog, con la terza puntata di "canzonenapoletana@rai.it" dedicata a Francesco Fiore (la seconda l'abbiamo saltata probabilmente per colpa mia!).
Si inizia con una canzone intitolata "Chi tene mamma", che ascoltiamo da un cantante particolarmente famoso in America chiamato Gennaro Cardenia. Il brano è uno di quelli mezzi in minore e mezzi in maggiore, dalla struttura "di giacca". E' il monologo di un innamorato arrabbiato con un'innamorata che lo ha lasciato, che si consola pensando a sua madre. E' bellissima e tragica.
Si arriva ad una delle canzoni più famose di Francesco Fiore, intitolata "Nun è Carmela mia". E' interpretata da Tito Schipa, l'usignolo di Lecce, che qui veramente dà il suo massimo, senza mai sfoderare quei colori popolareschi che in ambiente operistico non sono secondo me particolarmente belli. Il brano è un monologo di un innamorato che ritrova la propria amata ma non la riconosce quindi la rifiuta, bella.
Siamo con uno dei musicisti più prolifici della scena napoletana d'inizio secolo: Oscar Cattedra. La musica di questa "Nun sia maje" è caratterizzata da una precisa alternanza di strofe in un "modo minore" arricchito e di un ritornello in un "modo maggiore" altrettanto meticciato con tocchi minori. L'interpretazione che ascoltiamo è quella di Raffaele Balsamo, che riesce veramente a dare l'intensità giusta a questa serenata bella e paradossale.
Continuando si ascolta questa bellissima "Tu si spusata", che si gusta nell'interpretazione di Ciro Formisano, un tenore potente ma aggraziatissimo. Il brano ha la musica di Nicola Valente, ed è la storia di un innamorato che consiglia alla propria ex amata, che lui ancora ama profondamente, di ignorarlo. Il tappeto musicale ha una struttura di "giacca", paragonabile al più noto repertorio della coppia Bovio-Valente come "Brinneso".
Stiamo ascoltando un brano in tempo ternario dal titolo "'A sirena d''e canzone", inno alla napoletanità ed al rapporto profondo che i napoletani hanno con il canto, che si ascolta dalla voce di Giuseppe de Vita. Come in tutto questo repertorio, anche qui si ha il tipico quadro dei cantatori e della cantatrice che si trova davanti al mare affacciata ad un balcone. La voce del cantante è lirica ma è più leggera e l'impostazione non si sente. E' un brano bellissimo, che dimostra come questa città avesse trovato una maniera serena e profonda di raccontarsi in musica che la rende unica.
Per la prima volta devo dire di soffrire, perché questo disco di Salvatore Papaccio che ci permette di conoscere questa sconosciuta "Abbracciate cu mme" è davvero ridotto alla frutta. Il brano nonostante tutto è spassosissimo ed è veramente festoso, anche se del testo non prendo quasi niente. L'interpretazione di Papaccio, come spesso capita e sovente abbiamo qui sostenuto, è un po' esageratamente teatrale. L'allegria del brano, almeno secondo me, non è esattamente rispettata ma queste sono appunto opinioni personali e niente di più. E' comunque un brano molto bello. cantanti moderni, riprendete questi gioielli d'epoca!
E continuiamo a soffrire, se è possibile soffriamo ancora di più di prima. Il brano che si ascolta è molto bello, ma per farcelo ascoltare la Rai sta usando un disco ridotto alla frutta (aiuto!). La canzone si chiama "Parlame e chiagne" ed è interpretata da Ciro Formisano. E' un ritmo binario, eseguito in una tonalità minore con una scala non arricchita, anzi piuttosto semplice, se non fosse per un intervallo di quarta aumentata fortemente arabicizzante. Il ritornello, come è spesso avvenuto in questo repertorio, è più ricco della strofa in quanto i due "modi" convivono. Non mi sembra che questo brano si possa definire triste, anzi è solo romantico. Purtroppo, forse ve l'aspettavate, non sto capendo molto del testo.
E la puntata si conclude con una sofferenza a massimo grado elevata, rappresentata da un brano del 1928 intitolato "Io rido e chiagno". L'interprete è Salvatore Papaccio, che canta con sentimento dei versi dedicati alla madre musicati da Nicola Valente. Anche qui si ritrova quella vicinanza allo stile che molti associamo a certo repertorio sceneggiato di Bovio o anche Pacifico Vento. Il brano comunque è bello e riporta l'atmosfera dei posteggiatori, con il suo semplice accompagnamento mandolinistico. Suona strano questo gruppo cameristico per l'interpretazione del repertorio riconducibile al canto "di giacca", ma non fa un effetto sgradevole, anzi.
E' stata una bella puntata, con un po' di sofferenza ma ogni tanto purtroppo è obbligatoria.

domenica 23 maggio 2010

Commento alla puntata del 23/05/10 di "canzonenapoletana@rai.it"

Carissimi lettori, finalmente, dopo una settimana di digiuno, come sempre non annunciata come nella più normale tradizione Rai, si riprende a commentare le meravigliose puntate di "canzonenapoletana@rai.it".
Il ciclo che inizia è dedicato ad un altro poeta ritenuto spesso minore, ossia Francesco Fiore.
Si comincia con un brano di quelli binari, dove gli accordi minori e maggiori si dividono equamente strofe e ritornello. E' una descrizione spassosissima di quelli che sarebbero i migliori luoghi di amoreggiamento, visti direttamente dal punto di vista di questo sentimento che, quasi miracolosamente, acquista così una certa umanità.
L'interprete che abbiamo il piacere di ascoltare è il posteggiatore PietroMazzone, in un disco del 1911, fortunatamente ben tenuto.
E sulle stesse atmosfere arriva questo brano, musicato nel 1917 da E. A. Mario, intitolato "Chiammala 'nfamità". Non siamo più davanti ad un brano spassoso, anzi siamo davanti ad un brano pieno della sofferenza di un uomo lasciato.
Il brano è quasi una canzone di giacca, interpretata da uno dei migliori tenori di quel periodo, Raffaele Balsamo.
Si continua con un brano del 1918, l'unico che si sente in una versione moderna, questa "Guappo no!", che si ascolta da Mario Trevi. E' forse uno dei brani più drammatici di Fiore, dove un uomo si immagina di essere "guappo", ossia un po' "bravo" nel senso manzoniano del termine, ma alla fine si convince che non lo può essere. L'interpretazione è molto convincente, anche perché Mario Trevi è uno degli ultimi buoni interpreti di "canzoni di giacca" che ha Napoli.
Stiamo ascoltando un brano di quelli binari, completamente in maggiore, intitolato "'O piccerillo". Lo stiamo ascoltando da Roberto Ciaramella, uno dei più grandi interpreti d'inizio secolo per quanto riguarda il repertorio macchiettistico.
Stiamo ascoltando un pezzo intitolato "Comm'è difficile", interpretato da Salvatore Papaccio e scritto da Nicola Valente e Francesco Fiore nel 1922. E' la storia di un uomo che dice alla propria moglie che fare le cose facili e la cosa più difficile di questo mondo (forse è vero!).
E' un valzer che Papaccio interpreta con moltissima leggerezza, anche se sulle note lunghe vuole sempre dimostrare la stupenda potenza della sua voce.
Stiamo ascoltando un altro brano del 1922, molto più conosciuto e tutt'ora ascoltato con piacere (che nostalgia della versione di Teresa Rocco a Napoli nova!). Si parla di "Vommero e Margellina", scritto, come molto suo repertorio, da Francesco Fiore insieme al grande Gaetano Lama, conosciuto mondialmente come l'autore di "Reginella" (versi di Bovio, 1917).
E' la storia di due innamorati che stanno rispettivamente uno al Vomero e uno a Mergellina, e dei loro piani per sposarsi. E' molto carina, ed era da una vita che non la ascoltavo!
Si è ascoltata poi una bellissima habanera intitolata "Nun è chella ca dico io", che abbiamo sentito cantare a Giuseppe Milano. E' un ritmo non particolarmente usato ad inizio secolo a Napoli, ma forse è uno dei ritmi più adatti per la musicalità molto equilibrata del dialetto. Il brano si gioca su un incontro con un'innamorata talmente cambiata che non la si riconosce, e su questo si fanno numerose varianti spassose.
La puntata si chiude con un brano che io non amavo, ma solo perché non ne avevo mai sentito una versione che mi avesse attratto. Il brano è la marcettina spassosa "beneditto 'o mese austo". E' un brano di inno all'estate, come stagione caratterizzata dal risveglio delle ragazze, che si fanno finalmente vedere.
Comunque sono molto felice di questo ciclo, perché Francesco Fiore è uno dei poeti più prolifici ma meno conosciuti da chi, come me, è solo un grandissimo appassionato della canzone napoletana, ma magari non ha la possibilità di farsi una collezione grandiosa del suo repertorio (come me la vorrei fare!).
Appuntamento, ovviamente, alla prossima puntata!

domenica 9 maggio 2010

Commento alla puntata del 09/05/10 di "canzonenapoletana@rai.it"

Carissimi lettori, eccoci alla terza e ultima puntata di "canzonenapoletana@rai.it" dedicata ad Alfonso Mangione.
Si inizia con una spassosissima ma incomprensibile canzone degli anni Trenta, dal titolo "L'uommene su misura". L'interprete è Gilda Mignonette, che, con la sua solita maestria canta una melodia di Mario Nicolò.
E' un brano binario, prevalentemente in maggiore, condito però da interessanti e semplici passaggi in minore, messi in una parte precisa della strofa e caratterizzati da un breve rallentamento del ritmo.
Ci troviamo ora davanti ad uno spassosissimo e romanticissimo duetto intitolato "Canzone 'e ll'acqua chiara", cantata da Ebe de Paolis e da un cantante che non si è riconosciuto.
A livello musicale è una marcetta, ancora una volta i tempi binari, caratterizzata da un tipico intervallo di quarta aumentata che dà a questi pezzi una raffinatezza unica.
Il testo è una riflessione, che potrebbe ricordare certe poesie del grande Di Giacomo, sull'amore.
Abbiamo il piacere di ascoltare una bellissima canzoncina divertente intitolata "'A pinnicillina", che utilizza questa parola in una serenata ad una donna. La voce di Roberto Murolo, nonostante il suo essere accompagnata da un'orchestra, è già quella dolce e perfetta che in molti amiamo.
la sua dizione, non c'è neanche bisogno di dirlo, è già perfetta. Spero che qualcuno, sarebbe ora davvero, pubblichi finalmente un'antologia del primissimo murolo.
Andando avanti, siamo ormai alla fine, arriviamo al 1949 anno di uscita di questa "Cummendatore e grazie". E' un altro di questi brani binari che erano l'ideale per la poesia saltellante di Mangione. Capisco poco il testo, purtroppo, ma è un pezzo di quelli festivalieri, non a caso fu lanciato ad una Piedigrotta.
Eccoci ad un brano dell'anno successivo, scritto come il precedente insieme a Evemero Nardella, intitolato "Fazzulettiello 'e seta".
E' un brano di quelli un po' crepuscolari, ma il crepuscolarismo arricchisce una bella e triste serenata, dedicata ad un fazzolettino di seta, che ascolta la tristezza di un'innamorata che deve lasciare l'uomo che veramente ama per un altro. Questo personaggio maschile, il lasciato, è colui che racconta questa storia, con una melodia in minore impreziosita da una scala con gradi aumentati.
Nel 1954 Alfonso Mangione fa in tempo a partecipare ad uno dei primissimi festival della canzone napoletana, con una bellissima ballata su musica di Mario Cosentino. E' una ballata raffinata, che mischia parti maggiori e minori in maniera già non prevedibile.
L'ultimo brano è "Cienti bbaci", una macchiettuccia spassosa che si ascolta dalla voce di quello che è stato il più grande interprete di musica da teatro, sia essa sceneggiata o macchietta. Naturalmente ci stiamo riferendo a Nino Taranto, che interpreta questa canzoncina, binaria come sempre, dove un innamorato, un po' esagerato, chiede cento baci dalla propria innamorata.
Meraviglioso ciclo, speriamo che il prossimo sia altrettanto buono.

lunedì 3 maggio 2010

Commento alla puntata del 02/05/10 di "canzonenapoletana@rai.it

Carissimi lettori, con un giorno di ritardo dato che il computer m'aveva detto "ci vediamo un giorno di questi", ecco la seconda puntata su Alfonso Mangione commentata da me. (ovviamente i parla di "canzonenapoletana@rai.it".
Si inizia con uno spassosissimo brano binario musicato da Staffelli, che si ha il piacere di ascoltare da Paolo Sardisco.
Si parla, credo, di un innamorato che si lamenta del fatto che la sua innamorata non lo corrisponda in questo giorno festoso, in questo sabato.
Nell'ultima strofa, compatibilmente con lo spirito di Mangione, la poesia si risolve in un incontro allegro e romantico tra i due, che giustifica questa bellissima musica binaria che mette tanta allegria.
Dello stesso anno, dopo "Sabato senza sole", si ascolta "'O veleno", valzerino lento con la musica di uno dei musicisti di punta di quel periodo, il grande Nicola Valente. L'interprete è Gilda Mignonette, la grande signora della canzone napoletana tra Napoli e New York.
Il testo, purtroppo, è incomprensibile, quindi qui finisce la trattazione del brano (il disco è veramente ridotto più che alla frutta!).
Ed eccoci a Gennaro Pasquariello, che canta un brano del 1929 il cui titolo non mi è arrivato alle orecchie. E' la storia di uno di quei personaggi alla "Rosso malpelo" di verghiana memoria, condito con ancora più dramma, e tinteggiato con pennellate più da sceneggiata che altro.
E' bella ma è veramente inascoltabile. Il brano si chiama "'O lupo".
Stiamo ascoltando Arturo Gigliati, probabilmente lo stesso che qualche anno dopo renderà ancora più notevole la già di per sé ricca poesia napoletana, che interpreta nel 1930 questa marcetta intitolata 'A pusteggia". Il testo non lo capisco, ed è difficilissimo anche parlarvi della melodia, ma posso dire che è uno di quei brani in minore, caratterizzati dalla raffinatezza e da certi "diminuendi" interessantissimi.
Del 1931 è questa "'A muntagna", che viene interpretata da Vittorio Parisi, grande tenore di quegli anni. Il brano, sia a livello di testo che a livello di musica, ricorda "Sciummo", pezzo abbastanza famoso del Festival di Napoli del 1952. E' in tonalità minore, caratterizzato da una scala popolare che rievoca benissimo questo quadretto di uno spaccalegna e la sua tristezza, raccontata in terza persona, anche se il protagonista è colui che parla.
Dello stesso anno è questa "'A riva 'e mare", uno di quei brani caratterizzati dall'alternanza tra parti in minore ed in maggiore. La musica è di Gaetano Spagnuolo, ottimo musicista di quegli anni. Non so dirvi bene del testo, perché, come sempre, stiamo ascoltando incisioni d'epoca.
Non so neanche dirvi che ritmo sia precisamente, d'altronde all'epoca i compositori erano caratterizzati da una maggior fantasia ritmica rispetto ad oggi.
La puntata si chiude con una bellissima canzone, intitolata "Canzone felice", musicata da Nicola Valente e cantata da Vittorio Parisi. Non riesco purtroppo a dirvi di più, naturalmente non per colpa mia, scusate sempre scusate!

domenica 25 aprile 2010

Commento alla puntata del 26/04/10 di Canzonenapoletana@rai.it"

Carissimi lettori, ecco che comincia un altro ciclo di "canzonenapoletana@rai.it". Ci si occuperà di Alfonso Mangione, poeta che ha scritto quel classico sfizioso ed amaro intitolato "'A cascia forte".
Si inizia con un brano che, purtroppo, si ascolta tronco poiché nell'archivio sonoro della canzone napoletana, non vi è una versione completa di questa simpaticissima "Primavera deliziosa", che abbiamo ascoltato da un giovanissimo Sergio Bruni.
E si comincia a soffrire, con un bellissimo brano intitolato "'O belvedere", che però viene ascoltato da un settantotto giri ridotto alla frutta. L'interprete è il grande Salvatore Papaccio. Il brano è caratterizzato da quell'allegrezza crepuscolare che è un po' la corda segreta di questa canzone storica napoletana. La musica, scritta abilmente da Umberto Colonnese, è un tipico brano in maggiore che, specialmente nel ritornello, si apre all'uso di accordi di settima e minori, la cui presenza porta con sé un rallentamento di ritmo, che permette al tenore di sfoderare la sua teatralità.
Ed eccoci a questo valzerino lento ed in minore, intitolato "'E bastimente". Nelle mani di Mangione, anche se la drammaticità è presente, anche l'emigrazione diventa leggera. Si può dire che, paradossalmente, la drammaticità è rappresentata da Staffelli, musicista di questi versi, con accordi maggiori. E' veramente un gioiello, una meraviglia, una vera rarità.
Ed andando avanti si trova un brano dedicato a quel rapporto tra barca ed amore, che è una delle tematiche più fertili della canzone napoletana. Il brano, ancora una volta, si divide in due parti, una in minore ed una in maggiore. Abbiamo il piacere di scoprire la voce di un perfetto ed aggraziato tenore chiamato Ciro Formisano, che riesce a dare a questo valzerino contemporaneamente complicato e semplice, una dolcezza veramente unica.
La voce del cantante, anche laddove sfodera le note lunghe e forti, non diventa mai tragica, permettendo di apprezzare e tradurre musicalmente in maniera unica l'atmosfera di questo testo.
Continuando con questo ritmo ternario e con questi brani divisi in una strofa in minore ed un ritornello in maggiore, si trova questa "Canzone 'e mezzanotte", bellissima serenata che abbiamo il piacere di ascoltare dalla voce di Giuseppe Milano. Se dovessi trovare un contraltare a Mangione tra i poeti "maggiori" della canzone napoletana, forse parlerei di Ernesto Murolo che, negli stessi anni, era caratterizzato dalla stessa sete di pittoresco e descrittivo. La particolarità di questo brano, forse, è che il ritorno in minore per ricominciare la strofa, non avviene di colpo dopo la fine del ritornello, ma avviene durante il ritornello stesso.
Andando avanti abbiamo la possibilità di ascoltare questa "Nun se trase", che ci viene cantata da Salvatore Papaccio. E' un brano assolutamente binario, nello stile più tipico del suo compositore, quell'Umberto Colonnese che avevamo già trovato in precedenza e ormai possiamo dire di iniziare a conoscere. Non mancano i rallentamenti, le pause e le raffinatezze, ma l'allegria qui ha tutto il diritto di entrarci nell'anima, anche se preferisco andare cauta poiché non capisco niente del testo, dato che il disco che stiamo ascoltando è ridotto alla frutta.
Ed ecco un altro ritratto di reti, pescatori ed amore, così tipici della canzone napoletana di quegli anni, che non perdeva tempo, nonostante le accuse a cui ha portato alcuni intellettuali chiusi e stereotipi, anzi ha raccontato con poeticità insuperabile le sue figure.
Il brano, intitolato "'A rezza", è stato musicato da Attilio Staffelli nel 1927, è un valzerino lento e romantico, che abbiamo sentito interpretare, con perfezione insuperabile, da Gennaro Pasquariello.
La puntata si chiude con un brano che purtroppo non si può ascoltare, ossia con una versione bellissima di "'A casciaforte", il brano che ha fatto restare Alfonso Mangione nella storia della canzone napoletana. Io vi consiglio di ascoltarvi la versione di Roberto Murolo nella sua "Napoletana. Antologia cronologica della canzone partenopea" che, forse come nessuna, riesce a far trasparire la profonda amarezza che l'autore mette in questa enumerazione di oggetti ormai antichi e caduti in disuso.
Spero di avervi fatto venire voglia di andare a buttarvi in mezzo a queste rarità, perché la canzone napoletana è una miniera dal potenziale infinito.

Commento alla puntata del 26/04/10 di "canzonenapoletana@rai.it"

domenica 11 aprile 2010

Commento alla puntata del 11/04/10 di canzonenapoletana@rai.it".

Carissimi lettori, eccoci al commento alla sesta puntata che "canzonenapoletana@rai.it" dedica a Salvatore di Giacomo. Si inizia con una romanza, composta da Ildebrando Pizzetti, su un testo intitolato "Canzona 'mbriaca". E' abbastanza contemporanea, e, almeno secondo me, non è molto rispettosa delle armonie insite nella versificazione di Di Giacomo. Se si vuole parlare del testo, che stiamo ascoltando dalla voce di Francesco Albanese, è una tipica canzone di gelosia, paragonabile a ciò che molto più spesso faceva Libero Bovio in brani come "Brinneso". La melodia è completamente modale, ma non con la naturalezza con cui lo è certa musica popolare del Sud Italia, ma con quella radicalità innovatrice che ad inizio secolo, a partire da musicisti dell'est Europa, questo uso musicale ha assunto.
Sullo stesso stile arriva questa "Assunta", sempre musicata da Pizzetti. E' una bellissima poesia, perché, e va detto, Di Giacomo è stato un grandissimo poeta fino alla fine dei suoi giorni.
E' un po' pesante questo repertorio, d'altronde io non ho mai amato la musica classica del Novecento. Per me, lo confesso dato che mi è data l'occasione, la musica classica finisce con l'Ottocento e con il romanticismo, apro delle eccezioni per alcune opere di compositori come Ravel, Bartok o Foret (spero si scriva così!).
Finalmente si comincia a sentire veramente "canzone classica napoletana", con una bellissima e sconosciuta "Torna a marechiaro", che ascoltiamo dalla voce potente e discreta di Gino Ruggero. E' un brano con la musica di E. A. Mario, un musicista che è stato forse l'ultimo grande compagno della carriera musicale di Di Giacomo. Il brano è un tipico esempio di brano con alternanza di strofe minori e ritornelli in maggiore.
Si va avanti con un altro sconosciuto gioiello della produzione di Di Giacomo, dal titolo "Aurora int'o specchio". La sua musica, a tempo di valzer dolce ed allegro, è di Gaetano Spagnolo. Gli accordi minori, questa volta, si insinuano giusto per dare un tocco di raffinatezza ad una melodia che,altrimenti, è semplicemente festosa, come il sincero amore del protagonista. Il testo, infatti, è una delle tante serenate napoletane scritte da Di Giacomo. La stiamo ascoltando da un disco d'epoca ma non frusciatissimo, dalla voce di Vittorio Parisi.
Dello stesso anno è questa "L''ora 'e ll'appuntamento", versi musicati da Ferdinando Albano, musicista che negli stessi anni formava con Bovio una delle più prolifiche coppie della canzone napoletana, specialmente dedicata alle "canzoni di giacca" o sceneggiate. Il brano è difficile da descrivere perché, contrariamente a ciò che avevamo ascoltato fino ad ora, il disco di Vittorio Parisi da cui si ascolta il brano, è assolutamente rovinato.
La puntata, costellata di rarità, si chiude con un altro brano sconosciuto intitolato "Zingara nera". La musica è di E' A. Mario, e già vi si riconoscono le pennellate armoniche che già si trovano in brani, coevi o leggermente precedenti, come "I', 'na chitarra 'e 'a luna" o "Funtana all'ombra". La dolcezza della melodia si sposa con il timbro perfetto ed alto di Raffaele Balsamo, per creare una delle più perfette alchimie tra musica e testo che io conosca.
Spero che vi sia piaciuto questo commento, con la prossima si chiude il ciclo di Di Giacomo, e mi voglio augurare che si tratti poi un poeta almeno dagli anni Trenta in avanti (di dischi frusciati non ne posso più!).

domenica 4 aprile 2010

Commento alla puntata del 4/04/10 di "canzonenapoletana@rai.it"

Carissimi lettori, dopo una settimana di digiuno, torniamo a commentare le bellissime puntate che "canzonenapoletana@rai.it" dedica a Salvatore di Giacomo.
Si inizia con un brano risalente al 1910 intitolato "'A riggina d'o mare", che ascoltiamo dalle voci maschili di Mario Massa e Aldo Gabrin.
Musicalmente è una tarantella, come si facevano all'epoca in ambito semicolto, ossia con quella raffinatezza che non permette di farsi prendere dal ritmo.
E' una dichiarazione d'amore ad una ragazza, che nel ritornello viene fatta direttamente alla madre. E' una tarantelluccia spassosa, che, secondo me, andrebbe riscoperta. Credo infatti che non ne esistano versioni moderne. Spero che il Carlo Missaglia di turno si ricordi di questo pezzo, perché è allegrissimo.
Si continua e si torna al repertorio classico, conosciuto e tutt'ora cantato, con una bellissima "Canzone a Chiarastella" che, spesso, è attribuita ad Aniello Califano per itesti. Il testo è uno di quelli divertenti, ma è talmente romantico che la musica deve essere, com'è, malinconica. La versione che si ascolta è di Elvira Donnarumma, che canta con semplicità ma forse un po' troppo potentemente questi versi intimi e dolci. Io vi consiglierei di ascoltare la versione di Roberto Murolo, contenuta nella sua "Napoletana. Antologia cronologica della canzone partenopea".
Torniamo alle rarità con questa "Marcetta d'o capotammurro", la cui musica è di Enrico Cannio, che abbiamo il piacere di ascoltare dalla voce tenorile e stentorea di Mario Massa.
Nonostante il suo essere una marcia, niente c'è di militaresco, c'è piuttosto una voglia di divertirsi con le note, cosiccome nei versi di Di Giacomo, da quel poco che si capisce dal disco frusciato, c'è più voglia d'amore che di eroismo.
Rimaniamo in ambito da collezionisti, con questa "Vintiquatt'ore", la cui musica è di Ernesto de Curtis. L'interpretazione, molto bella e precisa per questa melodia, purtroppo non permette di capire il testo.
Musicalmente ci troviamo davanti ad un ritmo lento ed in tonalità minore, con una scala caratterizzata da un'interessante seconda aumentata, che dà un tocco arabo alla melodia, ideale come poche altre cose per la liricità sicuramente insuperabile dello stile di Di Giacomo.
Siamo davanti ad una bellissima voce baritonale, di un certo Benigni, che ci sta interpretando una rarissima canzone, scritta da Di Giacomo e musicata da Emanuele Nutile, intitolata "Barcarola".
E' una delle tante dove si parla del mito del mare, che a Napoli viene visto come un qualcosa di naturale, e non viene usato per nobilitare un genere dalla storia recente come può essere per il Fado di Lisbona. A Napoli, diciamo, il mare è l'equivalente della rondinella salentina, ossia è il messaggero d'amore, con la differenza che spesso, e anche qui, è l'unico che può rassicurare l'innamorato sulla stabilità del proprio amore.
Dello stesso anno è questa "Dint'o suonno", che si ascolta da un disco frusciatissimo (insopportabile!) e dalla voce di Vittorio Parisi, maestro diretto del grande Sergio Bruni.
Anche questo brano è un tipico brano in minore, musicato un'altra volta da Ernesto de Curtis, con il solito, ma sempre interessante e raro, intervallo di seconda aumentata.
Non capisco il testo, ovviamente me ne dolgo.
Il brano, come abbiamo visto in moltissime occasioni durante questi commenti, è caratterizzato da parti in modo minore che si alternano con parti in maggiore.
L'ultima canzone, "L'e' fatto pure tu", viene interpretata da Roberto Ciaramella ed il disco, per fortuna, è molto meno frusciato. E' una canzoncina dove il figlio ricorda alla madre che anche lei ha fatto le stesse cose per le quali lo rimprovera. E' un tipico brano binario, quasi paragonabile ad un fado. E' inciso con una tipica orchestra di fiati, quasi unico accompagnamento concepibile, oltre al duo di chitarra e mandolino, per la canzone classica napoletana storica.
Spero di cuore che le ultime due puntate, che comunque ci permetteranno di avvicinarci a dischi un po' più recenti, permettano di fare commenti più precisi.

domenica 21 marzo 2010

Commento alla puntata del 21/03/10 di "canzonenapoletana@rai.it"

Carissimi lettori, eccoci alla quarta puntata del ciclo su Salvatore di Giacomo di "canzonenapoletana@rai.it". E' un ciclo che mi dà una felicità del tutto particolare, perché ritengo di Giacomo un poeta con un respiro del tutto speciale, che va al di là della sempre riconosciuta grande qualità letteraria. Ritengo il suo napoletano pregno di una dolcezza particolare, di un certo pittoresco malinconico, che mi è particolarmente congeniale.
Si inizia con una carinissima "'E tre terature", una delle più sconosciute canzoni di Di Giacomo. E' una canzoncina d'amore piccantino, genere nel quale il nostro era un maestro insuperabile. La versione che ascoltiamo, come sempre, è d'epoca ed è molto rovinata. E' interessante perché i protagonisti sono due tra i più importanti interpreti del teatro napoletano, Eduardo Scarpetta e Bianca Cappello. La versione è forse un po' troppo teatrale, anche un po' sguaiata, ma si può ricorrere, per scoprire questo gioiellino digiacomiano, all'antologia della canzone napoletana compilata ed interpretata da Carlo Missaglia, grande cantante e suonatore di cui qui si è già pubblicato un profilo.
Un genere che si addiceva molto alla poesia di Di Giacomo, anche per la sua grandissima passione per quell'epoca storica, era la musica di ispirazione barocca, specialmente le "barcarole". Ne stiamo ascoltando una, intitolata "Pusilleco", scritta sempre nel 1898, ancora una volta insieme a Vincenzo Valente. Non capisco il testo, purtroppo, posso solo dirvi che la melodia è profondamente bella.
Stiamo ora ascoltando una "Serenata triste", che ci viene interpretata da Beniamino Gigli, forse il tenore che ha interpretato meglio la canzone napoletana pur non essendo napoletano. E' una serenata dove un uomo si rassegna all'instabilità dell'amore della propria amata, ma con una galanteria veramente invidiabile. La musica è una "barcarola", con delle pause che la rendono più raffinata e meno barocca, ma forse anche meno bella della precedente.
Siamo con un posteggiatore, quel Giorgio Schotler che avevamo già trovato in una delle prime puntate del ciclo, che ci sta proponendo uno dei brani meno conosciuti dell'autore napoletano, intitolato "Ma chi sa". Purtroppo anche stavolta mi è impossibile riferirvi particolari del testo, perché il disco da noi ascoltato è molto rovinato. A livello musicale ritorna l'impronta di Pasquale Mario Costa, in una delle sue ultime collaborazioni col Di Giacomo.
La puntata continua con "Palomma 'e notte", uno dei classici assoluti della produzione digiacomiana, la cui musica è di Francesco Buongiovanni, infatti potrebbe ricordare altri capolavori del musicista, sempre caratterizzati da questo tempo ternario raffinatissimo, come "'A cartulina 'e Napule", scritta circa una ventina d'anni dopo. La versione che stiamo ascoltando è quella di Gennaro Pasquariello, ottima ma non perfetta, soprattutto per alcune pause che, con una sensibilità moderna, si tenderebbe a trovare discutibili. Notevolissima, secondo me, è la versione di Raffaella de Simone contenuta in "Concerto napoletano", bellissimo cofanetto dell'Acheri music, dove alcuni cantanti della Napoli di oggi si appropriano, rispettosamente e meravigliosamente, dei capolavori di quella di ieri.
Stiamo ora ascoltando, dalla voce di un tenore, una delle più rare canzoni di Di Giacomo "Tu nun me vuo' cchiù bene". La versione è troppo veloce, senza interpretazione effettiva, senza posto per le sfumature. Il grido d'amore del protagonista è espresso con troppa fretta dalla voce di Eugenio Cibelli. Molto migliore, almeno per me, è la versione contenuta nella "Napoletana" di Roberto Murolo.
La puntata si chiude con una tarantelluccia spassosa intitolata 'O campanellaro", risalente al 1908 ed interpretata da Francesco Marcarella. Non è una tarantella raffinata, vi si trova piuttosto una voglia di divertirsi con la musica e le note.
Chiedo scusa per la vaghezza di molti commenti a questa puntata, ma vi si sono sentite troppe canzoni molto rare e riprese perciò da dischi antichi, quindi meglio non si poteva fare.

domenica 31 gennaio 2010

Commento alla puntata del 30/01/10 di "canzonenapoletana@rai.it.

Carissimi lettori, come sempre la domenica vi regalo il commento alla corrispondente puntata di "canzonenapoletana@rai.it".
Come ricorderete il poeta di cui Paquito del bosco ci sta parlando è Raffaele Ferraro-Correra.
Si inizia con un brano spassosissimo, risalente al 1906, intitolato "Comm'o zuccaro". E' un valzerino lento, che Paquito del bosco ci sta facendo ascoltare dalla voce di una famosa sciantosa dell'epoca di cui non sono riuscita a memorizzare il nome. Il brano è una descrizione dell'amore tra le più spassose e chiare che si possano pensare. Si parla della dolcezza di questo sentimento, nonché della sua importanza fondamentale nella vita di ognuno di noi. La versione che si ascolta qui, lo avrete anche intuito, è in condizioni abbastanza brutte, ma per ascoltare questo brano si può ricorrere agevolmente a interpretazioni come quella di Sergio Bruni, con orchestra, o di Egisto Sarnelli, con bellissimo accompagnamento di chitarra.
Ed eccoci ad un brano interpretato da Francesco Daddi, bellissima voce tenorile che, purtroppo, però non si può godere in tutta la sua pienezza data la cattiva qualità di queste incisioni. Il brano, che ormai a centodue anni, ha un ritmo molto simile al precedente, ed è caratterizzato, altrettanto come il precedente, dalla schiettezza del tono maggiore.
Siamo con un brano del 1913, intitolato "Bandiera bella", a tempo di marcia ed interpretato da Mario Massa. Il cantante ha una bellissima voce tenorile, anche se non molto potente. Il testo, purtroppo, è incomprensibile per le solite ragioni, ossia per la scarsa qualità del sonoro.
Dello stesso anno è questa "Canta speranza" che stiamo ascoltando dalla voce di Giuseppe Godono. E' un brano tra i più poetici, malinconici e belli scritti da Ferraro-Correra. E' uno dei tantissimi brani caratterizzati dall'alternanza di strofe in minore e ritornelli in maggiore.
Si continua con una serenata intitolata "Comme si bbona" interpretata da Mario Massa. Dovrebbe essere una tarantella, caratterizzata però da quei rallentamenti, fra l'altro in una parte molto lunga di ogni strofa, che non ci permettono di farci prendere dal ritmo.
Eccoci ad una bella voce femminile, quella di Iole Baroni. Il brano che viene da lei cantato si intitola "Saie Marì", ed è risalente al 1913. E' un brano in tre quarti ed in tonalità maggiore, molto romantico, con quel velo leggero di malinconia a cui spesso la canzone napoletana si arrende.
La puntata si chiude con un brano interpretato da Giuseppe Godono intitolato "'A calamita mia". E' un brano in tre tempi, di ritmo lento. E' un brano di base allegro, ma l'allegria viene intiepidita da certi passaggi in minore che caratterizzano il ritornello. Il testo è una bellissima serenata. L'interpretazione è dolcissima e direi perfetta.
Chiedo ancora una volta scusa per la poca precisione che metto in questi commenti, ma vi giuro che non si può fare di meglio con matrici di questa qualità. Mi auguro, con questi commenti, di far capire che la canzone napoletana ha un mondo di brani che stanno morendo per scelte arbitrarie ed ingiuste, a cui i cantanti si dovrebbero ribellare ricantandoli.

domenica 24 gennaio 2010

Commento alla puntata del 24/01/10 di "Canzonenapoletana@rai.it".

Carissimi lettori, si inizia un nuovo ciclo di trasmissioni all'interno di "Canzonenapoletana@rai.it". Il poeta di cui si occuperà Pachito del Bosco è Raffaele Ferraro-Correra. Purtroppo non sono riuscita a capire il titolo del primo brano che viene trasmesso, una tarantelluccia molto carina scritta dal nostro poeta nel 1893. Gli interpreti, davvero bravi, sono I figli di Ciro, nota troupe di posteggiatori dell'epoca. Il brano, di cui naturalmente si capiscono poco le parole per l'antichità del disco, sembra una tarantella di quelle spassose, caratterizzata dalle solite alternanze tra minore e maggiore.
Ed eccoci qua ad un duetto che potrebbe ricordare il canto popolare salentino "'U cuccurucù", intitolato "Io vurria". Il brano è risalente al 1896 ed è interpretato da Berardo Cantalamessa e Ersilia Faraone. Il ritmo potrebbe essere una tarantella, accompagnata molto semplicemente. Il testo purtroppo è difficile da capire, ma mi sta facendo piacere sentire questo repertorio storico.
Lasciamo la tarantella per occuparci dei ritmi binari, con un brano d'inizio Novecento intitolato "'A calamita". Il brano è interpretato dai Figli di Ciro. Anche qui ritroviamo le caratteristiche che avevamo riscontrato in brani coevi di altri autori, specialmente il rallentamento in corrispondenza di parti in tonalità minore.
Siamo con Gennaro Pasquariello, che ci sta interpretando un brano del 1904 intitolato "'A gelusia", con musica di Nutile. Non riesco a parlarvi bene della struttura musicale del pezzo, ma si può dire, senza sbagliare troppo, che sia uno di quei valzerini romantici, cantati con impeto lirico.
Dello stesso anno è questa "'O core d' 'e femmene", testo musicato da Giuseppe De Gregorio. L'interprete è Francesco Daddi, tenore che già avevamo incontrato. Il brano, di cui riesco quasi a capire il testo, è sulla variabilità del cuore femminile, che non riesce ad amare con la stabilità voluta dall'uomo.
Eccoci a quella che è la canzone più famosa di Ferraro-Correra. Il brano si intitola "Tarantella d' 'e vase". L'interpretazione che ascoltiamo, rigorosamente d'epoca ed affidata a Roberto Ciaramella ed Elvira Donnarumma, è molto teatrale e divertente, sicuramente diversa da quelle più recenti, caratterizzate, almeno per quello che conosco io, da una dizione più semplice e meno barocca. Da ascoltare, secondo me, è la versione di Sergio Bruni.
Dello stesso anno è questa "Core core", che viene cantata da Diego Giannini. La prima cosa che si nota è l'annuncio del titolo della canzone, l'interprete e la casa discografica produttrice del disco. Il brano in sé è nei dintorni della tarantella (credo). Comunque, mi pare di poterdire che sia abbastanza spassosa. I dubbi si debbono al fatto che capisco poco i testi e, oltretutto, in quegli anni si tendeva, almeno secondo me, a standardizzare molto l'interpretazione, fino a non far capire se i brani sono allegri o tristi.
La puntata si chiude con "Comm'a luna", interpretata da Gennaro Pasquariello. E' un bel brano, ma, purtroppo, non capisco niente delle parole. E' sempre uno di quei brani binari, così tipici di quel periodo, in una schietta tonalità maggiore.
Chiedo scusa per l'aleatorietà delle osservazioni di cui saranno fatti questi commenti, ma quando si tratta di materiali storici, si sa, la qualità è quella che è.

domenica 17 gennaio 2010

Commento alla puntata del 17/01/10 di "Canzonenapoletana@rai.it"

Carissimi lettori, ecco il commento all'ultima puntata del ciclo dedicato da "Canzonenapoletana@rai.it" a Michele Galdieri.
Si inizia con un brano intitolato "Nustalgia", interpretato da Miranda Martino e caratterizzato dagli stilemi che connotano la musica melodica italiana all'inizio degli anni Sessanta. Il brano, infatti, è un terzinato, con le solite alternanze di strofe in minore e ritornelli in maggiore. E' uno dei tanti pezzi dove un innamorato supplica la propria amante di non lasciarlo, facendo così svanire la felicità del loro amore.
Torniamo, grazie ad un brano presentato al Festival di Napoli 1958, alle tipiche atmosfere centroamericane che abbiamo visto essere un tappeto musicale molto compatibile con lo stile di Galdieri.
Il testo, che viene messo su una melodia che non era mai stata cantata scritta da Barberis, che era stato già compagno di Galdieri per "Munasterio 'e Santa Chiara", è una dichiarazione d'amore, durante la quale, però, il protagonista insinua il sospetto che la sua innamorata stia semplicemente giocando con lui.
Ed eccoci ad un swing, facente parte di quel corpus di brani di ispirazione napoletana scritti da Galdieri in lingua italiana, intitolato "Quando si dice Napoli". E' un brano che ribadisce, con poesia tenera, gli stereotipi che connotano la città fuori Italia.
L'anno dopo Galdieri si presenta con un cha-cha-cha, condito però da melodie nascoste di mandolini, intitolato "'Sta miss 'nciucio". E' il ritratto di una pettegola, forse come nessuno mai lo ha fatto. La versione che ascoltiamo è di Maria Paris, interprete geniale per ogni brano che sia basato su giochi di parole o allitterazioni di suoni, che riescono quasi a volare aiutati da un timbro gentile.
Ed eccoci ad un bolero alla cubana, interpretato da Flora Gallo, voce più scura e romantica rispetto a quella della Paris. E' uno dei brani in cui un innamorato prega la propria donna di non lasciarlo mai.
Siamo nel 1960 e Michele Galdieri è chiamato a dirigere il Festival di Napoli. Fuori concorso, Giacomo Rondinella presenta questo testo, musicato da Pasquale Frustaci, intitolato "Ce steva 'na vota". E' uno dei brani, abbastanza numerosi in verità, d'omaggio alla storia della canzone napoletana. E' un brano all'antica, con una semplice ritmica a tarantella, che contiene anche un bellissimo intervallo di quarta aumentata.
Si conclude il ciclo su Michele Galdieri, con una tarantelluccia in lingua italiana intitolata "Venite a Napoli". E' interpretata, con bravura assoluta, da Franco Ricci. Anche questa, ancor più della precedente, ha una semplicità magica. Nel brano si parla dell'incanto che ha la città e, io direi, che non si può dare torto all'autore.
Spero che vi sia piaciuto questo ciclo, aspettiamoci il prossimo!

domenica 10 gennaio 2010

Commento alla puntata del 10/01/10 di "Canzonenapoletana@rai.it

Carissimi lettori, eccoci all'appuntamento, ormai per me abituale, con la canzone napoletana e con la terza puntata del ciclo di "Canzonenapoletana@rai.it" dedicato a Michele Galdieri.
Si riprende dal punto in cui ci si era fermati domenica scorsa, cioè dall'lp che Ebe de Paolis, grande soprano dell'epoca, ha dedicato al poeta. Il brano, intitolato "Se parla male 'e Napule", è un affondo pacato ed ironico ma comunque forte, contro questa tendenza, che quindi c'era già allora, a dire che i problemi come gli scippi sono più comuni a Napoli, o più in generale al Sud del paese, mentre spesso sono nazionali se non globali. Musicalmente parlando è un valzerino lento, di quelli che forse costituiscono il tessuto musicale ideale per iversi sornioni e raffinati di Galdieri.
Ed eccoci a Teddy Reno, grande cantante triestino che però, con massima fedeltà, riusciva a cantare benissimo in lingua napoletana. Il brano che interpreta è uno di quelli caratterizzati dalle atmosfere latine che, al contrario di ciò che succede oggi, all'epoca venivano usate coscientemente ed in maniera filologicamente corretta, perché erano particolarmente congeniali alle voci tenorili o baritonali dell'epoca. Il brano, intitolato "Ammore mio perdoname" è una canzone dove un innamorato ritorna pentito dalla propria amata.
Ed ecco un vero e proprio pezzo di storia, un'esecuzione inedita da parte di Franco Ricci, grandissimo tenore di cui qui si è già spesso parlato, di "Ddoje lacreme", presentata al secondo festival della canzone napoletana.
Il brano, che parla di un allontanamento di due innamorati forse per emigrazione, in questa versione acquista una teatralità che fa veramente restare l'ascoltatore con un nodo in gola, facendo capire anche a chi non sa il napoletano che la storia finisce male perché chi doveva tornare non torna.
E' del 1955 questa bellissima "'E stelle 'e Napule" che permise di vincere a Michele Galdieri, anche grazie alle notevoli interpretazioni di Carla boni e Gino Latilla e Maria Paris, la terza edizione del Festival di Napoli. Il brano ha una fortissima struttura "aflamencada", ed è uno dei tanti di lode appassionata alla città. Da ricordare, oltre a questa versione originale di Maria Paris, sono quelle di Roberto Murolo, chitarra e voce e contenuta nella sua "Napoletana. Antologia cronologica della canzone partenopea", e quella di Claudio Villa, di grandiosa perfezione e dolcezza tenorile.
Ed eccoci di nuovo alle atmosfere latine, che questa volta servono da tappeto per le lamentele di un uomo che non si sente amato da una donna che si interessa solo delle vetrine luccicanti dei negozi. Il brano, intitolato "Nun si nata pe' ffà ammore", è interpretato da Achille Togliani, uno dei tanti cantanti non napoletani che hanno trovato spazio nell'infinito repertorio partenopeo.
Sempre avvolta da queste meravigliose atmosfere latine, interpretata divinamente da Nunzio Gallo, uno dei tanti tenori che negli anni Cinquanta rinunciò ad una promettente carriera lirica per dedicarsi alla canzone napoletana, arriva questa "Sul'isso t'o po' ddì". E' un brano dove un uomo, che non si sente ricambiato del proprio amore, si lamenta della situazione. Soprattutto per la parte iniziale del testo, dove si enumera ciò a cui si è rinunciato in nome dell'amore, il brano ricorda "Desiderio", un brano scritto pochi anni prima da Arturo Trusiano.
Ed eccoci alla conclusione del nostro viaggio, che finisce sulle note di "Comme all'ellera", brano interpretato da quella che fu la regina incontrastata della musica melodica italiana durante tutti gli anni Cinquanta, la bolognese Nilla Pizzi. Il brano, l'accostamento è inevitabile, ricorda la ben più conosciuta "L'edera" con cui la cantante si piazzerà al secondo posto, dietro il rivoluzionario "Volare", grido di libertà di Modugno, nel Sanremo 1958.
Il brano, dal punto di vista musicale, è caratterizzato da una forte ricchezza melodica, innestata su una segreta radice swing.
Spero che ormai abbiate preso l'abitudine di leggere questi resoconti napoletani, ma soprattutto mi auguro che qualche volta andiate ad arricchirvi a queste purissime sorgenti di musica.

domenica 3 gennaio 2010

Commento alla puntata del 03/01/10 di "Canzonenapoletana@rai.it"

Carissimi lettori, nell'augurarvi un felice anno nuovo, vi dedico il commento alla seconda puntata del ciclo di "Canzonenapoletana@rai.it", dedicato a Michele Galdieri.
Si inizia con un brano del 1947, interpretato da Franco Ricci ed intitolato "Mia". E' un brano in minore, con la tipica struttura di habanera che accompagna spesso le canzoni drammatiche o romantiche napoletane.
Non è una canzone triste, ma la felicità dell'amore viene espressa in maniera drammatica e quasi teatrale, quindi la voce di Franco Ricci, grandissimo tenore di potenza che è approdato alla canzone napoletana dopo aver lasciato una brillante carriera nella lirica, dà il meglio di sé.
E' una delle più belle canzoni che abbia mai sentito, ma non si conosce.
E si torna alle canzoni in italiano dedicate a Napoli, questa "Napoli è bella pure quando piove", cviene presentata da Carlo Buti, che già abbiamo trovato come interprete quasi insostituibile del Galdieri in lingua italiana.
Il brano è un inconfondibile tre quarti, con le pause in mezzo che fanno tanto antico e canzone d'inizio secolo.
Ed ecco una specie di canzone drammatico-macchiettistica, interpretata dal migliore interprete possibile, quel grande cantantee attore che fu Nino Taranto.
Non riesco, purtroppo, ma solo per ignoranza personale, a descrivervi il ritmo, che comunque ha degli accenni di tango. Il testo è un curioso esempio di brano pieno di rabbia nei confronti di una innamorata che si rifiuta di amare seriamente il cantore, il quale, però, poi alla fine si pente.
Ora stiamo ascoltando, da un settantotto giri ridotto più che alla frutta, "Palummella", un swing in minore ed in italiano, dove si prega la colomba di andare a portare il messaggio d'amore alla propria innamorata. Nonostante l'italianità del testo, direi che questo è uno dei brani più sinceri d'amore al dialetto, di cui si riconoscono i pregi espressivi. L'interprete è Paolo Sardisco, che io non conoscevo, di cui però non posso dirvi niente.
Si arriva al 1951, anno in cui, ad esempio, Antonio de Curtis scrisse "Malafemmena". E' di quest'anno la canzone "'E Pariente", dove si ribadisce la necessità di fare una vita autonoma dalla donna, nonostante la si ami. E' una macchietta a livello di struttura ed anche a livello di leggerezza.
Ora, invece, stiamo ascoltando uno di quei brani drammatici che permettevano forse a Galdieri di dare il meglio di sé. Il brano si intitola "Scirocco" ed è interpretato da un giovanissimo, ma già vocalmente maturo, Mario Abbate. Interessanti, perché già lontani nel tempo, sono igradi alterati della scala di re minore, la cui presenza dimostra che si possono usare ritmi moderni o di scoperta moderna, e farli odorare di antico.
A tempo di habanera, arriva questa "Quando Napoli cantava", interpretata da quello che per molti è stato il miglior cantante degli anni '40, grande sia nel swing di "Ba, ba baciami piccina", che nella melodia di "Tu musica divina". Mi riferisco ad Alberto Rabagliati, tenore veramente divino, che rimpiange, tramite le parole di Galdieri, una Napoli che forse nessuno ha mai vissuto.
Si torna alla soprano Ebe de Paolis, che ci interpreta "Mare scuro aMarechiaro", parodia, resa evidente anche dall'uguale incipit musicale, della celeberrima canzone di Di Giacomo "Marechiaro". Forse è ingiusto definirla una parodia, ma non trovo altre parole. E' la storia di un amore che finisce a Marechiaro, e, ovviamente, la storia d'amore viene paragonata ad una barca, ormai irrecuperabile.
Spero che vi sia piaciuto questo articolo, e buon anno ancora.

domenica 27 dicembre 2009

Commento alla puntata del 27/12/09 di "Canzonenapoletana@rai.it".

Carissimi lettori, finalmente, come avevo auspicato, si tratta un autore più moderno all'interno di "canzonenapoletana@rai.it".
Si parla, giustamente, di Michele Galdieri, autore di canzoni famosissime come "Munasterio 'e Santa Chiara".
Michele Galdieri, oltre che un grande autore di canzoni, fu anche ottimo nello scrivere numerosissime riviste musicali. La sua produzione conta, oltre alla già ricordata produzione napoletana, una copiosa e famosa produzione italiana che comprende classici come "Ma l'amore no", "Mattinata fiorentina" o "Quel motivetto".
Ecco qua il primo brano di Galdieri che si ascolta, una rumba dedicata ad una "Sorrentina", interpretata dalla voce di un grande cantante di jazz, quindi anche di musica sudamericana, il torinese Ernesto Bonino. Noi oggi non lo possiamo concepire, ma alcune canzoni in lingua italiana, scritte magari su stilemi tipicamente napoletani, debbono essere accorpate alla produzione napoletana. Tra queste, ad esempio, oltre a quelle di Galdieri, mi piace citare il bellissimo "Acquerello napoletano", interpretato tra gli altri da Claudio Villa e Tullio Pane.
Un altro esempio di questo repertorio, è questa tarantella, interpretata dal potente tenore toscano Carlo Buti, intitolata "Canta ancora napoletana", inno alla vitalità delle popolane napoletane, le quali, secondo Galdieri, dovrebbero riprendere subito a cantare perché la natura era rimasta incontaminata anche dopo la guerra.
Questo brano, lo si sarà già capito, contraria la filosofia di "Munasterio 'e Santa Chiara".
Questa "Munasterio 'e Santa Chiara", viene eseguita, in maniera molto raffinata ma forse un po' pesante, da Vittorio De Sica, che ha sempre riconosciuto nella scuola napoletana di teatro popolare, la sua vera radice.
Io, invece, se non si vogliono riempire le proprie orecchie di orchestre altisonanti, vi consiglio di ricorrere alla versione di Roberto Murolo nella sua "Napoletana: antologia cronologica della canzone partenopea", edita originariamente dalla Durium.
Ora stiamo ascoltando un brano dalla struttura teatral-tragica, intitolato "'E perle d' 'a Madonna". E' la storia di un padre che viene a conoscienza del fatto che suo figlio è colpevole del furto delle perle della Madonna della Pietà, quindi lo condanna ma chkiede al magistrato di condannarlo avendo pietà data la recente guerra che ha tolto ai figli napoletani il cuore dal petto.
Ed eccoci ad un valzerino, molto più simile ad un brano degli anni '20, di quelli che scriveva il padre del poeta di cui ci stiamo occupando. Il brano si intitola "Dummeneca a Pusilleco". Si racconta, con allegria, ma con lentezza e romanticismo, delle coppie di innamorati che si recavano a Posillipo. Ovviamente, il poeta è il solo ad essere in una situazione diversa, perché la sua innamorata gli sta palesando l'insofferenza che prova nei suoi confronti. L'interprete è un tenore potente ma aggraziato, simile a Claudio Villa ma più impregnato di tragedia napoletana, il grande Antonio basurto, che esploderà qualche anno dopo, con il successo festivaliero, risalente alla prima edizione del Festival di Napoli, "'E cummarelle".
Ed eccoci ad uno dei classici della produzione di Michele Galdieri, quella "Serenatella a 'na cumpagna 'e scola". Il brano, musicato da Giuseppe Bonavolontà, padre del grande Mario Riva, reso immortale da "Il musichiere", è interpretato con grazia e senza teatralità, da un grandissimo Dino Giacca. La canzone è una delle più tenere nel repertorio di rimpianto della gioventù.
Bellissime, secondo me, oltre a questa versione di Giacca, sono le versioni di Murolo e Bruno Venturini, nelle loro rispettive antologie napoletane.
Non si deve pensare che i grandi successi dialettali abbiano fatto chiudere i ponti con l'italiano, che Galdieri sentiva particolarmente forti.
Nel 1948 Galdieri scrive questa "Fantasia sorrentina", dove si piange, con nostalgia ma senza patetismo, una Sorrento che già non c'era più. L'interpretazione di Claudio Villa, che come si sa era un patito della cultura napoletana, che d'altronde non poteva mancare nel repertorio di qualsiasi interprete che volesse puntare al rispetto, è perfetta, addirittura con un interessantissimo intervallo di quarta aumentata verso la fine.
I brani, nonostante la loro età spesso più giovane rispetto a quelli che di solito si ascoltano in questi cicli, non si trovavano poi in condizioni così buone, ma la storia è questa.
Spero che vi piaccia questo ciclo, e alla prossima puntata!

domenica 13 dicembre 2009

Commento alla puntata del 13/12/2009 di "canzonenapoletana@rai.it"

Carissimi lettori, ecco qui il commento alla terza puntata del ciclo di "canzonenapoletana@rai.it" dedicato a Rocco Galdieri.
Si inizia con "'E figliole" interpretata da Elvira Donnarumma.
Siamo davanti ad un tipico pezzo in 2/4, raffinato comunque da queste pause così colte, caratteristiche come pochi particolari di questa "canzone classica storica" napoletana.
Purtroppo, devo già iniziare a dire che non capisco per niente il testo, d'altronde non va scordato che spesso per incidere dischi, dato l'elevato costo delle matrici, se ne utilizzavano anche di già usate, quindi la qualità ne risente.
Ed eccoci a "'Na vota sola", sempre in 2/4, che stiamo ascoltando nella versione di Giuseppe Godono. Da quello che mi pare di capire, dovrebbe essere un inno al primo amore, presentato come l'unico effettivo, il solo a cui si voglia effettivamente bene.
Il1912 è l'anno in cui, purtroppo, Giovanni Giolitti fu preso da voglie conquistatrici, nonostante che non fosse ancora sbiadito il ricordo della terribile sconfitta di Adua del 1887. Dato che la canzone napoletana, per quanto ne abbia dubitato certa accademia era il ritratto della vita e dei sentimenti di una città e non un "paradiso artificiale", canta i soldati che si battono. Nina de Charny, una delle tante sciantose dal nome francesizzato, ha interpretato 'O surdato tene vint'anne".
Ed ora stiamo ascoltando una delle tante rarità assolute presenti nell'insostituibile archivio rai dedicato alla canzone napoletana. Il brano, scritto da Galdieri nel 1912, è una macchietta che viene interpretata da Gigi Pisano, che poi, a partire dagli anni '20-'30 e fino ai cinquanta inoltrati, sarà l'autore di classici napoletani come "'Na sera 'e maggio" o "Agata".
Questo brano, che sviluppa un argomento costante della macchietta, i rapporti di coppia incentrati su un'assoluta autonomia nonostante il matrimonio, si intitola "Quando è così".
Se la macchietta era un genere importante e tipicamente napoletano anche se influenzato dalle suggestioni del contemporaneo cinema muto, non sono da dimenticare le canzoni che sono impregnate di influenze operistiche. Una, sicuramente è questa "Aria fresca", scritta nel 1913 ed interpretata da Iole Baroni, una cantante lirica che, con molta umiltà, pur mostrando la sua impostazione, è riuscita a trovare un canto napoletano inconfondibile e tipico.
La trasmissione si chiude con "Mammà non vuole", brano scritto nel 1913 da Galdieri ed interpretato, ancora una volta da Elvira Donnarumma.
E' un'innamorata che cerca di convincere il proprio amante dell'impossibilità del loro amore.
Musicalmente è un tipico brano in 2/4, ma non so dirvi di più.
Spero che vi sia piaciuto anche questo contributo napoletano, io mi sto divertendo un mondo, anche se le mie orecchie stanno soffrendo da cani!

domenica 6 dicembre 2009

Commento alla puntata del 6 dicembre 2009 di "Canzonenapoletana@rai.it".

Carissimi lettori, ecco il commento della seconda puntata dedicata a Rocco Galdieri.
Si inizia con "Sora mia", quella che secondo molti è la più celebre canzone di Rocco Galdieri. Stiamo ascoltando una versione d'epoca, frusciatissima quindi, interpretata da Pietro Mazzone, uno dei "posteggiatori" più famosi di inizio secolo. Non vi preoccupate, che non c'è bisogno di andare così indietro per conoscere questo brano. Si può ricorrere ad esempio, alla "Napoletana. Antologia cronologica della canzone partenopea" di Roberto Murolo.
Si continua con un brano, in condizioni se possibile ancora peggiori del precedente, intitolato "L'amore ca dic'i'", interpretato da Elvira Donnarumma, bella voce di soprano che, però non può essere apprezzata nella sua pienezza in una registrazione in condizioni simili.
Sempre nel 1910, Galdieri scrive questa "Tu si nata", che viene interpretata da Alfredo Capaldo. E' una delle tante habaneras che costellano la storia della canzone napoletana. Il disco è meno frusciato, ma non riesco, comunque a capire il testo. Ciò non toglie che dia gusto sentire questi brani che, in molti casi, non sono più stati riproposti.
Ed eccoci ad un giovanissimo Gennaro Pasquariello, che ci canta uno dei tanti brani dimenticati della canzone napoletana, questa "'A femmena", scritta da Rocco Galdieri nel 1911. E', credo, la storia di un uomo che per amore aveva lasciato tutto, ma che, a sua volta, viene lasciato.
Si prosegue con una tra le mie composizioni di Galdieri preferite, una bellissima "Bonasera ammore". L'interprete è Mario Massa, un buono tenore che, però, forse recita troppo e, secondo me, in questa canzone ci vuole più tenerezza che teatro.
Insuperabili, secondo me, sono le versioni di Sergio Bruni, voce e pianoforte, e Gianni Quintiliani, orchestrata e tratta dal cd "'A pusteggia".
Ed ancora, in questa puntata, non avevamo sentito un inno alla bellissima città di Napoli. Il brano, intitolato "I' songo 'e Napule", è stato scritto nel 1911, ed è interpretato da Diego Giannini. E' una tarantella, di quelle dove la strofa è in minore e il ritornello è in maggiore. E' molto sfiziosa ma, come sempre, non si capisce il testo.
E si chiude con una tarantella intitolata "Papà". E' una specie di "macchietta", dove un figlio dice di volersi sposare, nonostante che lui sia povero e disoccupato e lei sia più povera in canna di lui. Non si sanno precisamente le reazioni del "babbo", ma paiono abbastanza allarmate. L'interprete è stato Raimondo De Angelis, ottimo tenore da "macchietta".
Questi cicli fanno toccare con mano la standardizzazione a cui è arrivato anche questo repertorio, di cui si sente in continuazione un'infima parte. Ai cantanti napoletani dico: preparatevi e ricercate di più, per far conoscere questa miniera di gioielli insuperabili.
gCarissimi lettori, ecco il commento della seconda puntata dedicata a Rocco Galdieri.
Si inizia con "Sora mia", quella che secondo molti è la più celebre canzone di Rocco Galdieri. Stiamo ascoltando una versione d'epoca, frusciatissima quindi, interpretata da Pietro Mazzone, uno dei "posteggiatori" più famosi di inizio secolo. Non vi preoccupate, che non c'è bisogno di andare così indietro per conoscere questo brano. Si può ricorrere ad esempio, alla "Napoletana. Antologia cronologica della canzone partenopea" di Roberto Murolo.
Si continua con un brano, in condizioni se possibile ancora peggiori del precedente, intitolato "L'amore ca dic'i'", interpretato da Elvira Donnarumma, bella voce di soprano che, però non può essere apprezzata nella sua pienezza in una registrazione in condizioni simili.
Sempre nel 1910, Galdieri scrive questa "Tu si nata", che viene interpretata da Alfredo Capaldo. E' una delle tante habaneras che costellano la storia della canzone napoletana. Il disco è meno frusciato, ma non riesco, comunque a capire il testo. Ciò non toglie che dia gusto sentire questi brani che, in molti casi, non sono più stati riproposti.
Ed eccoci ad un giovanissimo Gennaro Pasquariello, che ci canta uno dei tanti brani dimenticati della canzone napoletana, questa "'A femmena", scritta da Rocco Galdieri nel 1911. E', credo, la storia di un uomo che per amore aveva lasciato tutto, ma che, a sua volta, viene lasciato.
Si prosegue con una tra le mie composizioni di Galdieri preferite, una bellissima "Bonasera ammore". L'interprete è Mario Massa, un buono tenore che, però, forse recita troppo e, secondo me, in questa canzone ci vuole più tenerezza che teatro.
Insuperabili, secondo me, sono le versioni di Sergio Bruni, voce e pianoforte, e Gianni Quintiliani, orchestrata e tratta dal cd "'A pusteggia".
Ed ancora, in questa puntata, non avevamo sentito un inno alla bellissima città di Napoli. Il brano, intitolato "I' songo 'e Napule", è stato scritto nel 1911, ed è interpretato da Diego Giannini. E' una tarantella, di quelle dove la strofa è in minore e il ritornello è in maggiore. E' molto sfiziosa ma, come sempre, non si capisce il testo.
E si chiude con una tarantella intitolata "Papà". E' una specie di "macchietta", dove un figlio dice di volersi sposare, nonostante che lui sia povero e disoccupato e lei sia più povera in canna di lui. Non si sanno precisamente le reazioni del "babbo", ma paiono abbastanza allarmate. L'interprete è stato Raimondo De Angelis, ottimo tenore da "macchietta".
Questi cicli fanno toccare con mano la standardizzazione a cui è arrivato anche questo repertorio, di cui si sente in continuazione un'infima parte. Ai cantanti napoletani dico: preparatevi e ricercate di più, per far conoscere questa miniera di gioielli insuperabili.

domenica 29 novembre 2009

Commento alla puntata del 29 novembre 2009 di "Canzonenapoletana@rai.it".

Carissimi lettori, ecco qui il commento alla prima puntata del nuovo ciclo di "Canzonenapoletana@rai.it", quello dedicato a Rocco Galdieri. Questo poeta è uno dei tanti scrittori che lavorarono tra Otto e Novecento.
Si inizia con un brano scritto nel 1905, intitolato "'O vommero", che ascoltiamo dalla voce del potente ma aggraziato tenore Dino Giacca. E' uno dei tanti inni che Napoli fa alla sua geografia, perché, cosiccome Lisbona con il suo bellissimo Fado, anche questa nostra è una città che ama cantarsi e raccontarsi, in maniera forse pittoresca e disimpegnata ma leggerissima e innegabilmente poetica.
Di due anni successiva è questa bellissima e sfiziosa "'O core 'e Caterina", che si ascolta dalla voce di Diego Giannini, altro tenore potente ma aggraziato. E' una canzone con cuui un innamorato, apparentemente premuroso con la propria amata, in verità decide di farle tutti vestiti con caratteristiche che le ricordino i danni che costei ha fatto alla sua anima.
Ed ecco "Villanova", un'altra canzone dedicata ad una località, questa volta della zona di Posillipo. E' cantata da Gennaro Pasquariello, di cui si è già parlato in occasione dell'ascolto di "Margarita de Parete" nella prima puntata del precedente ciclo del programma della Rai. La canzone è sfiziosissima, anche qui si parla, oltre che della località, d'amore, e si dice, come sempre, che questo sia particolarmente speciale per avere esperienze in questo campo.
Ed ecco qui Gennaro Pasquariello, ancora una volta, con un brano scritto nel 1908, intitolato "Tarantella 'e strata nova". E' una tipica tarantella alla "classica" napoletana, un po' cantata ed un po' recitata, e con alternanze di accordi minori e maggiori tra strofe e ritornelli.
Ed ecco una voce a me particolarmente cara,quella del tenore Salvatore Sebastiano, in arte Franco Ricci, che canta "Scanusciuta", brano risalente al 1909. Purtroppo, nonostante che il brano risalga a "soli cinquant'anni fa", (sono parole di Paquito del Bosco), si sente malissimo quindi non posso dirvi niente se non che è un valzer lento ed aperto, come sempre accordi maggiori e minori, con interessante uso cameristico dell'orchestra che, come sappiamo, all'epoca si usava ancora per incidere anche musica leggera, e ancora oggi, noto con piacere, si usa nella canzone "classica" napoletana.
Ha un secolo esatto la canzone che segue, la "Tarantella desperata", interpretata, in un frusciantissimo disco d'epoca, da Diego Giannini. E' una tarantella che, nonostante la solita apertura canora, data dal recitato, e quella armonica, data dall'alternanza di accordi maggiori e minori, è sempre forte e battente.
Del 1910 è l'ultimo brano di questa puntata, questo "Ammore traditore" interpretato da Alfredo Capaldo. Non riesco a codificare il ritmo, riesco purtroppo solo a dirvi che è molto fuori dal comune. Il testo, anche questo è un mistero, ma dai pezzi così antichi che volete?
Comunque è un gran piacere scoprire questo "Leopardi napoletano", definizione di Rocco Galdieri data da un contemporaneo, poeta timido, limpido e segreto.
Spero che vi piaccia quanto a me, non vi preoccupate che si continuerà a commentare!

domenica 22 novembre 2009

Commento alla puntata del 22 novembre 2009 di "Canzonenapoletana@rai.it".

Carissimi lettori, ecco a voi il commento all'ultima puntata del ciclo su Pasquale Cinquegrana di "Canzonenapoletana@rai.it".
Si inizia l'ultimo periodo della produzione di Cinquegrana, con questa tarantelluccia sfiziosa, musicata da Vincenzo di Chiara, fabbro e mandolinista autodidatta, intitolata "Rosa rusella".
La rosa in questione, ovviamente, è una donna, a cui, con queste parole sicuramente rispettose e galanti, l'uomo dichiara il proprio amore. Il cantante è Ferdinando Rubino, tenore "leggero" di notevole grazia. Non so da chi altri sia stato inciso, infatti è un pezzo che mancava alle mie conoscienze.
Arriviamo al 1911, anno a cui risale questa "'A voce 'e maggio", altrimenti conosciuta come "'A testa aruta".
La musica è di Rodolfo Falvo, noto per aver composto brani come "Guapparia". Anche questo brano, interpretato qui da un duetto, è una tarantella "intiepidita" da numerose pause e cambi di tempo. La musica è più solenne e meno leggera rispetto a quella della precedente canzone.
Il testo, purtroppo, non è codificabile da questa versione che, al contrario del brano di Ferdinando Rubino, si sente molto male.
Si continua poi con "Vicariello apecondruso", risalente al 1912. E' un brano in tempo binario, la cui musica è di Oscar Cattedra. Vi si trova una caratteristica comune anche a molta musica popolare contadina antica, l'alternanza tra accordi maggiori e minori. L'interpretazione è di Diego Giannini, e anche qui si sente male il testo.
Ma eccoci tornati verso Eduardo di Capua, autore della musica di questa "Duorme Marì", brano a tempo di Habanera, sempre risalente al 1912. E' un brano dove, da quello che mi pare di capire nonostante l'audio terribile, nel ritornello si chiede all'innamorata di non svegliarsi, ma nella seconda strofa si dice esattamente il contrario.
E' del 1913 "Rusinella 'e Margellina", sempre in tempo binario. Il cantante, un tenore, ha una voce abbastanza meno impostata rispetto alle abituali timbriche dei cantanti dell'epoca.
Del testo si capisce pochissimo, perché, come sempre, sono incisioni d'epoca, messe, tra l'altro, con dischi d'epoca.
Ed eccoci ad una "barcarola" composta nel 1914, che, secondo Pietro Gargano e la sua "Enciclopedia illustrata della canzone napoletana", è l'ultimo successo scritto da Cinquegrana. Si chiama "Voca e canta" ed è cantata da Giuseppe Godono, tenore di potenza veramente notevole. Il brano, in verità, si divide in due parti, ma non riesco a descrivervelo bene.
Adesso si sta ascoltando la cosa più inascoltabile mai sentita da me: "'E femmene belle", brano scritto nel 1917 da Cinquegrana e musicato da Eduardo Migliaccio, "Farfariello", pioniere della canzone italo-americana. La melodia si intuisce bellissima, e si capisce anche che si alternano accordi maggiori e minori, ma, vi giuro, non si può dire di più.
Spero che vi siano piaciuti questi commenti a Cinquegrana, non vi preoccupate che, cambiando autore, si continuerà ancora!

domenica 15 novembre 2009

Commento alla puntata del 15 novembre 2009 di "Canzonenapoletana@rai.it".

Carissimi lettori, ecco qui il commento alla terza puntata del ciclo su Pasquale Cinquegrana di "Canzonenapoletana@rai.it".
La puntata precedente si era conclusa con Nicola Maldacea, anche questa ci comincia. Il brano è una macchietta, già strutturata ormai nella forma che le conosciamo, ossia come ritratto di un "tipo", in questo caso "'O tranviere".
La musica di questa macchietta è di un certo Faini, che ha trovato una di quelle melodie da cinema muto, che stanno bene a questo genere di canzone.
Anche qui, come sempre, c'è comunque un certo riferimento alla politica, in particolare al socialismo.
Anche questa puntata, e forse non poteva essere altrimenti, continua con un brano del repertorio da "piazza", cioè appannaggio dei posteggiatori, del poeta napoletano. Il brano, "Fenesta 'ntussecosa", è interpretato, in incisione d'epoca, da un notevole gruppo chiamato I figli di Ciro.
E' una canzone caratterizzata da quel ritmo di habanera che si sposa benissimo con il napoletano dolce, di quando ancora non lo si mutilava per fargli imitare modelli stranieri. Di questo brano, secondo me, notevolissima è la versione di Mario Abbate.
Ora stiamo ascoltando una versione storica, anche se non risalente all'epoca di composizione del brano, di "Napule bello", brano con cui Cinquegrana e Di Gregorio riuscirono a battere in un concorso la più blasonata e famosa "'O sole mio". Il brano è molto sfizioso, ma la versione che stiamo ascoltando, forse caratterizzata da note troppo lunghe e da troppe pause, fa perdere molta allegria. Gli interpreti, Elvira Donnarumma e Roberto Ciaramella, sono tra i più importanti cantanti degli anni '20 e '30 napoletani. Da ascoltare, secondo me, sono le versioni di Franco Ricci, anni '50, Bruno Venturini, anni 2000, e Antonello Rondi, che non so in che epoca abbia inciso il brano.
Subito dopo ascoltiamo, dalla voce tenorile e potente di Diego Giannini, una canzone a me sconosciuta scritta dalla coppia Cinquegrana-Di Capua, intitolata "Luntananza amara". E' una marcetta che, credo, parli d'amore. E' incisa con una chitarra ed un mandolino, che dànno una grande atmosfera, ma non vi posso dire di più perché l'incisione è disastratissima.
Ed eccoci ad una macchietta risalente agli inizi del '900, intitolata "'A cura 'e mammà".
L'incisione, degli anni '50, probabilmente, è praticamente completamente recitata, e queste, come ho già detto, sono le migliori interpretazioni dei brani comici.
Notevole, sempre in duetto, come questa di Agostino Salvetti e Tecla Scarano, quella di Mario Pasqualillo e Pina Lamara. Tra le interpretazioni singole, anche se sono di minor impatto, notevoli sono quelle di Roberto Murolo in "Come rideva Napoli (1967) e Bruno Venturini ("Antologia della canzone napoletana", 2004).
Chi crede che il cinema americano si sia inventato qualcosa con il concetto di sequel, si potrebbe ricredere ascoltando questa macchietta intitolata "'O figlio d'o tenore", seguito di una macchietta di Ferdinando Russo, unico autore che competeva con Cinquegrana in questo genere, intitolata "'O tenore 'e grazia".
Il brano è una sfiziosissima presa in giro dei tenori di forza, ma è molto specifico, usa molto gergo lirico, quindi è difficilissimo da capire.
Ed eccoci all'ultima canzone della puntata, la macchietta "'A figlia rosa", musicata da Giuseppe Giannelli ed interpretata da un duetto. E' una sfiziosissima tarantella, come spesso sono le macchiette, ma si incrina spesso, tramite l'uso delle pause, che obbliga ad una "cultizzazione" del ritmo.
Spero che vi sia piaciuto il commento a questa puntata, e spero che qualcuno voglia riscoprire la macchietta napoletana.