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domenica 23 maggio 2010

Commento alla puntata del 23/05/10 di "canzonenapoletana@rai.it"

Carissimi lettori, finalmente, dopo una settimana di digiuno, come sempre non annunciata come nella più normale tradizione Rai, si riprende a commentare le meravigliose puntate di "canzonenapoletana@rai.it".
Il ciclo che inizia è dedicato ad un altro poeta ritenuto spesso minore, ossia Francesco Fiore.
Si comincia con un brano di quelli binari, dove gli accordi minori e maggiori si dividono equamente strofe e ritornello. E' una descrizione spassosissima di quelli che sarebbero i migliori luoghi di amoreggiamento, visti direttamente dal punto di vista di questo sentimento che, quasi miracolosamente, acquista così una certa umanità.
L'interprete che abbiamo il piacere di ascoltare è il posteggiatore PietroMazzone, in un disco del 1911, fortunatamente ben tenuto.
E sulle stesse atmosfere arriva questo brano, musicato nel 1917 da E. A. Mario, intitolato "Chiammala 'nfamità". Non siamo più davanti ad un brano spassoso, anzi siamo davanti ad un brano pieno della sofferenza di un uomo lasciato.
Il brano è quasi una canzone di giacca, interpretata da uno dei migliori tenori di quel periodo, Raffaele Balsamo.
Si continua con un brano del 1918, l'unico che si sente in una versione moderna, questa "Guappo no!", che si ascolta da Mario Trevi. E' forse uno dei brani più drammatici di Fiore, dove un uomo si immagina di essere "guappo", ossia un po' "bravo" nel senso manzoniano del termine, ma alla fine si convince che non lo può essere. L'interpretazione è molto convincente, anche perché Mario Trevi è uno degli ultimi buoni interpreti di "canzoni di giacca" che ha Napoli.
Stiamo ascoltando un brano di quelli binari, completamente in maggiore, intitolato "'O piccerillo". Lo stiamo ascoltando da Roberto Ciaramella, uno dei più grandi interpreti d'inizio secolo per quanto riguarda il repertorio macchiettistico.
Stiamo ascoltando un pezzo intitolato "Comm'è difficile", interpretato da Salvatore Papaccio e scritto da Nicola Valente e Francesco Fiore nel 1922. E' la storia di un uomo che dice alla propria moglie che fare le cose facili e la cosa più difficile di questo mondo (forse è vero!).
E' un valzer che Papaccio interpreta con moltissima leggerezza, anche se sulle note lunghe vuole sempre dimostrare la stupenda potenza della sua voce.
Stiamo ascoltando un altro brano del 1922, molto più conosciuto e tutt'ora ascoltato con piacere (che nostalgia della versione di Teresa Rocco a Napoli nova!). Si parla di "Vommero e Margellina", scritto, come molto suo repertorio, da Francesco Fiore insieme al grande Gaetano Lama, conosciuto mondialmente come l'autore di "Reginella" (versi di Bovio, 1917).
E' la storia di due innamorati che stanno rispettivamente uno al Vomero e uno a Mergellina, e dei loro piani per sposarsi. E' molto carina, ed era da una vita che non la ascoltavo!
Si è ascoltata poi una bellissima habanera intitolata "Nun è chella ca dico io", che abbiamo sentito cantare a Giuseppe Milano. E' un ritmo non particolarmente usato ad inizio secolo a Napoli, ma forse è uno dei ritmi più adatti per la musicalità molto equilibrata del dialetto. Il brano si gioca su un incontro con un'innamorata talmente cambiata che non la si riconosce, e su questo si fanno numerose varianti spassose.
La puntata si chiude con un brano che io non amavo, ma solo perché non ne avevo mai sentito una versione che mi avesse attratto. Il brano è la marcettina spassosa "beneditto 'o mese austo". E' un brano di inno all'estate, come stagione caratterizzata dal risveglio delle ragazze, che si fanno finalmente vedere.
Comunque sono molto felice di questo ciclo, perché Francesco Fiore è uno dei poeti più prolifici ma meno conosciuti da chi, come me, è solo un grandissimo appassionato della canzone napoletana, ma magari non ha la possibilità di farsi una collezione grandiosa del suo repertorio (come me la vorrei fare!).
Appuntamento, ovviamente, alla prossima puntata!

domenica 9 maggio 2010

Commento alla puntata del 09/05/10 di "canzonenapoletana@rai.it"

Carissimi lettori, eccoci alla terza e ultima puntata di "canzonenapoletana@rai.it" dedicata ad Alfonso Mangione.
Si inizia con una spassosissima ma incomprensibile canzone degli anni Trenta, dal titolo "L'uommene su misura". L'interprete è Gilda Mignonette, che, con la sua solita maestria canta una melodia di Mario Nicolò.
E' un brano binario, prevalentemente in maggiore, condito però da interessanti e semplici passaggi in minore, messi in una parte precisa della strofa e caratterizzati da un breve rallentamento del ritmo.
Ci troviamo ora davanti ad uno spassosissimo e romanticissimo duetto intitolato "Canzone 'e ll'acqua chiara", cantata da Ebe de Paolis e da un cantante che non si è riconosciuto.
A livello musicale è una marcetta, ancora una volta i tempi binari, caratterizzata da un tipico intervallo di quarta aumentata che dà a questi pezzi una raffinatezza unica.
Il testo è una riflessione, che potrebbe ricordare certe poesie del grande Di Giacomo, sull'amore.
Abbiamo il piacere di ascoltare una bellissima canzoncina divertente intitolata "'A pinnicillina", che utilizza questa parola in una serenata ad una donna. La voce di Roberto Murolo, nonostante il suo essere accompagnata da un'orchestra, è già quella dolce e perfetta che in molti amiamo.
la sua dizione, non c'è neanche bisogno di dirlo, è già perfetta. Spero che qualcuno, sarebbe ora davvero, pubblichi finalmente un'antologia del primissimo murolo.
Andando avanti, siamo ormai alla fine, arriviamo al 1949 anno di uscita di questa "Cummendatore e grazie". E' un altro di questi brani binari che erano l'ideale per la poesia saltellante di Mangione. Capisco poco il testo, purtroppo, ma è un pezzo di quelli festivalieri, non a caso fu lanciato ad una Piedigrotta.
Eccoci ad un brano dell'anno successivo, scritto come il precedente insieme a Evemero Nardella, intitolato "Fazzulettiello 'e seta".
E' un brano di quelli un po' crepuscolari, ma il crepuscolarismo arricchisce una bella e triste serenata, dedicata ad un fazzolettino di seta, che ascolta la tristezza di un'innamorata che deve lasciare l'uomo che veramente ama per un altro. Questo personaggio maschile, il lasciato, è colui che racconta questa storia, con una melodia in minore impreziosita da una scala con gradi aumentati.
Nel 1954 Alfonso Mangione fa in tempo a partecipare ad uno dei primissimi festival della canzone napoletana, con una bellissima ballata su musica di Mario Cosentino. E' una ballata raffinata, che mischia parti maggiori e minori in maniera già non prevedibile.
L'ultimo brano è "Cienti bbaci", una macchiettuccia spassosa che si ascolta dalla voce di quello che è stato il più grande interprete di musica da teatro, sia essa sceneggiata o macchietta. Naturalmente ci stiamo riferendo a Nino Taranto, che interpreta questa canzoncina, binaria come sempre, dove un innamorato, un po' esagerato, chiede cento baci dalla propria innamorata.
Meraviglioso ciclo, speriamo che il prossimo sia altrettanto buono.

lunedì 3 maggio 2010

Commento alla puntata del 02/05/10 di "canzonenapoletana@rai.it

Carissimi lettori, con un giorno di ritardo dato che il computer m'aveva detto "ci vediamo un giorno di questi", ecco la seconda puntata su Alfonso Mangione commentata da me. (ovviamente i parla di "canzonenapoletana@rai.it".
Si inizia con uno spassosissimo brano binario musicato da Staffelli, che si ha il piacere di ascoltare da Paolo Sardisco.
Si parla, credo, di un innamorato che si lamenta del fatto che la sua innamorata non lo corrisponda in questo giorno festoso, in questo sabato.
Nell'ultima strofa, compatibilmente con lo spirito di Mangione, la poesia si risolve in un incontro allegro e romantico tra i due, che giustifica questa bellissima musica binaria che mette tanta allegria.
Dello stesso anno, dopo "Sabato senza sole", si ascolta "'O veleno", valzerino lento con la musica di uno dei musicisti di punta di quel periodo, il grande Nicola Valente. L'interprete è Gilda Mignonette, la grande signora della canzone napoletana tra Napoli e New York.
Il testo, purtroppo, è incomprensibile, quindi qui finisce la trattazione del brano (il disco è veramente ridotto più che alla frutta!).
Ed eccoci a Gennaro Pasquariello, che canta un brano del 1929 il cui titolo non mi è arrivato alle orecchie. E' la storia di uno di quei personaggi alla "Rosso malpelo" di verghiana memoria, condito con ancora più dramma, e tinteggiato con pennellate più da sceneggiata che altro.
E' bella ma è veramente inascoltabile. Il brano si chiama "'O lupo".
Stiamo ascoltando Arturo Gigliati, probabilmente lo stesso che qualche anno dopo renderà ancora più notevole la già di per sé ricca poesia napoletana, che interpreta nel 1930 questa marcetta intitolata 'A pusteggia". Il testo non lo capisco, ed è difficilissimo anche parlarvi della melodia, ma posso dire che è uno di quei brani in minore, caratterizzati dalla raffinatezza e da certi "diminuendi" interessantissimi.
Del 1931 è questa "'A muntagna", che viene interpretata da Vittorio Parisi, grande tenore di quegli anni. Il brano, sia a livello di testo che a livello di musica, ricorda "Sciummo", pezzo abbastanza famoso del Festival di Napoli del 1952. E' in tonalità minore, caratterizzato da una scala popolare che rievoca benissimo questo quadretto di uno spaccalegna e la sua tristezza, raccontata in terza persona, anche se il protagonista è colui che parla.
Dello stesso anno è questa "'A riva 'e mare", uno di quei brani caratterizzati dall'alternanza tra parti in minore ed in maggiore. La musica è di Gaetano Spagnuolo, ottimo musicista di quegli anni. Non so dirvi bene del testo, perché, come sempre, stiamo ascoltando incisioni d'epoca.
Non so neanche dirvi che ritmo sia precisamente, d'altronde all'epoca i compositori erano caratterizzati da una maggior fantasia ritmica rispetto ad oggi.
La puntata si chiude con una bellissima canzone, intitolata "Canzone felice", musicata da Nicola Valente e cantata da Vittorio Parisi. Non riesco purtroppo a dirvi di più, naturalmente non per colpa mia, scusate sempre scusate!

domenica 25 aprile 2010

Commento alla puntata del 26/04/10 di Canzonenapoletana@rai.it"

Carissimi lettori, ecco che comincia un altro ciclo di "canzonenapoletana@rai.it". Ci si occuperà di Alfonso Mangione, poeta che ha scritto quel classico sfizioso ed amaro intitolato "'A cascia forte".
Si inizia con un brano che, purtroppo, si ascolta tronco poiché nell'archivio sonoro della canzone napoletana, non vi è una versione completa di questa simpaticissima "Primavera deliziosa", che abbiamo ascoltato da un giovanissimo Sergio Bruni.
E si comincia a soffrire, con un bellissimo brano intitolato "'O belvedere", che però viene ascoltato da un settantotto giri ridotto alla frutta. L'interprete è il grande Salvatore Papaccio. Il brano è caratterizzato da quell'allegrezza crepuscolare che è un po' la corda segreta di questa canzone storica napoletana. La musica, scritta abilmente da Umberto Colonnese, è un tipico brano in maggiore che, specialmente nel ritornello, si apre all'uso di accordi di settima e minori, la cui presenza porta con sé un rallentamento di ritmo, che permette al tenore di sfoderare la sua teatralità.
Ed eccoci a questo valzerino lento ed in minore, intitolato "'E bastimente". Nelle mani di Mangione, anche se la drammaticità è presente, anche l'emigrazione diventa leggera. Si può dire che, paradossalmente, la drammaticità è rappresentata da Staffelli, musicista di questi versi, con accordi maggiori. E' veramente un gioiello, una meraviglia, una vera rarità.
Ed andando avanti si trova un brano dedicato a quel rapporto tra barca ed amore, che è una delle tematiche più fertili della canzone napoletana. Il brano, ancora una volta, si divide in due parti, una in minore ed una in maggiore. Abbiamo il piacere di scoprire la voce di un perfetto ed aggraziato tenore chiamato Ciro Formisano, che riesce a dare a questo valzerino contemporaneamente complicato e semplice, una dolcezza veramente unica.
La voce del cantante, anche laddove sfodera le note lunghe e forti, non diventa mai tragica, permettendo di apprezzare e tradurre musicalmente in maniera unica l'atmosfera di questo testo.
Continuando con questo ritmo ternario e con questi brani divisi in una strofa in minore ed un ritornello in maggiore, si trova questa "Canzone 'e mezzanotte", bellissima serenata che abbiamo il piacere di ascoltare dalla voce di Giuseppe Milano. Se dovessi trovare un contraltare a Mangione tra i poeti "maggiori" della canzone napoletana, forse parlerei di Ernesto Murolo che, negli stessi anni, era caratterizzato dalla stessa sete di pittoresco e descrittivo. La particolarità di questo brano, forse, è che il ritorno in minore per ricominciare la strofa, non avviene di colpo dopo la fine del ritornello, ma avviene durante il ritornello stesso.
Andando avanti abbiamo la possibilità di ascoltare questa "Nun se trase", che ci viene cantata da Salvatore Papaccio. E' un brano assolutamente binario, nello stile più tipico del suo compositore, quell'Umberto Colonnese che avevamo già trovato in precedenza e ormai possiamo dire di iniziare a conoscere. Non mancano i rallentamenti, le pause e le raffinatezze, ma l'allegria qui ha tutto il diritto di entrarci nell'anima, anche se preferisco andare cauta poiché non capisco niente del testo, dato che il disco che stiamo ascoltando è ridotto alla frutta.
Ed ecco un altro ritratto di reti, pescatori ed amore, così tipici della canzone napoletana di quegli anni, che non perdeva tempo, nonostante le accuse a cui ha portato alcuni intellettuali chiusi e stereotipi, anzi ha raccontato con poeticità insuperabile le sue figure.
Il brano, intitolato "'A rezza", è stato musicato da Attilio Staffelli nel 1927, è un valzerino lento e romantico, che abbiamo sentito interpretare, con perfezione insuperabile, da Gennaro Pasquariello.
La puntata si chiude con un brano che purtroppo non si può ascoltare, ossia con una versione bellissima di "'A casciaforte", il brano che ha fatto restare Alfonso Mangione nella storia della canzone napoletana. Io vi consiglio di ascoltarvi la versione di Roberto Murolo nella sua "Napoletana. Antologia cronologica della canzone partenopea" che, forse come nessuna, riesce a far trasparire la profonda amarezza che l'autore mette in questa enumerazione di oggetti ormai antichi e caduti in disuso.
Spero di avervi fatto venire voglia di andare a buttarvi in mezzo a queste rarità, perché la canzone napoletana è una miniera dal potenziale infinito.

Commento alla puntata del 26/04/10 di "canzonenapoletana@rai.it"

domenica 18 aprile 2010

Commento alla puntata del 18/04/10 di "canzonenapoletana@rai.it

Carissimi lettori, eccoci al nostro ormai consolidato appuntamento domenicale con la canzone napoletana. Si parlerà dell'ultima puntata che Paquito del Bosco, direttore dell'Archivio storico della canzone napoletana e grande esperto della materia, dedica a Salvatore di Giacomo.
Il primo brano che si ascolta è binario e veloce e si intitola "Cara mammà". E' un brano dove un soldato di origini napoletane ricorda la sua città dove non è nato ma a cui è legato da sua madre. Musicalmente è pittoresco, anche il testo, nonostante quella tristezza tipica delle tematiche affrontate, non è per niente patetico. Il suono del dialetto napoletano fa semplicemente e immancabilmente volare.
Continuando si ascolta un'altra grande voce di quegli anni (la canzone precedente era cantata da Ria Rosa), ossia Ada Bruges che interpreta "Mierolo affortunato", versi di Di Giacomo musicati, con particolare fortuna, da E. A. Mario. Non c'è niente di teatrale nel canto di questo agilissimo soprano, ci sono solo belllissime fioriture che veramente fanno pensare ad un uccello che canta su un albero. L'unica cosa che si può dire, magari, è che la parola "s'annasconne" non è pronunciata con l'importanza che ha nel testo, ma è un'opinione personale. Se si vogliono sentire versioni moderne di questa canzone, non c'è che l'imbarazzo della scelta, secondo me le migliori sono quelle di Roberto Murolo nella "Napoletana. Antologia cronologica della canzone partenopea" e di Sergio Bruni.
Andando avanti si ascolta questa "Canzona 'mbriaca", con la musica di E. A. Mario. L'interpretazione che si ascolta è di Mario Pasqualillo. Il brano, che avevamo sentito la scorsa settimana con una melodia quasi sicuramente modale creata da Ildebrando Pizzetti, ora lo troviamo cme un semplicissimo valzer lento che si alterna tra parti minori ed altre in maggiore. La versione di Pasqualillo è veramente notevole, ma io vi consiglio di scoprire quella di Enzo Romagnoli, che secondo me è il miglior interprete che la canzone sceneggiata napoletana ha mai conosciuto.
Sempre sullo stesso ritmo troviamo questa "Dimane chi sa?", che ascoltiamo in un'incisione di Francesco Daddi, quasi sicuramente risalente all'inizio del Novecento, non a caso è quasi inascoltabile. Fortunatamente, questo valzerino lento e semplicemente filosofico, lo si può sentire in una bellissima versione di Roberto Murolo nel suo cofanetto "Roberto Murolo canta i grandi della canzone napoletana", di cui qui, a suo tempo, si è ampiamente parlato.
Dopo la morte di Di Giacomo, anche i suoi versi che non avevano avuto musica in vita del poeta, l'hanno avuta per mano di grandi musicisti. Ora, dalla voce di Alfredo Iandoli, stiamo ascoltando questa canzone di cui non ho capito il titolo. La melodia è abbastanza triste, anche se Di Giacomo nel testo ha indicato il ritmo di tarantella, per il quale aveva una predilezione del tutto personale.
L'interpretazione è veramente piacevole, ed è eseguita rispettando molti stilemi delle canzoni classiche del repertorio digiacomiano.
E torniamo ad E. A. Mario, che è stato il musicista che, forse, più di ogni altro ha tenuto a dare vita musicale ai versi di Di Giacomo nella sua ultima stagione e dopo la sua morte.
E' del 1946 questa sfiziosissima e perfetta "Mierolo appretatore", dove c'è un uomo rassegnato al fatto di essere stato lasciato dalla sua innamorata, che sfoga la sua allegria mista a tristezza con un merlo. L'interpretazione che ascoltiamo è di Ferdinando Rubino, notevole tenore degli anni Venti, Trenta e Quaranta.
la puntata si chiude con una canzone, musicata sempre da E. A. Mario e presentata sempre alla Piedigrotta del 1946, intitolata "Zingara 'nnammurata" interpretata da Eva nova.
E' caratterizzata da due parti abbastanza chiare, una più lenta, paragonabile a certo repertorio di Di Giacomo di ispirazione religiosa come "A San Francisco", ed un'altra più veloce e spassosa che però è molto breve, quindi non permette alla sensazione di entrarci nell'anima.
Il testo, purtroppo, lo capisco pochissimo, quindi non ne posso parlare.
Spero che vi sia piaciuto, purtroppo si continua ancora con autori storici, ma speriamo che i dischi saranno in condizioni migliori.

domenica 11 aprile 2010

Commento alla puntata del 11/04/10 di canzonenapoletana@rai.it".

Carissimi lettori, eccoci al commento alla sesta puntata che "canzonenapoletana@rai.it" dedica a Salvatore di Giacomo. Si inizia con una romanza, composta da Ildebrando Pizzetti, su un testo intitolato "Canzona 'mbriaca". E' abbastanza contemporanea, e, almeno secondo me, non è molto rispettosa delle armonie insite nella versificazione di Di Giacomo. Se si vuole parlare del testo, che stiamo ascoltando dalla voce di Francesco Albanese, è una tipica canzone di gelosia, paragonabile a ciò che molto più spesso faceva Libero Bovio in brani come "Brinneso". La melodia è completamente modale, ma non con la naturalezza con cui lo è certa musica popolare del Sud Italia, ma con quella radicalità innovatrice che ad inizio secolo, a partire da musicisti dell'est Europa, questo uso musicale ha assunto.
Sullo stesso stile arriva questa "Assunta", sempre musicata da Pizzetti. E' una bellissima poesia, perché, e va detto, Di Giacomo è stato un grandissimo poeta fino alla fine dei suoi giorni.
E' un po' pesante questo repertorio, d'altronde io non ho mai amato la musica classica del Novecento. Per me, lo confesso dato che mi è data l'occasione, la musica classica finisce con l'Ottocento e con il romanticismo, apro delle eccezioni per alcune opere di compositori come Ravel, Bartok o Foret (spero si scriva così!).
Finalmente si comincia a sentire veramente "canzone classica napoletana", con una bellissima e sconosciuta "Torna a marechiaro", che ascoltiamo dalla voce potente e discreta di Gino Ruggero. E' un brano con la musica di E. A. Mario, un musicista che è stato forse l'ultimo grande compagno della carriera musicale di Di Giacomo. Il brano è un tipico esempio di brano con alternanza di strofe minori e ritornelli in maggiore.
Si va avanti con un altro sconosciuto gioiello della produzione di Di Giacomo, dal titolo "Aurora int'o specchio". La sua musica, a tempo di valzer dolce ed allegro, è di Gaetano Spagnolo. Gli accordi minori, questa volta, si insinuano giusto per dare un tocco di raffinatezza ad una melodia che,altrimenti, è semplicemente festosa, come il sincero amore del protagonista. Il testo, infatti, è una delle tante serenate napoletane scritte da Di Giacomo. La stiamo ascoltando da un disco d'epoca ma non frusciatissimo, dalla voce di Vittorio Parisi.
Dello stesso anno è questa "L''ora 'e ll'appuntamento", versi musicati da Ferdinando Albano, musicista che negli stessi anni formava con Bovio una delle più prolifiche coppie della canzone napoletana, specialmente dedicata alle "canzoni di giacca" o sceneggiate. Il brano è difficile da descrivere perché, contrariamente a ciò che avevamo ascoltato fino ad ora, il disco di Vittorio Parisi da cui si ascolta il brano, è assolutamente rovinato.
La puntata, costellata di rarità, si chiude con un altro brano sconosciuto intitolato "Zingara nera". La musica è di E' A. Mario, e già vi si riconoscono le pennellate armoniche che già si trovano in brani, coevi o leggermente precedenti, come "I', 'na chitarra 'e 'a luna" o "Funtana all'ombra". La dolcezza della melodia si sposa con il timbro perfetto ed alto di Raffaele Balsamo, per creare una delle più perfette alchimie tra musica e testo che io conosca.
Spero che vi sia piaciuto questo commento, con la prossima si chiude il ciclo di Di Giacomo, e mi voglio augurare che si tratti poi un poeta almeno dagli anni Trenta in avanti (di dischi frusciati non ne posso più!).

domenica 4 aprile 2010

Commento alla puntata del 4/04/10 di "canzonenapoletana@rai.it"

Carissimi lettori, dopo una settimana di digiuno, torniamo a commentare le bellissime puntate che "canzonenapoletana@rai.it" dedica a Salvatore di Giacomo.
Si inizia con un brano risalente al 1910 intitolato "'A riggina d'o mare", che ascoltiamo dalle voci maschili di Mario Massa e Aldo Gabrin.
Musicalmente è una tarantella, come si facevano all'epoca in ambito semicolto, ossia con quella raffinatezza che non permette di farsi prendere dal ritmo.
E' una dichiarazione d'amore ad una ragazza, che nel ritornello viene fatta direttamente alla madre. E' una tarantelluccia spassosa, che, secondo me, andrebbe riscoperta. Credo infatti che non ne esistano versioni moderne. Spero che il Carlo Missaglia di turno si ricordi di questo pezzo, perché è allegrissimo.
Si continua e si torna al repertorio classico, conosciuto e tutt'ora cantato, con una bellissima "Canzone a Chiarastella" che, spesso, è attribuita ad Aniello Califano per itesti. Il testo è uno di quelli divertenti, ma è talmente romantico che la musica deve essere, com'è, malinconica. La versione che si ascolta è di Elvira Donnarumma, che canta con semplicità ma forse un po' troppo potentemente questi versi intimi e dolci. Io vi consiglierei di ascoltare la versione di Roberto Murolo, contenuta nella sua "Napoletana. Antologia cronologica della canzone partenopea".
Torniamo alle rarità con questa "Marcetta d'o capotammurro", la cui musica è di Enrico Cannio, che abbiamo il piacere di ascoltare dalla voce tenorile e stentorea di Mario Massa.
Nonostante il suo essere una marcia, niente c'è di militaresco, c'è piuttosto una voglia di divertirsi con le note, cosiccome nei versi di Di Giacomo, da quel poco che si capisce dal disco frusciato, c'è più voglia d'amore che di eroismo.
Rimaniamo in ambito da collezionisti, con questa "Vintiquatt'ore", la cui musica è di Ernesto de Curtis. L'interpretazione, molto bella e precisa per questa melodia, purtroppo non permette di capire il testo.
Musicalmente ci troviamo davanti ad un ritmo lento ed in tonalità minore, con una scala caratterizzata da un'interessante seconda aumentata, che dà un tocco arabo alla melodia, ideale come poche altre cose per la liricità sicuramente insuperabile dello stile di Di Giacomo.
Siamo davanti ad una bellissima voce baritonale, di un certo Benigni, che ci sta interpretando una rarissima canzone, scritta da Di Giacomo e musicata da Emanuele Nutile, intitolata "Barcarola".
E' una delle tante dove si parla del mito del mare, che a Napoli viene visto come un qualcosa di naturale, e non viene usato per nobilitare un genere dalla storia recente come può essere per il Fado di Lisbona. A Napoli, diciamo, il mare è l'equivalente della rondinella salentina, ossia è il messaggero d'amore, con la differenza che spesso, e anche qui, è l'unico che può rassicurare l'innamorato sulla stabilità del proprio amore.
Dello stesso anno è questa "Dint'o suonno", che si ascolta da un disco frusciatissimo (insopportabile!) e dalla voce di Vittorio Parisi, maestro diretto del grande Sergio Bruni.
Anche questo brano è un tipico brano in minore, musicato un'altra volta da Ernesto de Curtis, con il solito, ma sempre interessante e raro, intervallo di seconda aumentata.
Non capisco il testo, ovviamente me ne dolgo.
Il brano, come abbiamo visto in moltissime occasioni durante questi commenti, è caratterizzato da parti in modo minore che si alternano con parti in maggiore.
L'ultima canzone, "L'e' fatto pure tu", viene interpretata da Roberto Ciaramella ed il disco, per fortuna, è molto meno frusciato. E' una canzoncina dove il figlio ricorda alla madre che anche lei ha fatto le stesse cose per le quali lo rimprovera. E' un tipico brano binario, quasi paragonabile ad un fado. E' inciso con una tipica orchestra di fiati, quasi unico accompagnamento concepibile, oltre al duo di chitarra e mandolino, per la canzone classica napoletana storica.
Spero di cuore che le ultime due puntate, che comunque ci permetteranno di avvicinarci a dischi un po' più recenti, permettano di fare commenti più precisi.

domenica 21 marzo 2010

Commento alla puntata del 21/03/10 di "canzonenapoletana@rai.it"

Carissimi lettori, eccoci alla quarta puntata del ciclo su Salvatore di Giacomo di "canzonenapoletana@rai.it". E' un ciclo che mi dà una felicità del tutto particolare, perché ritengo di Giacomo un poeta con un respiro del tutto speciale, che va al di là della sempre riconosciuta grande qualità letteraria. Ritengo il suo napoletano pregno di una dolcezza particolare, di un certo pittoresco malinconico, che mi è particolarmente congeniale.
Si inizia con una carinissima "'E tre terature", una delle più sconosciute canzoni di Di Giacomo. E' una canzoncina d'amore piccantino, genere nel quale il nostro era un maestro insuperabile. La versione che ascoltiamo, come sempre, è d'epoca ed è molto rovinata. E' interessante perché i protagonisti sono due tra i più importanti interpreti del teatro napoletano, Eduardo Scarpetta e Bianca Cappello. La versione è forse un po' troppo teatrale, anche un po' sguaiata, ma si può ricorrere, per scoprire questo gioiellino digiacomiano, all'antologia della canzone napoletana compilata ed interpretata da Carlo Missaglia, grande cantante e suonatore di cui qui si è già pubblicato un profilo.
Un genere che si addiceva molto alla poesia di Di Giacomo, anche per la sua grandissima passione per quell'epoca storica, era la musica di ispirazione barocca, specialmente le "barcarole". Ne stiamo ascoltando una, intitolata "Pusilleco", scritta sempre nel 1898, ancora una volta insieme a Vincenzo Valente. Non capisco il testo, purtroppo, posso solo dirvi che la melodia è profondamente bella.
Stiamo ora ascoltando una "Serenata triste", che ci viene interpretata da Beniamino Gigli, forse il tenore che ha interpretato meglio la canzone napoletana pur non essendo napoletano. E' una serenata dove un uomo si rassegna all'instabilità dell'amore della propria amata, ma con una galanteria veramente invidiabile. La musica è una "barcarola", con delle pause che la rendono più raffinata e meno barocca, ma forse anche meno bella della precedente.
Siamo con un posteggiatore, quel Giorgio Schotler che avevamo già trovato in una delle prime puntate del ciclo, che ci sta proponendo uno dei brani meno conosciuti dell'autore napoletano, intitolato "Ma chi sa". Purtroppo anche stavolta mi è impossibile riferirvi particolari del testo, perché il disco da noi ascoltato è molto rovinato. A livello musicale ritorna l'impronta di Pasquale Mario Costa, in una delle sue ultime collaborazioni col Di Giacomo.
La puntata continua con "Palomma 'e notte", uno dei classici assoluti della produzione digiacomiana, la cui musica è di Francesco Buongiovanni, infatti potrebbe ricordare altri capolavori del musicista, sempre caratterizzati da questo tempo ternario raffinatissimo, come "'A cartulina 'e Napule", scritta circa una ventina d'anni dopo. La versione che stiamo ascoltando è quella di Gennaro Pasquariello, ottima ma non perfetta, soprattutto per alcune pause che, con una sensibilità moderna, si tenderebbe a trovare discutibili. Notevolissima, secondo me, è la versione di Raffaella de Simone contenuta in "Concerto napoletano", bellissimo cofanetto dell'Acheri music, dove alcuni cantanti della Napoli di oggi si appropriano, rispettosamente e meravigliosamente, dei capolavori di quella di ieri.
Stiamo ora ascoltando, dalla voce di un tenore, una delle più rare canzoni di Di Giacomo "Tu nun me vuo' cchiù bene". La versione è troppo veloce, senza interpretazione effettiva, senza posto per le sfumature. Il grido d'amore del protagonista è espresso con troppa fretta dalla voce di Eugenio Cibelli. Molto migliore, almeno per me, è la versione contenuta nella "Napoletana" di Roberto Murolo.
La puntata si chiude con una tarantelluccia spassosa intitolata 'O campanellaro", risalente al 1908 ed interpretata da Francesco Marcarella. Non è una tarantella raffinata, vi si trova piuttosto una voglia di divertirsi con la musica e le note.
Chiedo scusa per la vaghezza di molti commenti a questa puntata, ma vi si sono sentite troppe canzoni molto rare e riprese perciò da dischi antichi, quindi meglio non si poteva fare.

domenica 7 marzo 2010

Commento alla puntata del 07/03/10 di "Canzonenapoletana@rai.it.

Carissimi lettori, ecco qui il commento alla seconda puntata che "canzonenapoletana@rai.it" dedica a Salvatore Di Giacomo.
Si parte malissimo per quanto riguarda i dischi usati, ma fortunatamente conosco il brano che è trasmesso, per cui il problema è meno grave. Il brano con cui si parte è "'A retirata", brano di ispirazione romantico-militaresca, che si ascolta dalla voce di Francesco Daddi. Il cantante ha una buona voce di tenore, e quello che rende il brano più prezioso che mai, è la sua intimità quasi cameristica, data dal fatto che l'unico strumento che accompagna questo sentitissimo addio, sia solo un pianoforte.
Per scoprire "'A retirata", fortunatamente non c'è bisogno di ricorrere a registrazioni storiche, si può pensare semplicemente alla bellissima "Napoletana: antologia cronologica della canzone partenopea", incisa negli anni Cinquanta da Roberto Murolo e reperibilissima in cd.
Si è appena ascoltata la bellissima voce baritonale di Titta Ruffo, che ha interpretato "Munasterio", uno dei brani che a me sono più indifferenti tra quelli che conosco di Di Giacomo (forse è l'unica poesia musicata del napoletano che non amo!).
Subito dopo, e sto soffrendo perché la canzone la amo moltissimo ma la versione è quantomeno deludente, si ascolta "Pastorale", anche conosciuta come "'A nuvena". La versione che abbiamo ascoltato, cantata con un ritmo veloce esageratamente pronunciato, è cantata da Giuseppe de Luca, che dalla pronuncia non pare neanche napoletano.
Fortunatamente ci sono bellissime versioni moderne, soprattutto quelle di Sergio Bruni (in "Omaggio a Di Giacomo"), e di Egisto Sarnelli.
La puntata fortunatamente si riprende subito con una carinissima versione di 'E spingule frangese", brano che si ascolta eseguito da Giorgio Schotler, grande posteggiatore dell'epoca. Il brano è più veloce rispetto a come lo si sente abitualmente oggi, ma è molto bello, anzi forse proprio per questo è così bello e piacevole. Infatti, la velocità, che comunque non è mai esagerata e non annulla le importantissime pause così tipiche del genere "classico", gli dà una leggerezza veramente invidiabile. Se volete ascoltare unha versione moderna, potete benissimo sentire quella di Roberto Murolo sia in "napoletana" che in "Anema e core" (Carosello, 1995).
Ed eccoci ad uno spassosissimo duetto, a tempo di tarantella come spesso è questo repertorio, intitolato "Lariulà". La versione è molto bella, ma credo che sia difficilmente reperibile. Per trovare una versione moderna, non c'è che l'imbarazzo della scelta. Interessante è sia la versione a "duetto" di Gabriele Vanorio e Maria Paris, che quella solistica di Antonello Rondi.
La trasmissione continua con "Marzo", anche detta "Catarì", che si ascolta nella versione di Fernando De Lucia, grande tenore dell'epoca. Il testo è trattato in maniera leggermente diversa rispetto a come si tende a usarlo oggi. La versione è un po' deludente, soprattutto perché non c'è espressività e non si utilizzano o evidenziano suffecientemente gli arabeschi della melodia, che sono sicuramente resi meglio da un cantante d'impostazione popolare piuttosto che da un tenore.
La puntata si chiude con una delle mie canzoni preferite di Di Giacomo, la tarantelluccia spassosa "Carcioffolà", che si ascolta nella versione di Raffaele Balsamo, che gli dà una forte anima da "cafè-chantant". E' davvero spassosa, d'altronde non fare questo brano divertente è impossibile. E' veramente geniale la personalità di Di Giacomo, perché dall'alto della sua cultura erudita, è riuscito ad essere più popolare del popolo.
Se volete ascoltare una versione moderna di questo brano, anche qui avete l'imbarazzo della scelta, ma io vi consiglio quella di Maria Paris, magari non cantata perfettamente, ma di un pittoresco veramente insuperabile.
Sono felicissima che la Rai abbia avuto questa iniziativa di ricordare Di Giacomo, grandissimo poeta vernacolare, adesso scopritelo anche voi, così questo centocinquantenario si vivrà con meno silenzio.

domenica 28 febbraio 2010

Commento alla puntata del 28/02/10 di "canzonenapoletana@rai.it"

Carissimi lettori, finalmente il programma "canzonenapoletana@rai.it" dedica un ciclo a Salvatore di Giacomo, sommo poeta napoletano.
Come sempre, purtroppo, si ascolteranno solo incisioni d'epoca, quindi preparatevi ai miei commenti lacunosi.
Il ciclo comincia con una bellissima canzone, risalente al 1884, quindi a quando il nostro poeta aveva appena ventiquattro anni, che ascoltiamo da Tito Schipa. L'interpretazione del tenore leccese, va detto, riesce, e per me è raro, a trasmettere tutto il romanticismo di cui è intrisa "Napulitanata", che, effettivamente, invece di essere un ritratto della città, come potrebbe far pensare il titolo, è una bellissima serenata. Il ritmo, e forse questa è l'unica pecca, è un po' troppo veloce.
Si continua con un'incisione, almeno risalente agli anni Trenta, che ci permette di ascoltare un grandissimo cantante lirico, Mario San Marco, che interpreta "Oj marenà", canzone quasi a valzer dove si parla dell'amore di marinaio, non nel senso di amore infedele, ma di amore coltivato dalla gente di mare. Il tema, come sanno i conoscitori, è caro a moltissimi scrittori, ma forse a Di Giacomo specialmente. Il brano è uno di quelli caratterizzati dall'alternanza di momenti minori con altri maggiori.
Continuando si arriva a questa "Era de maggio", che si ascolta, con molto piacere, da Fernando de Lucia, tenore dalla voce potente ma dal canto discreto. Interessanti le fioriture ed i gorgheggi prima del ritornello.
Stiamo ascoltando un altro brano scritto da Di Giacomo nel 1885, dal titolo "Carulì cu st'uocchie nire nire". E' una serenatella giocosa, come spesso in futuro se ne continueranno a produrre. Il brano è interpretato da F. Perulli (non si sa il nome per intero del cantante!), artista dalla bella voce, che riesce a dare una giusta interpretazione a questa canzoncina binaria ed allegra.
Ora abbiamo il piacere di ascoltare la versione di Gennaro Pasquariello, noto cantante d'inizio Novecento di cui qui si parla spesso, di "Marechiaro", uno dei tanti classici di Di Giacomo. la particolarità maggiore di questa versione è la mancanza dell'acuto su "ca ll'aria è doce", e la ripetizione di questo verso nella parte di solito affidata solamente agli strumenti.
Dello stesso anno è questa famosissima "Oilì, oilà", che abbiamo ascoltato da un grande posteggiatore chiamato Vincenzo Marmolini. L'interpretazione, veramente spumeggiante, ha delle punte di virtuosismo in corrispondenza del pezzo strumentale che divide le strofe, veramente carina!
la puntata si chiude con un brano che io sto ascoltando con una lacrima all'angolo degli occhi. Stiamo infatti ascoltando una bellissima versione di "Luna nova", che ascoltiamo da un'altra troupe di posteggiatori. Interessante la tecnica "popolare" sulla chitarra, che può ricordare da vicino alcuni tocchi delle tarantelle garganiche. La voce del posteggiatore, precisa e caratterizzata da un bellissimo falsetto, riesce veramente a dare l'espressione giusta a questa serenata alla città di Napoli.
Credo che si nota la particolare felicità con cui ho scritto questo commento, Di Giacomo è uno dei miei autori preferiti. Ovviamente sono anche felice per il fatto che, in fondo, non si sono dovuti sentire dischi esageratamente frusciati.

domenica 21 febbraio 2010

Commento alla puntata del 21/02/10 di "Canzonenapoletana@rai.it".

Carissimi lettori, dopo aver tirato un sospiro di sollievo causato dalla mancata vittoria di Pupo e compagni al Festival di Sanremo, torniamo alle cose che ci sono più consuete, ossia ai commenti napoletani domenicali.
Finalmente si parte, dopo aver ascoltato due chicche del sanremo storico. Si continua a parlare, come ricorderete, di Alessandro Cassese.
Si inizia un po' male, perché questa marcetta carina intitolata "'o sargento cannoniere", viene ascoltata da un vecchio disco frusciante con la voce di Pietro Mazzone.
E' un brano, come già ne avevamo trovati, dove un personaggio, credo femminile, dichiara il proprio amore per questo militare avvolto nella bandiera.
La musica è di Gaetano Lama, l'autore che nel 1917 musicherà quella "Reginella" che tutt'ora noi cantiamo con piacere. La melodia, pur avendo delle caratteristiche di marcia molto militaresca, ha un gran bel fascino. Il testo, purtroppo, è difficilissimo da capire, quindi non ve ne posso dire di più.
Sempre dallo stesso disco d'epoca di Mazzone, stiamo ascoltando questa "Carulì", marcetta molto più raffinata, paradossalmente, anche se non l'ha musicata un musicista noto, bensì uno sconosciuto Agostino Magliani. E' una lettera d'amore di un militare, che dice alla propria amata, una delle tante Caroline che popolano la canzone napoletana, che "è bbella e cara 'a Patria ma troppo aggi'à suffrì", ossia è bella e cara la patria ma mi fa troppo soffrire.
Siamo nel 1912 e Cassese scrive questa "Parto per Tripoli". Il cantante è Diego Giannini, che con la sua voce baritonale dà una grande imperiosità a questo saluto che il militare fa alla propria amata che piange. Il militare, va da sé, è allegro e convinto di tornare vincitore. Non è particolarmente bello questo brano, anche se ha delle "fioriture" interessanti soprattutto durante il ritornello.
Purtroppo verso la fine del brano il testo si fa incomprensibile.
Una delle poche composizioni di Cassese di ispirazione non militaresca, è questa carinissima "Sturnellata napulitana" che si ascolta dalla voce di Gennaro Pasquariello. Sono una serie di stornelli, tramite i quali l'uomo si lamenta dell'instabilità dell'amore della propria amata. L'interpretazione di Pasquariello, forse, è un po' teatrale, ma comunque è bella e dovrebbe portare a rivalutare questo tipo di repertorio.
Siamo nel 1914, ed arriva un altro esempio di brano dove un militare saluta la propria amata prima di partire per la guerra, che ormai era imminente. Il brano, intitolato "Turnarrà" ed interpretato da Luigi Marcarella, è semplicemente accompagnato da una chitarra ed un mandolino. E' molto bello e raffinato, d'altronde conta con le note del già oggi incontrato Gaetano Lama. La voce di Marcarella è potente ma discreta, molto bella.
Nel 1916, già con Cassese al fronte, Giuseppe Capolongo musica questi versi che ci vengono interpretati da Nina de Charny e sono intitolati "'O marenaro". E' un raffinatissimo brano in minore, con interessanti richiami arabi, collegabile ad una certa rielaborazione della stornellata da parte di musicisti non propriamente popolari.
Il testo, ovviamente, è incomprensibile, quindi non ve ne posso parlare.
La trasmissione ed il ciclo si chiudono con una "Lettera 'e surdato", brano interpretato da una sciantosa dell'epoc achiamata Teresa de Matienzo. Non si sa esattamente di quale anno sia, ma si può facilmente intuire che è di qualche periodo guerresco. E' una marcetta, musicata da Vincenzo Melina, che non disdegna raffinatezze incluse alternanze di accordi maggiori e minori. Il testo è abbastanza incomprensibile, quindi non ve ne posso parlare.
Mi auguro che il prossimo ciclo sia su qualche autore più recente, così se ne parla un po' meglio.

domenica 14 febbraio 2010

Commento alla puntata del 14/02/10 di Canzonenapoletana@rai.i".

Carissimi lettori, inizia un ciclo di "canzonenapoletana@rai.it" dedicato ad Alessandro Cassese, un poeta "minore" della canzone napoletana, a cui comunque va riconosciuto il merito di aver creato un capolavoro che tutt'ora si canta intitolato "Nuttata 'e sentimento".
Si inizia con un valzerino lento, scritto nel 1905 ed interpretato da Francesco Daddi, intitolato "Viene a vucà". E' un brano ancora influenzato dal grande romanticismo digiacomiano, dove non si intuisce assolutamente l'"ossessione eroica" così tipica di Alessandro Cassese.
Il primo brano di ispirazione militaresca che ascoltiamo è questo "So' turnato" scritto nel 1907 e musicato da Rodolfo Falvo. E' una marcetta con strofa in minore e ritornello in maggiore, che un militare dedica alla propria amata. Il brano è stato ascoltato nella versione di Diego Giannini.
Si continua con "Primma 'e turnà" scritta nel 1908 ed interpretata da Elvira Donnarumma, che canta una melodia scritta dallo stesso Rodolfo Falvo di prima. E' una marcetta, caratterizzata sempre dalla strofa in minore che si alterna con il ritornello in maggiore. Purtroppo, avendo la Donnarumma una voce sopranile, è difficile capire il testo. E' comunque un bel brano che andrebbe ripreso per dargli nuova vita.
Ed eccoci all'unica canzone di Cassese che tutt'ora si canta comunemente, quella bellissima barcarola intitolata "Nuttata 'e sentimento" che ascoltiamo nella versione di Aldo Gabrin. E' un brano dove si immagina che un marinaio richiami la propria innamorata per venire con lui sulla barca. E' una serenata tra le più belle, che tutti i cantanti principali, incluso Roberto Murolo nella sua "Antologia cronologica della canzone partenopea", hanno interpretato. L'interpretazione d'epoca da noi ascoltata è notevole perché, nonostante gli esagerati tremoli della voce, si conserva il sentimentalismo che le è proprio.
Stiamo ascoltando un altro brano di ispirazione miitaresca, dove un innamorato che parte per il militare dice alla propria amata che non la dimenticherà. E' una marcetta lenta e romantica che ascoltiamo nella versione di Giuseppe Godono. Se vogliamo questo brano può essere paragonato ad un brano quasi coevo di Aniello Califano intitolato "Carmela mia", perché anche in quel caso si giura che al ritorno dai propri doveri militari si penserà solo alla cara Carmela.
E torniamo allo stile compositivo di Giuseppe Capolongo, che aveva musicato "Nuttata 'e sentimento", caratterizzato da queste influenze barocche, ascoltando questa "Carmè tu nasciste pe' mme" interpretata da Nina de Charny, una delle principali sciantose d'inizio secolo. Questa interpretazione mi suona un po' esagerata, oltre che non rispettosa di determinate caratteristiche che trovo tecnicamente indissolubili da questo tipo di melodie. Comunque il testo è tra i più romantici scritti da Alessandro Cassese.
Ed ecco l'ultima canzone, "E tu Margaretè", musicata da Rodolfo Falvo. E' una marcetta che, come quasi tutte le canzoni oggi ascoltate, è caratterizzata dall'alternanza della strofa in minore ed il ritornello in maggiore. Purtroppo è difficile capire il testo, ma dovrebbe essere una canzone di tematica amorosa.
Carissimi lettori, vi giuro che Paquito del Bosco ha promesso che ormai stiamo alla fine di questi cicli sulla canzone napoletana delle origini, quella più difficile da capire, quindi forse in futuro andrà meglio!

lunedì 8 febbraio 2010

Commento alla puntata del 08/02/10 di "Canzonenapoletana@rai.it

Carissimi lettori, in ritardoeccoci al commento alla terza puntata che "Canzonenapoletana@rai.it" dedica a Raffaele Ferraro-Correra.
Si inizia con un duetto intitolato "Donna Rafè overamente". Il brano, un pezzo tra il melodico ed il macchiettistico, è interpretato da Roberto Ciaramella ed Elvira Donnarumma.
E' un brano di cui, purtropop, capisco pochissimo il testo. Bellissima è la recitazione, tra il popolare ed il roboante, dei due interpreti.
Eccoci ad una tarantelluccia, intitolata "Maria bella" e musicata da Emanuele Nutile, cantata da Gennaro Pasquariello. E' un brano meravigliosamente malinconico-allegro, una di quelle tarantelle "dolci" e classiche, così tipiche della Napoli d'autore. Il brano è una serenata, quindi il ritmo della tarantella si stempera spesso con pause e rallentamenti, affinché il romanticismo del testo sia comprensibile.
Ed eccoci ad una bellissima canzone, allegra e dolce, intitolata "Riturnello". E' un inno alla primvera, scritto nel 1915. L'interprete è il tenore Giuseppe Godono, il testo lo capisco difficilmente, ma credo che si parli del fatto che l'amore sia una musica che porta allegria all'anima come un ritornello popolare. Nella terza entrata del ritornello, il tenore usa una grandissima potenza di voce, che porta questa piccola parte ad acquistare una liricità.
Ed eccoci ad una marcetta, scritta nelo stesso anno del brano precedente, dal titolo "Catena. L'interprete è un tenore aggraziato chiamato Oreste Ascoi. La canzone, effettivamente, prende le sembianze di una marcia solo in alcune parti molto specifiche, anche se il testo è completamente allegro, dedicato al potere che ha l'amore di incatdnare due cuori.
Mi sento di poter dire che tra le tre puntate, questa forse è la più interessante e bella, per le perle sconosciute che ci sta portando.
Ed eccoci ad una canzone del 1916 intitolata "Canta Marì", musicata da Enrico Cannio. E' un valzerino, nel quale si paragona l'amore ad una canzone, arrivando a dire che "chi nun sente ammore nun averria a cantà". L'interprete, notevole tenore ed interprete anche di "canzone di giacca" è Gabrè. Anche qui ci troviamo davanti a quei tipici brani pieni di pause e raffinatezze musicali.
Ed eccoci ad uno di quei brani binari, caratterizzati dalla costante presenza dell'intervallo di quarta aumetata. Non si pensi che il tempo di polka che caratterizza il brano, esima il cantore dal fare pause raffinate, che permettono a chi è veramente bravo, come Elvira Donnarumma che in questo caso la sta cantnado, di brillare ancora di più. Nel ritornello, è curiosa la seconda voce femminile, che rafforza le note della principale.
Siamo, ancora con un brano del 1917 intitolato "Destino" " e cantato da Giuseppe Godono, di fronte ad un hbrano molto classico, una bella romanza quasi lirica, caraterizzata dall'alternanza di accordi maggiori e minori, tra strofa e ritornello.
E si chiude rimanendo nell'atmosfera creata da questi valzerini lenti, con un brano interpretato da Raffaele Balsamo intitolato "Tutt'e Marie". La strofa è in tono minore e il ritornello è in modo misto. Potrebbe ricordare un brano quasi coevo intitolato "Connola senza mamma", ma questo è più allegro e leggero.
Come sempre chiedo scusa per la vaghezza di alcuni commenti, ma meglio non si può fare. Naturalmente vi do già l'appuntamento per il prossimo ciclo che, spero, sia dedicato a qualche autore un po' più recente o conosciuto.

domenica 31 gennaio 2010

Commento alla puntata del 30/01/10 di "canzonenapoletana@rai.it.

Carissimi lettori, come sempre la domenica vi regalo il commento alla corrispondente puntata di "canzonenapoletana@rai.it".
Come ricorderete il poeta di cui Paquito del bosco ci sta parlando è Raffaele Ferraro-Correra.
Si inizia con un brano spassosissimo, risalente al 1906, intitolato "Comm'o zuccaro". E' un valzerino lento, che Paquito del bosco ci sta facendo ascoltare dalla voce di una famosa sciantosa dell'epoca di cui non sono riuscita a memorizzare il nome. Il brano è una descrizione dell'amore tra le più spassose e chiare che si possano pensare. Si parla della dolcezza di questo sentimento, nonché della sua importanza fondamentale nella vita di ognuno di noi. La versione che si ascolta qui, lo avrete anche intuito, è in condizioni abbastanza brutte, ma per ascoltare questo brano si può ricorrere agevolmente a interpretazioni come quella di Sergio Bruni, con orchestra, o di Egisto Sarnelli, con bellissimo accompagnamento di chitarra.
Ed eccoci ad un brano interpretato da Francesco Daddi, bellissima voce tenorile che, purtroppo, però non si può godere in tutta la sua pienezza data la cattiva qualità di queste incisioni. Il brano, che ormai a centodue anni, ha un ritmo molto simile al precedente, ed è caratterizzato, altrettanto come il precedente, dalla schiettezza del tono maggiore.
Siamo con un brano del 1913, intitolato "Bandiera bella", a tempo di marcia ed interpretato da Mario Massa. Il cantante ha una bellissima voce tenorile, anche se non molto potente. Il testo, purtroppo, è incomprensibile per le solite ragioni, ossia per la scarsa qualità del sonoro.
Dello stesso anno è questa "Canta speranza" che stiamo ascoltando dalla voce di Giuseppe Godono. E' un brano tra i più poetici, malinconici e belli scritti da Ferraro-Correra. E' uno dei tantissimi brani caratterizzati dall'alternanza di strofe in minore e ritornelli in maggiore.
Si continua con una serenata intitolata "Comme si bbona" interpretata da Mario Massa. Dovrebbe essere una tarantella, caratterizzata però da quei rallentamenti, fra l'altro in una parte molto lunga di ogni strofa, che non ci permettono di farci prendere dal ritmo.
Eccoci ad una bella voce femminile, quella di Iole Baroni. Il brano che viene da lei cantato si intitola "Saie Marì", ed è risalente al 1913. E' un brano in tre quarti ed in tonalità maggiore, molto romantico, con quel velo leggero di malinconia a cui spesso la canzone napoletana si arrende.
La puntata si chiude con un brano interpretato da Giuseppe Godono intitolato "'A calamita mia". E' un brano in tre tempi, di ritmo lento. E' un brano di base allegro, ma l'allegria viene intiepidita da certi passaggi in minore che caratterizzano il ritornello. Il testo è una bellissima serenata. L'interpretazione è dolcissima e direi perfetta.
Chiedo ancora una volta scusa per la poca precisione che metto in questi commenti, ma vi giuro che non si può fare di meglio con matrici di questa qualità. Mi auguro, con questi commenti, di far capire che la canzone napoletana ha un mondo di brani che stanno morendo per scelte arbitrarie ed ingiuste, a cui i cantanti si dovrebbero ribellare ricantandoli.

domenica 24 gennaio 2010

Commento alla puntata del 24/01/10 di "Canzonenapoletana@rai.it".

Carissimi lettori, si inizia un nuovo ciclo di trasmissioni all'interno di "Canzonenapoletana@rai.it". Il poeta di cui si occuperà Pachito del Bosco è Raffaele Ferraro-Correra. Purtroppo non sono riuscita a capire il titolo del primo brano che viene trasmesso, una tarantelluccia molto carina scritta dal nostro poeta nel 1893. Gli interpreti, davvero bravi, sono I figli di Ciro, nota troupe di posteggiatori dell'epoca. Il brano, di cui naturalmente si capiscono poco le parole per l'antichità del disco, sembra una tarantella di quelle spassose, caratterizzata dalle solite alternanze tra minore e maggiore.
Ed eccoci qua ad un duetto che potrebbe ricordare il canto popolare salentino "'U cuccurucù", intitolato "Io vurria". Il brano è risalente al 1896 ed è interpretato da Berardo Cantalamessa e Ersilia Faraone. Il ritmo potrebbe essere una tarantella, accompagnata molto semplicemente. Il testo purtroppo è difficile da capire, ma mi sta facendo piacere sentire questo repertorio storico.
Lasciamo la tarantella per occuparci dei ritmi binari, con un brano d'inizio Novecento intitolato "'A calamita". Il brano è interpretato dai Figli di Ciro. Anche qui ritroviamo le caratteristiche che avevamo riscontrato in brani coevi di altri autori, specialmente il rallentamento in corrispondenza di parti in tonalità minore.
Siamo con Gennaro Pasquariello, che ci sta interpretando un brano del 1904 intitolato "'A gelusia", con musica di Nutile. Non riesco a parlarvi bene della struttura musicale del pezzo, ma si può dire, senza sbagliare troppo, che sia uno di quei valzerini romantici, cantati con impeto lirico.
Dello stesso anno è questa "'O core d' 'e femmene", testo musicato da Giuseppe De Gregorio. L'interprete è Francesco Daddi, tenore che già avevamo incontrato. Il brano, di cui riesco quasi a capire il testo, è sulla variabilità del cuore femminile, che non riesce ad amare con la stabilità voluta dall'uomo.
Eccoci a quella che è la canzone più famosa di Ferraro-Correra. Il brano si intitola "Tarantella d' 'e vase". L'interpretazione che ascoltiamo, rigorosamente d'epoca ed affidata a Roberto Ciaramella ed Elvira Donnarumma, è molto teatrale e divertente, sicuramente diversa da quelle più recenti, caratterizzate, almeno per quello che conosco io, da una dizione più semplice e meno barocca. Da ascoltare, secondo me, è la versione di Sergio Bruni.
Dello stesso anno è questa "Core core", che viene cantata da Diego Giannini. La prima cosa che si nota è l'annuncio del titolo della canzone, l'interprete e la casa discografica produttrice del disco. Il brano in sé è nei dintorni della tarantella (credo). Comunque, mi pare di poterdire che sia abbastanza spassosa. I dubbi si debbono al fatto che capisco poco i testi e, oltretutto, in quegli anni si tendeva, almeno secondo me, a standardizzare molto l'interpretazione, fino a non far capire se i brani sono allegri o tristi.
La puntata si chiude con "Comm'a luna", interpretata da Gennaro Pasquariello. E' un bel brano, ma, purtroppo, non capisco niente delle parole. E' sempre uno di quei brani binari, così tipici di quel periodo, in una schietta tonalità maggiore.
Chiedo scusa per l'aleatorietà delle osservazioni di cui saranno fatti questi commenti, ma quando si tratta di materiali storici, si sa, la qualità è quella che è.

domenica 17 gennaio 2010

Commento alla puntata del 17/01/10 di "Canzonenapoletana@rai.it"

Carissimi lettori, ecco il commento all'ultima puntata del ciclo dedicato da "Canzonenapoletana@rai.it" a Michele Galdieri.
Si inizia con un brano intitolato "Nustalgia", interpretato da Miranda Martino e caratterizzato dagli stilemi che connotano la musica melodica italiana all'inizio degli anni Sessanta. Il brano, infatti, è un terzinato, con le solite alternanze di strofe in minore e ritornelli in maggiore. E' uno dei tanti pezzi dove un innamorato supplica la propria amante di non lasciarlo, facendo così svanire la felicità del loro amore.
Torniamo, grazie ad un brano presentato al Festival di Napoli 1958, alle tipiche atmosfere centroamericane che abbiamo visto essere un tappeto musicale molto compatibile con lo stile di Galdieri.
Il testo, che viene messo su una melodia che non era mai stata cantata scritta da Barberis, che era stato già compagno di Galdieri per "Munasterio 'e Santa Chiara", è una dichiarazione d'amore, durante la quale, però, il protagonista insinua il sospetto che la sua innamorata stia semplicemente giocando con lui.
Ed eccoci ad un swing, facente parte di quel corpus di brani di ispirazione napoletana scritti da Galdieri in lingua italiana, intitolato "Quando si dice Napoli". E' un brano che ribadisce, con poesia tenera, gli stereotipi che connotano la città fuori Italia.
L'anno dopo Galdieri si presenta con un cha-cha-cha, condito però da melodie nascoste di mandolini, intitolato "'Sta miss 'nciucio". E' il ritratto di una pettegola, forse come nessuno mai lo ha fatto. La versione che ascoltiamo è di Maria Paris, interprete geniale per ogni brano che sia basato su giochi di parole o allitterazioni di suoni, che riescono quasi a volare aiutati da un timbro gentile.
Ed eccoci ad un bolero alla cubana, interpretato da Flora Gallo, voce più scura e romantica rispetto a quella della Paris. E' uno dei brani in cui un innamorato prega la propria donna di non lasciarlo mai.
Siamo nel 1960 e Michele Galdieri è chiamato a dirigere il Festival di Napoli. Fuori concorso, Giacomo Rondinella presenta questo testo, musicato da Pasquale Frustaci, intitolato "Ce steva 'na vota". E' uno dei brani, abbastanza numerosi in verità, d'omaggio alla storia della canzone napoletana. E' un brano all'antica, con una semplice ritmica a tarantella, che contiene anche un bellissimo intervallo di quarta aumentata.
Si conclude il ciclo su Michele Galdieri, con una tarantelluccia in lingua italiana intitolata "Venite a Napoli". E' interpretata, con bravura assoluta, da Franco Ricci. Anche questa, ancor più della precedente, ha una semplicità magica. Nel brano si parla dell'incanto che ha la città e, io direi, che non si può dare torto all'autore.
Spero che vi sia piaciuto questo ciclo, aspettiamoci il prossimo!

domenica 10 gennaio 2010

Commento alla puntata del 10/01/10 di "Canzonenapoletana@rai.it

Carissimi lettori, eccoci all'appuntamento, ormai per me abituale, con la canzone napoletana e con la terza puntata del ciclo di "Canzonenapoletana@rai.it" dedicato a Michele Galdieri.
Si riprende dal punto in cui ci si era fermati domenica scorsa, cioè dall'lp che Ebe de Paolis, grande soprano dell'epoca, ha dedicato al poeta. Il brano, intitolato "Se parla male 'e Napule", è un affondo pacato ed ironico ma comunque forte, contro questa tendenza, che quindi c'era già allora, a dire che i problemi come gli scippi sono più comuni a Napoli, o più in generale al Sud del paese, mentre spesso sono nazionali se non globali. Musicalmente parlando è un valzerino lento, di quelli che forse costituiscono il tessuto musicale ideale per iversi sornioni e raffinati di Galdieri.
Ed eccoci a Teddy Reno, grande cantante triestino che però, con massima fedeltà, riusciva a cantare benissimo in lingua napoletana. Il brano che interpreta è uno di quelli caratterizzati dalle atmosfere latine che, al contrario di ciò che succede oggi, all'epoca venivano usate coscientemente ed in maniera filologicamente corretta, perché erano particolarmente congeniali alle voci tenorili o baritonali dell'epoca. Il brano, intitolato "Ammore mio perdoname" è una canzone dove un innamorato ritorna pentito dalla propria amata.
Ed ecco un vero e proprio pezzo di storia, un'esecuzione inedita da parte di Franco Ricci, grandissimo tenore di cui qui si è già spesso parlato, di "Ddoje lacreme", presentata al secondo festival della canzone napoletana.
Il brano, che parla di un allontanamento di due innamorati forse per emigrazione, in questa versione acquista una teatralità che fa veramente restare l'ascoltatore con un nodo in gola, facendo capire anche a chi non sa il napoletano che la storia finisce male perché chi doveva tornare non torna.
E' del 1955 questa bellissima "'E stelle 'e Napule" che permise di vincere a Michele Galdieri, anche grazie alle notevoli interpretazioni di Carla boni e Gino Latilla e Maria Paris, la terza edizione del Festival di Napoli. Il brano ha una fortissima struttura "aflamencada", ed è uno dei tanti di lode appassionata alla città. Da ricordare, oltre a questa versione originale di Maria Paris, sono quelle di Roberto Murolo, chitarra e voce e contenuta nella sua "Napoletana. Antologia cronologica della canzone partenopea", e quella di Claudio Villa, di grandiosa perfezione e dolcezza tenorile.
Ed eccoci di nuovo alle atmosfere latine, che questa volta servono da tappeto per le lamentele di un uomo che non si sente amato da una donna che si interessa solo delle vetrine luccicanti dei negozi. Il brano, intitolato "Nun si nata pe' ffà ammore", è interpretato da Achille Togliani, uno dei tanti cantanti non napoletani che hanno trovato spazio nell'infinito repertorio partenopeo.
Sempre avvolta da queste meravigliose atmosfere latine, interpretata divinamente da Nunzio Gallo, uno dei tanti tenori che negli anni Cinquanta rinunciò ad una promettente carriera lirica per dedicarsi alla canzone napoletana, arriva questa "Sul'isso t'o po' ddì". E' un brano dove un uomo, che non si sente ricambiato del proprio amore, si lamenta della situazione. Soprattutto per la parte iniziale del testo, dove si enumera ciò a cui si è rinunciato in nome dell'amore, il brano ricorda "Desiderio", un brano scritto pochi anni prima da Arturo Trusiano.
Ed eccoci alla conclusione del nostro viaggio, che finisce sulle note di "Comme all'ellera", brano interpretato da quella che fu la regina incontrastata della musica melodica italiana durante tutti gli anni Cinquanta, la bolognese Nilla Pizzi. Il brano, l'accostamento è inevitabile, ricorda la ben più conosciuta "L'edera" con cui la cantante si piazzerà al secondo posto, dietro il rivoluzionario "Volare", grido di libertà di Modugno, nel Sanremo 1958.
Il brano, dal punto di vista musicale, è caratterizzato da una forte ricchezza melodica, innestata su una segreta radice swing.
Spero che ormai abbiate preso l'abitudine di leggere questi resoconti napoletani, ma soprattutto mi auguro che qualche volta andiate ad arricchirvi a queste purissime sorgenti di musica.

domenica 27 dicembre 2009

Commento alla puntata del 27/12/09 di "Canzonenapoletana@rai.it".

Carissimi lettori, finalmente, come avevo auspicato, si tratta un autore più moderno all'interno di "canzonenapoletana@rai.it".
Si parla, giustamente, di Michele Galdieri, autore di canzoni famosissime come "Munasterio 'e Santa Chiara".
Michele Galdieri, oltre che un grande autore di canzoni, fu anche ottimo nello scrivere numerosissime riviste musicali. La sua produzione conta, oltre alla già ricordata produzione napoletana, una copiosa e famosa produzione italiana che comprende classici come "Ma l'amore no", "Mattinata fiorentina" o "Quel motivetto".
Ecco qua il primo brano di Galdieri che si ascolta, una rumba dedicata ad una "Sorrentina", interpretata dalla voce di un grande cantante di jazz, quindi anche di musica sudamericana, il torinese Ernesto Bonino. Noi oggi non lo possiamo concepire, ma alcune canzoni in lingua italiana, scritte magari su stilemi tipicamente napoletani, debbono essere accorpate alla produzione napoletana. Tra queste, ad esempio, oltre a quelle di Galdieri, mi piace citare il bellissimo "Acquerello napoletano", interpretato tra gli altri da Claudio Villa e Tullio Pane.
Un altro esempio di questo repertorio, è questa tarantella, interpretata dal potente tenore toscano Carlo Buti, intitolata "Canta ancora napoletana", inno alla vitalità delle popolane napoletane, le quali, secondo Galdieri, dovrebbero riprendere subito a cantare perché la natura era rimasta incontaminata anche dopo la guerra.
Questo brano, lo si sarà già capito, contraria la filosofia di "Munasterio 'e Santa Chiara".
Questa "Munasterio 'e Santa Chiara", viene eseguita, in maniera molto raffinata ma forse un po' pesante, da Vittorio De Sica, che ha sempre riconosciuto nella scuola napoletana di teatro popolare, la sua vera radice.
Io, invece, se non si vogliono riempire le proprie orecchie di orchestre altisonanti, vi consiglio di ricorrere alla versione di Roberto Murolo nella sua "Napoletana: antologia cronologica della canzone partenopea", edita originariamente dalla Durium.
Ora stiamo ascoltando un brano dalla struttura teatral-tragica, intitolato "'E perle d' 'a Madonna". E' la storia di un padre che viene a conoscienza del fatto che suo figlio è colpevole del furto delle perle della Madonna della Pietà, quindi lo condanna ma chkiede al magistrato di condannarlo avendo pietà data la recente guerra che ha tolto ai figli napoletani il cuore dal petto.
Ed eccoci ad un valzerino, molto più simile ad un brano degli anni '20, di quelli che scriveva il padre del poeta di cui ci stiamo occupando. Il brano si intitola "Dummeneca a Pusilleco". Si racconta, con allegria, ma con lentezza e romanticismo, delle coppie di innamorati che si recavano a Posillipo. Ovviamente, il poeta è il solo ad essere in una situazione diversa, perché la sua innamorata gli sta palesando l'insofferenza che prova nei suoi confronti. L'interprete è un tenore potente ma aggraziato, simile a Claudio Villa ma più impregnato di tragedia napoletana, il grande Antonio basurto, che esploderà qualche anno dopo, con il successo festivaliero, risalente alla prima edizione del Festival di Napoli, "'E cummarelle".
Ed eccoci ad uno dei classici della produzione di Michele Galdieri, quella "Serenatella a 'na cumpagna 'e scola". Il brano, musicato da Giuseppe Bonavolontà, padre del grande Mario Riva, reso immortale da "Il musichiere", è interpretato con grazia e senza teatralità, da un grandissimo Dino Giacca. La canzone è una delle più tenere nel repertorio di rimpianto della gioventù.
Bellissime, secondo me, oltre a questa versione di Giacca, sono le versioni di Murolo e Bruno Venturini, nelle loro rispettive antologie napoletane.
Non si deve pensare che i grandi successi dialettali abbiano fatto chiudere i ponti con l'italiano, che Galdieri sentiva particolarmente forti.
Nel 1948 Galdieri scrive questa "Fantasia sorrentina", dove si piange, con nostalgia ma senza patetismo, una Sorrento che già non c'era più. L'interpretazione di Claudio Villa, che come si sa era un patito della cultura napoletana, che d'altronde non poteva mancare nel repertorio di qualsiasi interprete che volesse puntare al rispetto, è perfetta, addirittura con un interessantissimo intervallo di quarta aumentata verso la fine.
I brani, nonostante la loro età spesso più giovane rispetto a quelli che di solito si ascoltano in questi cicli, non si trovavano poi in condizioni così buone, ma la storia è questa.
Spero che vi piaccia questo ciclo, e alla prossima puntata!

domenica 20 dicembre 2009

Commento alla puntata del 20/12/2009 di "Canzonenapoletana@rai.it

Carissimi lettori, ecco il commento all'ultima puntata su Rocco Galdieri di "canzonenapoletana@rai.it".
Si inizia con "Menta cedra", sfizioso brano che Galdieri scrive nel 1913 su un uomo che ha due amori, uno in campagna ed uno in città, e non si decide su quale far diventare il proprio vero amore. Alla fine, come potrebbe essere altrimenti, decide di stare sei mesi da una parte e sei mesi dall'altra. Il brano, come sempre, è stato ascoltato in una versione d'epoca interpretata da Pietro Mazzone, ma io voglio consigliarvi di ascoltare quella di Gianni La Magna, ottimo interprete di musica classica e popolare napoletana.
Si continua, finalmente non con una versione d'epoca, con un altro brano sempre del 1913 intitolato "Vocche desiderose". La cantante è Maria Longo e, almeno a me, non sembra napoletana, piuttosto del nord. Il brano, in concreto, ha un ritmo strano, inclassificabile, su un amore dove è solo il cantante a dare baci sufficienti al proprio innamorato che non ricambia. L'interpretazione è un po' alla Nilla Pizzi, ma è comunque bella.
Fortunatamente, dico io, ci stiamo disabituando alle versioni d'epoca, ed abbiamo avuto invece il piacere di ascoltare Vittorio De Sica, interprete ottimo di canzoni napoletane nonostante il suo essere ciociaro, che interpreta "Quanno uno è guaglione", brano dove Galdieri quasi si pente di essersi dedicato all'arte e alla letteratura.
Ma eccoci tornati alle incisioni d'epoca, ed eccoci al 1916, anno di questa "Canta surdato", uno dei brani dedicati ai soldati napoletani che venivano sempre dipinti come canterini e romantici.
Il brano, per fortuna, è abbastanza ascoltabile, quindi posso dirvi che è una marcia, ma non ha la solennità militaresca di "Surdate" di Cinquegrana, anzi è piuttosto leggera. La cantante è Gina Santelia, ottimo soprano dell'epoca.
Ed eccoci a Gennaro Pasquariello, uno dei cantanti che più ha interpretato il repertorio di Rocco Galdieri, da cui stiamo ascoltando questa commoventissima "Rundinella", scritta dal poeta nel 1918. L'interpretazione di Pasquariello, forse, è troppo teatrale e solenne, anche un po' troppo di "giacca" e troppo poco da serenata, mentre il testo riporterebbe più a quest'ultimo mondo.
Il brano è il canto di tristezza di un innamorato che viene lasciato, probabilmente per il suo miglior amico. La trama, come si vede, è abbastanza banale, ma c'è vera poesia. Per quanto riguarda le versioni moderne di questo brano, meravigliose sono quelle di Antonio Siano nel cd "core napulitano", prodotto dalla Acheri music nel 2002, e di Gerardo Pinto nel cd "Sciuscià".
Il penultimo brano della puntata è "Femmena amata", scritto da Galdieri nel 1919 ed interpretato negli anni '50 da Gino Latilla che, nonostante il suo essere baresee, è stato uno dei più notevoli interpreti di canzone classica napoletana. E' un brano d'amore, di cui, purtroppo, non vi posso dire niente perché nonostante che non fosse un'incisione d'epoca, era in bruttissime condizioni.
Ed eccoci all'ultimo brano, una bellissima canzone intitolata "Friscura", inno all'amore ed al fresco della mattina, che permette all'innamorato di aspettare con più speranza. L'interprete è, cosiccome era stato per la prima canzone della prima puntata del ciclo, il grande Dino Giacca, uno dei tanti dimenticati della canzone napoletana.
Spero che vi sia piaciuto questo ciclo, e mi auguro che il prossimo autore sia più recente, per poter anche commentare il suo stile letterario, oltre ad approfondire meglio le personalità musicali dei musicisti che abbiano alternativamente musicato i suoi versi.