Carissimi lettori, sono particolarmente felice di poter aggiornare questa mattina il mio blog con una comunicazione di servizio (a tutti!).
Ho trovato, finalmente, l'opzione che permette di ricevere i commenti ai post per email, quindi ora i vostri commenti mi arriveranno e vi risponderò (gli utenti a cui ho risposto sarebbero pregati di farmi sapere se gli sono effettivamente arrivate le risposte, in quanto, contrariamente a Youtube, mi manda per posta qualsiasi commento io pubblichi, anche i miei!).
Comunque ora possiamo interloquire meglio, direttamente dai commenti sul blog, qualsiasi curiosità vi attanagli sarò molto felice di togliervela.
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martedì 20 marzo 2012
martedì 6 aprile 2010
Commento alla puntata del 05/04/10 di "Effetto notte in Italia
Carissimi lettori, eccoci qua ad un altro articolo, sarà un po' polemico già lo so, a commento di una puntata di "Effetto notte in Italia", programma di informazione musicale che va in onda di sera su Radio Inblù.
Intanto non mi piace il fatto che la musica oggi debba per forza fare compagnia, soprattutto non mi piace che si usi per questo scopo, sicuramente importante ma non nobile, la musica, spesso nobilissima, di molti cantautori italiani.
Andando concretamente allascaletta, sicuramente non c'è niente da eccepire sull'apertura, affidata ad uno dei classici indiscussi del repertorio di Antonello Venditti, quella stupenda "Notte prima degli esami", che resiste da ventisette anni tra i brani che il nostro non può non cantare ad un suo concerto. Stiamo avendo il piacere di ascoltarne la versione originale, quella contenuta nel cd "Cuore" del 1984, che portava alla luce anche altri classici di Antonello Venditti come "Ci vorrebbe un amico". E' una canzone meravigliosa, sempre bella ma complicatissima da cantare e suonare (altro che "canzone da scampagnata"!).
E come poter fare a meno di Lucio Battisti, il cantante che ha permesso a tutti di sentirsi musicisti solo perché sanno fare tre accordi sulla chitarra, suonati senza nessuna sfumatura?
Il brano che si ascolta è "La canzone del sole", che da ormai circa quarant'anni, mi pare sia del 1971, ci tormenta (io veramente non ne posso più!).
Oltretutto mi sarei un po' stancata di questa idolatria generale nei confronti di Mogol, buon paroliere, sicuro, ma non paragonabile a gente come Giorgio Calabrese (paroliere di Umberto Bindi) o Sergio Bardotti, ottimo traduttore di gioielli della musica brasiliana come "Funeral de um labrador" di Chico Buarque, diventata "Il funerale di un lavoratore" nella toccantissima interpretazione di Maria Carta ("Vi canto una storia assai vera, 1976).
La voce di Battisti, oltretutto, non è neanche intonata, anzi dal vivo era completamente stonato (idem dicasi per i Beatles, amati da quelle persone per le quali basta che un gruppo abbia importanza come rivoluzionatore di abitudini e costumi per valutarne la bravura!).
Forse il brano non è malvagio se arrangiato, ma non basta l'arrangiamento per fare bella una canzone, anzi i brani sono belli nudi, al limite l'arrangiamento può e deve essere un arricchimento ma non di più.
Andando avanti, per fortuna, torniamo a parlare di capolavori, con la bellissima "La donna a cannone" di De Gregori, pubblicata in un q disc che io possiedo in vinile ma credo di non aver mai sentito. Questo brano, ad esempio, anche fatto solo chitarra e voce, ovviamente con tutti i suoi accordi, è bellissimo, non c'è bisogno d'orchestrazione. Oltretutto, e anche questo non guasta per lo meno per me, ha un testo anche complicato, poetico, riflessivo, che obbliga a pensare e pesare le parole. Non ho mai amato le canzoni scritte come si scriverebbe uno sfogo privato o la lista della spesa.
Andando avanti, io avevo un anno appena, si arriva a questa "Fiore di maggio", che a me ricorda un mio professore di educazione fisica, il quale, quando io facevo la materna, mi regalò una cassettina originale, che da qualche parte forse ancora possiedo, di questo bellissimo album di Fabio Concato, che si intitolava come questa canzone. Piccola curiosità: il mio maestro (così noi montessoriani chiamavamo i nostri insegnanti) mi regalò il primo tamburello che io ebbi nella mia vita, quindi io scoprii questo strumento molto prima di scoprire la pizzica e molto prima che questa fosse effettivamente riscoperta, infatti io ebbi questo dono circa una ventina d'anni fa, anche prima!). Tornando all'album di Concato, quello che tutt'ora è il suo disco più conosciuto, conteneva anche canzoni come "Gigi", "Computerino", che era la mia preferita, e "Rosalina", ancora adesso assolutamente obbligatorie quando si parla di Fabio Concato.
Eccoci a questa musichetta troppo rilassante e rilassata che io non ho mai amato, quella che giustamente si può preferire come colonna sonora di scampagnate (non "La donna a cannone"!). Stiamo ascoltando una canzone di Marina Rei, la cui particolarità basilare è il suo aver studiato percussioni con tecnica cubana, cantante che sennò è completamente banale, perché da noi la banalità è scimmiottare gli americani, magari mancando di rispetto alla nostra lingua (la cosa faceva già arrabbiare Domenico Modugno ai tempi di "Volare"!). Il brano che stiamo ascoltando, intitolato "Primavera", è una cover di un brano dance anni '70 sicuramente festoso ma insipidissimo. Brani così, per lo meno a me, mi dànno solo voglia di spegnere qualsiasi radio io stia ascoltando.
Mamma mia, l'incubo continua! Il cantante che stiamo a scoltando è un ottimo cantante, anche se è il cantautore che io ho sempre amato di meno, il genovese Ivano Fossati. Il brano che stiamo ascoltando, però, è la nauseante, perfino lui la odia, "La mia banda suona il rock". Comunque voglio approfittare per mettere insieme un paio di ricordi legati a questo cantautore, che ebbi anche il piacere di vedere nel 1990, ancora in piena guerra del Golfo. Amo moltissimo un cd di Fossati, forse di qualche anno precedente a quel concerto, intitolato "La pianta del tè". I brani che ho sempre amato sono, e non poteva essere altrimenti, quelli dove il pop è sfidato a "sporcarsi" con suggestioni etniche, che sono quelle che ho sempre cercato in fondo nella musica, ancora prima di scoprire la musica tradizionale. Io vi consiglio di ascoltare tre brani di Fossati: "Terra dove andare", "la pianta del tè" e "Questi posti davanti al mare", interpretato insieme a Fabrizio de Andrè e Francesco De Gregori.
Andando avanti con la scaletta di "Effetto notte in Italia", stiamo ascoltando Paolo Conte che, in "Concerti", album di cui qui si è parlato ampiamente, interpreta "Azzurro". E' veramente meravigliosa, anzi per me è l'unica versione che esiste di questo brano, mi colpisce sempre la sua infinita eleganza. Trovo invece sguaiatissima la versione di Adriano Celentano, ma, fortunatamente, questa è un'altra storia.
E finalmente posso spendere qualche parola, senza un velo di polemica, su un grandissimo cantante, riscoperto molto ma non so con quanta sincerità. Mi riferisco a Rino Gaetano, colui che sarebbe stato, se non fosse morto a trentun anni, uno dei cantanti più trasgressivi della scena italiana, senza la supponenza di quelli che debbono esserlo per forza o per etichetta. Il brano che stiamo ascoltando è "Gianna", che il cantautore calabrese portò, arrivando terzo, al Festival di Sanremo 1978. Una curiosità, che Renato Zero ricorda spesso, è che il cilindro che Gaetano indossò nelle sue esibizioni all'Ariston era di proprietà del "fiacco" che, allora, di vestiti strani se ne intendeva. E' un brano bellissimo, anche se lo stesso non si può dire di quello che è partito adesso!
Stiamo a scoltando la "Anima mia" dei Cugini di campagna (non so se rendo!), di cui io ho un ricordo raccapricciante che credo di aver già condiviso con voi ma non posso far a meno di tornarci con la mente: mio padre che cantava questa canzone, insieme ad altre non meno allucinanti, ad una masnada di bambini che andavano a scuola. Venendo tecnicamente al brano è un brano tipicamente melodico, con una spruzzatina di effetti speciali, suoni di sintetizzatore, che avrebbero voluto renderlo compatibile con il clima "progressivo" che si respirava in quel periodo nel 1973.
Andando avanti troviamo un'altra di quelle canzoni che non amo, anche se non posso dire che abbia una melodia povera, soprattutto per i suoi numerosi "crescendo", come non posso dire che la sua interprete non sia brava (quanto la amava il mio caro nonnino!). Mi riferisco a "Maledetta primavera", interpretata da Loretta Goggi. E' carino il terzinato, ritmo che noi non abbiamo mai rinnegato, anche perché, per usare una metafora religiosa, è letteralmente "sangue del nostro sangue". Infatti l'applicazione di questostandard ritmico, e scusate l'accostamento eretico che farò, la si ritrova indifferentemente in alcuni brani di Bethoven, nelle pizziche, dove il tamburello ed in alcuni casi il canto terzinano, e in brani pop dagli anni Sessanta ad oggi.
Ed eccoci ad un caso di sputtanamento di capolavoro. Se ne era accennato già in occasione del commento al "Work in progress" di Dalla e De Gregori, di cui si riparlerà in occasione della tanto gridata uscita del cd che racchiuderà i momenti salienti della tournée. Mi riferisco naturalmente a "l'anno che verrà" che, come ogni buona canzone sputtanata è nota anche con un altro titolo: "Caro amico ti scrivo", che poi è solo il primo verso. La versione che stiamo ascoltando è 'originale, quella che Lucio Dalla incise, con gli Stadio in grandissima forma e in evidenza assoluta, tra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta (il cantautore, sempre caratterizzato da una fantasia grandiosa nella scelta dei titoli per i suoi dischi, dette lo stesso titolo, il suo cognome, a due dischi di fila, tutti e due capolavori supremi, quindi voi potete capire che faccio un po' di confusione!).
La puntata si chiude con "Centro di gravità permanente", una delle canzoni più insipide di uno dei cantanti più insipidi che l'Italia abbia mai avuto l'onore d'avere (forse dovrei rivedere le graduatorie con gli standard della nuova generazione, ma non assolvo Battiato!). Non sopporto chi fa il filosofo tramite le canzoni, tra fare il filosofo e scrivere le canzoni come la lista della spesa ce ne corre dico io. Oltretutto battiato mi ha sempre dato l'impressione di uno che se la tira, vuole far pesare la sua cultura (la sua o di Sgalambro? boh!). Infine, e va bene già che ci siamo diciamola tutta, non sopporto la vocina da castrato del siciliano.
In fondo mi ha fatto anche piacere questa puntata di viaggio nella storia della canzone italiana, anche se trovo che si sia fatta una bella accozzaglia di capolavori e pezzi così così, accomunati solo dal fatto di essere classici.
Spero che vi sia piaciuto questo articolo, io nello scrivere mi sono divertita moltissimo!
Intanto non mi piace il fatto che la musica oggi debba per forza fare compagnia, soprattutto non mi piace che si usi per questo scopo, sicuramente importante ma non nobile, la musica, spesso nobilissima, di molti cantautori italiani.
Andando concretamente allascaletta, sicuramente non c'è niente da eccepire sull'apertura, affidata ad uno dei classici indiscussi del repertorio di Antonello Venditti, quella stupenda "Notte prima degli esami", che resiste da ventisette anni tra i brani che il nostro non può non cantare ad un suo concerto. Stiamo avendo il piacere di ascoltarne la versione originale, quella contenuta nel cd "Cuore" del 1984, che portava alla luce anche altri classici di Antonello Venditti come "Ci vorrebbe un amico". E' una canzone meravigliosa, sempre bella ma complicatissima da cantare e suonare (altro che "canzone da scampagnata"!).
E come poter fare a meno di Lucio Battisti, il cantante che ha permesso a tutti di sentirsi musicisti solo perché sanno fare tre accordi sulla chitarra, suonati senza nessuna sfumatura?
Il brano che si ascolta è "La canzone del sole", che da ormai circa quarant'anni, mi pare sia del 1971, ci tormenta (io veramente non ne posso più!).
Oltretutto mi sarei un po' stancata di questa idolatria generale nei confronti di Mogol, buon paroliere, sicuro, ma non paragonabile a gente come Giorgio Calabrese (paroliere di Umberto Bindi) o Sergio Bardotti, ottimo traduttore di gioielli della musica brasiliana come "Funeral de um labrador" di Chico Buarque, diventata "Il funerale di un lavoratore" nella toccantissima interpretazione di Maria Carta ("Vi canto una storia assai vera, 1976).
La voce di Battisti, oltretutto, non è neanche intonata, anzi dal vivo era completamente stonato (idem dicasi per i Beatles, amati da quelle persone per le quali basta che un gruppo abbia importanza come rivoluzionatore di abitudini e costumi per valutarne la bravura!).
Forse il brano non è malvagio se arrangiato, ma non basta l'arrangiamento per fare bella una canzone, anzi i brani sono belli nudi, al limite l'arrangiamento può e deve essere un arricchimento ma non di più.
Andando avanti, per fortuna, torniamo a parlare di capolavori, con la bellissima "La donna a cannone" di De Gregori, pubblicata in un q disc che io possiedo in vinile ma credo di non aver mai sentito. Questo brano, ad esempio, anche fatto solo chitarra e voce, ovviamente con tutti i suoi accordi, è bellissimo, non c'è bisogno d'orchestrazione. Oltretutto, e anche questo non guasta per lo meno per me, ha un testo anche complicato, poetico, riflessivo, che obbliga a pensare e pesare le parole. Non ho mai amato le canzoni scritte come si scriverebbe uno sfogo privato o la lista della spesa.
Andando avanti, io avevo un anno appena, si arriva a questa "Fiore di maggio", che a me ricorda un mio professore di educazione fisica, il quale, quando io facevo la materna, mi regalò una cassettina originale, che da qualche parte forse ancora possiedo, di questo bellissimo album di Fabio Concato, che si intitolava come questa canzone. Piccola curiosità: il mio maestro (così noi montessoriani chiamavamo i nostri insegnanti) mi regalò il primo tamburello che io ebbi nella mia vita, quindi io scoprii questo strumento molto prima di scoprire la pizzica e molto prima che questa fosse effettivamente riscoperta, infatti io ebbi questo dono circa una ventina d'anni fa, anche prima!). Tornando all'album di Concato, quello che tutt'ora è il suo disco più conosciuto, conteneva anche canzoni come "Gigi", "Computerino", che era la mia preferita, e "Rosalina", ancora adesso assolutamente obbligatorie quando si parla di Fabio Concato.
Eccoci a questa musichetta troppo rilassante e rilassata che io non ho mai amato, quella che giustamente si può preferire come colonna sonora di scampagnate (non "La donna a cannone"!). Stiamo ascoltando una canzone di Marina Rei, la cui particolarità basilare è il suo aver studiato percussioni con tecnica cubana, cantante che sennò è completamente banale, perché da noi la banalità è scimmiottare gli americani, magari mancando di rispetto alla nostra lingua (la cosa faceva già arrabbiare Domenico Modugno ai tempi di "Volare"!). Il brano che stiamo ascoltando, intitolato "Primavera", è una cover di un brano dance anni '70 sicuramente festoso ma insipidissimo. Brani così, per lo meno a me, mi dànno solo voglia di spegnere qualsiasi radio io stia ascoltando.
Mamma mia, l'incubo continua! Il cantante che stiamo a scoltando è un ottimo cantante, anche se è il cantautore che io ho sempre amato di meno, il genovese Ivano Fossati. Il brano che stiamo ascoltando, però, è la nauseante, perfino lui la odia, "La mia banda suona il rock". Comunque voglio approfittare per mettere insieme un paio di ricordi legati a questo cantautore, che ebbi anche il piacere di vedere nel 1990, ancora in piena guerra del Golfo. Amo moltissimo un cd di Fossati, forse di qualche anno precedente a quel concerto, intitolato "La pianta del tè". I brani che ho sempre amato sono, e non poteva essere altrimenti, quelli dove il pop è sfidato a "sporcarsi" con suggestioni etniche, che sono quelle che ho sempre cercato in fondo nella musica, ancora prima di scoprire la musica tradizionale. Io vi consiglio di ascoltare tre brani di Fossati: "Terra dove andare", "la pianta del tè" e "Questi posti davanti al mare", interpretato insieme a Fabrizio de Andrè e Francesco De Gregori.
Andando avanti con la scaletta di "Effetto notte in Italia", stiamo ascoltando Paolo Conte che, in "Concerti", album di cui qui si è parlato ampiamente, interpreta "Azzurro". E' veramente meravigliosa, anzi per me è l'unica versione che esiste di questo brano, mi colpisce sempre la sua infinita eleganza. Trovo invece sguaiatissima la versione di Adriano Celentano, ma, fortunatamente, questa è un'altra storia.
E finalmente posso spendere qualche parola, senza un velo di polemica, su un grandissimo cantante, riscoperto molto ma non so con quanta sincerità. Mi riferisco a Rino Gaetano, colui che sarebbe stato, se non fosse morto a trentun anni, uno dei cantanti più trasgressivi della scena italiana, senza la supponenza di quelli che debbono esserlo per forza o per etichetta. Il brano che stiamo ascoltando è "Gianna", che il cantautore calabrese portò, arrivando terzo, al Festival di Sanremo 1978. Una curiosità, che Renato Zero ricorda spesso, è che il cilindro che Gaetano indossò nelle sue esibizioni all'Ariston era di proprietà del "fiacco" che, allora, di vestiti strani se ne intendeva. E' un brano bellissimo, anche se lo stesso non si può dire di quello che è partito adesso!
Stiamo a scoltando la "Anima mia" dei Cugini di campagna (non so se rendo!), di cui io ho un ricordo raccapricciante che credo di aver già condiviso con voi ma non posso far a meno di tornarci con la mente: mio padre che cantava questa canzone, insieme ad altre non meno allucinanti, ad una masnada di bambini che andavano a scuola. Venendo tecnicamente al brano è un brano tipicamente melodico, con una spruzzatina di effetti speciali, suoni di sintetizzatore, che avrebbero voluto renderlo compatibile con il clima "progressivo" che si respirava in quel periodo nel 1973.
Andando avanti troviamo un'altra di quelle canzoni che non amo, anche se non posso dire che abbia una melodia povera, soprattutto per i suoi numerosi "crescendo", come non posso dire che la sua interprete non sia brava (quanto la amava il mio caro nonnino!). Mi riferisco a "Maledetta primavera", interpretata da Loretta Goggi. E' carino il terzinato, ritmo che noi non abbiamo mai rinnegato, anche perché, per usare una metafora religiosa, è letteralmente "sangue del nostro sangue". Infatti l'applicazione di questostandard ritmico, e scusate l'accostamento eretico che farò, la si ritrova indifferentemente in alcuni brani di Bethoven, nelle pizziche, dove il tamburello ed in alcuni casi il canto terzinano, e in brani pop dagli anni Sessanta ad oggi.
Ed eccoci ad un caso di sputtanamento di capolavoro. Se ne era accennato già in occasione del commento al "Work in progress" di Dalla e De Gregori, di cui si riparlerà in occasione della tanto gridata uscita del cd che racchiuderà i momenti salienti della tournée. Mi riferisco naturalmente a "l'anno che verrà" che, come ogni buona canzone sputtanata è nota anche con un altro titolo: "Caro amico ti scrivo", che poi è solo il primo verso. La versione che stiamo ascoltando è 'originale, quella che Lucio Dalla incise, con gli Stadio in grandissima forma e in evidenza assoluta, tra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta (il cantautore, sempre caratterizzato da una fantasia grandiosa nella scelta dei titoli per i suoi dischi, dette lo stesso titolo, il suo cognome, a due dischi di fila, tutti e due capolavori supremi, quindi voi potete capire che faccio un po' di confusione!).
La puntata si chiude con "Centro di gravità permanente", una delle canzoni più insipide di uno dei cantanti più insipidi che l'Italia abbia mai avuto l'onore d'avere (forse dovrei rivedere le graduatorie con gli standard della nuova generazione, ma non assolvo Battiato!). Non sopporto chi fa il filosofo tramite le canzoni, tra fare il filosofo e scrivere le canzoni come la lista della spesa ce ne corre dico io. Oltretutto battiato mi ha sempre dato l'impressione di uno che se la tira, vuole far pesare la sua cultura (la sua o di Sgalambro? boh!). Infine, e va bene già che ci siamo diciamola tutta, non sopporto la vocina da castrato del siciliano.
In fondo mi ha fatto anche piacere questa puntata di viaggio nella storia della canzone italiana, anche se trovo che si sia fatta una bella accozzaglia di capolavori e pezzi così così, accomunati solo dal fatto di essere classici.
Spero che vi sia piaciuto questo articolo, io nello scrivere mi sono divertita moltissimo!
domenica 7 marzo 2010
Commento alla puntata del 07/03/10 di "Canzonenapoletana@rai.it.
Carissimi lettori, ecco qui il commento alla seconda puntata che "canzonenapoletana@rai.it" dedica a Salvatore Di Giacomo.
Si parte malissimo per quanto riguarda i dischi usati, ma fortunatamente conosco il brano che è trasmesso, per cui il problema è meno grave. Il brano con cui si parte è "'A retirata", brano di ispirazione romantico-militaresca, che si ascolta dalla voce di Francesco Daddi. Il cantante ha una buona voce di tenore, e quello che rende il brano più prezioso che mai, è la sua intimità quasi cameristica, data dal fatto che l'unico strumento che accompagna questo sentitissimo addio, sia solo un pianoforte.
Per scoprire "'A retirata", fortunatamente non c'è bisogno di ricorrere a registrazioni storiche, si può pensare semplicemente alla bellissima "Napoletana: antologia cronologica della canzone partenopea", incisa negli anni Cinquanta da Roberto Murolo e reperibilissima in cd.
Si è appena ascoltata la bellissima voce baritonale di Titta Ruffo, che ha interpretato "Munasterio", uno dei brani che a me sono più indifferenti tra quelli che conosco di Di Giacomo (forse è l'unica poesia musicata del napoletano che non amo!).
Subito dopo, e sto soffrendo perché la canzone la amo moltissimo ma la versione è quantomeno deludente, si ascolta "Pastorale", anche conosciuta come "'A nuvena". La versione che abbiamo ascoltato, cantata con un ritmo veloce esageratamente pronunciato, è cantata da Giuseppe de Luca, che dalla pronuncia non pare neanche napoletano.
Fortunatamente ci sono bellissime versioni moderne, soprattutto quelle di Sergio Bruni (in "Omaggio a Di Giacomo"), e di Egisto Sarnelli.
La puntata fortunatamente si riprende subito con una carinissima versione di 'E spingule frangese", brano che si ascolta eseguito da Giorgio Schotler, grande posteggiatore dell'epoca. Il brano è più veloce rispetto a come lo si sente abitualmente oggi, ma è molto bello, anzi forse proprio per questo è così bello e piacevole. Infatti, la velocità, che comunque non è mai esagerata e non annulla le importantissime pause così tipiche del genere "classico", gli dà una leggerezza veramente invidiabile. Se volete ascoltare unha versione moderna, potete benissimo sentire quella di Roberto Murolo sia in "napoletana" che in "Anema e core" (Carosello, 1995).
Ed eccoci ad uno spassosissimo duetto, a tempo di tarantella come spesso è questo repertorio, intitolato "Lariulà". La versione è molto bella, ma credo che sia difficilmente reperibile. Per trovare una versione moderna, non c'è che l'imbarazzo della scelta. Interessante è sia la versione a "duetto" di Gabriele Vanorio e Maria Paris, che quella solistica di Antonello Rondi.
La trasmissione continua con "Marzo", anche detta "Catarì", che si ascolta nella versione di Fernando De Lucia, grande tenore dell'epoca. Il testo è trattato in maniera leggermente diversa rispetto a come si tende a usarlo oggi. La versione è un po' deludente, soprattutto perché non c'è espressività e non si utilizzano o evidenziano suffecientemente gli arabeschi della melodia, che sono sicuramente resi meglio da un cantante d'impostazione popolare piuttosto che da un tenore.
La puntata si chiude con una delle mie canzoni preferite di Di Giacomo, la tarantelluccia spassosa "Carcioffolà", che si ascolta nella versione di Raffaele Balsamo, che gli dà una forte anima da "cafè-chantant". E' davvero spassosa, d'altronde non fare questo brano divertente è impossibile. E' veramente geniale la personalità di Di Giacomo, perché dall'alto della sua cultura erudita, è riuscito ad essere più popolare del popolo.
Se volete ascoltare una versione moderna di questo brano, anche qui avete l'imbarazzo della scelta, ma io vi consiglio quella di Maria Paris, magari non cantata perfettamente, ma di un pittoresco veramente insuperabile.
Sono felicissima che la Rai abbia avuto questa iniziativa di ricordare Di Giacomo, grandissimo poeta vernacolare, adesso scopritelo anche voi, così questo centocinquantenario si vivrà con meno silenzio.
Si parte malissimo per quanto riguarda i dischi usati, ma fortunatamente conosco il brano che è trasmesso, per cui il problema è meno grave. Il brano con cui si parte è "'A retirata", brano di ispirazione romantico-militaresca, che si ascolta dalla voce di Francesco Daddi. Il cantante ha una buona voce di tenore, e quello che rende il brano più prezioso che mai, è la sua intimità quasi cameristica, data dal fatto che l'unico strumento che accompagna questo sentitissimo addio, sia solo un pianoforte.
Per scoprire "'A retirata", fortunatamente non c'è bisogno di ricorrere a registrazioni storiche, si può pensare semplicemente alla bellissima "Napoletana: antologia cronologica della canzone partenopea", incisa negli anni Cinquanta da Roberto Murolo e reperibilissima in cd.
Si è appena ascoltata la bellissima voce baritonale di Titta Ruffo, che ha interpretato "Munasterio", uno dei brani che a me sono più indifferenti tra quelli che conosco di Di Giacomo (forse è l'unica poesia musicata del napoletano che non amo!).
Subito dopo, e sto soffrendo perché la canzone la amo moltissimo ma la versione è quantomeno deludente, si ascolta "Pastorale", anche conosciuta come "'A nuvena". La versione che abbiamo ascoltato, cantata con un ritmo veloce esageratamente pronunciato, è cantata da Giuseppe de Luca, che dalla pronuncia non pare neanche napoletano.
Fortunatamente ci sono bellissime versioni moderne, soprattutto quelle di Sergio Bruni (in "Omaggio a Di Giacomo"), e di Egisto Sarnelli.
La puntata fortunatamente si riprende subito con una carinissima versione di 'E spingule frangese", brano che si ascolta eseguito da Giorgio Schotler, grande posteggiatore dell'epoca. Il brano è più veloce rispetto a come lo si sente abitualmente oggi, ma è molto bello, anzi forse proprio per questo è così bello e piacevole. Infatti, la velocità, che comunque non è mai esagerata e non annulla le importantissime pause così tipiche del genere "classico", gli dà una leggerezza veramente invidiabile. Se volete ascoltare unha versione moderna, potete benissimo sentire quella di Roberto Murolo sia in "napoletana" che in "Anema e core" (Carosello, 1995).
Ed eccoci ad uno spassosissimo duetto, a tempo di tarantella come spesso è questo repertorio, intitolato "Lariulà". La versione è molto bella, ma credo che sia difficilmente reperibile. Per trovare una versione moderna, non c'è che l'imbarazzo della scelta. Interessante è sia la versione a "duetto" di Gabriele Vanorio e Maria Paris, che quella solistica di Antonello Rondi.
La trasmissione continua con "Marzo", anche detta "Catarì", che si ascolta nella versione di Fernando De Lucia, grande tenore dell'epoca. Il testo è trattato in maniera leggermente diversa rispetto a come si tende a usarlo oggi. La versione è un po' deludente, soprattutto perché non c'è espressività e non si utilizzano o evidenziano suffecientemente gli arabeschi della melodia, che sono sicuramente resi meglio da un cantante d'impostazione popolare piuttosto che da un tenore.
La puntata si chiude con una delle mie canzoni preferite di Di Giacomo, la tarantelluccia spassosa "Carcioffolà", che si ascolta nella versione di Raffaele Balsamo, che gli dà una forte anima da "cafè-chantant". E' davvero spassosa, d'altronde non fare questo brano divertente è impossibile. E' veramente geniale la personalità di Di Giacomo, perché dall'alto della sua cultura erudita, è riuscito ad essere più popolare del popolo.
Se volete ascoltare una versione moderna di questo brano, anche qui avete l'imbarazzo della scelta, ma io vi consiglio quella di Maria Paris, magari non cantata perfettamente, ma di un pittoresco veramente insuperabile.
Sono felicissima che la Rai abbia avuto questa iniziativa di ricordare Di Giacomo, grandissimo poeta vernacolare, adesso scopritelo anche voi, così questo centocinquantenario si vivrà con meno silenzio.
sabato 20 febbraio 2010
Commento alla quarta serata del Festival di Sanremo.
Carissimi lettori, ecco il promesso commento alla quarta serata del Festival di Sanremo. Ovviamente, e non poteva essere altrimenti, ci si occuperà dell'aspetto musicale, perché nonostante tutte le incursioni stupido-comiche che lo caratterizzano in qualche edizione, come adesso, questo è pur sempre il Festival della canzone italiana.
Si inizia con la canzone di Malica Ayane, una delle più buone cantanti uscite negli ultimi anni. Il brano, intitolato "Ricomincio da qui", ha una bella melodia, in maggiore, ma senza disdegnare alcune raffinatezze date da settime minori ed aumentate. La voce della Ayane è perfettamente intonata, con questo timbro così caratteristico, dolce ma tirannicamente potente. Mi ricorda vagamente una canzone di Fabio Concato, ma è giusto un'associazione portata da alcune caratteristiche della ritmica della batteria, che è compatibile con un certo jazz pop degli anni Sessanta.
Simone Cristicchi, cantautore interessato alla musica tradizionale che sfrutta per arricchire i propri orizzonti culturali, ha invitato un gruppo di voci "etniche" per infiorettare il suo brano. La canzone è iniziata con delle cadenze di saltarello, eseguito dai Minatori di Santa Fiora, località toscana dove è nato questo gruppo di grandi voci popolari.
Venendo propriamente alla canzone di Cristicchi, invece, è un rock molto forte, dedicato ad una serie di atteggiamenti tipicamente italiani, tutti votati all'evasione, infatti il ritornello, che potrebbe riecheggiare il bennatiano "Meno male che non c'è Nerone", è un "Meno male che c'è Carla Bruni".
Leggermente più veloce, continuando, arriva questa "La cometa di Halley", che è cantata da Irene Grandi e Marco Cocci. Le voci stasera sono intonate, forse l'emozione si inizia un po' a dissipare, o quantomeno smette di inficiare le prestazioni canore.
La canzone è d'amore, che per nascondere la banalità del tema, lo tratta in maniera pseudoinnovativa. Io salvo di questo brano solamente la musica, che è impregnata di interessanti suggestioni beateggianti, un po' anni Sessanta, anche se "tradotte" con il linguaggio dell'elettronica.
Ed ecco, accolti dall'"inno nomade" "Io vagabondo", arrivano i Nomadi, che interpretano, insieme ad Irene Fornaciari, ad un dj tedesco ed a Susy (che non si sa chi è!), una canzone intitolata "Il mondo piange".
E' una ballata un po' "abolerada", che non va ignorata, ma abbiamo sentito di meglio. Ed ecco un pezzo tradotto in inglese, dove si sente la voce di Susy, che non ha un timbro particolarmente interessante, tipica voce potente, ma niente di più.
Le due voci femminili, dopo essersi "fatte la guerra" per un pochino, si sono alternate per dare più spazio alla ripetizione della asfissiante domanda del testo: "Il mondo piange! Vorrei sapere perché!". Non mi piace!
Il Festival è provvisoriamente interrotto, e si assiste ad una "cavaqueira" abbastanza insopportabile. Il prossimo artista, altrettanto insopportabile che la chiacchierata informale che io ho chiamato con la parola portoghese "cavaqueira", vincitore dell'ultima edizione di "X-factor", talent show da cui si ritiene di estrapolare il futuro della canzone italiana (l'unica cantante davvero azzeccata è stata Noemi!) è Marco Mengoni. Il brano, scritto dallo stesso Mengoni ed interpretato insieme ai Solis string quartet, quartetto strumentale napoletano che sperimenta con successo l'uso degli strumenti classici suonati "classicamente" nella musica leggera e contemporanea, si chiama "Credimi ancora". E' un brano d'amore dove un uomo prega una donna di crederlo ancora, con un patetismo rispetto al quale rimpiango le vecchie canzoni "amore-cuore". la sua voce è senza basse, da donna, terribile.
E purtroppo arriva l'amore per l'Italia di Pupo, Emanuele Filiberto e Luca Canonici, "condito" dalla partecipazione delle Divas, soprani insopportabili, e dall'intervento, che la Clerici ha perfino tentato di troncare, di Marcello Lippi, che rappresenta l'Italia della nazionale e di una Coppa del mondo vinta ormai quattro anni fa.
La prima strofa l'ha fatta Pupo, sulle sue basse stonatissime, poi è arrivato il "principe" che dice che, siccome lui crede nella sua cultura e nella sua religione, ha tutto il diritto di stare qui. Ed ecco, dopo un intervento di Luca Canonici, tenore insipido, che nel tenere il re centrale, nota normale per chi ha questa voce, trema e quasi stona. Pupo, nella sua seconda apparizione, questa volta sulle "alte", ha citato questa mitica finale di Berlino con la quale Lippi ci ha regalato appunto questa bellissima Coppa del mondo.
E' una canzone vergognosa, cosiccome è vergognosa la non distinzione tra "grandi eventi" ed "emergenze" votata dal nostro caro premier a cui, sinceramente, alla maniera di Cinzia Marzo, dico un'altra volta "A mammata!".
In questa prima parte, va detto, l'unica veramente degna, è quella di Malica Ayane, bellissima, semplice, corposa ed innovativa, l'unica è "ricominciare da qui".
E' buona anche quella di Simone Cristicchi, che però, sinceramente, sperimenta una contaminazione che io trovo un po' forzata, quella tra rock britannico e musica popolare italiana allo Stato "Puro".
Siamo con J.Lo, Jennifer López, cantante nulla, questo lo posso dire senza paura di essere smentita.
La cantante sta cantando, in play back perché diversamente non può fare, un suo pezzo da discoteca ma in minore perché fa chic.
C'è un'intervista con la J.lo, mamma mia che noia, che patetismo, che vergogna, il Festival di Sanremo sembra un talk show, veramente brutto!
Ed eccoci a Valerio Scanu, con cui riprende la gara, dopo queste cose troppo intime, sentite con la López. Ed abbiamo anche il piacere di riascoltare la voce di Alessandra Amoroso, che riesce davvero a dare molto con questa melodia corposa. Le due voci sono moderne ma orgogliosamente melodiche, il testo, forse con qualche gioco di parole di troppo, ha comunque una semplicità che cattura.
Ecco la canzone di Arisa, intitolata "Ma l'amore no", che nella versione originale è un simpatico tempo binario. Stasera diventa un swing anni Trenta, che porta all'evidenziazione dell'esilarante comicità della cantante. L'interpretazione è acustica, gustosa, la sua voce non è magari perfettamente intonata, ma il brano è comunque gradevole. Il brano è stato interpretato con la Lino Patruno jazz band, che permette di vedere un grandissimo jazzista, già componente dei Gufi.
Ecco Enrico Ruggeri, che viene accolto con un pezzettino di "Mistero", che vinse il Sanremo 1993 (ripeto: che tempi!).
Il brano di Enrico Ruggeri, intitolato "La notte delle fate", è, almeno in questa occasione, caratterizzato da un ritmo binario un po' simile a "Primavera a Sarajevo", almeno per quanto riguarda la sua prima parte, anche se qui le atmosfere etniche sono sostituite da atmosfere più sinceramente rock. Interessante è l'inizio del ritornello, affidato ad un assolo della sporca ma perfetta voce di Ruggeri. Il testo del brano è un po' criptico, ma si parla sempre di questi personaggi femminili con cui, ormai lo si può ben dire, il cantautore milanese ha fatto pace.
E' un bel brano, che nel finale viene colto da suggestioni arabe, meticciato interessante perché fatto con rispetto.
Ecco un'altra artista che si è guadagnata sul campo la mia stima, Noemi, l'unica che quelli di "X-factor" sono riusciti ad "azzeccare".
Il brano, intitolato "Per tutta la vita", è stato scritto dagli stessi autori della meravigliosa "l'amore si odia", che la cantante ha interpretato insieme alla Mannoia, e forse in parte la ricorda.
Quello che stupisce sempre nella voce di Noemi è l'intonazione perfetta, nonostante che il timbro, non limpido e non puro, potrebbe volentieri portare a fare delle "stonature artistiche".
E' uno di quei brani sui problemi dell'amore, ma non su coppie scoppiate o riappacificate, bensì sui problemi che dà un amore in crisi o finito (il tema è sicuramente meno banale!).
Ecco Fabrizio Moro, che è tornato con un'altra canzone di lotta, che però interpreta insieme a Jarabe de palo, gruppo spagnolo di pop "desentendido". Il cantante, evviva, è completamente stonato, canta come se fosse un romano "borgataro" in un bar con qualche cricca (solo che siamo a Sanremo, e stiamo in diretta con tutto il mondo tramite almeno tre canali radiofonici oltre alla rai tv!).
Ed eccoci a Giuseppe Povia (oh!). Anche questa volta, come quando ci aveva comunicato che i bambini fanno "Oh", ci dà un messaggio veramente brutto, il brano è patetico. Marco Masini, il cantante scelto per il duetto, forse dimostra il livello di bruttezza a cui è arrivato il "canta-cameriere".
Si sta assistendo, ora, ad una esibizione raccapricciante di Jennifer López, che sta facendo un medley dei suoi vecchi successi, rigorosamente in playback, si sente lontano un miglio.
Comunque, questa interruzione della gara, ci permette di fare un commento generale su ciò che si è finora sentito: brani più o meno buoni, bellissimi quelli di Malica Ayane, Enrico Ruggeri e Noemi, accettabili quelli di Ariza e Simone Cristicchi, anche se trovo ingiusto l'utilizzo di un coro popolare in un contesto completamente diverso.
Non parlo, perché già l'ho fatto prima e nell'articolo precedente, della dichiarazione "ufficiale" del "principino".
Si arriva ai giovani, e si inizia con Jessica Brando, che porta un brano in minore, dalla ritmica particolare ma non pesante, intitolato "Dove non ci sono ore". E' un brano un po' "dark", ma armonicamente e melodicamente corposo. Anche il ritornello, che potrebbe ricordare un qualcosa di più "cantabile", non permette alla senaszione di entrarci nell'anima.
Ritmicamente, direi che la canzone è un terzinato lento, una "traduzione" in linguaggio moderno di certe atmosfere anni Sessanta.
La voce della Brando, potente ed equilibrata, è in grado di avere un'intonazione quasi impeccabile, quindi voglio augurarle di poter maturare e continuare a lavorare.
Siamo con il secondo giovane in gara, Tony Maiello con "Il linguaggio della resa".
E' un altro terzinato lento, ma molto più semplice e legato ad una certa melodicità italiana più cantautorale. Devo dire che non mi sta emozionadno particolarmente, ma non mi è neanche del tutto indifferente.
Purtroppo, problema di molte canzoni degli ultimi Festival anche se non particolarmente reperibile in questo, l'orchestra riesce ad insinuarsi male, infatti forse andrebbe abolita. Dovremmo infatti ricordarci, forse, che quando questa manifestazione è nata, nel lontano 1951 su idea del fioraio Amilcare Rambaldi, un'orchestra ben fornita era l'unico modo possibile di eeseguire la musica. Oggi, forse, basterebbe far esibire ognuno con il proprio gruppo, cosiccome avviene ad ottobre durante il Club Tenco.
Eccoci a quella che è la mia canzone preferita in assoluto di questo festival, la ballata, melodica e semplice ma con venature giampierettiane interessanti, intitolata "Tu non mi dài pace", interpretata da Luca Marino. Sono molto felice di essere qui per ascoltare un'interpretazione live che, anche se non impeccabile perché si perde sulle alte, specialmente sul soldiesis, è comunque bella e non artefatta. Sono talmente stanca di stranezze, che preferisco questi brani alla vecchia maniera, queste che rivalutano le chitarre, questa sonorità così antica e piena di storia, che l'elettronica aveva quasi mandato in pensione.
Ecco un'altra grande giovane scoperta tramite questo Festival, Nina Zilli che ci interpreta "l'uomo che amava le donne". E' un brano dalla struttura antica, d'altronde in tutte le sue interviste la cantante ha confessato la sua grande passione per la musica anni Sessanta ascoltata da vinile. Ed è questo mondo che si ritrova in questa canzone dalle venature bacarackiane e jazz, interpretata da una buona voce, anche se non d'intonazione perfetta, soprattutto nella prima parte del brano. Ormai, in questo finalino, sembra essersi sciolta.
Ora Antonella Clerici sta intervistando Cristiana Capotondi, attrice che sta interpretando una riproposizione di Sissi, ruolo che fu di Romy Snaider.
Ecco la sigla del Festival di Sanremo che, pur essendo il Festival della canzone italiana (dicasi FESTIVAL DELLA CANZONE ITALIANA!), ha una sigla in inglese, completamente orribile.
E' stato appena proclamato il vincitore della categoria "Nuova generazione", purtroppo è Tony Maiello, che con un brano insipidissimo e terzinato, veramente brutto, ha superato tutti. Veramente, non so perché, ma è tipicamente sanrmese dare delle vittorie ingiuste.
Il vincitore sta ora ricantando, stonandola completamente, la sua canzone. Il microfono ha pure fischiato, anche l'ambiente si ribella alle scelte della giuria!. E' un brano banale, che non meritava assolutamente di arrivare dove è arrivato, ma va bene!
Ed ecco il secondo ospite internazionale, i Tokyo Hotel, gruppo rock, che sta cantando rigorosamente in playback, è veramente una vergogna.
Secondo me, ormai, ci si dovrebbe convincere che il Festival dovrebbe essere una vetrina per l'italianità, dove gli stranieri dovrebbero solamente cantare nella nostra lingua, così potrebbe essere veramente l'ultimo rifugio d'Italiaa in una televisione completamente colonizzata. So che queste logiche sono completamente aliene alla televisione globalizzata, che toglie ogni distinzione, che fa sì che ogni programma sia rigorosamente uguale a qualsiasi altro, e dove non ci sono più distinzioni tra sservizio pubblico e canali privati.
Secondo me, invece, il Festival dovrebbe tornare ad essere uno spettacolo fatto in un teatro, che la televisione dovrebbe solo portare nelle case degli italiani.
Siamo al momento topico, si sa chi passa ed è eliminato tra i big. Incrociamo le dita, spero di potermi liberare da Pupo e i compari dell'amore all'Italia.
Purtroppo, mamma mia, la liberazione sperata non avviene, ci resta augurarci che non vinca!ovviamente, purtroppo, di conseguenza rimane fuori Enrico Ruggeri, che d'altronde ha fatto un brano troppo bello per questa orgia indecente.
Sono felice dell'altro escluso, Fabrizio Moro era indegno.
Carissimi lettori, non vi commenterò la finalissima, probabilmente domani, come cappellino al commento alla puntata di "Canzonenapoletana@rai.it", si tirerà qualche conclusione.
Quello che mi sento di dire è che, comunque, qualsiasi genere di musica è più ascoltabile della maggior parte di ciò che passa a Sanremo!
Si inizia con la canzone di Malica Ayane, una delle più buone cantanti uscite negli ultimi anni. Il brano, intitolato "Ricomincio da qui", ha una bella melodia, in maggiore, ma senza disdegnare alcune raffinatezze date da settime minori ed aumentate. La voce della Ayane è perfettamente intonata, con questo timbro così caratteristico, dolce ma tirannicamente potente. Mi ricorda vagamente una canzone di Fabio Concato, ma è giusto un'associazione portata da alcune caratteristiche della ritmica della batteria, che è compatibile con un certo jazz pop degli anni Sessanta.
Simone Cristicchi, cantautore interessato alla musica tradizionale che sfrutta per arricchire i propri orizzonti culturali, ha invitato un gruppo di voci "etniche" per infiorettare il suo brano. La canzone è iniziata con delle cadenze di saltarello, eseguito dai Minatori di Santa Fiora, località toscana dove è nato questo gruppo di grandi voci popolari.
Venendo propriamente alla canzone di Cristicchi, invece, è un rock molto forte, dedicato ad una serie di atteggiamenti tipicamente italiani, tutti votati all'evasione, infatti il ritornello, che potrebbe riecheggiare il bennatiano "Meno male che non c'è Nerone", è un "Meno male che c'è Carla Bruni".
Leggermente più veloce, continuando, arriva questa "La cometa di Halley", che è cantata da Irene Grandi e Marco Cocci. Le voci stasera sono intonate, forse l'emozione si inizia un po' a dissipare, o quantomeno smette di inficiare le prestazioni canore.
La canzone è d'amore, che per nascondere la banalità del tema, lo tratta in maniera pseudoinnovativa. Io salvo di questo brano solamente la musica, che è impregnata di interessanti suggestioni beateggianti, un po' anni Sessanta, anche se "tradotte" con il linguaggio dell'elettronica.
Ed ecco, accolti dall'"inno nomade" "Io vagabondo", arrivano i Nomadi, che interpretano, insieme ad Irene Fornaciari, ad un dj tedesco ed a Susy (che non si sa chi è!), una canzone intitolata "Il mondo piange".
E' una ballata un po' "abolerada", che non va ignorata, ma abbiamo sentito di meglio. Ed ecco un pezzo tradotto in inglese, dove si sente la voce di Susy, che non ha un timbro particolarmente interessante, tipica voce potente, ma niente di più.
Le due voci femminili, dopo essersi "fatte la guerra" per un pochino, si sono alternate per dare più spazio alla ripetizione della asfissiante domanda del testo: "Il mondo piange! Vorrei sapere perché!". Non mi piace!
Il Festival è provvisoriamente interrotto, e si assiste ad una "cavaqueira" abbastanza insopportabile. Il prossimo artista, altrettanto insopportabile che la chiacchierata informale che io ho chiamato con la parola portoghese "cavaqueira", vincitore dell'ultima edizione di "X-factor", talent show da cui si ritiene di estrapolare il futuro della canzone italiana (l'unica cantante davvero azzeccata è stata Noemi!) è Marco Mengoni. Il brano, scritto dallo stesso Mengoni ed interpretato insieme ai Solis string quartet, quartetto strumentale napoletano che sperimenta con successo l'uso degli strumenti classici suonati "classicamente" nella musica leggera e contemporanea, si chiama "Credimi ancora". E' un brano d'amore dove un uomo prega una donna di crederlo ancora, con un patetismo rispetto al quale rimpiango le vecchie canzoni "amore-cuore". la sua voce è senza basse, da donna, terribile.
E purtroppo arriva l'amore per l'Italia di Pupo, Emanuele Filiberto e Luca Canonici, "condito" dalla partecipazione delle Divas, soprani insopportabili, e dall'intervento, che la Clerici ha perfino tentato di troncare, di Marcello Lippi, che rappresenta l'Italia della nazionale e di una Coppa del mondo vinta ormai quattro anni fa.
La prima strofa l'ha fatta Pupo, sulle sue basse stonatissime, poi è arrivato il "principe" che dice che, siccome lui crede nella sua cultura e nella sua religione, ha tutto il diritto di stare qui. Ed ecco, dopo un intervento di Luca Canonici, tenore insipido, che nel tenere il re centrale, nota normale per chi ha questa voce, trema e quasi stona. Pupo, nella sua seconda apparizione, questa volta sulle "alte", ha citato questa mitica finale di Berlino con la quale Lippi ci ha regalato appunto questa bellissima Coppa del mondo.
E' una canzone vergognosa, cosiccome è vergognosa la non distinzione tra "grandi eventi" ed "emergenze" votata dal nostro caro premier a cui, sinceramente, alla maniera di Cinzia Marzo, dico un'altra volta "A mammata!".
In questa prima parte, va detto, l'unica veramente degna, è quella di Malica Ayane, bellissima, semplice, corposa ed innovativa, l'unica è "ricominciare da qui".
E' buona anche quella di Simone Cristicchi, che però, sinceramente, sperimenta una contaminazione che io trovo un po' forzata, quella tra rock britannico e musica popolare italiana allo Stato "Puro".
Siamo con J.Lo, Jennifer López, cantante nulla, questo lo posso dire senza paura di essere smentita.
La cantante sta cantando, in play back perché diversamente non può fare, un suo pezzo da discoteca ma in minore perché fa chic.
C'è un'intervista con la J.lo, mamma mia che noia, che patetismo, che vergogna, il Festival di Sanremo sembra un talk show, veramente brutto!
Ed eccoci a Valerio Scanu, con cui riprende la gara, dopo queste cose troppo intime, sentite con la López. Ed abbiamo anche il piacere di riascoltare la voce di Alessandra Amoroso, che riesce davvero a dare molto con questa melodia corposa. Le due voci sono moderne ma orgogliosamente melodiche, il testo, forse con qualche gioco di parole di troppo, ha comunque una semplicità che cattura.
Ecco la canzone di Arisa, intitolata "Ma l'amore no", che nella versione originale è un simpatico tempo binario. Stasera diventa un swing anni Trenta, che porta all'evidenziazione dell'esilarante comicità della cantante. L'interpretazione è acustica, gustosa, la sua voce non è magari perfettamente intonata, ma il brano è comunque gradevole. Il brano è stato interpretato con la Lino Patruno jazz band, che permette di vedere un grandissimo jazzista, già componente dei Gufi.
Ecco Enrico Ruggeri, che viene accolto con un pezzettino di "Mistero", che vinse il Sanremo 1993 (ripeto: che tempi!).
Il brano di Enrico Ruggeri, intitolato "La notte delle fate", è, almeno in questa occasione, caratterizzato da un ritmo binario un po' simile a "Primavera a Sarajevo", almeno per quanto riguarda la sua prima parte, anche se qui le atmosfere etniche sono sostituite da atmosfere più sinceramente rock. Interessante è l'inizio del ritornello, affidato ad un assolo della sporca ma perfetta voce di Ruggeri. Il testo del brano è un po' criptico, ma si parla sempre di questi personaggi femminili con cui, ormai lo si può ben dire, il cantautore milanese ha fatto pace.
E' un bel brano, che nel finale viene colto da suggestioni arabe, meticciato interessante perché fatto con rispetto.
Ecco un'altra artista che si è guadagnata sul campo la mia stima, Noemi, l'unica che quelli di "X-factor" sono riusciti ad "azzeccare".
Il brano, intitolato "Per tutta la vita", è stato scritto dagli stessi autori della meravigliosa "l'amore si odia", che la cantante ha interpretato insieme alla Mannoia, e forse in parte la ricorda.
Quello che stupisce sempre nella voce di Noemi è l'intonazione perfetta, nonostante che il timbro, non limpido e non puro, potrebbe volentieri portare a fare delle "stonature artistiche".
E' uno di quei brani sui problemi dell'amore, ma non su coppie scoppiate o riappacificate, bensì sui problemi che dà un amore in crisi o finito (il tema è sicuramente meno banale!).
Ecco Fabrizio Moro, che è tornato con un'altra canzone di lotta, che però interpreta insieme a Jarabe de palo, gruppo spagnolo di pop "desentendido". Il cantante, evviva, è completamente stonato, canta come se fosse un romano "borgataro" in un bar con qualche cricca (solo che siamo a Sanremo, e stiamo in diretta con tutto il mondo tramite almeno tre canali radiofonici oltre alla rai tv!).
Ed eccoci a Giuseppe Povia (oh!). Anche questa volta, come quando ci aveva comunicato che i bambini fanno "Oh", ci dà un messaggio veramente brutto, il brano è patetico. Marco Masini, il cantante scelto per il duetto, forse dimostra il livello di bruttezza a cui è arrivato il "canta-cameriere".
Si sta assistendo, ora, ad una esibizione raccapricciante di Jennifer López, che sta facendo un medley dei suoi vecchi successi, rigorosamente in playback, si sente lontano un miglio.
Comunque, questa interruzione della gara, ci permette di fare un commento generale su ciò che si è finora sentito: brani più o meno buoni, bellissimi quelli di Malica Ayane, Enrico Ruggeri e Noemi, accettabili quelli di Ariza e Simone Cristicchi, anche se trovo ingiusto l'utilizzo di un coro popolare in un contesto completamente diverso.
Non parlo, perché già l'ho fatto prima e nell'articolo precedente, della dichiarazione "ufficiale" del "principino".
Si arriva ai giovani, e si inizia con Jessica Brando, che porta un brano in minore, dalla ritmica particolare ma non pesante, intitolato "Dove non ci sono ore". E' un brano un po' "dark", ma armonicamente e melodicamente corposo. Anche il ritornello, che potrebbe ricordare un qualcosa di più "cantabile", non permette alla senaszione di entrarci nell'anima.
Ritmicamente, direi che la canzone è un terzinato lento, una "traduzione" in linguaggio moderno di certe atmosfere anni Sessanta.
La voce della Brando, potente ed equilibrata, è in grado di avere un'intonazione quasi impeccabile, quindi voglio augurarle di poter maturare e continuare a lavorare.
Siamo con il secondo giovane in gara, Tony Maiello con "Il linguaggio della resa".
E' un altro terzinato lento, ma molto più semplice e legato ad una certa melodicità italiana più cantautorale. Devo dire che non mi sta emozionadno particolarmente, ma non mi è neanche del tutto indifferente.
Purtroppo, problema di molte canzoni degli ultimi Festival anche se non particolarmente reperibile in questo, l'orchestra riesce ad insinuarsi male, infatti forse andrebbe abolita. Dovremmo infatti ricordarci, forse, che quando questa manifestazione è nata, nel lontano 1951 su idea del fioraio Amilcare Rambaldi, un'orchestra ben fornita era l'unico modo possibile di eeseguire la musica. Oggi, forse, basterebbe far esibire ognuno con il proprio gruppo, cosiccome avviene ad ottobre durante il Club Tenco.
Eccoci a quella che è la mia canzone preferita in assoluto di questo festival, la ballata, melodica e semplice ma con venature giampierettiane interessanti, intitolata "Tu non mi dài pace", interpretata da Luca Marino. Sono molto felice di essere qui per ascoltare un'interpretazione live che, anche se non impeccabile perché si perde sulle alte, specialmente sul soldiesis, è comunque bella e non artefatta. Sono talmente stanca di stranezze, che preferisco questi brani alla vecchia maniera, queste che rivalutano le chitarre, questa sonorità così antica e piena di storia, che l'elettronica aveva quasi mandato in pensione.
Ecco un'altra grande giovane scoperta tramite questo Festival, Nina Zilli che ci interpreta "l'uomo che amava le donne". E' un brano dalla struttura antica, d'altronde in tutte le sue interviste la cantante ha confessato la sua grande passione per la musica anni Sessanta ascoltata da vinile. Ed è questo mondo che si ritrova in questa canzone dalle venature bacarackiane e jazz, interpretata da una buona voce, anche se non d'intonazione perfetta, soprattutto nella prima parte del brano. Ormai, in questo finalino, sembra essersi sciolta.
Ora Antonella Clerici sta intervistando Cristiana Capotondi, attrice che sta interpretando una riproposizione di Sissi, ruolo che fu di Romy Snaider.
Ecco la sigla del Festival di Sanremo che, pur essendo il Festival della canzone italiana (dicasi FESTIVAL DELLA CANZONE ITALIANA!), ha una sigla in inglese, completamente orribile.
E' stato appena proclamato il vincitore della categoria "Nuova generazione", purtroppo è Tony Maiello, che con un brano insipidissimo e terzinato, veramente brutto, ha superato tutti. Veramente, non so perché, ma è tipicamente sanrmese dare delle vittorie ingiuste.
Il vincitore sta ora ricantando, stonandola completamente, la sua canzone. Il microfono ha pure fischiato, anche l'ambiente si ribella alle scelte della giuria!. E' un brano banale, che non meritava assolutamente di arrivare dove è arrivato, ma va bene!
Ed ecco il secondo ospite internazionale, i Tokyo Hotel, gruppo rock, che sta cantando rigorosamente in playback, è veramente una vergogna.
Secondo me, ormai, ci si dovrebbe convincere che il Festival dovrebbe essere una vetrina per l'italianità, dove gli stranieri dovrebbero solamente cantare nella nostra lingua, così potrebbe essere veramente l'ultimo rifugio d'Italiaa in una televisione completamente colonizzata. So che queste logiche sono completamente aliene alla televisione globalizzata, che toglie ogni distinzione, che fa sì che ogni programma sia rigorosamente uguale a qualsiasi altro, e dove non ci sono più distinzioni tra sservizio pubblico e canali privati.
Secondo me, invece, il Festival dovrebbe tornare ad essere uno spettacolo fatto in un teatro, che la televisione dovrebbe solo portare nelle case degli italiani.
Siamo al momento topico, si sa chi passa ed è eliminato tra i big. Incrociamo le dita, spero di potermi liberare da Pupo e i compari dell'amore all'Italia.
Purtroppo, mamma mia, la liberazione sperata non avviene, ci resta augurarci che non vinca!ovviamente, purtroppo, di conseguenza rimane fuori Enrico Ruggeri, che d'altronde ha fatto un brano troppo bello per questa orgia indecente.
Sono felice dell'altro escluso, Fabrizio Moro era indegno.
Carissimi lettori, non vi commenterò la finalissima, probabilmente domani, come cappellino al commento alla puntata di "Canzonenapoletana@rai.it", si tirerà qualche conclusione.
Quello che mi sento di dire è che, comunque, qualsiasi genere di musica è più ascoltabile della maggior parte di ciò che passa a Sanremo!
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19 febbraio 2010,
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Festival di Sanremo 2010,
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venerdì 19 febbraio 2010
Commento a parte della serata del 18 febbraio 2010 del Festival di Sanremo
Carissimi lettori, questa sera, 18 febbraio 2010, voglio scrivere il post più strano ed inaspettato che si possa trovare in questo blog, un commento alla terza serata del Festival di Sanremo, quella dedicata ai duetti e alla festa per i sessanta anni della manifestazione. (Dopo c'era anche la gara, ma era troppo tardi e non potevo restare!).
Ed eccoci ad Antonella Clerici che ci presenta questa serata particolare, tra passato e presente.
Io, come vi potrete immaginare, commenterò a caldo, senza pietà come sempre, ogni brano, ogni interpretazione, tutto ciò che riguarda il Festival. Mi dispiace che sia il calcio che le Olimpiadi non permetteranno un ascolto fluido.
L'inizio diciamo che non è dei migliori. Si parte con i cinque brani che si possono far "tornare in corsa", ed il primo è quello di Toto Cotugno, che come sapete mi piace poco e mi traumatizza tutte le volte che lo sento. Sta cantando una tipica ballata, un bolero cubano, insieme ad una cantante nulla come Belén Rodríguez, nota per aver presentato una versione un po' edulcorata di "Sarabanda".
I due cantanti fanno a gara a chi stona di più, una melodia che, in fondo, non è poi così indegna, anche se il testo, pur di essere innovativo, è veramente inenarrabile.
Ed eccoci qua alla famosa e contestata canzone di Pupo, Emanuele Filiberto e Luca Canonici. La mia contestazione è ovviamente piena, anche solo per il fatto che il "principino" è tra gli autori del brano, insieme al signor Ghinazzi, il quale sembra interessato, da due anni a questa parte, a sfogare la propria passione musicale con brani pieni di retorica. Questo brano, con belle orchestrazioni, non a caso sono opera del grande Renato Serio, è addirittura una difesa del "principino", il quale così ha palesato il proprio amore per un paese che ama solo a parole.
Ed ecco il primo brano di cui mi sento di poter parlare bene, una ballata melodica interpretata da Valerio Scanu insieme alla grande giovane Alessandra Amoroso. Non si può dire che i due cantanti, soprattutto lui, siano perfettamente intonati, ma quantomeno il brano è assolutamente sanremese, semplice e romantico. Il brano non pretende di dare messaggi politici, è una bella ballata.
Siamo ora con un gruppo giovane, chiamato Sonora, che presenta una ballata melodica che, però, viene introdotta da un tediosissimo assolo di chitarra elettrica distorta, di cui non si capisce l'utilità.
I cantanti cantano questa melodia, semplice ma buona, con un canto che si potrebbe compatibilizzare meglio con un rock duro, infatti oggi, anche se l'Italia non riesce a staccarsi dalla melodia, essa viene sentita come profondamente vecchia.
Il testo è inenarrabile, è una dichiarazione d'amore dove l'uomo, piantato dalla propria amata, le dichiara il suo continuo ed incondizionato amore.
Nino D'Angelo, dopo essersi "pentito" delle sue prime canzoni, semplicemente pop melodico, anzi "neomelodico", si è "convertito" al "pop etnico", che ha portato alla presenza di Ambrogio Sparagna, organettista che ormai si è dato alla musica pop, "travestita" da musica tradizionale. Il pezzo è veramente patetico, peccato che abbiano partecipato voci come Peppe Barra, Elena Ledda e Consiglia Licciardi. Dico "peccato" perché, sinceramente, queste voci vanno apprezzate in altri contesti, ed esperienze così non portano a niente di concreto, tantomeno ad una maggiore popolarità.
Subito dopo abbiamo il primo momento "storico" del Festival, con Elisa che, dopo aver interpretato la bella "Luce", che la fece vincere nel 2001, interpreta una bellissima versione di "Canzone per te". L'interpretazione è stata meravigliosa, rispettosa ma personale. Infine, la cantante sta interpretando un accenno della recente ma ormai famosa "Ti vorrei sollevare" seguita dal suo ultimo successo in italiano e da un suo pezzo in lingua inglese.
Il Festival riprende con uno dei momenti più belli, forse il più bello per ora, ossia con l'interpretazione, da parte di Fiorella Mannoia, del capolavoro di Giorgio Calabrese e Carlo Alberto Rossi "E se domani", uno dei brani "ignorati" del Sanremo 1964, che divenne un classico nella versione di Mina. L'arrangiamento del brano è più classico e meno jazzistico, prende quasi delle andature di "bolero", ma la batteria, con le sue sinuose spazzole, insinua la presenza della versione di Mina. L'interpretazione della Mannoia non si lascia andare a sentimentalismi e patetismi, è "confidenziale", profonda, raccolta, impeccabile.
Fiorella Mannoia continua la sua "ospitata" al Festival di Sanremo con "Estate" dei Negramaro", che è una delle canzoni contenute nel suo ultimo cd intitolato "Ho imparato a sognare", primo dedicato completamente alle canzoni non scritte per lei. L'interpretazione, forse, rispetto a quella presente nell'album, di cui qui si è già parlato, è un po' più tremula, ma sempre grande. Suona particolare sentire la Mannoia, padrona di una voce dalla potenza e limpidezza impari, utilizzare il "falsetto", che per lei è un po' innaturale.
Il secondo ospite è un cantante italo-spagnolo, quel Miguel Bosé che in Italia è conosciuto per canzoni come "Se tu non torni" o "bravi ragazzi". Il cantante sta interpretando "Non ho l'età", brano che vinse la mitica edizione del 1964.
L'interpretazione non è delle migliori, forse qui gioca anche una questione di cuore, nella mia famiglia c'è un forte legame con quella della Cinquetti, uno dei brani che ha rappresentato l'italianità durante i dieci anni d'emigrazione in Francia (1958-1968).
Miguel Bosé ora sta cantando un brano inclassificabile, con tanto di rumore di vinile campionato, intitolato "Por ti". E' una canzone dove un uomo dice ad una donna che farebbe qualsiasi cosa per lei, insomma le dichiara amore eterno. E' un brano che non mi convince, ma va bene, io Miguel bosé lo stimo molto di più come conduttore di un bellissimo programma, ormai dieci anni fa, sulla televisione spagnola, dal titolo "Séptimo de caballería". Questo programma, di cui sinceramente mi piacerebbe trovare delle puntate da rivedere, ospitava cantanti che cantavano dal vivo e si raccontavano.
Si continua con Edoardo Bennato, che interpreta la bellissima "Ciao amore ciao" di Luigi Tenco. L'interpretazione, forse, tra quelle sinora sentite, è la più deludente, perché la sento senza cuore e stonata. Comunque voglio dire un "bravo" a Bennato, per il coraggio dimostrato.
Stiamo assistendo ora ad un medley dei più grandi successi del partenopeo, ora sta accennando "Il rock di Capitano Uncino", mentre prima, a quanto si dice, ha interpretato "Un giorno credi". Ora stiamo ascoltando "E' lei", l'ultima canzone del napoletano, ballata rock dolce e bella. E' un brano politico, come può fare brani politici chi pensa che "tra Destra e Sinistra si deve solo scegliere il buon senso" e si sente addirittura "al di sopra delle parti".
Divagazione: ognuno di noi, in qualsiasi gesto compia, mette un po' di sé, una propria verità, quindi basta con le parole "obbiettività" ed espressioni "al disopra delle parti".
Ed eccoci a Massimo Ranieri, che ci offre un'interpretazione, che io purtroppo ascolto solo da metà, di "Io che non vivo". Il brano, lanciato nel 1965 ed interpretato da moltissimi interpreti anche internazionali, nella voce di Ranieri acquista una bellissima teatralità che gli si addice molto.
Massimo Ranieri, per continuare a farci impazzire, interpreta "Perdere l'amore", che vinse (che tempi!) il Sanremo 1988. Bisogna dire che nel "crescendo" che lo porta verso l'ottava centrale del pianoforte, il cantante inizia ad avere problemi. Il brano, comunque, a me fa venire i brividi, anche perché è stato uno dei primi che io ho sentito in quei Festival di Sanremo che ho visto da bambina (avevo cinque anni!).
Sono abbastanza pietosi, non ne avevo parlato e non volevo farlo, gli interventi del pubblico, ma anche questo chiede lo spettacolo televisivo.
Carmen Consoli, lanciata dal Festival di Sanremo 1996, sta ora interpretando una commoventissima "Mandaci una cartolina", brano molto tenero, ritratto di suo padre. E' un brano bellissimo, che, se possibile, con le sonorità acustiche dell'orchestra, diventa davvero un capolavoro. Voglio dire un "brava" a Carmen Consoli, perché è veramente difficile avere il coraggio di lasciare la strada del rock, sicuramente più commerciale, e tuffarsi nel mondo del più puro, ed ormai molto bisfrattato, cantautorato italiano.
Ed eccoci ad una bellissima interpretazione, che comincia a cappella e poi ha un leggero sostegno orchestrale, di quello che fu il primo brano sanremese della Consoli, la notevole "Amore di Plastica".
Carmen Consoli, compatibilmente con questa sua strada italiana, sta interpretando una versione di "Grazie dei fiori". In verità ci sono delle venature alla Mark Ribot, che però non mi dànno per niente fastidio.
E' salita ora sul palco dell'Ariston Nilla Pizzi, la quale, nonostante i suoi novantun anni, riesce ancora a cantare. La Pizzi ora ha accennato dei pezzettini di "Grazie dei fior" (recitato) e "Vola colomba".
Il Festival continua con Riccardo Cocciante, che torna a cantare dopo diverso tempo ritirato, perché preso dai suoi numerosi musical. Se devo dire la verità, questa "Nel blu dipinto di blu" è la versione più deludente, anche perché il cantante non si è nemmeno imparato bene il testo di questo capolavoro, ha fatto una serie di errori grossolani. Anche la ritmica, rallentata, non dà assolutamente l'idea del volo di Modugno, che era una sferzata d'energia.
Ora Riccardo Cocciante ci sta ricordando uno dei suoi capolavori, quella "Se stiamo insieme" che vinse (ancora una volta: che tempi!) il Sanremo 1991 (me lo ricordo!).
Ora sì che mi sto emozionando, per la grande semplicità e passionalità che sprigiona il brano. E' entrata l'orchestra, che sta facendo acquistare un respiro ancora più teatrale al canto di Cocciante, sempre così vissuto.
Ora stiamo ascoltando un brano tratto da "Giulietta e Romeo", ultimo musical di Cocciante, che girerà il mondo in lingua italiana. Si nota che sono melodie corpose, come lo erano quelle del bellissimo e meritatamente famoso "Notredame de Paris". Si può dire che Cocciante, e bisogna fargli i complimenti, è riuscito a creare un compromesso tra la melodicità italiana e la struttura del musical, che, d'altronde, è sorella della nostra opera ottocentesca.
Ed ecco un accenno di "Bella", tratta da "Notredame de Paris", che secondo me è una delle più belle canzoni mai scritte. L'atmosfera di questo musical fastosissimo, viene anche perpetuata da "Il tempo delle cattedrali".
Si continua con Francesco Renga, che interpreta, innanzitutto, "La voce del silenzio", uno dei brani più difficili del repertorio sanremese. Il cantante, comunque, bisogna dire che ha una voce potente ed è veramente intonato, cosa che oggi è sempre più rara.
L'orchestrazione è bellissima, per niente roboante, solo classica, infatti manca completamente ogni forma di riferimento ritmico leggero.
Ed eccoci all'omaggio, tardivo e meritato, che il Festival rende ad uno dei più grandi autori della musica italiana, il toscano Aldo Caponi in arte Don Backy. Questo omaggio non poteva essere fatto meglio, perché si sceglie "L'immensità", che per me è la più bella canzone italiana di tutti i tempi.
Ed ecco che Francesco Renga ci ricorda il brano che vinse il Sanremo 2005, quella "Angelo" che il cantautore ha dedicato ad una figlia che era appena nata.
La melodia del brano è molto corposa, quindi interpretata solo con un'orchestra classica, forse riesce a trovare la sua migliore veste.
Ed eccoci ad un altro momento emozionantissimo, Fiorella Mannoia ed Elisa che ricordano Mia Martini, con uno dei capolavori assoluti interpretati dalla calabrese "Almeno tu nell'universo".
La prima parte è stata affidata alla cantante romana, che l'ha porta con la sua "passionalità confidenziale". Il ritornello, invece, è appannaggio di Elisa, che lo canta in un modo che a me è sempre sembrato inadatto, perché esso è un grido d'amore, tra i più forti che ho mai sentito, mentre lei non ha quel sentimento.
Chiedo scusa per le lacune che potrete reperire in questo commento, ma non si poteva fare meglio date le circostanze. Vi prometto che anche stasera, serata dei duetti dei "big" ancora in gara, scriverò un personale commento.
P.s I ripescati di ieri: Valerio Scanu (Evviva!) e... Pupo e i compari dell'"Italia amore mio" (vergogna!).
Questa sera, quindi, forse dovrò risentire quel brano favoloso? Ditemi di no!.s.
Ed eccoci ad Antonella Clerici che ci presenta questa serata particolare, tra passato e presente.
Io, come vi potrete immaginare, commenterò a caldo, senza pietà come sempre, ogni brano, ogni interpretazione, tutto ciò che riguarda il Festival. Mi dispiace che sia il calcio che le Olimpiadi non permetteranno un ascolto fluido.
L'inizio diciamo che non è dei migliori. Si parte con i cinque brani che si possono far "tornare in corsa", ed il primo è quello di Toto Cotugno, che come sapete mi piace poco e mi traumatizza tutte le volte che lo sento. Sta cantando una tipica ballata, un bolero cubano, insieme ad una cantante nulla come Belén Rodríguez, nota per aver presentato una versione un po' edulcorata di "Sarabanda".
I due cantanti fanno a gara a chi stona di più, una melodia che, in fondo, non è poi così indegna, anche se il testo, pur di essere innovativo, è veramente inenarrabile.
Ed eccoci qua alla famosa e contestata canzone di Pupo, Emanuele Filiberto e Luca Canonici. La mia contestazione è ovviamente piena, anche solo per il fatto che il "principino" è tra gli autori del brano, insieme al signor Ghinazzi, il quale sembra interessato, da due anni a questa parte, a sfogare la propria passione musicale con brani pieni di retorica. Questo brano, con belle orchestrazioni, non a caso sono opera del grande Renato Serio, è addirittura una difesa del "principino", il quale così ha palesato il proprio amore per un paese che ama solo a parole.
Ed ecco il primo brano di cui mi sento di poter parlare bene, una ballata melodica interpretata da Valerio Scanu insieme alla grande giovane Alessandra Amoroso. Non si può dire che i due cantanti, soprattutto lui, siano perfettamente intonati, ma quantomeno il brano è assolutamente sanremese, semplice e romantico. Il brano non pretende di dare messaggi politici, è una bella ballata.
Siamo ora con un gruppo giovane, chiamato Sonora, che presenta una ballata melodica che, però, viene introdotta da un tediosissimo assolo di chitarra elettrica distorta, di cui non si capisce l'utilità.
I cantanti cantano questa melodia, semplice ma buona, con un canto che si potrebbe compatibilizzare meglio con un rock duro, infatti oggi, anche se l'Italia non riesce a staccarsi dalla melodia, essa viene sentita come profondamente vecchia.
Il testo è inenarrabile, è una dichiarazione d'amore dove l'uomo, piantato dalla propria amata, le dichiara il suo continuo ed incondizionato amore.
Nino D'Angelo, dopo essersi "pentito" delle sue prime canzoni, semplicemente pop melodico, anzi "neomelodico", si è "convertito" al "pop etnico", che ha portato alla presenza di Ambrogio Sparagna, organettista che ormai si è dato alla musica pop, "travestita" da musica tradizionale. Il pezzo è veramente patetico, peccato che abbiano partecipato voci come Peppe Barra, Elena Ledda e Consiglia Licciardi. Dico "peccato" perché, sinceramente, queste voci vanno apprezzate in altri contesti, ed esperienze così non portano a niente di concreto, tantomeno ad una maggiore popolarità.
Subito dopo abbiamo il primo momento "storico" del Festival, con Elisa che, dopo aver interpretato la bella "Luce", che la fece vincere nel 2001, interpreta una bellissima versione di "Canzone per te". L'interpretazione è stata meravigliosa, rispettosa ma personale. Infine, la cantante sta interpretando un accenno della recente ma ormai famosa "Ti vorrei sollevare" seguita dal suo ultimo successo in italiano e da un suo pezzo in lingua inglese.
Il Festival riprende con uno dei momenti più belli, forse il più bello per ora, ossia con l'interpretazione, da parte di Fiorella Mannoia, del capolavoro di Giorgio Calabrese e Carlo Alberto Rossi "E se domani", uno dei brani "ignorati" del Sanremo 1964, che divenne un classico nella versione di Mina. L'arrangiamento del brano è più classico e meno jazzistico, prende quasi delle andature di "bolero", ma la batteria, con le sue sinuose spazzole, insinua la presenza della versione di Mina. L'interpretazione della Mannoia non si lascia andare a sentimentalismi e patetismi, è "confidenziale", profonda, raccolta, impeccabile.
Fiorella Mannoia continua la sua "ospitata" al Festival di Sanremo con "Estate" dei Negramaro", che è una delle canzoni contenute nel suo ultimo cd intitolato "Ho imparato a sognare", primo dedicato completamente alle canzoni non scritte per lei. L'interpretazione, forse, rispetto a quella presente nell'album, di cui qui si è già parlato, è un po' più tremula, ma sempre grande. Suona particolare sentire la Mannoia, padrona di una voce dalla potenza e limpidezza impari, utilizzare il "falsetto", che per lei è un po' innaturale.
Il secondo ospite è un cantante italo-spagnolo, quel Miguel Bosé che in Italia è conosciuto per canzoni come "Se tu non torni" o "bravi ragazzi". Il cantante sta interpretando "Non ho l'età", brano che vinse la mitica edizione del 1964.
L'interpretazione non è delle migliori, forse qui gioca anche una questione di cuore, nella mia famiglia c'è un forte legame con quella della Cinquetti, uno dei brani che ha rappresentato l'italianità durante i dieci anni d'emigrazione in Francia (1958-1968).
Miguel Bosé ora sta cantando un brano inclassificabile, con tanto di rumore di vinile campionato, intitolato "Por ti". E' una canzone dove un uomo dice ad una donna che farebbe qualsiasi cosa per lei, insomma le dichiara amore eterno. E' un brano che non mi convince, ma va bene, io Miguel bosé lo stimo molto di più come conduttore di un bellissimo programma, ormai dieci anni fa, sulla televisione spagnola, dal titolo "Séptimo de caballería". Questo programma, di cui sinceramente mi piacerebbe trovare delle puntate da rivedere, ospitava cantanti che cantavano dal vivo e si raccontavano.
Si continua con Edoardo Bennato, che interpreta la bellissima "Ciao amore ciao" di Luigi Tenco. L'interpretazione, forse, tra quelle sinora sentite, è la più deludente, perché la sento senza cuore e stonata. Comunque voglio dire un "bravo" a Bennato, per il coraggio dimostrato.
Stiamo assistendo ora ad un medley dei più grandi successi del partenopeo, ora sta accennando "Il rock di Capitano Uncino", mentre prima, a quanto si dice, ha interpretato "Un giorno credi". Ora stiamo ascoltando "E' lei", l'ultima canzone del napoletano, ballata rock dolce e bella. E' un brano politico, come può fare brani politici chi pensa che "tra Destra e Sinistra si deve solo scegliere il buon senso" e si sente addirittura "al di sopra delle parti".
Divagazione: ognuno di noi, in qualsiasi gesto compia, mette un po' di sé, una propria verità, quindi basta con le parole "obbiettività" ed espressioni "al disopra delle parti".
Ed eccoci a Massimo Ranieri, che ci offre un'interpretazione, che io purtroppo ascolto solo da metà, di "Io che non vivo". Il brano, lanciato nel 1965 ed interpretato da moltissimi interpreti anche internazionali, nella voce di Ranieri acquista una bellissima teatralità che gli si addice molto.
Massimo Ranieri, per continuare a farci impazzire, interpreta "Perdere l'amore", che vinse (che tempi!) il Sanremo 1988. Bisogna dire che nel "crescendo" che lo porta verso l'ottava centrale del pianoforte, il cantante inizia ad avere problemi. Il brano, comunque, a me fa venire i brividi, anche perché è stato uno dei primi che io ho sentito in quei Festival di Sanremo che ho visto da bambina (avevo cinque anni!).
Sono abbastanza pietosi, non ne avevo parlato e non volevo farlo, gli interventi del pubblico, ma anche questo chiede lo spettacolo televisivo.
Carmen Consoli, lanciata dal Festival di Sanremo 1996, sta ora interpretando una commoventissima "Mandaci una cartolina", brano molto tenero, ritratto di suo padre. E' un brano bellissimo, che, se possibile, con le sonorità acustiche dell'orchestra, diventa davvero un capolavoro. Voglio dire un "brava" a Carmen Consoli, perché è veramente difficile avere il coraggio di lasciare la strada del rock, sicuramente più commerciale, e tuffarsi nel mondo del più puro, ed ormai molto bisfrattato, cantautorato italiano.
Ed eccoci ad una bellissima interpretazione, che comincia a cappella e poi ha un leggero sostegno orchestrale, di quello che fu il primo brano sanremese della Consoli, la notevole "Amore di Plastica".
Carmen Consoli, compatibilmente con questa sua strada italiana, sta interpretando una versione di "Grazie dei fiori". In verità ci sono delle venature alla Mark Ribot, che però non mi dànno per niente fastidio.
E' salita ora sul palco dell'Ariston Nilla Pizzi, la quale, nonostante i suoi novantun anni, riesce ancora a cantare. La Pizzi ora ha accennato dei pezzettini di "Grazie dei fior" (recitato) e "Vola colomba".
Il Festival continua con Riccardo Cocciante, che torna a cantare dopo diverso tempo ritirato, perché preso dai suoi numerosi musical. Se devo dire la verità, questa "Nel blu dipinto di blu" è la versione più deludente, anche perché il cantante non si è nemmeno imparato bene il testo di questo capolavoro, ha fatto una serie di errori grossolani. Anche la ritmica, rallentata, non dà assolutamente l'idea del volo di Modugno, che era una sferzata d'energia.
Ora Riccardo Cocciante ci sta ricordando uno dei suoi capolavori, quella "Se stiamo insieme" che vinse (ancora una volta: che tempi!) il Sanremo 1991 (me lo ricordo!).
Ora sì che mi sto emozionando, per la grande semplicità e passionalità che sprigiona il brano. E' entrata l'orchestra, che sta facendo acquistare un respiro ancora più teatrale al canto di Cocciante, sempre così vissuto.
Ora stiamo ascoltando un brano tratto da "Giulietta e Romeo", ultimo musical di Cocciante, che girerà il mondo in lingua italiana. Si nota che sono melodie corpose, come lo erano quelle del bellissimo e meritatamente famoso "Notredame de Paris". Si può dire che Cocciante, e bisogna fargli i complimenti, è riuscito a creare un compromesso tra la melodicità italiana e la struttura del musical, che, d'altronde, è sorella della nostra opera ottocentesca.
Ed ecco un accenno di "Bella", tratta da "Notredame de Paris", che secondo me è una delle più belle canzoni mai scritte. L'atmosfera di questo musical fastosissimo, viene anche perpetuata da "Il tempo delle cattedrali".
Si continua con Francesco Renga, che interpreta, innanzitutto, "La voce del silenzio", uno dei brani più difficili del repertorio sanremese. Il cantante, comunque, bisogna dire che ha una voce potente ed è veramente intonato, cosa che oggi è sempre più rara.
L'orchestrazione è bellissima, per niente roboante, solo classica, infatti manca completamente ogni forma di riferimento ritmico leggero.
Ed eccoci all'omaggio, tardivo e meritato, che il Festival rende ad uno dei più grandi autori della musica italiana, il toscano Aldo Caponi in arte Don Backy. Questo omaggio non poteva essere fatto meglio, perché si sceglie "L'immensità", che per me è la più bella canzone italiana di tutti i tempi.
Ed ecco che Francesco Renga ci ricorda il brano che vinse il Sanremo 2005, quella "Angelo" che il cantautore ha dedicato ad una figlia che era appena nata.
La melodia del brano è molto corposa, quindi interpretata solo con un'orchestra classica, forse riesce a trovare la sua migliore veste.
Ed eccoci ad un altro momento emozionantissimo, Fiorella Mannoia ed Elisa che ricordano Mia Martini, con uno dei capolavori assoluti interpretati dalla calabrese "Almeno tu nell'universo".
La prima parte è stata affidata alla cantante romana, che l'ha porta con la sua "passionalità confidenziale". Il ritornello, invece, è appannaggio di Elisa, che lo canta in un modo che a me è sempre sembrato inadatto, perché esso è un grido d'amore, tra i più forti che ho mai sentito, mentre lei non ha quel sentimento.
Chiedo scusa per le lacune che potrete reperire in questo commento, ma non si poteva fare meglio date le circostanze. Vi prometto che anche stasera, serata dei duetti dei "big" ancora in gara, scriverò un personale commento.
P.s I ripescati di ieri: Valerio Scanu (Evviva!) e... Pupo e i compari dell'"Italia amore mio" (vergogna!).
Questa sera, quindi, forse dovrò risentire quel brano favoloso? Ditemi di no!.s.
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giovedì 18 febbraio 2010
Riflessioni su "Dialetti d'Italia" (Warner music, 2010)
Carissimi lettori, è da tanto, troppo tempo che non scrivo un articolo veramente cattivo (poi non lo è tanto!), ogni tanto nei blog anche la cattiveria trova spazio (sono sempre triste quando gliene devo dare!).
La Warner music ha appena sfornato un doppio cd intitolato "Dialetti d'Italia", nel quale in maniera sommaria ed indecisa si ripercorre un indefinito repertorio "regionalistico" nazionale.
Voglio innanzitutto disquisire sul titolo: "Dialetti d'Italia". Avrei gradito, e probabilmente la gradirei davvero se uscisse, in vari volumi monografici e non raccolta in un unico disco, un'antologia di brani cantati nei vari dialetti italiani, ma qui, signori miei non si parla di questo, si parla di fare un "Giro d'Italia" tra brani dedicati a tutte le regioni, mischiando in un unico minestrone canti usciti da penne buone ma pittoresche e fantasiose come quella di Odoardo Spadaro o di Eldo di Lazzaro, con brani scaturiti dalla nostra più profonda tradizione, perfino con dei canti di lavoro. Sinceramente mi fa rabbia che si prendano le canzoni come ex libris turistici, anzi mi imbestialisce il concetto stesso di ex libris turistico.
Voglio comunque dare un'occhiata insieme a voi alla track list, che ho qui sotto mentre scrivo, per tirare un po' di "Mazzate pesanti", tanto sono sicura che capiterà.
La prima arriva subito: questo disco, che dovrebbe essere di omaggio ai dialetti, si apre con l'inno nazionale italiano, forse per far capire che anche questo cd "federalista" rispetta l'unità nazionale. Sinceramente, "Fratelli d'Italia", lo vedo meglio inserito in un discorso sui canti patriottici, anche se poi ho le mie idiosincrasie personali che me ne fanno amare molto di più altri.
Iniziando dalla Lombardia, partiamo con una delle più brutte canzoni che si possano dedicare ad una città, la "Madunina" che, anche se è diventata popolare, è comunque d'autore in quanto l'ha composta il grande maestro D'Anzi, autore tra le altre di "Ma le gambe" o "Bellezza in bicicletta", brani che negli anni Trenta hanno fatto sognare un'intera generazione. Il brano, e qui voglio gridare un "Evviva", è interpretato da uno dei più grandi interpreti di "jazz italiano" (come lo intendo io!), ossia dal milanesissimo Alberto Rabagliati.
Sinceramente mi ci vuole un po' per accostare ad una canzone così pittoresca, come comunque è "Madunina", una "Ma mì" scritta da Giorgio Streler. Comunque il brano è bello, anche se c'è sempre una puntina di razzismo antimeridionale, che ai lombardi piace molto (non me ne abbiano!). L'interpretazione che troviamo nel cd è di Ornella Vanoni, cantante che a me non piace, anche per le sue esagerazioni "bossanovistiche" con Toquinho e De Moraes. Vorrei consigliarvi di riscoprire la versione dei Gufi, gruppo musical-cabarettistico attivo tra il 1964 ed il 1969, composto da eccellentissimi artisti.
Arriviamo a "Crapa Pelada", brano che negli anni Quaranta fece muovere il piedino a più d'uno, grazie alla scintillante musica scritta da Gorni Cramer. Lo si ascolta, e mi fa piacere, dai grandi componenti del Quartetto Cetra, che ha perso l'anno scorso il grande Virgilio Savona. Meravigliosi sono gli impasti vocali e mirabili le risposte della swingante fisarmonica dell'autore.
Devo riconoscere che quantomeno si va per regioni, ma ciò non toglie che i passaggi bruschi da concezione a concezione musicale mi dànno fastidio. Dopo lo spumeggiante Quartetto Cetra, si arriva al buono duo di Piadena che interpreta il primo canto veramente tradizionale presente nella compilation, il piemontese "L'uva fogarina".
Il secondo brano piemontese, altro salto, lo si ascolta interpretato da una buona voce come quella della Cinquetti, che forse, però, non riesce poi a ritrarre atmosfere popolari con la vivezza dovuta (preferisco "Alle porte del sole" o "Quelli eran giorni", musica leggera di buonissima qualità!).
Il terzo brano, dedicato alla città della F.I.A.T., non lo posso commentare, né posso esprimermi sul suo interprete, quindi veramente "Ciao Torino".
Subito dopo si ricorda una buona voce piemontese, il cantautore e cabarettista Gipo Farassino, uno dei partecipanti al mitico girone "Folk" del cantagiro '69. Il brano che interpreta è "Montagne del me piemunt".
Si arriva, come è giusto che sia, ad un canto alpino eseguito da un tipico coro tra i più famosi, quello delle "Penne nere". Il canto in questione è "La pastorala".
Sempre dallo stesso coro, si ascolta "Quel mazzolin di fiori", uno di quei canti che "a cappella" ha il suo innegabile fascino.
Ispirati sempre da questa atmosfera alpina, ritroviamo Gigliola Cinquetti con "La valsugana".
Arrivando in Veneto, si è piacevolmente sorpresi dalla presenza di Licia Morosini, che interpreta, e non poteva essere altrimenti, "La biondina in gondoleta".
In veneto, anche qui immancabile in un disco che più che presentare il folklore regionale ribadisce gli stereotipi che rendono insana la vita di ogni regione, arriva "I goboni", altrimenti conosciuta come "La famiglia dei gobon".
Il brano successivo mi è completamente sconosciuto, quindi non se ne parla (non riesco neanche a trascrivervelo, scusate!).
Arrivando a Trieste ci troviamo davanti "La mula de Parenzo", bellissimo canto, che qui trova la voce di Lorenzo Pilat (non so se è il Pilade che conosco io...).
Si prosegue con un canto di mondine, il più noto fra tutti, quel "Sciur padrùn da li beli braghi bianchi" che io vi consiglierei di ascoltare nella meravigliosa versione della mondina-cantante esimia Giovanna Daffini. Nella raccolta, nelle cui presentazioni è spesso usato il termine "popolare", il brano è interpretato da Gigliola Cinquetti, sulla cui carriera e sulle mie preferenze non voglio tornare.
Arrivando in Romagna, si trova un brano in dialetto bolognese che disconosco, intitolato "La raza buloneisa".
La Romagna, e non poteva essere altrimenti, è rappresentata anche dall'Orchestra Spettacolo Raool Casadei, la quale interpreta un brano che, nonostante la sua grandissima notorietà quindi il suo essere "popolare" tra la gente, non è per niente tradizionale, in quanto composto da Secondo Casadei, fondatore dell'ensemble. Il brano, valzerino sicuramente coinvolgente, è un inno pittoresco alla "Romagna mia, Romagna in fiore", ma non so quanto rappresenta l'identità effettiva della regione.
Continuando, arrivando alle nostre amate Marche, si riscopre il Canzoniere internazionale, uno dei tanti attivi in Italia nel periodo del folk revival politicizzato. Sono felice perché credo che non si trovi in giro molto materiale ristampato, ma sono scettica...
Ora iniziamo ad avere qualche problema... Ci troviamo con un salto della regione Umbria che recupereremo più avanti, infatti si arriva in Abruzzo. L'unico pezzo in dialetto abruzzese presente, anche perché è l'unico veramente famoso, è "Vola vola vola", che ascoltiamo cantare ad un barese (il grande baritono Gino Latilla) ed alla recentemente scomparsa Carla Boni, di provenienza milanese (filologia: zero!). Ciò che smorza leggermente la mia critica a questa traccia, è il fatto che si riportano alla luce due grandissimi interpreti.
Sempre di tematica abruzzese, ma né tradizionale né tantomeno scritto da un abruzzese, arriva questo bellissimo e inossidabile "Reginella campagnola", nato dalla fantasia di quell'Eldo di Lazzaro che ha lodato con parsimonia molte ragazze d'Italia ("La romanina", "Piemontesina", "Rosa bella del Molise"). La canzone in questione la scoltiamo dalla voce del "reuccio", ma io, nonostante la mia grande passione per Claudio Villa, soprattutto per quello delle origini, mi sento di consigliarvi l'ascolto della versione del toscano Carlo Buti.
"E vola vola si sa... sarà perché ti amo". La Liguria mancava all'excursus settentrionale, ma la ragione è molto semplice. Il cd contiene due versioni di uno dei più bei brani della musica d'autore in lingua genovese, "Ma se ghè penso". La prima, però, è cantata dai Ricchi e Poveri, i quali, dopo essere nati come gruppo di "trallalleri" genovesi, si sono dati al pop più commerciale, appunto la "Sarà perché ti amo" citata ad introduzione.
Il dialetto genovese ha spesso ispirato meticciati con il portoghese, con cui effettivamente ha delle somiglianze, così ecco questa sambettina anni Sessanta del grande Bruno Lauzi, che però forse stempera esageratamente il clima che comunque il brano precedente riesce a creare con la sua profonda "saudade".
Oggi sembra che se nelle compilation non si mette una "bonus track", non ci si trovi davanti ad un bel raccoltone. Il brano che chiude il cd, concepito come traccia "speciale" perché recitato, è "Ma se ghè penso" dalla voce di Gilberto Govi.
Il secondo cd inizia con il Lazio, anzi con la capitale d'Italia, e la prima traccia a lei dedicata, effettivamente in dialetto ma popolare solo perché famosa(infatti è di Garinei e Giovannini e tratta da Rugantino) è "Roma nun fa la stupida stasera". Nonostante la mia passione per il "Reuccio", già qui ampiamente confessata, lasciatemi dire che non concordo con questa scelta, perché così si è escluso un artista, che credo potesse essere contemplato dato che ha inciso questo brano prima degli anni Ottanta, come Lando Fiorini. La versione di Villa, che conosco e possiedo, non mi convince molto, perché è un po' troppo urlata.
Negli anni Settanta, nell'ambito del già ricordato folk revival, anche la canzone romana ebbe nuova linfa con brani come "Lella" (Edoardo de Angelis e Schola cantorum) o "Semo gente de borgata", scritto ed interpretato da Franco Califano. Sono felice della sua presenza in questa compilation, perché se non altro è uno dei pochi romani veri che ha cantato la città.
Capisco che ci sarebbe qualche problema di filologia se facessimo cantare "Tanto pe' cantà" a Nino Manfredi (ovviamente sono ironica!). Il direttore artistico di questa antologia ha scelto di pubblicare la versione di Claudio Villa, che nelle prime quattro tracce del disco ne interpreta due (è un grande ma basta!).
Evviva! Non si sono scordati i signori della Warner music dell'esistenza di Renato Rascel, voce vellutata della città di Roma, "piccoletto" ma grandissimo interprete. Il cantante ed attore ci interpreta un brano da lui scritto insieme a Garinei e Giovannini intitolato "Arrivederci Roma", bellissimo e tenero ritratto della capitale vista con gli occhi di un'"inglesina".
Geograficamente siamo un po' sballati, perché solamente adesso troviamo la Toscana, che, innanzitutto, è giustamente rappresentata da uno dei più toccanti brani mai scritti da Odoardo Spadaro, grande chansonnier fiorentino della prima metà del Novecento.
Il brano è sull'emigrazione e forse tengono il confronto con la sua tenerezza solo alcuni brani napoletani, molto più patetici e teatrali, sempre basati sul racconto di una profonda nostalgia della propria terra.
Per quegli sbalzi ggeografici di cui sopra, che d'altronde erano completamente normali negli anni Quaranta, il secondo brano dedicato alla toscana, o meglio alla città di Firenze, è "Mattinata fiorentina" interpretata dal milanese Alberto Rabagliati. Il brano è molto bello, il suo "E' primavera, svegliatevi bambine" mette sempre allegria, ma io ne avrei approfittato per fare un omaggio al grande Narciso Parigi, altro ottimo interprete e stornellatore toscano autentico.
La parte toscana si chiude come si era aperta, con un altro grande classico del repertorio dello "spadaccino" (Odoardo Spadaro), che interpreta "Sulla carrozzella", swing travolgente basato sull'imitazione dei tempi di una camminata di cavallo che "tanto non c'è fretta".
Finalmente si arriva alla mia regione, rappresentata da un'"Uccellin del prato" interpretato dai Cantori di Assisi. Conosco bene il canto in questione, ma non so se sia giusto prenderlo ad esempio dei canti umbri. Per avere un'idea sui canti della zona del perugino, anche se non filologicamente corretta, si può ricorrere all'album di Franco Radicchia "C'eri na volta". E' vero che il modo di cantare è un po' troppo da coro da chiesa, ma è buono. Per chi fosse invece interessato ad una "riproposta" filologica del repertorio umbro, vi consiglirei di cercare i due lp della Brigata pretolana, che si accompagnava con cucchiai, coperchi e padelle. Infine, chi è interessato ad una "riproposta" moderna, spesso anche troppo "ripulita", anche se non disdegna alcuni momenti di filologismo altrettanto esagerato, consiglio il lavoro dei Sonidumbra.
Arrivando in Sardegna, come si è visto non sempre si segue l'ordine geografico di venuta delle regioni, si ascolta una "No potho reposare", eseguita da un interprete a me sconosciuto. Vi consiglio, da sua fanatica impenitente, la versione di Maria Carta, per me la migliore interprete sarda in assoluto.
Si prosegue con "Zitta mugliera me'", brano interpretato dal Nuovo Canzoniere Molisano, ma io non ve ne posso dire niente, come della successiva "lu squartare".
Arrivando in Calabria lasciatemi gridare un "Evviva!". La regione infatti è rappresentata da quello che tutt'ora, da cinquant'anni a questa parte, ne è il più grande ambasciatore il chitarrista, cantante e ricercatore Otello Profazio. Il suo momento è costituito da una tarantella calabrese, inverità abbastanza fiacca, intitolata "E ballati e ballati" e da una meravigliosa "Calabrisella". Su quest'ultimo brano, secondo testimonianze dello stesso Profazio nel libro "Otello Profazio" edito dalla Squilibri di Roma nel 2007, si può dire che è un brano di studenti universitari, raccolto ed inciso dal cosentino proprio in quel suo particolare periodo.
Arrivano ora due belle spine nel fianco di questa antologia, la Puglia e la Sicilia. Per la prima regione, si è deciso di ignorare tutto ciò che è Salento leccese, ma questa può essere anche una lacuna giustificabile, pensando che negli Anni Settanta non si è prodotto materiale sufficientemente "digeribile" dentro simili operazioni. Quello che non giustifico, anche per la presenza di brani settentrionali credo sconosciuti ai più, è l'assenza del grande garganico Matteo Salvatore, di cui almeno si sarebbe potuta mettere "Lu sovrastante", che partecipò al "Cantagiro". La regione è qui rappresentata da Tony Sant'Agata, che presenta uno dei più conosciuti canti tradizionali intitolato "Quant'è bello lu primm'ammore" e Domenico Modugno, di cui è presente "Notte chiara", brano che non conosco.
In Sicilia, e non poteva essere altrimenti, si è andati a prendere "Vitti 'na crozza" e "Ciuri ciuri" nell'interpretazione di Franco Licausi (che non conosco). Non posso giudicare i singoli brani, voglio dire che trovo quantomeno ingiusta l'assenza della grandissima Rosa Balistreri, la quale negli anni Settanta godette di una certa popolarità, che la portò a tentare di partecipare ad un Sanremo (cosa che non riuscì perché si scoprì che la canzone era già stata edita) e a prendere parte alla Canzonissima 1974.
Si conclude, come forse è giusto che sia, con la Campania, la cui rappresentazione inizia con una bellissima canzone napoletana intitolata "Malafemmena" ed interpretata da Giacomo Rondinella, che ne fu effettivamente il primo traghettatore verso il successo (complimenti!).
In rappresentanza del repertorio comico, si trova questa "Dove sta zazzà", che si ascolta dalla voce di quello che ne fu uno dei più convincenti esecutori, il grande "cantattore" Nino Taranto.
Si continua, e non poteva essere altrimenti, con "'O sole mio", brano che ascoltiamo nella versione di Massimo Ranieri, che io ritengo poco convincente. Io consiglio, a chiunque voglia sentire una versione pronunciata correttamente e ben cantata, quella del grande ma dimenticato tenore napoletano Tullio Pane.
Sempre dalla voce di Massimo Ranieri, subito dopo si ascolta "'O surdato 'nnammurato", di cui il nostro ci ha dato una versione unica nel suo primo album dal vivo dedicato alle canzoni napoletane (1972).
Il cd si chiude con una "bonus track", ossia con la più bella poesia scritta da Antonio de Curtis (Totò) e da lui recitata, la difficilissima e profonda "'A livella".
Non so cosa dirvi su questo disco, ci sono delle cose che non solo apprezzo ma approvo ed applaudo, altre così così, altre discutibilissime. Fate voi, io vi ho solo voluti avvisare della sua uscita.
La Warner music ha appena sfornato un doppio cd intitolato "Dialetti d'Italia", nel quale in maniera sommaria ed indecisa si ripercorre un indefinito repertorio "regionalistico" nazionale.
Voglio innanzitutto disquisire sul titolo: "Dialetti d'Italia". Avrei gradito, e probabilmente la gradirei davvero se uscisse, in vari volumi monografici e non raccolta in un unico disco, un'antologia di brani cantati nei vari dialetti italiani, ma qui, signori miei non si parla di questo, si parla di fare un "Giro d'Italia" tra brani dedicati a tutte le regioni, mischiando in un unico minestrone canti usciti da penne buone ma pittoresche e fantasiose come quella di Odoardo Spadaro o di Eldo di Lazzaro, con brani scaturiti dalla nostra più profonda tradizione, perfino con dei canti di lavoro. Sinceramente mi fa rabbia che si prendano le canzoni come ex libris turistici, anzi mi imbestialisce il concetto stesso di ex libris turistico.
Voglio comunque dare un'occhiata insieme a voi alla track list, che ho qui sotto mentre scrivo, per tirare un po' di "Mazzate pesanti", tanto sono sicura che capiterà.
La prima arriva subito: questo disco, che dovrebbe essere di omaggio ai dialetti, si apre con l'inno nazionale italiano, forse per far capire che anche questo cd "federalista" rispetta l'unità nazionale. Sinceramente, "Fratelli d'Italia", lo vedo meglio inserito in un discorso sui canti patriottici, anche se poi ho le mie idiosincrasie personali che me ne fanno amare molto di più altri.
Iniziando dalla Lombardia, partiamo con una delle più brutte canzoni che si possano dedicare ad una città, la "Madunina" che, anche se è diventata popolare, è comunque d'autore in quanto l'ha composta il grande maestro D'Anzi, autore tra le altre di "Ma le gambe" o "Bellezza in bicicletta", brani che negli anni Trenta hanno fatto sognare un'intera generazione. Il brano, e qui voglio gridare un "Evviva", è interpretato da uno dei più grandi interpreti di "jazz italiano" (come lo intendo io!), ossia dal milanesissimo Alberto Rabagliati.
Sinceramente mi ci vuole un po' per accostare ad una canzone così pittoresca, come comunque è "Madunina", una "Ma mì" scritta da Giorgio Streler. Comunque il brano è bello, anche se c'è sempre una puntina di razzismo antimeridionale, che ai lombardi piace molto (non me ne abbiano!). L'interpretazione che troviamo nel cd è di Ornella Vanoni, cantante che a me non piace, anche per le sue esagerazioni "bossanovistiche" con Toquinho e De Moraes. Vorrei consigliarvi di riscoprire la versione dei Gufi, gruppo musical-cabarettistico attivo tra il 1964 ed il 1969, composto da eccellentissimi artisti.
Arriviamo a "Crapa Pelada", brano che negli anni Quaranta fece muovere il piedino a più d'uno, grazie alla scintillante musica scritta da Gorni Cramer. Lo si ascolta, e mi fa piacere, dai grandi componenti del Quartetto Cetra, che ha perso l'anno scorso il grande Virgilio Savona. Meravigliosi sono gli impasti vocali e mirabili le risposte della swingante fisarmonica dell'autore.
Devo riconoscere che quantomeno si va per regioni, ma ciò non toglie che i passaggi bruschi da concezione a concezione musicale mi dànno fastidio. Dopo lo spumeggiante Quartetto Cetra, si arriva al buono duo di Piadena che interpreta il primo canto veramente tradizionale presente nella compilation, il piemontese "L'uva fogarina".
Il secondo brano piemontese, altro salto, lo si ascolta interpretato da una buona voce come quella della Cinquetti, che forse, però, non riesce poi a ritrarre atmosfere popolari con la vivezza dovuta (preferisco "Alle porte del sole" o "Quelli eran giorni", musica leggera di buonissima qualità!).
Il terzo brano, dedicato alla città della F.I.A.T., non lo posso commentare, né posso esprimermi sul suo interprete, quindi veramente "Ciao Torino".
Subito dopo si ricorda una buona voce piemontese, il cantautore e cabarettista Gipo Farassino, uno dei partecipanti al mitico girone "Folk" del cantagiro '69. Il brano che interpreta è "Montagne del me piemunt".
Si arriva, come è giusto che sia, ad un canto alpino eseguito da un tipico coro tra i più famosi, quello delle "Penne nere". Il canto in questione è "La pastorala".
Sempre dallo stesso coro, si ascolta "Quel mazzolin di fiori", uno di quei canti che "a cappella" ha il suo innegabile fascino.
Ispirati sempre da questa atmosfera alpina, ritroviamo Gigliola Cinquetti con "La valsugana".
Arrivando in Veneto, si è piacevolmente sorpresi dalla presenza di Licia Morosini, che interpreta, e non poteva essere altrimenti, "La biondina in gondoleta".
In veneto, anche qui immancabile in un disco che più che presentare il folklore regionale ribadisce gli stereotipi che rendono insana la vita di ogni regione, arriva "I goboni", altrimenti conosciuta come "La famiglia dei gobon".
Il brano successivo mi è completamente sconosciuto, quindi non se ne parla (non riesco neanche a trascrivervelo, scusate!).
Arrivando a Trieste ci troviamo davanti "La mula de Parenzo", bellissimo canto, che qui trova la voce di Lorenzo Pilat (non so se è il Pilade che conosco io...).
Si prosegue con un canto di mondine, il più noto fra tutti, quel "Sciur padrùn da li beli braghi bianchi" che io vi consiglierei di ascoltare nella meravigliosa versione della mondina-cantante esimia Giovanna Daffini. Nella raccolta, nelle cui presentazioni è spesso usato il termine "popolare", il brano è interpretato da Gigliola Cinquetti, sulla cui carriera e sulle mie preferenze non voglio tornare.
Arrivando in Romagna, si trova un brano in dialetto bolognese che disconosco, intitolato "La raza buloneisa".
La Romagna, e non poteva essere altrimenti, è rappresentata anche dall'Orchestra Spettacolo Raool Casadei, la quale interpreta un brano che, nonostante la sua grandissima notorietà quindi il suo essere "popolare" tra la gente, non è per niente tradizionale, in quanto composto da Secondo Casadei, fondatore dell'ensemble. Il brano, valzerino sicuramente coinvolgente, è un inno pittoresco alla "Romagna mia, Romagna in fiore", ma non so quanto rappresenta l'identità effettiva della regione.
Continuando, arrivando alle nostre amate Marche, si riscopre il Canzoniere internazionale, uno dei tanti attivi in Italia nel periodo del folk revival politicizzato. Sono felice perché credo che non si trovi in giro molto materiale ristampato, ma sono scettica...
Ora iniziamo ad avere qualche problema... Ci troviamo con un salto della regione Umbria che recupereremo più avanti, infatti si arriva in Abruzzo. L'unico pezzo in dialetto abruzzese presente, anche perché è l'unico veramente famoso, è "Vola vola vola", che ascoltiamo cantare ad un barese (il grande baritono Gino Latilla) ed alla recentemente scomparsa Carla Boni, di provenienza milanese (filologia: zero!). Ciò che smorza leggermente la mia critica a questa traccia, è il fatto che si riportano alla luce due grandissimi interpreti.
Sempre di tematica abruzzese, ma né tradizionale né tantomeno scritto da un abruzzese, arriva questo bellissimo e inossidabile "Reginella campagnola", nato dalla fantasia di quell'Eldo di Lazzaro che ha lodato con parsimonia molte ragazze d'Italia ("La romanina", "Piemontesina", "Rosa bella del Molise"). La canzone in questione la scoltiamo dalla voce del "reuccio", ma io, nonostante la mia grande passione per Claudio Villa, soprattutto per quello delle origini, mi sento di consigliarvi l'ascolto della versione del toscano Carlo Buti.
"E vola vola si sa... sarà perché ti amo". La Liguria mancava all'excursus settentrionale, ma la ragione è molto semplice. Il cd contiene due versioni di uno dei più bei brani della musica d'autore in lingua genovese, "Ma se ghè penso". La prima, però, è cantata dai Ricchi e Poveri, i quali, dopo essere nati come gruppo di "trallalleri" genovesi, si sono dati al pop più commerciale, appunto la "Sarà perché ti amo" citata ad introduzione.
Il dialetto genovese ha spesso ispirato meticciati con il portoghese, con cui effettivamente ha delle somiglianze, così ecco questa sambettina anni Sessanta del grande Bruno Lauzi, che però forse stempera esageratamente il clima che comunque il brano precedente riesce a creare con la sua profonda "saudade".
Oggi sembra che se nelle compilation non si mette una "bonus track", non ci si trovi davanti ad un bel raccoltone. Il brano che chiude il cd, concepito come traccia "speciale" perché recitato, è "Ma se ghè penso" dalla voce di Gilberto Govi.
Il secondo cd inizia con il Lazio, anzi con la capitale d'Italia, e la prima traccia a lei dedicata, effettivamente in dialetto ma popolare solo perché famosa(infatti è di Garinei e Giovannini e tratta da Rugantino) è "Roma nun fa la stupida stasera". Nonostante la mia passione per il "Reuccio", già qui ampiamente confessata, lasciatemi dire che non concordo con questa scelta, perché così si è escluso un artista, che credo potesse essere contemplato dato che ha inciso questo brano prima degli anni Ottanta, come Lando Fiorini. La versione di Villa, che conosco e possiedo, non mi convince molto, perché è un po' troppo urlata.
Negli anni Settanta, nell'ambito del già ricordato folk revival, anche la canzone romana ebbe nuova linfa con brani come "Lella" (Edoardo de Angelis e Schola cantorum) o "Semo gente de borgata", scritto ed interpretato da Franco Califano. Sono felice della sua presenza in questa compilation, perché se non altro è uno dei pochi romani veri che ha cantato la città.
Capisco che ci sarebbe qualche problema di filologia se facessimo cantare "Tanto pe' cantà" a Nino Manfredi (ovviamente sono ironica!). Il direttore artistico di questa antologia ha scelto di pubblicare la versione di Claudio Villa, che nelle prime quattro tracce del disco ne interpreta due (è un grande ma basta!).
Evviva! Non si sono scordati i signori della Warner music dell'esistenza di Renato Rascel, voce vellutata della città di Roma, "piccoletto" ma grandissimo interprete. Il cantante ed attore ci interpreta un brano da lui scritto insieme a Garinei e Giovannini intitolato "Arrivederci Roma", bellissimo e tenero ritratto della capitale vista con gli occhi di un'"inglesina".
Geograficamente siamo un po' sballati, perché solamente adesso troviamo la Toscana, che, innanzitutto, è giustamente rappresentata da uno dei più toccanti brani mai scritti da Odoardo Spadaro, grande chansonnier fiorentino della prima metà del Novecento.
Il brano è sull'emigrazione e forse tengono il confronto con la sua tenerezza solo alcuni brani napoletani, molto più patetici e teatrali, sempre basati sul racconto di una profonda nostalgia della propria terra.
Per quegli sbalzi ggeografici di cui sopra, che d'altronde erano completamente normali negli anni Quaranta, il secondo brano dedicato alla toscana, o meglio alla città di Firenze, è "Mattinata fiorentina" interpretata dal milanese Alberto Rabagliati. Il brano è molto bello, il suo "E' primavera, svegliatevi bambine" mette sempre allegria, ma io ne avrei approfittato per fare un omaggio al grande Narciso Parigi, altro ottimo interprete e stornellatore toscano autentico.
La parte toscana si chiude come si era aperta, con un altro grande classico del repertorio dello "spadaccino" (Odoardo Spadaro), che interpreta "Sulla carrozzella", swing travolgente basato sull'imitazione dei tempi di una camminata di cavallo che "tanto non c'è fretta".
Finalmente si arriva alla mia regione, rappresentata da un'"Uccellin del prato" interpretato dai Cantori di Assisi. Conosco bene il canto in questione, ma non so se sia giusto prenderlo ad esempio dei canti umbri. Per avere un'idea sui canti della zona del perugino, anche se non filologicamente corretta, si può ricorrere all'album di Franco Radicchia "C'eri na volta". E' vero che il modo di cantare è un po' troppo da coro da chiesa, ma è buono. Per chi fosse invece interessato ad una "riproposta" filologica del repertorio umbro, vi consiglirei di cercare i due lp della Brigata pretolana, che si accompagnava con cucchiai, coperchi e padelle. Infine, chi è interessato ad una "riproposta" moderna, spesso anche troppo "ripulita", anche se non disdegna alcuni momenti di filologismo altrettanto esagerato, consiglio il lavoro dei Sonidumbra.
Arrivando in Sardegna, come si è visto non sempre si segue l'ordine geografico di venuta delle regioni, si ascolta una "No potho reposare", eseguita da un interprete a me sconosciuto. Vi consiglio, da sua fanatica impenitente, la versione di Maria Carta, per me la migliore interprete sarda in assoluto.
Si prosegue con "Zitta mugliera me'", brano interpretato dal Nuovo Canzoniere Molisano, ma io non ve ne posso dire niente, come della successiva "lu squartare".
Arrivando in Calabria lasciatemi gridare un "Evviva!". La regione infatti è rappresentata da quello che tutt'ora, da cinquant'anni a questa parte, ne è il più grande ambasciatore il chitarrista, cantante e ricercatore Otello Profazio. Il suo momento è costituito da una tarantella calabrese, inverità abbastanza fiacca, intitolata "E ballati e ballati" e da una meravigliosa "Calabrisella". Su quest'ultimo brano, secondo testimonianze dello stesso Profazio nel libro "Otello Profazio" edito dalla Squilibri di Roma nel 2007, si può dire che è un brano di studenti universitari, raccolto ed inciso dal cosentino proprio in quel suo particolare periodo.
Arrivano ora due belle spine nel fianco di questa antologia, la Puglia e la Sicilia. Per la prima regione, si è deciso di ignorare tutto ciò che è Salento leccese, ma questa può essere anche una lacuna giustificabile, pensando che negli Anni Settanta non si è prodotto materiale sufficientemente "digeribile" dentro simili operazioni. Quello che non giustifico, anche per la presenza di brani settentrionali credo sconosciuti ai più, è l'assenza del grande garganico Matteo Salvatore, di cui almeno si sarebbe potuta mettere "Lu sovrastante", che partecipò al "Cantagiro". La regione è qui rappresentata da Tony Sant'Agata, che presenta uno dei più conosciuti canti tradizionali intitolato "Quant'è bello lu primm'ammore" e Domenico Modugno, di cui è presente "Notte chiara", brano che non conosco.
In Sicilia, e non poteva essere altrimenti, si è andati a prendere "Vitti 'na crozza" e "Ciuri ciuri" nell'interpretazione di Franco Licausi (che non conosco). Non posso giudicare i singoli brani, voglio dire che trovo quantomeno ingiusta l'assenza della grandissima Rosa Balistreri, la quale negli anni Settanta godette di una certa popolarità, che la portò a tentare di partecipare ad un Sanremo (cosa che non riuscì perché si scoprì che la canzone era già stata edita) e a prendere parte alla Canzonissima 1974.
Si conclude, come forse è giusto che sia, con la Campania, la cui rappresentazione inizia con una bellissima canzone napoletana intitolata "Malafemmena" ed interpretata da Giacomo Rondinella, che ne fu effettivamente il primo traghettatore verso il successo (complimenti!).
In rappresentanza del repertorio comico, si trova questa "Dove sta zazzà", che si ascolta dalla voce di quello che ne fu uno dei più convincenti esecutori, il grande "cantattore" Nino Taranto.
Si continua, e non poteva essere altrimenti, con "'O sole mio", brano che ascoltiamo nella versione di Massimo Ranieri, che io ritengo poco convincente. Io consiglio, a chiunque voglia sentire una versione pronunciata correttamente e ben cantata, quella del grande ma dimenticato tenore napoletano Tullio Pane.
Sempre dalla voce di Massimo Ranieri, subito dopo si ascolta "'O surdato 'nnammurato", di cui il nostro ci ha dato una versione unica nel suo primo album dal vivo dedicato alle canzoni napoletane (1972).
Il cd si chiude con una "bonus track", ossia con la più bella poesia scritta da Antonio de Curtis (Totò) e da lui recitata, la difficilissima e profonda "'A livella".
Non so cosa dirvi su questo disco, ci sono delle cose che non solo apprezzo ma approvo ed applaudo, altre così così, altre discutibilissime. Fate voi, io vi ho solo voluti avvisare della sua uscita.
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martedì 16 febbraio 2010
Commento alla puntata del 16/02/10 di "Effetto notte in Italia"
Carissimi lettori, questa sera scrivo per commentare a caldo, come ormai saprete che mi piace fare, una puntata di "Effetto notte in Italia", trasmissione di Blusat 2000 di cui abbiamo già parlato diverso tempo fa.
In questa settimana sanremese (purtroppo ci siamo!), il programma si dedica ad alcune retrospettive su artisti che in questi giorni calcheranno il paludato e paludoso palco dell'Ariston.
Questa sera si parla di Enrico Ruggeri, e la scaletta inizia con "Contessa", brano che il cantautore lanciò nell'edizione del 1980 di Sanremo. La versione ascoltata è live, tratta dalla raccolta "la giostra della memoria", album uscito dopo la quinta partecipazione del cantautore al Festival di Sanremo, avvenuta nel 1993 (e vinse, che tempi!).
Il brano è caratterizzato da venature rock, che con gli anni in questo brano si sono un po' spente, per lasciare spazio a influenze etniche, che permettono al brano di avere sempre nuova vita, alla fine di ogni concerto di Ruggeri.
La puntata continua con "Vivo da re", secondo grande successo tratto dal secondo ed ultimo album dei Decibel, che ascoltiamo sempre tratto dalla raccolta del '93. Anche questo brano è più duro, ma sempre romantico, per quanto si possa applicare questo aggettivo al primo Enrico Ruggeri. Mi fa particolarmente piacere ascoltare i brani tratti da questo cd, perché è un album di cui ricordo benissimo l'uscita e l'esultanza che mi dette la vittoria a Sanremo con il brano "Mistero".
Stiamo arrivando al 1983, anno in cui Enrico Ruggeri scrive "Il mare d'inverno", brano che inciderà solo l'anno seguente nella raccolta "Presente studio e live", uscita dopo la prima partecipazione solistica del cantante a Sanremo. Il brano, lanciato da Loredana bertè, solo nell'interpretazione del suo autore acquista la dignità che la sua bellezza merita. La versione della cantante di Bagnara, infatti, credo che non sappia tradurre la meravigliosa malinconia che Ruggeri ha messo in questo ritratto di un mare abbandonato al suo destino, con un frequentatore solitario che ne rispecchia la condizione di tristezza. L'arrangiamento, veramente notevole, permette di assistere ad un bellissimo accordo tra sonorità rock, che si contaminano con il soffio malinconico del testo, ed un pianoforte che porta una ventata di classico che, anche se non era estranea all'album "Vivo da re", da qui si rafforza per non sparire più.
Del 1984 è la già citata partecipazione sanremese con "Nuovo swing" e sono del biennio 85-86 gli album "Tutto scorre", "Difesa francese" e "Enrico VIII", che conteneva tra l'altro un capolavoro assoluto della discografia del nostro, la ballata "Il portiere di notte".
La trasmissione continua con "Si può dare di più", brano che portò il trio Ruggeri-Morandi-Tozzi, a vincere il Festival di Sanremo (Anche se non lo considero un capolavoro è sempre meglio di qualsiasi delle canzoni uscite in questi ultimi anni!). Il brano, come saprete, è ormai diventato l'inno della "nazionale cantanti" istituzione che, oltre a permettere ai suoi membri di sfogare la loro passione calcistica, aiuta, con gli incassi delle sue partite, molte cause giuste.
Dello stesso anno sono sia l'album "Vai rrouge" che la scrittura del capolavoro "Quello che le donne non dicono", che gli fa vincere (meritatamente!) il Premio della critica allo stesso Festival di Sanremo, anche grazie ad una superba interpretazione della Mannoia, alla quale il cantautore affiderà suoi brani come "La giostra della memoria", che fu quello che in me svegliò la curiosità verso di lui.
Gli anni Ottanta si concludono con "La parola ai testimoni", album a cui io non sono particolarmente legata, ma il decennio successivo si apre con "Il falco e il gabbiano", album che simboleggia le due anime di Ruggeri, quella più rock e quella cantautorale, che d'ora in poi convivranno in ogni suo disco. Dell'album è da ricordare la bellissima "Ti avrò", da cui il cantautore ha estratto il titolo del cd. Del 1992 è "Peter pan", disco che va ricordato per canzoni come "Peter pan" e "Prima del temporale", bellissimo brano rock il primo, ballata romanticissima la seconda.
Nel 1993 c'è il già ampiamente citato "La giostra della memoria" che, forse, è il disco più bello del cantautore. Dell'anno successivo è "Soggetti smarriti", che è da ricordare per la presenza di un brano bellissimo, che purtroppo non ci fanno sentire, intitolato "Non piango più". E' una di quelle ballate, forse apparentemente banali, ma che, ultimamente, per paradosso sono l'unica cosa che mi riesce ad emozionare nella musica leggera.
Del 1996 è "Fango e stelle", album che non ebbe il successo sperato, sia per la difficoltà che nasconde per le sue sonorità fortemente progressive, sia per problemi legati alla sua promozione. Da qui inizia il periodo di Ruggeri che io amo di meno, che si conclude assolutamente con "La vie en rouge", doppio live meraviglioso che permette di godere di versioni quasi acustiche dei maggiori successi del nostro, incise al Teatro Ponchielli.
Paola de Simone, come sempre ineccepibile coordinatrice del programma, ci sta proponendo una sicuramente emozionante ma non del tutto convincente, versione di "Quello che le donne non dicono", nella quale le parti che nella versione di "Vai rrouge" erano affidate a Fiorella Mannoia, molto timida ed impacciata, vengono cantate con buona intonazione dal pubblico.
Del 2002 è la partecipazione, che lo porterà a classificarsi al quinto posto, al Festival di Sanremo, con la bellissima "Primavera a Sarajevo" ("la balalaika"!).
Se la canzone in questione era dedicata alla guerra in Bosnia Erzegovina, nel 2003 il cantautore, coraggioso come sempre, porta a Sanremo un brano contro la pena di morte, che interpreta insieme a quella che ormai è diventata la sua compagna di vita e collaboratrice Andrea Mirò. Il brano, intitolato "Nessuno tocchi caino", annuncia l'uscita di uno dei più begli album di Enrico Ruggeri, dal titolo "Gli occhi del musicista", caratterizzato da sonorità acustiche ed intime. L'anno dopo, incitato da suo figlio, il cantautore pubblica "Punk prima di te", il cui titolo è ispirato ad una canzone contenuta ne "Il falco e il gabbiano" (1990). L'album contiene moltissimi brani dei Decibel reincisi per la loro sconcertante attualità (ascoltate "Il lavaggio del cervello" e pensate che non c'è differenza tra come ci trattano i media e quello che dice la canzone scritta nel 1977!).
Il 2005 è l'anno di "Amore e guerra", cd stupendo che racchiude questa doppiezza del cantautore, perché vi sono brani molto acustici come "Il romantico aviatore", ed altri elettro-rock come "L'americano medio", che fu il brano scelto per trainarlo nelle nostre vite.
Nel 2006 il cantautore ci propone "Cuore, muscoli e cervello", triplo e completissimo cofanetto antologico, anche questo ottenuto dall'assemblaggio di brani editi ed inediti. Notevole, secondo me, è "Fiore della strada", che apre uno dei tre cd (non mi ricordo quale, chiedo venia!). Il brano ci fa riflettere sulle reazioni, spesso di bieco razzismo, che abbiamo di fronte agli episodi di emarginazione, che sovente riteniamo stupidamente lontani da noi, scordandoci del fatto che essi molte volte sono provocati da sciocchezze che potremmo comodamente compiere magari in buona fede.
Del 2007 è un album di cover natalizie, seguito da "Rock show", che potremmo paragonare al recentemente recensito "Il mestiere delle canzoni" di Don Backy, perché anche esso è una compiuta sul suo mestiere.
Del 2009 è, infine, il triplo cd "All-in", diviso in tre cd dedicati a tre diversi progetti, che il cantautore, data la triste situazione del mercato discografico, ha deciso di accorpare.
La trasmissione, dopo averci fatto risentire "Mistero" in versione originale, estratta da "la giostra della memoria", ci sta deliziando con "Gli occhi del musicista", ritratto bellissimo e tenero di questa categoria che, spesso, chi non ne fa parte non riesce a capire.
Questo articolo, ovviamente, non vuole essere un ritratto di Enrico Ruggeri, ma delle pennellate sul "Mio" Enrico Ruggeri.
In questa settimana sanremese (purtroppo ci siamo!), il programma si dedica ad alcune retrospettive su artisti che in questi giorni calcheranno il paludato e paludoso palco dell'Ariston.
Questa sera si parla di Enrico Ruggeri, e la scaletta inizia con "Contessa", brano che il cantautore lanciò nell'edizione del 1980 di Sanremo. La versione ascoltata è live, tratta dalla raccolta "la giostra della memoria", album uscito dopo la quinta partecipazione del cantautore al Festival di Sanremo, avvenuta nel 1993 (e vinse, che tempi!).
Il brano è caratterizzato da venature rock, che con gli anni in questo brano si sono un po' spente, per lasciare spazio a influenze etniche, che permettono al brano di avere sempre nuova vita, alla fine di ogni concerto di Ruggeri.
La puntata continua con "Vivo da re", secondo grande successo tratto dal secondo ed ultimo album dei Decibel, che ascoltiamo sempre tratto dalla raccolta del '93. Anche questo brano è più duro, ma sempre romantico, per quanto si possa applicare questo aggettivo al primo Enrico Ruggeri. Mi fa particolarmente piacere ascoltare i brani tratti da questo cd, perché è un album di cui ricordo benissimo l'uscita e l'esultanza che mi dette la vittoria a Sanremo con il brano "Mistero".
Stiamo arrivando al 1983, anno in cui Enrico Ruggeri scrive "Il mare d'inverno", brano che inciderà solo l'anno seguente nella raccolta "Presente studio e live", uscita dopo la prima partecipazione solistica del cantante a Sanremo. Il brano, lanciato da Loredana bertè, solo nell'interpretazione del suo autore acquista la dignità che la sua bellezza merita. La versione della cantante di Bagnara, infatti, credo che non sappia tradurre la meravigliosa malinconia che Ruggeri ha messo in questo ritratto di un mare abbandonato al suo destino, con un frequentatore solitario che ne rispecchia la condizione di tristezza. L'arrangiamento, veramente notevole, permette di assistere ad un bellissimo accordo tra sonorità rock, che si contaminano con il soffio malinconico del testo, ed un pianoforte che porta una ventata di classico che, anche se non era estranea all'album "Vivo da re", da qui si rafforza per non sparire più.
Del 1984 è la già citata partecipazione sanremese con "Nuovo swing" e sono del biennio 85-86 gli album "Tutto scorre", "Difesa francese" e "Enrico VIII", che conteneva tra l'altro un capolavoro assoluto della discografia del nostro, la ballata "Il portiere di notte".
La trasmissione continua con "Si può dare di più", brano che portò il trio Ruggeri-Morandi-Tozzi, a vincere il Festival di Sanremo (Anche se non lo considero un capolavoro è sempre meglio di qualsiasi delle canzoni uscite in questi ultimi anni!). Il brano, come saprete, è ormai diventato l'inno della "nazionale cantanti" istituzione che, oltre a permettere ai suoi membri di sfogare la loro passione calcistica, aiuta, con gli incassi delle sue partite, molte cause giuste.
Dello stesso anno sono sia l'album "Vai rrouge" che la scrittura del capolavoro "Quello che le donne non dicono", che gli fa vincere (meritatamente!) il Premio della critica allo stesso Festival di Sanremo, anche grazie ad una superba interpretazione della Mannoia, alla quale il cantautore affiderà suoi brani come "La giostra della memoria", che fu quello che in me svegliò la curiosità verso di lui.
Gli anni Ottanta si concludono con "La parola ai testimoni", album a cui io non sono particolarmente legata, ma il decennio successivo si apre con "Il falco e il gabbiano", album che simboleggia le due anime di Ruggeri, quella più rock e quella cantautorale, che d'ora in poi convivranno in ogni suo disco. Dell'album è da ricordare la bellissima "Ti avrò", da cui il cantautore ha estratto il titolo del cd. Del 1992 è "Peter pan", disco che va ricordato per canzoni come "Peter pan" e "Prima del temporale", bellissimo brano rock il primo, ballata romanticissima la seconda.
Nel 1993 c'è il già ampiamente citato "La giostra della memoria" che, forse, è il disco più bello del cantautore. Dell'anno successivo è "Soggetti smarriti", che è da ricordare per la presenza di un brano bellissimo, che purtroppo non ci fanno sentire, intitolato "Non piango più". E' una di quelle ballate, forse apparentemente banali, ma che, ultimamente, per paradosso sono l'unica cosa che mi riesce ad emozionare nella musica leggera.
Del 1996 è "Fango e stelle", album che non ebbe il successo sperato, sia per la difficoltà che nasconde per le sue sonorità fortemente progressive, sia per problemi legati alla sua promozione. Da qui inizia il periodo di Ruggeri che io amo di meno, che si conclude assolutamente con "La vie en rouge", doppio live meraviglioso che permette di godere di versioni quasi acustiche dei maggiori successi del nostro, incise al Teatro Ponchielli.
Paola de Simone, come sempre ineccepibile coordinatrice del programma, ci sta proponendo una sicuramente emozionante ma non del tutto convincente, versione di "Quello che le donne non dicono", nella quale le parti che nella versione di "Vai rrouge" erano affidate a Fiorella Mannoia, molto timida ed impacciata, vengono cantate con buona intonazione dal pubblico.
Del 2002 è la partecipazione, che lo porterà a classificarsi al quinto posto, al Festival di Sanremo, con la bellissima "Primavera a Sarajevo" ("la balalaika"!).
Se la canzone in questione era dedicata alla guerra in Bosnia Erzegovina, nel 2003 il cantautore, coraggioso come sempre, porta a Sanremo un brano contro la pena di morte, che interpreta insieme a quella che ormai è diventata la sua compagna di vita e collaboratrice Andrea Mirò. Il brano, intitolato "Nessuno tocchi caino", annuncia l'uscita di uno dei più begli album di Enrico Ruggeri, dal titolo "Gli occhi del musicista", caratterizzato da sonorità acustiche ed intime. L'anno dopo, incitato da suo figlio, il cantautore pubblica "Punk prima di te", il cui titolo è ispirato ad una canzone contenuta ne "Il falco e il gabbiano" (1990). L'album contiene moltissimi brani dei Decibel reincisi per la loro sconcertante attualità (ascoltate "Il lavaggio del cervello" e pensate che non c'è differenza tra come ci trattano i media e quello che dice la canzone scritta nel 1977!).
Il 2005 è l'anno di "Amore e guerra", cd stupendo che racchiude questa doppiezza del cantautore, perché vi sono brani molto acustici come "Il romantico aviatore", ed altri elettro-rock come "L'americano medio", che fu il brano scelto per trainarlo nelle nostre vite.
Nel 2006 il cantautore ci propone "Cuore, muscoli e cervello", triplo e completissimo cofanetto antologico, anche questo ottenuto dall'assemblaggio di brani editi ed inediti. Notevole, secondo me, è "Fiore della strada", che apre uno dei tre cd (non mi ricordo quale, chiedo venia!). Il brano ci fa riflettere sulle reazioni, spesso di bieco razzismo, che abbiamo di fronte agli episodi di emarginazione, che sovente riteniamo stupidamente lontani da noi, scordandoci del fatto che essi molte volte sono provocati da sciocchezze che potremmo comodamente compiere magari in buona fede.
Del 2007 è un album di cover natalizie, seguito da "Rock show", che potremmo paragonare al recentemente recensito "Il mestiere delle canzoni" di Don Backy, perché anche esso è una compiuta sul suo mestiere.
Del 2009 è, infine, il triplo cd "All-in", diviso in tre cd dedicati a tre diversi progetti, che il cantautore, data la triste situazione del mercato discografico, ha deciso di accorpare.
La trasmissione, dopo averci fatto risentire "Mistero" in versione originale, estratta da "la giostra della memoria", ci sta deliziando con "Gli occhi del musicista", ritratto bellissimo e tenero di questa categoria che, spesso, chi non ne fa parte non riesce a capire.
Questo articolo, ovviamente, non vuole essere un ritratto di Enrico Ruggeri, ma delle pennellate sul "Mio" Enrico Ruggeri.
domenica 14 febbraio 2010
Commento alla puntata del 14/02/10 di Canzonenapoletana@rai.i".
Carissimi lettori, inizia un ciclo di "canzonenapoletana@rai.it" dedicato ad Alessandro Cassese, un poeta "minore" della canzone napoletana, a cui comunque va riconosciuto il merito di aver creato un capolavoro che tutt'ora si canta intitolato "Nuttata 'e sentimento".
Si inizia con un valzerino lento, scritto nel 1905 ed interpretato da Francesco Daddi, intitolato "Viene a vucà". E' un brano ancora influenzato dal grande romanticismo digiacomiano, dove non si intuisce assolutamente l'"ossessione eroica" così tipica di Alessandro Cassese.
Il primo brano di ispirazione militaresca che ascoltiamo è questo "So' turnato" scritto nel 1907 e musicato da Rodolfo Falvo. E' una marcetta con strofa in minore e ritornello in maggiore, che un militare dedica alla propria amata. Il brano è stato ascoltato nella versione di Diego Giannini.
Si continua con "Primma 'e turnà" scritta nel 1908 ed interpretata da Elvira Donnarumma, che canta una melodia scritta dallo stesso Rodolfo Falvo di prima. E' una marcetta, caratterizzata sempre dalla strofa in minore che si alterna con il ritornello in maggiore. Purtroppo, avendo la Donnarumma una voce sopranile, è difficile capire il testo. E' comunque un bel brano che andrebbe ripreso per dargli nuova vita.
Ed eccoci all'unica canzone di Cassese che tutt'ora si canta comunemente, quella bellissima barcarola intitolata "Nuttata 'e sentimento" che ascoltiamo nella versione di Aldo Gabrin. E' un brano dove si immagina che un marinaio richiami la propria innamorata per venire con lui sulla barca. E' una serenata tra le più belle, che tutti i cantanti principali, incluso Roberto Murolo nella sua "Antologia cronologica della canzone partenopea", hanno interpretato. L'interpretazione d'epoca da noi ascoltata è notevole perché, nonostante gli esagerati tremoli della voce, si conserva il sentimentalismo che le è proprio.
Stiamo ascoltando un altro brano di ispirazione miitaresca, dove un innamorato che parte per il militare dice alla propria amata che non la dimenticherà. E' una marcetta lenta e romantica che ascoltiamo nella versione di Giuseppe Godono. Se vogliamo questo brano può essere paragonato ad un brano quasi coevo di Aniello Califano intitolato "Carmela mia", perché anche in quel caso si giura che al ritorno dai propri doveri militari si penserà solo alla cara Carmela.
E torniamo allo stile compositivo di Giuseppe Capolongo, che aveva musicato "Nuttata 'e sentimento", caratterizzato da queste influenze barocche, ascoltando questa "Carmè tu nasciste pe' mme" interpretata da Nina de Charny, una delle principali sciantose d'inizio secolo. Questa interpretazione mi suona un po' esagerata, oltre che non rispettosa di determinate caratteristiche che trovo tecnicamente indissolubili da questo tipo di melodie. Comunque il testo è tra i più romantici scritti da Alessandro Cassese.
Ed ecco l'ultima canzone, "E tu Margaretè", musicata da Rodolfo Falvo. E' una marcetta che, come quasi tutte le canzoni oggi ascoltate, è caratterizzata dall'alternanza della strofa in minore ed il ritornello in maggiore. Purtroppo è difficile capire il testo, ma dovrebbe essere una canzone di tematica amorosa.
Carissimi lettori, vi giuro che Paquito del Bosco ha promesso che ormai stiamo alla fine di questi cicli sulla canzone napoletana delle origini, quella più difficile da capire, quindi forse in futuro andrà meglio!
Si inizia con un valzerino lento, scritto nel 1905 ed interpretato da Francesco Daddi, intitolato "Viene a vucà". E' un brano ancora influenzato dal grande romanticismo digiacomiano, dove non si intuisce assolutamente l'"ossessione eroica" così tipica di Alessandro Cassese.
Il primo brano di ispirazione militaresca che ascoltiamo è questo "So' turnato" scritto nel 1907 e musicato da Rodolfo Falvo. E' una marcetta con strofa in minore e ritornello in maggiore, che un militare dedica alla propria amata. Il brano è stato ascoltato nella versione di Diego Giannini.
Si continua con "Primma 'e turnà" scritta nel 1908 ed interpretata da Elvira Donnarumma, che canta una melodia scritta dallo stesso Rodolfo Falvo di prima. E' una marcetta, caratterizzata sempre dalla strofa in minore che si alterna con il ritornello in maggiore. Purtroppo, avendo la Donnarumma una voce sopranile, è difficile capire il testo. E' comunque un bel brano che andrebbe ripreso per dargli nuova vita.
Ed eccoci all'unica canzone di Cassese che tutt'ora si canta comunemente, quella bellissima barcarola intitolata "Nuttata 'e sentimento" che ascoltiamo nella versione di Aldo Gabrin. E' un brano dove si immagina che un marinaio richiami la propria innamorata per venire con lui sulla barca. E' una serenata tra le più belle, che tutti i cantanti principali, incluso Roberto Murolo nella sua "Antologia cronologica della canzone partenopea", hanno interpretato. L'interpretazione d'epoca da noi ascoltata è notevole perché, nonostante gli esagerati tremoli della voce, si conserva il sentimentalismo che le è proprio.
Stiamo ascoltando un altro brano di ispirazione miitaresca, dove un innamorato che parte per il militare dice alla propria amata che non la dimenticherà. E' una marcetta lenta e romantica che ascoltiamo nella versione di Giuseppe Godono. Se vogliamo questo brano può essere paragonato ad un brano quasi coevo di Aniello Califano intitolato "Carmela mia", perché anche in quel caso si giura che al ritorno dai propri doveri militari si penserà solo alla cara Carmela.
E torniamo allo stile compositivo di Giuseppe Capolongo, che aveva musicato "Nuttata 'e sentimento", caratterizzato da queste influenze barocche, ascoltando questa "Carmè tu nasciste pe' mme" interpretata da Nina de Charny, una delle principali sciantose d'inizio secolo. Questa interpretazione mi suona un po' esagerata, oltre che non rispettosa di determinate caratteristiche che trovo tecnicamente indissolubili da questo tipo di melodie. Comunque il testo è tra i più romantici scritti da Alessandro Cassese.
Ed ecco l'ultima canzone, "E tu Margaretè", musicata da Rodolfo Falvo. E' una marcetta che, come quasi tutte le canzoni oggi ascoltate, è caratterizzata dall'alternanza della strofa in minore ed il ritornello in maggiore. Purtroppo è difficile capire il testo, ma dovrebbe essere una canzone di tematica amorosa.
Carissimi lettori, vi giuro che Paquito del Bosco ha promesso che ormai stiamo alla fine di questi cicli sulla canzone napoletana delle origini, quella più difficile da capire, quindi forse in futuro andrà meglio!
mercoledì 15 aprile 2009
Commento sugli artisti italiani nell'ultima classifica FIMI
Carissimi lettori, scusate l'invadenza, ma ho voglia di commentare l'ultima classifica di vendita in Italia. Vi dico che mi limiterò al mercato del disco "tradizionale", ossia ignorerò quella grandissima furbata che si chiama "mercato digitale", inventata dalle case discografiche per mettersi "dalla loro" la tanto odiata pirateria musicale. Va da sé, che quest'articolo sarà pieno di "mazzate pesanti cu li soni e cu li canti".
Intanto, prima di iniziare, voglio subito dare la prima mazzata pesante a quelli della FIMI. Come pretendete di avere uno sguardo obbiettivo sul mercato discografico e soprattutto sui gusti di noi acquirenti di cd, ignorando i vecchi e cari negozi? (le classifiche da noi si basano sui media word e dintorni, una vergogna completa!)
Comunque, entrando concretamente nella materia, bisogna dire un "Urra!", perché il disco più venduto, nonostante il vergognoso metodo di rilevazione, è ancora il buon ultimo cd di Zero, quel "Presente" che qui è stato recensito subito dopo la sua uscita. Mi rende particolarmente felice, da "sorcina" quale sono, che si trovi in questa posizione da quando è uscito (stiamo commentando la prima classifica d'aprile).
Anche al secondo posto c'è una cantante italiana, la "giannissima" nazionale, ma non gioisco, anzi, come appassionata di pizzica piango in griko. Infatti, scusatemi la divagazione, non mi riesco a scordare la protervia con la quale lei cantò nel 2004 "Fimmene fimmene", e, soprattutto, non riesco a capacitarmi dell'orgoglio che i salentini hanno provato nel sentire quell'interpretazione. E' vero, voglio riconoscerlo, la Nannini ha una voce dalle tinte forti, che spesso ricorda quella di certe cantrici popolari. Devo dire, però, con il mio proverbiale "purismo", che questo non mi basta per permetterle di cantare un simile gioiello.
Al terzo posto si continua a parlare ancora italiano con un gruppo che io ho stimato fino a quando aveva il suo storico e carismatico leader: Augusto Daolio. Da questo nome avrete riconosciuto i Nomadi.
Una speranza di avvicinamento agli ultimi Nomadi, e l'operazione per la verità era anche abbastanza riuscita, si era avuta con il cd "La settima onda", trainato, per me, dal brano "In favelas" interpretato superbamente insieme agli Inti-Illimani. L'ultima canzone "Lo specchio ti riflette", interpretata con un esponente del pop spagnolo come Jarabe de Palo, me li ha fortemente fatti sprofondare nel baratro.
Il quarto posto è appannaggio degli U2, quindi con proprietà non italiana ma irlandese. Sugli U2 voglio solo dire che il loro impegno sociale, per l'Irlanda prima e poi per l'Africa, mi pare tutta una grandissima montatura per restare sulla cresta, ovviamente frodando il fisco inglese e mandando i propri diritti d'autore nei paradisi fiscali (forza Unione Europea aboliscili! Rendi difficile la vita ai furfanti, invece di legiferare sui decibel delle cornamuse o sulla porchetta perugina!)
Al quinto posto troviamo Pino Daniele, con il progetto tra "musica pura" e cantautorato, che si divide in due parti per far digerire i venti euro del suo prezzo. Queste operazioni io, nella mia veste di acquirente di dischi, le trovo davvero esecrabili. Basterebbe, ad esempio, ridurre l'I.V.A. sui cd del 15 per cento, riducendo quindi il costo effettivo del disco, per renderle inefficaci, impopolari e insignificanti, facendo però qualcosa di concreto per la rinascita della discografia.
Al settimo posto troviamo un cantante che dovrebbe davvero chiedere "Perdono", come il titolo del suo primo successo, sia per il fatto d'aver scelto questo mestiere, sia per la sua incoerenza. Mi riferisco al cantante di Latina Tiziano Ferro, nato come cantante di RMB, ma presto convertito al più facile pop da battaglia (non politica si badi bene!). Il signor Ferro, ha veramente una testardaggine di Ferro, ma peggio ce l'ha chi gli compra i dischi, e peggiore ancora chi lo va a vedere dal vivo. Fortunatamente, magari, questi ultimi non si accorgono degli scempi che costui fa, dato il suo essere un prodotto creato a tavolino. Tiziano Ferro, infatti, con i suoi vocalizzi da scimmiottatore nato degli americani, riesce assolutamente a nascondere benissimo il suo essere una nullità interpretativa. Scrive buoni testi, questo gli va riconosciuto, ed anche questo lo aiuta. Secondo me, però, se non si è nessuno in concerto, allora si fa l'autore e non il cantante!
Di seguito troviamo il primo cd sanremese presente, quello della vincitrice delle nuove proposte, (scusate, proposte 2009!), la lucana Arisa. Se devo parlare con "sincerità", citando il titolo del cd e della canzone del festival, bisogna che rendo pubblica la mia indignazione. Questa cantante non ha alcun fascino vocale, la canzone forse è carina ma a me non basta. Mi ricorda un po' Carla Bruni (ora prima signora di Francia!), la quale, con una voce abbastanza simile strutturalmente a quella della nostra, sempre così pseudosussurrata, falsamente intima, affettatamente dolce, era riuscita ad affascinare il mondo intero (perfino me!). Va detto, però, che la signora in questione, poi, quando pubblicò il suo secondo disco, non solo non riuscì a replicare il successo del primo, ma fece completamente flop. Non voglio augurare questo ad Arisa, che nel suo mestiere ci crede e non lo fa per stanchezza o convenienza, ma forse, sarà proprio questo il suo destino, che condividerebbe con un bel gruppettino di brillanti giovani promesse sanremesi.
Di seguito troviamo la rivelazione della prima edizione di "x factor", Giusy Ferreri. Era stata presentata come una portatrice di novità nella canzone italiana, il tempo, un annetto a malapena, ha dimostrato che niente era più lontano dalla realtà. Ascoltate un brano qualsiasi della Ferreri, ad esempio "Novembre", poi ascoltate Malika Ayane, la ragazza che tra le proposte 2009 al festival ha cantato la canzone scritta da Giuliano Sangiorgi dei Negramaro, e noterete, con vostro grande stupore e sconvolgimento emotivo, che hanno le voci molto simili, oltre ad alcuni colori di canto completamente uguali.
Al nono posto troviamo una bella voce americana come Diana Crall, ma a noi non ci compete.
Al decimo posto troviamo il cd "Le donne" del cantautore romano Antonello Venditti. Qui bisogna spendere due parole, sia perché è italiano, sia perché lo amo, sia pe' tiraje un ber corpo ar core.
Nel 2006, per festeggiare non so quanti anni di carriera, il cantante e pianista (anche se se ne vergogna e dice che da quando non suona in pubblico è rinato) romano, aveva pubblicato un bellissimo triplo cofanetto intitolato "Diamanti. Dopodiché, l'anno successivo, aveva donato al suo pubblico di fedelissimi a oltranza, tra cui io non mi conto perché lo amo fino a "Benvenuti in Paradiso", il cd più brutto, scialbo ed elettronico di tutta la sua carriera: "Dalla pelle al cuore". Ora, se io avessi il privilegio di fare questo mestiere, oltre a non mettermi con le multinazionali a nessuna condizione, tenterei di pubblicare raccolte solo in momenti davvero nevralgici, e comunque preferirei sempre fare dischi dal vivo. Invece, l'Antonello nazionale, ci ha regalato un'altra raccolta. Sinceramente, voglio ammetterlo, io non la possiedo, anche perché io non ne compro quasi mai, direi per principio.
Anni addietro, quando seguivo in radio spagnole o portoghesi le loro classifiche di vendita, mi domandavo esterrefatta: come faranno i dischi a restare per più di un anno in classifica? In Italia, signori miei, ora ne abbiamo un lampantissimo esempio con l'undicesima posizione, il plurivenduto, troppo venduto in realtà per la sua discutibile qualità, "Safari" dell'"idiota di Cortona", Lorenzo Jovanotti. Se lui avesse continuato a fare un suo percorso ma seguendo la sua strada, che era sicuramente il rap, io non avrei niente da eccepire, pur ammettendo che non lo amo. Quello che mi fa infuriare, e lo dico senza mezzi termini, è il fatto che, questo signore, quando ha visto che lo stile statunitense da noi smetteva di essere di moda, si è adagiato sulla scialuppa della melodia. Il problema vero, signori, è che per fare certe cose ci vuole la voce, e questa, il cortonese non ce l'ha.
Bisogna risalire molto indietro nel tempo, ad esempio a "Nel blu dipinto di blu", per trovare una canzone vincitrice a sanremo al primo posto della classifica. Il vincitore di quest'anno, il sardo Marco Carta, che ha vinto per la madrina che lo ha traghettato verso sanremo, ossia la scopritrice di talenti Maria De Filippi, lo troviamo ad un deludente dodicesimo posto. Questo, a me che ancora ragiono con "la forza mia", o con la forza della testa mia, mi dà speranza sul fatto che vi sia svariata gente che ancora lo fa.
Un'altra "straniera" presenza, la troviamo subito dopo, incarnata in una compilation dedicata ad Annie Lenox, ottima voce, bellissima la sua "Why?", ma noi non ne parliamo.
Subito dopo si torna a cantare (o a miagolare?) in italiano, quindi tocca cu cuntu (bisogna che parlo). Abbiamo, infatti, il secondo (o terzo?) volume della trilogia "Fleurs", concepita, arrangiata e interpretata dal siciliano Franco Battiato. Questa è una serie di cd, nei quali, il nostro ci presenta alcuni dei brani che lo hanno formato, dalle canzoni napoletane, alle statunitensi, alle francesi. Come si può capire anche solo da questa sommaria e superficiale carrellata geografica, i pezzi appartengono a generi diversi, anche se soprattutto al cantautorale-intimistico. Il signor Battiato, però, si dimentica di far notare queste differenze, uniformando tutto al suo stile patinato ed inconsistente, sicuramente insostituibile per i testi del suo fido compagno Mallio Sgalambro, ma completamente incompatibile con qualsiasi altro tipo di musica e concezione letteraria.
Al quindicesimo posto troviamo la già citata e commentata Malika Ayane, ma non ci torneremo sopra.
Al sedicesimo posto c'è un'artista che canta in lingua inglese, quindi non ci interessa. Subito dopo possiamo parlare di Biagio Antonacci, a cui Simone Cristicchi aveva dedicato quel tormentone che gli aveva procurato tanta fortuna, cantante specializzato nell'autocopia. Devo ammettere che, all'inizio della sua carriera, circa una ventina di anni fa, il ragazzo milanese ne aveva fatta più di una carina, nonché qualcuna geniale (Il festival di Gabicce mare). Con il tempo, però, si è perso, smarrendosi credo irreparabilmente con il progetto "Convivendo", primo disco in "fasi" della discografia italiana. Giusto per fare un esempio di autocopia, il groove della batteria del brano "Il cielo ha una porta sola" che dà il titolo al cd presente in classifica, è esattamente lo stesso del brano "Non ci facciamo compagnia" presente in una delle "fasi" di "Convivendo".
Andando avanti troviamo l'idolo dei latino-americani, la cantante Laura Pausini, con il suo ultimo cd "Primavera in anticipo". A me, e l'ho dichiarato in più di un'intervista ai tempi della mia notorietà, la Lauretta nazionale non è mai piaciuta. L'ho sempre ritenuta un po' smielata, pensando che sfruttasse questo stereotipo della donna italiana dolce e romantica per essere famosa all'estero.
Scendendo troviamo una delle raccolte più deludenti di uno dei cantanti più bravi e trasgressivi che l'Italia abbia mai potuto vantare. Mi riferisco al cd "Rino Gaetano live & rarities". Intanto mi fa imbestialire il titolo, infatti mi altero quando vedo titoli in inglese dove si sarebbe potuto usare il nostro nobilissimo idioma fiorentino. Non si sarebbe potuto chiamare questo cd "Rino Gaetano: rarità in concerto ed in studio"? Andando in concreto alla struttura del cofanetto, va detto che l'unico cd che consiglierei di ascoltare è il secondo, quello prevalentemente basato su materiale in concerto (c'è un'esibizione a Maglie riportata per intero, oltre a stralci di altre occasioni concertistiche), che finalmente farebbe capire quanto sbagliano tutti coloro che paragonano Le luci della centrale elettrica al grande crotonese. Infatti, mentre la quasi stonatura di Rino Gaetano veniva dalla rabbia e dall'impeto che questi metteva nel contatto con il pubblico e nel suo donarsi, nel caso del signor Vasco Brondi la stonatura è semplicemente stonatura. Oltretutto, nel caso di Gaetano, non esiste solo questo "scrivere alla burchia", ma esistono anche momenti più lirici e riflessivi, o comunque votati ad uno "scanzonato logico". Nei testi del ragazzo di Ferrara, invece, il rimare "alla burchia", che riferito ai rimatori quattrocenteschi era una maniera di sovvertire le regole dell'accademia facendo ridere, diventa un metodo per fare venire un magone così a chiunque l'ascolti.
Subito dopo troviamo Karima, una cantante che non mi convince anche perché mi ricorda Giorgia, la quale poi si è dimostrata abbastanza disonesta con chi l'aiutata creando anche problemi di diritti d'autore sul suo brano sanremese, bella ballad ma troppo americana.
Nominata e vista! Ecco qui lo "spirito libero" romano, che con orgoglio alterna il blues, al pop ed alla dance più sfacciatamente elettronica. Se questa è libertà, lo è solo di fare soldi!
Continuando abbiamo il nuovo cd di Filippo Neviani, in arte Nek, che con tutta la sincerità non mi è mai piaciuto. L'ho sempre ritenuto un gran qualunquista: è stato tra i primi a fare una canzone antiaborto, "In te", e tra i tanti a denunciare l'ingiustizia della guerra in Iraq, con il brano "Anno zero", mettendo, però, in mezzo una bella quantità di smielatissime canzoni d'amore. Per quanto riguarda l'ultimo cd non vedo cambiamenti di rilievo, anzi non ne vedo nessuno.
Sono tornati anche gli Stadio, ma io li rimpiango quando erano il gruppo del signor Lucio Dalla, perché Gaetano Curreri, leader e cantante del gruppo, ha una delle voci più insopportabili che io abbia mai sentito.
Si va avanti e si trova una "signora" della canzone italiana, come la milanese Ornella Vanoni. Il suo cd, intitolato "Più di me", è un cd di Duetti. Non voglio negare che qualcuno sia bello, si pensi ad esempio a quello con Gianni Morandi o a quello con la grandissima Fiorella Mannoia, ma, devo dire, che fra le tante controindicazioni, la musica leggera ha un limite d'età ben preciso entro il quale può essere cantata in pubblico od incisa su disco con buoni risultati. Mi pare, infatti, che la signora in questione, abbia ormai forti problemi di fiato, quindi non se ne può più.
Abbiamo poi due posti appannaggio degli stranieri, e quando si torna a parlare italiano si trova il più conosciuto gruppo salentino di tutti i tempi: i negramaro. Non ho niente in contrario, anzi alcuni brani, come "Solo tre minuti", mi fanno venire i brividi. Dopo aver riconosciuto al signor Sangiorgi che ha una bella voce, però, non gli perdono di aver riarrangiato "Meraviglioso" di Mimmo Modugno in quella maniera, ossia cambiando l'ottanta per cento degli accordi. Se si decide di fare una cover, di reinterpretare un brano, la melodia e le caratteristiche base dell'armonia sono intoccabili. Brutto è, e qui lo dico, il voler portare la "salentitudine" dei tamburelli nei concerti di un gruppo rock, anche se questo è salentino. Non mi fa rabbia il fatto in sé, questo è ovvio e naturale. Mi adiro quando penso che il novantanove per cento di chi comprerà il cd non capirà, non imparerà niente sui suoni tradizionali, perché in fondo non gliene importerà niente.
Arriviamo all'ultimo cd della "tigre di Cremona", ovviamente Mina. Il cd, intitolato "Sulla tua bocca lo dirò", è dedicato, come si sa, al melodramma. Lo trovo un grandissimo atto di presunzione: intanto trovo ingiusto cantare arie con voce non impostata liricamente, in secondo luogo credo scorretta l'accozzaglia di arie maschili e femminili. In terzo luogo, e mi fa male dirlo perché a me Mina piace, trovo che la cantante ormai sia molto fuori forma, e vittima di quella presunzione secondo la quale, siccome è famosa, tutto le viene perdonato.
Troviamo, andando avanti, l'ultimo cd di uno dei pochi veri rapper che abbiamo in Italia, il cantante degli Articolo 31 J.ax. A me non piace, perché non ho mai sopportato questo stile volgare, sguaiato e spesso arraffone, ma gli riconosco coerenza.
Troviamo poi un cd, che si intitola Helldorado, che quindi, facendo un miscuglio di inglese e spagnolo potremmo tradurre come "Inferno dorato", presentato dai Negrita. E' un cd di un'ipocrisia, faziosità e qualunquismo disarmanti. Questo gruppo, infatti, è uno dei tanti che ha iniziato a cantare in modo "protestatario" solo quando, ultimamente questo stile ha fatto finta di tornare di moda.
Troviamo poi l'ultimo disco del cantante di Zocca Vasco Rossi. A me lui non è mai piaciuto, meno ancora mi piace adesso che basa il suo successo sul suo moralismo da "uomo che ce l'ha fatta".
Devo dire che saltare il cantante americano che segue un po' mi amareggia, perché è il grande Leonard Cohen, ma le regole sono regole e si seguono.
Troviamo, dopo aver saltato svariati posti, il best of (mamma mia!) dei Gemelli diversi. Devo dire che non mi sono mai piaciuti, infatti, anche loro, per fare canzoni di denuncia hanno sempre voglia di fare venire un magone così alla gente, mentre per le canzoni d'amore si divertono troppo a copiare e rubare parti intere di brani altrui.
Un altro cd sanremese lo troviamo in quarantesima posizione, ed è esattamente quello del "neomelodico" Sal Da Vinci. Mia sorella Maria Chiara, che non è assolutamente cultrice della canzone napoletana di nessun tipo, una volta, poco dopo sanremo, mi viene a chiedere tutta sconvolta se io sapessi chi era questo signore, a lei completamente sconosciuto, di nome Sal Da Vinci. Io le dissi che lo conoscevo, ma quello che mi allarma è che ora lo conosce una bella fetta del popolo italiano.
Troviamo poi un cd di Amedeo Minghi che, dal titolo, ha tutta l'aria di essere una raccolta. A me, e ve lo confesso, il cantautore romano non è mai piaciuto, anche se ritengo capolavori tre suoi brani: "La vita mia", "L'immenso" e "1950".
Voglio esprimere per una volta la mia contentezza, perché al quarantaquattresimo posto di questa classifica, troviamo Fabrizio de Andrè, con uhna delle antologie più complete mai realizzate, "In direzione ostinata e contraria".
Sono ancora una volta felice, perché anche il prossimo cantante si merita la mia stima, ma non approvo la furbata che ha fatto, di pubblicare un concerto acustico avvenuto in Francia ventitré anni fa. Il cantautore di cui parlo è Angelo Branduardi, il quale, mi amareggia dirlo, non riesce assolutamente ad emozionarmi se lo sento dal vivo, anche perché è totalmente stonato. Mi pare di non sbagliare se dico che punti troppo sullo spettacolo e sulla sua cultura accademica, che "infiora" sicuramente chiunque si voglia dedicare alla musica leggera. Ma è possibile costruirsi una carriera solo su queste caratteristiche culturali non avendo spessore sull'arte che si decide di abbracciare ossia il canto?
Troviamo poi Luciano Ligabue, un altro grande stonato famoso. Ci sono alcune ballate che non mi dispiacciono, da "Ho messo via" a "Metti in circolo il tuo amore", ma ultimamente mi pare che si stia ripetendo molto, limitando tra l'altro il suo strumentario all'essenziale del rock.
Ecco l'altra rappresentante salentina, dopo i Negramaro, nello sfavillante mondo del pop. Mi riferisco a Dolcenera, che io non ho mai sopportato, anche perché, da accanita fan di De Andrè, non mi è mai andato giù che abbia usato un suo personaggio come nome d'arte, pur esprimendosi in maniera diversa, e direi antitetica, rispetto al grande genovese.
Il prossimo italiano andrebbe accolto con un'espressione di meraviglia: "Oh!". Infatti ci riferiamo a Giuseppe Povia, il cantante per bambini un po' stupidini, per incominciare ad annichilirli sin dalla più tenera età.
C'è poi un cd di Alice, cantante che ha segnato la mia infanzia, anche se la "mia" Alice non esiste più da un pezzo. Il cd che io amo, che resta l'unico contatto con questa artista che in fondo non ho mai capito, è "Alice canta Battiato", regalatomi da una mia dirimpettaia.
Ecco a voi Raf, con il cd "Metamorfosi". Questo artista, secondo me, è tra i più inutili del panorama italiano. Inizialmente, quando aveva incominciato ad accarezzare la possibilità di cantare in italiano, aveva anche trovato una certa melodicità sicuramente compatibile con la nostra maniera d'essere. Con gli anni, però, ha fatto capolino il suo spirito inglese, che lo ha portato a sperimentare un pop sempre più elettronico ed alienato.
Arriviamo ad un dente che non vedevo l'ora di togliermi, al primo cd di Paolo Conte che al solo pensiero mi fa venire l'esaurimento nervoso, il signor "Psiche". Mi ricordo, cari signori, che io, "contiana" puro sangue, andai, sotto un diluvio universale, la mattina che uscì questo cd, ad ascoltarlo dalla mia negoziante di fiducia. L'unico brano che ritengo bellissimo, ma io non compro mai un cd per una canzone, per quanto bella essa sia, è "L'amore che". Qui, infatti, l'avvocato astigiano, più che rimanere se stesso, si è fatto prendere dagli "strumenti senza letteratura", ossia dall'elettronica, quindi così ha praticamente messo i due piedi fuori da casa mia.
Eccoci qui a fare i conti con un artista che ha partecipato al festival di Sanremo, anche se io non ho mai sentito la sua canzone, il toscano Marco Masini. A me non è mai piaciuto, l'ho sempre trovato triste e qualunquista.
un altro caso limite, insieme a Battiato, per quanto riguarda l'impossibilità di andare fuori dal proprio repertorio, è quello di Pino Mango. Infatti, il suo ultimo cd, che è purtroppo tutto di cover, non si può assolutamente ascoltare. Ne ho sentite poche, ma ad esempio, la canzone "Amore bello", duettata con Claudio Baglioni, mi ha letteralmente ferito le orecchie.
Subito dopo troviamo Vinicio Capossela, ma non quello dei tempi migliori rievocato nel post precedente, ma bensì quello delle stravaganze. Voglio dargli atto del fatto che, nonostante tutto, ha avuto una riappacificazione con il nostro comune strumento, quel pianoforte che per dieci anni nei suoi cd non si era più sentito. A me, però, questo non basta, e dico che la sua, più che ricerca, è furberia allo stato puro, poiché è completamente caduto di voce. Sono lontanissimi i tempi in cui, poco dopo l'uscita di "Camera a sud", prima d'un concerto in un teatro di Perugia, egli venne a casa mia e mi suonò una "Che cos'è l'amor" che tutt'ora mi risuona nelle orecchie.
Si arriva poi al capostipite dei neomelodici napoletani, il pianista e cantante Gigi d'Alessio. Ritengo particolarmente vergognosa la sua popolarità, poiché tra i nuovi cantanti napoletani è il più scadente, il più povero e banale. Io ho sempre stimato molto Finizio, che non è mai stato capito, forse perché punta all'acustico senza essere pesante, caratteristica che invece di giovare ad un artista in Italia gli porta sfortuna.
Il prossimo disco è stato traghettato dal festival di Sanremo verso una sicura popolarità, anche se credo che chi abbia veramente a cuore la memoria di De Andrè si rifiuterà di acquistarlo, o anche solo di sopportarlo. Mi riferisco a PFM canta de Andrè". Il cantante e batterista di questo gruppo, da quando ha riformato la compagine storica, e soprattutto dopo la definitiva consacrazione del progetto al Concerto del primo maggio a Piazza San Giovanni, sta puntando e sfruttando Faber per rinascere e far scordare la propria nullità e il proprio decadimento interpretativo. Addirittura il Festival di Sanremo, nel decennale della morte di De Andrè gli ha reso omaggio, permettendo un'altra vetrina al gruppo che è riuscito a far fare a De Andrè le sue cose peggiori (i due live di fine anni '70).
Arriviamo poi ad un artista bolognese che, preso dalla vergogna per "Cinquanta special" e le prime canzoni che lo avevano portato alla popolarità, si è ora messo a fare l'intellettuale, l'impegnato e lo scrittore. Cesare Cremonini, questo è il suo nome, non sarebbe neanche un malvagio pianista, ma siccome non si ha più voglia di essere artigiani della musica, condizione che porta con sé il decidere di fare musica strumentale, costui ha deciso di cantare pur avendo la peggiore voce maschile apparsa nel territorio commerciale italiano negli ultimi venti anni.
Un artista immancabile in classifica, poi è il laziale Lucio Battisti, che troviamo con un cofanetto triplo riepilogativo della sua avventura con Mogol. Io, pur avendo sempre ascoltato Battisti perché piaceva a mio padre, l'ho sempre ritenuto un disprezzatore dell'arte come forma nobilitante. Ho sempre pensato, infatti, che l'arte, pur avendo il dovere di restare legata alla vita, la deve raccontare da un'altra dimensione. In poche parole, preferisco dei testi che siano giocati anche un minimo su risorse letterarie, a pezzi scritti come la lista della spesa. Mogol, poi, non mi sta particolarmente simpatico, ma queste sono cose personali.
Troviamo poi la voce più nasale d'Italia, il ragazzo "nato ai borghi di periferia", il romano Eros Ramazzotti. Con gli anni, dopo aver fatto qualcosa di carino, è completamente finito al servizio dei pubblici stranieri che lo idolatrano, mantenendo, come unico legame con la patria, la lingua in cui pensa e si esprime.
C'era una volta un bluesman, italiano, che aveva fatto un percorso coerente che lo aveva portato verso album belli come "Oro incenso e birra", o lo stesso "Blues". Dopo un live al Kremlino, registrato con il titolo di "Live in Kremlin", pensò che la sua esperienza di bluesman potesse considerarsi finita, perché aveva fruttificato in un cantante di dance demenziale e commerciale. Poi, forse segretamente pentito, fece il cd "Fly", che conteneva "Dentro agli occhi", ma niente di più.
Ed ecco qua il "Ragazzo della via Gluck", "Il re degli ignoranti" e dei qualunquisti, che ha dato una possibilità a chi già era sdoganato di sdoganare ancora (Sud Sound System), relegando all'oblio, da ormai quarant'anni a questa parte, chi gli poteva dare filo da torcere. Infatti: chiedetevi perché mai si parla di Don Backy? Perché è Celentano che fa pressioni, "o me o lui". Celentano, pur non avendo più niente da dire, fa raccolte su raccolte ed è ancora sulla cresta!
Carissimi acquirenti di dischi nei centri commerciali, vi dico ufficialmente che siete una massa di ignoranti e pecoroni. Come si fa a relegare all'ottantanovesimo posto della classifica uno dei cd più belli e coraggiosi usciti negli ultimi anni? Va bene, e questo un po' attenua la vostra colpa, che neanche i negozianti spesso riconoscono il valore a questo cd (Musiche ribelli, di Luca Carboni), confondendolo con tutti gli altri cd di cover che abbiamo incontrato durante questa classifica. Io che lo conosco, lo possiedo e lo amo non lo posso confondere. Infatti, non è la solita accozzaglia di temi più o meno classici del passato, ma un vero e coraggioso omaggio ai cantautori. Quali cantautori? Quelli per cui questa parola si addice, coloro che davano messaggi tramite le canzoni, che pizzicavano la coscienza della gente con l'arte, e nonostante questo non si scordavano, ed alcuni non si scordano, di essere soprattutto artisti.
Poco sopra avevamo trovato il rifacimento da parte della PFM del repertorio di De Andrè, mi consola il fatto, che l'ultima decina di posizioni inizi proprio con uno dei volumi del doppio, che comunque, lo ribadisco, reputo la peggior cosa mai fatta dal genovese. Infatti, l'ho già detto ma "repetita iuvant", la contaminazione, per essere effettiva, deve essere doppia e non univoca. Purtroppo, secondo me, in questo progetto, solo De Andrè si contamina, acquistando uno stile da rockettaro che non gli si confà, mentre solo molto raramente, si riescono a sentire, o ad intuire, echi delle vere e storiche influenze della formazione del genovese. E' vero che il cantautore aveva paura del pubblico, e forse devo anche dire che era ancora ingenuo, ma si è veramente lasciato maltrattare dalla PFM. Quel che è peggio, forse, però, è che, spessissimo, chi inizia ad ascoltare De Andrè con questi dischi, non riesce poi a capire la grandezza del De Andrè precedente e successivo.
Devo darvi, carissimi acquirenti di dischi, ancora una volta degli ignoranti. Ho trovato, infatti, al novantaseiesimo posto di questa hitparade, il capolavoro della Mannoia "Il movimento del dare". Il cd è già stato recensito qui, quindi non mi dilungherò a descriverlo, voglio solo darvi un consiglio: riscoprite la gratitudine nei vostri comportamenti quotidiani, così può darsi che l'apprezzate.
Questa volta sono felice, perché l'artista che devo citare mi ripugna. Parlo di Morgan, cantante che sta sistemando la sua carriera malandata, tramite "X factor" e tramite i capolavori altrui, tradotti in italiano ed in inglese, perché così nel mondo intero li capiscono. Vorrei farvi notare che, fuori, la nostra lingua è ancora molto apprezzata, e noi ne dovremmo avere più orgoglio. Oltretutto, data la superbia di inglesi ed americani, che le lingue straniere neanche se le imparano, non capisco perché si debba tributare loro tutto questo grande amore.
E' uscito, tra gli altri, il disco di una delle voci più insipide della canzone italiana, il cantautore torinese Umberto Tozzi. Avrei di molto preferito, e parlo con franchezza, che avesse sfondato suo fratello Franco, che per lo meno, negli anni '60, aveva lanciato quella bellissima "Per i tuoi occhi verdi".
Così si chiude il nostro percorso nella classifica e tra i suoi artisti, il consiglio che vi do è di ascoltare qualsiasi cosa meno che il pop.
Intanto, prima di iniziare, voglio subito dare la prima mazzata pesante a quelli della FIMI. Come pretendete di avere uno sguardo obbiettivo sul mercato discografico e soprattutto sui gusti di noi acquirenti di cd, ignorando i vecchi e cari negozi? (le classifiche da noi si basano sui media word e dintorni, una vergogna completa!)
Comunque, entrando concretamente nella materia, bisogna dire un "Urra!", perché il disco più venduto, nonostante il vergognoso metodo di rilevazione, è ancora il buon ultimo cd di Zero, quel "Presente" che qui è stato recensito subito dopo la sua uscita. Mi rende particolarmente felice, da "sorcina" quale sono, che si trovi in questa posizione da quando è uscito (stiamo commentando la prima classifica d'aprile).
Anche al secondo posto c'è una cantante italiana, la "giannissima" nazionale, ma non gioisco, anzi, come appassionata di pizzica piango in griko. Infatti, scusatemi la divagazione, non mi riesco a scordare la protervia con la quale lei cantò nel 2004 "Fimmene fimmene", e, soprattutto, non riesco a capacitarmi dell'orgoglio che i salentini hanno provato nel sentire quell'interpretazione. E' vero, voglio riconoscerlo, la Nannini ha una voce dalle tinte forti, che spesso ricorda quella di certe cantrici popolari. Devo dire, però, con il mio proverbiale "purismo", che questo non mi basta per permetterle di cantare un simile gioiello.
Al terzo posto si continua a parlare ancora italiano con un gruppo che io ho stimato fino a quando aveva il suo storico e carismatico leader: Augusto Daolio. Da questo nome avrete riconosciuto i Nomadi.
Una speranza di avvicinamento agli ultimi Nomadi, e l'operazione per la verità era anche abbastanza riuscita, si era avuta con il cd "La settima onda", trainato, per me, dal brano "In favelas" interpretato superbamente insieme agli Inti-Illimani. L'ultima canzone "Lo specchio ti riflette", interpretata con un esponente del pop spagnolo come Jarabe de Palo, me li ha fortemente fatti sprofondare nel baratro.
Il quarto posto è appannaggio degli U2, quindi con proprietà non italiana ma irlandese. Sugli U2 voglio solo dire che il loro impegno sociale, per l'Irlanda prima e poi per l'Africa, mi pare tutta una grandissima montatura per restare sulla cresta, ovviamente frodando il fisco inglese e mandando i propri diritti d'autore nei paradisi fiscali (forza Unione Europea aboliscili! Rendi difficile la vita ai furfanti, invece di legiferare sui decibel delle cornamuse o sulla porchetta perugina!)
Al quinto posto troviamo Pino Daniele, con il progetto tra "musica pura" e cantautorato, che si divide in due parti per far digerire i venti euro del suo prezzo. Queste operazioni io, nella mia veste di acquirente di dischi, le trovo davvero esecrabili. Basterebbe, ad esempio, ridurre l'I.V.A. sui cd del 15 per cento, riducendo quindi il costo effettivo del disco, per renderle inefficaci, impopolari e insignificanti, facendo però qualcosa di concreto per la rinascita della discografia.
Al settimo posto troviamo un cantante che dovrebbe davvero chiedere "Perdono", come il titolo del suo primo successo, sia per il fatto d'aver scelto questo mestiere, sia per la sua incoerenza. Mi riferisco al cantante di Latina Tiziano Ferro, nato come cantante di RMB, ma presto convertito al più facile pop da battaglia (non politica si badi bene!). Il signor Ferro, ha veramente una testardaggine di Ferro, ma peggio ce l'ha chi gli compra i dischi, e peggiore ancora chi lo va a vedere dal vivo. Fortunatamente, magari, questi ultimi non si accorgono degli scempi che costui fa, dato il suo essere un prodotto creato a tavolino. Tiziano Ferro, infatti, con i suoi vocalizzi da scimmiottatore nato degli americani, riesce assolutamente a nascondere benissimo il suo essere una nullità interpretativa. Scrive buoni testi, questo gli va riconosciuto, ed anche questo lo aiuta. Secondo me, però, se non si è nessuno in concerto, allora si fa l'autore e non il cantante!
Di seguito troviamo il primo cd sanremese presente, quello della vincitrice delle nuove proposte, (scusate, proposte 2009!), la lucana Arisa. Se devo parlare con "sincerità", citando il titolo del cd e della canzone del festival, bisogna che rendo pubblica la mia indignazione. Questa cantante non ha alcun fascino vocale, la canzone forse è carina ma a me non basta. Mi ricorda un po' Carla Bruni (ora prima signora di Francia!), la quale, con una voce abbastanza simile strutturalmente a quella della nostra, sempre così pseudosussurrata, falsamente intima, affettatamente dolce, era riuscita ad affascinare il mondo intero (perfino me!). Va detto, però, che la signora in questione, poi, quando pubblicò il suo secondo disco, non solo non riuscì a replicare il successo del primo, ma fece completamente flop. Non voglio augurare questo ad Arisa, che nel suo mestiere ci crede e non lo fa per stanchezza o convenienza, ma forse, sarà proprio questo il suo destino, che condividerebbe con un bel gruppettino di brillanti giovani promesse sanremesi.
Di seguito troviamo la rivelazione della prima edizione di "x factor", Giusy Ferreri. Era stata presentata come una portatrice di novità nella canzone italiana, il tempo, un annetto a malapena, ha dimostrato che niente era più lontano dalla realtà. Ascoltate un brano qualsiasi della Ferreri, ad esempio "Novembre", poi ascoltate Malika Ayane, la ragazza che tra le proposte 2009 al festival ha cantato la canzone scritta da Giuliano Sangiorgi dei Negramaro, e noterete, con vostro grande stupore e sconvolgimento emotivo, che hanno le voci molto simili, oltre ad alcuni colori di canto completamente uguali.
Al nono posto troviamo una bella voce americana come Diana Crall, ma a noi non ci compete.
Al decimo posto troviamo il cd "Le donne" del cantautore romano Antonello Venditti. Qui bisogna spendere due parole, sia perché è italiano, sia perché lo amo, sia pe' tiraje un ber corpo ar core.
Nel 2006, per festeggiare non so quanti anni di carriera, il cantante e pianista (anche se se ne vergogna e dice che da quando non suona in pubblico è rinato) romano, aveva pubblicato un bellissimo triplo cofanetto intitolato "Diamanti. Dopodiché, l'anno successivo, aveva donato al suo pubblico di fedelissimi a oltranza, tra cui io non mi conto perché lo amo fino a "Benvenuti in Paradiso", il cd più brutto, scialbo ed elettronico di tutta la sua carriera: "Dalla pelle al cuore". Ora, se io avessi il privilegio di fare questo mestiere, oltre a non mettermi con le multinazionali a nessuna condizione, tenterei di pubblicare raccolte solo in momenti davvero nevralgici, e comunque preferirei sempre fare dischi dal vivo. Invece, l'Antonello nazionale, ci ha regalato un'altra raccolta. Sinceramente, voglio ammetterlo, io non la possiedo, anche perché io non ne compro quasi mai, direi per principio.
Anni addietro, quando seguivo in radio spagnole o portoghesi le loro classifiche di vendita, mi domandavo esterrefatta: come faranno i dischi a restare per più di un anno in classifica? In Italia, signori miei, ora ne abbiamo un lampantissimo esempio con l'undicesima posizione, il plurivenduto, troppo venduto in realtà per la sua discutibile qualità, "Safari" dell'"idiota di Cortona", Lorenzo Jovanotti. Se lui avesse continuato a fare un suo percorso ma seguendo la sua strada, che era sicuramente il rap, io non avrei niente da eccepire, pur ammettendo che non lo amo. Quello che mi fa infuriare, e lo dico senza mezzi termini, è il fatto che, questo signore, quando ha visto che lo stile statunitense da noi smetteva di essere di moda, si è adagiato sulla scialuppa della melodia. Il problema vero, signori, è che per fare certe cose ci vuole la voce, e questa, il cortonese non ce l'ha.
Bisogna risalire molto indietro nel tempo, ad esempio a "Nel blu dipinto di blu", per trovare una canzone vincitrice a sanremo al primo posto della classifica. Il vincitore di quest'anno, il sardo Marco Carta, che ha vinto per la madrina che lo ha traghettato verso sanremo, ossia la scopritrice di talenti Maria De Filippi, lo troviamo ad un deludente dodicesimo posto. Questo, a me che ancora ragiono con "la forza mia", o con la forza della testa mia, mi dà speranza sul fatto che vi sia svariata gente che ancora lo fa.
Un'altra "straniera" presenza, la troviamo subito dopo, incarnata in una compilation dedicata ad Annie Lenox, ottima voce, bellissima la sua "Why?", ma noi non ne parliamo.
Subito dopo si torna a cantare (o a miagolare?) in italiano, quindi tocca cu cuntu (bisogna che parlo). Abbiamo, infatti, il secondo (o terzo?) volume della trilogia "Fleurs", concepita, arrangiata e interpretata dal siciliano Franco Battiato. Questa è una serie di cd, nei quali, il nostro ci presenta alcuni dei brani che lo hanno formato, dalle canzoni napoletane, alle statunitensi, alle francesi. Come si può capire anche solo da questa sommaria e superficiale carrellata geografica, i pezzi appartengono a generi diversi, anche se soprattutto al cantautorale-intimistico. Il signor Battiato, però, si dimentica di far notare queste differenze, uniformando tutto al suo stile patinato ed inconsistente, sicuramente insostituibile per i testi del suo fido compagno Mallio Sgalambro, ma completamente incompatibile con qualsiasi altro tipo di musica e concezione letteraria.
Al quindicesimo posto troviamo la già citata e commentata Malika Ayane, ma non ci torneremo sopra.
Al sedicesimo posto c'è un'artista che canta in lingua inglese, quindi non ci interessa. Subito dopo possiamo parlare di Biagio Antonacci, a cui Simone Cristicchi aveva dedicato quel tormentone che gli aveva procurato tanta fortuna, cantante specializzato nell'autocopia. Devo ammettere che, all'inizio della sua carriera, circa una ventina di anni fa, il ragazzo milanese ne aveva fatta più di una carina, nonché qualcuna geniale (Il festival di Gabicce mare). Con il tempo, però, si è perso, smarrendosi credo irreparabilmente con il progetto "Convivendo", primo disco in "fasi" della discografia italiana. Giusto per fare un esempio di autocopia, il groove della batteria del brano "Il cielo ha una porta sola" che dà il titolo al cd presente in classifica, è esattamente lo stesso del brano "Non ci facciamo compagnia" presente in una delle "fasi" di "Convivendo".
Andando avanti troviamo l'idolo dei latino-americani, la cantante Laura Pausini, con il suo ultimo cd "Primavera in anticipo". A me, e l'ho dichiarato in più di un'intervista ai tempi della mia notorietà, la Lauretta nazionale non è mai piaciuta. L'ho sempre ritenuta un po' smielata, pensando che sfruttasse questo stereotipo della donna italiana dolce e romantica per essere famosa all'estero.
Scendendo troviamo una delle raccolte più deludenti di uno dei cantanti più bravi e trasgressivi che l'Italia abbia mai potuto vantare. Mi riferisco al cd "Rino Gaetano live & rarities". Intanto mi fa imbestialire il titolo, infatti mi altero quando vedo titoli in inglese dove si sarebbe potuto usare il nostro nobilissimo idioma fiorentino. Non si sarebbe potuto chiamare questo cd "Rino Gaetano: rarità in concerto ed in studio"? Andando in concreto alla struttura del cofanetto, va detto che l'unico cd che consiglierei di ascoltare è il secondo, quello prevalentemente basato su materiale in concerto (c'è un'esibizione a Maglie riportata per intero, oltre a stralci di altre occasioni concertistiche), che finalmente farebbe capire quanto sbagliano tutti coloro che paragonano Le luci della centrale elettrica al grande crotonese. Infatti, mentre la quasi stonatura di Rino Gaetano veniva dalla rabbia e dall'impeto che questi metteva nel contatto con il pubblico e nel suo donarsi, nel caso del signor Vasco Brondi la stonatura è semplicemente stonatura. Oltretutto, nel caso di Gaetano, non esiste solo questo "scrivere alla burchia", ma esistono anche momenti più lirici e riflessivi, o comunque votati ad uno "scanzonato logico". Nei testi del ragazzo di Ferrara, invece, il rimare "alla burchia", che riferito ai rimatori quattrocenteschi era una maniera di sovvertire le regole dell'accademia facendo ridere, diventa un metodo per fare venire un magone così a chiunque l'ascolti.
Subito dopo troviamo Karima, una cantante che non mi convince anche perché mi ricorda Giorgia, la quale poi si è dimostrata abbastanza disonesta con chi l'aiutata creando anche problemi di diritti d'autore sul suo brano sanremese, bella ballad ma troppo americana.
Nominata e vista! Ecco qui lo "spirito libero" romano, che con orgoglio alterna il blues, al pop ed alla dance più sfacciatamente elettronica. Se questa è libertà, lo è solo di fare soldi!
Continuando abbiamo il nuovo cd di Filippo Neviani, in arte Nek, che con tutta la sincerità non mi è mai piaciuto. L'ho sempre ritenuto un gran qualunquista: è stato tra i primi a fare una canzone antiaborto, "In te", e tra i tanti a denunciare l'ingiustizia della guerra in Iraq, con il brano "Anno zero", mettendo, però, in mezzo una bella quantità di smielatissime canzoni d'amore. Per quanto riguarda l'ultimo cd non vedo cambiamenti di rilievo, anzi non ne vedo nessuno.
Sono tornati anche gli Stadio, ma io li rimpiango quando erano il gruppo del signor Lucio Dalla, perché Gaetano Curreri, leader e cantante del gruppo, ha una delle voci più insopportabili che io abbia mai sentito.
Si va avanti e si trova una "signora" della canzone italiana, come la milanese Ornella Vanoni. Il suo cd, intitolato "Più di me", è un cd di Duetti. Non voglio negare che qualcuno sia bello, si pensi ad esempio a quello con Gianni Morandi o a quello con la grandissima Fiorella Mannoia, ma, devo dire, che fra le tante controindicazioni, la musica leggera ha un limite d'età ben preciso entro il quale può essere cantata in pubblico od incisa su disco con buoni risultati. Mi pare, infatti, che la signora in questione, abbia ormai forti problemi di fiato, quindi non se ne può più.
Abbiamo poi due posti appannaggio degli stranieri, e quando si torna a parlare italiano si trova il più conosciuto gruppo salentino di tutti i tempi: i negramaro. Non ho niente in contrario, anzi alcuni brani, come "Solo tre minuti", mi fanno venire i brividi. Dopo aver riconosciuto al signor Sangiorgi che ha una bella voce, però, non gli perdono di aver riarrangiato "Meraviglioso" di Mimmo Modugno in quella maniera, ossia cambiando l'ottanta per cento degli accordi. Se si decide di fare una cover, di reinterpretare un brano, la melodia e le caratteristiche base dell'armonia sono intoccabili. Brutto è, e qui lo dico, il voler portare la "salentitudine" dei tamburelli nei concerti di un gruppo rock, anche se questo è salentino. Non mi fa rabbia il fatto in sé, questo è ovvio e naturale. Mi adiro quando penso che il novantanove per cento di chi comprerà il cd non capirà, non imparerà niente sui suoni tradizionali, perché in fondo non gliene importerà niente.
Arriviamo all'ultimo cd della "tigre di Cremona", ovviamente Mina. Il cd, intitolato "Sulla tua bocca lo dirò", è dedicato, come si sa, al melodramma. Lo trovo un grandissimo atto di presunzione: intanto trovo ingiusto cantare arie con voce non impostata liricamente, in secondo luogo credo scorretta l'accozzaglia di arie maschili e femminili. In terzo luogo, e mi fa male dirlo perché a me Mina piace, trovo che la cantante ormai sia molto fuori forma, e vittima di quella presunzione secondo la quale, siccome è famosa, tutto le viene perdonato.
Troviamo, andando avanti, l'ultimo cd di uno dei pochi veri rapper che abbiamo in Italia, il cantante degli Articolo 31 J.ax. A me non piace, perché non ho mai sopportato questo stile volgare, sguaiato e spesso arraffone, ma gli riconosco coerenza.
Troviamo poi un cd, che si intitola Helldorado, che quindi, facendo un miscuglio di inglese e spagnolo potremmo tradurre come "Inferno dorato", presentato dai Negrita. E' un cd di un'ipocrisia, faziosità e qualunquismo disarmanti. Questo gruppo, infatti, è uno dei tanti che ha iniziato a cantare in modo "protestatario" solo quando, ultimamente questo stile ha fatto finta di tornare di moda.
Troviamo poi l'ultimo disco del cantante di Zocca Vasco Rossi. A me lui non è mai piaciuto, meno ancora mi piace adesso che basa il suo successo sul suo moralismo da "uomo che ce l'ha fatta".
Devo dire che saltare il cantante americano che segue un po' mi amareggia, perché è il grande Leonard Cohen, ma le regole sono regole e si seguono.
Troviamo, dopo aver saltato svariati posti, il best of (mamma mia!) dei Gemelli diversi. Devo dire che non mi sono mai piaciuti, infatti, anche loro, per fare canzoni di denuncia hanno sempre voglia di fare venire un magone così alla gente, mentre per le canzoni d'amore si divertono troppo a copiare e rubare parti intere di brani altrui.
Un altro cd sanremese lo troviamo in quarantesima posizione, ed è esattamente quello del "neomelodico" Sal Da Vinci. Mia sorella Maria Chiara, che non è assolutamente cultrice della canzone napoletana di nessun tipo, una volta, poco dopo sanremo, mi viene a chiedere tutta sconvolta se io sapessi chi era questo signore, a lei completamente sconosciuto, di nome Sal Da Vinci. Io le dissi che lo conoscevo, ma quello che mi allarma è che ora lo conosce una bella fetta del popolo italiano.
Troviamo poi un cd di Amedeo Minghi che, dal titolo, ha tutta l'aria di essere una raccolta. A me, e ve lo confesso, il cantautore romano non è mai piaciuto, anche se ritengo capolavori tre suoi brani: "La vita mia", "L'immenso" e "1950".
Voglio esprimere per una volta la mia contentezza, perché al quarantaquattresimo posto di questa classifica, troviamo Fabrizio de Andrè, con uhna delle antologie più complete mai realizzate, "In direzione ostinata e contraria".
Sono ancora una volta felice, perché anche il prossimo cantante si merita la mia stima, ma non approvo la furbata che ha fatto, di pubblicare un concerto acustico avvenuto in Francia ventitré anni fa. Il cantautore di cui parlo è Angelo Branduardi, il quale, mi amareggia dirlo, non riesce assolutamente ad emozionarmi se lo sento dal vivo, anche perché è totalmente stonato. Mi pare di non sbagliare se dico che punti troppo sullo spettacolo e sulla sua cultura accademica, che "infiora" sicuramente chiunque si voglia dedicare alla musica leggera. Ma è possibile costruirsi una carriera solo su queste caratteristiche culturali non avendo spessore sull'arte che si decide di abbracciare ossia il canto?
Troviamo poi Luciano Ligabue, un altro grande stonato famoso. Ci sono alcune ballate che non mi dispiacciono, da "Ho messo via" a "Metti in circolo il tuo amore", ma ultimamente mi pare che si stia ripetendo molto, limitando tra l'altro il suo strumentario all'essenziale del rock.
Ecco l'altra rappresentante salentina, dopo i Negramaro, nello sfavillante mondo del pop. Mi riferisco a Dolcenera, che io non ho mai sopportato, anche perché, da accanita fan di De Andrè, non mi è mai andato giù che abbia usato un suo personaggio come nome d'arte, pur esprimendosi in maniera diversa, e direi antitetica, rispetto al grande genovese.
Il prossimo italiano andrebbe accolto con un'espressione di meraviglia: "Oh!". Infatti ci riferiamo a Giuseppe Povia, il cantante per bambini un po' stupidini, per incominciare ad annichilirli sin dalla più tenera età.
C'è poi un cd di Alice, cantante che ha segnato la mia infanzia, anche se la "mia" Alice non esiste più da un pezzo. Il cd che io amo, che resta l'unico contatto con questa artista che in fondo non ho mai capito, è "Alice canta Battiato", regalatomi da una mia dirimpettaia.
Ecco a voi Raf, con il cd "Metamorfosi". Questo artista, secondo me, è tra i più inutili del panorama italiano. Inizialmente, quando aveva incominciato ad accarezzare la possibilità di cantare in italiano, aveva anche trovato una certa melodicità sicuramente compatibile con la nostra maniera d'essere. Con gli anni, però, ha fatto capolino il suo spirito inglese, che lo ha portato a sperimentare un pop sempre più elettronico ed alienato.
Arriviamo ad un dente che non vedevo l'ora di togliermi, al primo cd di Paolo Conte che al solo pensiero mi fa venire l'esaurimento nervoso, il signor "Psiche". Mi ricordo, cari signori, che io, "contiana" puro sangue, andai, sotto un diluvio universale, la mattina che uscì questo cd, ad ascoltarlo dalla mia negoziante di fiducia. L'unico brano che ritengo bellissimo, ma io non compro mai un cd per una canzone, per quanto bella essa sia, è "L'amore che". Qui, infatti, l'avvocato astigiano, più che rimanere se stesso, si è fatto prendere dagli "strumenti senza letteratura", ossia dall'elettronica, quindi così ha praticamente messo i due piedi fuori da casa mia.
Eccoci qui a fare i conti con un artista che ha partecipato al festival di Sanremo, anche se io non ho mai sentito la sua canzone, il toscano Marco Masini. A me non è mai piaciuto, l'ho sempre trovato triste e qualunquista.
un altro caso limite, insieme a Battiato, per quanto riguarda l'impossibilità di andare fuori dal proprio repertorio, è quello di Pino Mango. Infatti, il suo ultimo cd, che è purtroppo tutto di cover, non si può assolutamente ascoltare. Ne ho sentite poche, ma ad esempio, la canzone "Amore bello", duettata con Claudio Baglioni, mi ha letteralmente ferito le orecchie.
Subito dopo troviamo Vinicio Capossela, ma non quello dei tempi migliori rievocato nel post precedente, ma bensì quello delle stravaganze. Voglio dargli atto del fatto che, nonostante tutto, ha avuto una riappacificazione con il nostro comune strumento, quel pianoforte che per dieci anni nei suoi cd non si era più sentito. A me, però, questo non basta, e dico che la sua, più che ricerca, è furberia allo stato puro, poiché è completamente caduto di voce. Sono lontanissimi i tempi in cui, poco dopo l'uscita di "Camera a sud", prima d'un concerto in un teatro di Perugia, egli venne a casa mia e mi suonò una "Che cos'è l'amor" che tutt'ora mi risuona nelle orecchie.
Si arriva poi al capostipite dei neomelodici napoletani, il pianista e cantante Gigi d'Alessio. Ritengo particolarmente vergognosa la sua popolarità, poiché tra i nuovi cantanti napoletani è il più scadente, il più povero e banale. Io ho sempre stimato molto Finizio, che non è mai stato capito, forse perché punta all'acustico senza essere pesante, caratteristica che invece di giovare ad un artista in Italia gli porta sfortuna.
Il prossimo disco è stato traghettato dal festival di Sanremo verso una sicura popolarità, anche se credo che chi abbia veramente a cuore la memoria di De Andrè si rifiuterà di acquistarlo, o anche solo di sopportarlo. Mi riferisco a PFM canta de Andrè". Il cantante e batterista di questo gruppo, da quando ha riformato la compagine storica, e soprattutto dopo la definitiva consacrazione del progetto al Concerto del primo maggio a Piazza San Giovanni, sta puntando e sfruttando Faber per rinascere e far scordare la propria nullità e il proprio decadimento interpretativo. Addirittura il Festival di Sanremo, nel decennale della morte di De Andrè gli ha reso omaggio, permettendo un'altra vetrina al gruppo che è riuscito a far fare a De Andrè le sue cose peggiori (i due live di fine anni '70).
Arriviamo poi ad un artista bolognese che, preso dalla vergogna per "Cinquanta special" e le prime canzoni che lo avevano portato alla popolarità, si è ora messo a fare l'intellettuale, l'impegnato e lo scrittore. Cesare Cremonini, questo è il suo nome, non sarebbe neanche un malvagio pianista, ma siccome non si ha più voglia di essere artigiani della musica, condizione che porta con sé il decidere di fare musica strumentale, costui ha deciso di cantare pur avendo la peggiore voce maschile apparsa nel territorio commerciale italiano negli ultimi venti anni.
Un artista immancabile in classifica, poi è il laziale Lucio Battisti, che troviamo con un cofanetto triplo riepilogativo della sua avventura con Mogol. Io, pur avendo sempre ascoltato Battisti perché piaceva a mio padre, l'ho sempre ritenuto un disprezzatore dell'arte come forma nobilitante. Ho sempre pensato, infatti, che l'arte, pur avendo il dovere di restare legata alla vita, la deve raccontare da un'altra dimensione. In poche parole, preferisco dei testi che siano giocati anche un minimo su risorse letterarie, a pezzi scritti come la lista della spesa. Mogol, poi, non mi sta particolarmente simpatico, ma queste sono cose personali.
Troviamo poi la voce più nasale d'Italia, il ragazzo "nato ai borghi di periferia", il romano Eros Ramazzotti. Con gli anni, dopo aver fatto qualcosa di carino, è completamente finito al servizio dei pubblici stranieri che lo idolatrano, mantenendo, come unico legame con la patria, la lingua in cui pensa e si esprime.
C'era una volta un bluesman, italiano, che aveva fatto un percorso coerente che lo aveva portato verso album belli come "Oro incenso e birra", o lo stesso "Blues". Dopo un live al Kremlino, registrato con il titolo di "Live in Kremlin", pensò che la sua esperienza di bluesman potesse considerarsi finita, perché aveva fruttificato in un cantante di dance demenziale e commerciale. Poi, forse segretamente pentito, fece il cd "Fly", che conteneva "Dentro agli occhi", ma niente di più.
Ed ecco qua il "Ragazzo della via Gluck", "Il re degli ignoranti" e dei qualunquisti, che ha dato una possibilità a chi già era sdoganato di sdoganare ancora (Sud Sound System), relegando all'oblio, da ormai quarant'anni a questa parte, chi gli poteva dare filo da torcere. Infatti: chiedetevi perché mai si parla di Don Backy? Perché è Celentano che fa pressioni, "o me o lui". Celentano, pur non avendo più niente da dire, fa raccolte su raccolte ed è ancora sulla cresta!
Carissimi acquirenti di dischi nei centri commerciali, vi dico ufficialmente che siete una massa di ignoranti e pecoroni. Come si fa a relegare all'ottantanovesimo posto della classifica uno dei cd più belli e coraggiosi usciti negli ultimi anni? Va bene, e questo un po' attenua la vostra colpa, che neanche i negozianti spesso riconoscono il valore a questo cd (Musiche ribelli, di Luca Carboni), confondendolo con tutti gli altri cd di cover che abbiamo incontrato durante questa classifica. Io che lo conosco, lo possiedo e lo amo non lo posso confondere. Infatti, non è la solita accozzaglia di temi più o meno classici del passato, ma un vero e coraggioso omaggio ai cantautori. Quali cantautori? Quelli per cui questa parola si addice, coloro che davano messaggi tramite le canzoni, che pizzicavano la coscienza della gente con l'arte, e nonostante questo non si scordavano, ed alcuni non si scordano, di essere soprattutto artisti.
Poco sopra avevamo trovato il rifacimento da parte della PFM del repertorio di De Andrè, mi consola il fatto, che l'ultima decina di posizioni inizi proprio con uno dei volumi del doppio, che comunque, lo ribadisco, reputo la peggior cosa mai fatta dal genovese. Infatti, l'ho già detto ma "repetita iuvant", la contaminazione, per essere effettiva, deve essere doppia e non univoca. Purtroppo, secondo me, in questo progetto, solo De Andrè si contamina, acquistando uno stile da rockettaro che non gli si confà, mentre solo molto raramente, si riescono a sentire, o ad intuire, echi delle vere e storiche influenze della formazione del genovese. E' vero che il cantautore aveva paura del pubblico, e forse devo anche dire che era ancora ingenuo, ma si è veramente lasciato maltrattare dalla PFM. Quel che è peggio, forse, però, è che, spessissimo, chi inizia ad ascoltare De Andrè con questi dischi, non riesce poi a capire la grandezza del De Andrè precedente e successivo.
Devo darvi, carissimi acquirenti di dischi, ancora una volta degli ignoranti. Ho trovato, infatti, al novantaseiesimo posto di questa hitparade, il capolavoro della Mannoia "Il movimento del dare". Il cd è già stato recensito qui, quindi non mi dilungherò a descriverlo, voglio solo darvi un consiglio: riscoprite la gratitudine nei vostri comportamenti quotidiani, così può darsi che l'apprezzate.
Questa volta sono felice, perché l'artista che devo citare mi ripugna. Parlo di Morgan, cantante che sta sistemando la sua carriera malandata, tramite "X factor" e tramite i capolavori altrui, tradotti in italiano ed in inglese, perché così nel mondo intero li capiscono. Vorrei farvi notare che, fuori, la nostra lingua è ancora molto apprezzata, e noi ne dovremmo avere più orgoglio. Oltretutto, data la superbia di inglesi ed americani, che le lingue straniere neanche se le imparano, non capisco perché si debba tributare loro tutto questo grande amore.
E' uscito, tra gli altri, il disco di una delle voci più insipide della canzone italiana, il cantautore torinese Umberto Tozzi. Avrei di molto preferito, e parlo con franchezza, che avesse sfondato suo fratello Franco, che per lo meno, negli anni '60, aveva lanciato quella bellissima "Per i tuoi occhi verdi".
Così si chiude il nostro percorso nella classifica e tra i suoi artisti, il consiglio che vi do è di ascoltare qualsiasi cosa meno che il pop.
martedì 14 aprile 2009
Commento alla puntata di "Effetto notte in Italia" del 13 aprile 2009
Carissimi lettori, sto ascoltando adesso, tramite una web radio, il programma "Effetto notte in Italia" di Blusat 2000, canale satellitare di ispirazione cattolica. E' una puntata sul jazz italiano e ve la voglio commentare.
Devo subito dire che ho perso il primo brano del programma, che, dicono, sia stato di Paolo Conte. Dopo è arrivato un bellissimo pezzo di Buscaglione "Che bambola". Devo subito dire che, Immediatamente dopo è iniziata una serie di pezzi che, solo in maniera un po' dubbia io definirei "jazz italiano", perché secondo me, questa espressione, più che indicare chi fa jazz in Italia, indica chi ha cercato una via italiana al jazz.
Comunque, si è sentita la versione jazz, incisa da Gino Paoli nel 2007 per il cd "Miles Tones", della canzone "Una lunga storia d'amore". Subito dopo è arrivata una versione, insopportabile secondo me, di "Senza fine", strumentale, e con improvvisazioni troppo free per i miei gusti.
Subito dopo è arrivata "Sono stanco" di Bruno Martino, reinterpretata, però, da Niky Nicolai, insopportabile e sguaiata, perché, neanche lei, cerca una via italiana al jazz.
Adesso stiamo ascoltando "L'inverno e l'estate" di Ivan Segreto, un giovane siciliano che, sinceramente, avrebbe fatto meglio a mantenere "segreta" la sua passione per la musica. Qui, l'unico legame con il jazz, è la presenza di Paolo Fresu, trombettista sardo, neanche di mio particolare gradimento.
Il brano, se dovessi descriverlo, è un pezzo un po' new age, meditativo, con strumenti inclassificabili, intellettualoide, come tutta questa musica che è commerciale, ma siccome questa parola ha una brutta reputazione generalizzata, finge di essere underground nel peggior modo possibile, ghettizzandosi da sola.
Devo dire che, per la prima volta da quando ho acceso la radio, sto provando piacere. E' partita, infatti, una bellissima canzone di Vinicio Capossela, di quando non si era ancora perso dietro i violini a tromba, le tarante e le stravaganze. E' un brano tratto da Camera a Sud, intitolato "Non è l'amore che va via". Il piacere, però, carissima Paola de Simone e carissimi compagni d'avventura di Inblù, non mi toglie il gusto e il mordente della polemica. E' vero che Capossela non fa propriamente jazz, ma vi sono alcuni pezzi, sempre in cd come "Camera a sud", o "All'una e trentacinque circa", che sarebbero stati molto più compatibili con un'analisi dell'italianità nel jazz. Purtroppo non so citare titoli, perché "Camera a sud" è da molto tempo che non lo prendo, e gli altri album ce li ho in cassetta, quindi addio.
Adesso è partito un brano in dialetto napoletano, perché l'esotismo in questi casi fa sempre nicchiettina undergroubnd, che non saprei cosa ci "accucchia" con il jazz, dato che musicalmente è un brano soul. Il soul, nato intorno agli anni 30-quaranta, pur essendo spesso interpretato dagli stessi cantanti di jazz, ha subito preso una fortissima autonomia, che l'ha portato, appunto dagli anni 70 in poi, ad essere una musica prevalentemente o fortemente basata sugli strumenti elettronici od elettrici. Il jazz, lo ricordo solo ai più sprovveduti, e sono confortata dalla testimonianza di una persona a me vicina che ne è grande cultore, è ancora prevalentemente acustico, e le sperimentazioni con l'elettronica o gli strumenti elettrici, sono appunto ancora delle sperimentazioni.
Ora, è vero che questo si potrebbe considerare free jazz, ma, credo, che tecnicamente sia rock progressivo, quindi esula da una seria trasmissione sul jazz italiano. Ma, diciamocela tutta per favore, questa sera stiamo assistendo ad una pagliacciata allo stato puro. Pensate, il brano in questione era dei Napoli centrale, evviva!
Ora è partito un brano che, quantomeno, strutturalmente, può ricordare il jazz, specialmente la ballad jazz, lenta e suadente. E' un brano di Amalia Grè, una delle tante cantanti che, sinceramente, non si sa cosa abbia fatto dopo quelle due partecipazioni, non malvage certamente, al Festival di Sanremo. Comunque, ragazzi, qui si parla di "musica italiana che scimmiotta o sfrutta il jazz", in qualche suo aspetto, ora non importa quale. Non mi venite a dire che questo è il jazz italiano, o per lo meno non mi venite a dire che questa è la via italiana al jazz. La cantante sta cantando, scimmiottando completamente le cantanti americane, che fanno cinquantamila vocalizzi durante mezza parola. Vergogna!
Ora sto provando vero piacere, e finalmente posso parlare di qualcosa senza ombra di polemica. E' infatti arrivata ad avvolgermi una canzone di un grande cantante napoletano, il crooner Joe Barbieri. L'unica osservazione, forse, è che non si può magari definire solo jazz italiano, ma si dovrebbe definire bossanova italiana. Comunque, se non altro, lui riesce ad unire bene la nostra melodicità con uno stile che sente particolarmente suo, senza né tradire noi e la nostra maniera di essere cantando, né la musica brasiliana. Armonicamente è comunque brasilianissima, ha delle parti d'archi che ricordano molte incisioni di Caetano Veloso con Morelembaum (il suo violoncellista).
La chiusura è affidata a Nicola Conte, che fa un samba molto brasiliano, un po' simile a ciò che trent'anni fa poteva fare in qualche caso Piero Miliani. Non è male, ma devo dire che a puntata finita non posso dire che si è sentito jazz italiano nella maniera che intendo io.
Non mi piace, e lo si può vedere su uno dei post dedicati alla Notte Della Taranta, fare solo la distruttiva. Voglio ora, infatti, presentare una scaletta ipotetica, da cui probabilmente si dovrebbe sfrondare qualcosa per farci un'effettiva puntata di "Effetto notte in Italia", ma che comunque io ritengo coerente con il tema scelto.
Innanzitutto, anche se le interpreti sono straniere, dato il profondissimo legame che queste avevano avuto con l'Italia negli anni '30, si potrebbe iniziare con un qualsiasi brano del Trio Lescano. Lo so: sto infrangendo un tabù, in Italia la musica è nata negli anni '50, che si ascoltano pochissimo, e ad ascoltarla si parte dai Sessanta.
Passerei poi, con sommo piacere, a qualche brano di gente come Ernesto Bonino, Natalino Otto, Alberto Rabagliati, tutti ovviamente presi in registrazioni degli anni Cinquanta e Sessanta, per la loro indubbia superiorità qualitativa, non dimenticandomi, ovviamente, dell'insuperabile Quartetto Cetra.
Si potrebbe poi ascoltare qualche brano di Fred Buscaglione, a cui fortunatamente è stato dedicato spazio, affiancandolo, però, al suo amico e rivale Renato Carosone (ecco chi doveva dare il tocco napoletano, non i Napoli Centrale!).
Arrivando agli anni Sessanta, si sarebbe poi potuti passare a Lelio Luttazzi, o in veste di cantante con la spassosissima "Legata ad uno scoglio", o in veste d'autore, ad esempio con "Bum! Ahi! Che colpo di luna!", interpretata da Mina.
Si potrebbe omaggiare poi Bruno Martino, ascoltandolo cantare e non parlandone ipocritamente, per poi passare a Paolo Conte, di cui proporrei, ad esempio, brani come "Sotto le stelle del jazz", "Lo zio", "Via con me", ed altre. (Devo ammettere che non so cosa è stato trasmesso del cantautore astigiano). Si potrebbe, poi, per citare un esempio di persona che si è fatta "contaminare" dal jazz, perché su questo in fondo verteva la puntata, omaggiare Renzo Arbore, con uno dei suoi numerosi brani swing. Si sarebbe potuto, da un lato far ascoltare brani del primo cd del foggiano come "Il clarinetto" o "Vecchia mutanda", o mostrare un qualsiasi brano del disco "Tonite Renzo swing", oppure, ancora, mostrare qualcosa, non so fare esempi concreti, dal cd "Vintage ma non li dimostra".
Per citare altri "Contaminati", molto più "contaminati" di Arbore perché hanno sfidato il jazz a perdere un po' della sua naturale struttura cameristica od orchestrale, si potrebbe poi presentare qualche brano di cantautori come Piero Ciampi ("Don Chisciotte", "Tu no", "Livorno", "Il merlo", ecc); Umberto Bindi (Il nostro concerto). Perché non ricordarsi, poi, del bel progetto dedicato da Cristian de Sica alle canzoni swing italiane dagli anni '30 agli anni '50? Perché non presentare anche qualcosa da altri progetti di riappropriazione di quel repertorio come "Abbassa la tua radio", al quale avevano partecipato numerosi cantanti idolatrati da tutte le radio commerciali (che è quello che Inblù è diventata) come Irene Grandi? Perché, se si vogliono citare delle versioni jazz di brani pop, non si ricorre mai al bellissimo "Strane stelle strane" di Enrico Rava?
Ultimissima: dove è andato a finire il grande amore dimostrato da una gran parte dei giornalisti musicali per Nicola Arigliano? Ve lo ricordate? Lui sì che avrebbe meritato di essere tra i citati, insieme ad un musicista che da diverso tempo non sento più per radio, quel grande Sergio Cammariere, di cui io, dalle colonne di un quotidiano locale perugino, avevo parlato un anno prima che tutti lo cominciassero ad idolatrare dopo la sua prima, bellissima e trionfale partecipazione a Sanremo. Perché non citare, ascoltandola, come curiosità anche "Dopo il liceo che potevo fare", segno di una "contaminazione" jazzistica da parte di Edoardo Bennato?
Ascoltatevi, carissimi lettori, un po' dei brani e dei cantanti che si citano in questa coda d'articolo, capirete così cosa intendo io per jazz all'italiana, soprattutto via italiana al jazz.
Devo subito dire che ho perso il primo brano del programma, che, dicono, sia stato di Paolo Conte. Dopo è arrivato un bellissimo pezzo di Buscaglione "Che bambola". Devo subito dire che, Immediatamente dopo è iniziata una serie di pezzi che, solo in maniera un po' dubbia io definirei "jazz italiano", perché secondo me, questa espressione, più che indicare chi fa jazz in Italia, indica chi ha cercato una via italiana al jazz.
Comunque, si è sentita la versione jazz, incisa da Gino Paoli nel 2007 per il cd "Miles Tones", della canzone "Una lunga storia d'amore". Subito dopo è arrivata una versione, insopportabile secondo me, di "Senza fine", strumentale, e con improvvisazioni troppo free per i miei gusti.
Subito dopo è arrivata "Sono stanco" di Bruno Martino, reinterpretata, però, da Niky Nicolai, insopportabile e sguaiata, perché, neanche lei, cerca una via italiana al jazz.
Adesso stiamo ascoltando "L'inverno e l'estate" di Ivan Segreto, un giovane siciliano che, sinceramente, avrebbe fatto meglio a mantenere "segreta" la sua passione per la musica. Qui, l'unico legame con il jazz, è la presenza di Paolo Fresu, trombettista sardo, neanche di mio particolare gradimento.
Il brano, se dovessi descriverlo, è un pezzo un po' new age, meditativo, con strumenti inclassificabili, intellettualoide, come tutta questa musica che è commerciale, ma siccome questa parola ha una brutta reputazione generalizzata, finge di essere underground nel peggior modo possibile, ghettizzandosi da sola.
Devo dire che, per la prima volta da quando ho acceso la radio, sto provando piacere. E' partita, infatti, una bellissima canzone di Vinicio Capossela, di quando non si era ancora perso dietro i violini a tromba, le tarante e le stravaganze. E' un brano tratto da Camera a Sud, intitolato "Non è l'amore che va via". Il piacere, però, carissima Paola de Simone e carissimi compagni d'avventura di Inblù, non mi toglie il gusto e il mordente della polemica. E' vero che Capossela non fa propriamente jazz, ma vi sono alcuni pezzi, sempre in cd come "Camera a sud", o "All'una e trentacinque circa", che sarebbero stati molto più compatibili con un'analisi dell'italianità nel jazz. Purtroppo non so citare titoli, perché "Camera a sud" è da molto tempo che non lo prendo, e gli altri album ce li ho in cassetta, quindi addio.
Adesso è partito un brano in dialetto napoletano, perché l'esotismo in questi casi fa sempre nicchiettina undergroubnd, che non saprei cosa ci "accucchia" con il jazz, dato che musicalmente è un brano soul. Il soul, nato intorno agli anni 30-quaranta, pur essendo spesso interpretato dagli stessi cantanti di jazz, ha subito preso una fortissima autonomia, che l'ha portato, appunto dagli anni 70 in poi, ad essere una musica prevalentemente o fortemente basata sugli strumenti elettronici od elettrici. Il jazz, lo ricordo solo ai più sprovveduti, e sono confortata dalla testimonianza di una persona a me vicina che ne è grande cultore, è ancora prevalentemente acustico, e le sperimentazioni con l'elettronica o gli strumenti elettrici, sono appunto ancora delle sperimentazioni.
Ora, è vero che questo si potrebbe considerare free jazz, ma, credo, che tecnicamente sia rock progressivo, quindi esula da una seria trasmissione sul jazz italiano. Ma, diciamocela tutta per favore, questa sera stiamo assistendo ad una pagliacciata allo stato puro. Pensate, il brano in questione era dei Napoli centrale, evviva!
Ora è partito un brano che, quantomeno, strutturalmente, può ricordare il jazz, specialmente la ballad jazz, lenta e suadente. E' un brano di Amalia Grè, una delle tante cantanti che, sinceramente, non si sa cosa abbia fatto dopo quelle due partecipazioni, non malvage certamente, al Festival di Sanremo. Comunque, ragazzi, qui si parla di "musica italiana che scimmiotta o sfrutta il jazz", in qualche suo aspetto, ora non importa quale. Non mi venite a dire che questo è il jazz italiano, o per lo meno non mi venite a dire che questa è la via italiana al jazz. La cantante sta cantando, scimmiottando completamente le cantanti americane, che fanno cinquantamila vocalizzi durante mezza parola. Vergogna!
Ora sto provando vero piacere, e finalmente posso parlare di qualcosa senza ombra di polemica. E' infatti arrivata ad avvolgermi una canzone di un grande cantante napoletano, il crooner Joe Barbieri. L'unica osservazione, forse, è che non si può magari definire solo jazz italiano, ma si dovrebbe definire bossanova italiana. Comunque, se non altro, lui riesce ad unire bene la nostra melodicità con uno stile che sente particolarmente suo, senza né tradire noi e la nostra maniera di essere cantando, né la musica brasiliana. Armonicamente è comunque brasilianissima, ha delle parti d'archi che ricordano molte incisioni di Caetano Veloso con Morelembaum (il suo violoncellista).
La chiusura è affidata a Nicola Conte, che fa un samba molto brasiliano, un po' simile a ciò che trent'anni fa poteva fare in qualche caso Piero Miliani. Non è male, ma devo dire che a puntata finita non posso dire che si è sentito jazz italiano nella maniera che intendo io.
Non mi piace, e lo si può vedere su uno dei post dedicati alla Notte Della Taranta, fare solo la distruttiva. Voglio ora, infatti, presentare una scaletta ipotetica, da cui probabilmente si dovrebbe sfrondare qualcosa per farci un'effettiva puntata di "Effetto notte in Italia", ma che comunque io ritengo coerente con il tema scelto.
Innanzitutto, anche se le interpreti sono straniere, dato il profondissimo legame che queste avevano avuto con l'Italia negli anni '30, si potrebbe iniziare con un qualsiasi brano del Trio Lescano. Lo so: sto infrangendo un tabù, in Italia la musica è nata negli anni '50, che si ascoltano pochissimo, e ad ascoltarla si parte dai Sessanta.
Passerei poi, con sommo piacere, a qualche brano di gente come Ernesto Bonino, Natalino Otto, Alberto Rabagliati, tutti ovviamente presi in registrazioni degli anni Cinquanta e Sessanta, per la loro indubbia superiorità qualitativa, non dimenticandomi, ovviamente, dell'insuperabile Quartetto Cetra.
Si potrebbe poi ascoltare qualche brano di Fred Buscaglione, a cui fortunatamente è stato dedicato spazio, affiancandolo, però, al suo amico e rivale Renato Carosone (ecco chi doveva dare il tocco napoletano, non i Napoli Centrale!).
Arrivando agli anni Sessanta, si sarebbe poi potuti passare a Lelio Luttazzi, o in veste di cantante con la spassosissima "Legata ad uno scoglio", o in veste d'autore, ad esempio con "Bum! Ahi! Che colpo di luna!", interpretata da Mina.
Si potrebbe omaggiare poi Bruno Martino, ascoltandolo cantare e non parlandone ipocritamente, per poi passare a Paolo Conte, di cui proporrei, ad esempio, brani come "Sotto le stelle del jazz", "Lo zio", "Via con me", ed altre. (Devo ammettere che non so cosa è stato trasmesso del cantautore astigiano). Si potrebbe, poi, per citare un esempio di persona che si è fatta "contaminare" dal jazz, perché su questo in fondo verteva la puntata, omaggiare Renzo Arbore, con uno dei suoi numerosi brani swing. Si sarebbe potuto, da un lato far ascoltare brani del primo cd del foggiano come "Il clarinetto" o "Vecchia mutanda", o mostrare un qualsiasi brano del disco "Tonite Renzo swing", oppure, ancora, mostrare qualcosa, non so fare esempi concreti, dal cd "Vintage ma non li dimostra".
Per citare altri "Contaminati", molto più "contaminati" di Arbore perché hanno sfidato il jazz a perdere un po' della sua naturale struttura cameristica od orchestrale, si potrebbe poi presentare qualche brano di cantautori come Piero Ciampi ("Don Chisciotte", "Tu no", "Livorno", "Il merlo", ecc); Umberto Bindi (Il nostro concerto). Perché non ricordarsi, poi, del bel progetto dedicato da Cristian de Sica alle canzoni swing italiane dagli anni '30 agli anni '50? Perché non presentare anche qualcosa da altri progetti di riappropriazione di quel repertorio come "Abbassa la tua radio", al quale avevano partecipato numerosi cantanti idolatrati da tutte le radio commerciali (che è quello che Inblù è diventata) come Irene Grandi? Perché, se si vogliono citare delle versioni jazz di brani pop, non si ricorre mai al bellissimo "Strane stelle strane" di Enrico Rava?
Ultimissima: dove è andato a finire il grande amore dimostrato da una gran parte dei giornalisti musicali per Nicola Arigliano? Ve lo ricordate? Lui sì che avrebbe meritato di essere tra i citati, insieme ad un musicista che da diverso tempo non sento più per radio, quel grande Sergio Cammariere, di cui io, dalle colonne di un quotidiano locale perugino, avevo parlato un anno prima che tutti lo cominciassero ad idolatrare dopo la sua prima, bellissima e trionfale partecipazione a Sanremo. Perché non citare, ascoltandola, come curiosità anche "Dopo il liceo che potevo fare", segno di una "contaminazione" jazzistica da parte di Edoardo Bennato?
Ascoltatevi, carissimi lettori, un po' dei brani e dei cantanti che si citano in questa coda d'articolo, capirete così cosa intendo io per jazz all'italiana, soprattutto via italiana al jazz.
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