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martedì 6 aprile 2010

Commento alla puntata del 05/04/10 di "Effetto notte in Italia

Carissimi lettori, eccoci qua ad un altro articolo, sarà un po' polemico già lo so, a commento di una puntata di "Effetto notte in Italia", programma di informazione musicale che va in onda di sera su Radio Inblù.
Intanto non mi piace il fatto che la musica oggi debba per forza fare compagnia, soprattutto non mi piace che si usi per questo scopo, sicuramente importante ma non nobile, la musica, spesso nobilissima, di molti cantautori italiani.
Andando concretamente allascaletta, sicuramente non c'è niente da eccepire sull'apertura, affidata ad uno dei classici indiscussi del repertorio di Antonello Venditti, quella stupenda "Notte prima degli esami", che resiste da ventisette anni tra i brani che il nostro non può non cantare ad un suo concerto. Stiamo avendo il piacere di ascoltarne la versione originale, quella contenuta nel cd "Cuore" del 1984, che portava alla luce anche altri classici di Antonello Venditti come "Ci vorrebbe un amico". E' una canzone meravigliosa, sempre bella ma complicatissima da cantare e suonare (altro che "canzone da scampagnata"!).
E come poter fare a meno di Lucio Battisti, il cantante che ha permesso a tutti di sentirsi musicisti solo perché sanno fare tre accordi sulla chitarra, suonati senza nessuna sfumatura?
Il brano che si ascolta è "La canzone del sole", che da ormai circa quarant'anni, mi pare sia del 1971, ci tormenta (io veramente non ne posso più!).
Oltretutto mi sarei un po' stancata di questa idolatria generale nei confronti di Mogol, buon paroliere, sicuro, ma non paragonabile a gente come Giorgio Calabrese (paroliere di Umberto Bindi) o Sergio Bardotti, ottimo traduttore di gioielli della musica brasiliana come "Funeral de um labrador" di Chico Buarque, diventata "Il funerale di un lavoratore" nella toccantissima interpretazione di Maria Carta ("Vi canto una storia assai vera, 1976).
La voce di Battisti, oltretutto, non è neanche intonata, anzi dal vivo era completamente stonato (idem dicasi per i Beatles, amati da quelle persone per le quali basta che un gruppo abbia importanza come rivoluzionatore di abitudini e costumi per valutarne la bravura!).
Forse il brano non è malvagio se arrangiato, ma non basta l'arrangiamento per fare bella una canzone, anzi i brani sono belli nudi, al limite l'arrangiamento può e deve essere un arricchimento ma non di più.
Andando avanti, per fortuna, torniamo a parlare di capolavori, con la bellissima "La donna a cannone" di De Gregori, pubblicata in un q disc che io possiedo in vinile ma credo di non aver mai sentito. Questo brano, ad esempio, anche fatto solo chitarra e voce, ovviamente con tutti i suoi accordi, è bellissimo, non c'è bisogno d'orchestrazione. Oltretutto, e anche questo non guasta per lo meno per me, ha un testo anche complicato, poetico, riflessivo, che obbliga a pensare e pesare le parole. Non ho mai amato le canzoni scritte come si scriverebbe uno sfogo privato o la lista della spesa.
Andando avanti, io avevo un anno appena, si arriva a questa "Fiore di maggio", che a me ricorda un mio professore di educazione fisica, il quale, quando io facevo la materna, mi regalò una cassettina originale, che da qualche parte forse ancora possiedo, di questo bellissimo album di Fabio Concato, che si intitolava come questa canzone. Piccola curiosità: il mio maestro (così noi montessoriani chiamavamo i nostri insegnanti) mi regalò il primo tamburello che io ebbi nella mia vita, quindi io scoprii questo strumento molto prima di scoprire la pizzica e molto prima che questa fosse effettivamente riscoperta, infatti io ebbi questo dono circa una ventina d'anni fa, anche prima!). Tornando all'album di Concato, quello che tutt'ora è il suo disco più conosciuto, conteneva anche canzoni come "Gigi", "Computerino", che era la mia preferita, e "Rosalina", ancora adesso assolutamente obbligatorie quando si parla di Fabio Concato.
Eccoci a questa musichetta troppo rilassante e rilassata che io non ho mai amato, quella che giustamente si può preferire come colonna sonora di scampagnate (non "La donna a cannone"!). Stiamo ascoltando una canzone di Marina Rei, la cui particolarità basilare è il suo aver studiato percussioni con tecnica cubana, cantante che sennò è completamente banale, perché da noi la banalità è scimmiottare gli americani, magari mancando di rispetto alla nostra lingua (la cosa faceva già arrabbiare Domenico Modugno ai tempi di "Volare"!). Il brano che stiamo ascoltando, intitolato "Primavera", è una cover di un brano dance anni '70 sicuramente festoso ma insipidissimo. Brani così, per lo meno a me, mi dànno solo voglia di spegnere qualsiasi radio io stia ascoltando.
Mamma mia, l'incubo continua! Il cantante che stiamo a scoltando è un ottimo cantante, anche se è il cantautore che io ho sempre amato di meno, il genovese Ivano Fossati. Il brano che stiamo ascoltando, però, è la nauseante, perfino lui la odia, "La mia banda suona il rock". Comunque voglio approfittare per mettere insieme un paio di ricordi legati a questo cantautore, che ebbi anche il piacere di vedere nel 1990, ancora in piena guerra del Golfo. Amo moltissimo un cd di Fossati, forse di qualche anno precedente a quel concerto, intitolato "La pianta del tè". I brani che ho sempre amato sono, e non poteva essere altrimenti, quelli dove il pop è sfidato a "sporcarsi" con suggestioni etniche, che sono quelle che ho sempre cercato in fondo nella musica, ancora prima di scoprire la musica tradizionale. Io vi consiglio di ascoltare tre brani di Fossati: "Terra dove andare", "la pianta del tè" e "Questi posti davanti al mare", interpretato insieme a Fabrizio de Andrè e Francesco De Gregori.
Andando avanti con la scaletta di "Effetto notte in Italia", stiamo ascoltando Paolo Conte che, in "Concerti", album di cui qui si è parlato ampiamente, interpreta "Azzurro". E' veramente meravigliosa, anzi per me è l'unica versione che esiste di questo brano, mi colpisce sempre la sua infinita eleganza. Trovo invece sguaiatissima la versione di Adriano Celentano, ma, fortunatamente, questa è un'altra storia.
E finalmente posso spendere qualche parola, senza un velo di polemica, su un grandissimo cantante, riscoperto molto ma non so con quanta sincerità. Mi riferisco a Rino Gaetano, colui che sarebbe stato, se non fosse morto a trentun anni, uno dei cantanti più trasgressivi della scena italiana, senza la supponenza di quelli che debbono esserlo per forza o per etichetta. Il brano che stiamo ascoltando è "Gianna", che il cantautore calabrese portò, arrivando terzo, al Festival di Sanremo 1978. Una curiosità, che Renato Zero ricorda spesso, è che il cilindro che Gaetano indossò nelle sue esibizioni all'Ariston era di proprietà del "fiacco" che, allora, di vestiti strani se ne intendeva. E' un brano bellissimo, anche se lo stesso non si può dire di quello che è partito adesso!
Stiamo a scoltando la "Anima mia" dei Cugini di campagna (non so se rendo!), di cui io ho un ricordo raccapricciante che credo di aver già condiviso con voi ma non posso far a meno di tornarci con la mente: mio padre che cantava questa canzone, insieme ad altre non meno allucinanti, ad una masnada di bambini che andavano a scuola. Venendo tecnicamente al brano è un brano tipicamente melodico, con una spruzzatina di effetti speciali, suoni di sintetizzatore, che avrebbero voluto renderlo compatibile con il clima "progressivo" che si respirava in quel periodo nel 1973.
Andando avanti troviamo un'altra di quelle canzoni che non amo, anche se non posso dire che abbia una melodia povera, soprattutto per i suoi numerosi "crescendo", come non posso dire che la sua interprete non sia brava (quanto la amava il mio caro nonnino!). Mi riferisco a "Maledetta primavera", interpretata da Loretta Goggi. E' carino il terzinato, ritmo che noi non abbiamo mai rinnegato, anche perché, per usare una metafora religiosa, è letteralmente "sangue del nostro sangue". Infatti l'applicazione di questostandard ritmico, e scusate l'accostamento eretico che farò, la si ritrova indifferentemente in alcuni brani di Bethoven, nelle pizziche, dove il tamburello ed in alcuni casi il canto terzinano, e in brani pop dagli anni Sessanta ad oggi.
Ed eccoci ad un caso di sputtanamento di capolavoro. Se ne era accennato già in occasione del commento al "Work in progress" di Dalla e De Gregori, di cui si riparlerà in occasione della tanto gridata uscita del cd che racchiuderà i momenti salienti della tournée. Mi riferisco naturalmente a "l'anno che verrà" che, come ogni buona canzone sputtanata è nota anche con un altro titolo: "Caro amico ti scrivo", che poi è solo il primo verso. La versione che stiamo ascoltando è 'originale, quella che Lucio Dalla incise, con gli Stadio in grandissima forma e in evidenza assoluta, tra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta (il cantautore, sempre caratterizzato da una fantasia grandiosa nella scelta dei titoli per i suoi dischi, dette lo stesso titolo, il suo cognome, a due dischi di fila, tutti e due capolavori supremi, quindi voi potete capire che faccio un po' di confusione!).
La puntata si chiude con "Centro di gravità permanente", una delle canzoni più insipide di uno dei cantanti più insipidi che l'Italia abbia mai avuto l'onore d'avere (forse dovrei rivedere le graduatorie con gli standard della nuova generazione, ma non assolvo Battiato!). Non sopporto chi fa il filosofo tramite le canzoni, tra fare il filosofo e scrivere le canzoni come la lista della spesa ce ne corre dico io. Oltretutto battiato mi ha sempre dato l'impressione di uno che se la tira, vuole far pesare la sua cultura (la sua o di Sgalambro? boh!). Infine, e va bene già che ci siamo diciamola tutta, non sopporto la vocina da castrato del siciliano.
In fondo mi ha fatto anche piacere questa puntata di viaggio nella storia della canzone italiana, anche se trovo che si sia fatta una bella accozzaglia di capolavori e pezzi così così, accomunati solo dal fatto di essere classici.
Spero che vi sia piaciuto questo articolo, io nello scrivere mi sono divertita moltissimo!

Commento alla puntata del 05/04/10 di "Effetto notte in Italia"

martedì 16 febbraio 2010

Commento alla puntata del 16/02/10 di "Effetto notte in Italia"

Carissimi lettori, questa sera scrivo per commentare a caldo, come ormai saprete che mi piace fare, una puntata di "Effetto notte in Italia", trasmissione di Blusat 2000 di cui abbiamo già parlato diverso tempo fa.
In questa settimana sanremese (purtroppo ci siamo!), il programma si dedica ad alcune retrospettive su artisti che in questi giorni calcheranno il paludato e paludoso palco dell'Ariston.
Questa sera si parla di Enrico Ruggeri, e la scaletta inizia con "Contessa", brano che il cantautore lanciò nell'edizione del 1980 di Sanremo. La versione ascoltata è live, tratta dalla raccolta "la giostra della memoria", album uscito dopo la quinta partecipazione del cantautore al Festival di Sanremo, avvenuta nel 1993 (e vinse, che tempi!).
Il brano è caratterizzato da venature rock, che con gli anni in questo brano si sono un po' spente, per lasciare spazio a influenze etniche, che permettono al brano di avere sempre nuova vita, alla fine di ogni concerto di Ruggeri.
La puntata continua con "Vivo da re", secondo grande successo tratto dal secondo ed ultimo album dei Decibel, che ascoltiamo sempre tratto dalla raccolta del '93. Anche questo brano è più duro, ma sempre romantico, per quanto si possa applicare questo aggettivo al primo Enrico Ruggeri. Mi fa particolarmente piacere ascoltare i brani tratti da questo cd, perché è un album di cui ricordo benissimo l'uscita e l'esultanza che mi dette la vittoria a Sanremo con il brano "Mistero".
Stiamo arrivando al 1983, anno in cui Enrico Ruggeri scrive "Il mare d'inverno", brano che inciderà solo l'anno seguente nella raccolta "Presente studio e live", uscita dopo la prima partecipazione solistica del cantante a Sanremo. Il brano, lanciato da Loredana bertè, solo nell'interpretazione del suo autore acquista la dignità che la sua bellezza merita. La versione della cantante di Bagnara, infatti, credo che non sappia tradurre la meravigliosa malinconia che Ruggeri ha messo in questo ritratto di un mare abbandonato al suo destino, con un frequentatore solitario che ne rispecchia la condizione di tristezza. L'arrangiamento, veramente notevole, permette di assistere ad un bellissimo accordo tra sonorità rock, che si contaminano con il soffio malinconico del testo, ed un pianoforte che porta una ventata di classico che, anche se non era estranea all'album "Vivo da re", da qui si rafforza per non sparire più.
Del 1984 è la già citata partecipazione sanremese con "Nuovo swing" e sono del biennio 85-86 gli album "Tutto scorre", "Difesa francese" e "Enrico VIII", che conteneva tra l'altro un capolavoro assoluto della discografia del nostro, la ballata "Il portiere di notte".
La trasmissione continua con "Si può dare di più", brano che portò il trio Ruggeri-Morandi-Tozzi, a vincere il Festival di Sanremo (Anche se non lo considero un capolavoro è sempre meglio di qualsiasi delle canzoni uscite in questi ultimi anni!). Il brano, come saprete, è ormai diventato l'inno della "nazionale cantanti" istituzione che, oltre a permettere ai suoi membri di sfogare la loro passione calcistica, aiuta, con gli incassi delle sue partite, molte cause giuste.
Dello stesso anno sono sia l'album "Vai rrouge" che la scrittura del capolavoro "Quello che le donne non dicono", che gli fa vincere (meritatamente!) il Premio della critica allo stesso Festival di Sanremo, anche grazie ad una superba interpretazione della Mannoia, alla quale il cantautore affiderà suoi brani come "La giostra della memoria", che fu quello che in me svegliò la curiosità verso di lui.
Gli anni Ottanta si concludono con "La parola ai testimoni", album a cui io non sono particolarmente legata, ma il decennio successivo si apre con "Il falco e il gabbiano", album che simboleggia le due anime di Ruggeri, quella più rock e quella cantautorale, che d'ora in poi convivranno in ogni suo disco. Dell'album è da ricordare la bellissima "Ti avrò", da cui il cantautore ha estratto il titolo del cd. Del 1992 è "Peter pan", disco che va ricordato per canzoni come "Peter pan" e "Prima del temporale", bellissimo brano rock il primo, ballata romanticissima la seconda.
Nel 1993 c'è il già ampiamente citato "La giostra della memoria" che, forse, è il disco più bello del cantautore. Dell'anno successivo è "Soggetti smarriti", che è da ricordare per la presenza di un brano bellissimo, che purtroppo non ci fanno sentire, intitolato "Non piango più". E' una di quelle ballate, forse apparentemente banali, ma che, ultimamente, per paradosso sono l'unica cosa che mi riesce ad emozionare nella musica leggera.
Del 1996 è "Fango e stelle", album che non ebbe il successo sperato, sia per la difficoltà che nasconde per le sue sonorità fortemente progressive, sia per problemi legati alla sua promozione. Da qui inizia il periodo di Ruggeri che io amo di meno, che si conclude assolutamente con "La vie en rouge", doppio live meraviglioso che permette di godere di versioni quasi acustiche dei maggiori successi del nostro, incise al Teatro Ponchielli.
Paola de Simone, come sempre ineccepibile coordinatrice del programma, ci sta proponendo una sicuramente emozionante ma non del tutto convincente, versione di "Quello che le donne non dicono", nella quale le parti che nella versione di "Vai rrouge" erano affidate a Fiorella Mannoia, molto timida ed impacciata, vengono cantate con buona intonazione dal pubblico.
Del 2002 è la partecipazione, che lo porterà a classificarsi al quinto posto, al Festival di Sanremo, con la bellissima "Primavera a Sarajevo" ("la balalaika"!).
Se la canzone in questione era dedicata alla guerra in Bosnia Erzegovina, nel 2003 il cantautore, coraggioso come sempre, porta a Sanremo un brano contro la pena di morte, che interpreta insieme a quella che ormai è diventata la sua compagna di vita e collaboratrice Andrea Mirò. Il brano, intitolato "Nessuno tocchi caino", annuncia l'uscita di uno dei più begli album di Enrico Ruggeri, dal titolo "Gli occhi del musicista", caratterizzato da sonorità acustiche ed intime. L'anno dopo, incitato da suo figlio, il cantautore pubblica "Punk prima di te", il cui titolo è ispirato ad una canzone contenuta ne "Il falco e il gabbiano" (1990). L'album contiene moltissimi brani dei Decibel reincisi per la loro sconcertante attualità (ascoltate "Il lavaggio del cervello" e pensate che non c'è differenza tra come ci trattano i media e quello che dice la canzone scritta nel 1977!).
Il 2005 è l'anno di "Amore e guerra", cd stupendo che racchiude questa doppiezza del cantautore, perché vi sono brani molto acustici come "Il romantico aviatore", ed altri elettro-rock come "L'americano medio", che fu il brano scelto per trainarlo nelle nostre vite.
Nel 2006 il cantautore ci propone "Cuore, muscoli e cervello", triplo e completissimo cofanetto antologico, anche questo ottenuto dall'assemblaggio di brani editi ed inediti. Notevole, secondo me, è "Fiore della strada", che apre uno dei tre cd (non mi ricordo quale, chiedo venia!). Il brano ci fa riflettere sulle reazioni, spesso di bieco razzismo, che abbiamo di fronte agli episodi di emarginazione, che sovente riteniamo stupidamente lontani da noi, scordandoci del fatto che essi molte volte sono provocati da sciocchezze che potremmo comodamente compiere magari in buona fede.
Del 2007 è un album di cover natalizie, seguito da "Rock show", che potremmo paragonare al recentemente recensito "Il mestiere delle canzoni" di Don Backy, perché anche esso è una compiuta sul suo mestiere.
Del 2009 è, infine, il triplo cd "All-in", diviso in tre cd dedicati a tre diversi progetti, che il cantautore, data la triste situazione del mercato discografico, ha deciso di accorpare.
La trasmissione, dopo averci fatto risentire "Mistero" in versione originale, estratta da "la giostra della memoria", ci sta deliziando con "Gli occhi del musicista", ritratto bellissimo e tenero di questa categoria che, spesso, chi non ne fa parte non riesce a capire.
Questo articolo, ovviamente, non vuole essere un ritratto di Enrico Ruggeri, ma delle pennellate sul "Mio" Enrico Ruggeri.

martedì 8 settembre 2009

Canzone per Sergio (recensione della puntata di "Effetto notte" su Endrigo)

Carissimi lettori, ecco a voi un altro commento a caldo ad un programma radiofonico di cui abbiamo già parlato. Questa sera commenterò per voi la puntata dedicata a Sergio Endrigo di "Effettonotte in Italia", programma condotto da Paola de simone, giornalista che ha anche un profilo su myspace all'indirizzo www.myspace.com/paoladesimone.
La puntata inizia con una bellissima "Io che amo solo te", che tra l'altro è il primo brano che io riesco a ricordarmi di Sergio Endrigo, con cui la calda voce del cantante istriano mi ha soggiogato per sempre.
Ho deciso di scrivere questo articolo perché, come giustamente dichiara Claudia Endrigo, figlia del cantautore, che sarà intervistata stasera proprio in "Effettonotte in Italia", Endrigo non ha goduto, neanche post mortem, del riconoscimento che gli va tributato per essere stato uno dei più sensibili cantori di quel disagio profondo che farà sempre parte dell'uomo come tale.
La puntata è iniziata con una serie di amare considerazioni su come viene trattata l'arte, soprattutto se di serie A, nel nostro paese che ancora si chiama il paese dell'arte, i cui artisti, però, come diceva Cammariere nella canzone "Vita d'artista" del cd "Dalla pace del mare lontano", (giusto per fare un altro nome di un altro dimenticato quasi subito), "viva i suoi artisti tenuti in disparte: senza una lira per settimane...".
Claudia Endrigo, alla cui caparbietà io dico un evviva! sentitissimo, ha ricordato che Endrigo è amato e, però, è ignorato dalle case discografiche che, quando decidono che un artista non ha mercato, lo hanno deciso per sempre.
Il secondo brano emesso, toccantissimo tanto è vero che ho pianto, è stata la versione commoventissima di "Lontano dagli occhi" cantata da Gino Paoli. E' stata tratta da un bellissimo cd che io possiedo, di tributo ad Endrigo, inciso in occasione di un concerto organizzato da ClaudiaEndrigo. E' stato organizzato all'Auditorium di Roma, con i migliori artisti italiani e molti erano dovuti rimanere fuori. Infatti, e ricordatevelo, i cantanti stimavano Endrigo. Quel concerto, e Claudia l'ha detto, è stato fatto con una delicatezza unica, che purtroppo, ad esempio, per De Andrè non c'è stata, anzi, in questo decennale della morte mi pare si sia andati in direzione d'un ricordo che uccida l'artista ricordato e la sua cultura-matrice. Credo, infatti, che quando culture troppo diverse si uniscono tra loro, rarissimamente si possono fare capolavori o cose anche solo minimamente accettabili.
Adesso stiamo ascoltando un brano dove Sergio Endrigo duetta con sua figlia Claudia, che, come ho già detto, è ospite di questa puntata che stiamo commentando. La voce di Claudia, e lo dico da appassionata di voci, è molto più interessante nel parlato che in questa canzone. Lo ha detto la stessa Claudia, non è matura, è molto schematica, ma la sua voce, nel parlato, ha bellissime basse, è un contralto con qualche nota più bassa del normale.
Claudia Endrigo si è poi presentata anche come ascoltatrice di musica, ed è una persona con un'ampia cultura che va dal soul, alla grande musica d'autore italiana, ad alcuni cantanti pop attuali. Queste sono curiosità che fanno capire come i parenti di grandi artisti e personalità non vadano presi sempre come persone che "ci marciano" sulle eredità dei propri congiunti.
Ora stiamo ascoltando, dopo il brano in duetto tra padre e figlia tratto dal cd "Altre emozioni", una bellissima canzone, che non conoscevo, perché sono una "endrighiana" ma ignorante, intitolata "Le parole dell'addio". Come sempre, ci si trova avvolti da quella tristezza tiepida, così simile a quella del Fado portoghese. E' una ballata terzinata in stile classico, paragonabile ad esempio a "Lontano dagli occhi". E' un brano in minore, su ciò che sono "Le parole dell'addio" in un amore, che Endrigo chiama "parole di Giuda".
Per quanto riguarda l'Endrigo "fadista", si deve ricordare le interpretazioni che Amália Rodrigues dava, in tutto il mondo, della "Canzone per te" che aveva vinto il Festival di Sanremo '68. La versione di Amália è stupenda, di una tristezza meravigliosa, ascoltatevela e riscoprite due grandi, Endrigo ed Amália.
Fortunatamente questo post sarà di semplici parole, perché ora io sto piangendo, o quantomeno le lacrime minacciano di venirmi agli occhi. Sempre dal doppio cd di tributo ad Endrigo, che io consiglio caldamente, stiamo ascoltando la versione di Marisa Sannia, altra grande cantante italiana morta da poco e già dimenticata senza pietà, del brano "La rosa bianca", poesia di José Martí. Il poeta in questione, anzi la poesia in questione, è diventata il testo di "Guantanamera". Endrigo, vero poeta della musica, ha saputo rendere giustizia a questa poesia triste, malinconica.
Ora Claudia Endrigo sta raccontando un po' la psicologia di suo padre, di questa persona "tiepida", malinconica, grande e poetica. Ricordatevi che gli artisti, quando si cominciano a sentire dimenticati, anche solo segretamente diventano pigri, tanto più quando, magari, le loro personalità non sono particolarmente combattive, come purtroppo era il caso di Endrigo.
Il programma si sta concludendo con un brano che si chiama "Altre emozioni", che dà titolo all'ultimo cd inciso da Endrigo. La voce del cantautore magari non ha più quella naturalezza e quella dolcezza che la faceva essere quel magico tappeto che molti ricordano, ma, vi giuro, è sempre da brivido, anche perché, ragazzi, questa non è semplice musica, è anche letteratura, poesia.
Il consiglio che vi do con questo post, amici, è semplicemente quello di tornare a far rivivere Endrigo, anche solo nel privato delle nostre case.
Fatevi prendere e buon ascolto, così lo ricorderemo tutti!

martedì 14 aprile 2009

Commento alla puntata di "Effetto notte in Italia" del 13 aprile 2009

Carissimi lettori, sto ascoltando adesso, tramite una web radio, il programma "Effetto notte in Italia" di Blusat 2000, canale satellitare di ispirazione cattolica. E' una puntata sul jazz italiano e ve la voglio commentare.
Devo subito dire che ho perso il primo brano del programma, che, dicono, sia stato di Paolo Conte. Dopo è arrivato un bellissimo pezzo di Buscaglione "Che bambola". Devo subito dire che, Immediatamente dopo è iniziata una serie di pezzi che, solo in maniera un po' dubbia io definirei "jazz italiano", perché secondo me, questa espressione, più che indicare chi fa jazz in Italia, indica chi ha cercato una via italiana al jazz.
Comunque, si è sentita la versione jazz, incisa da Gino Paoli nel 2007 per il cd "Miles Tones", della canzone "Una lunga storia d'amore". Subito dopo è arrivata una versione, insopportabile secondo me, di "Senza fine", strumentale, e con improvvisazioni troppo free per i miei gusti.
Subito dopo è arrivata "Sono stanco" di Bruno Martino, reinterpretata, però, da Niky Nicolai, insopportabile e sguaiata, perché, neanche lei, cerca una via italiana al jazz.
Adesso stiamo ascoltando "L'inverno e l'estate" di Ivan Segreto, un giovane siciliano che, sinceramente, avrebbe fatto meglio a mantenere "segreta" la sua passione per la musica. Qui, l'unico legame con il jazz, è la presenza di Paolo Fresu, trombettista sardo, neanche di mio particolare gradimento.
Il brano, se dovessi descriverlo, è un pezzo un po' new age, meditativo, con strumenti inclassificabili, intellettualoide, come tutta questa musica che è commerciale, ma siccome questa parola ha una brutta reputazione generalizzata, finge di essere underground nel peggior modo possibile, ghettizzandosi da sola.
Devo dire che, per la prima volta da quando ho acceso la radio, sto provando piacere. E' partita, infatti, una bellissima canzone di Vinicio Capossela, di quando non si era ancora perso dietro i violini a tromba, le tarante e le stravaganze. E' un brano tratto da Camera a Sud, intitolato "Non è l'amore che va via". Il piacere, però, carissima Paola de Simone e carissimi compagni d'avventura di Inblù, non mi toglie il gusto e il mordente della polemica. E' vero che Capossela non fa propriamente jazz, ma vi sono alcuni pezzi, sempre in cd come "Camera a sud", o "All'una e trentacinque circa", che sarebbero stati molto più compatibili con un'analisi dell'italianità nel jazz. Purtroppo non so citare titoli, perché "Camera a sud" è da molto tempo che non lo prendo, e gli altri album ce li ho in cassetta, quindi addio.
Adesso è partito un brano in dialetto napoletano, perché l'esotismo in questi casi fa sempre nicchiettina undergroubnd, che non saprei cosa ci "accucchia" con il jazz, dato che musicalmente è un brano soul. Il soul, nato intorno agli anni 30-quaranta, pur essendo spesso interpretato dagli stessi cantanti di jazz, ha subito preso una fortissima autonomia, che l'ha portato, appunto dagli anni 70 in poi, ad essere una musica prevalentemente o fortemente basata sugli strumenti elettronici od elettrici. Il jazz, lo ricordo solo ai più sprovveduti, e sono confortata dalla testimonianza di una persona a me vicina che ne è grande cultore, è ancora prevalentemente acustico, e le sperimentazioni con l'elettronica o gli strumenti elettrici, sono appunto ancora delle sperimentazioni.
Ora, è vero che questo si potrebbe considerare free jazz, ma, credo, che tecnicamente sia rock progressivo, quindi esula da una seria trasmissione sul jazz italiano. Ma, diciamocela tutta per favore, questa sera stiamo assistendo ad una pagliacciata allo stato puro. Pensate, il brano in questione era dei Napoli centrale, evviva!
Ora è partito un brano che, quantomeno, strutturalmente, può ricordare il jazz, specialmente la ballad jazz, lenta e suadente. E' un brano di Amalia Grè, una delle tante cantanti che, sinceramente, non si sa cosa abbia fatto dopo quelle due partecipazioni, non malvage certamente, al Festival di Sanremo. Comunque, ragazzi, qui si parla di "musica italiana che scimmiotta o sfrutta il jazz", in qualche suo aspetto, ora non importa quale. Non mi venite a dire che questo è il jazz italiano, o per lo meno non mi venite a dire che questa è la via italiana al jazz. La cantante sta cantando, scimmiottando completamente le cantanti americane, che fanno cinquantamila vocalizzi durante mezza parola. Vergogna!
Ora sto provando vero piacere, e finalmente posso parlare di qualcosa senza ombra di polemica. E' infatti arrivata ad avvolgermi una canzone di un grande cantante napoletano, il crooner Joe Barbieri. L'unica osservazione, forse, è che non si può magari definire solo jazz italiano, ma si dovrebbe definire bossanova italiana. Comunque, se non altro, lui riesce ad unire bene la nostra melodicità con uno stile che sente particolarmente suo, senza né tradire noi e la nostra maniera di essere cantando, né la musica brasiliana. Armonicamente è comunque brasilianissima, ha delle parti d'archi che ricordano molte incisioni di Caetano Veloso con Morelembaum (il suo violoncellista).
La chiusura è affidata a Nicola Conte, che fa un samba molto brasiliano, un po' simile a ciò che trent'anni fa poteva fare in qualche caso Piero Miliani. Non è male, ma devo dire che a puntata finita non posso dire che si è sentito jazz italiano nella maniera che intendo io.
Non mi piace, e lo si può vedere su uno dei post dedicati alla Notte Della Taranta, fare solo la distruttiva. Voglio ora, infatti, presentare una scaletta ipotetica, da cui probabilmente si dovrebbe sfrondare qualcosa per farci un'effettiva puntata di "Effetto notte in Italia", ma che comunque io ritengo coerente con il tema scelto.
Innanzitutto, anche se le interpreti sono straniere, dato il profondissimo legame che queste avevano avuto con l'Italia negli anni '30, si potrebbe iniziare con un qualsiasi brano del Trio Lescano. Lo so: sto infrangendo un tabù, in Italia la musica è nata negli anni '50, che si ascoltano pochissimo, e ad ascoltarla si parte dai Sessanta.
Passerei poi, con sommo piacere, a qualche brano di gente come Ernesto Bonino, Natalino Otto, Alberto Rabagliati, tutti ovviamente presi in registrazioni degli anni Cinquanta e Sessanta, per la loro indubbia superiorità qualitativa, non dimenticandomi, ovviamente, dell'insuperabile Quartetto Cetra.
Si potrebbe poi ascoltare qualche brano di Fred Buscaglione, a cui fortunatamente è stato dedicato spazio, affiancandolo, però, al suo amico e rivale Renato Carosone (ecco chi doveva dare il tocco napoletano, non i Napoli Centrale!).
Arrivando agli anni Sessanta, si sarebbe poi potuti passare a Lelio Luttazzi, o in veste di cantante con la spassosissima "Legata ad uno scoglio", o in veste d'autore, ad esempio con "Bum! Ahi! Che colpo di luna!", interpretata da Mina.
Si potrebbe omaggiare poi Bruno Martino, ascoltandolo cantare e non parlandone ipocritamente, per poi passare a Paolo Conte, di cui proporrei, ad esempio, brani come "Sotto le stelle del jazz", "Lo zio", "Via con me", ed altre. (Devo ammettere che non so cosa è stato trasmesso del cantautore astigiano). Si potrebbe, poi, per citare un esempio di persona che si è fatta "contaminare" dal jazz, perché su questo in fondo verteva la puntata, omaggiare Renzo Arbore, con uno dei suoi numerosi brani swing. Si sarebbe potuto, da un lato far ascoltare brani del primo cd del foggiano come "Il clarinetto" o "Vecchia mutanda", o mostrare un qualsiasi brano del disco "Tonite Renzo swing", oppure, ancora, mostrare qualcosa, non so fare esempi concreti, dal cd "Vintage ma non li dimostra".
Per citare altri "Contaminati", molto più "contaminati" di Arbore perché hanno sfidato il jazz a perdere un po' della sua naturale struttura cameristica od orchestrale, si potrebbe poi presentare qualche brano di cantautori come Piero Ciampi ("Don Chisciotte", "Tu no", "Livorno", "Il merlo", ecc); Umberto Bindi (Il nostro concerto). Perché non ricordarsi, poi, del bel progetto dedicato da Cristian de Sica alle canzoni swing italiane dagli anni '30 agli anni '50? Perché non presentare anche qualcosa da altri progetti di riappropriazione di quel repertorio come "Abbassa la tua radio", al quale avevano partecipato numerosi cantanti idolatrati da tutte le radio commerciali (che è quello che Inblù è diventata) come Irene Grandi? Perché, se si vogliono citare delle versioni jazz di brani pop, non si ricorre mai al bellissimo "Strane stelle strane" di Enrico Rava?
Ultimissima: dove è andato a finire il grande amore dimostrato da una gran parte dei giornalisti musicali per Nicola Arigliano? Ve lo ricordate? Lui sì che avrebbe meritato di essere tra i citati, insieme ad un musicista che da diverso tempo non sento più per radio, quel grande Sergio Cammariere, di cui io, dalle colonne di un quotidiano locale perugino, avevo parlato un anno prima che tutti lo cominciassero ad idolatrare dopo la sua prima, bellissima e trionfale partecipazione a Sanremo. Perché non citare, ascoltandola, come curiosità anche "Dopo il liceo che potevo fare", segno di una "contaminazione" jazzistica da parte di Edoardo Bennato?
Ascoltatevi, carissimi lettori, un po' dei brani e dei cantanti che si citano in questa coda d'articolo, capirete così cosa intendo io per jazz all'italiana, soprattutto via italiana al jazz.