Carissimi lettori, eccoci alla quarta puntata del ciclo su Salvatore di Giacomo di "canzonenapoletana@rai.it". E' un ciclo che mi dà una felicità del tutto particolare, perché ritengo di Giacomo un poeta con un respiro del tutto speciale, che va al di là della sempre riconosciuta grande qualità letteraria. Ritengo il suo napoletano pregno di una dolcezza particolare, di un certo pittoresco malinconico, che mi è particolarmente congeniale.
Si inizia con una carinissima "'E tre terature", una delle più sconosciute canzoni di Di Giacomo. E' una canzoncina d'amore piccantino, genere nel quale il nostro era un maestro insuperabile. La versione che ascoltiamo, come sempre, è d'epoca ed è molto rovinata. E' interessante perché i protagonisti sono due tra i più importanti interpreti del teatro napoletano, Eduardo Scarpetta e Bianca Cappello. La versione è forse un po' troppo teatrale, anche un po' sguaiata, ma si può ricorrere, per scoprire questo gioiellino digiacomiano, all'antologia della canzone napoletana compilata ed interpretata da Carlo Missaglia, grande cantante e suonatore di cui qui si è già pubblicato un profilo.
Un genere che si addiceva molto alla poesia di Di Giacomo, anche per la sua grandissima passione per quell'epoca storica, era la musica di ispirazione barocca, specialmente le "barcarole". Ne stiamo ascoltando una, intitolata "Pusilleco", scritta sempre nel 1898, ancora una volta insieme a Vincenzo Valente. Non capisco il testo, purtroppo, posso solo dirvi che la melodia è profondamente bella.
Stiamo ora ascoltando una "Serenata triste", che ci viene interpretata da Beniamino Gigli, forse il tenore che ha interpretato meglio la canzone napoletana pur non essendo napoletano. E' una serenata dove un uomo si rassegna all'instabilità dell'amore della propria amata, ma con una galanteria veramente invidiabile. La musica è una "barcarola", con delle pause che la rendono più raffinata e meno barocca, ma forse anche meno bella della precedente.
Siamo con un posteggiatore, quel Giorgio Schotler che avevamo già trovato in una delle prime puntate del ciclo, che ci sta proponendo uno dei brani meno conosciuti dell'autore napoletano, intitolato "Ma chi sa". Purtroppo anche stavolta mi è impossibile riferirvi particolari del testo, perché il disco da noi ascoltato è molto rovinato. A livello musicale ritorna l'impronta di Pasquale Mario Costa, in una delle sue ultime collaborazioni col Di Giacomo.
La puntata continua con "Palomma 'e notte", uno dei classici assoluti della produzione digiacomiana, la cui musica è di Francesco Buongiovanni, infatti potrebbe ricordare altri capolavori del musicista, sempre caratterizzati da questo tempo ternario raffinatissimo, come "'A cartulina 'e Napule", scritta circa una ventina d'anni dopo. La versione che stiamo ascoltando è quella di Gennaro Pasquariello, ottima ma non perfetta, soprattutto per alcune pause che, con una sensibilità moderna, si tenderebbe a trovare discutibili. Notevolissima, secondo me, è la versione di Raffaella de Simone contenuta in "Concerto napoletano", bellissimo cofanetto dell'Acheri music, dove alcuni cantanti della Napoli di oggi si appropriano, rispettosamente e meravigliosamente, dei capolavori di quella di ieri.
Stiamo ora ascoltando, dalla voce di un tenore, una delle più rare canzoni di Di Giacomo "Tu nun me vuo' cchiù bene". La versione è troppo veloce, senza interpretazione effettiva, senza posto per le sfumature. Il grido d'amore del protagonista è espresso con troppa fretta dalla voce di Eugenio Cibelli. Molto migliore, almeno per me, è la versione contenuta nella "Napoletana" di Roberto Murolo.
La puntata si chiude con una tarantelluccia spassosa intitolata 'O campanellaro", risalente al 1908 ed interpretata da Francesco Marcarella. Non è una tarantella raffinata, vi si trova piuttosto una voglia di divertirsi con la musica e le note.
Chiedo scusa per la vaghezza di molti commenti a questa puntata, ma vi si sono sentite troppe canzoni molto rare e riprese perciò da dischi antichi, quindi meglio non si poteva fare.
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domenica 21 marzo 2010
domenica 14 marzo 2010
Commento ala puntata del 14/03/10 di "Canzonenapoletana@rai.it".
Carissimi lettori, ecco qui il commento alla terza puntata del ciclo su Di Giacomo di "canzonenapoletana@rai.it", nonostante le infinite sofferenze. Le sofferenze, e voglio spendere quattro parole questa volta, sono dovute al fatto che la Rai, che si vanta di essere il "servizio pubblico" italiano, ha reso il sito dedicato ai suoi programmi internazionali, quello che permette l'ascolto di questa trasmissione, molto difficilmente accessibile a noi non vedenti (chi esclude qualsiasi categoria non si può chiamare "servizio pubblico", magari si potrebbe chiamare "servizio di maggioranza!").
Ma veniamo alle cose a noi note e da noi amate, perché si inizia a ricordare i capolavori digiacomiani.
Si inizia con un brano intitolato "Ammore piccerillo", uno di quei duetti giocosi così romantici e pepati. Il brano, musicato da Enrico de Leva, è una tarantella molto addolcita, talmente che non riesce facile farsi prendere dal ritmo. L'interpretazione che ascoltiamo, di questa riflessione piccantina sull'amore, è di Amedeo Pariante e Pina Lamara, brano molto bello e sconosciuto.
Ed eccoci ad un disco molto frusciato, tramite il quale il grande posteggiatore Pietro Mazzone ci fa sentire questa "Matalè". Non riesco a capire un granché del testo, posso dirvi che è un tipico brano binario, quelli dove accordi minori e maggiori si alternano tra strofa e ritornello. L'interpretazione fa intuire la bellezza del brano, che dovrebbe essere ascoltato in una versione moderna per capirlo meglio. La musica è di Vincenzo Valente, bellissima melodia piena d'arte e di allegria.
Stiamo ascoltando ora una tarantella che, secondo me, non è di Di Giacomo ma questa è un'altra storia. Bisogna dire che lo stile ce l'ha, perché è uno di quei ritratti femminili pieni d'amore, tenerezza e spasso. La musica, di Salvatore Gambardella, è una tarantella che, poco prima del ritornello, rallenta brevemente. La versione che si ascolta è di Nina di Landa, una cantante del cafè-chantant. Per ascoltare una versione moderna di questo brano si può ricorrere all'"Antologia della canzone napoletana" di Bruno Venturini.
Ed eccoci a questa "Vocca addurosa", che Di Giacomo scrive insieme a Vincenzo Valente. Il brano, risalente al 1897, è interpretato da Francesco Daddi. E' un brano di corteggiamento spassoso, caratterizzato da una struttura fortemente binaria, quasi di marcetta, ma senza militarismo. L'interpretazione di Daddi, se magari smorza un po' la felicità presente nel testo con qualche tremolato di troppo, è comunque molto bella e anche il disco è buono (miracolo!).
Dello stesso anno è questa "'A sirena" che noi a scoltiamo nella versione di Gennaro Pasquariello, che Paquito del Bosco definisce "magistrale", ma io definirei piuttosto deludente per la sua eccessiva velocità. La versione è molto valzerata, condizione che non permette di evidenziare i bellissimi particolari della melodia, che si possono invece ascoltare benissimo nelle versioni di Antonello Rondi, Mario Abbate ed altri interpreti. E' una canzone sul potere che hanno le donne di cambiare il destino della vita d'un uomo, il quale, per quanto tenti di scappare, viene sempre irrimediabilmente attratto nella trappola.
La puntata si chiude con l'interpretazione di Francesco Daddi della "Serenata napulitana", scritta sempre nel 1897 da Di Giacomo e Pasquale Mario Costa. L'interpretazione è deludente, per gli stessi motivi della precedente, soprattutto per l'eccessiva velocità che caratterizza la prima parte di ogni strofa, quella che non viene arpeggiata. Questa serenata, fatta ad una donna che aspetta un altro uomo che nel frattempo l'ha lasciata, ha delle versioni bellissime da parte di Roberto Murolo, Consiglia Licciardi ed altri interpreti.
Spero che vi sia piaciuto questo commento, vi saluto augurandomi che questi stimoli facciano riscoprire la bellissima ed insuperabile canzone classica napoletana.
Ma veniamo alle cose a noi note e da noi amate, perché si inizia a ricordare i capolavori digiacomiani.
Si inizia con un brano intitolato "Ammore piccerillo", uno di quei duetti giocosi così romantici e pepati. Il brano, musicato da Enrico de Leva, è una tarantella molto addolcita, talmente che non riesce facile farsi prendere dal ritmo. L'interpretazione che ascoltiamo, di questa riflessione piccantina sull'amore, è di Amedeo Pariante e Pina Lamara, brano molto bello e sconosciuto.
Ed eccoci ad un disco molto frusciato, tramite il quale il grande posteggiatore Pietro Mazzone ci fa sentire questa "Matalè". Non riesco a capire un granché del testo, posso dirvi che è un tipico brano binario, quelli dove accordi minori e maggiori si alternano tra strofa e ritornello. L'interpretazione fa intuire la bellezza del brano, che dovrebbe essere ascoltato in una versione moderna per capirlo meglio. La musica è di Vincenzo Valente, bellissima melodia piena d'arte e di allegria.
Stiamo ascoltando ora una tarantella che, secondo me, non è di Di Giacomo ma questa è un'altra storia. Bisogna dire che lo stile ce l'ha, perché è uno di quei ritratti femminili pieni d'amore, tenerezza e spasso. La musica, di Salvatore Gambardella, è una tarantella che, poco prima del ritornello, rallenta brevemente. La versione che si ascolta è di Nina di Landa, una cantante del cafè-chantant. Per ascoltare una versione moderna di questo brano si può ricorrere all'"Antologia della canzone napoletana" di Bruno Venturini.
Ed eccoci a questa "Vocca addurosa", che Di Giacomo scrive insieme a Vincenzo Valente. Il brano, risalente al 1897, è interpretato da Francesco Daddi. E' un brano di corteggiamento spassoso, caratterizzato da una struttura fortemente binaria, quasi di marcetta, ma senza militarismo. L'interpretazione di Daddi, se magari smorza un po' la felicità presente nel testo con qualche tremolato di troppo, è comunque molto bella e anche il disco è buono (miracolo!).
Dello stesso anno è questa "'A sirena" che noi a scoltiamo nella versione di Gennaro Pasquariello, che Paquito del Bosco definisce "magistrale", ma io definirei piuttosto deludente per la sua eccessiva velocità. La versione è molto valzerata, condizione che non permette di evidenziare i bellissimi particolari della melodia, che si possono invece ascoltare benissimo nelle versioni di Antonello Rondi, Mario Abbate ed altri interpreti. E' una canzone sul potere che hanno le donne di cambiare il destino della vita d'un uomo, il quale, per quanto tenti di scappare, viene sempre irrimediabilmente attratto nella trappola.
La puntata si chiude con l'interpretazione di Francesco Daddi della "Serenata napulitana", scritta sempre nel 1897 da Di Giacomo e Pasquale Mario Costa. L'interpretazione è deludente, per gli stessi motivi della precedente, soprattutto per l'eccessiva velocità che caratterizza la prima parte di ogni strofa, quella che non viene arpeggiata. Questa serenata, fatta ad una donna che aspetta un altro uomo che nel frattempo l'ha lasciata, ha delle versioni bellissime da parte di Roberto Murolo, Consiglia Licciardi ed altri interpreti.
Spero che vi sia piaciuto questo commento, vi saluto augurandomi che questi stimoli facciano riscoprire la bellissima ed insuperabile canzone classica napoletana.
domenica 7 marzo 2010
Commento alla puntata del 07/03/10 di "Canzonenapoletana@rai.it.
Carissimi lettori, ecco qui il commento alla seconda puntata che "canzonenapoletana@rai.it" dedica a Salvatore Di Giacomo.
Si parte malissimo per quanto riguarda i dischi usati, ma fortunatamente conosco il brano che è trasmesso, per cui il problema è meno grave. Il brano con cui si parte è "'A retirata", brano di ispirazione romantico-militaresca, che si ascolta dalla voce di Francesco Daddi. Il cantante ha una buona voce di tenore, e quello che rende il brano più prezioso che mai, è la sua intimità quasi cameristica, data dal fatto che l'unico strumento che accompagna questo sentitissimo addio, sia solo un pianoforte.
Per scoprire "'A retirata", fortunatamente non c'è bisogno di ricorrere a registrazioni storiche, si può pensare semplicemente alla bellissima "Napoletana: antologia cronologica della canzone partenopea", incisa negli anni Cinquanta da Roberto Murolo e reperibilissima in cd.
Si è appena ascoltata la bellissima voce baritonale di Titta Ruffo, che ha interpretato "Munasterio", uno dei brani che a me sono più indifferenti tra quelli che conosco di Di Giacomo (forse è l'unica poesia musicata del napoletano che non amo!).
Subito dopo, e sto soffrendo perché la canzone la amo moltissimo ma la versione è quantomeno deludente, si ascolta "Pastorale", anche conosciuta come "'A nuvena". La versione che abbiamo ascoltato, cantata con un ritmo veloce esageratamente pronunciato, è cantata da Giuseppe de Luca, che dalla pronuncia non pare neanche napoletano.
Fortunatamente ci sono bellissime versioni moderne, soprattutto quelle di Sergio Bruni (in "Omaggio a Di Giacomo"), e di Egisto Sarnelli.
La puntata fortunatamente si riprende subito con una carinissima versione di 'E spingule frangese", brano che si ascolta eseguito da Giorgio Schotler, grande posteggiatore dell'epoca. Il brano è più veloce rispetto a come lo si sente abitualmente oggi, ma è molto bello, anzi forse proprio per questo è così bello e piacevole. Infatti, la velocità, che comunque non è mai esagerata e non annulla le importantissime pause così tipiche del genere "classico", gli dà una leggerezza veramente invidiabile. Se volete ascoltare unha versione moderna, potete benissimo sentire quella di Roberto Murolo sia in "napoletana" che in "Anema e core" (Carosello, 1995).
Ed eccoci ad uno spassosissimo duetto, a tempo di tarantella come spesso è questo repertorio, intitolato "Lariulà". La versione è molto bella, ma credo che sia difficilmente reperibile. Per trovare una versione moderna, non c'è che l'imbarazzo della scelta. Interessante è sia la versione a "duetto" di Gabriele Vanorio e Maria Paris, che quella solistica di Antonello Rondi.
La trasmissione continua con "Marzo", anche detta "Catarì", che si ascolta nella versione di Fernando De Lucia, grande tenore dell'epoca. Il testo è trattato in maniera leggermente diversa rispetto a come si tende a usarlo oggi. La versione è un po' deludente, soprattutto perché non c'è espressività e non si utilizzano o evidenziano suffecientemente gli arabeschi della melodia, che sono sicuramente resi meglio da un cantante d'impostazione popolare piuttosto che da un tenore.
La puntata si chiude con una delle mie canzoni preferite di Di Giacomo, la tarantelluccia spassosa "Carcioffolà", che si ascolta nella versione di Raffaele Balsamo, che gli dà una forte anima da "cafè-chantant". E' davvero spassosa, d'altronde non fare questo brano divertente è impossibile. E' veramente geniale la personalità di Di Giacomo, perché dall'alto della sua cultura erudita, è riuscito ad essere più popolare del popolo.
Se volete ascoltare una versione moderna di questo brano, anche qui avete l'imbarazzo della scelta, ma io vi consiglio quella di Maria Paris, magari non cantata perfettamente, ma di un pittoresco veramente insuperabile.
Sono felicissima che la Rai abbia avuto questa iniziativa di ricordare Di Giacomo, grandissimo poeta vernacolare, adesso scopritelo anche voi, così questo centocinquantenario si vivrà con meno silenzio.
Si parte malissimo per quanto riguarda i dischi usati, ma fortunatamente conosco il brano che è trasmesso, per cui il problema è meno grave. Il brano con cui si parte è "'A retirata", brano di ispirazione romantico-militaresca, che si ascolta dalla voce di Francesco Daddi. Il cantante ha una buona voce di tenore, e quello che rende il brano più prezioso che mai, è la sua intimità quasi cameristica, data dal fatto che l'unico strumento che accompagna questo sentitissimo addio, sia solo un pianoforte.
Per scoprire "'A retirata", fortunatamente non c'è bisogno di ricorrere a registrazioni storiche, si può pensare semplicemente alla bellissima "Napoletana: antologia cronologica della canzone partenopea", incisa negli anni Cinquanta da Roberto Murolo e reperibilissima in cd.
Si è appena ascoltata la bellissima voce baritonale di Titta Ruffo, che ha interpretato "Munasterio", uno dei brani che a me sono più indifferenti tra quelli che conosco di Di Giacomo (forse è l'unica poesia musicata del napoletano che non amo!).
Subito dopo, e sto soffrendo perché la canzone la amo moltissimo ma la versione è quantomeno deludente, si ascolta "Pastorale", anche conosciuta come "'A nuvena". La versione che abbiamo ascoltato, cantata con un ritmo veloce esageratamente pronunciato, è cantata da Giuseppe de Luca, che dalla pronuncia non pare neanche napoletano.
Fortunatamente ci sono bellissime versioni moderne, soprattutto quelle di Sergio Bruni (in "Omaggio a Di Giacomo"), e di Egisto Sarnelli.
La puntata fortunatamente si riprende subito con una carinissima versione di 'E spingule frangese", brano che si ascolta eseguito da Giorgio Schotler, grande posteggiatore dell'epoca. Il brano è più veloce rispetto a come lo si sente abitualmente oggi, ma è molto bello, anzi forse proprio per questo è così bello e piacevole. Infatti, la velocità, che comunque non è mai esagerata e non annulla le importantissime pause così tipiche del genere "classico", gli dà una leggerezza veramente invidiabile. Se volete ascoltare unha versione moderna, potete benissimo sentire quella di Roberto Murolo sia in "napoletana" che in "Anema e core" (Carosello, 1995).
Ed eccoci ad uno spassosissimo duetto, a tempo di tarantella come spesso è questo repertorio, intitolato "Lariulà". La versione è molto bella, ma credo che sia difficilmente reperibile. Per trovare una versione moderna, non c'è che l'imbarazzo della scelta. Interessante è sia la versione a "duetto" di Gabriele Vanorio e Maria Paris, che quella solistica di Antonello Rondi.
La trasmissione continua con "Marzo", anche detta "Catarì", che si ascolta nella versione di Fernando De Lucia, grande tenore dell'epoca. Il testo è trattato in maniera leggermente diversa rispetto a come si tende a usarlo oggi. La versione è un po' deludente, soprattutto perché non c'è espressività e non si utilizzano o evidenziano suffecientemente gli arabeschi della melodia, che sono sicuramente resi meglio da un cantante d'impostazione popolare piuttosto che da un tenore.
La puntata si chiude con una delle mie canzoni preferite di Di Giacomo, la tarantelluccia spassosa "Carcioffolà", che si ascolta nella versione di Raffaele Balsamo, che gli dà una forte anima da "cafè-chantant". E' davvero spassosa, d'altronde non fare questo brano divertente è impossibile. E' veramente geniale la personalità di Di Giacomo, perché dall'alto della sua cultura erudita, è riuscito ad essere più popolare del popolo.
Se volete ascoltare una versione moderna di questo brano, anche qui avete l'imbarazzo della scelta, ma io vi consiglio quella di Maria Paris, magari non cantata perfettamente, ma di un pittoresco veramente insuperabile.
Sono felicissima che la Rai abbia avuto questa iniziativa di ricordare Di Giacomo, grandissimo poeta vernacolare, adesso scopritelo anche voi, così questo centocinquantenario si vivrà con meno silenzio.
domenica 21 febbraio 2010
Commento alla puntata del 21/02/10 di "Canzonenapoletana@rai.it".
Carissimi lettori, dopo aver tirato un sospiro di sollievo causato dalla mancata vittoria di Pupo e compagni al Festival di Sanremo, torniamo alle cose che ci sono più consuete, ossia ai commenti napoletani domenicali.
Finalmente si parte, dopo aver ascoltato due chicche del sanremo storico. Si continua a parlare, come ricorderete, di Alessandro Cassese.
Si inizia un po' male, perché questa marcetta carina intitolata "'o sargento cannoniere", viene ascoltata da un vecchio disco frusciante con la voce di Pietro Mazzone.
E' un brano, come già ne avevamo trovati, dove un personaggio, credo femminile, dichiara il proprio amore per questo militare avvolto nella bandiera.
La musica è di Gaetano Lama, l'autore che nel 1917 musicherà quella "Reginella" che tutt'ora noi cantiamo con piacere. La melodia, pur avendo delle caratteristiche di marcia molto militaresca, ha un gran bel fascino. Il testo, purtroppo, è difficilissimo da capire, quindi non ve ne posso dire di più.
Sempre dallo stesso disco d'epoca di Mazzone, stiamo ascoltando questa "Carulì", marcetta molto più raffinata, paradossalmente, anche se non l'ha musicata un musicista noto, bensì uno sconosciuto Agostino Magliani. E' una lettera d'amore di un militare, che dice alla propria amata, una delle tante Caroline che popolano la canzone napoletana, che "è bbella e cara 'a Patria ma troppo aggi'à suffrì", ossia è bella e cara la patria ma mi fa troppo soffrire.
Siamo nel 1912 e Cassese scrive questa "Parto per Tripoli". Il cantante è Diego Giannini, che con la sua voce baritonale dà una grande imperiosità a questo saluto che il militare fa alla propria amata che piange. Il militare, va da sé, è allegro e convinto di tornare vincitore. Non è particolarmente bello questo brano, anche se ha delle "fioriture" interessanti soprattutto durante il ritornello.
Purtroppo verso la fine del brano il testo si fa incomprensibile.
Una delle poche composizioni di Cassese di ispirazione non militaresca, è questa carinissima "Sturnellata napulitana" che si ascolta dalla voce di Gennaro Pasquariello. Sono una serie di stornelli, tramite i quali l'uomo si lamenta dell'instabilità dell'amore della propria amata. L'interpretazione di Pasquariello, forse, è un po' teatrale, ma comunque è bella e dovrebbe portare a rivalutare questo tipo di repertorio.
Siamo nel 1914, ed arriva un altro esempio di brano dove un militare saluta la propria amata prima di partire per la guerra, che ormai era imminente. Il brano, intitolato "Turnarrà" ed interpretato da Luigi Marcarella, è semplicemente accompagnato da una chitarra ed un mandolino. E' molto bello e raffinato, d'altronde conta con le note del già oggi incontrato Gaetano Lama. La voce di Marcarella è potente ma discreta, molto bella.
Nel 1916, già con Cassese al fronte, Giuseppe Capolongo musica questi versi che ci vengono interpretati da Nina de Charny e sono intitolati "'O marenaro". E' un raffinatissimo brano in minore, con interessanti richiami arabi, collegabile ad una certa rielaborazione della stornellata da parte di musicisti non propriamente popolari.
Il testo, ovviamente, è incomprensibile, quindi non ve ne posso parlare.
La trasmissione ed il ciclo si chiudono con una "Lettera 'e surdato", brano interpretato da una sciantosa dell'epoc achiamata Teresa de Matienzo. Non si sa esattamente di quale anno sia, ma si può facilmente intuire che è di qualche periodo guerresco. E' una marcetta, musicata da Vincenzo Melina, che non disdegna raffinatezze incluse alternanze di accordi maggiori e minori. Il testo è abbastanza incomprensibile, quindi non ve ne posso parlare.
Mi auguro che il prossimo ciclo sia su qualche autore più recente, così se ne parla un po' meglio.
Finalmente si parte, dopo aver ascoltato due chicche del sanremo storico. Si continua a parlare, come ricorderete, di Alessandro Cassese.
Si inizia un po' male, perché questa marcetta carina intitolata "'o sargento cannoniere", viene ascoltata da un vecchio disco frusciante con la voce di Pietro Mazzone.
E' un brano, come già ne avevamo trovati, dove un personaggio, credo femminile, dichiara il proprio amore per questo militare avvolto nella bandiera.
La musica è di Gaetano Lama, l'autore che nel 1917 musicherà quella "Reginella" che tutt'ora noi cantiamo con piacere. La melodia, pur avendo delle caratteristiche di marcia molto militaresca, ha un gran bel fascino. Il testo, purtroppo, è difficilissimo da capire, quindi non ve ne posso dire di più.
Sempre dallo stesso disco d'epoca di Mazzone, stiamo ascoltando questa "Carulì", marcetta molto più raffinata, paradossalmente, anche se non l'ha musicata un musicista noto, bensì uno sconosciuto Agostino Magliani. E' una lettera d'amore di un militare, che dice alla propria amata, una delle tante Caroline che popolano la canzone napoletana, che "è bbella e cara 'a Patria ma troppo aggi'à suffrì", ossia è bella e cara la patria ma mi fa troppo soffrire.
Siamo nel 1912 e Cassese scrive questa "Parto per Tripoli". Il cantante è Diego Giannini, che con la sua voce baritonale dà una grande imperiosità a questo saluto che il militare fa alla propria amata che piange. Il militare, va da sé, è allegro e convinto di tornare vincitore. Non è particolarmente bello questo brano, anche se ha delle "fioriture" interessanti soprattutto durante il ritornello.
Purtroppo verso la fine del brano il testo si fa incomprensibile.
Una delle poche composizioni di Cassese di ispirazione non militaresca, è questa carinissima "Sturnellata napulitana" che si ascolta dalla voce di Gennaro Pasquariello. Sono una serie di stornelli, tramite i quali l'uomo si lamenta dell'instabilità dell'amore della propria amata. L'interpretazione di Pasquariello, forse, è un po' teatrale, ma comunque è bella e dovrebbe portare a rivalutare questo tipo di repertorio.
Siamo nel 1914, ed arriva un altro esempio di brano dove un militare saluta la propria amata prima di partire per la guerra, che ormai era imminente. Il brano, intitolato "Turnarrà" ed interpretato da Luigi Marcarella, è semplicemente accompagnato da una chitarra ed un mandolino. E' molto bello e raffinato, d'altronde conta con le note del già oggi incontrato Gaetano Lama. La voce di Marcarella è potente ma discreta, molto bella.
Nel 1916, già con Cassese al fronte, Giuseppe Capolongo musica questi versi che ci vengono interpretati da Nina de Charny e sono intitolati "'O marenaro". E' un raffinatissimo brano in minore, con interessanti richiami arabi, collegabile ad una certa rielaborazione della stornellata da parte di musicisti non propriamente popolari.
Il testo, ovviamente, è incomprensibile, quindi non ve ne posso parlare.
La trasmissione ed il ciclo si chiudono con una "Lettera 'e surdato", brano interpretato da una sciantosa dell'epoc achiamata Teresa de Matienzo. Non si sa esattamente di quale anno sia, ma si può facilmente intuire che è di qualche periodo guerresco. E' una marcetta, musicata da Vincenzo Melina, che non disdegna raffinatezze incluse alternanze di accordi maggiori e minori. Il testo è abbastanza incomprensibile, quindi non ve ne posso parlare.
Mi auguro che il prossimo ciclo sia su qualche autore più recente, così se ne parla un po' meglio.
domenica 14 febbraio 2010
Commento alla puntata del 14/02/10 di Canzonenapoletana@rai.i".
Carissimi lettori, inizia un ciclo di "canzonenapoletana@rai.it" dedicato ad Alessandro Cassese, un poeta "minore" della canzone napoletana, a cui comunque va riconosciuto il merito di aver creato un capolavoro che tutt'ora si canta intitolato "Nuttata 'e sentimento".
Si inizia con un valzerino lento, scritto nel 1905 ed interpretato da Francesco Daddi, intitolato "Viene a vucà". E' un brano ancora influenzato dal grande romanticismo digiacomiano, dove non si intuisce assolutamente l'"ossessione eroica" così tipica di Alessandro Cassese.
Il primo brano di ispirazione militaresca che ascoltiamo è questo "So' turnato" scritto nel 1907 e musicato da Rodolfo Falvo. E' una marcetta con strofa in minore e ritornello in maggiore, che un militare dedica alla propria amata. Il brano è stato ascoltato nella versione di Diego Giannini.
Si continua con "Primma 'e turnà" scritta nel 1908 ed interpretata da Elvira Donnarumma, che canta una melodia scritta dallo stesso Rodolfo Falvo di prima. E' una marcetta, caratterizzata sempre dalla strofa in minore che si alterna con il ritornello in maggiore. Purtroppo, avendo la Donnarumma una voce sopranile, è difficile capire il testo. E' comunque un bel brano che andrebbe ripreso per dargli nuova vita.
Ed eccoci all'unica canzone di Cassese che tutt'ora si canta comunemente, quella bellissima barcarola intitolata "Nuttata 'e sentimento" che ascoltiamo nella versione di Aldo Gabrin. E' un brano dove si immagina che un marinaio richiami la propria innamorata per venire con lui sulla barca. E' una serenata tra le più belle, che tutti i cantanti principali, incluso Roberto Murolo nella sua "Antologia cronologica della canzone partenopea", hanno interpretato. L'interpretazione d'epoca da noi ascoltata è notevole perché, nonostante gli esagerati tremoli della voce, si conserva il sentimentalismo che le è proprio.
Stiamo ascoltando un altro brano di ispirazione miitaresca, dove un innamorato che parte per il militare dice alla propria amata che non la dimenticherà. E' una marcetta lenta e romantica che ascoltiamo nella versione di Giuseppe Godono. Se vogliamo questo brano può essere paragonato ad un brano quasi coevo di Aniello Califano intitolato "Carmela mia", perché anche in quel caso si giura che al ritorno dai propri doveri militari si penserà solo alla cara Carmela.
E torniamo allo stile compositivo di Giuseppe Capolongo, che aveva musicato "Nuttata 'e sentimento", caratterizzato da queste influenze barocche, ascoltando questa "Carmè tu nasciste pe' mme" interpretata da Nina de Charny, una delle principali sciantose d'inizio secolo. Questa interpretazione mi suona un po' esagerata, oltre che non rispettosa di determinate caratteristiche che trovo tecnicamente indissolubili da questo tipo di melodie. Comunque il testo è tra i più romantici scritti da Alessandro Cassese.
Ed ecco l'ultima canzone, "E tu Margaretè", musicata da Rodolfo Falvo. E' una marcetta che, come quasi tutte le canzoni oggi ascoltate, è caratterizzata dall'alternanza della strofa in minore ed il ritornello in maggiore. Purtroppo è difficile capire il testo, ma dovrebbe essere una canzone di tematica amorosa.
Carissimi lettori, vi giuro che Paquito del Bosco ha promesso che ormai stiamo alla fine di questi cicli sulla canzone napoletana delle origini, quella più difficile da capire, quindi forse in futuro andrà meglio!
Si inizia con un valzerino lento, scritto nel 1905 ed interpretato da Francesco Daddi, intitolato "Viene a vucà". E' un brano ancora influenzato dal grande romanticismo digiacomiano, dove non si intuisce assolutamente l'"ossessione eroica" così tipica di Alessandro Cassese.
Il primo brano di ispirazione militaresca che ascoltiamo è questo "So' turnato" scritto nel 1907 e musicato da Rodolfo Falvo. E' una marcetta con strofa in minore e ritornello in maggiore, che un militare dedica alla propria amata. Il brano è stato ascoltato nella versione di Diego Giannini.
Si continua con "Primma 'e turnà" scritta nel 1908 ed interpretata da Elvira Donnarumma, che canta una melodia scritta dallo stesso Rodolfo Falvo di prima. E' una marcetta, caratterizzata sempre dalla strofa in minore che si alterna con il ritornello in maggiore. Purtroppo, avendo la Donnarumma una voce sopranile, è difficile capire il testo. E' comunque un bel brano che andrebbe ripreso per dargli nuova vita.
Ed eccoci all'unica canzone di Cassese che tutt'ora si canta comunemente, quella bellissima barcarola intitolata "Nuttata 'e sentimento" che ascoltiamo nella versione di Aldo Gabrin. E' un brano dove si immagina che un marinaio richiami la propria innamorata per venire con lui sulla barca. E' una serenata tra le più belle, che tutti i cantanti principali, incluso Roberto Murolo nella sua "Antologia cronologica della canzone partenopea", hanno interpretato. L'interpretazione d'epoca da noi ascoltata è notevole perché, nonostante gli esagerati tremoli della voce, si conserva il sentimentalismo che le è proprio.
Stiamo ascoltando un altro brano di ispirazione miitaresca, dove un innamorato che parte per il militare dice alla propria amata che non la dimenticherà. E' una marcetta lenta e romantica che ascoltiamo nella versione di Giuseppe Godono. Se vogliamo questo brano può essere paragonato ad un brano quasi coevo di Aniello Califano intitolato "Carmela mia", perché anche in quel caso si giura che al ritorno dai propri doveri militari si penserà solo alla cara Carmela.
E torniamo allo stile compositivo di Giuseppe Capolongo, che aveva musicato "Nuttata 'e sentimento", caratterizzato da queste influenze barocche, ascoltando questa "Carmè tu nasciste pe' mme" interpretata da Nina de Charny, una delle principali sciantose d'inizio secolo. Questa interpretazione mi suona un po' esagerata, oltre che non rispettosa di determinate caratteristiche che trovo tecnicamente indissolubili da questo tipo di melodie. Comunque il testo è tra i più romantici scritti da Alessandro Cassese.
Ed ecco l'ultima canzone, "E tu Margaretè", musicata da Rodolfo Falvo. E' una marcetta che, come quasi tutte le canzoni oggi ascoltate, è caratterizzata dall'alternanza della strofa in minore ed il ritornello in maggiore. Purtroppo è difficile capire il testo, ma dovrebbe essere una canzone di tematica amorosa.
Carissimi lettori, vi giuro che Paquito del Bosco ha promesso che ormai stiamo alla fine di questi cicli sulla canzone napoletana delle origini, quella più difficile da capire, quindi forse in futuro andrà meglio!
domenica 10 gennaio 2010
Commento alla puntata del 10/01/10 di "Canzonenapoletana@rai.it
Carissimi lettori, eccoci all'appuntamento, ormai per me abituale, con la canzone napoletana e con la terza puntata del ciclo di "Canzonenapoletana@rai.it" dedicato a Michele Galdieri.
Si riprende dal punto in cui ci si era fermati domenica scorsa, cioè dall'lp che Ebe de Paolis, grande soprano dell'epoca, ha dedicato al poeta. Il brano, intitolato "Se parla male 'e Napule", è un affondo pacato ed ironico ma comunque forte, contro questa tendenza, che quindi c'era già allora, a dire che i problemi come gli scippi sono più comuni a Napoli, o più in generale al Sud del paese, mentre spesso sono nazionali se non globali. Musicalmente parlando è un valzerino lento, di quelli che forse costituiscono il tessuto musicale ideale per iversi sornioni e raffinati di Galdieri.
Ed eccoci a Teddy Reno, grande cantante triestino che però, con massima fedeltà, riusciva a cantare benissimo in lingua napoletana. Il brano che interpreta è uno di quelli caratterizzati dalle atmosfere latine che, al contrario di ciò che succede oggi, all'epoca venivano usate coscientemente ed in maniera filologicamente corretta, perché erano particolarmente congeniali alle voci tenorili o baritonali dell'epoca. Il brano, intitolato "Ammore mio perdoname" è una canzone dove un innamorato ritorna pentito dalla propria amata.
Ed ecco un vero e proprio pezzo di storia, un'esecuzione inedita da parte di Franco Ricci, grandissimo tenore di cui qui si è già spesso parlato, di "Ddoje lacreme", presentata al secondo festival della canzone napoletana.
Il brano, che parla di un allontanamento di due innamorati forse per emigrazione, in questa versione acquista una teatralità che fa veramente restare l'ascoltatore con un nodo in gola, facendo capire anche a chi non sa il napoletano che la storia finisce male perché chi doveva tornare non torna.
E' del 1955 questa bellissima "'E stelle 'e Napule" che permise di vincere a Michele Galdieri, anche grazie alle notevoli interpretazioni di Carla boni e Gino Latilla e Maria Paris, la terza edizione del Festival di Napoli. Il brano ha una fortissima struttura "aflamencada", ed è uno dei tanti di lode appassionata alla città. Da ricordare, oltre a questa versione originale di Maria Paris, sono quelle di Roberto Murolo, chitarra e voce e contenuta nella sua "Napoletana. Antologia cronologica della canzone partenopea", e quella di Claudio Villa, di grandiosa perfezione e dolcezza tenorile.
Ed eccoci di nuovo alle atmosfere latine, che questa volta servono da tappeto per le lamentele di un uomo che non si sente amato da una donna che si interessa solo delle vetrine luccicanti dei negozi. Il brano, intitolato "Nun si nata pe' ffà ammore", è interpretato da Achille Togliani, uno dei tanti cantanti non napoletani che hanno trovato spazio nell'infinito repertorio partenopeo.
Sempre avvolta da queste meravigliose atmosfere latine, interpretata divinamente da Nunzio Gallo, uno dei tanti tenori che negli anni Cinquanta rinunciò ad una promettente carriera lirica per dedicarsi alla canzone napoletana, arriva questa "Sul'isso t'o po' ddì". E' un brano dove un uomo, che non si sente ricambiato del proprio amore, si lamenta della situazione. Soprattutto per la parte iniziale del testo, dove si enumera ciò a cui si è rinunciato in nome dell'amore, il brano ricorda "Desiderio", un brano scritto pochi anni prima da Arturo Trusiano.
Ed eccoci alla conclusione del nostro viaggio, che finisce sulle note di "Comme all'ellera", brano interpretato da quella che fu la regina incontrastata della musica melodica italiana durante tutti gli anni Cinquanta, la bolognese Nilla Pizzi. Il brano, l'accostamento è inevitabile, ricorda la ben più conosciuta "L'edera" con cui la cantante si piazzerà al secondo posto, dietro il rivoluzionario "Volare", grido di libertà di Modugno, nel Sanremo 1958.
Il brano, dal punto di vista musicale, è caratterizzato da una forte ricchezza melodica, innestata su una segreta radice swing.
Spero che ormai abbiate preso l'abitudine di leggere questi resoconti napoletani, ma soprattutto mi auguro che qualche volta andiate ad arricchirvi a queste purissime sorgenti di musica.
Si riprende dal punto in cui ci si era fermati domenica scorsa, cioè dall'lp che Ebe de Paolis, grande soprano dell'epoca, ha dedicato al poeta. Il brano, intitolato "Se parla male 'e Napule", è un affondo pacato ed ironico ma comunque forte, contro questa tendenza, che quindi c'era già allora, a dire che i problemi come gli scippi sono più comuni a Napoli, o più in generale al Sud del paese, mentre spesso sono nazionali se non globali. Musicalmente parlando è un valzerino lento, di quelli che forse costituiscono il tessuto musicale ideale per iversi sornioni e raffinati di Galdieri.
Ed eccoci a Teddy Reno, grande cantante triestino che però, con massima fedeltà, riusciva a cantare benissimo in lingua napoletana. Il brano che interpreta è uno di quelli caratterizzati dalle atmosfere latine che, al contrario di ciò che succede oggi, all'epoca venivano usate coscientemente ed in maniera filologicamente corretta, perché erano particolarmente congeniali alle voci tenorili o baritonali dell'epoca. Il brano, intitolato "Ammore mio perdoname" è una canzone dove un innamorato ritorna pentito dalla propria amata.
Ed ecco un vero e proprio pezzo di storia, un'esecuzione inedita da parte di Franco Ricci, grandissimo tenore di cui qui si è già spesso parlato, di "Ddoje lacreme", presentata al secondo festival della canzone napoletana.
Il brano, che parla di un allontanamento di due innamorati forse per emigrazione, in questa versione acquista una teatralità che fa veramente restare l'ascoltatore con un nodo in gola, facendo capire anche a chi non sa il napoletano che la storia finisce male perché chi doveva tornare non torna.
E' del 1955 questa bellissima "'E stelle 'e Napule" che permise di vincere a Michele Galdieri, anche grazie alle notevoli interpretazioni di Carla boni e Gino Latilla e Maria Paris, la terza edizione del Festival di Napoli. Il brano ha una fortissima struttura "aflamencada", ed è uno dei tanti di lode appassionata alla città. Da ricordare, oltre a questa versione originale di Maria Paris, sono quelle di Roberto Murolo, chitarra e voce e contenuta nella sua "Napoletana. Antologia cronologica della canzone partenopea", e quella di Claudio Villa, di grandiosa perfezione e dolcezza tenorile.
Ed eccoci di nuovo alle atmosfere latine, che questa volta servono da tappeto per le lamentele di un uomo che non si sente amato da una donna che si interessa solo delle vetrine luccicanti dei negozi. Il brano, intitolato "Nun si nata pe' ffà ammore", è interpretato da Achille Togliani, uno dei tanti cantanti non napoletani che hanno trovato spazio nell'infinito repertorio partenopeo.
Sempre avvolta da queste meravigliose atmosfere latine, interpretata divinamente da Nunzio Gallo, uno dei tanti tenori che negli anni Cinquanta rinunciò ad una promettente carriera lirica per dedicarsi alla canzone napoletana, arriva questa "Sul'isso t'o po' ddì". E' un brano dove un uomo, che non si sente ricambiato del proprio amore, si lamenta della situazione. Soprattutto per la parte iniziale del testo, dove si enumera ciò a cui si è rinunciato in nome dell'amore, il brano ricorda "Desiderio", un brano scritto pochi anni prima da Arturo Trusiano.
Ed eccoci alla conclusione del nostro viaggio, che finisce sulle note di "Comme all'ellera", brano interpretato da quella che fu la regina incontrastata della musica melodica italiana durante tutti gli anni Cinquanta, la bolognese Nilla Pizzi. Il brano, l'accostamento è inevitabile, ricorda la ben più conosciuta "L'edera" con cui la cantante si piazzerà al secondo posto, dietro il rivoluzionario "Volare", grido di libertà di Modugno, nel Sanremo 1958.
Il brano, dal punto di vista musicale, è caratterizzato da una forte ricchezza melodica, innestata su una segreta radice swing.
Spero che ormai abbiate preso l'abitudine di leggere questi resoconti napoletani, ma soprattutto mi auguro che qualche volta andiate ad arricchirvi a queste purissime sorgenti di musica.
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