Carissimi lettori, eccoci al nostro ormai consolidato appuntamento domenicale con la canzone napoletana. Si parlerà dell'ultima puntata che Paquito del Bosco, direttore dell'Archivio storico della canzone napoletana e grande esperto della materia, dedica a Salvatore di Giacomo.
Il primo brano che si ascolta è binario e veloce e si intitola "Cara mammà". E' un brano dove un soldato di origini napoletane ricorda la sua città dove non è nato ma a cui è legato da sua madre. Musicalmente è pittoresco, anche il testo, nonostante quella tristezza tipica delle tematiche affrontate, non è per niente patetico. Il suono del dialetto napoletano fa semplicemente e immancabilmente volare.
Continuando si ascolta un'altra grande voce di quegli anni (la canzone precedente era cantata da Ria Rosa), ossia Ada Bruges che interpreta "Mierolo affortunato", versi di Di Giacomo musicati, con particolare fortuna, da E. A. Mario. Non c'è niente di teatrale nel canto di questo agilissimo soprano, ci sono solo belllissime fioriture che veramente fanno pensare ad un uccello che canta su un albero. L'unica cosa che si può dire, magari, è che la parola "s'annasconne" non è pronunciata con l'importanza che ha nel testo, ma è un'opinione personale. Se si vogliono sentire versioni moderne di questa canzone, non c'è che l'imbarazzo della scelta, secondo me le migliori sono quelle di Roberto Murolo nella "Napoletana. Antologia cronologica della canzone partenopea" e di Sergio Bruni.
Andando avanti si ascolta questa "Canzona 'mbriaca", con la musica di E. A. Mario. L'interpretazione che si ascolta è di Mario Pasqualillo. Il brano, che avevamo sentito la scorsa settimana con una melodia quasi sicuramente modale creata da Ildebrando Pizzetti, ora lo troviamo cme un semplicissimo valzer lento che si alterna tra parti minori ed altre in maggiore. La versione di Pasqualillo è veramente notevole, ma io vi consiglio di scoprire quella di Enzo Romagnoli, che secondo me è il miglior interprete che la canzone sceneggiata napoletana ha mai conosciuto.
Sempre sullo stesso ritmo troviamo questa "Dimane chi sa?", che ascoltiamo in un'incisione di Francesco Daddi, quasi sicuramente risalente all'inizio del Novecento, non a caso è quasi inascoltabile. Fortunatamente, questo valzerino lento e semplicemente filosofico, lo si può sentire in una bellissima versione di Roberto Murolo nel suo cofanetto "Roberto Murolo canta i grandi della canzone napoletana", di cui qui, a suo tempo, si è ampiamente parlato.
Dopo la morte di Di Giacomo, anche i suoi versi che non avevano avuto musica in vita del poeta, l'hanno avuta per mano di grandi musicisti. Ora, dalla voce di Alfredo Iandoli, stiamo ascoltando questa canzone di cui non ho capito il titolo. La melodia è abbastanza triste, anche se Di Giacomo nel testo ha indicato il ritmo di tarantella, per il quale aveva una predilezione del tutto personale.
L'interpretazione è veramente piacevole, ed è eseguita rispettando molti stilemi delle canzoni classiche del repertorio digiacomiano.
E torniamo ad E. A. Mario, che è stato il musicista che, forse, più di ogni altro ha tenuto a dare vita musicale ai versi di Di Giacomo nella sua ultima stagione e dopo la sua morte.
E' del 1946 questa sfiziosissima e perfetta "Mierolo appretatore", dove c'è un uomo rassegnato al fatto di essere stato lasciato dalla sua innamorata, che sfoga la sua allegria mista a tristezza con un merlo. L'interpretazione che ascoltiamo è di Ferdinando Rubino, notevole tenore degli anni Venti, Trenta e Quaranta.
la puntata si chiude con una canzone, musicata sempre da E. A. Mario e presentata sempre alla Piedigrotta del 1946, intitolata "Zingara 'nnammurata" interpretata da Eva nova.
E' caratterizzata da due parti abbastanza chiare, una più lenta, paragonabile a certo repertorio di Di Giacomo di ispirazione religiosa come "A San Francisco", ed un'altra più veloce e spassosa che però è molto breve, quindi non permette alla sensazione di entrarci nell'anima.
Il testo, purtroppo, lo capisco pochissimo, quindi non ne posso parlare.
Spero che vi sia piaciuto, purtroppo si continua ancora con autori storici, ma speriamo che i dischi saranno in condizioni migliori.
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domenica 18 aprile 2010
domenica 11 aprile 2010
Commento alla puntata del 11/04/10 di canzonenapoletana@rai.it".
Carissimi lettori, eccoci al commento alla sesta puntata che "canzonenapoletana@rai.it" dedica a Salvatore di Giacomo. Si inizia con una romanza, composta da Ildebrando Pizzetti, su un testo intitolato "Canzona 'mbriaca". E' abbastanza contemporanea, e, almeno secondo me, non è molto rispettosa delle armonie insite nella versificazione di Di Giacomo. Se si vuole parlare del testo, che stiamo ascoltando dalla voce di Francesco Albanese, è una tipica canzone di gelosia, paragonabile a ciò che molto più spesso faceva Libero Bovio in brani come "Brinneso". La melodia è completamente modale, ma non con la naturalezza con cui lo è certa musica popolare del Sud Italia, ma con quella radicalità innovatrice che ad inizio secolo, a partire da musicisti dell'est Europa, questo uso musicale ha assunto.
Sullo stesso stile arriva questa "Assunta", sempre musicata da Pizzetti. E' una bellissima poesia, perché, e va detto, Di Giacomo è stato un grandissimo poeta fino alla fine dei suoi giorni.
E' un po' pesante questo repertorio, d'altronde io non ho mai amato la musica classica del Novecento. Per me, lo confesso dato che mi è data l'occasione, la musica classica finisce con l'Ottocento e con il romanticismo, apro delle eccezioni per alcune opere di compositori come Ravel, Bartok o Foret (spero si scriva così!).
Finalmente si comincia a sentire veramente "canzone classica napoletana", con una bellissima e sconosciuta "Torna a marechiaro", che ascoltiamo dalla voce potente e discreta di Gino Ruggero. E' un brano con la musica di E. A. Mario, un musicista che è stato forse l'ultimo grande compagno della carriera musicale di Di Giacomo. Il brano è un tipico esempio di brano con alternanza di strofe minori e ritornelli in maggiore.
Si va avanti con un altro sconosciuto gioiello della produzione di Di Giacomo, dal titolo "Aurora int'o specchio". La sua musica, a tempo di valzer dolce ed allegro, è di Gaetano Spagnolo. Gli accordi minori, questa volta, si insinuano giusto per dare un tocco di raffinatezza ad una melodia che,altrimenti, è semplicemente festosa, come il sincero amore del protagonista. Il testo, infatti, è una delle tante serenate napoletane scritte da Di Giacomo. La stiamo ascoltando da un disco d'epoca ma non frusciatissimo, dalla voce di Vittorio Parisi.
Dello stesso anno è questa "L''ora 'e ll'appuntamento", versi musicati da Ferdinando Albano, musicista che negli stessi anni formava con Bovio una delle più prolifiche coppie della canzone napoletana, specialmente dedicata alle "canzoni di giacca" o sceneggiate. Il brano è difficile da descrivere perché, contrariamente a ciò che avevamo ascoltato fino ad ora, il disco di Vittorio Parisi da cui si ascolta il brano, è assolutamente rovinato.
La puntata, costellata di rarità, si chiude con un altro brano sconosciuto intitolato "Zingara nera". La musica è di E' A. Mario, e già vi si riconoscono le pennellate armoniche che già si trovano in brani, coevi o leggermente precedenti, come "I', 'na chitarra 'e 'a luna" o "Funtana all'ombra". La dolcezza della melodia si sposa con il timbro perfetto ed alto di Raffaele Balsamo, per creare una delle più perfette alchimie tra musica e testo che io conosca.
Spero che vi sia piaciuto questo commento, con la prossima si chiude il ciclo di Di Giacomo, e mi voglio augurare che si tratti poi un poeta almeno dagli anni Trenta in avanti (di dischi frusciati non ne posso più!).
Sullo stesso stile arriva questa "Assunta", sempre musicata da Pizzetti. E' una bellissima poesia, perché, e va detto, Di Giacomo è stato un grandissimo poeta fino alla fine dei suoi giorni.
E' un po' pesante questo repertorio, d'altronde io non ho mai amato la musica classica del Novecento. Per me, lo confesso dato che mi è data l'occasione, la musica classica finisce con l'Ottocento e con il romanticismo, apro delle eccezioni per alcune opere di compositori come Ravel, Bartok o Foret (spero si scriva così!).
Finalmente si comincia a sentire veramente "canzone classica napoletana", con una bellissima e sconosciuta "Torna a marechiaro", che ascoltiamo dalla voce potente e discreta di Gino Ruggero. E' un brano con la musica di E. A. Mario, un musicista che è stato forse l'ultimo grande compagno della carriera musicale di Di Giacomo. Il brano è un tipico esempio di brano con alternanza di strofe minori e ritornelli in maggiore.
Si va avanti con un altro sconosciuto gioiello della produzione di Di Giacomo, dal titolo "Aurora int'o specchio". La sua musica, a tempo di valzer dolce ed allegro, è di Gaetano Spagnolo. Gli accordi minori, questa volta, si insinuano giusto per dare un tocco di raffinatezza ad una melodia che,altrimenti, è semplicemente festosa, come il sincero amore del protagonista. Il testo, infatti, è una delle tante serenate napoletane scritte da Di Giacomo. La stiamo ascoltando da un disco d'epoca ma non frusciatissimo, dalla voce di Vittorio Parisi.
Dello stesso anno è questa "L''ora 'e ll'appuntamento", versi musicati da Ferdinando Albano, musicista che negli stessi anni formava con Bovio una delle più prolifiche coppie della canzone napoletana, specialmente dedicata alle "canzoni di giacca" o sceneggiate. Il brano è difficile da descrivere perché, contrariamente a ciò che avevamo ascoltato fino ad ora, il disco di Vittorio Parisi da cui si ascolta il brano, è assolutamente rovinato.
La puntata, costellata di rarità, si chiude con un altro brano sconosciuto intitolato "Zingara nera". La musica è di E' A. Mario, e già vi si riconoscono le pennellate armoniche che già si trovano in brani, coevi o leggermente precedenti, come "I', 'na chitarra 'e 'a luna" o "Funtana all'ombra". La dolcezza della melodia si sposa con il timbro perfetto ed alto di Raffaele Balsamo, per creare una delle più perfette alchimie tra musica e testo che io conosca.
Spero che vi sia piaciuto questo commento, con la prossima si chiude il ciclo di Di Giacomo, e mi voglio augurare che si tratti poi un poeta almeno dagli anni Trenta in avanti (di dischi frusciati non ne posso più!).
domenica 4 aprile 2010
Commento alla puntata del 4/04/10 di "canzonenapoletana@rai.it"
Carissimi lettori, dopo una settimana di digiuno, torniamo a commentare le bellissime puntate che "canzonenapoletana@rai.it" dedica a Salvatore di Giacomo.
Si inizia con un brano risalente al 1910 intitolato "'A riggina d'o mare", che ascoltiamo dalle voci maschili di Mario Massa e Aldo Gabrin.
Musicalmente è una tarantella, come si facevano all'epoca in ambito semicolto, ossia con quella raffinatezza che non permette di farsi prendere dal ritmo.
E' una dichiarazione d'amore ad una ragazza, che nel ritornello viene fatta direttamente alla madre. E' una tarantelluccia spassosa, che, secondo me, andrebbe riscoperta. Credo infatti che non ne esistano versioni moderne. Spero che il Carlo Missaglia di turno si ricordi di questo pezzo, perché è allegrissimo.
Si continua e si torna al repertorio classico, conosciuto e tutt'ora cantato, con una bellissima "Canzone a Chiarastella" che, spesso, è attribuita ad Aniello Califano per itesti. Il testo è uno di quelli divertenti, ma è talmente romantico che la musica deve essere, com'è, malinconica. La versione che si ascolta è di Elvira Donnarumma, che canta con semplicità ma forse un po' troppo potentemente questi versi intimi e dolci. Io vi consiglierei di ascoltare la versione di Roberto Murolo, contenuta nella sua "Napoletana. Antologia cronologica della canzone partenopea".
Torniamo alle rarità con questa "Marcetta d'o capotammurro", la cui musica è di Enrico Cannio, che abbiamo il piacere di ascoltare dalla voce tenorile e stentorea di Mario Massa.
Nonostante il suo essere una marcia, niente c'è di militaresco, c'è piuttosto una voglia di divertirsi con le note, cosiccome nei versi di Di Giacomo, da quel poco che si capisce dal disco frusciato, c'è più voglia d'amore che di eroismo.
Rimaniamo in ambito da collezionisti, con questa "Vintiquatt'ore", la cui musica è di Ernesto de Curtis. L'interpretazione, molto bella e precisa per questa melodia, purtroppo non permette di capire il testo.
Musicalmente ci troviamo davanti ad un ritmo lento ed in tonalità minore, con una scala caratterizzata da un'interessante seconda aumentata, che dà un tocco arabo alla melodia, ideale come poche altre cose per la liricità sicuramente insuperabile dello stile di Di Giacomo.
Siamo davanti ad una bellissima voce baritonale, di un certo Benigni, che ci sta interpretando una rarissima canzone, scritta da Di Giacomo e musicata da Emanuele Nutile, intitolata "Barcarola".
E' una delle tante dove si parla del mito del mare, che a Napoli viene visto come un qualcosa di naturale, e non viene usato per nobilitare un genere dalla storia recente come può essere per il Fado di Lisbona. A Napoli, diciamo, il mare è l'equivalente della rondinella salentina, ossia è il messaggero d'amore, con la differenza che spesso, e anche qui, è l'unico che può rassicurare l'innamorato sulla stabilità del proprio amore.
Dello stesso anno è questa "Dint'o suonno", che si ascolta da un disco frusciatissimo (insopportabile!) e dalla voce di Vittorio Parisi, maestro diretto del grande Sergio Bruni.
Anche questo brano è un tipico brano in minore, musicato un'altra volta da Ernesto de Curtis, con il solito, ma sempre interessante e raro, intervallo di seconda aumentata.
Non capisco il testo, ovviamente me ne dolgo.
Il brano, come abbiamo visto in moltissime occasioni durante questi commenti, è caratterizzato da parti in modo minore che si alternano con parti in maggiore.
L'ultima canzone, "L'e' fatto pure tu", viene interpretata da Roberto Ciaramella ed il disco, per fortuna, è molto meno frusciato. E' una canzoncina dove il figlio ricorda alla madre che anche lei ha fatto le stesse cose per le quali lo rimprovera. E' un tipico brano binario, quasi paragonabile ad un fado. E' inciso con una tipica orchestra di fiati, quasi unico accompagnamento concepibile, oltre al duo di chitarra e mandolino, per la canzone classica napoletana storica.
Spero di cuore che le ultime due puntate, che comunque ci permetteranno di avvicinarci a dischi un po' più recenti, permettano di fare commenti più precisi.
Si inizia con un brano risalente al 1910 intitolato "'A riggina d'o mare", che ascoltiamo dalle voci maschili di Mario Massa e Aldo Gabrin.
Musicalmente è una tarantella, come si facevano all'epoca in ambito semicolto, ossia con quella raffinatezza che non permette di farsi prendere dal ritmo.
E' una dichiarazione d'amore ad una ragazza, che nel ritornello viene fatta direttamente alla madre. E' una tarantelluccia spassosa, che, secondo me, andrebbe riscoperta. Credo infatti che non ne esistano versioni moderne. Spero che il Carlo Missaglia di turno si ricordi di questo pezzo, perché è allegrissimo.
Si continua e si torna al repertorio classico, conosciuto e tutt'ora cantato, con una bellissima "Canzone a Chiarastella" che, spesso, è attribuita ad Aniello Califano per itesti. Il testo è uno di quelli divertenti, ma è talmente romantico che la musica deve essere, com'è, malinconica. La versione che si ascolta è di Elvira Donnarumma, che canta con semplicità ma forse un po' troppo potentemente questi versi intimi e dolci. Io vi consiglierei di ascoltare la versione di Roberto Murolo, contenuta nella sua "Napoletana. Antologia cronologica della canzone partenopea".
Torniamo alle rarità con questa "Marcetta d'o capotammurro", la cui musica è di Enrico Cannio, che abbiamo il piacere di ascoltare dalla voce tenorile e stentorea di Mario Massa.
Nonostante il suo essere una marcia, niente c'è di militaresco, c'è piuttosto una voglia di divertirsi con le note, cosiccome nei versi di Di Giacomo, da quel poco che si capisce dal disco frusciato, c'è più voglia d'amore che di eroismo.
Rimaniamo in ambito da collezionisti, con questa "Vintiquatt'ore", la cui musica è di Ernesto de Curtis. L'interpretazione, molto bella e precisa per questa melodia, purtroppo non permette di capire il testo.
Musicalmente ci troviamo davanti ad un ritmo lento ed in tonalità minore, con una scala caratterizzata da un'interessante seconda aumentata, che dà un tocco arabo alla melodia, ideale come poche altre cose per la liricità sicuramente insuperabile dello stile di Di Giacomo.
Siamo davanti ad una bellissima voce baritonale, di un certo Benigni, che ci sta interpretando una rarissima canzone, scritta da Di Giacomo e musicata da Emanuele Nutile, intitolata "Barcarola".
E' una delle tante dove si parla del mito del mare, che a Napoli viene visto come un qualcosa di naturale, e non viene usato per nobilitare un genere dalla storia recente come può essere per il Fado di Lisbona. A Napoli, diciamo, il mare è l'equivalente della rondinella salentina, ossia è il messaggero d'amore, con la differenza che spesso, e anche qui, è l'unico che può rassicurare l'innamorato sulla stabilità del proprio amore.
Dello stesso anno è questa "Dint'o suonno", che si ascolta da un disco frusciatissimo (insopportabile!) e dalla voce di Vittorio Parisi, maestro diretto del grande Sergio Bruni.
Anche questo brano è un tipico brano in minore, musicato un'altra volta da Ernesto de Curtis, con il solito, ma sempre interessante e raro, intervallo di seconda aumentata.
Non capisco il testo, ovviamente me ne dolgo.
Il brano, come abbiamo visto in moltissime occasioni durante questi commenti, è caratterizzato da parti in modo minore che si alternano con parti in maggiore.
L'ultima canzone, "L'e' fatto pure tu", viene interpretata da Roberto Ciaramella ed il disco, per fortuna, è molto meno frusciato. E' una canzoncina dove il figlio ricorda alla madre che anche lei ha fatto le stesse cose per le quali lo rimprovera. E' un tipico brano binario, quasi paragonabile ad un fado. E' inciso con una tipica orchestra di fiati, quasi unico accompagnamento concepibile, oltre al duo di chitarra e mandolino, per la canzone classica napoletana storica.
Spero di cuore che le ultime due puntate, che comunque ci permetteranno di avvicinarci a dischi un po' più recenti, permettano di fare commenti più precisi.
domenica 21 marzo 2010
Commento alla puntata del 21/03/10 di "canzonenapoletana@rai.it"
Carissimi lettori, eccoci alla quarta puntata del ciclo su Salvatore di Giacomo di "canzonenapoletana@rai.it". E' un ciclo che mi dà una felicità del tutto particolare, perché ritengo di Giacomo un poeta con un respiro del tutto speciale, che va al di là della sempre riconosciuta grande qualità letteraria. Ritengo il suo napoletano pregno di una dolcezza particolare, di un certo pittoresco malinconico, che mi è particolarmente congeniale.
Si inizia con una carinissima "'E tre terature", una delle più sconosciute canzoni di Di Giacomo. E' una canzoncina d'amore piccantino, genere nel quale il nostro era un maestro insuperabile. La versione che ascoltiamo, come sempre, è d'epoca ed è molto rovinata. E' interessante perché i protagonisti sono due tra i più importanti interpreti del teatro napoletano, Eduardo Scarpetta e Bianca Cappello. La versione è forse un po' troppo teatrale, anche un po' sguaiata, ma si può ricorrere, per scoprire questo gioiellino digiacomiano, all'antologia della canzone napoletana compilata ed interpretata da Carlo Missaglia, grande cantante e suonatore di cui qui si è già pubblicato un profilo.
Un genere che si addiceva molto alla poesia di Di Giacomo, anche per la sua grandissima passione per quell'epoca storica, era la musica di ispirazione barocca, specialmente le "barcarole". Ne stiamo ascoltando una, intitolata "Pusilleco", scritta sempre nel 1898, ancora una volta insieme a Vincenzo Valente. Non capisco il testo, purtroppo, posso solo dirvi che la melodia è profondamente bella.
Stiamo ora ascoltando una "Serenata triste", che ci viene interpretata da Beniamino Gigli, forse il tenore che ha interpretato meglio la canzone napoletana pur non essendo napoletano. E' una serenata dove un uomo si rassegna all'instabilità dell'amore della propria amata, ma con una galanteria veramente invidiabile. La musica è una "barcarola", con delle pause che la rendono più raffinata e meno barocca, ma forse anche meno bella della precedente.
Siamo con un posteggiatore, quel Giorgio Schotler che avevamo già trovato in una delle prime puntate del ciclo, che ci sta proponendo uno dei brani meno conosciuti dell'autore napoletano, intitolato "Ma chi sa". Purtroppo anche stavolta mi è impossibile riferirvi particolari del testo, perché il disco da noi ascoltato è molto rovinato. A livello musicale ritorna l'impronta di Pasquale Mario Costa, in una delle sue ultime collaborazioni col Di Giacomo.
La puntata continua con "Palomma 'e notte", uno dei classici assoluti della produzione digiacomiana, la cui musica è di Francesco Buongiovanni, infatti potrebbe ricordare altri capolavori del musicista, sempre caratterizzati da questo tempo ternario raffinatissimo, come "'A cartulina 'e Napule", scritta circa una ventina d'anni dopo. La versione che stiamo ascoltando è quella di Gennaro Pasquariello, ottima ma non perfetta, soprattutto per alcune pause che, con una sensibilità moderna, si tenderebbe a trovare discutibili. Notevolissima, secondo me, è la versione di Raffaella de Simone contenuta in "Concerto napoletano", bellissimo cofanetto dell'Acheri music, dove alcuni cantanti della Napoli di oggi si appropriano, rispettosamente e meravigliosamente, dei capolavori di quella di ieri.
Stiamo ora ascoltando, dalla voce di un tenore, una delle più rare canzoni di Di Giacomo "Tu nun me vuo' cchiù bene". La versione è troppo veloce, senza interpretazione effettiva, senza posto per le sfumature. Il grido d'amore del protagonista è espresso con troppa fretta dalla voce di Eugenio Cibelli. Molto migliore, almeno per me, è la versione contenuta nella "Napoletana" di Roberto Murolo.
La puntata si chiude con una tarantelluccia spassosa intitolata 'O campanellaro", risalente al 1908 ed interpretata da Francesco Marcarella. Non è una tarantella raffinata, vi si trova piuttosto una voglia di divertirsi con la musica e le note.
Chiedo scusa per la vaghezza di molti commenti a questa puntata, ma vi si sono sentite troppe canzoni molto rare e riprese perciò da dischi antichi, quindi meglio non si poteva fare.
Si inizia con una carinissima "'E tre terature", una delle più sconosciute canzoni di Di Giacomo. E' una canzoncina d'amore piccantino, genere nel quale il nostro era un maestro insuperabile. La versione che ascoltiamo, come sempre, è d'epoca ed è molto rovinata. E' interessante perché i protagonisti sono due tra i più importanti interpreti del teatro napoletano, Eduardo Scarpetta e Bianca Cappello. La versione è forse un po' troppo teatrale, anche un po' sguaiata, ma si può ricorrere, per scoprire questo gioiellino digiacomiano, all'antologia della canzone napoletana compilata ed interpretata da Carlo Missaglia, grande cantante e suonatore di cui qui si è già pubblicato un profilo.
Un genere che si addiceva molto alla poesia di Di Giacomo, anche per la sua grandissima passione per quell'epoca storica, era la musica di ispirazione barocca, specialmente le "barcarole". Ne stiamo ascoltando una, intitolata "Pusilleco", scritta sempre nel 1898, ancora una volta insieme a Vincenzo Valente. Non capisco il testo, purtroppo, posso solo dirvi che la melodia è profondamente bella.
Stiamo ora ascoltando una "Serenata triste", che ci viene interpretata da Beniamino Gigli, forse il tenore che ha interpretato meglio la canzone napoletana pur non essendo napoletano. E' una serenata dove un uomo si rassegna all'instabilità dell'amore della propria amata, ma con una galanteria veramente invidiabile. La musica è una "barcarola", con delle pause che la rendono più raffinata e meno barocca, ma forse anche meno bella della precedente.
Siamo con un posteggiatore, quel Giorgio Schotler che avevamo già trovato in una delle prime puntate del ciclo, che ci sta proponendo uno dei brani meno conosciuti dell'autore napoletano, intitolato "Ma chi sa". Purtroppo anche stavolta mi è impossibile riferirvi particolari del testo, perché il disco da noi ascoltato è molto rovinato. A livello musicale ritorna l'impronta di Pasquale Mario Costa, in una delle sue ultime collaborazioni col Di Giacomo.
La puntata continua con "Palomma 'e notte", uno dei classici assoluti della produzione digiacomiana, la cui musica è di Francesco Buongiovanni, infatti potrebbe ricordare altri capolavori del musicista, sempre caratterizzati da questo tempo ternario raffinatissimo, come "'A cartulina 'e Napule", scritta circa una ventina d'anni dopo. La versione che stiamo ascoltando è quella di Gennaro Pasquariello, ottima ma non perfetta, soprattutto per alcune pause che, con una sensibilità moderna, si tenderebbe a trovare discutibili. Notevolissima, secondo me, è la versione di Raffaella de Simone contenuta in "Concerto napoletano", bellissimo cofanetto dell'Acheri music, dove alcuni cantanti della Napoli di oggi si appropriano, rispettosamente e meravigliosamente, dei capolavori di quella di ieri.
Stiamo ora ascoltando, dalla voce di un tenore, una delle più rare canzoni di Di Giacomo "Tu nun me vuo' cchiù bene". La versione è troppo veloce, senza interpretazione effettiva, senza posto per le sfumature. Il grido d'amore del protagonista è espresso con troppa fretta dalla voce di Eugenio Cibelli. Molto migliore, almeno per me, è la versione contenuta nella "Napoletana" di Roberto Murolo.
La puntata si chiude con una tarantelluccia spassosa intitolata 'O campanellaro", risalente al 1908 ed interpretata da Francesco Marcarella. Non è una tarantella raffinata, vi si trova piuttosto una voglia di divertirsi con la musica e le note.
Chiedo scusa per la vaghezza di molti commenti a questa puntata, ma vi si sono sentite troppe canzoni molto rare e riprese perciò da dischi antichi, quindi meglio non si poteva fare.
domenica 14 marzo 2010
Commento ala puntata del 14/03/10 di "Canzonenapoletana@rai.it".
Carissimi lettori, ecco qui il commento alla terza puntata del ciclo su Di Giacomo di "canzonenapoletana@rai.it", nonostante le infinite sofferenze. Le sofferenze, e voglio spendere quattro parole questa volta, sono dovute al fatto che la Rai, che si vanta di essere il "servizio pubblico" italiano, ha reso il sito dedicato ai suoi programmi internazionali, quello che permette l'ascolto di questa trasmissione, molto difficilmente accessibile a noi non vedenti (chi esclude qualsiasi categoria non si può chiamare "servizio pubblico", magari si potrebbe chiamare "servizio di maggioranza!").
Ma veniamo alle cose a noi note e da noi amate, perché si inizia a ricordare i capolavori digiacomiani.
Si inizia con un brano intitolato "Ammore piccerillo", uno di quei duetti giocosi così romantici e pepati. Il brano, musicato da Enrico de Leva, è una tarantella molto addolcita, talmente che non riesce facile farsi prendere dal ritmo. L'interpretazione che ascoltiamo, di questa riflessione piccantina sull'amore, è di Amedeo Pariante e Pina Lamara, brano molto bello e sconosciuto.
Ed eccoci ad un disco molto frusciato, tramite il quale il grande posteggiatore Pietro Mazzone ci fa sentire questa "Matalè". Non riesco a capire un granché del testo, posso dirvi che è un tipico brano binario, quelli dove accordi minori e maggiori si alternano tra strofa e ritornello. L'interpretazione fa intuire la bellezza del brano, che dovrebbe essere ascoltato in una versione moderna per capirlo meglio. La musica è di Vincenzo Valente, bellissima melodia piena d'arte e di allegria.
Stiamo ascoltando ora una tarantella che, secondo me, non è di Di Giacomo ma questa è un'altra storia. Bisogna dire che lo stile ce l'ha, perché è uno di quei ritratti femminili pieni d'amore, tenerezza e spasso. La musica, di Salvatore Gambardella, è una tarantella che, poco prima del ritornello, rallenta brevemente. La versione che si ascolta è di Nina di Landa, una cantante del cafè-chantant. Per ascoltare una versione moderna di questo brano si può ricorrere all'"Antologia della canzone napoletana" di Bruno Venturini.
Ed eccoci a questa "Vocca addurosa", che Di Giacomo scrive insieme a Vincenzo Valente. Il brano, risalente al 1897, è interpretato da Francesco Daddi. E' un brano di corteggiamento spassoso, caratterizzato da una struttura fortemente binaria, quasi di marcetta, ma senza militarismo. L'interpretazione di Daddi, se magari smorza un po' la felicità presente nel testo con qualche tremolato di troppo, è comunque molto bella e anche il disco è buono (miracolo!).
Dello stesso anno è questa "'A sirena" che noi a scoltiamo nella versione di Gennaro Pasquariello, che Paquito del Bosco definisce "magistrale", ma io definirei piuttosto deludente per la sua eccessiva velocità. La versione è molto valzerata, condizione che non permette di evidenziare i bellissimi particolari della melodia, che si possono invece ascoltare benissimo nelle versioni di Antonello Rondi, Mario Abbate ed altri interpreti. E' una canzone sul potere che hanno le donne di cambiare il destino della vita d'un uomo, il quale, per quanto tenti di scappare, viene sempre irrimediabilmente attratto nella trappola.
La puntata si chiude con l'interpretazione di Francesco Daddi della "Serenata napulitana", scritta sempre nel 1897 da Di Giacomo e Pasquale Mario Costa. L'interpretazione è deludente, per gli stessi motivi della precedente, soprattutto per l'eccessiva velocità che caratterizza la prima parte di ogni strofa, quella che non viene arpeggiata. Questa serenata, fatta ad una donna che aspetta un altro uomo che nel frattempo l'ha lasciata, ha delle versioni bellissime da parte di Roberto Murolo, Consiglia Licciardi ed altri interpreti.
Spero che vi sia piaciuto questo commento, vi saluto augurandomi che questi stimoli facciano riscoprire la bellissima ed insuperabile canzone classica napoletana.
Ma veniamo alle cose a noi note e da noi amate, perché si inizia a ricordare i capolavori digiacomiani.
Si inizia con un brano intitolato "Ammore piccerillo", uno di quei duetti giocosi così romantici e pepati. Il brano, musicato da Enrico de Leva, è una tarantella molto addolcita, talmente che non riesce facile farsi prendere dal ritmo. L'interpretazione che ascoltiamo, di questa riflessione piccantina sull'amore, è di Amedeo Pariante e Pina Lamara, brano molto bello e sconosciuto.
Ed eccoci ad un disco molto frusciato, tramite il quale il grande posteggiatore Pietro Mazzone ci fa sentire questa "Matalè". Non riesco a capire un granché del testo, posso dirvi che è un tipico brano binario, quelli dove accordi minori e maggiori si alternano tra strofa e ritornello. L'interpretazione fa intuire la bellezza del brano, che dovrebbe essere ascoltato in una versione moderna per capirlo meglio. La musica è di Vincenzo Valente, bellissima melodia piena d'arte e di allegria.
Stiamo ascoltando ora una tarantella che, secondo me, non è di Di Giacomo ma questa è un'altra storia. Bisogna dire che lo stile ce l'ha, perché è uno di quei ritratti femminili pieni d'amore, tenerezza e spasso. La musica, di Salvatore Gambardella, è una tarantella che, poco prima del ritornello, rallenta brevemente. La versione che si ascolta è di Nina di Landa, una cantante del cafè-chantant. Per ascoltare una versione moderna di questo brano si può ricorrere all'"Antologia della canzone napoletana" di Bruno Venturini.
Ed eccoci a questa "Vocca addurosa", che Di Giacomo scrive insieme a Vincenzo Valente. Il brano, risalente al 1897, è interpretato da Francesco Daddi. E' un brano di corteggiamento spassoso, caratterizzato da una struttura fortemente binaria, quasi di marcetta, ma senza militarismo. L'interpretazione di Daddi, se magari smorza un po' la felicità presente nel testo con qualche tremolato di troppo, è comunque molto bella e anche il disco è buono (miracolo!).
Dello stesso anno è questa "'A sirena" che noi a scoltiamo nella versione di Gennaro Pasquariello, che Paquito del Bosco definisce "magistrale", ma io definirei piuttosto deludente per la sua eccessiva velocità. La versione è molto valzerata, condizione che non permette di evidenziare i bellissimi particolari della melodia, che si possono invece ascoltare benissimo nelle versioni di Antonello Rondi, Mario Abbate ed altri interpreti. E' una canzone sul potere che hanno le donne di cambiare il destino della vita d'un uomo, il quale, per quanto tenti di scappare, viene sempre irrimediabilmente attratto nella trappola.
La puntata si chiude con l'interpretazione di Francesco Daddi della "Serenata napulitana", scritta sempre nel 1897 da Di Giacomo e Pasquale Mario Costa. L'interpretazione è deludente, per gli stessi motivi della precedente, soprattutto per l'eccessiva velocità che caratterizza la prima parte di ogni strofa, quella che non viene arpeggiata. Questa serenata, fatta ad una donna che aspetta un altro uomo che nel frattempo l'ha lasciata, ha delle versioni bellissime da parte di Roberto Murolo, Consiglia Licciardi ed altri interpreti.
Spero che vi sia piaciuto questo commento, vi saluto augurandomi che questi stimoli facciano riscoprire la bellissima ed insuperabile canzone classica napoletana.
domenica 7 marzo 2010
Commento alla puntata del 07/03/10 di "Canzonenapoletana@rai.it.
Carissimi lettori, ecco qui il commento alla seconda puntata che "canzonenapoletana@rai.it" dedica a Salvatore Di Giacomo.
Si parte malissimo per quanto riguarda i dischi usati, ma fortunatamente conosco il brano che è trasmesso, per cui il problema è meno grave. Il brano con cui si parte è "'A retirata", brano di ispirazione romantico-militaresca, che si ascolta dalla voce di Francesco Daddi. Il cantante ha una buona voce di tenore, e quello che rende il brano più prezioso che mai, è la sua intimità quasi cameristica, data dal fatto che l'unico strumento che accompagna questo sentitissimo addio, sia solo un pianoforte.
Per scoprire "'A retirata", fortunatamente non c'è bisogno di ricorrere a registrazioni storiche, si può pensare semplicemente alla bellissima "Napoletana: antologia cronologica della canzone partenopea", incisa negli anni Cinquanta da Roberto Murolo e reperibilissima in cd.
Si è appena ascoltata la bellissima voce baritonale di Titta Ruffo, che ha interpretato "Munasterio", uno dei brani che a me sono più indifferenti tra quelli che conosco di Di Giacomo (forse è l'unica poesia musicata del napoletano che non amo!).
Subito dopo, e sto soffrendo perché la canzone la amo moltissimo ma la versione è quantomeno deludente, si ascolta "Pastorale", anche conosciuta come "'A nuvena". La versione che abbiamo ascoltato, cantata con un ritmo veloce esageratamente pronunciato, è cantata da Giuseppe de Luca, che dalla pronuncia non pare neanche napoletano.
Fortunatamente ci sono bellissime versioni moderne, soprattutto quelle di Sergio Bruni (in "Omaggio a Di Giacomo"), e di Egisto Sarnelli.
La puntata fortunatamente si riprende subito con una carinissima versione di 'E spingule frangese", brano che si ascolta eseguito da Giorgio Schotler, grande posteggiatore dell'epoca. Il brano è più veloce rispetto a come lo si sente abitualmente oggi, ma è molto bello, anzi forse proprio per questo è così bello e piacevole. Infatti, la velocità, che comunque non è mai esagerata e non annulla le importantissime pause così tipiche del genere "classico", gli dà una leggerezza veramente invidiabile. Se volete ascoltare unha versione moderna, potete benissimo sentire quella di Roberto Murolo sia in "napoletana" che in "Anema e core" (Carosello, 1995).
Ed eccoci ad uno spassosissimo duetto, a tempo di tarantella come spesso è questo repertorio, intitolato "Lariulà". La versione è molto bella, ma credo che sia difficilmente reperibile. Per trovare una versione moderna, non c'è che l'imbarazzo della scelta. Interessante è sia la versione a "duetto" di Gabriele Vanorio e Maria Paris, che quella solistica di Antonello Rondi.
La trasmissione continua con "Marzo", anche detta "Catarì", che si ascolta nella versione di Fernando De Lucia, grande tenore dell'epoca. Il testo è trattato in maniera leggermente diversa rispetto a come si tende a usarlo oggi. La versione è un po' deludente, soprattutto perché non c'è espressività e non si utilizzano o evidenziano suffecientemente gli arabeschi della melodia, che sono sicuramente resi meglio da un cantante d'impostazione popolare piuttosto che da un tenore.
La puntata si chiude con una delle mie canzoni preferite di Di Giacomo, la tarantelluccia spassosa "Carcioffolà", che si ascolta nella versione di Raffaele Balsamo, che gli dà una forte anima da "cafè-chantant". E' davvero spassosa, d'altronde non fare questo brano divertente è impossibile. E' veramente geniale la personalità di Di Giacomo, perché dall'alto della sua cultura erudita, è riuscito ad essere più popolare del popolo.
Se volete ascoltare una versione moderna di questo brano, anche qui avete l'imbarazzo della scelta, ma io vi consiglio quella di Maria Paris, magari non cantata perfettamente, ma di un pittoresco veramente insuperabile.
Sono felicissima che la Rai abbia avuto questa iniziativa di ricordare Di Giacomo, grandissimo poeta vernacolare, adesso scopritelo anche voi, così questo centocinquantenario si vivrà con meno silenzio.
Si parte malissimo per quanto riguarda i dischi usati, ma fortunatamente conosco il brano che è trasmesso, per cui il problema è meno grave. Il brano con cui si parte è "'A retirata", brano di ispirazione romantico-militaresca, che si ascolta dalla voce di Francesco Daddi. Il cantante ha una buona voce di tenore, e quello che rende il brano più prezioso che mai, è la sua intimità quasi cameristica, data dal fatto che l'unico strumento che accompagna questo sentitissimo addio, sia solo un pianoforte.
Per scoprire "'A retirata", fortunatamente non c'è bisogno di ricorrere a registrazioni storiche, si può pensare semplicemente alla bellissima "Napoletana: antologia cronologica della canzone partenopea", incisa negli anni Cinquanta da Roberto Murolo e reperibilissima in cd.
Si è appena ascoltata la bellissima voce baritonale di Titta Ruffo, che ha interpretato "Munasterio", uno dei brani che a me sono più indifferenti tra quelli che conosco di Di Giacomo (forse è l'unica poesia musicata del napoletano che non amo!).
Subito dopo, e sto soffrendo perché la canzone la amo moltissimo ma la versione è quantomeno deludente, si ascolta "Pastorale", anche conosciuta come "'A nuvena". La versione che abbiamo ascoltato, cantata con un ritmo veloce esageratamente pronunciato, è cantata da Giuseppe de Luca, che dalla pronuncia non pare neanche napoletano.
Fortunatamente ci sono bellissime versioni moderne, soprattutto quelle di Sergio Bruni (in "Omaggio a Di Giacomo"), e di Egisto Sarnelli.
La puntata fortunatamente si riprende subito con una carinissima versione di 'E spingule frangese", brano che si ascolta eseguito da Giorgio Schotler, grande posteggiatore dell'epoca. Il brano è più veloce rispetto a come lo si sente abitualmente oggi, ma è molto bello, anzi forse proprio per questo è così bello e piacevole. Infatti, la velocità, che comunque non è mai esagerata e non annulla le importantissime pause così tipiche del genere "classico", gli dà una leggerezza veramente invidiabile. Se volete ascoltare unha versione moderna, potete benissimo sentire quella di Roberto Murolo sia in "napoletana" che in "Anema e core" (Carosello, 1995).
Ed eccoci ad uno spassosissimo duetto, a tempo di tarantella come spesso è questo repertorio, intitolato "Lariulà". La versione è molto bella, ma credo che sia difficilmente reperibile. Per trovare una versione moderna, non c'è che l'imbarazzo della scelta. Interessante è sia la versione a "duetto" di Gabriele Vanorio e Maria Paris, che quella solistica di Antonello Rondi.
La trasmissione continua con "Marzo", anche detta "Catarì", che si ascolta nella versione di Fernando De Lucia, grande tenore dell'epoca. Il testo è trattato in maniera leggermente diversa rispetto a come si tende a usarlo oggi. La versione è un po' deludente, soprattutto perché non c'è espressività e non si utilizzano o evidenziano suffecientemente gli arabeschi della melodia, che sono sicuramente resi meglio da un cantante d'impostazione popolare piuttosto che da un tenore.
La puntata si chiude con una delle mie canzoni preferite di Di Giacomo, la tarantelluccia spassosa "Carcioffolà", che si ascolta nella versione di Raffaele Balsamo, che gli dà una forte anima da "cafè-chantant". E' davvero spassosa, d'altronde non fare questo brano divertente è impossibile. E' veramente geniale la personalità di Di Giacomo, perché dall'alto della sua cultura erudita, è riuscito ad essere più popolare del popolo.
Se volete ascoltare una versione moderna di questo brano, anche qui avete l'imbarazzo della scelta, ma io vi consiglio quella di Maria Paris, magari non cantata perfettamente, ma di un pittoresco veramente insuperabile.
Sono felicissima che la Rai abbia avuto questa iniziativa di ricordare Di Giacomo, grandissimo poeta vernacolare, adesso scopritelo anche voi, così questo centocinquantenario si vivrà con meno silenzio.
domenica 28 febbraio 2010
Commento alla puntata del 28/02/10 di "canzonenapoletana@rai.it"
Carissimi lettori, finalmente il programma "canzonenapoletana@rai.it" dedica un ciclo a Salvatore di Giacomo, sommo poeta napoletano.
Come sempre, purtroppo, si ascolteranno solo incisioni d'epoca, quindi preparatevi ai miei commenti lacunosi.
Il ciclo comincia con una bellissima canzone, risalente al 1884, quindi a quando il nostro poeta aveva appena ventiquattro anni, che ascoltiamo da Tito Schipa. L'interpretazione del tenore leccese, va detto, riesce, e per me è raro, a trasmettere tutto il romanticismo di cui è intrisa "Napulitanata", che, effettivamente, invece di essere un ritratto della città, come potrebbe far pensare il titolo, è una bellissima serenata. Il ritmo, e forse questa è l'unica pecca, è un po' troppo veloce.
Si continua con un'incisione, almeno risalente agli anni Trenta, che ci permette di ascoltare un grandissimo cantante lirico, Mario San Marco, che interpreta "Oj marenà", canzone quasi a valzer dove si parla dell'amore di marinaio, non nel senso di amore infedele, ma di amore coltivato dalla gente di mare. Il tema, come sanno i conoscitori, è caro a moltissimi scrittori, ma forse a Di Giacomo specialmente. Il brano è uno di quelli caratterizzati dall'alternanza di momenti minori con altri maggiori.
Continuando si arriva a questa "Era de maggio", che si ascolta, con molto piacere, da Fernando de Lucia, tenore dalla voce potente ma dal canto discreto. Interessanti le fioriture ed i gorgheggi prima del ritornello.
Stiamo ascoltando un altro brano scritto da Di Giacomo nel 1885, dal titolo "Carulì cu st'uocchie nire nire". E' una serenatella giocosa, come spesso in futuro se ne continueranno a produrre. Il brano è interpretato da F. Perulli (non si sa il nome per intero del cantante!), artista dalla bella voce, che riesce a dare una giusta interpretazione a questa canzoncina binaria ed allegra.
Ora abbiamo il piacere di ascoltare la versione di Gennaro Pasquariello, noto cantante d'inizio Novecento di cui qui si parla spesso, di "Marechiaro", uno dei tanti classici di Di Giacomo. la particolarità maggiore di questa versione è la mancanza dell'acuto su "ca ll'aria è doce", e la ripetizione di questo verso nella parte di solito affidata solamente agli strumenti.
Dello stesso anno è questa famosissima "Oilì, oilà", che abbiamo ascoltato da un grande posteggiatore chiamato Vincenzo Marmolini. L'interpretazione, veramente spumeggiante, ha delle punte di virtuosismo in corrispondenza del pezzo strumentale che divide le strofe, veramente carina!
la puntata si chiude con un brano che io sto ascoltando con una lacrima all'angolo degli occhi. Stiamo infatti ascoltando una bellissima versione di "Luna nova", che ascoltiamo da un'altra troupe di posteggiatori. Interessante la tecnica "popolare" sulla chitarra, che può ricordare da vicino alcuni tocchi delle tarantelle garganiche. La voce del posteggiatore, precisa e caratterizzata da un bellissimo falsetto, riesce veramente a dare l'espressione giusta a questa serenata alla città di Napoli.
Credo che si nota la particolare felicità con cui ho scritto questo commento, Di Giacomo è uno dei miei autori preferiti. Ovviamente sono anche felice per il fatto che, in fondo, non si sono dovuti sentire dischi esageratamente frusciati.
Come sempre, purtroppo, si ascolteranno solo incisioni d'epoca, quindi preparatevi ai miei commenti lacunosi.
Il ciclo comincia con una bellissima canzone, risalente al 1884, quindi a quando il nostro poeta aveva appena ventiquattro anni, che ascoltiamo da Tito Schipa. L'interpretazione del tenore leccese, va detto, riesce, e per me è raro, a trasmettere tutto il romanticismo di cui è intrisa "Napulitanata", che, effettivamente, invece di essere un ritratto della città, come potrebbe far pensare il titolo, è una bellissima serenata. Il ritmo, e forse questa è l'unica pecca, è un po' troppo veloce.
Si continua con un'incisione, almeno risalente agli anni Trenta, che ci permette di ascoltare un grandissimo cantante lirico, Mario San Marco, che interpreta "Oj marenà", canzone quasi a valzer dove si parla dell'amore di marinaio, non nel senso di amore infedele, ma di amore coltivato dalla gente di mare. Il tema, come sanno i conoscitori, è caro a moltissimi scrittori, ma forse a Di Giacomo specialmente. Il brano è uno di quelli caratterizzati dall'alternanza di momenti minori con altri maggiori.
Continuando si arriva a questa "Era de maggio", che si ascolta, con molto piacere, da Fernando de Lucia, tenore dalla voce potente ma dal canto discreto. Interessanti le fioriture ed i gorgheggi prima del ritornello.
Stiamo ascoltando un altro brano scritto da Di Giacomo nel 1885, dal titolo "Carulì cu st'uocchie nire nire". E' una serenatella giocosa, come spesso in futuro se ne continueranno a produrre. Il brano è interpretato da F. Perulli (non si sa il nome per intero del cantante!), artista dalla bella voce, che riesce a dare una giusta interpretazione a questa canzoncina binaria ed allegra.
Ora abbiamo il piacere di ascoltare la versione di Gennaro Pasquariello, noto cantante d'inizio Novecento di cui qui si parla spesso, di "Marechiaro", uno dei tanti classici di Di Giacomo. la particolarità maggiore di questa versione è la mancanza dell'acuto su "ca ll'aria è doce", e la ripetizione di questo verso nella parte di solito affidata solamente agli strumenti.
Dello stesso anno è questa famosissima "Oilì, oilà", che abbiamo ascoltato da un grande posteggiatore chiamato Vincenzo Marmolini. L'interpretazione, veramente spumeggiante, ha delle punte di virtuosismo in corrispondenza del pezzo strumentale che divide le strofe, veramente carina!
la puntata si chiude con un brano che io sto ascoltando con una lacrima all'angolo degli occhi. Stiamo infatti ascoltando una bellissima versione di "Luna nova", che ascoltiamo da un'altra troupe di posteggiatori. Interessante la tecnica "popolare" sulla chitarra, che può ricordare da vicino alcuni tocchi delle tarantelle garganiche. La voce del posteggiatore, precisa e caratterizzata da un bellissimo falsetto, riesce veramente a dare l'espressione giusta a questa serenata alla città di Napoli.
Credo che si nota la particolare felicità con cui ho scritto questo commento, Di Giacomo è uno dei miei autori preferiti. Ovviamente sono anche felice per il fatto che, in fondo, non si sono dovuti sentire dischi esageratamente frusciati.
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