Carissimi lettori, finalmente si torna a parlare di canzone napoletana in questo blog, con la terza puntata di "canzonenapoletana@rai.it" dedicata a Francesco Fiore (la seconda l'abbiamo saltata probabilmente per colpa mia!).
Si inizia con una canzone intitolata "Chi tene mamma", che ascoltiamo da un cantante particolarmente famoso in America chiamato Gennaro Cardenia. Il brano è uno di quelli mezzi in minore e mezzi in maggiore, dalla struttura "di giacca". E' il monologo di un innamorato arrabbiato con un'innamorata che lo ha lasciato, che si consola pensando a sua madre. E' bellissima e tragica.
Si arriva ad una delle canzoni più famose di Francesco Fiore, intitolata "Nun è Carmela mia". E' interpretata da Tito Schipa, l'usignolo di Lecce, che qui veramente dà il suo massimo, senza mai sfoderare quei colori popolareschi che in ambiente operistico non sono secondo me particolarmente belli. Il brano è un monologo di un innamorato che ritrova la propria amata ma non la riconosce quindi la rifiuta, bella.
Siamo con uno dei musicisti più prolifici della scena napoletana d'inizio secolo: Oscar Cattedra. La musica di questa "Nun sia maje" è caratterizzata da una precisa alternanza di strofe in un "modo minore" arricchito e di un ritornello in un "modo maggiore" altrettanto meticciato con tocchi minori. L'interpretazione che ascoltiamo è quella di Raffaele Balsamo, che riesce veramente a dare l'intensità giusta a questa serenata bella e paradossale.
Continuando si ascolta questa bellissima "Tu si spusata", che si gusta nell'interpretazione di Ciro Formisano, un tenore potente ma aggraziatissimo. Il brano ha la musica di Nicola Valente, ed è la storia di un innamorato che consiglia alla propria ex amata, che lui ancora ama profondamente, di ignorarlo. Il tappeto musicale ha una struttura di "giacca", paragonabile al più noto repertorio della coppia Bovio-Valente come "Brinneso".
Stiamo ascoltando un brano in tempo ternario dal titolo "'A sirena d''e canzone", inno alla napoletanità ed al rapporto profondo che i napoletani hanno con il canto, che si ascolta dalla voce di Giuseppe de Vita. Come in tutto questo repertorio, anche qui si ha il tipico quadro dei cantatori e della cantatrice che si trova davanti al mare affacciata ad un balcone. La voce del cantante è lirica ma è più leggera e l'impostazione non si sente. E' un brano bellissimo, che dimostra come questa città avesse trovato una maniera serena e profonda di raccontarsi in musica che la rende unica.
Per la prima volta devo dire di soffrire, perché questo disco di Salvatore Papaccio che ci permette di conoscere questa sconosciuta "Abbracciate cu mme" è davvero ridotto alla frutta. Il brano nonostante tutto è spassosissimo ed è veramente festoso, anche se del testo non prendo quasi niente. L'interpretazione di Papaccio, come spesso capita e sovente abbiamo qui sostenuto, è un po' esageratamente teatrale. L'allegria del brano, almeno secondo me, non è esattamente rispettata ma queste sono appunto opinioni personali e niente di più. E' comunque un brano molto bello. cantanti moderni, riprendete questi gioielli d'epoca!
E continuiamo a soffrire, se è possibile soffriamo ancora di più di prima. Il brano che si ascolta è molto bello, ma per farcelo ascoltare la Rai sta usando un disco ridotto alla frutta (aiuto!). La canzone si chiama "Parlame e chiagne" ed è interpretata da Ciro Formisano. E' un ritmo binario, eseguito in una tonalità minore con una scala non arricchita, anzi piuttosto semplice, se non fosse per un intervallo di quarta aumentata fortemente arabicizzante. Il ritornello, come è spesso avvenuto in questo repertorio, è più ricco della strofa in quanto i due "modi" convivono. Non mi sembra che questo brano si possa definire triste, anzi è solo romantico. Purtroppo, forse ve l'aspettavate, non sto capendo molto del testo.
E la puntata si conclude con una sofferenza a massimo grado elevata, rappresentata da un brano del 1928 intitolato "Io rido e chiagno". L'interprete è Salvatore Papaccio, che canta con sentimento dei versi dedicati alla madre musicati da Nicola Valente. Anche qui si ritrova quella vicinanza allo stile che molti associamo a certo repertorio sceneggiato di Bovio o anche Pacifico Vento. Il brano comunque è bello e riporta l'atmosfera dei posteggiatori, con il suo semplice accompagnamento mandolinistico. Suona strano questo gruppo cameristico per l'interpretazione del repertorio riconducibile al canto "di giacca", ma non fa un effetto sgradevole, anzi.
E' stata una bella puntata, con un po' di sofferenza ma ogni tanto purtroppo è obbligatoria.
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domenica 13 giugno 2010
domenica 23 maggio 2010
Commento alla puntata del 23/05/10 di "canzonenapoletana@rai.it"
Carissimi lettori, finalmente, dopo una settimana di digiuno, come sempre non annunciata come nella più normale tradizione Rai, si riprende a commentare le meravigliose puntate di "canzonenapoletana@rai.it".
Il ciclo che inizia è dedicato ad un altro poeta ritenuto spesso minore, ossia Francesco Fiore.
Si comincia con un brano di quelli binari, dove gli accordi minori e maggiori si dividono equamente strofe e ritornello. E' una descrizione spassosissima di quelli che sarebbero i migliori luoghi di amoreggiamento, visti direttamente dal punto di vista di questo sentimento che, quasi miracolosamente, acquista così una certa umanità.
L'interprete che abbiamo il piacere di ascoltare è il posteggiatore PietroMazzone, in un disco del 1911, fortunatamente ben tenuto.
E sulle stesse atmosfere arriva questo brano, musicato nel 1917 da E. A. Mario, intitolato "Chiammala 'nfamità". Non siamo più davanti ad un brano spassoso, anzi siamo davanti ad un brano pieno della sofferenza di un uomo lasciato.
Il brano è quasi una canzone di giacca, interpretata da uno dei migliori tenori di quel periodo, Raffaele Balsamo.
Si continua con un brano del 1918, l'unico che si sente in una versione moderna, questa "Guappo no!", che si ascolta da Mario Trevi. E' forse uno dei brani più drammatici di Fiore, dove un uomo si immagina di essere "guappo", ossia un po' "bravo" nel senso manzoniano del termine, ma alla fine si convince che non lo può essere. L'interpretazione è molto convincente, anche perché Mario Trevi è uno degli ultimi buoni interpreti di "canzoni di giacca" che ha Napoli.
Stiamo ascoltando un brano di quelli binari, completamente in maggiore, intitolato "'O piccerillo". Lo stiamo ascoltando da Roberto Ciaramella, uno dei più grandi interpreti d'inizio secolo per quanto riguarda il repertorio macchiettistico.
Stiamo ascoltando un pezzo intitolato "Comm'è difficile", interpretato da Salvatore Papaccio e scritto da Nicola Valente e Francesco Fiore nel 1922. E' la storia di un uomo che dice alla propria moglie che fare le cose facili e la cosa più difficile di questo mondo (forse è vero!).
E' un valzer che Papaccio interpreta con moltissima leggerezza, anche se sulle note lunghe vuole sempre dimostrare la stupenda potenza della sua voce.
Stiamo ascoltando un altro brano del 1922, molto più conosciuto e tutt'ora ascoltato con piacere (che nostalgia della versione di Teresa Rocco a Napoli nova!). Si parla di "Vommero e Margellina", scritto, come molto suo repertorio, da Francesco Fiore insieme al grande Gaetano Lama, conosciuto mondialmente come l'autore di "Reginella" (versi di Bovio, 1917).
E' la storia di due innamorati che stanno rispettivamente uno al Vomero e uno a Mergellina, e dei loro piani per sposarsi. E' molto carina, ed era da una vita che non la ascoltavo!
Si è ascoltata poi una bellissima habanera intitolata "Nun è chella ca dico io", che abbiamo sentito cantare a Giuseppe Milano. E' un ritmo non particolarmente usato ad inizio secolo a Napoli, ma forse è uno dei ritmi più adatti per la musicalità molto equilibrata del dialetto. Il brano si gioca su un incontro con un'innamorata talmente cambiata che non la si riconosce, e su questo si fanno numerose varianti spassose.
La puntata si chiude con un brano che io non amavo, ma solo perché non ne avevo mai sentito una versione che mi avesse attratto. Il brano è la marcettina spassosa "beneditto 'o mese austo". E' un brano di inno all'estate, come stagione caratterizzata dal risveglio delle ragazze, che si fanno finalmente vedere.
Comunque sono molto felice di questo ciclo, perché Francesco Fiore è uno dei poeti più prolifici ma meno conosciuti da chi, come me, è solo un grandissimo appassionato della canzone napoletana, ma magari non ha la possibilità di farsi una collezione grandiosa del suo repertorio (come me la vorrei fare!).
Appuntamento, ovviamente, alla prossima puntata!
Il ciclo che inizia è dedicato ad un altro poeta ritenuto spesso minore, ossia Francesco Fiore.
Si comincia con un brano di quelli binari, dove gli accordi minori e maggiori si dividono equamente strofe e ritornello. E' una descrizione spassosissima di quelli che sarebbero i migliori luoghi di amoreggiamento, visti direttamente dal punto di vista di questo sentimento che, quasi miracolosamente, acquista così una certa umanità.
L'interprete che abbiamo il piacere di ascoltare è il posteggiatore PietroMazzone, in un disco del 1911, fortunatamente ben tenuto.
E sulle stesse atmosfere arriva questo brano, musicato nel 1917 da E. A. Mario, intitolato "Chiammala 'nfamità". Non siamo più davanti ad un brano spassoso, anzi siamo davanti ad un brano pieno della sofferenza di un uomo lasciato.
Il brano è quasi una canzone di giacca, interpretata da uno dei migliori tenori di quel periodo, Raffaele Balsamo.
Si continua con un brano del 1918, l'unico che si sente in una versione moderna, questa "Guappo no!", che si ascolta da Mario Trevi. E' forse uno dei brani più drammatici di Fiore, dove un uomo si immagina di essere "guappo", ossia un po' "bravo" nel senso manzoniano del termine, ma alla fine si convince che non lo può essere. L'interpretazione è molto convincente, anche perché Mario Trevi è uno degli ultimi buoni interpreti di "canzoni di giacca" che ha Napoli.
Stiamo ascoltando un brano di quelli binari, completamente in maggiore, intitolato "'O piccerillo". Lo stiamo ascoltando da Roberto Ciaramella, uno dei più grandi interpreti d'inizio secolo per quanto riguarda il repertorio macchiettistico.
Stiamo ascoltando un pezzo intitolato "Comm'è difficile", interpretato da Salvatore Papaccio e scritto da Nicola Valente e Francesco Fiore nel 1922. E' la storia di un uomo che dice alla propria moglie che fare le cose facili e la cosa più difficile di questo mondo (forse è vero!).
E' un valzer che Papaccio interpreta con moltissima leggerezza, anche se sulle note lunghe vuole sempre dimostrare la stupenda potenza della sua voce.
Stiamo ascoltando un altro brano del 1922, molto più conosciuto e tutt'ora ascoltato con piacere (che nostalgia della versione di Teresa Rocco a Napoli nova!). Si parla di "Vommero e Margellina", scritto, come molto suo repertorio, da Francesco Fiore insieme al grande Gaetano Lama, conosciuto mondialmente come l'autore di "Reginella" (versi di Bovio, 1917).
E' la storia di due innamorati che stanno rispettivamente uno al Vomero e uno a Mergellina, e dei loro piani per sposarsi. E' molto carina, ed era da una vita che non la ascoltavo!
Si è ascoltata poi una bellissima habanera intitolata "Nun è chella ca dico io", che abbiamo sentito cantare a Giuseppe Milano. E' un ritmo non particolarmente usato ad inizio secolo a Napoli, ma forse è uno dei ritmi più adatti per la musicalità molto equilibrata del dialetto. Il brano si gioca su un incontro con un'innamorata talmente cambiata che non la si riconosce, e su questo si fanno numerose varianti spassose.
La puntata si chiude con un brano che io non amavo, ma solo perché non ne avevo mai sentito una versione che mi avesse attratto. Il brano è la marcettina spassosa "beneditto 'o mese austo". E' un brano di inno all'estate, come stagione caratterizzata dal risveglio delle ragazze, che si fanno finalmente vedere.
Comunque sono molto felice di questo ciclo, perché Francesco Fiore è uno dei poeti più prolifici ma meno conosciuti da chi, come me, è solo un grandissimo appassionato della canzone napoletana, ma magari non ha la possibilità di farsi una collezione grandiosa del suo repertorio (come me la vorrei fare!).
Appuntamento, ovviamente, alla prossima puntata!
domenica 9 maggio 2010
Commento alla puntata del 09/05/10 di "canzonenapoletana@rai.it"
Carissimi lettori, eccoci alla terza e ultima puntata di "canzonenapoletana@rai.it" dedicata ad Alfonso Mangione.
Si inizia con una spassosissima ma incomprensibile canzone degli anni Trenta, dal titolo "L'uommene su misura". L'interprete è Gilda Mignonette, che, con la sua solita maestria canta una melodia di Mario Nicolò.
E' un brano binario, prevalentemente in maggiore, condito però da interessanti e semplici passaggi in minore, messi in una parte precisa della strofa e caratterizzati da un breve rallentamento del ritmo.
Ci troviamo ora davanti ad uno spassosissimo e romanticissimo duetto intitolato "Canzone 'e ll'acqua chiara", cantata da Ebe de Paolis e da un cantante che non si è riconosciuto.
A livello musicale è una marcetta, ancora una volta i tempi binari, caratterizzata da un tipico intervallo di quarta aumentata che dà a questi pezzi una raffinatezza unica.
Il testo è una riflessione, che potrebbe ricordare certe poesie del grande Di Giacomo, sull'amore.
Abbiamo il piacere di ascoltare una bellissima canzoncina divertente intitolata "'A pinnicillina", che utilizza questa parola in una serenata ad una donna. La voce di Roberto Murolo, nonostante il suo essere accompagnata da un'orchestra, è già quella dolce e perfetta che in molti amiamo.
la sua dizione, non c'è neanche bisogno di dirlo, è già perfetta. Spero che qualcuno, sarebbe ora davvero, pubblichi finalmente un'antologia del primissimo murolo.
Andando avanti, siamo ormai alla fine, arriviamo al 1949 anno di uscita di questa "Cummendatore e grazie". E' un altro di questi brani binari che erano l'ideale per la poesia saltellante di Mangione. Capisco poco il testo, purtroppo, ma è un pezzo di quelli festivalieri, non a caso fu lanciato ad una Piedigrotta.
Eccoci ad un brano dell'anno successivo, scritto come il precedente insieme a Evemero Nardella, intitolato "Fazzulettiello 'e seta".
E' un brano di quelli un po' crepuscolari, ma il crepuscolarismo arricchisce una bella e triste serenata, dedicata ad un fazzolettino di seta, che ascolta la tristezza di un'innamorata che deve lasciare l'uomo che veramente ama per un altro. Questo personaggio maschile, il lasciato, è colui che racconta questa storia, con una melodia in minore impreziosita da una scala con gradi aumentati.
Nel 1954 Alfonso Mangione fa in tempo a partecipare ad uno dei primissimi festival della canzone napoletana, con una bellissima ballata su musica di Mario Cosentino. E' una ballata raffinata, che mischia parti maggiori e minori in maniera già non prevedibile.
L'ultimo brano è "Cienti bbaci", una macchiettuccia spassosa che si ascolta dalla voce di quello che è stato il più grande interprete di musica da teatro, sia essa sceneggiata o macchietta. Naturalmente ci stiamo riferendo a Nino Taranto, che interpreta questa canzoncina, binaria come sempre, dove un innamorato, un po' esagerato, chiede cento baci dalla propria innamorata.
Meraviglioso ciclo, speriamo che il prossimo sia altrettanto buono.
Si inizia con una spassosissima ma incomprensibile canzone degli anni Trenta, dal titolo "L'uommene su misura". L'interprete è Gilda Mignonette, che, con la sua solita maestria canta una melodia di Mario Nicolò.
E' un brano binario, prevalentemente in maggiore, condito però da interessanti e semplici passaggi in minore, messi in una parte precisa della strofa e caratterizzati da un breve rallentamento del ritmo.
Ci troviamo ora davanti ad uno spassosissimo e romanticissimo duetto intitolato "Canzone 'e ll'acqua chiara", cantata da Ebe de Paolis e da un cantante che non si è riconosciuto.
A livello musicale è una marcetta, ancora una volta i tempi binari, caratterizzata da un tipico intervallo di quarta aumentata che dà a questi pezzi una raffinatezza unica.
Il testo è una riflessione, che potrebbe ricordare certe poesie del grande Di Giacomo, sull'amore.
Abbiamo il piacere di ascoltare una bellissima canzoncina divertente intitolata "'A pinnicillina", che utilizza questa parola in una serenata ad una donna. La voce di Roberto Murolo, nonostante il suo essere accompagnata da un'orchestra, è già quella dolce e perfetta che in molti amiamo.
la sua dizione, non c'è neanche bisogno di dirlo, è già perfetta. Spero che qualcuno, sarebbe ora davvero, pubblichi finalmente un'antologia del primissimo murolo.
Andando avanti, siamo ormai alla fine, arriviamo al 1949 anno di uscita di questa "Cummendatore e grazie". E' un altro di questi brani binari che erano l'ideale per la poesia saltellante di Mangione. Capisco poco il testo, purtroppo, ma è un pezzo di quelli festivalieri, non a caso fu lanciato ad una Piedigrotta.
Eccoci ad un brano dell'anno successivo, scritto come il precedente insieme a Evemero Nardella, intitolato "Fazzulettiello 'e seta".
E' un brano di quelli un po' crepuscolari, ma il crepuscolarismo arricchisce una bella e triste serenata, dedicata ad un fazzolettino di seta, che ascolta la tristezza di un'innamorata che deve lasciare l'uomo che veramente ama per un altro. Questo personaggio maschile, il lasciato, è colui che racconta questa storia, con una melodia in minore impreziosita da una scala con gradi aumentati.
Nel 1954 Alfonso Mangione fa in tempo a partecipare ad uno dei primissimi festival della canzone napoletana, con una bellissima ballata su musica di Mario Cosentino. E' una ballata raffinata, che mischia parti maggiori e minori in maniera già non prevedibile.
L'ultimo brano è "Cienti bbaci", una macchiettuccia spassosa che si ascolta dalla voce di quello che è stato il più grande interprete di musica da teatro, sia essa sceneggiata o macchietta. Naturalmente ci stiamo riferendo a Nino Taranto, che interpreta questa canzoncina, binaria come sempre, dove un innamorato, un po' esagerato, chiede cento baci dalla propria innamorata.
Meraviglioso ciclo, speriamo che il prossimo sia altrettanto buono.
lunedì 3 maggio 2010
Commento alla puntata del 02/05/10 di "canzonenapoletana@rai.it
Carissimi lettori, con un giorno di ritardo dato che il computer m'aveva detto "ci vediamo un giorno di questi", ecco la seconda puntata su Alfonso Mangione commentata da me. (ovviamente i parla di "canzonenapoletana@rai.it".
Si inizia con uno spassosissimo brano binario musicato da Staffelli, che si ha il piacere di ascoltare da Paolo Sardisco.
Si parla, credo, di un innamorato che si lamenta del fatto che la sua innamorata non lo corrisponda in questo giorno festoso, in questo sabato.
Nell'ultima strofa, compatibilmente con lo spirito di Mangione, la poesia si risolve in un incontro allegro e romantico tra i due, che giustifica questa bellissima musica binaria che mette tanta allegria.
Dello stesso anno, dopo "Sabato senza sole", si ascolta "'O veleno", valzerino lento con la musica di uno dei musicisti di punta di quel periodo, il grande Nicola Valente. L'interprete è Gilda Mignonette, la grande signora della canzone napoletana tra Napoli e New York.
Il testo, purtroppo, è incomprensibile, quindi qui finisce la trattazione del brano (il disco è veramente ridotto più che alla frutta!).
Ed eccoci a Gennaro Pasquariello, che canta un brano del 1929 il cui titolo non mi è arrivato alle orecchie. E' la storia di uno di quei personaggi alla "Rosso malpelo" di verghiana memoria, condito con ancora più dramma, e tinteggiato con pennellate più da sceneggiata che altro.
E' bella ma è veramente inascoltabile. Il brano si chiama "'O lupo".
Stiamo ascoltando Arturo Gigliati, probabilmente lo stesso che qualche anno dopo renderà ancora più notevole la già di per sé ricca poesia napoletana, che interpreta nel 1930 questa marcetta intitolata 'A pusteggia". Il testo non lo capisco, ed è difficilissimo anche parlarvi della melodia, ma posso dire che è uno di quei brani in minore, caratterizzati dalla raffinatezza e da certi "diminuendi" interessantissimi.
Del 1931 è questa "'A muntagna", che viene interpretata da Vittorio Parisi, grande tenore di quegli anni. Il brano, sia a livello di testo che a livello di musica, ricorda "Sciummo", pezzo abbastanza famoso del Festival di Napoli del 1952. E' in tonalità minore, caratterizzato da una scala popolare che rievoca benissimo questo quadretto di uno spaccalegna e la sua tristezza, raccontata in terza persona, anche se il protagonista è colui che parla.
Dello stesso anno è questa "'A riva 'e mare", uno di quei brani caratterizzati dall'alternanza tra parti in minore ed in maggiore. La musica è di Gaetano Spagnuolo, ottimo musicista di quegli anni. Non so dirvi bene del testo, perché, come sempre, stiamo ascoltando incisioni d'epoca.
Non so neanche dirvi che ritmo sia precisamente, d'altronde all'epoca i compositori erano caratterizzati da una maggior fantasia ritmica rispetto ad oggi.
La puntata si chiude con una bellissima canzone, intitolata "Canzone felice", musicata da Nicola Valente e cantata da Vittorio Parisi. Non riesco purtroppo a dirvi di più, naturalmente non per colpa mia, scusate sempre scusate!
Si inizia con uno spassosissimo brano binario musicato da Staffelli, che si ha il piacere di ascoltare da Paolo Sardisco.
Si parla, credo, di un innamorato che si lamenta del fatto che la sua innamorata non lo corrisponda in questo giorno festoso, in questo sabato.
Nell'ultima strofa, compatibilmente con lo spirito di Mangione, la poesia si risolve in un incontro allegro e romantico tra i due, che giustifica questa bellissima musica binaria che mette tanta allegria.
Dello stesso anno, dopo "Sabato senza sole", si ascolta "'O veleno", valzerino lento con la musica di uno dei musicisti di punta di quel periodo, il grande Nicola Valente. L'interprete è Gilda Mignonette, la grande signora della canzone napoletana tra Napoli e New York.
Il testo, purtroppo, è incomprensibile, quindi qui finisce la trattazione del brano (il disco è veramente ridotto più che alla frutta!).
Ed eccoci a Gennaro Pasquariello, che canta un brano del 1929 il cui titolo non mi è arrivato alle orecchie. E' la storia di uno di quei personaggi alla "Rosso malpelo" di verghiana memoria, condito con ancora più dramma, e tinteggiato con pennellate più da sceneggiata che altro.
E' bella ma è veramente inascoltabile. Il brano si chiama "'O lupo".
Stiamo ascoltando Arturo Gigliati, probabilmente lo stesso che qualche anno dopo renderà ancora più notevole la già di per sé ricca poesia napoletana, che interpreta nel 1930 questa marcetta intitolata 'A pusteggia". Il testo non lo capisco, ed è difficilissimo anche parlarvi della melodia, ma posso dire che è uno di quei brani in minore, caratterizzati dalla raffinatezza e da certi "diminuendi" interessantissimi.
Del 1931 è questa "'A muntagna", che viene interpretata da Vittorio Parisi, grande tenore di quegli anni. Il brano, sia a livello di testo che a livello di musica, ricorda "Sciummo", pezzo abbastanza famoso del Festival di Napoli del 1952. E' in tonalità minore, caratterizzato da una scala popolare che rievoca benissimo questo quadretto di uno spaccalegna e la sua tristezza, raccontata in terza persona, anche se il protagonista è colui che parla.
Dello stesso anno è questa "'A riva 'e mare", uno di quei brani caratterizzati dall'alternanza tra parti in minore ed in maggiore. La musica è di Gaetano Spagnuolo, ottimo musicista di quegli anni. Non so dirvi bene del testo, perché, come sempre, stiamo ascoltando incisioni d'epoca.
Non so neanche dirvi che ritmo sia precisamente, d'altronde all'epoca i compositori erano caratterizzati da una maggior fantasia ritmica rispetto ad oggi.
La puntata si chiude con una bellissima canzone, intitolata "Canzone felice", musicata da Nicola Valente e cantata da Vittorio Parisi. Non riesco purtroppo a dirvi di più, naturalmente non per colpa mia, scusate sempre scusate!
domenica 25 aprile 2010
Commento alla puntata del 26/04/10 di Canzonenapoletana@rai.it"
Carissimi lettori, ecco che comincia un altro ciclo di "canzonenapoletana@rai.it". Ci si occuperà di Alfonso Mangione, poeta che ha scritto quel classico sfizioso ed amaro intitolato "'A cascia forte".
Si inizia con un brano che, purtroppo, si ascolta tronco poiché nell'archivio sonoro della canzone napoletana, non vi è una versione completa di questa simpaticissima "Primavera deliziosa", che abbiamo ascoltato da un giovanissimo Sergio Bruni.
E si comincia a soffrire, con un bellissimo brano intitolato "'O belvedere", che però viene ascoltato da un settantotto giri ridotto alla frutta. L'interprete è il grande Salvatore Papaccio. Il brano è caratterizzato da quell'allegrezza crepuscolare che è un po' la corda segreta di questa canzone storica napoletana. La musica, scritta abilmente da Umberto Colonnese, è un tipico brano in maggiore che, specialmente nel ritornello, si apre all'uso di accordi di settima e minori, la cui presenza porta con sé un rallentamento di ritmo, che permette al tenore di sfoderare la sua teatralità.
Ed eccoci a questo valzerino lento ed in minore, intitolato "'E bastimente". Nelle mani di Mangione, anche se la drammaticità è presente, anche l'emigrazione diventa leggera. Si può dire che, paradossalmente, la drammaticità è rappresentata da Staffelli, musicista di questi versi, con accordi maggiori. E' veramente un gioiello, una meraviglia, una vera rarità.
Ed andando avanti si trova un brano dedicato a quel rapporto tra barca ed amore, che è una delle tematiche più fertili della canzone napoletana. Il brano, ancora una volta, si divide in due parti, una in minore ed una in maggiore. Abbiamo il piacere di scoprire la voce di un perfetto ed aggraziato tenore chiamato Ciro Formisano, che riesce a dare a questo valzerino contemporaneamente complicato e semplice, una dolcezza veramente unica.
La voce del cantante, anche laddove sfodera le note lunghe e forti, non diventa mai tragica, permettendo di apprezzare e tradurre musicalmente in maniera unica l'atmosfera di questo testo.
Continuando con questo ritmo ternario e con questi brani divisi in una strofa in minore ed un ritornello in maggiore, si trova questa "Canzone 'e mezzanotte", bellissima serenata che abbiamo il piacere di ascoltare dalla voce di Giuseppe Milano. Se dovessi trovare un contraltare a Mangione tra i poeti "maggiori" della canzone napoletana, forse parlerei di Ernesto Murolo che, negli stessi anni, era caratterizzato dalla stessa sete di pittoresco e descrittivo. La particolarità di questo brano, forse, è che il ritorno in minore per ricominciare la strofa, non avviene di colpo dopo la fine del ritornello, ma avviene durante il ritornello stesso.
Andando avanti abbiamo la possibilità di ascoltare questa "Nun se trase", che ci viene cantata da Salvatore Papaccio. E' un brano assolutamente binario, nello stile più tipico del suo compositore, quell'Umberto Colonnese che avevamo già trovato in precedenza e ormai possiamo dire di iniziare a conoscere. Non mancano i rallentamenti, le pause e le raffinatezze, ma l'allegria qui ha tutto il diritto di entrarci nell'anima, anche se preferisco andare cauta poiché non capisco niente del testo, dato che il disco che stiamo ascoltando è ridotto alla frutta.
Ed ecco un altro ritratto di reti, pescatori ed amore, così tipici della canzone napoletana di quegli anni, che non perdeva tempo, nonostante le accuse a cui ha portato alcuni intellettuali chiusi e stereotipi, anzi ha raccontato con poeticità insuperabile le sue figure.
Il brano, intitolato "'A rezza", è stato musicato da Attilio Staffelli nel 1927, è un valzerino lento e romantico, che abbiamo sentito interpretare, con perfezione insuperabile, da Gennaro Pasquariello.
La puntata si chiude con un brano che purtroppo non si può ascoltare, ossia con una versione bellissima di "'A casciaforte", il brano che ha fatto restare Alfonso Mangione nella storia della canzone napoletana. Io vi consiglio di ascoltarvi la versione di Roberto Murolo nella sua "Napoletana. Antologia cronologica della canzone partenopea" che, forse come nessuna, riesce a far trasparire la profonda amarezza che l'autore mette in questa enumerazione di oggetti ormai antichi e caduti in disuso.
Spero di avervi fatto venire voglia di andare a buttarvi in mezzo a queste rarità, perché la canzone napoletana è una miniera dal potenziale infinito.
Si inizia con un brano che, purtroppo, si ascolta tronco poiché nell'archivio sonoro della canzone napoletana, non vi è una versione completa di questa simpaticissima "Primavera deliziosa", che abbiamo ascoltato da un giovanissimo Sergio Bruni.
E si comincia a soffrire, con un bellissimo brano intitolato "'O belvedere", che però viene ascoltato da un settantotto giri ridotto alla frutta. L'interprete è il grande Salvatore Papaccio. Il brano è caratterizzato da quell'allegrezza crepuscolare che è un po' la corda segreta di questa canzone storica napoletana. La musica, scritta abilmente da Umberto Colonnese, è un tipico brano in maggiore che, specialmente nel ritornello, si apre all'uso di accordi di settima e minori, la cui presenza porta con sé un rallentamento di ritmo, che permette al tenore di sfoderare la sua teatralità.
Ed eccoci a questo valzerino lento ed in minore, intitolato "'E bastimente". Nelle mani di Mangione, anche se la drammaticità è presente, anche l'emigrazione diventa leggera. Si può dire che, paradossalmente, la drammaticità è rappresentata da Staffelli, musicista di questi versi, con accordi maggiori. E' veramente un gioiello, una meraviglia, una vera rarità.
Ed andando avanti si trova un brano dedicato a quel rapporto tra barca ed amore, che è una delle tematiche più fertili della canzone napoletana. Il brano, ancora una volta, si divide in due parti, una in minore ed una in maggiore. Abbiamo il piacere di scoprire la voce di un perfetto ed aggraziato tenore chiamato Ciro Formisano, che riesce a dare a questo valzerino contemporaneamente complicato e semplice, una dolcezza veramente unica.
La voce del cantante, anche laddove sfodera le note lunghe e forti, non diventa mai tragica, permettendo di apprezzare e tradurre musicalmente in maniera unica l'atmosfera di questo testo.
Continuando con questo ritmo ternario e con questi brani divisi in una strofa in minore ed un ritornello in maggiore, si trova questa "Canzone 'e mezzanotte", bellissima serenata che abbiamo il piacere di ascoltare dalla voce di Giuseppe Milano. Se dovessi trovare un contraltare a Mangione tra i poeti "maggiori" della canzone napoletana, forse parlerei di Ernesto Murolo che, negli stessi anni, era caratterizzato dalla stessa sete di pittoresco e descrittivo. La particolarità di questo brano, forse, è che il ritorno in minore per ricominciare la strofa, non avviene di colpo dopo la fine del ritornello, ma avviene durante il ritornello stesso.
Andando avanti abbiamo la possibilità di ascoltare questa "Nun se trase", che ci viene cantata da Salvatore Papaccio. E' un brano assolutamente binario, nello stile più tipico del suo compositore, quell'Umberto Colonnese che avevamo già trovato in precedenza e ormai possiamo dire di iniziare a conoscere. Non mancano i rallentamenti, le pause e le raffinatezze, ma l'allegria qui ha tutto il diritto di entrarci nell'anima, anche se preferisco andare cauta poiché non capisco niente del testo, dato che il disco che stiamo ascoltando è ridotto alla frutta.
Ed ecco un altro ritratto di reti, pescatori ed amore, così tipici della canzone napoletana di quegli anni, che non perdeva tempo, nonostante le accuse a cui ha portato alcuni intellettuali chiusi e stereotipi, anzi ha raccontato con poeticità insuperabile le sue figure.
Il brano, intitolato "'A rezza", è stato musicato da Attilio Staffelli nel 1927, è un valzerino lento e romantico, che abbiamo sentito interpretare, con perfezione insuperabile, da Gennaro Pasquariello.
La puntata si chiude con un brano che purtroppo non si può ascoltare, ossia con una versione bellissima di "'A casciaforte", il brano che ha fatto restare Alfonso Mangione nella storia della canzone napoletana. Io vi consiglio di ascoltarvi la versione di Roberto Murolo nella sua "Napoletana. Antologia cronologica della canzone partenopea" che, forse come nessuna, riesce a far trasparire la profonda amarezza che l'autore mette in questa enumerazione di oggetti ormai antichi e caduti in disuso.
Spero di avervi fatto venire voglia di andare a buttarvi in mezzo a queste rarità, perché la canzone napoletana è una miniera dal potenziale infinito.
domenica 18 aprile 2010
Commento alla puntata del 18/04/10 di "canzonenapoletana@rai.it
Carissimi lettori, eccoci al nostro ormai consolidato appuntamento domenicale con la canzone napoletana. Si parlerà dell'ultima puntata che Paquito del Bosco, direttore dell'Archivio storico della canzone napoletana e grande esperto della materia, dedica a Salvatore di Giacomo.
Il primo brano che si ascolta è binario e veloce e si intitola "Cara mammà". E' un brano dove un soldato di origini napoletane ricorda la sua città dove non è nato ma a cui è legato da sua madre. Musicalmente è pittoresco, anche il testo, nonostante quella tristezza tipica delle tematiche affrontate, non è per niente patetico. Il suono del dialetto napoletano fa semplicemente e immancabilmente volare.
Continuando si ascolta un'altra grande voce di quegli anni (la canzone precedente era cantata da Ria Rosa), ossia Ada Bruges che interpreta "Mierolo affortunato", versi di Di Giacomo musicati, con particolare fortuna, da E. A. Mario. Non c'è niente di teatrale nel canto di questo agilissimo soprano, ci sono solo belllissime fioriture che veramente fanno pensare ad un uccello che canta su un albero. L'unica cosa che si può dire, magari, è che la parola "s'annasconne" non è pronunciata con l'importanza che ha nel testo, ma è un'opinione personale. Se si vogliono sentire versioni moderne di questa canzone, non c'è che l'imbarazzo della scelta, secondo me le migliori sono quelle di Roberto Murolo nella "Napoletana. Antologia cronologica della canzone partenopea" e di Sergio Bruni.
Andando avanti si ascolta questa "Canzona 'mbriaca", con la musica di E. A. Mario. L'interpretazione che si ascolta è di Mario Pasqualillo. Il brano, che avevamo sentito la scorsa settimana con una melodia quasi sicuramente modale creata da Ildebrando Pizzetti, ora lo troviamo cme un semplicissimo valzer lento che si alterna tra parti minori ed altre in maggiore. La versione di Pasqualillo è veramente notevole, ma io vi consiglio di scoprire quella di Enzo Romagnoli, che secondo me è il miglior interprete che la canzone sceneggiata napoletana ha mai conosciuto.
Sempre sullo stesso ritmo troviamo questa "Dimane chi sa?", che ascoltiamo in un'incisione di Francesco Daddi, quasi sicuramente risalente all'inizio del Novecento, non a caso è quasi inascoltabile. Fortunatamente, questo valzerino lento e semplicemente filosofico, lo si può sentire in una bellissima versione di Roberto Murolo nel suo cofanetto "Roberto Murolo canta i grandi della canzone napoletana", di cui qui, a suo tempo, si è ampiamente parlato.
Dopo la morte di Di Giacomo, anche i suoi versi che non avevano avuto musica in vita del poeta, l'hanno avuta per mano di grandi musicisti. Ora, dalla voce di Alfredo Iandoli, stiamo ascoltando questa canzone di cui non ho capito il titolo. La melodia è abbastanza triste, anche se Di Giacomo nel testo ha indicato il ritmo di tarantella, per il quale aveva una predilezione del tutto personale.
L'interpretazione è veramente piacevole, ed è eseguita rispettando molti stilemi delle canzoni classiche del repertorio digiacomiano.
E torniamo ad E. A. Mario, che è stato il musicista che, forse, più di ogni altro ha tenuto a dare vita musicale ai versi di Di Giacomo nella sua ultima stagione e dopo la sua morte.
E' del 1946 questa sfiziosissima e perfetta "Mierolo appretatore", dove c'è un uomo rassegnato al fatto di essere stato lasciato dalla sua innamorata, che sfoga la sua allegria mista a tristezza con un merlo. L'interpretazione che ascoltiamo è di Ferdinando Rubino, notevole tenore degli anni Venti, Trenta e Quaranta.
la puntata si chiude con una canzone, musicata sempre da E. A. Mario e presentata sempre alla Piedigrotta del 1946, intitolata "Zingara 'nnammurata" interpretata da Eva nova.
E' caratterizzata da due parti abbastanza chiare, una più lenta, paragonabile a certo repertorio di Di Giacomo di ispirazione religiosa come "A San Francisco", ed un'altra più veloce e spassosa che però è molto breve, quindi non permette alla sensazione di entrarci nell'anima.
Il testo, purtroppo, lo capisco pochissimo, quindi non ne posso parlare.
Spero che vi sia piaciuto, purtroppo si continua ancora con autori storici, ma speriamo che i dischi saranno in condizioni migliori.
Il primo brano che si ascolta è binario e veloce e si intitola "Cara mammà". E' un brano dove un soldato di origini napoletane ricorda la sua città dove non è nato ma a cui è legato da sua madre. Musicalmente è pittoresco, anche il testo, nonostante quella tristezza tipica delle tematiche affrontate, non è per niente patetico. Il suono del dialetto napoletano fa semplicemente e immancabilmente volare.
Continuando si ascolta un'altra grande voce di quegli anni (la canzone precedente era cantata da Ria Rosa), ossia Ada Bruges che interpreta "Mierolo affortunato", versi di Di Giacomo musicati, con particolare fortuna, da E. A. Mario. Non c'è niente di teatrale nel canto di questo agilissimo soprano, ci sono solo belllissime fioriture che veramente fanno pensare ad un uccello che canta su un albero. L'unica cosa che si può dire, magari, è che la parola "s'annasconne" non è pronunciata con l'importanza che ha nel testo, ma è un'opinione personale. Se si vogliono sentire versioni moderne di questa canzone, non c'è che l'imbarazzo della scelta, secondo me le migliori sono quelle di Roberto Murolo nella "Napoletana. Antologia cronologica della canzone partenopea" e di Sergio Bruni.
Andando avanti si ascolta questa "Canzona 'mbriaca", con la musica di E. A. Mario. L'interpretazione che si ascolta è di Mario Pasqualillo. Il brano, che avevamo sentito la scorsa settimana con una melodia quasi sicuramente modale creata da Ildebrando Pizzetti, ora lo troviamo cme un semplicissimo valzer lento che si alterna tra parti minori ed altre in maggiore. La versione di Pasqualillo è veramente notevole, ma io vi consiglio di scoprire quella di Enzo Romagnoli, che secondo me è il miglior interprete che la canzone sceneggiata napoletana ha mai conosciuto.
Sempre sullo stesso ritmo troviamo questa "Dimane chi sa?", che ascoltiamo in un'incisione di Francesco Daddi, quasi sicuramente risalente all'inizio del Novecento, non a caso è quasi inascoltabile. Fortunatamente, questo valzerino lento e semplicemente filosofico, lo si può sentire in una bellissima versione di Roberto Murolo nel suo cofanetto "Roberto Murolo canta i grandi della canzone napoletana", di cui qui, a suo tempo, si è ampiamente parlato.
Dopo la morte di Di Giacomo, anche i suoi versi che non avevano avuto musica in vita del poeta, l'hanno avuta per mano di grandi musicisti. Ora, dalla voce di Alfredo Iandoli, stiamo ascoltando questa canzone di cui non ho capito il titolo. La melodia è abbastanza triste, anche se Di Giacomo nel testo ha indicato il ritmo di tarantella, per il quale aveva una predilezione del tutto personale.
L'interpretazione è veramente piacevole, ed è eseguita rispettando molti stilemi delle canzoni classiche del repertorio digiacomiano.
E torniamo ad E. A. Mario, che è stato il musicista che, forse, più di ogni altro ha tenuto a dare vita musicale ai versi di Di Giacomo nella sua ultima stagione e dopo la sua morte.
E' del 1946 questa sfiziosissima e perfetta "Mierolo appretatore", dove c'è un uomo rassegnato al fatto di essere stato lasciato dalla sua innamorata, che sfoga la sua allegria mista a tristezza con un merlo. L'interpretazione che ascoltiamo è di Ferdinando Rubino, notevole tenore degli anni Venti, Trenta e Quaranta.
la puntata si chiude con una canzone, musicata sempre da E. A. Mario e presentata sempre alla Piedigrotta del 1946, intitolata "Zingara 'nnammurata" interpretata da Eva nova.
E' caratterizzata da due parti abbastanza chiare, una più lenta, paragonabile a certo repertorio di Di Giacomo di ispirazione religiosa come "A San Francisco", ed un'altra più veloce e spassosa che però è molto breve, quindi non permette alla sensazione di entrarci nell'anima.
Il testo, purtroppo, lo capisco pochissimo, quindi non ne posso parlare.
Spero che vi sia piaciuto, purtroppo si continua ancora con autori storici, ma speriamo che i dischi saranno in condizioni migliori.
domenica 11 aprile 2010
Commento alla puntata del 11/04/10 di canzonenapoletana@rai.it".
Carissimi lettori, eccoci al commento alla sesta puntata che "canzonenapoletana@rai.it" dedica a Salvatore di Giacomo. Si inizia con una romanza, composta da Ildebrando Pizzetti, su un testo intitolato "Canzona 'mbriaca". E' abbastanza contemporanea, e, almeno secondo me, non è molto rispettosa delle armonie insite nella versificazione di Di Giacomo. Se si vuole parlare del testo, che stiamo ascoltando dalla voce di Francesco Albanese, è una tipica canzone di gelosia, paragonabile a ciò che molto più spesso faceva Libero Bovio in brani come "Brinneso". La melodia è completamente modale, ma non con la naturalezza con cui lo è certa musica popolare del Sud Italia, ma con quella radicalità innovatrice che ad inizio secolo, a partire da musicisti dell'est Europa, questo uso musicale ha assunto.
Sullo stesso stile arriva questa "Assunta", sempre musicata da Pizzetti. E' una bellissima poesia, perché, e va detto, Di Giacomo è stato un grandissimo poeta fino alla fine dei suoi giorni.
E' un po' pesante questo repertorio, d'altronde io non ho mai amato la musica classica del Novecento. Per me, lo confesso dato che mi è data l'occasione, la musica classica finisce con l'Ottocento e con il romanticismo, apro delle eccezioni per alcune opere di compositori come Ravel, Bartok o Foret (spero si scriva così!).
Finalmente si comincia a sentire veramente "canzone classica napoletana", con una bellissima e sconosciuta "Torna a marechiaro", che ascoltiamo dalla voce potente e discreta di Gino Ruggero. E' un brano con la musica di E. A. Mario, un musicista che è stato forse l'ultimo grande compagno della carriera musicale di Di Giacomo. Il brano è un tipico esempio di brano con alternanza di strofe minori e ritornelli in maggiore.
Si va avanti con un altro sconosciuto gioiello della produzione di Di Giacomo, dal titolo "Aurora int'o specchio". La sua musica, a tempo di valzer dolce ed allegro, è di Gaetano Spagnolo. Gli accordi minori, questa volta, si insinuano giusto per dare un tocco di raffinatezza ad una melodia che,altrimenti, è semplicemente festosa, come il sincero amore del protagonista. Il testo, infatti, è una delle tante serenate napoletane scritte da Di Giacomo. La stiamo ascoltando da un disco d'epoca ma non frusciatissimo, dalla voce di Vittorio Parisi.
Dello stesso anno è questa "L''ora 'e ll'appuntamento", versi musicati da Ferdinando Albano, musicista che negli stessi anni formava con Bovio una delle più prolifiche coppie della canzone napoletana, specialmente dedicata alle "canzoni di giacca" o sceneggiate. Il brano è difficile da descrivere perché, contrariamente a ciò che avevamo ascoltato fino ad ora, il disco di Vittorio Parisi da cui si ascolta il brano, è assolutamente rovinato.
La puntata, costellata di rarità, si chiude con un altro brano sconosciuto intitolato "Zingara nera". La musica è di E' A. Mario, e già vi si riconoscono le pennellate armoniche che già si trovano in brani, coevi o leggermente precedenti, come "I', 'na chitarra 'e 'a luna" o "Funtana all'ombra". La dolcezza della melodia si sposa con il timbro perfetto ed alto di Raffaele Balsamo, per creare una delle più perfette alchimie tra musica e testo che io conosca.
Spero che vi sia piaciuto questo commento, con la prossima si chiude il ciclo di Di Giacomo, e mi voglio augurare che si tratti poi un poeta almeno dagli anni Trenta in avanti (di dischi frusciati non ne posso più!).
Sullo stesso stile arriva questa "Assunta", sempre musicata da Pizzetti. E' una bellissima poesia, perché, e va detto, Di Giacomo è stato un grandissimo poeta fino alla fine dei suoi giorni.
E' un po' pesante questo repertorio, d'altronde io non ho mai amato la musica classica del Novecento. Per me, lo confesso dato che mi è data l'occasione, la musica classica finisce con l'Ottocento e con il romanticismo, apro delle eccezioni per alcune opere di compositori come Ravel, Bartok o Foret (spero si scriva così!).
Finalmente si comincia a sentire veramente "canzone classica napoletana", con una bellissima e sconosciuta "Torna a marechiaro", che ascoltiamo dalla voce potente e discreta di Gino Ruggero. E' un brano con la musica di E. A. Mario, un musicista che è stato forse l'ultimo grande compagno della carriera musicale di Di Giacomo. Il brano è un tipico esempio di brano con alternanza di strofe minori e ritornelli in maggiore.
Si va avanti con un altro sconosciuto gioiello della produzione di Di Giacomo, dal titolo "Aurora int'o specchio". La sua musica, a tempo di valzer dolce ed allegro, è di Gaetano Spagnolo. Gli accordi minori, questa volta, si insinuano giusto per dare un tocco di raffinatezza ad una melodia che,altrimenti, è semplicemente festosa, come il sincero amore del protagonista. Il testo, infatti, è una delle tante serenate napoletane scritte da Di Giacomo. La stiamo ascoltando da un disco d'epoca ma non frusciatissimo, dalla voce di Vittorio Parisi.
Dello stesso anno è questa "L''ora 'e ll'appuntamento", versi musicati da Ferdinando Albano, musicista che negli stessi anni formava con Bovio una delle più prolifiche coppie della canzone napoletana, specialmente dedicata alle "canzoni di giacca" o sceneggiate. Il brano è difficile da descrivere perché, contrariamente a ciò che avevamo ascoltato fino ad ora, il disco di Vittorio Parisi da cui si ascolta il brano, è assolutamente rovinato.
La puntata, costellata di rarità, si chiude con un altro brano sconosciuto intitolato "Zingara nera". La musica è di E' A. Mario, e già vi si riconoscono le pennellate armoniche che già si trovano in brani, coevi o leggermente precedenti, come "I', 'na chitarra 'e 'a luna" o "Funtana all'ombra". La dolcezza della melodia si sposa con il timbro perfetto ed alto di Raffaele Balsamo, per creare una delle più perfette alchimie tra musica e testo che io conosca.
Spero che vi sia piaciuto questo commento, con la prossima si chiude il ciclo di Di Giacomo, e mi voglio augurare che si tratti poi un poeta almeno dagli anni Trenta in avanti (di dischi frusciati non ne posso più!).
domenica 4 aprile 2010
Commento alla puntata del 4/04/10 di "canzonenapoletana@rai.it"
Carissimi lettori, dopo una settimana di digiuno, torniamo a commentare le bellissime puntate che "canzonenapoletana@rai.it" dedica a Salvatore di Giacomo.
Si inizia con un brano risalente al 1910 intitolato "'A riggina d'o mare", che ascoltiamo dalle voci maschili di Mario Massa e Aldo Gabrin.
Musicalmente è una tarantella, come si facevano all'epoca in ambito semicolto, ossia con quella raffinatezza che non permette di farsi prendere dal ritmo.
E' una dichiarazione d'amore ad una ragazza, che nel ritornello viene fatta direttamente alla madre. E' una tarantelluccia spassosa, che, secondo me, andrebbe riscoperta. Credo infatti che non ne esistano versioni moderne. Spero che il Carlo Missaglia di turno si ricordi di questo pezzo, perché è allegrissimo.
Si continua e si torna al repertorio classico, conosciuto e tutt'ora cantato, con una bellissima "Canzone a Chiarastella" che, spesso, è attribuita ad Aniello Califano per itesti. Il testo è uno di quelli divertenti, ma è talmente romantico che la musica deve essere, com'è, malinconica. La versione che si ascolta è di Elvira Donnarumma, che canta con semplicità ma forse un po' troppo potentemente questi versi intimi e dolci. Io vi consiglierei di ascoltare la versione di Roberto Murolo, contenuta nella sua "Napoletana. Antologia cronologica della canzone partenopea".
Torniamo alle rarità con questa "Marcetta d'o capotammurro", la cui musica è di Enrico Cannio, che abbiamo il piacere di ascoltare dalla voce tenorile e stentorea di Mario Massa.
Nonostante il suo essere una marcia, niente c'è di militaresco, c'è piuttosto una voglia di divertirsi con le note, cosiccome nei versi di Di Giacomo, da quel poco che si capisce dal disco frusciato, c'è più voglia d'amore che di eroismo.
Rimaniamo in ambito da collezionisti, con questa "Vintiquatt'ore", la cui musica è di Ernesto de Curtis. L'interpretazione, molto bella e precisa per questa melodia, purtroppo non permette di capire il testo.
Musicalmente ci troviamo davanti ad un ritmo lento ed in tonalità minore, con una scala caratterizzata da un'interessante seconda aumentata, che dà un tocco arabo alla melodia, ideale come poche altre cose per la liricità sicuramente insuperabile dello stile di Di Giacomo.
Siamo davanti ad una bellissima voce baritonale, di un certo Benigni, che ci sta interpretando una rarissima canzone, scritta da Di Giacomo e musicata da Emanuele Nutile, intitolata "Barcarola".
E' una delle tante dove si parla del mito del mare, che a Napoli viene visto come un qualcosa di naturale, e non viene usato per nobilitare un genere dalla storia recente come può essere per il Fado di Lisbona. A Napoli, diciamo, il mare è l'equivalente della rondinella salentina, ossia è il messaggero d'amore, con la differenza che spesso, e anche qui, è l'unico che può rassicurare l'innamorato sulla stabilità del proprio amore.
Dello stesso anno è questa "Dint'o suonno", che si ascolta da un disco frusciatissimo (insopportabile!) e dalla voce di Vittorio Parisi, maestro diretto del grande Sergio Bruni.
Anche questo brano è un tipico brano in minore, musicato un'altra volta da Ernesto de Curtis, con il solito, ma sempre interessante e raro, intervallo di seconda aumentata.
Non capisco il testo, ovviamente me ne dolgo.
Il brano, come abbiamo visto in moltissime occasioni durante questi commenti, è caratterizzato da parti in modo minore che si alternano con parti in maggiore.
L'ultima canzone, "L'e' fatto pure tu", viene interpretata da Roberto Ciaramella ed il disco, per fortuna, è molto meno frusciato. E' una canzoncina dove il figlio ricorda alla madre che anche lei ha fatto le stesse cose per le quali lo rimprovera. E' un tipico brano binario, quasi paragonabile ad un fado. E' inciso con una tipica orchestra di fiati, quasi unico accompagnamento concepibile, oltre al duo di chitarra e mandolino, per la canzone classica napoletana storica.
Spero di cuore che le ultime due puntate, che comunque ci permetteranno di avvicinarci a dischi un po' più recenti, permettano di fare commenti più precisi.
Si inizia con un brano risalente al 1910 intitolato "'A riggina d'o mare", che ascoltiamo dalle voci maschili di Mario Massa e Aldo Gabrin.
Musicalmente è una tarantella, come si facevano all'epoca in ambito semicolto, ossia con quella raffinatezza che non permette di farsi prendere dal ritmo.
E' una dichiarazione d'amore ad una ragazza, che nel ritornello viene fatta direttamente alla madre. E' una tarantelluccia spassosa, che, secondo me, andrebbe riscoperta. Credo infatti che non ne esistano versioni moderne. Spero che il Carlo Missaglia di turno si ricordi di questo pezzo, perché è allegrissimo.
Si continua e si torna al repertorio classico, conosciuto e tutt'ora cantato, con una bellissima "Canzone a Chiarastella" che, spesso, è attribuita ad Aniello Califano per itesti. Il testo è uno di quelli divertenti, ma è talmente romantico che la musica deve essere, com'è, malinconica. La versione che si ascolta è di Elvira Donnarumma, che canta con semplicità ma forse un po' troppo potentemente questi versi intimi e dolci. Io vi consiglierei di ascoltare la versione di Roberto Murolo, contenuta nella sua "Napoletana. Antologia cronologica della canzone partenopea".
Torniamo alle rarità con questa "Marcetta d'o capotammurro", la cui musica è di Enrico Cannio, che abbiamo il piacere di ascoltare dalla voce tenorile e stentorea di Mario Massa.
Nonostante il suo essere una marcia, niente c'è di militaresco, c'è piuttosto una voglia di divertirsi con le note, cosiccome nei versi di Di Giacomo, da quel poco che si capisce dal disco frusciato, c'è più voglia d'amore che di eroismo.
Rimaniamo in ambito da collezionisti, con questa "Vintiquatt'ore", la cui musica è di Ernesto de Curtis. L'interpretazione, molto bella e precisa per questa melodia, purtroppo non permette di capire il testo.
Musicalmente ci troviamo davanti ad un ritmo lento ed in tonalità minore, con una scala caratterizzata da un'interessante seconda aumentata, che dà un tocco arabo alla melodia, ideale come poche altre cose per la liricità sicuramente insuperabile dello stile di Di Giacomo.
Siamo davanti ad una bellissima voce baritonale, di un certo Benigni, che ci sta interpretando una rarissima canzone, scritta da Di Giacomo e musicata da Emanuele Nutile, intitolata "Barcarola".
E' una delle tante dove si parla del mito del mare, che a Napoli viene visto come un qualcosa di naturale, e non viene usato per nobilitare un genere dalla storia recente come può essere per il Fado di Lisbona. A Napoli, diciamo, il mare è l'equivalente della rondinella salentina, ossia è il messaggero d'amore, con la differenza che spesso, e anche qui, è l'unico che può rassicurare l'innamorato sulla stabilità del proprio amore.
Dello stesso anno è questa "Dint'o suonno", che si ascolta da un disco frusciatissimo (insopportabile!) e dalla voce di Vittorio Parisi, maestro diretto del grande Sergio Bruni.
Anche questo brano è un tipico brano in minore, musicato un'altra volta da Ernesto de Curtis, con il solito, ma sempre interessante e raro, intervallo di seconda aumentata.
Non capisco il testo, ovviamente me ne dolgo.
Il brano, come abbiamo visto in moltissime occasioni durante questi commenti, è caratterizzato da parti in modo minore che si alternano con parti in maggiore.
L'ultima canzone, "L'e' fatto pure tu", viene interpretata da Roberto Ciaramella ed il disco, per fortuna, è molto meno frusciato. E' una canzoncina dove il figlio ricorda alla madre che anche lei ha fatto le stesse cose per le quali lo rimprovera. E' un tipico brano binario, quasi paragonabile ad un fado. E' inciso con una tipica orchestra di fiati, quasi unico accompagnamento concepibile, oltre al duo di chitarra e mandolino, per la canzone classica napoletana storica.
Spero di cuore che le ultime due puntate, che comunque ci permetteranno di avvicinarci a dischi un po' più recenti, permettano di fare commenti più precisi.
domenica 21 marzo 2010
Commento alla puntata del 21/03/10 di "canzonenapoletana@rai.it"
Carissimi lettori, eccoci alla quarta puntata del ciclo su Salvatore di Giacomo di "canzonenapoletana@rai.it". E' un ciclo che mi dà una felicità del tutto particolare, perché ritengo di Giacomo un poeta con un respiro del tutto speciale, che va al di là della sempre riconosciuta grande qualità letteraria. Ritengo il suo napoletano pregno di una dolcezza particolare, di un certo pittoresco malinconico, che mi è particolarmente congeniale.
Si inizia con una carinissima "'E tre terature", una delle più sconosciute canzoni di Di Giacomo. E' una canzoncina d'amore piccantino, genere nel quale il nostro era un maestro insuperabile. La versione che ascoltiamo, come sempre, è d'epoca ed è molto rovinata. E' interessante perché i protagonisti sono due tra i più importanti interpreti del teatro napoletano, Eduardo Scarpetta e Bianca Cappello. La versione è forse un po' troppo teatrale, anche un po' sguaiata, ma si può ricorrere, per scoprire questo gioiellino digiacomiano, all'antologia della canzone napoletana compilata ed interpretata da Carlo Missaglia, grande cantante e suonatore di cui qui si è già pubblicato un profilo.
Un genere che si addiceva molto alla poesia di Di Giacomo, anche per la sua grandissima passione per quell'epoca storica, era la musica di ispirazione barocca, specialmente le "barcarole". Ne stiamo ascoltando una, intitolata "Pusilleco", scritta sempre nel 1898, ancora una volta insieme a Vincenzo Valente. Non capisco il testo, purtroppo, posso solo dirvi che la melodia è profondamente bella.
Stiamo ora ascoltando una "Serenata triste", che ci viene interpretata da Beniamino Gigli, forse il tenore che ha interpretato meglio la canzone napoletana pur non essendo napoletano. E' una serenata dove un uomo si rassegna all'instabilità dell'amore della propria amata, ma con una galanteria veramente invidiabile. La musica è una "barcarola", con delle pause che la rendono più raffinata e meno barocca, ma forse anche meno bella della precedente.
Siamo con un posteggiatore, quel Giorgio Schotler che avevamo già trovato in una delle prime puntate del ciclo, che ci sta proponendo uno dei brani meno conosciuti dell'autore napoletano, intitolato "Ma chi sa". Purtroppo anche stavolta mi è impossibile riferirvi particolari del testo, perché il disco da noi ascoltato è molto rovinato. A livello musicale ritorna l'impronta di Pasquale Mario Costa, in una delle sue ultime collaborazioni col Di Giacomo.
La puntata continua con "Palomma 'e notte", uno dei classici assoluti della produzione digiacomiana, la cui musica è di Francesco Buongiovanni, infatti potrebbe ricordare altri capolavori del musicista, sempre caratterizzati da questo tempo ternario raffinatissimo, come "'A cartulina 'e Napule", scritta circa una ventina d'anni dopo. La versione che stiamo ascoltando è quella di Gennaro Pasquariello, ottima ma non perfetta, soprattutto per alcune pause che, con una sensibilità moderna, si tenderebbe a trovare discutibili. Notevolissima, secondo me, è la versione di Raffaella de Simone contenuta in "Concerto napoletano", bellissimo cofanetto dell'Acheri music, dove alcuni cantanti della Napoli di oggi si appropriano, rispettosamente e meravigliosamente, dei capolavori di quella di ieri.
Stiamo ora ascoltando, dalla voce di un tenore, una delle più rare canzoni di Di Giacomo "Tu nun me vuo' cchiù bene". La versione è troppo veloce, senza interpretazione effettiva, senza posto per le sfumature. Il grido d'amore del protagonista è espresso con troppa fretta dalla voce di Eugenio Cibelli. Molto migliore, almeno per me, è la versione contenuta nella "Napoletana" di Roberto Murolo.
La puntata si chiude con una tarantelluccia spassosa intitolata 'O campanellaro", risalente al 1908 ed interpretata da Francesco Marcarella. Non è una tarantella raffinata, vi si trova piuttosto una voglia di divertirsi con la musica e le note.
Chiedo scusa per la vaghezza di molti commenti a questa puntata, ma vi si sono sentite troppe canzoni molto rare e riprese perciò da dischi antichi, quindi meglio non si poteva fare.
Si inizia con una carinissima "'E tre terature", una delle più sconosciute canzoni di Di Giacomo. E' una canzoncina d'amore piccantino, genere nel quale il nostro era un maestro insuperabile. La versione che ascoltiamo, come sempre, è d'epoca ed è molto rovinata. E' interessante perché i protagonisti sono due tra i più importanti interpreti del teatro napoletano, Eduardo Scarpetta e Bianca Cappello. La versione è forse un po' troppo teatrale, anche un po' sguaiata, ma si può ricorrere, per scoprire questo gioiellino digiacomiano, all'antologia della canzone napoletana compilata ed interpretata da Carlo Missaglia, grande cantante e suonatore di cui qui si è già pubblicato un profilo.
Un genere che si addiceva molto alla poesia di Di Giacomo, anche per la sua grandissima passione per quell'epoca storica, era la musica di ispirazione barocca, specialmente le "barcarole". Ne stiamo ascoltando una, intitolata "Pusilleco", scritta sempre nel 1898, ancora una volta insieme a Vincenzo Valente. Non capisco il testo, purtroppo, posso solo dirvi che la melodia è profondamente bella.
Stiamo ora ascoltando una "Serenata triste", che ci viene interpretata da Beniamino Gigli, forse il tenore che ha interpretato meglio la canzone napoletana pur non essendo napoletano. E' una serenata dove un uomo si rassegna all'instabilità dell'amore della propria amata, ma con una galanteria veramente invidiabile. La musica è una "barcarola", con delle pause che la rendono più raffinata e meno barocca, ma forse anche meno bella della precedente.
Siamo con un posteggiatore, quel Giorgio Schotler che avevamo già trovato in una delle prime puntate del ciclo, che ci sta proponendo uno dei brani meno conosciuti dell'autore napoletano, intitolato "Ma chi sa". Purtroppo anche stavolta mi è impossibile riferirvi particolari del testo, perché il disco da noi ascoltato è molto rovinato. A livello musicale ritorna l'impronta di Pasquale Mario Costa, in una delle sue ultime collaborazioni col Di Giacomo.
La puntata continua con "Palomma 'e notte", uno dei classici assoluti della produzione digiacomiana, la cui musica è di Francesco Buongiovanni, infatti potrebbe ricordare altri capolavori del musicista, sempre caratterizzati da questo tempo ternario raffinatissimo, come "'A cartulina 'e Napule", scritta circa una ventina d'anni dopo. La versione che stiamo ascoltando è quella di Gennaro Pasquariello, ottima ma non perfetta, soprattutto per alcune pause che, con una sensibilità moderna, si tenderebbe a trovare discutibili. Notevolissima, secondo me, è la versione di Raffaella de Simone contenuta in "Concerto napoletano", bellissimo cofanetto dell'Acheri music, dove alcuni cantanti della Napoli di oggi si appropriano, rispettosamente e meravigliosamente, dei capolavori di quella di ieri.
Stiamo ora ascoltando, dalla voce di un tenore, una delle più rare canzoni di Di Giacomo "Tu nun me vuo' cchiù bene". La versione è troppo veloce, senza interpretazione effettiva, senza posto per le sfumature. Il grido d'amore del protagonista è espresso con troppa fretta dalla voce di Eugenio Cibelli. Molto migliore, almeno per me, è la versione contenuta nella "Napoletana" di Roberto Murolo.
La puntata si chiude con una tarantelluccia spassosa intitolata 'O campanellaro", risalente al 1908 ed interpretata da Francesco Marcarella. Non è una tarantella raffinata, vi si trova piuttosto una voglia di divertirsi con la musica e le note.
Chiedo scusa per la vaghezza di molti commenti a questa puntata, ma vi si sono sentite troppe canzoni molto rare e riprese perciò da dischi antichi, quindi meglio non si poteva fare.
domenica 7 marzo 2010
Commento alla puntata del 07/03/10 di "Canzonenapoletana@rai.it.
Carissimi lettori, ecco qui il commento alla seconda puntata che "canzonenapoletana@rai.it" dedica a Salvatore Di Giacomo.
Si parte malissimo per quanto riguarda i dischi usati, ma fortunatamente conosco il brano che è trasmesso, per cui il problema è meno grave. Il brano con cui si parte è "'A retirata", brano di ispirazione romantico-militaresca, che si ascolta dalla voce di Francesco Daddi. Il cantante ha una buona voce di tenore, e quello che rende il brano più prezioso che mai, è la sua intimità quasi cameristica, data dal fatto che l'unico strumento che accompagna questo sentitissimo addio, sia solo un pianoforte.
Per scoprire "'A retirata", fortunatamente non c'è bisogno di ricorrere a registrazioni storiche, si può pensare semplicemente alla bellissima "Napoletana: antologia cronologica della canzone partenopea", incisa negli anni Cinquanta da Roberto Murolo e reperibilissima in cd.
Si è appena ascoltata la bellissima voce baritonale di Titta Ruffo, che ha interpretato "Munasterio", uno dei brani che a me sono più indifferenti tra quelli che conosco di Di Giacomo (forse è l'unica poesia musicata del napoletano che non amo!).
Subito dopo, e sto soffrendo perché la canzone la amo moltissimo ma la versione è quantomeno deludente, si ascolta "Pastorale", anche conosciuta come "'A nuvena". La versione che abbiamo ascoltato, cantata con un ritmo veloce esageratamente pronunciato, è cantata da Giuseppe de Luca, che dalla pronuncia non pare neanche napoletano.
Fortunatamente ci sono bellissime versioni moderne, soprattutto quelle di Sergio Bruni (in "Omaggio a Di Giacomo"), e di Egisto Sarnelli.
La puntata fortunatamente si riprende subito con una carinissima versione di 'E spingule frangese", brano che si ascolta eseguito da Giorgio Schotler, grande posteggiatore dell'epoca. Il brano è più veloce rispetto a come lo si sente abitualmente oggi, ma è molto bello, anzi forse proprio per questo è così bello e piacevole. Infatti, la velocità, che comunque non è mai esagerata e non annulla le importantissime pause così tipiche del genere "classico", gli dà una leggerezza veramente invidiabile. Se volete ascoltare unha versione moderna, potete benissimo sentire quella di Roberto Murolo sia in "napoletana" che in "Anema e core" (Carosello, 1995).
Ed eccoci ad uno spassosissimo duetto, a tempo di tarantella come spesso è questo repertorio, intitolato "Lariulà". La versione è molto bella, ma credo che sia difficilmente reperibile. Per trovare una versione moderna, non c'è che l'imbarazzo della scelta. Interessante è sia la versione a "duetto" di Gabriele Vanorio e Maria Paris, che quella solistica di Antonello Rondi.
La trasmissione continua con "Marzo", anche detta "Catarì", che si ascolta nella versione di Fernando De Lucia, grande tenore dell'epoca. Il testo è trattato in maniera leggermente diversa rispetto a come si tende a usarlo oggi. La versione è un po' deludente, soprattutto perché non c'è espressività e non si utilizzano o evidenziano suffecientemente gli arabeschi della melodia, che sono sicuramente resi meglio da un cantante d'impostazione popolare piuttosto che da un tenore.
La puntata si chiude con una delle mie canzoni preferite di Di Giacomo, la tarantelluccia spassosa "Carcioffolà", che si ascolta nella versione di Raffaele Balsamo, che gli dà una forte anima da "cafè-chantant". E' davvero spassosa, d'altronde non fare questo brano divertente è impossibile. E' veramente geniale la personalità di Di Giacomo, perché dall'alto della sua cultura erudita, è riuscito ad essere più popolare del popolo.
Se volete ascoltare una versione moderna di questo brano, anche qui avete l'imbarazzo della scelta, ma io vi consiglio quella di Maria Paris, magari non cantata perfettamente, ma di un pittoresco veramente insuperabile.
Sono felicissima che la Rai abbia avuto questa iniziativa di ricordare Di Giacomo, grandissimo poeta vernacolare, adesso scopritelo anche voi, così questo centocinquantenario si vivrà con meno silenzio.
Si parte malissimo per quanto riguarda i dischi usati, ma fortunatamente conosco il brano che è trasmesso, per cui il problema è meno grave. Il brano con cui si parte è "'A retirata", brano di ispirazione romantico-militaresca, che si ascolta dalla voce di Francesco Daddi. Il cantante ha una buona voce di tenore, e quello che rende il brano più prezioso che mai, è la sua intimità quasi cameristica, data dal fatto che l'unico strumento che accompagna questo sentitissimo addio, sia solo un pianoforte.
Per scoprire "'A retirata", fortunatamente non c'è bisogno di ricorrere a registrazioni storiche, si può pensare semplicemente alla bellissima "Napoletana: antologia cronologica della canzone partenopea", incisa negli anni Cinquanta da Roberto Murolo e reperibilissima in cd.
Si è appena ascoltata la bellissima voce baritonale di Titta Ruffo, che ha interpretato "Munasterio", uno dei brani che a me sono più indifferenti tra quelli che conosco di Di Giacomo (forse è l'unica poesia musicata del napoletano che non amo!).
Subito dopo, e sto soffrendo perché la canzone la amo moltissimo ma la versione è quantomeno deludente, si ascolta "Pastorale", anche conosciuta come "'A nuvena". La versione che abbiamo ascoltato, cantata con un ritmo veloce esageratamente pronunciato, è cantata da Giuseppe de Luca, che dalla pronuncia non pare neanche napoletano.
Fortunatamente ci sono bellissime versioni moderne, soprattutto quelle di Sergio Bruni (in "Omaggio a Di Giacomo"), e di Egisto Sarnelli.
La puntata fortunatamente si riprende subito con una carinissima versione di 'E spingule frangese", brano che si ascolta eseguito da Giorgio Schotler, grande posteggiatore dell'epoca. Il brano è più veloce rispetto a come lo si sente abitualmente oggi, ma è molto bello, anzi forse proprio per questo è così bello e piacevole. Infatti, la velocità, che comunque non è mai esagerata e non annulla le importantissime pause così tipiche del genere "classico", gli dà una leggerezza veramente invidiabile. Se volete ascoltare unha versione moderna, potete benissimo sentire quella di Roberto Murolo sia in "napoletana" che in "Anema e core" (Carosello, 1995).
Ed eccoci ad uno spassosissimo duetto, a tempo di tarantella come spesso è questo repertorio, intitolato "Lariulà". La versione è molto bella, ma credo che sia difficilmente reperibile. Per trovare una versione moderna, non c'è che l'imbarazzo della scelta. Interessante è sia la versione a "duetto" di Gabriele Vanorio e Maria Paris, che quella solistica di Antonello Rondi.
La trasmissione continua con "Marzo", anche detta "Catarì", che si ascolta nella versione di Fernando De Lucia, grande tenore dell'epoca. Il testo è trattato in maniera leggermente diversa rispetto a come si tende a usarlo oggi. La versione è un po' deludente, soprattutto perché non c'è espressività e non si utilizzano o evidenziano suffecientemente gli arabeschi della melodia, che sono sicuramente resi meglio da un cantante d'impostazione popolare piuttosto che da un tenore.
La puntata si chiude con una delle mie canzoni preferite di Di Giacomo, la tarantelluccia spassosa "Carcioffolà", che si ascolta nella versione di Raffaele Balsamo, che gli dà una forte anima da "cafè-chantant". E' davvero spassosa, d'altronde non fare questo brano divertente è impossibile. E' veramente geniale la personalità di Di Giacomo, perché dall'alto della sua cultura erudita, è riuscito ad essere più popolare del popolo.
Se volete ascoltare una versione moderna di questo brano, anche qui avete l'imbarazzo della scelta, ma io vi consiglio quella di Maria Paris, magari non cantata perfettamente, ma di un pittoresco veramente insuperabile.
Sono felicissima che la Rai abbia avuto questa iniziativa di ricordare Di Giacomo, grandissimo poeta vernacolare, adesso scopritelo anche voi, così questo centocinquantenario si vivrà con meno silenzio.
domenica 28 febbraio 2010
Commento alla puntata del 28/02/10 di "canzonenapoletana@rai.it"
Carissimi lettori, finalmente il programma "canzonenapoletana@rai.it" dedica un ciclo a Salvatore di Giacomo, sommo poeta napoletano.
Come sempre, purtroppo, si ascolteranno solo incisioni d'epoca, quindi preparatevi ai miei commenti lacunosi.
Il ciclo comincia con una bellissima canzone, risalente al 1884, quindi a quando il nostro poeta aveva appena ventiquattro anni, che ascoltiamo da Tito Schipa. L'interpretazione del tenore leccese, va detto, riesce, e per me è raro, a trasmettere tutto il romanticismo di cui è intrisa "Napulitanata", che, effettivamente, invece di essere un ritratto della città, come potrebbe far pensare il titolo, è una bellissima serenata. Il ritmo, e forse questa è l'unica pecca, è un po' troppo veloce.
Si continua con un'incisione, almeno risalente agli anni Trenta, che ci permette di ascoltare un grandissimo cantante lirico, Mario San Marco, che interpreta "Oj marenà", canzone quasi a valzer dove si parla dell'amore di marinaio, non nel senso di amore infedele, ma di amore coltivato dalla gente di mare. Il tema, come sanno i conoscitori, è caro a moltissimi scrittori, ma forse a Di Giacomo specialmente. Il brano è uno di quelli caratterizzati dall'alternanza di momenti minori con altri maggiori.
Continuando si arriva a questa "Era de maggio", che si ascolta, con molto piacere, da Fernando de Lucia, tenore dalla voce potente ma dal canto discreto. Interessanti le fioriture ed i gorgheggi prima del ritornello.
Stiamo ascoltando un altro brano scritto da Di Giacomo nel 1885, dal titolo "Carulì cu st'uocchie nire nire". E' una serenatella giocosa, come spesso in futuro se ne continueranno a produrre. Il brano è interpretato da F. Perulli (non si sa il nome per intero del cantante!), artista dalla bella voce, che riesce a dare una giusta interpretazione a questa canzoncina binaria ed allegra.
Ora abbiamo il piacere di ascoltare la versione di Gennaro Pasquariello, noto cantante d'inizio Novecento di cui qui si parla spesso, di "Marechiaro", uno dei tanti classici di Di Giacomo. la particolarità maggiore di questa versione è la mancanza dell'acuto su "ca ll'aria è doce", e la ripetizione di questo verso nella parte di solito affidata solamente agli strumenti.
Dello stesso anno è questa famosissima "Oilì, oilà", che abbiamo ascoltato da un grande posteggiatore chiamato Vincenzo Marmolini. L'interpretazione, veramente spumeggiante, ha delle punte di virtuosismo in corrispondenza del pezzo strumentale che divide le strofe, veramente carina!
la puntata si chiude con un brano che io sto ascoltando con una lacrima all'angolo degli occhi. Stiamo infatti ascoltando una bellissima versione di "Luna nova", che ascoltiamo da un'altra troupe di posteggiatori. Interessante la tecnica "popolare" sulla chitarra, che può ricordare da vicino alcuni tocchi delle tarantelle garganiche. La voce del posteggiatore, precisa e caratterizzata da un bellissimo falsetto, riesce veramente a dare l'espressione giusta a questa serenata alla città di Napoli.
Credo che si nota la particolare felicità con cui ho scritto questo commento, Di Giacomo è uno dei miei autori preferiti. Ovviamente sono anche felice per il fatto che, in fondo, non si sono dovuti sentire dischi esageratamente frusciati.
Come sempre, purtroppo, si ascolteranno solo incisioni d'epoca, quindi preparatevi ai miei commenti lacunosi.
Il ciclo comincia con una bellissima canzone, risalente al 1884, quindi a quando il nostro poeta aveva appena ventiquattro anni, che ascoltiamo da Tito Schipa. L'interpretazione del tenore leccese, va detto, riesce, e per me è raro, a trasmettere tutto il romanticismo di cui è intrisa "Napulitanata", che, effettivamente, invece di essere un ritratto della città, come potrebbe far pensare il titolo, è una bellissima serenata. Il ritmo, e forse questa è l'unica pecca, è un po' troppo veloce.
Si continua con un'incisione, almeno risalente agli anni Trenta, che ci permette di ascoltare un grandissimo cantante lirico, Mario San Marco, che interpreta "Oj marenà", canzone quasi a valzer dove si parla dell'amore di marinaio, non nel senso di amore infedele, ma di amore coltivato dalla gente di mare. Il tema, come sanno i conoscitori, è caro a moltissimi scrittori, ma forse a Di Giacomo specialmente. Il brano è uno di quelli caratterizzati dall'alternanza di momenti minori con altri maggiori.
Continuando si arriva a questa "Era de maggio", che si ascolta, con molto piacere, da Fernando de Lucia, tenore dalla voce potente ma dal canto discreto. Interessanti le fioriture ed i gorgheggi prima del ritornello.
Stiamo ascoltando un altro brano scritto da Di Giacomo nel 1885, dal titolo "Carulì cu st'uocchie nire nire". E' una serenatella giocosa, come spesso in futuro se ne continueranno a produrre. Il brano è interpretato da F. Perulli (non si sa il nome per intero del cantante!), artista dalla bella voce, che riesce a dare una giusta interpretazione a questa canzoncina binaria ed allegra.
Ora abbiamo il piacere di ascoltare la versione di Gennaro Pasquariello, noto cantante d'inizio Novecento di cui qui si parla spesso, di "Marechiaro", uno dei tanti classici di Di Giacomo. la particolarità maggiore di questa versione è la mancanza dell'acuto su "ca ll'aria è doce", e la ripetizione di questo verso nella parte di solito affidata solamente agli strumenti.
Dello stesso anno è questa famosissima "Oilì, oilà", che abbiamo ascoltato da un grande posteggiatore chiamato Vincenzo Marmolini. L'interpretazione, veramente spumeggiante, ha delle punte di virtuosismo in corrispondenza del pezzo strumentale che divide le strofe, veramente carina!
la puntata si chiude con un brano che io sto ascoltando con una lacrima all'angolo degli occhi. Stiamo infatti ascoltando una bellissima versione di "Luna nova", che ascoltiamo da un'altra troupe di posteggiatori. Interessante la tecnica "popolare" sulla chitarra, che può ricordare da vicino alcuni tocchi delle tarantelle garganiche. La voce del posteggiatore, precisa e caratterizzata da un bellissimo falsetto, riesce veramente a dare l'espressione giusta a questa serenata alla città di Napoli.
Credo che si nota la particolare felicità con cui ho scritto questo commento, Di Giacomo è uno dei miei autori preferiti. Ovviamente sono anche felice per il fatto che, in fondo, non si sono dovuti sentire dischi esageratamente frusciati.
domenica 21 febbraio 2010
Commento alla puntata del 21/02/10 di "Canzonenapoletana@rai.it".
Carissimi lettori, dopo aver tirato un sospiro di sollievo causato dalla mancata vittoria di Pupo e compagni al Festival di Sanremo, torniamo alle cose che ci sono più consuete, ossia ai commenti napoletani domenicali.
Finalmente si parte, dopo aver ascoltato due chicche del sanremo storico. Si continua a parlare, come ricorderete, di Alessandro Cassese.
Si inizia un po' male, perché questa marcetta carina intitolata "'o sargento cannoniere", viene ascoltata da un vecchio disco frusciante con la voce di Pietro Mazzone.
E' un brano, come già ne avevamo trovati, dove un personaggio, credo femminile, dichiara il proprio amore per questo militare avvolto nella bandiera.
La musica è di Gaetano Lama, l'autore che nel 1917 musicherà quella "Reginella" che tutt'ora noi cantiamo con piacere. La melodia, pur avendo delle caratteristiche di marcia molto militaresca, ha un gran bel fascino. Il testo, purtroppo, è difficilissimo da capire, quindi non ve ne posso dire di più.
Sempre dallo stesso disco d'epoca di Mazzone, stiamo ascoltando questa "Carulì", marcetta molto più raffinata, paradossalmente, anche se non l'ha musicata un musicista noto, bensì uno sconosciuto Agostino Magliani. E' una lettera d'amore di un militare, che dice alla propria amata, una delle tante Caroline che popolano la canzone napoletana, che "è bbella e cara 'a Patria ma troppo aggi'à suffrì", ossia è bella e cara la patria ma mi fa troppo soffrire.
Siamo nel 1912 e Cassese scrive questa "Parto per Tripoli". Il cantante è Diego Giannini, che con la sua voce baritonale dà una grande imperiosità a questo saluto che il militare fa alla propria amata che piange. Il militare, va da sé, è allegro e convinto di tornare vincitore. Non è particolarmente bello questo brano, anche se ha delle "fioriture" interessanti soprattutto durante il ritornello.
Purtroppo verso la fine del brano il testo si fa incomprensibile.
Una delle poche composizioni di Cassese di ispirazione non militaresca, è questa carinissima "Sturnellata napulitana" che si ascolta dalla voce di Gennaro Pasquariello. Sono una serie di stornelli, tramite i quali l'uomo si lamenta dell'instabilità dell'amore della propria amata. L'interpretazione di Pasquariello, forse, è un po' teatrale, ma comunque è bella e dovrebbe portare a rivalutare questo tipo di repertorio.
Siamo nel 1914, ed arriva un altro esempio di brano dove un militare saluta la propria amata prima di partire per la guerra, che ormai era imminente. Il brano, intitolato "Turnarrà" ed interpretato da Luigi Marcarella, è semplicemente accompagnato da una chitarra ed un mandolino. E' molto bello e raffinato, d'altronde conta con le note del già oggi incontrato Gaetano Lama. La voce di Marcarella è potente ma discreta, molto bella.
Nel 1916, già con Cassese al fronte, Giuseppe Capolongo musica questi versi che ci vengono interpretati da Nina de Charny e sono intitolati "'O marenaro". E' un raffinatissimo brano in minore, con interessanti richiami arabi, collegabile ad una certa rielaborazione della stornellata da parte di musicisti non propriamente popolari.
Il testo, ovviamente, è incomprensibile, quindi non ve ne posso parlare.
La trasmissione ed il ciclo si chiudono con una "Lettera 'e surdato", brano interpretato da una sciantosa dell'epoc achiamata Teresa de Matienzo. Non si sa esattamente di quale anno sia, ma si può facilmente intuire che è di qualche periodo guerresco. E' una marcetta, musicata da Vincenzo Melina, che non disdegna raffinatezze incluse alternanze di accordi maggiori e minori. Il testo è abbastanza incomprensibile, quindi non ve ne posso parlare.
Mi auguro che il prossimo ciclo sia su qualche autore più recente, così se ne parla un po' meglio.
Finalmente si parte, dopo aver ascoltato due chicche del sanremo storico. Si continua a parlare, come ricorderete, di Alessandro Cassese.
Si inizia un po' male, perché questa marcetta carina intitolata "'o sargento cannoniere", viene ascoltata da un vecchio disco frusciante con la voce di Pietro Mazzone.
E' un brano, come già ne avevamo trovati, dove un personaggio, credo femminile, dichiara il proprio amore per questo militare avvolto nella bandiera.
La musica è di Gaetano Lama, l'autore che nel 1917 musicherà quella "Reginella" che tutt'ora noi cantiamo con piacere. La melodia, pur avendo delle caratteristiche di marcia molto militaresca, ha un gran bel fascino. Il testo, purtroppo, è difficilissimo da capire, quindi non ve ne posso dire di più.
Sempre dallo stesso disco d'epoca di Mazzone, stiamo ascoltando questa "Carulì", marcetta molto più raffinata, paradossalmente, anche se non l'ha musicata un musicista noto, bensì uno sconosciuto Agostino Magliani. E' una lettera d'amore di un militare, che dice alla propria amata, una delle tante Caroline che popolano la canzone napoletana, che "è bbella e cara 'a Patria ma troppo aggi'à suffrì", ossia è bella e cara la patria ma mi fa troppo soffrire.
Siamo nel 1912 e Cassese scrive questa "Parto per Tripoli". Il cantante è Diego Giannini, che con la sua voce baritonale dà una grande imperiosità a questo saluto che il militare fa alla propria amata che piange. Il militare, va da sé, è allegro e convinto di tornare vincitore. Non è particolarmente bello questo brano, anche se ha delle "fioriture" interessanti soprattutto durante il ritornello.
Purtroppo verso la fine del brano il testo si fa incomprensibile.
Una delle poche composizioni di Cassese di ispirazione non militaresca, è questa carinissima "Sturnellata napulitana" che si ascolta dalla voce di Gennaro Pasquariello. Sono una serie di stornelli, tramite i quali l'uomo si lamenta dell'instabilità dell'amore della propria amata. L'interpretazione di Pasquariello, forse, è un po' teatrale, ma comunque è bella e dovrebbe portare a rivalutare questo tipo di repertorio.
Siamo nel 1914, ed arriva un altro esempio di brano dove un militare saluta la propria amata prima di partire per la guerra, che ormai era imminente. Il brano, intitolato "Turnarrà" ed interpretato da Luigi Marcarella, è semplicemente accompagnato da una chitarra ed un mandolino. E' molto bello e raffinato, d'altronde conta con le note del già oggi incontrato Gaetano Lama. La voce di Marcarella è potente ma discreta, molto bella.
Nel 1916, già con Cassese al fronte, Giuseppe Capolongo musica questi versi che ci vengono interpretati da Nina de Charny e sono intitolati "'O marenaro". E' un raffinatissimo brano in minore, con interessanti richiami arabi, collegabile ad una certa rielaborazione della stornellata da parte di musicisti non propriamente popolari.
Il testo, ovviamente, è incomprensibile, quindi non ve ne posso parlare.
La trasmissione ed il ciclo si chiudono con una "Lettera 'e surdato", brano interpretato da una sciantosa dell'epoc achiamata Teresa de Matienzo. Non si sa esattamente di quale anno sia, ma si può facilmente intuire che è di qualche periodo guerresco. E' una marcetta, musicata da Vincenzo Melina, che non disdegna raffinatezze incluse alternanze di accordi maggiori e minori. Il testo è abbastanza incomprensibile, quindi non ve ne posso parlare.
Mi auguro che il prossimo ciclo sia su qualche autore più recente, così se ne parla un po' meglio.
sabato 20 febbraio 2010
Commento alla quarta serata del Festival di Sanremo.
Carissimi lettori, ecco il promesso commento alla quarta serata del Festival di Sanremo. Ovviamente, e non poteva essere altrimenti, ci si occuperà dell'aspetto musicale, perché nonostante tutte le incursioni stupido-comiche che lo caratterizzano in qualche edizione, come adesso, questo è pur sempre il Festival della canzone italiana.
Si inizia con la canzone di Malica Ayane, una delle più buone cantanti uscite negli ultimi anni. Il brano, intitolato "Ricomincio da qui", ha una bella melodia, in maggiore, ma senza disdegnare alcune raffinatezze date da settime minori ed aumentate. La voce della Ayane è perfettamente intonata, con questo timbro così caratteristico, dolce ma tirannicamente potente. Mi ricorda vagamente una canzone di Fabio Concato, ma è giusto un'associazione portata da alcune caratteristiche della ritmica della batteria, che è compatibile con un certo jazz pop degli anni Sessanta.
Simone Cristicchi, cantautore interessato alla musica tradizionale che sfrutta per arricchire i propri orizzonti culturali, ha invitato un gruppo di voci "etniche" per infiorettare il suo brano. La canzone è iniziata con delle cadenze di saltarello, eseguito dai Minatori di Santa Fiora, località toscana dove è nato questo gruppo di grandi voci popolari.
Venendo propriamente alla canzone di Cristicchi, invece, è un rock molto forte, dedicato ad una serie di atteggiamenti tipicamente italiani, tutti votati all'evasione, infatti il ritornello, che potrebbe riecheggiare il bennatiano "Meno male che non c'è Nerone", è un "Meno male che c'è Carla Bruni".
Leggermente più veloce, continuando, arriva questa "La cometa di Halley", che è cantata da Irene Grandi e Marco Cocci. Le voci stasera sono intonate, forse l'emozione si inizia un po' a dissipare, o quantomeno smette di inficiare le prestazioni canore.
La canzone è d'amore, che per nascondere la banalità del tema, lo tratta in maniera pseudoinnovativa. Io salvo di questo brano solamente la musica, che è impregnata di interessanti suggestioni beateggianti, un po' anni Sessanta, anche se "tradotte" con il linguaggio dell'elettronica.
Ed ecco, accolti dall'"inno nomade" "Io vagabondo", arrivano i Nomadi, che interpretano, insieme ad Irene Fornaciari, ad un dj tedesco ed a Susy (che non si sa chi è!), una canzone intitolata "Il mondo piange".
E' una ballata un po' "abolerada", che non va ignorata, ma abbiamo sentito di meglio. Ed ecco un pezzo tradotto in inglese, dove si sente la voce di Susy, che non ha un timbro particolarmente interessante, tipica voce potente, ma niente di più.
Le due voci femminili, dopo essersi "fatte la guerra" per un pochino, si sono alternate per dare più spazio alla ripetizione della asfissiante domanda del testo: "Il mondo piange! Vorrei sapere perché!". Non mi piace!
Il Festival è provvisoriamente interrotto, e si assiste ad una "cavaqueira" abbastanza insopportabile. Il prossimo artista, altrettanto insopportabile che la chiacchierata informale che io ho chiamato con la parola portoghese "cavaqueira", vincitore dell'ultima edizione di "X-factor", talent show da cui si ritiene di estrapolare il futuro della canzone italiana (l'unica cantante davvero azzeccata è stata Noemi!) è Marco Mengoni. Il brano, scritto dallo stesso Mengoni ed interpretato insieme ai Solis string quartet, quartetto strumentale napoletano che sperimenta con successo l'uso degli strumenti classici suonati "classicamente" nella musica leggera e contemporanea, si chiama "Credimi ancora". E' un brano d'amore dove un uomo prega una donna di crederlo ancora, con un patetismo rispetto al quale rimpiango le vecchie canzoni "amore-cuore". la sua voce è senza basse, da donna, terribile.
E purtroppo arriva l'amore per l'Italia di Pupo, Emanuele Filiberto e Luca Canonici, "condito" dalla partecipazione delle Divas, soprani insopportabili, e dall'intervento, che la Clerici ha perfino tentato di troncare, di Marcello Lippi, che rappresenta l'Italia della nazionale e di una Coppa del mondo vinta ormai quattro anni fa.
La prima strofa l'ha fatta Pupo, sulle sue basse stonatissime, poi è arrivato il "principe" che dice che, siccome lui crede nella sua cultura e nella sua religione, ha tutto il diritto di stare qui. Ed ecco, dopo un intervento di Luca Canonici, tenore insipido, che nel tenere il re centrale, nota normale per chi ha questa voce, trema e quasi stona. Pupo, nella sua seconda apparizione, questa volta sulle "alte", ha citato questa mitica finale di Berlino con la quale Lippi ci ha regalato appunto questa bellissima Coppa del mondo.
E' una canzone vergognosa, cosiccome è vergognosa la non distinzione tra "grandi eventi" ed "emergenze" votata dal nostro caro premier a cui, sinceramente, alla maniera di Cinzia Marzo, dico un'altra volta "A mammata!".
In questa prima parte, va detto, l'unica veramente degna, è quella di Malica Ayane, bellissima, semplice, corposa ed innovativa, l'unica è "ricominciare da qui".
E' buona anche quella di Simone Cristicchi, che però, sinceramente, sperimenta una contaminazione che io trovo un po' forzata, quella tra rock britannico e musica popolare italiana allo Stato "Puro".
Siamo con J.Lo, Jennifer López, cantante nulla, questo lo posso dire senza paura di essere smentita.
La cantante sta cantando, in play back perché diversamente non può fare, un suo pezzo da discoteca ma in minore perché fa chic.
C'è un'intervista con la J.lo, mamma mia che noia, che patetismo, che vergogna, il Festival di Sanremo sembra un talk show, veramente brutto!
Ed eccoci a Valerio Scanu, con cui riprende la gara, dopo queste cose troppo intime, sentite con la López. Ed abbiamo anche il piacere di riascoltare la voce di Alessandra Amoroso, che riesce davvero a dare molto con questa melodia corposa. Le due voci sono moderne ma orgogliosamente melodiche, il testo, forse con qualche gioco di parole di troppo, ha comunque una semplicità che cattura.
Ecco la canzone di Arisa, intitolata "Ma l'amore no", che nella versione originale è un simpatico tempo binario. Stasera diventa un swing anni Trenta, che porta all'evidenziazione dell'esilarante comicità della cantante. L'interpretazione è acustica, gustosa, la sua voce non è magari perfettamente intonata, ma il brano è comunque gradevole. Il brano è stato interpretato con la Lino Patruno jazz band, che permette di vedere un grandissimo jazzista, già componente dei Gufi.
Ecco Enrico Ruggeri, che viene accolto con un pezzettino di "Mistero", che vinse il Sanremo 1993 (ripeto: che tempi!).
Il brano di Enrico Ruggeri, intitolato "La notte delle fate", è, almeno in questa occasione, caratterizzato da un ritmo binario un po' simile a "Primavera a Sarajevo", almeno per quanto riguarda la sua prima parte, anche se qui le atmosfere etniche sono sostituite da atmosfere più sinceramente rock. Interessante è l'inizio del ritornello, affidato ad un assolo della sporca ma perfetta voce di Ruggeri. Il testo del brano è un po' criptico, ma si parla sempre di questi personaggi femminili con cui, ormai lo si può ben dire, il cantautore milanese ha fatto pace.
E' un bel brano, che nel finale viene colto da suggestioni arabe, meticciato interessante perché fatto con rispetto.
Ecco un'altra artista che si è guadagnata sul campo la mia stima, Noemi, l'unica che quelli di "X-factor" sono riusciti ad "azzeccare".
Il brano, intitolato "Per tutta la vita", è stato scritto dagli stessi autori della meravigliosa "l'amore si odia", che la cantante ha interpretato insieme alla Mannoia, e forse in parte la ricorda.
Quello che stupisce sempre nella voce di Noemi è l'intonazione perfetta, nonostante che il timbro, non limpido e non puro, potrebbe volentieri portare a fare delle "stonature artistiche".
E' uno di quei brani sui problemi dell'amore, ma non su coppie scoppiate o riappacificate, bensì sui problemi che dà un amore in crisi o finito (il tema è sicuramente meno banale!).
Ecco Fabrizio Moro, che è tornato con un'altra canzone di lotta, che però interpreta insieme a Jarabe de palo, gruppo spagnolo di pop "desentendido". Il cantante, evviva, è completamente stonato, canta come se fosse un romano "borgataro" in un bar con qualche cricca (solo che siamo a Sanremo, e stiamo in diretta con tutto il mondo tramite almeno tre canali radiofonici oltre alla rai tv!).
Ed eccoci a Giuseppe Povia (oh!). Anche questa volta, come quando ci aveva comunicato che i bambini fanno "Oh", ci dà un messaggio veramente brutto, il brano è patetico. Marco Masini, il cantante scelto per il duetto, forse dimostra il livello di bruttezza a cui è arrivato il "canta-cameriere".
Si sta assistendo, ora, ad una esibizione raccapricciante di Jennifer López, che sta facendo un medley dei suoi vecchi successi, rigorosamente in playback, si sente lontano un miglio.
Comunque, questa interruzione della gara, ci permette di fare un commento generale su ciò che si è finora sentito: brani più o meno buoni, bellissimi quelli di Malica Ayane, Enrico Ruggeri e Noemi, accettabili quelli di Ariza e Simone Cristicchi, anche se trovo ingiusto l'utilizzo di un coro popolare in un contesto completamente diverso.
Non parlo, perché già l'ho fatto prima e nell'articolo precedente, della dichiarazione "ufficiale" del "principino".
Si arriva ai giovani, e si inizia con Jessica Brando, che porta un brano in minore, dalla ritmica particolare ma non pesante, intitolato "Dove non ci sono ore". E' un brano un po' "dark", ma armonicamente e melodicamente corposo. Anche il ritornello, che potrebbe ricordare un qualcosa di più "cantabile", non permette alla senaszione di entrarci nell'anima.
Ritmicamente, direi che la canzone è un terzinato lento, una "traduzione" in linguaggio moderno di certe atmosfere anni Sessanta.
La voce della Brando, potente ed equilibrata, è in grado di avere un'intonazione quasi impeccabile, quindi voglio augurarle di poter maturare e continuare a lavorare.
Siamo con il secondo giovane in gara, Tony Maiello con "Il linguaggio della resa".
E' un altro terzinato lento, ma molto più semplice e legato ad una certa melodicità italiana più cantautorale. Devo dire che non mi sta emozionadno particolarmente, ma non mi è neanche del tutto indifferente.
Purtroppo, problema di molte canzoni degli ultimi Festival anche se non particolarmente reperibile in questo, l'orchestra riesce ad insinuarsi male, infatti forse andrebbe abolita. Dovremmo infatti ricordarci, forse, che quando questa manifestazione è nata, nel lontano 1951 su idea del fioraio Amilcare Rambaldi, un'orchestra ben fornita era l'unico modo possibile di eeseguire la musica. Oggi, forse, basterebbe far esibire ognuno con il proprio gruppo, cosiccome avviene ad ottobre durante il Club Tenco.
Eccoci a quella che è la mia canzone preferita in assoluto di questo festival, la ballata, melodica e semplice ma con venature giampierettiane interessanti, intitolata "Tu non mi dài pace", interpretata da Luca Marino. Sono molto felice di essere qui per ascoltare un'interpretazione live che, anche se non impeccabile perché si perde sulle alte, specialmente sul soldiesis, è comunque bella e non artefatta. Sono talmente stanca di stranezze, che preferisco questi brani alla vecchia maniera, queste che rivalutano le chitarre, questa sonorità così antica e piena di storia, che l'elettronica aveva quasi mandato in pensione.
Ecco un'altra grande giovane scoperta tramite questo Festival, Nina Zilli che ci interpreta "l'uomo che amava le donne". E' un brano dalla struttura antica, d'altronde in tutte le sue interviste la cantante ha confessato la sua grande passione per la musica anni Sessanta ascoltata da vinile. Ed è questo mondo che si ritrova in questa canzone dalle venature bacarackiane e jazz, interpretata da una buona voce, anche se non d'intonazione perfetta, soprattutto nella prima parte del brano. Ormai, in questo finalino, sembra essersi sciolta.
Ora Antonella Clerici sta intervistando Cristiana Capotondi, attrice che sta interpretando una riproposizione di Sissi, ruolo che fu di Romy Snaider.
Ecco la sigla del Festival di Sanremo che, pur essendo il Festival della canzone italiana (dicasi FESTIVAL DELLA CANZONE ITALIANA!), ha una sigla in inglese, completamente orribile.
E' stato appena proclamato il vincitore della categoria "Nuova generazione", purtroppo è Tony Maiello, che con un brano insipidissimo e terzinato, veramente brutto, ha superato tutti. Veramente, non so perché, ma è tipicamente sanrmese dare delle vittorie ingiuste.
Il vincitore sta ora ricantando, stonandola completamente, la sua canzone. Il microfono ha pure fischiato, anche l'ambiente si ribella alle scelte della giuria!. E' un brano banale, che non meritava assolutamente di arrivare dove è arrivato, ma va bene!
Ed ecco il secondo ospite internazionale, i Tokyo Hotel, gruppo rock, che sta cantando rigorosamente in playback, è veramente una vergogna.
Secondo me, ormai, ci si dovrebbe convincere che il Festival dovrebbe essere una vetrina per l'italianità, dove gli stranieri dovrebbero solamente cantare nella nostra lingua, così potrebbe essere veramente l'ultimo rifugio d'Italiaa in una televisione completamente colonizzata. So che queste logiche sono completamente aliene alla televisione globalizzata, che toglie ogni distinzione, che fa sì che ogni programma sia rigorosamente uguale a qualsiasi altro, e dove non ci sono più distinzioni tra sservizio pubblico e canali privati.
Secondo me, invece, il Festival dovrebbe tornare ad essere uno spettacolo fatto in un teatro, che la televisione dovrebbe solo portare nelle case degli italiani.
Siamo al momento topico, si sa chi passa ed è eliminato tra i big. Incrociamo le dita, spero di potermi liberare da Pupo e i compari dell'amore all'Italia.
Purtroppo, mamma mia, la liberazione sperata non avviene, ci resta augurarci che non vinca!ovviamente, purtroppo, di conseguenza rimane fuori Enrico Ruggeri, che d'altronde ha fatto un brano troppo bello per questa orgia indecente.
Sono felice dell'altro escluso, Fabrizio Moro era indegno.
Carissimi lettori, non vi commenterò la finalissima, probabilmente domani, come cappellino al commento alla puntata di "Canzonenapoletana@rai.it", si tirerà qualche conclusione.
Quello che mi sento di dire è che, comunque, qualsiasi genere di musica è più ascoltabile della maggior parte di ciò che passa a Sanremo!
Si inizia con la canzone di Malica Ayane, una delle più buone cantanti uscite negli ultimi anni. Il brano, intitolato "Ricomincio da qui", ha una bella melodia, in maggiore, ma senza disdegnare alcune raffinatezze date da settime minori ed aumentate. La voce della Ayane è perfettamente intonata, con questo timbro così caratteristico, dolce ma tirannicamente potente. Mi ricorda vagamente una canzone di Fabio Concato, ma è giusto un'associazione portata da alcune caratteristiche della ritmica della batteria, che è compatibile con un certo jazz pop degli anni Sessanta.
Simone Cristicchi, cantautore interessato alla musica tradizionale che sfrutta per arricchire i propri orizzonti culturali, ha invitato un gruppo di voci "etniche" per infiorettare il suo brano. La canzone è iniziata con delle cadenze di saltarello, eseguito dai Minatori di Santa Fiora, località toscana dove è nato questo gruppo di grandi voci popolari.
Venendo propriamente alla canzone di Cristicchi, invece, è un rock molto forte, dedicato ad una serie di atteggiamenti tipicamente italiani, tutti votati all'evasione, infatti il ritornello, che potrebbe riecheggiare il bennatiano "Meno male che non c'è Nerone", è un "Meno male che c'è Carla Bruni".
Leggermente più veloce, continuando, arriva questa "La cometa di Halley", che è cantata da Irene Grandi e Marco Cocci. Le voci stasera sono intonate, forse l'emozione si inizia un po' a dissipare, o quantomeno smette di inficiare le prestazioni canore.
La canzone è d'amore, che per nascondere la banalità del tema, lo tratta in maniera pseudoinnovativa. Io salvo di questo brano solamente la musica, che è impregnata di interessanti suggestioni beateggianti, un po' anni Sessanta, anche se "tradotte" con il linguaggio dell'elettronica.
Ed ecco, accolti dall'"inno nomade" "Io vagabondo", arrivano i Nomadi, che interpretano, insieme ad Irene Fornaciari, ad un dj tedesco ed a Susy (che non si sa chi è!), una canzone intitolata "Il mondo piange".
E' una ballata un po' "abolerada", che non va ignorata, ma abbiamo sentito di meglio. Ed ecco un pezzo tradotto in inglese, dove si sente la voce di Susy, che non ha un timbro particolarmente interessante, tipica voce potente, ma niente di più.
Le due voci femminili, dopo essersi "fatte la guerra" per un pochino, si sono alternate per dare più spazio alla ripetizione della asfissiante domanda del testo: "Il mondo piange! Vorrei sapere perché!". Non mi piace!
Il Festival è provvisoriamente interrotto, e si assiste ad una "cavaqueira" abbastanza insopportabile. Il prossimo artista, altrettanto insopportabile che la chiacchierata informale che io ho chiamato con la parola portoghese "cavaqueira", vincitore dell'ultima edizione di "X-factor", talent show da cui si ritiene di estrapolare il futuro della canzone italiana (l'unica cantante davvero azzeccata è stata Noemi!) è Marco Mengoni. Il brano, scritto dallo stesso Mengoni ed interpretato insieme ai Solis string quartet, quartetto strumentale napoletano che sperimenta con successo l'uso degli strumenti classici suonati "classicamente" nella musica leggera e contemporanea, si chiama "Credimi ancora". E' un brano d'amore dove un uomo prega una donna di crederlo ancora, con un patetismo rispetto al quale rimpiango le vecchie canzoni "amore-cuore". la sua voce è senza basse, da donna, terribile.
E purtroppo arriva l'amore per l'Italia di Pupo, Emanuele Filiberto e Luca Canonici, "condito" dalla partecipazione delle Divas, soprani insopportabili, e dall'intervento, che la Clerici ha perfino tentato di troncare, di Marcello Lippi, che rappresenta l'Italia della nazionale e di una Coppa del mondo vinta ormai quattro anni fa.
La prima strofa l'ha fatta Pupo, sulle sue basse stonatissime, poi è arrivato il "principe" che dice che, siccome lui crede nella sua cultura e nella sua religione, ha tutto il diritto di stare qui. Ed ecco, dopo un intervento di Luca Canonici, tenore insipido, che nel tenere il re centrale, nota normale per chi ha questa voce, trema e quasi stona. Pupo, nella sua seconda apparizione, questa volta sulle "alte", ha citato questa mitica finale di Berlino con la quale Lippi ci ha regalato appunto questa bellissima Coppa del mondo.
E' una canzone vergognosa, cosiccome è vergognosa la non distinzione tra "grandi eventi" ed "emergenze" votata dal nostro caro premier a cui, sinceramente, alla maniera di Cinzia Marzo, dico un'altra volta "A mammata!".
In questa prima parte, va detto, l'unica veramente degna, è quella di Malica Ayane, bellissima, semplice, corposa ed innovativa, l'unica è "ricominciare da qui".
E' buona anche quella di Simone Cristicchi, che però, sinceramente, sperimenta una contaminazione che io trovo un po' forzata, quella tra rock britannico e musica popolare italiana allo Stato "Puro".
Siamo con J.Lo, Jennifer López, cantante nulla, questo lo posso dire senza paura di essere smentita.
La cantante sta cantando, in play back perché diversamente non può fare, un suo pezzo da discoteca ma in minore perché fa chic.
C'è un'intervista con la J.lo, mamma mia che noia, che patetismo, che vergogna, il Festival di Sanremo sembra un talk show, veramente brutto!
Ed eccoci a Valerio Scanu, con cui riprende la gara, dopo queste cose troppo intime, sentite con la López. Ed abbiamo anche il piacere di riascoltare la voce di Alessandra Amoroso, che riesce davvero a dare molto con questa melodia corposa. Le due voci sono moderne ma orgogliosamente melodiche, il testo, forse con qualche gioco di parole di troppo, ha comunque una semplicità che cattura.
Ecco la canzone di Arisa, intitolata "Ma l'amore no", che nella versione originale è un simpatico tempo binario. Stasera diventa un swing anni Trenta, che porta all'evidenziazione dell'esilarante comicità della cantante. L'interpretazione è acustica, gustosa, la sua voce non è magari perfettamente intonata, ma il brano è comunque gradevole. Il brano è stato interpretato con la Lino Patruno jazz band, che permette di vedere un grandissimo jazzista, già componente dei Gufi.
Ecco Enrico Ruggeri, che viene accolto con un pezzettino di "Mistero", che vinse il Sanremo 1993 (ripeto: che tempi!).
Il brano di Enrico Ruggeri, intitolato "La notte delle fate", è, almeno in questa occasione, caratterizzato da un ritmo binario un po' simile a "Primavera a Sarajevo", almeno per quanto riguarda la sua prima parte, anche se qui le atmosfere etniche sono sostituite da atmosfere più sinceramente rock. Interessante è l'inizio del ritornello, affidato ad un assolo della sporca ma perfetta voce di Ruggeri. Il testo del brano è un po' criptico, ma si parla sempre di questi personaggi femminili con cui, ormai lo si può ben dire, il cantautore milanese ha fatto pace.
E' un bel brano, che nel finale viene colto da suggestioni arabe, meticciato interessante perché fatto con rispetto.
Ecco un'altra artista che si è guadagnata sul campo la mia stima, Noemi, l'unica che quelli di "X-factor" sono riusciti ad "azzeccare".
Il brano, intitolato "Per tutta la vita", è stato scritto dagli stessi autori della meravigliosa "l'amore si odia", che la cantante ha interpretato insieme alla Mannoia, e forse in parte la ricorda.
Quello che stupisce sempre nella voce di Noemi è l'intonazione perfetta, nonostante che il timbro, non limpido e non puro, potrebbe volentieri portare a fare delle "stonature artistiche".
E' uno di quei brani sui problemi dell'amore, ma non su coppie scoppiate o riappacificate, bensì sui problemi che dà un amore in crisi o finito (il tema è sicuramente meno banale!).
Ecco Fabrizio Moro, che è tornato con un'altra canzone di lotta, che però interpreta insieme a Jarabe de palo, gruppo spagnolo di pop "desentendido". Il cantante, evviva, è completamente stonato, canta come se fosse un romano "borgataro" in un bar con qualche cricca (solo che siamo a Sanremo, e stiamo in diretta con tutto il mondo tramite almeno tre canali radiofonici oltre alla rai tv!).
Ed eccoci a Giuseppe Povia (oh!). Anche questa volta, come quando ci aveva comunicato che i bambini fanno "Oh", ci dà un messaggio veramente brutto, il brano è patetico. Marco Masini, il cantante scelto per il duetto, forse dimostra il livello di bruttezza a cui è arrivato il "canta-cameriere".
Si sta assistendo, ora, ad una esibizione raccapricciante di Jennifer López, che sta facendo un medley dei suoi vecchi successi, rigorosamente in playback, si sente lontano un miglio.
Comunque, questa interruzione della gara, ci permette di fare un commento generale su ciò che si è finora sentito: brani più o meno buoni, bellissimi quelli di Malica Ayane, Enrico Ruggeri e Noemi, accettabili quelli di Ariza e Simone Cristicchi, anche se trovo ingiusto l'utilizzo di un coro popolare in un contesto completamente diverso.
Non parlo, perché già l'ho fatto prima e nell'articolo precedente, della dichiarazione "ufficiale" del "principino".
Si arriva ai giovani, e si inizia con Jessica Brando, che porta un brano in minore, dalla ritmica particolare ma non pesante, intitolato "Dove non ci sono ore". E' un brano un po' "dark", ma armonicamente e melodicamente corposo. Anche il ritornello, che potrebbe ricordare un qualcosa di più "cantabile", non permette alla senaszione di entrarci nell'anima.
Ritmicamente, direi che la canzone è un terzinato lento, una "traduzione" in linguaggio moderno di certe atmosfere anni Sessanta.
La voce della Brando, potente ed equilibrata, è in grado di avere un'intonazione quasi impeccabile, quindi voglio augurarle di poter maturare e continuare a lavorare.
Siamo con il secondo giovane in gara, Tony Maiello con "Il linguaggio della resa".
E' un altro terzinato lento, ma molto più semplice e legato ad una certa melodicità italiana più cantautorale. Devo dire che non mi sta emozionadno particolarmente, ma non mi è neanche del tutto indifferente.
Purtroppo, problema di molte canzoni degli ultimi Festival anche se non particolarmente reperibile in questo, l'orchestra riesce ad insinuarsi male, infatti forse andrebbe abolita. Dovremmo infatti ricordarci, forse, che quando questa manifestazione è nata, nel lontano 1951 su idea del fioraio Amilcare Rambaldi, un'orchestra ben fornita era l'unico modo possibile di eeseguire la musica. Oggi, forse, basterebbe far esibire ognuno con il proprio gruppo, cosiccome avviene ad ottobre durante il Club Tenco.
Eccoci a quella che è la mia canzone preferita in assoluto di questo festival, la ballata, melodica e semplice ma con venature giampierettiane interessanti, intitolata "Tu non mi dài pace", interpretata da Luca Marino. Sono molto felice di essere qui per ascoltare un'interpretazione live che, anche se non impeccabile perché si perde sulle alte, specialmente sul soldiesis, è comunque bella e non artefatta. Sono talmente stanca di stranezze, che preferisco questi brani alla vecchia maniera, queste che rivalutano le chitarre, questa sonorità così antica e piena di storia, che l'elettronica aveva quasi mandato in pensione.
Ecco un'altra grande giovane scoperta tramite questo Festival, Nina Zilli che ci interpreta "l'uomo che amava le donne". E' un brano dalla struttura antica, d'altronde in tutte le sue interviste la cantante ha confessato la sua grande passione per la musica anni Sessanta ascoltata da vinile. Ed è questo mondo che si ritrova in questa canzone dalle venature bacarackiane e jazz, interpretata da una buona voce, anche se non d'intonazione perfetta, soprattutto nella prima parte del brano. Ormai, in questo finalino, sembra essersi sciolta.
Ora Antonella Clerici sta intervistando Cristiana Capotondi, attrice che sta interpretando una riproposizione di Sissi, ruolo che fu di Romy Snaider.
Ecco la sigla del Festival di Sanremo che, pur essendo il Festival della canzone italiana (dicasi FESTIVAL DELLA CANZONE ITALIANA!), ha una sigla in inglese, completamente orribile.
E' stato appena proclamato il vincitore della categoria "Nuova generazione", purtroppo è Tony Maiello, che con un brano insipidissimo e terzinato, veramente brutto, ha superato tutti. Veramente, non so perché, ma è tipicamente sanrmese dare delle vittorie ingiuste.
Il vincitore sta ora ricantando, stonandola completamente, la sua canzone. Il microfono ha pure fischiato, anche l'ambiente si ribella alle scelte della giuria!. E' un brano banale, che non meritava assolutamente di arrivare dove è arrivato, ma va bene!
Ed ecco il secondo ospite internazionale, i Tokyo Hotel, gruppo rock, che sta cantando rigorosamente in playback, è veramente una vergogna.
Secondo me, ormai, ci si dovrebbe convincere che il Festival dovrebbe essere una vetrina per l'italianità, dove gli stranieri dovrebbero solamente cantare nella nostra lingua, così potrebbe essere veramente l'ultimo rifugio d'Italiaa in una televisione completamente colonizzata. So che queste logiche sono completamente aliene alla televisione globalizzata, che toglie ogni distinzione, che fa sì che ogni programma sia rigorosamente uguale a qualsiasi altro, e dove non ci sono più distinzioni tra sservizio pubblico e canali privati.
Secondo me, invece, il Festival dovrebbe tornare ad essere uno spettacolo fatto in un teatro, che la televisione dovrebbe solo portare nelle case degli italiani.
Siamo al momento topico, si sa chi passa ed è eliminato tra i big. Incrociamo le dita, spero di potermi liberare da Pupo e i compari dell'amore all'Italia.
Purtroppo, mamma mia, la liberazione sperata non avviene, ci resta augurarci che non vinca!ovviamente, purtroppo, di conseguenza rimane fuori Enrico Ruggeri, che d'altronde ha fatto un brano troppo bello per questa orgia indecente.
Sono felice dell'altro escluso, Fabrizio Moro era indegno.
Carissimi lettori, non vi commenterò la finalissima, probabilmente domani, come cappellino al commento alla puntata di "Canzonenapoletana@rai.it", si tirerà qualche conclusione.
Quello che mi sento di dire è che, comunque, qualsiasi genere di musica è più ascoltabile della maggior parte di ciò che passa a Sanremo!
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19 febbraio 2010,
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domenica 14 febbraio 2010
Commento alla puntata del 14/02/10 di Canzonenapoletana@rai.i".
Carissimi lettori, inizia un ciclo di "canzonenapoletana@rai.it" dedicato ad Alessandro Cassese, un poeta "minore" della canzone napoletana, a cui comunque va riconosciuto il merito di aver creato un capolavoro che tutt'ora si canta intitolato "Nuttata 'e sentimento".
Si inizia con un valzerino lento, scritto nel 1905 ed interpretato da Francesco Daddi, intitolato "Viene a vucà". E' un brano ancora influenzato dal grande romanticismo digiacomiano, dove non si intuisce assolutamente l'"ossessione eroica" così tipica di Alessandro Cassese.
Il primo brano di ispirazione militaresca che ascoltiamo è questo "So' turnato" scritto nel 1907 e musicato da Rodolfo Falvo. E' una marcetta con strofa in minore e ritornello in maggiore, che un militare dedica alla propria amata. Il brano è stato ascoltato nella versione di Diego Giannini.
Si continua con "Primma 'e turnà" scritta nel 1908 ed interpretata da Elvira Donnarumma, che canta una melodia scritta dallo stesso Rodolfo Falvo di prima. E' una marcetta, caratterizzata sempre dalla strofa in minore che si alterna con il ritornello in maggiore. Purtroppo, avendo la Donnarumma una voce sopranile, è difficile capire il testo. E' comunque un bel brano che andrebbe ripreso per dargli nuova vita.
Ed eccoci all'unica canzone di Cassese che tutt'ora si canta comunemente, quella bellissima barcarola intitolata "Nuttata 'e sentimento" che ascoltiamo nella versione di Aldo Gabrin. E' un brano dove si immagina che un marinaio richiami la propria innamorata per venire con lui sulla barca. E' una serenata tra le più belle, che tutti i cantanti principali, incluso Roberto Murolo nella sua "Antologia cronologica della canzone partenopea", hanno interpretato. L'interpretazione d'epoca da noi ascoltata è notevole perché, nonostante gli esagerati tremoli della voce, si conserva il sentimentalismo che le è proprio.
Stiamo ascoltando un altro brano di ispirazione miitaresca, dove un innamorato che parte per il militare dice alla propria amata che non la dimenticherà. E' una marcetta lenta e romantica che ascoltiamo nella versione di Giuseppe Godono. Se vogliamo questo brano può essere paragonato ad un brano quasi coevo di Aniello Califano intitolato "Carmela mia", perché anche in quel caso si giura che al ritorno dai propri doveri militari si penserà solo alla cara Carmela.
E torniamo allo stile compositivo di Giuseppe Capolongo, che aveva musicato "Nuttata 'e sentimento", caratterizzato da queste influenze barocche, ascoltando questa "Carmè tu nasciste pe' mme" interpretata da Nina de Charny, una delle principali sciantose d'inizio secolo. Questa interpretazione mi suona un po' esagerata, oltre che non rispettosa di determinate caratteristiche che trovo tecnicamente indissolubili da questo tipo di melodie. Comunque il testo è tra i più romantici scritti da Alessandro Cassese.
Ed ecco l'ultima canzone, "E tu Margaretè", musicata da Rodolfo Falvo. E' una marcetta che, come quasi tutte le canzoni oggi ascoltate, è caratterizzata dall'alternanza della strofa in minore ed il ritornello in maggiore. Purtroppo è difficile capire il testo, ma dovrebbe essere una canzone di tematica amorosa.
Carissimi lettori, vi giuro che Paquito del Bosco ha promesso che ormai stiamo alla fine di questi cicli sulla canzone napoletana delle origini, quella più difficile da capire, quindi forse in futuro andrà meglio!
Si inizia con un valzerino lento, scritto nel 1905 ed interpretato da Francesco Daddi, intitolato "Viene a vucà". E' un brano ancora influenzato dal grande romanticismo digiacomiano, dove non si intuisce assolutamente l'"ossessione eroica" così tipica di Alessandro Cassese.
Il primo brano di ispirazione militaresca che ascoltiamo è questo "So' turnato" scritto nel 1907 e musicato da Rodolfo Falvo. E' una marcetta con strofa in minore e ritornello in maggiore, che un militare dedica alla propria amata. Il brano è stato ascoltato nella versione di Diego Giannini.
Si continua con "Primma 'e turnà" scritta nel 1908 ed interpretata da Elvira Donnarumma, che canta una melodia scritta dallo stesso Rodolfo Falvo di prima. E' una marcetta, caratterizzata sempre dalla strofa in minore che si alterna con il ritornello in maggiore. Purtroppo, avendo la Donnarumma una voce sopranile, è difficile capire il testo. E' comunque un bel brano che andrebbe ripreso per dargli nuova vita.
Ed eccoci all'unica canzone di Cassese che tutt'ora si canta comunemente, quella bellissima barcarola intitolata "Nuttata 'e sentimento" che ascoltiamo nella versione di Aldo Gabrin. E' un brano dove si immagina che un marinaio richiami la propria innamorata per venire con lui sulla barca. E' una serenata tra le più belle, che tutti i cantanti principali, incluso Roberto Murolo nella sua "Antologia cronologica della canzone partenopea", hanno interpretato. L'interpretazione d'epoca da noi ascoltata è notevole perché, nonostante gli esagerati tremoli della voce, si conserva il sentimentalismo che le è proprio.
Stiamo ascoltando un altro brano di ispirazione miitaresca, dove un innamorato che parte per il militare dice alla propria amata che non la dimenticherà. E' una marcetta lenta e romantica che ascoltiamo nella versione di Giuseppe Godono. Se vogliamo questo brano può essere paragonato ad un brano quasi coevo di Aniello Califano intitolato "Carmela mia", perché anche in quel caso si giura che al ritorno dai propri doveri militari si penserà solo alla cara Carmela.
E torniamo allo stile compositivo di Giuseppe Capolongo, che aveva musicato "Nuttata 'e sentimento", caratterizzato da queste influenze barocche, ascoltando questa "Carmè tu nasciste pe' mme" interpretata da Nina de Charny, una delle principali sciantose d'inizio secolo. Questa interpretazione mi suona un po' esagerata, oltre che non rispettosa di determinate caratteristiche che trovo tecnicamente indissolubili da questo tipo di melodie. Comunque il testo è tra i più romantici scritti da Alessandro Cassese.
Ed ecco l'ultima canzone, "E tu Margaretè", musicata da Rodolfo Falvo. E' una marcetta che, come quasi tutte le canzoni oggi ascoltate, è caratterizzata dall'alternanza della strofa in minore ed il ritornello in maggiore. Purtroppo è difficile capire il testo, ma dovrebbe essere una canzone di tematica amorosa.
Carissimi lettori, vi giuro che Paquito del Bosco ha promesso che ormai stiamo alla fine di questi cicli sulla canzone napoletana delle origini, quella più difficile da capire, quindi forse in futuro andrà meglio!
lunedì 8 febbraio 2010
Commento alla puntata del 08/02/10 di "Canzonenapoletana@rai.it
Carissimi lettori, in ritardoeccoci al commento alla terza puntata che "Canzonenapoletana@rai.it" dedica a Raffaele Ferraro-Correra.
Si inizia con un duetto intitolato "Donna Rafè overamente". Il brano, un pezzo tra il melodico ed il macchiettistico, è interpretato da Roberto Ciaramella ed Elvira Donnarumma.
E' un brano di cui, purtropop, capisco pochissimo il testo. Bellissima è la recitazione, tra il popolare ed il roboante, dei due interpreti.
Eccoci ad una tarantelluccia, intitolata "Maria bella" e musicata da Emanuele Nutile, cantata da Gennaro Pasquariello. E' un brano meravigliosamente malinconico-allegro, una di quelle tarantelle "dolci" e classiche, così tipiche della Napoli d'autore. Il brano è una serenata, quindi il ritmo della tarantella si stempera spesso con pause e rallentamenti, affinché il romanticismo del testo sia comprensibile.
Ed eccoci ad una bellissima canzone, allegra e dolce, intitolata "Riturnello". E' un inno alla primvera, scritto nel 1915. L'interprete è il tenore Giuseppe Godono, il testo lo capisco difficilmente, ma credo che si parli del fatto che l'amore sia una musica che porta allegria all'anima come un ritornello popolare. Nella terza entrata del ritornello, il tenore usa una grandissima potenza di voce, che porta questa piccola parte ad acquistare una liricità.
Ed eccoci ad una marcetta, scritta nelo stesso anno del brano precedente, dal titolo "Catena. L'interprete è un tenore aggraziato chiamato Oreste Ascoi. La canzone, effettivamente, prende le sembianze di una marcia solo in alcune parti molto specifiche, anche se il testo è completamente allegro, dedicato al potere che ha l'amore di incatdnare due cuori.
Mi sento di poter dire che tra le tre puntate, questa forse è la più interessante e bella, per le perle sconosciute che ci sta portando.
Ed eccoci ad una canzone del 1916 intitolata "Canta Marì", musicata da Enrico Cannio. E' un valzerino, nel quale si paragona l'amore ad una canzone, arrivando a dire che "chi nun sente ammore nun averria a cantà". L'interprete, notevole tenore ed interprete anche di "canzone di giacca" è Gabrè. Anche qui ci troviamo davanti a quei tipici brani pieni di pause e raffinatezze musicali.
Ed eccoci ad uno di quei brani binari, caratterizzati dalla costante presenza dell'intervallo di quarta aumetata. Non si pensi che il tempo di polka che caratterizza il brano, esima il cantore dal fare pause raffinate, che permettono a chi è veramente bravo, come Elvira Donnarumma che in questo caso la sta cantnado, di brillare ancora di più. Nel ritornello, è curiosa la seconda voce femminile, che rafforza le note della principale.
Siamo, ancora con un brano del 1917 intitolato "Destino" " e cantato da Giuseppe Godono, di fronte ad un hbrano molto classico, una bella romanza quasi lirica, caraterizzata dall'alternanza di accordi maggiori e minori, tra strofa e ritornello.
E si chiude rimanendo nell'atmosfera creata da questi valzerini lenti, con un brano interpretato da Raffaele Balsamo intitolato "Tutt'e Marie". La strofa è in tono minore e il ritornello è in modo misto. Potrebbe ricordare un brano quasi coevo intitolato "Connola senza mamma", ma questo è più allegro e leggero.
Come sempre chiedo scusa per la vaghezza di alcuni commenti, ma meglio non si può fare. Naturalmente vi do già l'appuntamento per il prossimo ciclo che, spero, sia dedicato a qualche autore un po' più recente o conosciuto.
Si inizia con un duetto intitolato "Donna Rafè overamente". Il brano, un pezzo tra il melodico ed il macchiettistico, è interpretato da Roberto Ciaramella ed Elvira Donnarumma.
E' un brano di cui, purtropop, capisco pochissimo il testo. Bellissima è la recitazione, tra il popolare ed il roboante, dei due interpreti.
Eccoci ad una tarantelluccia, intitolata "Maria bella" e musicata da Emanuele Nutile, cantata da Gennaro Pasquariello. E' un brano meravigliosamente malinconico-allegro, una di quelle tarantelle "dolci" e classiche, così tipiche della Napoli d'autore. Il brano è una serenata, quindi il ritmo della tarantella si stempera spesso con pause e rallentamenti, affinché il romanticismo del testo sia comprensibile.
Ed eccoci ad una bellissima canzone, allegra e dolce, intitolata "Riturnello". E' un inno alla primvera, scritto nel 1915. L'interprete è il tenore Giuseppe Godono, il testo lo capisco difficilmente, ma credo che si parli del fatto che l'amore sia una musica che porta allegria all'anima come un ritornello popolare. Nella terza entrata del ritornello, il tenore usa una grandissima potenza di voce, che porta questa piccola parte ad acquistare una liricità.
Ed eccoci ad una marcetta, scritta nelo stesso anno del brano precedente, dal titolo "Catena. L'interprete è un tenore aggraziato chiamato Oreste Ascoi. La canzone, effettivamente, prende le sembianze di una marcia solo in alcune parti molto specifiche, anche se il testo è completamente allegro, dedicato al potere che ha l'amore di incatdnare due cuori.
Mi sento di poter dire che tra le tre puntate, questa forse è la più interessante e bella, per le perle sconosciute che ci sta portando.
Ed eccoci ad una canzone del 1916 intitolata "Canta Marì", musicata da Enrico Cannio. E' un valzerino, nel quale si paragona l'amore ad una canzone, arrivando a dire che "chi nun sente ammore nun averria a cantà". L'interprete, notevole tenore ed interprete anche di "canzone di giacca" è Gabrè. Anche qui ci troviamo davanti a quei tipici brani pieni di pause e raffinatezze musicali.
Ed eccoci ad uno di quei brani binari, caratterizzati dalla costante presenza dell'intervallo di quarta aumetata. Non si pensi che il tempo di polka che caratterizza il brano, esima il cantore dal fare pause raffinate, che permettono a chi è veramente bravo, come Elvira Donnarumma che in questo caso la sta cantnado, di brillare ancora di più. Nel ritornello, è curiosa la seconda voce femminile, che rafforza le note della principale.
Siamo, ancora con un brano del 1917 intitolato "Destino" " e cantato da Giuseppe Godono, di fronte ad un hbrano molto classico, una bella romanza quasi lirica, caraterizzata dall'alternanza di accordi maggiori e minori, tra strofa e ritornello.
E si chiude rimanendo nell'atmosfera creata da questi valzerini lenti, con un brano interpretato da Raffaele Balsamo intitolato "Tutt'e Marie". La strofa è in tono minore e il ritornello è in modo misto. Potrebbe ricordare un brano quasi coevo intitolato "Connola senza mamma", ma questo è più allegro e leggero.
Come sempre chiedo scusa per la vaghezza di alcuni commenti, ma meglio non si può fare. Naturalmente vi do già l'appuntamento per il prossimo ciclo che, spero, sia dedicato a qualche autore un po' più recente o conosciuto.
domenica 24 gennaio 2010
Commento alla puntata del 24/01/10 di "Canzonenapoletana@rai.it".
Carissimi lettori, si inizia un nuovo ciclo di trasmissioni all'interno di "Canzonenapoletana@rai.it". Il poeta di cui si occuperà Pachito del Bosco è Raffaele Ferraro-Correra. Purtroppo non sono riuscita a capire il titolo del primo brano che viene trasmesso, una tarantelluccia molto carina scritta dal nostro poeta nel 1893. Gli interpreti, davvero bravi, sono I figli di Ciro, nota troupe di posteggiatori dell'epoca. Il brano, di cui naturalmente si capiscono poco le parole per l'antichità del disco, sembra una tarantella di quelle spassose, caratterizzata dalle solite alternanze tra minore e maggiore.
Ed eccoci qua ad un duetto che potrebbe ricordare il canto popolare salentino "'U cuccurucù", intitolato "Io vurria". Il brano è risalente al 1896 ed è interpretato da Berardo Cantalamessa e Ersilia Faraone. Il ritmo potrebbe essere una tarantella, accompagnata molto semplicemente. Il testo purtroppo è difficile da capire, ma mi sta facendo piacere sentire questo repertorio storico.
Lasciamo la tarantella per occuparci dei ritmi binari, con un brano d'inizio Novecento intitolato "'A calamita". Il brano è interpretato dai Figli di Ciro. Anche qui ritroviamo le caratteristiche che avevamo riscontrato in brani coevi di altri autori, specialmente il rallentamento in corrispondenza di parti in tonalità minore.
Siamo con Gennaro Pasquariello, che ci sta interpretando un brano del 1904 intitolato "'A gelusia", con musica di Nutile. Non riesco a parlarvi bene della struttura musicale del pezzo, ma si può dire, senza sbagliare troppo, che sia uno di quei valzerini romantici, cantati con impeto lirico.
Dello stesso anno è questa "'O core d' 'e femmene", testo musicato da Giuseppe De Gregorio. L'interprete è Francesco Daddi, tenore che già avevamo incontrato. Il brano, di cui riesco quasi a capire il testo, è sulla variabilità del cuore femminile, che non riesce ad amare con la stabilità voluta dall'uomo.
Eccoci a quella che è la canzone più famosa di Ferraro-Correra. Il brano si intitola "Tarantella d' 'e vase". L'interpretazione che ascoltiamo, rigorosamente d'epoca ed affidata a Roberto Ciaramella ed Elvira Donnarumma, è molto teatrale e divertente, sicuramente diversa da quelle più recenti, caratterizzate, almeno per quello che conosco io, da una dizione più semplice e meno barocca. Da ascoltare, secondo me, è la versione di Sergio Bruni.
Dello stesso anno è questa "Core core", che viene cantata da Diego Giannini. La prima cosa che si nota è l'annuncio del titolo della canzone, l'interprete e la casa discografica produttrice del disco. Il brano in sé è nei dintorni della tarantella (credo). Comunque, mi pare di poterdire che sia abbastanza spassosa. I dubbi si debbono al fatto che capisco poco i testi e, oltretutto, in quegli anni si tendeva, almeno secondo me, a standardizzare molto l'interpretazione, fino a non far capire se i brani sono allegri o tristi.
La puntata si chiude con "Comm'a luna", interpretata da Gennaro Pasquariello. E' un bel brano, ma, purtroppo, non capisco niente delle parole. E' sempre uno di quei brani binari, così tipici di quel periodo, in una schietta tonalità maggiore.
Chiedo scusa per l'aleatorietà delle osservazioni di cui saranno fatti questi commenti, ma quando si tratta di materiali storici, si sa, la qualità è quella che è.
Ed eccoci qua ad un duetto che potrebbe ricordare il canto popolare salentino "'U cuccurucù", intitolato "Io vurria". Il brano è risalente al 1896 ed è interpretato da Berardo Cantalamessa e Ersilia Faraone. Il ritmo potrebbe essere una tarantella, accompagnata molto semplicemente. Il testo purtroppo è difficile da capire, ma mi sta facendo piacere sentire questo repertorio storico.
Lasciamo la tarantella per occuparci dei ritmi binari, con un brano d'inizio Novecento intitolato "'A calamita". Il brano è interpretato dai Figli di Ciro. Anche qui ritroviamo le caratteristiche che avevamo riscontrato in brani coevi di altri autori, specialmente il rallentamento in corrispondenza di parti in tonalità minore.
Siamo con Gennaro Pasquariello, che ci sta interpretando un brano del 1904 intitolato "'A gelusia", con musica di Nutile. Non riesco a parlarvi bene della struttura musicale del pezzo, ma si può dire, senza sbagliare troppo, che sia uno di quei valzerini romantici, cantati con impeto lirico.
Dello stesso anno è questa "'O core d' 'e femmene", testo musicato da Giuseppe De Gregorio. L'interprete è Francesco Daddi, tenore che già avevamo incontrato. Il brano, di cui riesco quasi a capire il testo, è sulla variabilità del cuore femminile, che non riesce ad amare con la stabilità voluta dall'uomo.
Eccoci a quella che è la canzone più famosa di Ferraro-Correra. Il brano si intitola "Tarantella d' 'e vase". L'interpretazione che ascoltiamo, rigorosamente d'epoca ed affidata a Roberto Ciaramella ed Elvira Donnarumma, è molto teatrale e divertente, sicuramente diversa da quelle più recenti, caratterizzate, almeno per quello che conosco io, da una dizione più semplice e meno barocca. Da ascoltare, secondo me, è la versione di Sergio Bruni.
Dello stesso anno è questa "Core core", che viene cantata da Diego Giannini. La prima cosa che si nota è l'annuncio del titolo della canzone, l'interprete e la casa discografica produttrice del disco. Il brano in sé è nei dintorni della tarantella (credo). Comunque, mi pare di poterdire che sia abbastanza spassosa. I dubbi si debbono al fatto che capisco poco i testi e, oltretutto, in quegli anni si tendeva, almeno secondo me, a standardizzare molto l'interpretazione, fino a non far capire se i brani sono allegri o tristi.
La puntata si chiude con "Comm'a luna", interpretata da Gennaro Pasquariello. E' un bel brano, ma, purtroppo, non capisco niente delle parole. E' sempre uno di quei brani binari, così tipici di quel periodo, in una schietta tonalità maggiore.
Chiedo scusa per l'aleatorietà delle osservazioni di cui saranno fatti questi commenti, ma quando si tratta di materiali storici, si sa, la qualità è quella che è.
domenica 17 gennaio 2010
Commento alla puntata del 17/01/10 di "Canzonenapoletana@rai.it"
Carissimi lettori, ecco il commento all'ultima puntata del ciclo dedicato da "Canzonenapoletana@rai.it" a Michele Galdieri.
Si inizia con un brano intitolato "Nustalgia", interpretato da Miranda Martino e caratterizzato dagli stilemi che connotano la musica melodica italiana all'inizio degli anni Sessanta. Il brano, infatti, è un terzinato, con le solite alternanze di strofe in minore e ritornelli in maggiore. E' uno dei tanti pezzi dove un innamorato supplica la propria amante di non lasciarlo, facendo così svanire la felicità del loro amore.
Torniamo, grazie ad un brano presentato al Festival di Napoli 1958, alle tipiche atmosfere centroamericane che abbiamo visto essere un tappeto musicale molto compatibile con lo stile di Galdieri.
Il testo, che viene messo su una melodia che non era mai stata cantata scritta da Barberis, che era stato già compagno di Galdieri per "Munasterio 'e Santa Chiara", è una dichiarazione d'amore, durante la quale, però, il protagonista insinua il sospetto che la sua innamorata stia semplicemente giocando con lui.
Ed eccoci ad un swing, facente parte di quel corpus di brani di ispirazione napoletana scritti da Galdieri in lingua italiana, intitolato "Quando si dice Napoli". E' un brano che ribadisce, con poesia tenera, gli stereotipi che connotano la città fuori Italia.
L'anno dopo Galdieri si presenta con un cha-cha-cha, condito però da melodie nascoste di mandolini, intitolato "'Sta miss 'nciucio". E' il ritratto di una pettegola, forse come nessuno mai lo ha fatto. La versione che ascoltiamo è di Maria Paris, interprete geniale per ogni brano che sia basato su giochi di parole o allitterazioni di suoni, che riescono quasi a volare aiutati da un timbro gentile.
Ed eccoci ad un bolero alla cubana, interpretato da Flora Gallo, voce più scura e romantica rispetto a quella della Paris. E' uno dei brani in cui un innamorato prega la propria donna di non lasciarlo mai.
Siamo nel 1960 e Michele Galdieri è chiamato a dirigere il Festival di Napoli. Fuori concorso, Giacomo Rondinella presenta questo testo, musicato da Pasquale Frustaci, intitolato "Ce steva 'na vota". E' uno dei brani, abbastanza numerosi in verità, d'omaggio alla storia della canzone napoletana. E' un brano all'antica, con una semplice ritmica a tarantella, che contiene anche un bellissimo intervallo di quarta aumentata.
Si conclude il ciclo su Michele Galdieri, con una tarantelluccia in lingua italiana intitolata "Venite a Napoli". E' interpretata, con bravura assoluta, da Franco Ricci. Anche questa, ancor più della precedente, ha una semplicità magica. Nel brano si parla dell'incanto che ha la città e, io direi, che non si può dare torto all'autore.
Spero che vi sia piaciuto questo ciclo, aspettiamoci il prossimo!
Si inizia con un brano intitolato "Nustalgia", interpretato da Miranda Martino e caratterizzato dagli stilemi che connotano la musica melodica italiana all'inizio degli anni Sessanta. Il brano, infatti, è un terzinato, con le solite alternanze di strofe in minore e ritornelli in maggiore. E' uno dei tanti pezzi dove un innamorato supplica la propria amante di non lasciarlo, facendo così svanire la felicità del loro amore.
Torniamo, grazie ad un brano presentato al Festival di Napoli 1958, alle tipiche atmosfere centroamericane che abbiamo visto essere un tappeto musicale molto compatibile con lo stile di Galdieri.
Il testo, che viene messo su una melodia che non era mai stata cantata scritta da Barberis, che era stato già compagno di Galdieri per "Munasterio 'e Santa Chiara", è una dichiarazione d'amore, durante la quale, però, il protagonista insinua il sospetto che la sua innamorata stia semplicemente giocando con lui.
Ed eccoci ad un swing, facente parte di quel corpus di brani di ispirazione napoletana scritti da Galdieri in lingua italiana, intitolato "Quando si dice Napoli". E' un brano che ribadisce, con poesia tenera, gli stereotipi che connotano la città fuori Italia.
L'anno dopo Galdieri si presenta con un cha-cha-cha, condito però da melodie nascoste di mandolini, intitolato "'Sta miss 'nciucio". E' il ritratto di una pettegola, forse come nessuno mai lo ha fatto. La versione che ascoltiamo è di Maria Paris, interprete geniale per ogni brano che sia basato su giochi di parole o allitterazioni di suoni, che riescono quasi a volare aiutati da un timbro gentile.
Ed eccoci ad un bolero alla cubana, interpretato da Flora Gallo, voce più scura e romantica rispetto a quella della Paris. E' uno dei brani in cui un innamorato prega la propria donna di non lasciarlo mai.
Siamo nel 1960 e Michele Galdieri è chiamato a dirigere il Festival di Napoli. Fuori concorso, Giacomo Rondinella presenta questo testo, musicato da Pasquale Frustaci, intitolato "Ce steva 'na vota". E' uno dei brani, abbastanza numerosi in verità, d'omaggio alla storia della canzone napoletana. E' un brano all'antica, con una semplice ritmica a tarantella, che contiene anche un bellissimo intervallo di quarta aumentata.
Si conclude il ciclo su Michele Galdieri, con una tarantelluccia in lingua italiana intitolata "Venite a Napoli". E' interpretata, con bravura assoluta, da Franco Ricci. Anche questa, ancor più della precedente, ha una semplicità magica. Nel brano si parla dell'incanto che ha la città e, io direi, che non si può dare torto all'autore.
Spero che vi sia piaciuto questo ciclo, aspettiamoci il prossimo!
domenica 10 gennaio 2010
Commento alla puntata del 10/01/10 di "Canzonenapoletana@rai.it
Carissimi lettori, eccoci all'appuntamento, ormai per me abituale, con la canzone napoletana e con la terza puntata del ciclo di "Canzonenapoletana@rai.it" dedicato a Michele Galdieri.
Si riprende dal punto in cui ci si era fermati domenica scorsa, cioè dall'lp che Ebe de Paolis, grande soprano dell'epoca, ha dedicato al poeta. Il brano, intitolato "Se parla male 'e Napule", è un affondo pacato ed ironico ma comunque forte, contro questa tendenza, che quindi c'era già allora, a dire che i problemi come gli scippi sono più comuni a Napoli, o più in generale al Sud del paese, mentre spesso sono nazionali se non globali. Musicalmente parlando è un valzerino lento, di quelli che forse costituiscono il tessuto musicale ideale per iversi sornioni e raffinati di Galdieri.
Ed eccoci a Teddy Reno, grande cantante triestino che però, con massima fedeltà, riusciva a cantare benissimo in lingua napoletana. Il brano che interpreta è uno di quelli caratterizzati dalle atmosfere latine che, al contrario di ciò che succede oggi, all'epoca venivano usate coscientemente ed in maniera filologicamente corretta, perché erano particolarmente congeniali alle voci tenorili o baritonali dell'epoca. Il brano, intitolato "Ammore mio perdoname" è una canzone dove un innamorato ritorna pentito dalla propria amata.
Ed ecco un vero e proprio pezzo di storia, un'esecuzione inedita da parte di Franco Ricci, grandissimo tenore di cui qui si è già spesso parlato, di "Ddoje lacreme", presentata al secondo festival della canzone napoletana.
Il brano, che parla di un allontanamento di due innamorati forse per emigrazione, in questa versione acquista una teatralità che fa veramente restare l'ascoltatore con un nodo in gola, facendo capire anche a chi non sa il napoletano che la storia finisce male perché chi doveva tornare non torna.
E' del 1955 questa bellissima "'E stelle 'e Napule" che permise di vincere a Michele Galdieri, anche grazie alle notevoli interpretazioni di Carla boni e Gino Latilla e Maria Paris, la terza edizione del Festival di Napoli. Il brano ha una fortissima struttura "aflamencada", ed è uno dei tanti di lode appassionata alla città. Da ricordare, oltre a questa versione originale di Maria Paris, sono quelle di Roberto Murolo, chitarra e voce e contenuta nella sua "Napoletana. Antologia cronologica della canzone partenopea", e quella di Claudio Villa, di grandiosa perfezione e dolcezza tenorile.
Ed eccoci di nuovo alle atmosfere latine, che questa volta servono da tappeto per le lamentele di un uomo che non si sente amato da una donna che si interessa solo delle vetrine luccicanti dei negozi. Il brano, intitolato "Nun si nata pe' ffà ammore", è interpretato da Achille Togliani, uno dei tanti cantanti non napoletani che hanno trovato spazio nell'infinito repertorio partenopeo.
Sempre avvolta da queste meravigliose atmosfere latine, interpretata divinamente da Nunzio Gallo, uno dei tanti tenori che negli anni Cinquanta rinunciò ad una promettente carriera lirica per dedicarsi alla canzone napoletana, arriva questa "Sul'isso t'o po' ddì". E' un brano dove un uomo, che non si sente ricambiato del proprio amore, si lamenta della situazione. Soprattutto per la parte iniziale del testo, dove si enumera ciò a cui si è rinunciato in nome dell'amore, il brano ricorda "Desiderio", un brano scritto pochi anni prima da Arturo Trusiano.
Ed eccoci alla conclusione del nostro viaggio, che finisce sulle note di "Comme all'ellera", brano interpretato da quella che fu la regina incontrastata della musica melodica italiana durante tutti gli anni Cinquanta, la bolognese Nilla Pizzi. Il brano, l'accostamento è inevitabile, ricorda la ben più conosciuta "L'edera" con cui la cantante si piazzerà al secondo posto, dietro il rivoluzionario "Volare", grido di libertà di Modugno, nel Sanremo 1958.
Il brano, dal punto di vista musicale, è caratterizzato da una forte ricchezza melodica, innestata su una segreta radice swing.
Spero che ormai abbiate preso l'abitudine di leggere questi resoconti napoletani, ma soprattutto mi auguro che qualche volta andiate ad arricchirvi a queste purissime sorgenti di musica.
Si riprende dal punto in cui ci si era fermati domenica scorsa, cioè dall'lp che Ebe de Paolis, grande soprano dell'epoca, ha dedicato al poeta. Il brano, intitolato "Se parla male 'e Napule", è un affondo pacato ed ironico ma comunque forte, contro questa tendenza, che quindi c'era già allora, a dire che i problemi come gli scippi sono più comuni a Napoli, o più in generale al Sud del paese, mentre spesso sono nazionali se non globali. Musicalmente parlando è un valzerino lento, di quelli che forse costituiscono il tessuto musicale ideale per iversi sornioni e raffinati di Galdieri.
Ed eccoci a Teddy Reno, grande cantante triestino che però, con massima fedeltà, riusciva a cantare benissimo in lingua napoletana. Il brano che interpreta è uno di quelli caratterizzati dalle atmosfere latine che, al contrario di ciò che succede oggi, all'epoca venivano usate coscientemente ed in maniera filologicamente corretta, perché erano particolarmente congeniali alle voci tenorili o baritonali dell'epoca. Il brano, intitolato "Ammore mio perdoname" è una canzone dove un innamorato ritorna pentito dalla propria amata.
Ed ecco un vero e proprio pezzo di storia, un'esecuzione inedita da parte di Franco Ricci, grandissimo tenore di cui qui si è già spesso parlato, di "Ddoje lacreme", presentata al secondo festival della canzone napoletana.
Il brano, che parla di un allontanamento di due innamorati forse per emigrazione, in questa versione acquista una teatralità che fa veramente restare l'ascoltatore con un nodo in gola, facendo capire anche a chi non sa il napoletano che la storia finisce male perché chi doveva tornare non torna.
E' del 1955 questa bellissima "'E stelle 'e Napule" che permise di vincere a Michele Galdieri, anche grazie alle notevoli interpretazioni di Carla boni e Gino Latilla e Maria Paris, la terza edizione del Festival di Napoli. Il brano ha una fortissima struttura "aflamencada", ed è uno dei tanti di lode appassionata alla città. Da ricordare, oltre a questa versione originale di Maria Paris, sono quelle di Roberto Murolo, chitarra e voce e contenuta nella sua "Napoletana. Antologia cronologica della canzone partenopea", e quella di Claudio Villa, di grandiosa perfezione e dolcezza tenorile.
Ed eccoci di nuovo alle atmosfere latine, che questa volta servono da tappeto per le lamentele di un uomo che non si sente amato da una donna che si interessa solo delle vetrine luccicanti dei negozi. Il brano, intitolato "Nun si nata pe' ffà ammore", è interpretato da Achille Togliani, uno dei tanti cantanti non napoletani che hanno trovato spazio nell'infinito repertorio partenopeo.
Sempre avvolta da queste meravigliose atmosfere latine, interpretata divinamente da Nunzio Gallo, uno dei tanti tenori che negli anni Cinquanta rinunciò ad una promettente carriera lirica per dedicarsi alla canzone napoletana, arriva questa "Sul'isso t'o po' ddì". E' un brano dove un uomo, che non si sente ricambiato del proprio amore, si lamenta della situazione. Soprattutto per la parte iniziale del testo, dove si enumera ciò a cui si è rinunciato in nome dell'amore, il brano ricorda "Desiderio", un brano scritto pochi anni prima da Arturo Trusiano.
Ed eccoci alla conclusione del nostro viaggio, che finisce sulle note di "Comme all'ellera", brano interpretato da quella che fu la regina incontrastata della musica melodica italiana durante tutti gli anni Cinquanta, la bolognese Nilla Pizzi. Il brano, l'accostamento è inevitabile, ricorda la ben più conosciuta "L'edera" con cui la cantante si piazzerà al secondo posto, dietro il rivoluzionario "Volare", grido di libertà di Modugno, nel Sanremo 1958.
Il brano, dal punto di vista musicale, è caratterizzato da una forte ricchezza melodica, innestata su una segreta radice swing.
Spero che ormai abbiate preso l'abitudine di leggere questi resoconti napoletani, ma soprattutto mi auguro che qualche volta andiate ad arricchirvi a queste purissime sorgenti di musica.
domenica 3 gennaio 2010
Commento alla puntata del 03/01/10 di "Canzonenapoletana@rai.it"
Carissimi lettori, nell'augurarvi un felice anno nuovo, vi dedico il commento alla seconda puntata del ciclo di "Canzonenapoletana@rai.it", dedicato a Michele Galdieri.
Si inizia con un brano del 1947, interpretato da Franco Ricci ed intitolato "Mia". E' un brano in minore, con la tipica struttura di habanera che accompagna spesso le canzoni drammatiche o romantiche napoletane.
Non è una canzone triste, ma la felicità dell'amore viene espressa in maniera drammatica e quasi teatrale, quindi la voce di Franco Ricci, grandissimo tenore di potenza che è approdato alla canzone napoletana dopo aver lasciato una brillante carriera nella lirica, dà il meglio di sé.
E' una delle più belle canzoni che abbia mai sentito, ma non si conosce.
E si torna alle canzoni in italiano dedicate a Napoli, questa "Napoli è bella pure quando piove", cviene presentata da Carlo Buti, che già abbiamo trovato come interprete quasi insostituibile del Galdieri in lingua italiana.
Il brano è un inconfondibile tre quarti, con le pause in mezzo che fanno tanto antico e canzone d'inizio secolo.
Ed ecco una specie di canzone drammatico-macchiettistica, interpretata dal migliore interprete possibile, quel grande cantantee attore che fu Nino Taranto.
Non riesco, purtroppo, ma solo per ignoranza personale, a descrivervi il ritmo, che comunque ha degli accenni di tango. Il testo è un curioso esempio di brano pieno di rabbia nei confronti di una innamorata che si rifiuta di amare seriamente il cantore, il quale, però, poi alla fine si pente.
Ora stiamo ascoltando, da un settantotto giri ridotto più che alla frutta, "Palummella", un swing in minore ed in italiano, dove si prega la colomba di andare a portare il messaggio d'amore alla propria innamorata. Nonostante l'italianità del testo, direi che questo è uno dei brani più sinceri d'amore al dialetto, di cui si riconoscono i pregi espressivi. L'interprete è Paolo Sardisco, che io non conoscevo, di cui però non posso dirvi niente.
Si arriva al 1951, anno in cui, ad esempio, Antonio de Curtis scrisse "Malafemmena". E' di quest'anno la canzone "'E Pariente", dove si ribadisce la necessità di fare una vita autonoma dalla donna, nonostante la si ami. E' una macchietta a livello di struttura ed anche a livello di leggerezza.
Ora, invece, stiamo ascoltando uno di quei brani drammatici che permettevano forse a Galdieri di dare il meglio di sé. Il brano si intitola "Scirocco" ed è interpretato da un giovanissimo, ma già vocalmente maturo, Mario Abbate. Interessanti, perché già lontani nel tempo, sono igradi alterati della scala di re minore, la cui presenza dimostra che si possono usare ritmi moderni o di scoperta moderna, e farli odorare di antico.
A tempo di habanera, arriva questa "Quando Napoli cantava", interpretata da quello che per molti è stato il miglior cantante degli anni '40, grande sia nel swing di "Ba, ba baciami piccina", che nella melodia di "Tu musica divina". Mi riferisco ad Alberto Rabagliati, tenore veramente divino, che rimpiange, tramite le parole di Galdieri, una Napoli che forse nessuno ha mai vissuto.
Si torna alla soprano Ebe de Paolis, che ci interpreta "Mare scuro aMarechiaro", parodia, resa evidente anche dall'uguale incipit musicale, della celeberrima canzone di Di Giacomo "Marechiaro". Forse è ingiusto definirla una parodia, ma non trovo altre parole. E' la storia di un amore che finisce a Marechiaro, e, ovviamente, la storia d'amore viene paragonata ad una barca, ormai irrecuperabile.
Spero che vi sia piaciuto questo articolo, e buon anno ancora.
Si inizia con un brano del 1947, interpretato da Franco Ricci ed intitolato "Mia". E' un brano in minore, con la tipica struttura di habanera che accompagna spesso le canzoni drammatiche o romantiche napoletane.
Non è una canzone triste, ma la felicità dell'amore viene espressa in maniera drammatica e quasi teatrale, quindi la voce di Franco Ricci, grandissimo tenore di potenza che è approdato alla canzone napoletana dopo aver lasciato una brillante carriera nella lirica, dà il meglio di sé.
E' una delle più belle canzoni che abbia mai sentito, ma non si conosce.
E si torna alle canzoni in italiano dedicate a Napoli, questa "Napoli è bella pure quando piove", cviene presentata da Carlo Buti, che già abbiamo trovato come interprete quasi insostituibile del Galdieri in lingua italiana.
Il brano è un inconfondibile tre quarti, con le pause in mezzo che fanno tanto antico e canzone d'inizio secolo.
Ed ecco una specie di canzone drammatico-macchiettistica, interpretata dal migliore interprete possibile, quel grande cantantee attore che fu Nino Taranto.
Non riesco, purtroppo, ma solo per ignoranza personale, a descrivervi il ritmo, che comunque ha degli accenni di tango. Il testo è un curioso esempio di brano pieno di rabbia nei confronti di una innamorata che si rifiuta di amare seriamente il cantore, il quale, però, poi alla fine si pente.
Ora stiamo ascoltando, da un settantotto giri ridotto più che alla frutta, "Palummella", un swing in minore ed in italiano, dove si prega la colomba di andare a portare il messaggio d'amore alla propria innamorata. Nonostante l'italianità del testo, direi che questo è uno dei brani più sinceri d'amore al dialetto, di cui si riconoscono i pregi espressivi. L'interprete è Paolo Sardisco, che io non conoscevo, di cui però non posso dirvi niente.
Si arriva al 1951, anno in cui, ad esempio, Antonio de Curtis scrisse "Malafemmena". E' di quest'anno la canzone "'E Pariente", dove si ribadisce la necessità di fare una vita autonoma dalla donna, nonostante la si ami. E' una macchietta a livello di struttura ed anche a livello di leggerezza.
Ora, invece, stiamo ascoltando uno di quei brani drammatici che permettevano forse a Galdieri di dare il meglio di sé. Il brano si intitola "Scirocco" ed è interpretato da un giovanissimo, ma già vocalmente maturo, Mario Abbate. Interessanti, perché già lontani nel tempo, sono igradi alterati della scala di re minore, la cui presenza dimostra che si possono usare ritmi moderni o di scoperta moderna, e farli odorare di antico.
A tempo di habanera, arriva questa "Quando Napoli cantava", interpretata da quello che per molti è stato il miglior cantante degli anni '40, grande sia nel swing di "Ba, ba baciami piccina", che nella melodia di "Tu musica divina". Mi riferisco ad Alberto Rabagliati, tenore veramente divino, che rimpiange, tramite le parole di Galdieri, una Napoli che forse nessuno ha mai vissuto.
Si torna alla soprano Ebe de Paolis, che ci interpreta "Mare scuro aMarechiaro", parodia, resa evidente anche dall'uguale incipit musicale, della celeberrima canzone di Di Giacomo "Marechiaro". Forse è ingiusto definirla una parodia, ma non trovo altre parole. E' la storia di un amore che finisce a Marechiaro, e, ovviamente, la storia d'amore viene paragonata ad una barca, ormai irrecuperabile.
Spero che vi sia piaciuto questo articolo, e buon anno ancora.
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