Carissimi lettori, eccoci al commento alla sesta puntata che "canzonenapoletana@rai.it" dedica a Salvatore di Giacomo. Si inizia con una romanza, composta da Ildebrando Pizzetti, su un testo intitolato "Canzona 'mbriaca". E' abbastanza contemporanea, e, almeno secondo me, non è molto rispettosa delle armonie insite nella versificazione di Di Giacomo. Se si vuole parlare del testo, che stiamo ascoltando dalla voce di Francesco Albanese, è una tipica canzone di gelosia, paragonabile a ciò che molto più spesso faceva Libero Bovio in brani come "Brinneso". La melodia è completamente modale, ma non con la naturalezza con cui lo è certa musica popolare del Sud Italia, ma con quella radicalità innovatrice che ad inizio secolo, a partire da musicisti dell'est Europa, questo uso musicale ha assunto.
Sullo stesso stile arriva questa "Assunta", sempre musicata da Pizzetti. E' una bellissima poesia, perché, e va detto, Di Giacomo è stato un grandissimo poeta fino alla fine dei suoi giorni.
E' un po' pesante questo repertorio, d'altronde io non ho mai amato la musica classica del Novecento. Per me, lo confesso dato che mi è data l'occasione, la musica classica finisce con l'Ottocento e con il romanticismo, apro delle eccezioni per alcune opere di compositori come Ravel, Bartok o Foret (spero si scriva così!).
Finalmente si comincia a sentire veramente "canzone classica napoletana", con una bellissima e sconosciuta "Torna a marechiaro", che ascoltiamo dalla voce potente e discreta di Gino Ruggero. E' un brano con la musica di E. A. Mario, un musicista che è stato forse l'ultimo grande compagno della carriera musicale di Di Giacomo. Il brano è un tipico esempio di brano con alternanza di strofe minori e ritornelli in maggiore.
Si va avanti con un altro sconosciuto gioiello della produzione di Di Giacomo, dal titolo "Aurora int'o specchio". La sua musica, a tempo di valzer dolce ed allegro, è di Gaetano Spagnolo. Gli accordi minori, questa volta, si insinuano giusto per dare un tocco di raffinatezza ad una melodia che,altrimenti, è semplicemente festosa, come il sincero amore del protagonista. Il testo, infatti, è una delle tante serenate napoletane scritte da Di Giacomo. La stiamo ascoltando da un disco d'epoca ma non frusciatissimo, dalla voce di Vittorio Parisi.
Dello stesso anno è questa "L''ora 'e ll'appuntamento", versi musicati da Ferdinando Albano, musicista che negli stessi anni formava con Bovio una delle più prolifiche coppie della canzone napoletana, specialmente dedicata alle "canzoni di giacca" o sceneggiate. Il brano è difficile da descrivere perché, contrariamente a ciò che avevamo ascoltato fino ad ora, il disco di Vittorio Parisi da cui si ascolta il brano, è assolutamente rovinato.
La puntata, costellata di rarità, si chiude con un altro brano sconosciuto intitolato "Zingara nera". La musica è di E' A. Mario, e già vi si riconoscono le pennellate armoniche che già si trovano in brani, coevi o leggermente precedenti, come "I', 'na chitarra 'e 'a luna" o "Funtana all'ombra". La dolcezza della melodia si sposa con il timbro perfetto ed alto di Raffaele Balsamo, per creare una delle più perfette alchimie tra musica e testo che io conosca.
Spero che vi sia piaciuto questo commento, con la prossima si chiude il ciclo di Di Giacomo, e mi voglio augurare che si tratti poi un poeta almeno dagli anni Trenta in avanti (di dischi frusciati non ne posso più!).
domenica 11 aprile 2010
giovedì 8 aprile 2010
Notte
Carissimi lettori, oggi vi regalo uno "sfogo" in lingua salentina. Si intitola "Notte" ed è caratterizzato da un'interiorità raccontata in maniera un po' visionaria. E' un dialogo con la notte, il cui silenzio mi ha sempre attratto molto anche se mi ha sempre dato una grandissima sensazione di paura. Nonostante ciò, sono dell'opinione che questa sensazione di silenzio, sia esteriore che interiore, andrebbe riscoperta. Concludo queste note introduttive portando la vostra attenzione su due parole che, forse, non sono esattamente in salentino corretto. La prima è "frautu", prestito che io ho preso dal siciliano "di confine" di Otello Profazio, mentre la seconda è "Ammacariatu", termine che credo di aver creato io a partire da "Macaria", da tradurre come "incantesimo", parola scoperta tramite l'omonimo brano degli Zoè. Spero che vi piaccia, buona lettura a tutti.
Notte ca sinti china de segreti
tie m'hai cuntare ci lu tou silenziu è eternu o ha finire.
Tie hai turnare canti comu nu frautu
e hai dire puru quiddu ca ulimu scurdare.
Hai essere comu nu sciardinu ammacariatu
Ca ne riporta l'antichi e maledetti ricordi.
Nui osci te canuscimu appena
e nu sapimu cchiui l'infinitu ca te sta 'ntr'all'anima.
Nu canuscimu cchiui l'echi toi
sciamu comu 'mprigiunati 'ntra nu munnu doratu.
Ulia tantu cu tie li cuntavi
A ci nu vole cchiù se 'ncorda allu passatu,
Ca 'ntra lu munnu a ciclo patimenti
Se discitane comu ienti perfidi e cantori.
Ulia ca tie turnavi eri nu gridu
Ca ne facia rinascere li cori.
Notte ca sinti china de segreti
tie m'hai cuntare ci lu tou silenziu è eternu o ha finire.
Tie hai turnare canti comu nu frautu
e hai dire puru quiddu ca ulimu scurdare.
Hai essere comu nu sciardinu ammacariatu
Ca ne riporta l'antichi e maledetti ricordi.
Nui osci te canuscimu appena
e nu sapimu cchiui l'infinitu ca te sta 'ntr'all'anima.
Nu canuscimu cchiui l'echi toi
sciamu comu 'mprigiunati 'ntra nu munnu doratu.
Ulia tantu cu tie li cuntavi
A ci nu vole cchiù se 'ncorda allu passatu,
Ca 'ntra lu munnu a ciclo patimenti
Se discitane comu ienti perfidi e cantori.
Ulia ca tie turnavi eri nu gridu
Ca ne facia rinascere li cori.
martedì 6 aprile 2010
Commento alla puntata del 05/04/10 di "Effetto notte in Italia
Carissimi lettori, eccoci qua ad un altro articolo, sarà un po' polemico già lo so, a commento di una puntata di "Effetto notte in Italia", programma di informazione musicale che va in onda di sera su Radio Inblù.
Intanto non mi piace il fatto che la musica oggi debba per forza fare compagnia, soprattutto non mi piace che si usi per questo scopo, sicuramente importante ma non nobile, la musica, spesso nobilissima, di molti cantautori italiani.
Andando concretamente allascaletta, sicuramente non c'è niente da eccepire sull'apertura, affidata ad uno dei classici indiscussi del repertorio di Antonello Venditti, quella stupenda "Notte prima degli esami", che resiste da ventisette anni tra i brani che il nostro non può non cantare ad un suo concerto. Stiamo avendo il piacere di ascoltarne la versione originale, quella contenuta nel cd "Cuore" del 1984, che portava alla luce anche altri classici di Antonello Venditti come "Ci vorrebbe un amico". E' una canzone meravigliosa, sempre bella ma complicatissima da cantare e suonare (altro che "canzone da scampagnata"!).
E come poter fare a meno di Lucio Battisti, il cantante che ha permesso a tutti di sentirsi musicisti solo perché sanno fare tre accordi sulla chitarra, suonati senza nessuna sfumatura?
Il brano che si ascolta è "La canzone del sole", che da ormai circa quarant'anni, mi pare sia del 1971, ci tormenta (io veramente non ne posso più!).
Oltretutto mi sarei un po' stancata di questa idolatria generale nei confronti di Mogol, buon paroliere, sicuro, ma non paragonabile a gente come Giorgio Calabrese (paroliere di Umberto Bindi) o Sergio Bardotti, ottimo traduttore di gioielli della musica brasiliana come "Funeral de um labrador" di Chico Buarque, diventata "Il funerale di un lavoratore" nella toccantissima interpretazione di Maria Carta ("Vi canto una storia assai vera, 1976).
La voce di Battisti, oltretutto, non è neanche intonata, anzi dal vivo era completamente stonato (idem dicasi per i Beatles, amati da quelle persone per le quali basta che un gruppo abbia importanza come rivoluzionatore di abitudini e costumi per valutarne la bravura!).
Forse il brano non è malvagio se arrangiato, ma non basta l'arrangiamento per fare bella una canzone, anzi i brani sono belli nudi, al limite l'arrangiamento può e deve essere un arricchimento ma non di più.
Andando avanti, per fortuna, torniamo a parlare di capolavori, con la bellissima "La donna a cannone" di De Gregori, pubblicata in un q disc che io possiedo in vinile ma credo di non aver mai sentito. Questo brano, ad esempio, anche fatto solo chitarra e voce, ovviamente con tutti i suoi accordi, è bellissimo, non c'è bisogno d'orchestrazione. Oltretutto, e anche questo non guasta per lo meno per me, ha un testo anche complicato, poetico, riflessivo, che obbliga a pensare e pesare le parole. Non ho mai amato le canzoni scritte come si scriverebbe uno sfogo privato o la lista della spesa.
Andando avanti, io avevo un anno appena, si arriva a questa "Fiore di maggio", che a me ricorda un mio professore di educazione fisica, il quale, quando io facevo la materna, mi regalò una cassettina originale, che da qualche parte forse ancora possiedo, di questo bellissimo album di Fabio Concato, che si intitolava come questa canzone. Piccola curiosità: il mio maestro (così noi montessoriani chiamavamo i nostri insegnanti) mi regalò il primo tamburello che io ebbi nella mia vita, quindi io scoprii questo strumento molto prima di scoprire la pizzica e molto prima che questa fosse effettivamente riscoperta, infatti io ebbi questo dono circa una ventina d'anni fa, anche prima!). Tornando all'album di Concato, quello che tutt'ora è il suo disco più conosciuto, conteneva anche canzoni come "Gigi", "Computerino", che era la mia preferita, e "Rosalina", ancora adesso assolutamente obbligatorie quando si parla di Fabio Concato.
Eccoci a questa musichetta troppo rilassante e rilassata che io non ho mai amato, quella che giustamente si può preferire come colonna sonora di scampagnate (non "La donna a cannone"!). Stiamo ascoltando una canzone di Marina Rei, la cui particolarità basilare è il suo aver studiato percussioni con tecnica cubana, cantante che sennò è completamente banale, perché da noi la banalità è scimmiottare gli americani, magari mancando di rispetto alla nostra lingua (la cosa faceva già arrabbiare Domenico Modugno ai tempi di "Volare"!). Il brano che stiamo ascoltando, intitolato "Primavera", è una cover di un brano dance anni '70 sicuramente festoso ma insipidissimo. Brani così, per lo meno a me, mi dànno solo voglia di spegnere qualsiasi radio io stia ascoltando.
Mamma mia, l'incubo continua! Il cantante che stiamo a scoltando è un ottimo cantante, anche se è il cantautore che io ho sempre amato di meno, il genovese Ivano Fossati. Il brano che stiamo ascoltando, però, è la nauseante, perfino lui la odia, "La mia banda suona il rock". Comunque voglio approfittare per mettere insieme un paio di ricordi legati a questo cantautore, che ebbi anche il piacere di vedere nel 1990, ancora in piena guerra del Golfo. Amo moltissimo un cd di Fossati, forse di qualche anno precedente a quel concerto, intitolato "La pianta del tè". I brani che ho sempre amato sono, e non poteva essere altrimenti, quelli dove il pop è sfidato a "sporcarsi" con suggestioni etniche, che sono quelle che ho sempre cercato in fondo nella musica, ancora prima di scoprire la musica tradizionale. Io vi consiglio di ascoltare tre brani di Fossati: "Terra dove andare", "la pianta del tè" e "Questi posti davanti al mare", interpretato insieme a Fabrizio de Andrè e Francesco De Gregori.
Andando avanti con la scaletta di "Effetto notte in Italia", stiamo ascoltando Paolo Conte che, in "Concerti", album di cui qui si è parlato ampiamente, interpreta "Azzurro". E' veramente meravigliosa, anzi per me è l'unica versione che esiste di questo brano, mi colpisce sempre la sua infinita eleganza. Trovo invece sguaiatissima la versione di Adriano Celentano, ma, fortunatamente, questa è un'altra storia.
E finalmente posso spendere qualche parola, senza un velo di polemica, su un grandissimo cantante, riscoperto molto ma non so con quanta sincerità. Mi riferisco a Rino Gaetano, colui che sarebbe stato, se non fosse morto a trentun anni, uno dei cantanti più trasgressivi della scena italiana, senza la supponenza di quelli che debbono esserlo per forza o per etichetta. Il brano che stiamo ascoltando è "Gianna", che il cantautore calabrese portò, arrivando terzo, al Festival di Sanremo 1978. Una curiosità, che Renato Zero ricorda spesso, è che il cilindro che Gaetano indossò nelle sue esibizioni all'Ariston era di proprietà del "fiacco" che, allora, di vestiti strani se ne intendeva. E' un brano bellissimo, anche se lo stesso non si può dire di quello che è partito adesso!
Stiamo a scoltando la "Anima mia" dei Cugini di campagna (non so se rendo!), di cui io ho un ricordo raccapricciante che credo di aver già condiviso con voi ma non posso far a meno di tornarci con la mente: mio padre che cantava questa canzone, insieme ad altre non meno allucinanti, ad una masnada di bambini che andavano a scuola. Venendo tecnicamente al brano è un brano tipicamente melodico, con una spruzzatina di effetti speciali, suoni di sintetizzatore, che avrebbero voluto renderlo compatibile con il clima "progressivo" che si respirava in quel periodo nel 1973.
Andando avanti troviamo un'altra di quelle canzoni che non amo, anche se non posso dire che abbia una melodia povera, soprattutto per i suoi numerosi "crescendo", come non posso dire che la sua interprete non sia brava (quanto la amava il mio caro nonnino!). Mi riferisco a "Maledetta primavera", interpretata da Loretta Goggi. E' carino il terzinato, ritmo che noi non abbiamo mai rinnegato, anche perché, per usare una metafora religiosa, è letteralmente "sangue del nostro sangue". Infatti l'applicazione di questostandard ritmico, e scusate l'accostamento eretico che farò, la si ritrova indifferentemente in alcuni brani di Bethoven, nelle pizziche, dove il tamburello ed in alcuni casi il canto terzinano, e in brani pop dagli anni Sessanta ad oggi.
Ed eccoci ad un caso di sputtanamento di capolavoro. Se ne era accennato già in occasione del commento al "Work in progress" di Dalla e De Gregori, di cui si riparlerà in occasione della tanto gridata uscita del cd che racchiuderà i momenti salienti della tournée. Mi riferisco naturalmente a "l'anno che verrà" che, come ogni buona canzone sputtanata è nota anche con un altro titolo: "Caro amico ti scrivo", che poi è solo il primo verso. La versione che stiamo ascoltando è 'originale, quella che Lucio Dalla incise, con gli Stadio in grandissima forma e in evidenza assoluta, tra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta (il cantautore, sempre caratterizzato da una fantasia grandiosa nella scelta dei titoli per i suoi dischi, dette lo stesso titolo, il suo cognome, a due dischi di fila, tutti e due capolavori supremi, quindi voi potete capire che faccio un po' di confusione!).
La puntata si chiude con "Centro di gravità permanente", una delle canzoni più insipide di uno dei cantanti più insipidi che l'Italia abbia mai avuto l'onore d'avere (forse dovrei rivedere le graduatorie con gli standard della nuova generazione, ma non assolvo Battiato!). Non sopporto chi fa il filosofo tramite le canzoni, tra fare il filosofo e scrivere le canzoni come la lista della spesa ce ne corre dico io. Oltretutto battiato mi ha sempre dato l'impressione di uno che se la tira, vuole far pesare la sua cultura (la sua o di Sgalambro? boh!). Infine, e va bene già che ci siamo diciamola tutta, non sopporto la vocina da castrato del siciliano.
In fondo mi ha fatto anche piacere questa puntata di viaggio nella storia della canzone italiana, anche se trovo che si sia fatta una bella accozzaglia di capolavori e pezzi così così, accomunati solo dal fatto di essere classici.
Spero che vi sia piaciuto questo articolo, io nello scrivere mi sono divertita moltissimo!
Intanto non mi piace il fatto che la musica oggi debba per forza fare compagnia, soprattutto non mi piace che si usi per questo scopo, sicuramente importante ma non nobile, la musica, spesso nobilissima, di molti cantautori italiani.
Andando concretamente allascaletta, sicuramente non c'è niente da eccepire sull'apertura, affidata ad uno dei classici indiscussi del repertorio di Antonello Venditti, quella stupenda "Notte prima degli esami", che resiste da ventisette anni tra i brani che il nostro non può non cantare ad un suo concerto. Stiamo avendo il piacere di ascoltarne la versione originale, quella contenuta nel cd "Cuore" del 1984, che portava alla luce anche altri classici di Antonello Venditti come "Ci vorrebbe un amico". E' una canzone meravigliosa, sempre bella ma complicatissima da cantare e suonare (altro che "canzone da scampagnata"!).
E come poter fare a meno di Lucio Battisti, il cantante che ha permesso a tutti di sentirsi musicisti solo perché sanno fare tre accordi sulla chitarra, suonati senza nessuna sfumatura?
Il brano che si ascolta è "La canzone del sole", che da ormai circa quarant'anni, mi pare sia del 1971, ci tormenta (io veramente non ne posso più!).
Oltretutto mi sarei un po' stancata di questa idolatria generale nei confronti di Mogol, buon paroliere, sicuro, ma non paragonabile a gente come Giorgio Calabrese (paroliere di Umberto Bindi) o Sergio Bardotti, ottimo traduttore di gioielli della musica brasiliana come "Funeral de um labrador" di Chico Buarque, diventata "Il funerale di un lavoratore" nella toccantissima interpretazione di Maria Carta ("Vi canto una storia assai vera, 1976).
La voce di Battisti, oltretutto, non è neanche intonata, anzi dal vivo era completamente stonato (idem dicasi per i Beatles, amati da quelle persone per le quali basta che un gruppo abbia importanza come rivoluzionatore di abitudini e costumi per valutarne la bravura!).
Forse il brano non è malvagio se arrangiato, ma non basta l'arrangiamento per fare bella una canzone, anzi i brani sono belli nudi, al limite l'arrangiamento può e deve essere un arricchimento ma non di più.
Andando avanti, per fortuna, torniamo a parlare di capolavori, con la bellissima "La donna a cannone" di De Gregori, pubblicata in un q disc che io possiedo in vinile ma credo di non aver mai sentito. Questo brano, ad esempio, anche fatto solo chitarra e voce, ovviamente con tutti i suoi accordi, è bellissimo, non c'è bisogno d'orchestrazione. Oltretutto, e anche questo non guasta per lo meno per me, ha un testo anche complicato, poetico, riflessivo, che obbliga a pensare e pesare le parole. Non ho mai amato le canzoni scritte come si scriverebbe uno sfogo privato o la lista della spesa.
Andando avanti, io avevo un anno appena, si arriva a questa "Fiore di maggio", che a me ricorda un mio professore di educazione fisica, il quale, quando io facevo la materna, mi regalò una cassettina originale, che da qualche parte forse ancora possiedo, di questo bellissimo album di Fabio Concato, che si intitolava come questa canzone. Piccola curiosità: il mio maestro (così noi montessoriani chiamavamo i nostri insegnanti) mi regalò il primo tamburello che io ebbi nella mia vita, quindi io scoprii questo strumento molto prima di scoprire la pizzica e molto prima che questa fosse effettivamente riscoperta, infatti io ebbi questo dono circa una ventina d'anni fa, anche prima!). Tornando all'album di Concato, quello che tutt'ora è il suo disco più conosciuto, conteneva anche canzoni come "Gigi", "Computerino", che era la mia preferita, e "Rosalina", ancora adesso assolutamente obbligatorie quando si parla di Fabio Concato.
Eccoci a questa musichetta troppo rilassante e rilassata che io non ho mai amato, quella che giustamente si può preferire come colonna sonora di scampagnate (non "La donna a cannone"!). Stiamo ascoltando una canzone di Marina Rei, la cui particolarità basilare è il suo aver studiato percussioni con tecnica cubana, cantante che sennò è completamente banale, perché da noi la banalità è scimmiottare gli americani, magari mancando di rispetto alla nostra lingua (la cosa faceva già arrabbiare Domenico Modugno ai tempi di "Volare"!). Il brano che stiamo ascoltando, intitolato "Primavera", è una cover di un brano dance anni '70 sicuramente festoso ma insipidissimo. Brani così, per lo meno a me, mi dànno solo voglia di spegnere qualsiasi radio io stia ascoltando.
Mamma mia, l'incubo continua! Il cantante che stiamo a scoltando è un ottimo cantante, anche se è il cantautore che io ho sempre amato di meno, il genovese Ivano Fossati. Il brano che stiamo ascoltando, però, è la nauseante, perfino lui la odia, "La mia banda suona il rock". Comunque voglio approfittare per mettere insieme un paio di ricordi legati a questo cantautore, che ebbi anche il piacere di vedere nel 1990, ancora in piena guerra del Golfo. Amo moltissimo un cd di Fossati, forse di qualche anno precedente a quel concerto, intitolato "La pianta del tè". I brani che ho sempre amato sono, e non poteva essere altrimenti, quelli dove il pop è sfidato a "sporcarsi" con suggestioni etniche, che sono quelle che ho sempre cercato in fondo nella musica, ancora prima di scoprire la musica tradizionale. Io vi consiglio di ascoltare tre brani di Fossati: "Terra dove andare", "la pianta del tè" e "Questi posti davanti al mare", interpretato insieme a Fabrizio de Andrè e Francesco De Gregori.
Andando avanti con la scaletta di "Effetto notte in Italia", stiamo ascoltando Paolo Conte che, in "Concerti", album di cui qui si è parlato ampiamente, interpreta "Azzurro". E' veramente meravigliosa, anzi per me è l'unica versione che esiste di questo brano, mi colpisce sempre la sua infinita eleganza. Trovo invece sguaiatissima la versione di Adriano Celentano, ma, fortunatamente, questa è un'altra storia.
E finalmente posso spendere qualche parola, senza un velo di polemica, su un grandissimo cantante, riscoperto molto ma non so con quanta sincerità. Mi riferisco a Rino Gaetano, colui che sarebbe stato, se non fosse morto a trentun anni, uno dei cantanti più trasgressivi della scena italiana, senza la supponenza di quelli che debbono esserlo per forza o per etichetta. Il brano che stiamo ascoltando è "Gianna", che il cantautore calabrese portò, arrivando terzo, al Festival di Sanremo 1978. Una curiosità, che Renato Zero ricorda spesso, è che il cilindro che Gaetano indossò nelle sue esibizioni all'Ariston era di proprietà del "fiacco" che, allora, di vestiti strani se ne intendeva. E' un brano bellissimo, anche se lo stesso non si può dire di quello che è partito adesso!
Stiamo a scoltando la "Anima mia" dei Cugini di campagna (non so se rendo!), di cui io ho un ricordo raccapricciante che credo di aver già condiviso con voi ma non posso far a meno di tornarci con la mente: mio padre che cantava questa canzone, insieme ad altre non meno allucinanti, ad una masnada di bambini che andavano a scuola. Venendo tecnicamente al brano è un brano tipicamente melodico, con una spruzzatina di effetti speciali, suoni di sintetizzatore, che avrebbero voluto renderlo compatibile con il clima "progressivo" che si respirava in quel periodo nel 1973.
Andando avanti troviamo un'altra di quelle canzoni che non amo, anche se non posso dire che abbia una melodia povera, soprattutto per i suoi numerosi "crescendo", come non posso dire che la sua interprete non sia brava (quanto la amava il mio caro nonnino!). Mi riferisco a "Maledetta primavera", interpretata da Loretta Goggi. E' carino il terzinato, ritmo che noi non abbiamo mai rinnegato, anche perché, per usare una metafora religiosa, è letteralmente "sangue del nostro sangue". Infatti l'applicazione di questostandard ritmico, e scusate l'accostamento eretico che farò, la si ritrova indifferentemente in alcuni brani di Bethoven, nelle pizziche, dove il tamburello ed in alcuni casi il canto terzinano, e in brani pop dagli anni Sessanta ad oggi.
Ed eccoci ad un caso di sputtanamento di capolavoro. Se ne era accennato già in occasione del commento al "Work in progress" di Dalla e De Gregori, di cui si riparlerà in occasione della tanto gridata uscita del cd che racchiuderà i momenti salienti della tournée. Mi riferisco naturalmente a "l'anno che verrà" che, come ogni buona canzone sputtanata è nota anche con un altro titolo: "Caro amico ti scrivo", che poi è solo il primo verso. La versione che stiamo ascoltando è 'originale, quella che Lucio Dalla incise, con gli Stadio in grandissima forma e in evidenza assoluta, tra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta (il cantautore, sempre caratterizzato da una fantasia grandiosa nella scelta dei titoli per i suoi dischi, dette lo stesso titolo, il suo cognome, a due dischi di fila, tutti e due capolavori supremi, quindi voi potete capire che faccio un po' di confusione!).
La puntata si chiude con "Centro di gravità permanente", una delle canzoni più insipide di uno dei cantanti più insipidi che l'Italia abbia mai avuto l'onore d'avere (forse dovrei rivedere le graduatorie con gli standard della nuova generazione, ma non assolvo Battiato!). Non sopporto chi fa il filosofo tramite le canzoni, tra fare il filosofo e scrivere le canzoni come la lista della spesa ce ne corre dico io. Oltretutto battiato mi ha sempre dato l'impressione di uno che se la tira, vuole far pesare la sua cultura (la sua o di Sgalambro? boh!). Infine, e va bene già che ci siamo diciamola tutta, non sopporto la vocina da castrato del siciliano.
In fondo mi ha fatto anche piacere questa puntata di viaggio nella storia della canzone italiana, anche se trovo che si sia fatta una bella accozzaglia di capolavori e pezzi così così, accomunati solo dal fatto di essere classici.
Spero che vi sia piaciuto questo articolo, io nello scrivere mi sono divertita moltissimo!
domenica 4 aprile 2010
Commento alla puntata del 4/04/10 di "canzonenapoletana@rai.it"
Carissimi lettori, dopo una settimana di digiuno, torniamo a commentare le bellissime puntate che "canzonenapoletana@rai.it" dedica a Salvatore di Giacomo.
Si inizia con un brano risalente al 1910 intitolato "'A riggina d'o mare", che ascoltiamo dalle voci maschili di Mario Massa e Aldo Gabrin.
Musicalmente è una tarantella, come si facevano all'epoca in ambito semicolto, ossia con quella raffinatezza che non permette di farsi prendere dal ritmo.
E' una dichiarazione d'amore ad una ragazza, che nel ritornello viene fatta direttamente alla madre. E' una tarantelluccia spassosa, che, secondo me, andrebbe riscoperta. Credo infatti che non ne esistano versioni moderne. Spero che il Carlo Missaglia di turno si ricordi di questo pezzo, perché è allegrissimo.
Si continua e si torna al repertorio classico, conosciuto e tutt'ora cantato, con una bellissima "Canzone a Chiarastella" che, spesso, è attribuita ad Aniello Califano per itesti. Il testo è uno di quelli divertenti, ma è talmente romantico che la musica deve essere, com'è, malinconica. La versione che si ascolta è di Elvira Donnarumma, che canta con semplicità ma forse un po' troppo potentemente questi versi intimi e dolci. Io vi consiglierei di ascoltare la versione di Roberto Murolo, contenuta nella sua "Napoletana. Antologia cronologica della canzone partenopea".
Torniamo alle rarità con questa "Marcetta d'o capotammurro", la cui musica è di Enrico Cannio, che abbiamo il piacere di ascoltare dalla voce tenorile e stentorea di Mario Massa.
Nonostante il suo essere una marcia, niente c'è di militaresco, c'è piuttosto una voglia di divertirsi con le note, cosiccome nei versi di Di Giacomo, da quel poco che si capisce dal disco frusciato, c'è più voglia d'amore che di eroismo.
Rimaniamo in ambito da collezionisti, con questa "Vintiquatt'ore", la cui musica è di Ernesto de Curtis. L'interpretazione, molto bella e precisa per questa melodia, purtroppo non permette di capire il testo.
Musicalmente ci troviamo davanti ad un ritmo lento ed in tonalità minore, con una scala caratterizzata da un'interessante seconda aumentata, che dà un tocco arabo alla melodia, ideale come poche altre cose per la liricità sicuramente insuperabile dello stile di Di Giacomo.
Siamo davanti ad una bellissima voce baritonale, di un certo Benigni, che ci sta interpretando una rarissima canzone, scritta da Di Giacomo e musicata da Emanuele Nutile, intitolata "Barcarola".
E' una delle tante dove si parla del mito del mare, che a Napoli viene visto come un qualcosa di naturale, e non viene usato per nobilitare un genere dalla storia recente come può essere per il Fado di Lisbona. A Napoli, diciamo, il mare è l'equivalente della rondinella salentina, ossia è il messaggero d'amore, con la differenza che spesso, e anche qui, è l'unico che può rassicurare l'innamorato sulla stabilità del proprio amore.
Dello stesso anno è questa "Dint'o suonno", che si ascolta da un disco frusciatissimo (insopportabile!) e dalla voce di Vittorio Parisi, maestro diretto del grande Sergio Bruni.
Anche questo brano è un tipico brano in minore, musicato un'altra volta da Ernesto de Curtis, con il solito, ma sempre interessante e raro, intervallo di seconda aumentata.
Non capisco il testo, ovviamente me ne dolgo.
Il brano, come abbiamo visto in moltissime occasioni durante questi commenti, è caratterizzato da parti in modo minore che si alternano con parti in maggiore.
L'ultima canzone, "L'e' fatto pure tu", viene interpretata da Roberto Ciaramella ed il disco, per fortuna, è molto meno frusciato. E' una canzoncina dove il figlio ricorda alla madre che anche lei ha fatto le stesse cose per le quali lo rimprovera. E' un tipico brano binario, quasi paragonabile ad un fado. E' inciso con una tipica orchestra di fiati, quasi unico accompagnamento concepibile, oltre al duo di chitarra e mandolino, per la canzone classica napoletana storica.
Spero di cuore che le ultime due puntate, che comunque ci permetteranno di avvicinarci a dischi un po' più recenti, permettano di fare commenti più precisi.
Si inizia con un brano risalente al 1910 intitolato "'A riggina d'o mare", che ascoltiamo dalle voci maschili di Mario Massa e Aldo Gabrin.
Musicalmente è una tarantella, come si facevano all'epoca in ambito semicolto, ossia con quella raffinatezza che non permette di farsi prendere dal ritmo.
E' una dichiarazione d'amore ad una ragazza, che nel ritornello viene fatta direttamente alla madre. E' una tarantelluccia spassosa, che, secondo me, andrebbe riscoperta. Credo infatti che non ne esistano versioni moderne. Spero che il Carlo Missaglia di turno si ricordi di questo pezzo, perché è allegrissimo.
Si continua e si torna al repertorio classico, conosciuto e tutt'ora cantato, con una bellissima "Canzone a Chiarastella" che, spesso, è attribuita ad Aniello Califano per itesti. Il testo è uno di quelli divertenti, ma è talmente romantico che la musica deve essere, com'è, malinconica. La versione che si ascolta è di Elvira Donnarumma, che canta con semplicità ma forse un po' troppo potentemente questi versi intimi e dolci. Io vi consiglierei di ascoltare la versione di Roberto Murolo, contenuta nella sua "Napoletana. Antologia cronologica della canzone partenopea".
Torniamo alle rarità con questa "Marcetta d'o capotammurro", la cui musica è di Enrico Cannio, che abbiamo il piacere di ascoltare dalla voce tenorile e stentorea di Mario Massa.
Nonostante il suo essere una marcia, niente c'è di militaresco, c'è piuttosto una voglia di divertirsi con le note, cosiccome nei versi di Di Giacomo, da quel poco che si capisce dal disco frusciato, c'è più voglia d'amore che di eroismo.
Rimaniamo in ambito da collezionisti, con questa "Vintiquatt'ore", la cui musica è di Ernesto de Curtis. L'interpretazione, molto bella e precisa per questa melodia, purtroppo non permette di capire il testo.
Musicalmente ci troviamo davanti ad un ritmo lento ed in tonalità minore, con una scala caratterizzata da un'interessante seconda aumentata, che dà un tocco arabo alla melodia, ideale come poche altre cose per la liricità sicuramente insuperabile dello stile di Di Giacomo.
Siamo davanti ad una bellissima voce baritonale, di un certo Benigni, che ci sta interpretando una rarissima canzone, scritta da Di Giacomo e musicata da Emanuele Nutile, intitolata "Barcarola".
E' una delle tante dove si parla del mito del mare, che a Napoli viene visto come un qualcosa di naturale, e non viene usato per nobilitare un genere dalla storia recente come può essere per il Fado di Lisbona. A Napoli, diciamo, il mare è l'equivalente della rondinella salentina, ossia è il messaggero d'amore, con la differenza che spesso, e anche qui, è l'unico che può rassicurare l'innamorato sulla stabilità del proprio amore.
Dello stesso anno è questa "Dint'o suonno", che si ascolta da un disco frusciatissimo (insopportabile!) e dalla voce di Vittorio Parisi, maestro diretto del grande Sergio Bruni.
Anche questo brano è un tipico brano in minore, musicato un'altra volta da Ernesto de Curtis, con il solito, ma sempre interessante e raro, intervallo di seconda aumentata.
Non capisco il testo, ovviamente me ne dolgo.
Il brano, come abbiamo visto in moltissime occasioni durante questi commenti, è caratterizzato da parti in modo minore che si alternano con parti in maggiore.
L'ultima canzone, "L'e' fatto pure tu", viene interpretata da Roberto Ciaramella ed il disco, per fortuna, è molto meno frusciato. E' una canzoncina dove il figlio ricorda alla madre che anche lei ha fatto le stesse cose per le quali lo rimprovera. E' un tipico brano binario, quasi paragonabile ad un fado. E' inciso con una tipica orchestra di fiati, quasi unico accompagnamento concepibile, oltre al duo di chitarra e mandolino, per la canzone classica napoletana storica.
Spero di cuore che le ultime due puntate, che comunque ci permetteranno di avvicinarci a dischi un po' più recenti, permettano di fare commenti più precisi.
sabato 3 aprile 2010
Parlando di Serrat
Carissimi lettori, torno da voi per una di quelle voglie irreprimibili di raccontarmi che spesso stanno alla base di molti scritti, soprattutto di quelli redatti senza una ragione esterna che li causa.
Oggi mi va di parlarvi di una delle mie passioni più antiche, quella per Joan Manuel Serrat, grandissimo esponente della canzone in lingua catalana e castigliana, uno dei cantautori più famosi in ambito ispanico.
Conobbi Joan Manuel Serrat tramite i miei zii legati alla Spagna, i quali avevano due vinili, uno dei quali mi è stato anche regalato. L'lp si chiama "La paloma", ed è stato inciso a Milano, quando il cantautore era una "persona non grata" per il regime franchista, che dopo aver provato a sfruttarne l'improvvisa popolarità alla fine degli anni Sessanta, ne iniziò ad avere paura per il suo dedicarsi alla causa catalanista. Il regime franchista, è meglio specificarlo subito, ebbe sempre rapporti problematici con le lingue parlate da galiziani, catalani e baschi, che considerò sempre minori e sovversive.
Joan Manuel Serrat ha sempre avuto un grandissimo rapporto con l'Italia, che si è dimostrato duraturo, ed ha portato perfino ad alcuni scambi tra i due paesi, nel senso che, se da un lato il grande spagnolo ha usato alcuni nostri esimi orchestratori per alcune sue ballate, alcuni cantanti italiani hanno tradotto nella nostra lingua alcune canzoni del nostro.
Tra i brani arrangiati da musicisti italiani, si può ricordare la bellissima "Más que a nadie", il cui arrangiamento è di Celso Valli, presente nel notevole disco del 1998 "Sombras de la China".
La voce di Joan Manuel Serrat è sempre più calda e matura, sempre impietosamente potente, mai rauca. I suoi testi sono sia politici che intimi, e non disdegnano giochi linguistici complicati, anche se spesso si lasciano sedurre dalla semplicità di giri poetici più vicini al linguaggio quotidiano.
Non saprei dirvi chi in Italia può rappresentare un "alter ego" di Serrat, posso dirvi che il cantante che meglio ha saputo rendere il suo repertorio, al quale ha dedicato anche un lp intero intitolato "I semafori rossi non sono Dio", è Gino Paoli, con cui il catalano ha anche qualche tratto comune nel timbro, specialmente per quanto riguarda le voci che i due cantanti avevano negli anni Settanta. Gino Paoli, nel suo bellissimo cd "Appropriazione indebita", reinterpreta in maniera strabiliante "Penelope", il cui unico handicap forse è l'arrangiamento latino-americano che toglie al brano l'immediatezza della struttura pop che gli era stata data dai suoi autori originali. La traduzione è invece ineccepibile, come spessissimo sono quelle del repertorio serratiano, eccezion fatta per "Bugiardo e incosciente", sicuramente la melodia più conosciuta in Italia del cantautore catalano, di cui Paolo Limiti, con espressa autorizzazione del cantautore, ha fatto un uso libero, scrivendo un testo d'amore laddove Serrat raccontava di emarginazione d'anziani. La traduzione letterale di questo brano, in dialetto pavanese, è di Francesco Guccini ed è presente nel cd "Ritratti" (2004). E' veramente notevole, e tra catalano e pavanese c'è più di una somiglianza. Mi ricordo ancora che la sera in cui Guccini presentò il cd in questione ad un palasport gremito, come sempre, il cantautore fece dell'ironia su "Bugiardo incosciente", forse un po' esagerata ma basata su uno spirito filologico inappuntabile.
Mina, qualche anno dopo aver cantato "Bugiardo e incosciente", cantò una bellissima e fedele versione italiana di "Balada de otoño", una delle perle contenute nel già citato lp "la paloma" (1971). Nell'arrangiamento, questo forse è l'unico handicap della versione italiana, non viene rispettata l'onomatopeicità del pianoforte, che tra strofa e strofa esegue delle parti molto veloci, come a ricordare la pioggia battente "sui pioppi mezzi spogli".
So che Joan Manuel Serrat fu anche intervistato dalla Rai, ma non ho mai avuto il piacere di vedere il programma che ne è scaturito. Mi ricordo, invece, una sua bellissima apparizione, che non saprei collocare nel tempo, purtroppo, al bellissimo "Séptimo de caballería" condotto da Miguel Bosé alla TVE, la tv di stato spagnola.
Non posso citarvi le mie canzoni preferite di Serrat, perché faremmo notte, ma mi va di consigliarvi qualche disco, semmai questo post abbia svegliato in voi qualche curiosità di andare a scoprire dalla viva voce del cantautore spagnolo alcuni suoi capolavori.
Innanzitutto, naturalmente, vi consiglio il già citato "La paloma" del 1971; per chi fosse interessato ad un'antologia niente di meglio che ricorrere a "24 páginas inolvidables", raccolta che lo stesso cantautore si è incaricato di curare; per chi infine fosse interessato ad un live, niente di meglio che ricorrere all'insuperato "En directo" (1984). Merita una citazione a parte quel repertorio che Serrat ha tratto dalla poesia spagnola. L'album più conosciuto di questa produzione è quello su Machado, anche se non è forse il più riuscito. Troviamo poi "A Miguel Hernández", quasi coevo del precedente, e soprattutto il migliore e maturo "El sur también existe", che dimostra una voglia da parte del nostro di guardare anche all'America Latina, zona del mondo per la quale egli sente una grandissima attrazione, tanto da definirsi "Un latino-americano de Barcelona". L'album in questione è dedicato a Mario Benedetti, grande poeta uruguayano scomparso di recente.
Spero di avervi fatto venire voglia di ascoltare una grande voce in lingua spagnola, io sono sicura di aver provato molto piacere nello scrivere questi pensieri.
Oggi mi va di parlarvi di una delle mie passioni più antiche, quella per Joan Manuel Serrat, grandissimo esponente della canzone in lingua catalana e castigliana, uno dei cantautori più famosi in ambito ispanico.
Conobbi Joan Manuel Serrat tramite i miei zii legati alla Spagna, i quali avevano due vinili, uno dei quali mi è stato anche regalato. L'lp si chiama "La paloma", ed è stato inciso a Milano, quando il cantautore era una "persona non grata" per il regime franchista, che dopo aver provato a sfruttarne l'improvvisa popolarità alla fine degli anni Sessanta, ne iniziò ad avere paura per il suo dedicarsi alla causa catalanista. Il regime franchista, è meglio specificarlo subito, ebbe sempre rapporti problematici con le lingue parlate da galiziani, catalani e baschi, che considerò sempre minori e sovversive.
Joan Manuel Serrat ha sempre avuto un grandissimo rapporto con l'Italia, che si è dimostrato duraturo, ed ha portato perfino ad alcuni scambi tra i due paesi, nel senso che, se da un lato il grande spagnolo ha usato alcuni nostri esimi orchestratori per alcune sue ballate, alcuni cantanti italiani hanno tradotto nella nostra lingua alcune canzoni del nostro.
Tra i brani arrangiati da musicisti italiani, si può ricordare la bellissima "Más que a nadie", il cui arrangiamento è di Celso Valli, presente nel notevole disco del 1998 "Sombras de la China".
La voce di Joan Manuel Serrat è sempre più calda e matura, sempre impietosamente potente, mai rauca. I suoi testi sono sia politici che intimi, e non disdegnano giochi linguistici complicati, anche se spesso si lasciano sedurre dalla semplicità di giri poetici più vicini al linguaggio quotidiano.
Non saprei dirvi chi in Italia può rappresentare un "alter ego" di Serrat, posso dirvi che il cantante che meglio ha saputo rendere il suo repertorio, al quale ha dedicato anche un lp intero intitolato "I semafori rossi non sono Dio", è Gino Paoli, con cui il catalano ha anche qualche tratto comune nel timbro, specialmente per quanto riguarda le voci che i due cantanti avevano negli anni Settanta. Gino Paoli, nel suo bellissimo cd "Appropriazione indebita", reinterpreta in maniera strabiliante "Penelope", il cui unico handicap forse è l'arrangiamento latino-americano che toglie al brano l'immediatezza della struttura pop che gli era stata data dai suoi autori originali. La traduzione è invece ineccepibile, come spessissimo sono quelle del repertorio serratiano, eccezion fatta per "Bugiardo e incosciente", sicuramente la melodia più conosciuta in Italia del cantautore catalano, di cui Paolo Limiti, con espressa autorizzazione del cantautore, ha fatto un uso libero, scrivendo un testo d'amore laddove Serrat raccontava di emarginazione d'anziani. La traduzione letterale di questo brano, in dialetto pavanese, è di Francesco Guccini ed è presente nel cd "Ritratti" (2004). E' veramente notevole, e tra catalano e pavanese c'è più di una somiglianza. Mi ricordo ancora che la sera in cui Guccini presentò il cd in questione ad un palasport gremito, come sempre, il cantautore fece dell'ironia su "Bugiardo incosciente", forse un po' esagerata ma basata su uno spirito filologico inappuntabile.
Mina, qualche anno dopo aver cantato "Bugiardo e incosciente", cantò una bellissima e fedele versione italiana di "Balada de otoño", una delle perle contenute nel già citato lp "la paloma" (1971). Nell'arrangiamento, questo forse è l'unico handicap della versione italiana, non viene rispettata l'onomatopeicità del pianoforte, che tra strofa e strofa esegue delle parti molto veloci, come a ricordare la pioggia battente "sui pioppi mezzi spogli".
So che Joan Manuel Serrat fu anche intervistato dalla Rai, ma non ho mai avuto il piacere di vedere il programma che ne è scaturito. Mi ricordo, invece, una sua bellissima apparizione, che non saprei collocare nel tempo, purtroppo, al bellissimo "Séptimo de caballería" condotto da Miguel Bosé alla TVE, la tv di stato spagnola.
Non posso citarvi le mie canzoni preferite di Serrat, perché faremmo notte, ma mi va di consigliarvi qualche disco, semmai questo post abbia svegliato in voi qualche curiosità di andare a scoprire dalla viva voce del cantautore spagnolo alcuni suoi capolavori.
Innanzitutto, naturalmente, vi consiglio il già citato "La paloma" del 1971; per chi fosse interessato ad un'antologia niente di meglio che ricorrere a "24 páginas inolvidables", raccolta che lo stesso cantautore si è incaricato di curare; per chi infine fosse interessato ad un live, niente di meglio che ricorrere all'insuperato "En directo" (1984). Merita una citazione a parte quel repertorio che Serrat ha tratto dalla poesia spagnola. L'album più conosciuto di questa produzione è quello su Machado, anche se non è forse il più riuscito. Troviamo poi "A Miguel Hernández", quasi coevo del precedente, e soprattutto il migliore e maturo "El sur también existe", che dimostra una voglia da parte del nostro di guardare anche all'America Latina, zona del mondo per la quale egli sente una grandissima attrazione, tanto da definirsi "Un latino-americano de Barcelona". L'album in questione è dedicato a Mario Benedetti, grande poeta uruguayano scomparso di recente.
Spero di avervi fatto venire voglia di ascoltare una grande voce in lingua spagnola, io sono sicura di aver provato molto piacere nello scrivere questi pensieri.
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venerdì 2 aprile 2010
Viva la Puglia!
Carissimi lettori, era da ieri che volevo scrivere un articolo sul fatto che le pressioni della popolazione abbiano costretto a togliere da Porto Cesareo, località vicina a Nardò nel Salento leccese, la statua di Manuela Arcuri.
Sinceramente sono felice per svariate ragioni:1) intanto sono contenta che ci sia qualcuno che ancora pensa che il Salento è più turistico se lo si maltratta di meno;2) trovo ingiusto che si innalzino statue a personaggi dello spettacolo tutt'ora viventi o anche deceduti.
Le statue, con la loro forse esagerata e barocca imponenza, sono per i veri eroi nazionali, quelli che hanno fatto la Patria, i grandi traghettatori delle varie comunità nelle varie fasi della storia.
Questo è un segnale, un altro se ce n'era bisogno, del fatto che la Puglia, come dice Nichi Vendola, "si è voluta bene".
Non ho mai visto Porto Cesareo, ammetto la mia ignoranza, anche se sono stata molto vicino, ma mi dicono che sia molto bello. Non credo quindi che questo atto di civiltà e di giustizia, ritenuto oltraggioso anche dal Codacons di Lecce, toglierà turisti alla meravigliosa terra salentina.
Nel Servizio del tg 2 che ha permesso a tutta la comunità nazionale di rendersi edotta di tale notizia, si è sentita anche la voce dell'Arcuri, tra l'altro insipida ed insignificante, dire che quella statua era un omaggio alle donne. Io dico che per omaggiare le donne bisogna diminuirne lo sfruttamento come oggetti televisivi, permettendone una maggiore espressione pubblica a livello effettivo, dando loro importanza solo laddove siano competenti, senza pensare a "quote rosa" ed altre trovate spettacolari.
Scusate la breve divagazione, e gridiamo ancora una volta un "brava!" alla Puglia che si vuole bene.
Sinceramente sono felice per svariate ragioni:1) intanto sono contenta che ci sia qualcuno che ancora pensa che il Salento è più turistico se lo si maltratta di meno;2) trovo ingiusto che si innalzino statue a personaggi dello spettacolo tutt'ora viventi o anche deceduti.
Le statue, con la loro forse esagerata e barocca imponenza, sono per i veri eroi nazionali, quelli che hanno fatto la Patria, i grandi traghettatori delle varie comunità nelle varie fasi della storia.
Questo è un segnale, un altro se ce n'era bisogno, del fatto che la Puglia, come dice Nichi Vendola, "si è voluta bene".
Non ho mai visto Porto Cesareo, ammetto la mia ignoranza, anche se sono stata molto vicino, ma mi dicono che sia molto bello. Non credo quindi che questo atto di civiltà e di giustizia, ritenuto oltraggioso anche dal Codacons di Lecce, toglierà turisti alla meravigliosa terra salentina.
Nel Servizio del tg 2 che ha permesso a tutta la comunità nazionale di rendersi edotta di tale notizia, si è sentita anche la voce dell'Arcuri, tra l'altro insipida ed insignificante, dire che quella statua era un omaggio alle donne. Io dico che per omaggiare le donne bisogna diminuirne lo sfruttamento come oggetti televisivi, permettendone una maggiore espressione pubblica a livello effettivo, dando loro importanza solo laddove siano competenti, senza pensare a "quote rosa" ed altre trovate spettacolari.
Scusate la breve divagazione, e gridiamo ancora una volta un "brava!" alla Puglia che si vuole bene.
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