Carissimi lettori, oggi torno da voi per quella voglia irrefrenabile di parlare e ricordare che ogni tanto mi prende. Questa volta non parlerò di un artista a cui mi legano particolari ricordi personali, anzi parlerò di uno degli artisti che conosco di meno, anche se la mia stima per lui è profonda.
Mi riferisco ad un grande e dimenticato cantautore, morto il 17 settembre 2008, a cui nessun telegiornale ha pensato bene di dedicare un servizietto minimamente decente. Il cantautore in questione si chiamava Stefano Rosso, ed è ricordato dai più solo per "Una storia disonesta", di cui è rimasta nella memoria solo quella coppia di versi che dicono "che bello
una chitarra, due amici e uno spinello".
E' a dir poco grave questa riduzione e questa rimozione, di cui è stato vittima questo artista che, forse come nessuno, ha saputo ritrarre gli anni Settanta vedendo le cose dal punto di vista giocoso, ma con la stessa forza che Claudio Lolli ed altri mettevano nella cruda denuncia.
La voce di Stefano Rosso dà l'idea dello stornellatore romano, ma la sua tecnica chitarristica, per niente banale, rimanda all'America. E' padrone di uno dei diteggiamenti più buoni che mi sia stato mai dato di sentire, a me che di chitarra non ci capisco niente ma di musica forse qualcosetta sì.
I suoi accordi, basta ascoltare "Anche se fosse peggio", brano che chiude l'lp "Una storia disonesta" per accorgersene, non sono mai banali, ama la semplicità ma non la routine.
Con lui anche la chitarra acustica, strumento che soprattutto per il repertorio italiano non ha mai riscosso le mie simpatie, ha il suo fascino ed anche una certa raffinatezza.
I suoi testi, raccontando la situazione di allora con mordente forse unico, sono di un profetico che veramente fa paura. Trovo meraviglioso l'inizio del ritornello di "Colpo di Stato", quando il nostro afferma: "Colpo di Stato"!
Ma che colpo se lo Stato poi non c'è!".
Bellissimo anche il ritratto dell'Italia con cui cesella la canzone "L'italiano" portata al Sanremo 1980, ma quelli erano altri tempi!
Magari oggi esistesse uno Stefano Rosso. Forse come stile ne abbiamo tanti. Ma quanta sincerità hanno questi "impegnati da strapazzo"? E dove sta un buon cantautore che, dopo lasciati i fasti delle case discografiche, ha il coraggio di autoprodursi sette cd in sei anni?
Stefano Rosso era quello che secondo me dovrebbe sempre essere un cantautore: uno che suona e canta, dialogando molto con se stesso, anche per distinguersi da quello che succede nella sporca ed insopportabile musica leggera.
Non so quanti di voi se lo ricordano, ma era veramente un grande.
Non so dirvi come mi sia arrivato alle orecchie, ma mi ricordo benissimo di aver avuto (e credo ancora di averla anche se non la uso più!) una cassettina con i suoi primi due vinili, incisa da mio zio. Io ho sempre amato canzoni anche minori come "Basta un'ora sola", o "l'osteria del tempo perso".
Spero di avervi ridestato la curiosità per questo grande dimenticato, e facciamo noi privatamente ciò che nessuno vuol fare: ricordiamocelo da noi e tra noi, riascoltandoci i suoi bei e rari dischi.
venerdì 30 aprile 2010
giovedì 29 aprile 2010
Sui cantanti del Concerto del primo maggio a Roma
Carissimi lettori, non avevo mai parlato di un evento molto importante che si svolge da ormai una ventina d'anni a Piazza San Giovanni a Roma, ossia il Concerto del Primo maggio. Mi pare giunto il momento di farlo.
Ritengo ingiusto ridurre i giorni in ricordo dei nostri caduti o dei lavoratori a giornate di festa senza impegno, cosa che si fa assolutamente in quella piazza. Quest'anno, va detto, hanno in parte raddrizzato il tiro, ma sono lontani i tempi in cui al primo maggio ci andava gente come Roberto Murolo, Paolo Conte, Fossati e Guccini. In quel periodo, scusate la sincerità, la musica era di qualità, cosa che spesso quest'anno tornerà ad essere. Mi viene già più difficile ritenere sincera questa pleiade di artisti sull'impegno politico, cosa che oggi, come si è già avuto occasione di dire in questa sede, è diventata uno specchietto per le allodole.
Ma guardiamo insieme la lista dei cantanti italiani presenti al concerto, in quanto gli stranieri non sono di mio interesse, anche perché da noi straniero significa americano o di aria inglese (quindi il resto del mondo è un altro pianeta).
Il primo italiano di cui si può parlare è Simone Cristicchi, cantante che non mi ha mai convinto del tutto anche se non lo disprezzo. Non mi piace la sua pochezza timbrica, lo ritengo molto poco espressivo in sede compositiva, poi lo sapete che tutto questo amore che professa molto ambiente pop per la musica tradizionale a me puzza sempre d'opportunismo: siccome è di moda accontentiamo così diamo un contentino anche ai cantori, che si sentono amati e sono contenti (non capendo che li sfruttano provvisoriamente e, quando troveranno qualcos'altro che gli renderà di più li ributteranno nel secchio dell'immondizia!).
L'unica cantante seria uscita in questi anni da Sanremo, la grande Nina Zilli, è un'altra protagonista di questa kermesse. Non so quanto sarà apprezzata in quel contesto, ma le auguro una grandissima e buona fortuna. Le sue sonorità bacarackiane mi piacciono molto, lei ha un timbro veramente corposo. Mi piace anche il suo comporre come se stesse pensando ad atmosfere leggermente retro.
Beh... è difficilissimo parlare bene dell'artista che segue, il siciliano Roy Paci, buon trombettista ma esecutore di una delle musiche più insipide che sia mai nata sulla faccia della terra. Nel suo modo di comporre i testi, trovo ci sia spesso retorica, quella che non avevano i nostri grandi e veri cantautori: riscopriteli signori organizzatori, farete un favore a tutti!
E cosa dire di questa ennesima emanazione del mondo CCCP-CSI-PGR anche senza Giovanni Lindo Ferretti? Nu ne putimu cchiui!
Se lottare è far venire un magone così a chi vi ascolta, beh... c'è sempre qualche problema, l'ho sempre sostenuto.
Di Samuele Bersani ho sicuramente più rispetto, anche se ultimamente lo trovo un po' schiavo di certi modelli anglosassoni che mi stanno poco nelle corde. Mi fa impazzire una sua canzone, contenuta nel cd "Amen" di Lucio Dalla, intitolata "Il mostro". Sinceramente preferisco una canzone composta semplicemente all'italiana, magari di vecchio stampo, alla scimmiottatura, ritenuta da molti segno di personalità, indipendenza ed emancipazione, di modelli che non ci riguardano.
Finalmente trovo un nome di cui posso senza dubbio parlare bene. Ho avuto il grandissimo piacere di vedere Carmen Consoli diversi anni fa qui a Perugia. Ho iniziato a stimarla di più, però, quando ha rafforzato la sua matrice folk, con cd come "Eva contro Eva" o l'ultimo "Elettra".
Ritengo il suo impegno veramente sincero e davvero votato a risvegliare le coscienze della gente. Meravigliosi alcuni suoi brani come "Mandaci una cartolina" o "Mio zio", tutti ritratti mordaci di problemi della nostra società: il primo visto da un punto d'osservazione più intimo, il secondo apparentemente più violento e forte.
Stimo molto, a livello di compositori, i Baustelle, ma la voce di Bianconi... de gustibus ma a me non piace.
Mi piace molto il testo di una canzone intitolata "Baudelaire", dove viene citato, tra altri personaggi illustri, il grande cantautore livornese Piero Ciampi, che molti giovani prendono come modello ma forse quasi nessuno ha conosciuto e capito.
Cosa dire di Vinicio Capossela?
Fino a quando ha fatto semplicemente il cantautore, per i primi tre cd, ha veramente emozionato. Quando, stanco della solita musica, è andato dietro a tarante, stravaganze e fantasmi, ha veramente stancato. Non è più in grado di cantare con quella pienezza e quella potenza che gli era congeniale all'inizio, non mi riesce più ad entrare nell'anima. Non sempre essere innovatori porta sulla buona strada, anzi secondo me è infinitamente più difficile, quindi più gratificante, saper comporre in maniera nuova con mezzi e strumentazioni convenzionali, ancor meglio se su generi convenzionali. La musica, secondo me, è sempre di più un recipiente che troppa gente sta riempiendo di troppa acqua: tra poco allagherà il mondo intero. Svuotiamolo prima che accada l'irreparabile!
Ritengo ingiusto ridurre i giorni in ricordo dei nostri caduti o dei lavoratori a giornate di festa senza impegno, cosa che si fa assolutamente in quella piazza. Quest'anno, va detto, hanno in parte raddrizzato il tiro, ma sono lontani i tempi in cui al primo maggio ci andava gente come Roberto Murolo, Paolo Conte, Fossati e Guccini. In quel periodo, scusate la sincerità, la musica era di qualità, cosa che spesso quest'anno tornerà ad essere. Mi viene già più difficile ritenere sincera questa pleiade di artisti sull'impegno politico, cosa che oggi, come si è già avuto occasione di dire in questa sede, è diventata uno specchietto per le allodole.
Ma guardiamo insieme la lista dei cantanti italiani presenti al concerto, in quanto gli stranieri non sono di mio interesse, anche perché da noi straniero significa americano o di aria inglese (quindi il resto del mondo è un altro pianeta).
Il primo italiano di cui si può parlare è Simone Cristicchi, cantante che non mi ha mai convinto del tutto anche se non lo disprezzo. Non mi piace la sua pochezza timbrica, lo ritengo molto poco espressivo in sede compositiva, poi lo sapete che tutto questo amore che professa molto ambiente pop per la musica tradizionale a me puzza sempre d'opportunismo: siccome è di moda accontentiamo così diamo un contentino anche ai cantori, che si sentono amati e sono contenti (non capendo che li sfruttano provvisoriamente e, quando troveranno qualcos'altro che gli renderà di più li ributteranno nel secchio dell'immondizia!).
L'unica cantante seria uscita in questi anni da Sanremo, la grande Nina Zilli, è un'altra protagonista di questa kermesse. Non so quanto sarà apprezzata in quel contesto, ma le auguro una grandissima e buona fortuna. Le sue sonorità bacarackiane mi piacciono molto, lei ha un timbro veramente corposo. Mi piace anche il suo comporre come se stesse pensando ad atmosfere leggermente retro.
Beh... è difficilissimo parlare bene dell'artista che segue, il siciliano Roy Paci, buon trombettista ma esecutore di una delle musiche più insipide che sia mai nata sulla faccia della terra. Nel suo modo di comporre i testi, trovo ci sia spesso retorica, quella che non avevano i nostri grandi e veri cantautori: riscopriteli signori organizzatori, farete un favore a tutti!
E cosa dire di questa ennesima emanazione del mondo CCCP-CSI-PGR anche senza Giovanni Lindo Ferretti? Nu ne putimu cchiui!
Se lottare è far venire un magone così a chi vi ascolta, beh... c'è sempre qualche problema, l'ho sempre sostenuto.
Di Samuele Bersani ho sicuramente più rispetto, anche se ultimamente lo trovo un po' schiavo di certi modelli anglosassoni che mi stanno poco nelle corde. Mi fa impazzire una sua canzone, contenuta nel cd "Amen" di Lucio Dalla, intitolata "Il mostro". Sinceramente preferisco una canzone composta semplicemente all'italiana, magari di vecchio stampo, alla scimmiottatura, ritenuta da molti segno di personalità, indipendenza ed emancipazione, di modelli che non ci riguardano.
Finalmente trovo un nome di cui posso senza dubbio parlare bene. Ho avuto il grandissimo piacere di vedere Carmen Consoli diversi anni fa qui a Perugia. Ho iniziato a stimarla di più, però, quando ha rafforzato la sua matrice folk, con cd come "Eva contro Eva" o l'ultimo "Elettra".
Ritengo il suo impegno veramente sincero e davvero votato a risvegliare le coscienze della gente. Meravigliosi alcuni suoi brani come "Mandaci una cartolina" o "Mio zio", tutti ritratti mordaci di problemi della nostra società: il primo visto da un punto d'osservazione più intimo, il secondo apparentemente più violento e forte.
Stimo molto, a livello di compositori, i Baustelle, ma la voce di Bianconi... de gustibus ma a me non piace.
Mi piace molto il testo di una canzone intitolata "Baudelaire", dove viene citato, tra altri personaggi illustri, il grande cantautore livornese Piero Ciampi, che molti giovani prendono come modello ma forse quasi nessuno ha conosciuto e capito.
Cosa dire di Vinicio Capossela?
Fino a quando ha fatto semplicemente il cantautore, per i primi tre cd, ha veramente emozionato. Quando, stanco della solita musica, è andato dietro a tarante, stravaganze e fantasmi, ha veramente stancato. Non è più in grado di cantare con quella pienezza e quella potenza che gli era congeniale all'inizio, non mi riesce più ad entrare nell'anima. Non sempre essere innovatori porta sulla buona strada, anzi secondo me è infinitamente più difficile, quindi più gratificante, saper comporre in maniera nuova con mezzi e strumentazioni convenzionali, ancor meglio se su generi convenzionali. La musica, secondo me, è sempre di più un recipiente che troppa gente sta riempiendo di troppa acqua: tra poco allagherà il mondo intero. Svuotiamolo prima che accada l'irreparabile!
Etichette:
Concerto del primo maggio,
riflessioni
mercoledì 28 aprile 2010
Fabrizio de Andrè: "Live a Roccella Jonica"
Carissimi lettori, avrete capito che tra le mie passioni più grandi c'è quella per Fabrizio de Andrè. Sono riuscita a trovare un bootleg del cantautore genovese registrato a Roccella Jonica, e non resisto a parlarvene.
Si inizia con una meravigliosa "Dolcenera". Questa versione, almeno secondo me, è molto migliore di quella pubblicata in "Effedia", che era caratterizzata da un tappeto esageratamente pop che non permetteva all'anima sudamericana di questo brano, sicuramente importante, di esprimersi con tutta la sua forza.
E' meraviglioso l'assolo di arpa uruguaya, strumento che da noi non è conosciuto, caratterizzato da un'allegria stupenda.
La voce di Fabrizio de Andrè è profonda, calma, tellurica e dà il giusto rilievo alla parola. Il brano, come sempre, si chiude, cosiccome si era aperto, con l'intervento delle coriste, che cantano questo bellissimo e misterioso scioglilingua in genovese che è forse la parte musicalmente più caratteristica del brano.
Proseguendo si ascolta un altro brano da "Anime salve", quella "Khoracané" che, forse come nessuna canzone, è un ritratto rispettosissimo della cultura dei rom.
L'interpretazione è limpida e perfetta, piena di quella pietà sincera e veramente cristiana così cara a De Andrè.
Il brano, così come accadeva nel cd, si chiude con la bellissima parte in romanì scritta da Fabrizio de Andrè come tangibile segno di rispetto per un popolo a cui noi, forse con superiorità spocchiosa ed inutile, non dedichiamo neanche un respiro di curiosità.
Il pubblico è caldissimo, e lo dimostra l'attacco di questa spettacolare "Don Raffaè", che, rispetto alla versione live pubbllicata poco dopo eseguita a Genova, qui riscopre il calore della versione su cd, senza la sguaiataggine un po' stereotipa usata da De Andrè anche se senza scopi d'offesa.
In questa versione, veramente perfetta, si riscopre una gioia piedigrottesca veramente meravigliosa. La gente, come è giusto che sia, apprezza.
Andando avanti si arriva ad "Anime salve", una ballata impervia condita con quelle suggestioni jazz di cui Ivano Fossati avrebbe voluto riempire questo cd, mentre poi, per fortuna, cedette alla voglia di Fabrizio de Andrè di restare fedele alla musica della sua gente, quella che cantava e canterà sempre musiche semplici e tradizionali.
Nel brano si è già avuto un primo lunghissimo intervento di Cristiano de Andrè, che dal vivo cantava le parti che in disco erano affidate al collega di De Andrè in questa avventura, ossia ad Ivano Fossati. Forse il dialogo tra le due voci, data la loro forte somiglianza timbrica, è meno interessante di quanto non avvenga nel disco, ma la lunghea zza estesa di questa melodia fa sì che questo brano sia uno dei più belli sul piano musicale di tutto il repertorio di De Andrè.
Fabrizio de Andrè ha compiuto un excursus veramente notevole tra i vari tipi di solitudine, tema su cui aveva imperniato il bellissimo "Anime salve", dedicato a quelle anime incontaminate dalla nostra superficialità ed arroganza ("questo è quello che penso io,quindi si può benissimo non essere d'accordo"). Il brano con cui si torna a cantare è la bellissima milonga intitolata "Princesa". Il brano è una descrizione di un personaggio "transessuale" e della sua vita dura e difficile, fatta con una tenerezza che fadi De Andrè il miglior poeta che noi italiani abbiamo mai avuto soprattutto sulle tematiche d'emarginazione. Il finale in portoghese brasiliano, che fu il mio primissimo contatto con questa lingua che ora per me è così importante, è ben staccato dal resto ma, nel contempo, dimostra con esso una grandissima coerenza (imparate contaminatori da strapazzo!).
Andando avanti si inizia a rispolverare vecchio repertorio del cantautore genovese, cominciando da questa "Amico fragile". Il brano, pur mantenendo l'impianto fortemente "progressivo" datogli dalla P.F.M nel "Volume VIII", disco dove è presente la prima versione, acquista un'intimità ed una serenità superiore. Gli assoli di chitarra elettrica, pur nel loro vortice, hanno un'aura più classica, anche grazie al fatto che come accompagnamento vi sono prevalentemente strumenti acustici. Ci sono delle curiosissime percussioni latine, che addolciscono l'atmosfera di questo brano che altrimenti è molto allucinata.
La voce di Fabrizio de Andrè è profonda, calma e serena, senza più il bisogno di cantare "come un rockettaro", tendenza che si riscontra nella versione live con la P.F.M. Interessantissimo è il lunghissimo dialogo, che porta il brano verso la fine, tra il sassofono coltraniano di Giancarlo Parisi, la chitarra rock di Giorgio Cordini e il pianoforte delirante di Mark Harris.
Tornando ad "Anime salve", si canta questo canto moderno al pescare, nel mare della vita, composto come una filastrocca popolare. Il brano, intitolato "Le acciughe fanno il pallone", ha una semplicità meravigliosa che, però, nasconde difficoltà molto difficilmente superabili. Ho sempre amato molto questo brano, più dal punto di vista musicale che da quello testuale, soprattutto per i bellissimi assoli di flauto traverso, meraviglioso dialogo tra l'antichità del fiato tellurico e le leggiadre venature "progressive" sicuro apporto fossatiano alla struttura di questa ballata.
Continuando si arriva a "Disamistade", uno dei brani di Fabrizio de Andrè dedicato alla Sardegna, questa terra che ha saputo dargli, forse come nessuna, quel rifugio nella semplicità che forse è stato il suo unico grande anelito. La versione è veramente meravigliosa, senza smagliature. Le parole arrivano come un'eco dolce e perentoria al contempo. Questo brano, secondo me, è una delle più grandi dimostrazioni di come si possa fare canzoni veramente politiche (quindi dure) rimanendo dolci e poetici. E' curiosissimo, dal punto di vista musicale, l'uso del birimbau brasiliano, che suona in maniera tradizionale ma in tutt'altro contesto. La ballata è prevalentemente impostata su un "la minore" ripetuto ed arpeggiato. Quando si sblocca arrivano un "sol maggiore" ed un "fa" che ricordano il flamenco.
Dopo un altro lunghissimo discorso che dimostra come per De Andrè la musica non era uno spasso ma molto di più, il cantautore ci mostra un esempio di quel "concept album", per molti aspetti insuperato tutt'ora, intitolato "La buona novella".
Si ascolta una stupenda versione dell'"Infanzia di Maria", brano dove, con una forza che solo i "Vangeli Apocrifi" possono dare, si denuncia come si sia fatta, già allora, "lotteria" del corpo d'una donna. Il personaggio di Maria, in questa particolare situazione, ha sembianze del tutto simili a certi emarginati che De Andrè cantava in quegli stessi anni, ricorda specialmente "bocca di rosa". Meraviglioso è il finale barocco, seppure eseguito da un clavicembalo sintetico.
Si continua, facendo un salto di circa quindici anni, con una "Creuza de ma" bellissima. L'interpretazione è veramente cantautorale, l'etnico è rivissuto e respira sotto altra forma (ancora: imparate contaminatori da strapazzo!).
Questa lingua non riesce mai a decidersi fra la dolcezza silenziosa e la durezza scorbutica, questo genovese è pura magia sulla bocca di De Andrè.
Il brano, come sempre, si sta chiudendo con il suo inconfondibile finale a vocalizzi.
Continuando a cantare in genovese si arriva a questa "Megu megùn" tratta da "Le nuvole". Sinceramente è uno dei brani che amo di meno del repertorio dialettale di De Andrè e, forse, anche di tutta la sua produzione. Non riesco a sopportare il fatto che sia costruita suun accordo solo (tipo certe pizziche degli Officina Zoè per capirci, che altrettanto non ho mai amato!). E' interessantissimo invece l'uso del genovese quasi ridotto a suono, con tecniche riprese da civiltà extraeuropee.
Tornando a "Creuza de ma", si riprende uno dei gioielli assoluti della produzione deandreiana, quella "Sidùn" dedicata senza pudore ma con molta poesia, ad un genitore che perde il figlio sotto i carri armati israeliani in Libano. Qui il genovese è dolcissimo, ma la dolcezza è tradotta da un uso duro di certe consonanti (siamo ossimorici, la vita è un ossimoro!). Il finale, soprattutto la parte dove si utilizza il vocalizzo polifonico, forse è la parte più deludente perché non arrivano alle orecchie voci convincenti e, soprattutto, non si sente bene il basso profondo (che non si sa neanche se c'è!). Divagando vorrei ricordarvi la bellissima versione in salentino di Sidùn da parte di ninfa giannuzzi.
Direttamente da "Rimini" arriva questa meravigliosa "Avventura a Durango", che erano circa vent'anni che non se ne sentiva una versione dal vivo. Anche qui, questa maggiore coscienza in campo tradizionale acquisita da De Andrè attraverso la collaborazione con Pagani, fa sì che si arrivi ad una rielaborazione sicuramente meno dylaniana ma molto più personale ed italiana. E' interessante, nella tecnica di mandolino, la convivenza tra tremoli italiani ed accordi più ricollegabili al country americano, universo a cui questo brano fa invariabilmente riferimento. Rispetto a "Rimini" è assente l'interessantissima scaletta di violino con due note di "bordone", tutta eseguita sulla terza corda.
Subito dopo si arriva ad una bellissima versione di "Ho visto Nina volare", meravigliosa ballata contenuta in "Anime salve". L'atmosfera ampia ed estesa permette a De Andrè di alternare frasi quasi mangiate ad altre dove la voce acquista un respiro ampio e profondo, quasi di vento lontano.
Si continua con una meravigliosa versione di "Bocca di rosa" dove, finalmente, dico io, la chitarra ha la serenità per lasciarsi andare in una semplicissima ma insostituibile terzina napoletana, ossia con l'accordo spezzato in due tronconi simmetrici ed uguali. Si sente, come in tutto questo concerto, un Fabrizio de Andrè euforico, la cui allegria contagia sempre il pubblico.
Da "Fabrizio de Andrè", album spesso chiamato "L'indiano", arriva "Fiume Sand creek". E' un brano con un ritmo pieno di una primitività profonda, la stessa che si respira nel "finger piking" che accompagna il brano. Tutte le percussioni vietano di distrarsi dall'impetuosa e dolcissima denuncia che De Andrè fa dello sterminio degli indiani d'America e di tutte le minoranze.
Andando avanti, dopo la presentazione dei musicisti e di alcune persone che hanno collaborato dietro le quinte a questo meraviglioso concerto, quando si riprende a cantare si esegue "Geordie", una bellissima ballata che De Andrè ha tradotto dall'inglese. La versione che il cantautore presentava nei suoi ultimi concerti, ritmicamente molto più fedele ad uno spirito di ballata anglosassone rispetto a quella pubblicata negli anni Sessanta, è cantata insieme alla figlia Luvi.
Subito dopo, tornando ad "Anime salve", si esegue questo grido in difesa delle minoranze intitolato "Smisurata preghiera". Secondo affermazioni di Ivano Fossati, curatore della musica, questo brano è un esperimento tra la poesia rabbiosa e dolce di De Andrè e le sue sugestioni musicali che, soprattutto negli anni Novanta, andavano spesso verso il jazz contemporaneo. La versione presentata è veramente meravigliosa e, così come si era detto per "Fiume sand creek", sono le percussioni gli strumenti incaricati di non farci distrarre dal messaggio ossessionante che dà il testo, di cui ci dovremmo ricordare ad ogni nostro minimo respiro: rispetto, rispetto, rispetto!
Si riprende, siamo già ai bis, con "Jamin-a" che, con i fiati di Giancarlo Parisi, è veramente fantastica. Anche qui ritroviamo questo concetto-chiave della musicalità dell'ultimo De Andrè, ossia le percussioni come chiave del brano. La sensualità della protagonista, che si intuisce dall'uso quasi onomatopeico delle consonanti del genovese, viene tradotta da questa famiglia di strumenti che, con la loro presenza, sfidano la batteria a scomparire e farsi qualcosa di "altro" da sé (per fortuna!).
E dopo un fiume di richieste, finalmente De Andrè si decide a fare "Il pescatore". Si esegue, come sempre purtroppo, una versione molto simile a quella con la P.F.M., forse per la sua maggiore compatibilità con un contesto spettacolare e, perché no, di festa. Se volete sapere come la penso io, però, per quanto riguarda questo brano preferisco assolutamente la versione risalente agli inizi degli anni Settanta ed incisa su 45 giri con organico ridotto a sole chitarre.
Continuando si ascolta una scoppiettante Volta la carta" che viene accolta da un pubblico in delirio.
Il concerto si chiude con un'altra sorpresa, ripresa da "Rimini" arriva "Zirighiltaggia". E' una ballata country in sardo gallurese, litigio tra due pastori. Qui Cristiano De Andrè dà un saggio di violino veramente notevole: grande!
E' veramente un concerto unico, tra i migliori di quanti io abbia potuti sentire di De Andrè, peccato che non sia mai stato reso pubblico.
Spero di aver destato curiosità in qualcuno e, perché no, ravvivato ricordi in qualcun altro: viva De Andrè!
Si inizia con una meravigliosa "Dolcenera". Questa versione, almeno secondo me, è molto migliore di quella pubblicata in "Effedia", che era caratterizzata da un tappeto esageratamente pop che non permetteva all'anima sudamericana di questo brano, sicuramente importante, di esprimersi con tutta la sua forza.
E' meraviglioso l'assolo di arpa uruguaya, strumento che da noi non è conosciuto, caratterizzato da un'allegria stupenda.
La voce di Fabrizio de Andrè è profonda, calma, tellurica e dà il giusto rilievo alla parola. Il brano, come sempre, si chiude, cosiccome si era aperto, con l'intervento delle coriste, che cantano questo bellissimo e misterioso scioglilingua in genovese che è forse la parte musicalmente più caratteristica del brano.
Proseguendo si ascolta un altro brano da "Anime salve", quella "Khoracané" che, forse come nessuna canzone, è un ritratto rispettosissimo della cultura dei rom.
L'interpretazione è limpida e perfetta, piena di quella pietà sincera e veramente cristiana così cara a De Andrè.
Il brano, così come accadeva nel cd, si chiude con la bellissima parte in romanì scritta da Fabrizio de Andrè come tangibile segno di rispetto per un popolo a cui noi, forse con superiorità spocchiosa ed inutile, non dedichiamo neanche un respiro di curiosità.
Il pubblico è caldissimo, e lo dimostra l'attacco di questa spettacolare "Don Raffaè", che, rispetto alla versione live pubbllicata poco dopo eseguita a Genova, qui riscopre il calore della versione su cd, senza la sguaiataggine un po' stereotipa usata da De Andrè anche se senza scopi d'offesa.
In questa versione, veramente perfetta, si riscopre una gioia piedigrottesca veramente meravigliosa. La gente, come è giusto che sia, apprezza.
Andando avanti si arriva ad "Anime salve", una ballata impervia condita con quelle suggestioni jazz di cui Ivano Fossati avrebbe voluto riempire questo cd, mentre poi, per fortuna, cedette alla voglia di Fabrizio de Andrè di restare fedele alla musica della sua gente, quella che cantava e canterà sempre musiche semplici e tradizionali.
Nel brano si è già avuto un primo lunghissimo intervento di Cristiano de Andrè, che dal vivo cantava le parti che in disco erano affidate al collega di De Andrè in questa avventura, ossia ad Ivano Fossati. Forse il dialogo tra le due voci, data la loro forte somiglianza timbrica, è meno interessante di quanto non avvenga nel disco, ma la lunghea zza estesa di questa melodia fa sì che questo brano sia uno dei più belli sul piano musicale di tutto il repertorio di De Andrè.
Fabrizio de Andrè ha compiuto un excursus veramente notevole tra i vari tipi di solitudine, tema su cui aveva imperniato il bellissimo "Anime salve", dedicato a quelle anime incontaminate dalla nostra superficialità ed arroganza ("questo è quello che penso io,quindi si può benissimo non essere d'accordo"). Il brano con cui si torna a cantare è la bellissima milonga intitolata "Princesa". Il brano è una descrizione di un personaggio "transessuale" e della sua vita dura e difficile, fatta con una tenerezza che fadi De Andrè il miglior poeta che noi italiani abbiamo mai avuto soprattutto sulle tematiche d'emarginazione. Il finale in portoghese brasiliano, che fu il mio primissimo contatto con questa lingua che ora per me è così importante, è ben staccato dal resto ma, nel contempo, dimostra con esso una grandissima coerenza (imparate contaminatori da strapazzo!).
Andando avanti si inizia a rispolverare vecchio repertorio del cantautore genovese, cominciando da questa "Amico fragile". Il brano, pur mantenendo l'impianto fortemente "progressivo" datogli dalla P.F.M nel "Volume VIII", disco dove è presente la prima versione, acquista un'intimità ed una serenità superiore. Gli assoli di chitarra elettrica, pur nel loro vortice, hanno un'aura più classica, anche grazie al fatto che come accompagnamento vi sono prevalentemente strumenti acustici. Ci sono delle curiosissime percussioni latine, che addolciscono l'atmosfera di questo brano che altrimenti è molto allucinata.
La voce di Fabrizio de Andrè è profonda, calma e serena, senza più il bisogno di cantare "come un rockettaro", tendenza che si riscontra nella versione live con la P.F.M. Interessantissimo è il lunghissimo dialogo, che porta il brano verso la fine, tra il sassofono coltraniano di Giancarlo Parisi, la chitarra rock di Giorgio Cordini e il pianoforte delirante di Mark Harris.
Tornando ad "Anime salve", si canta questo canto moderno al pescare, nel mare della vita, composto come una filastrocca popolare. Il brano, intitolato "Le acciughe fanno il pallone", ha una semplicità meravigliosa che, però, nasconde difficoltà molto difficilmente superabili. Ho sempre amato molto questo brano, più dal punto di vista musicale che da quello testuale, soprattutto per i bellissimi assoli di flauto traverso, meraviglioso dialogo tra l'antichità del fiato tellurico e le leggiadre venature "progressive" sicuro apporto fossatiano alla struttura di questa ballata.
Continuando si arriva a "Disamistade", uno dei brani di Fabrizio de Andrè dedicato alla Sardegna, questa terra che ha saputo dargli, forse come nessuna, quel rifugio nella semplicità che forse è stato il suo unico grande anelito. La versione è veramente meravigliosa, senza smagliature. Le parole arrivano come un'eco dolce e perentoria al contempo. Questo brano, secondo me, è una delle più grandi dimostrazioni di come si possa fare canzoni veramente politiche (quindi dure) rimanendo dolci e poetici. E' curiosissimo, dal punto di vista musicale, l'uso del birimbau brasiliano, che suona in maniera tradizionale ma in tutt'altro contesto. La ballata è prevalentemente impostata su un "la minore" ripetuto ed arpeggiato. Quando si sblocca arrivano un "sol maggiore" ed un "fa" che ricordano il flamenco.
Dopo un altro lunghissimo discorso che dimostra come per De Andrè la musica non era uno spasso ma molto di più, il cantautore ci mostra un esempio di quel "concept album", per molti aspetti insuperato tutt'ora, intitolato "La buona novella".
Si ascolta una stupenda versione dell'"Infanzia di Maria", brano dove, con una forza che solo i "Vangeli Apocrifi" possono dare, si denuncia come si sia fatta, già allora, "lotteria" del corpo d'una donna. Il personaggio di Maria, in questa particolare situazione, ha sembianze del tutto simili a certi emarginati che De Andrè cantava in quegli stessi anni, ricorda specialmente "bocca di rosa". Meraviglioso è il finale barocco, seppure eseguito da un clavicembalo sintetico.
Si continua, facendo un salto di circa quindici anni, con una "Creuza de ma" bellissima. L'interpretazione è veramente cantautorale, l'etnico è rivissuto e respira sotto altra forma (ancora: imparate contaminatori da strapazzo!).
Questa lingua non riesce mai a decidersi fra la dolcezza silenziosa e la durezza scorbutica, questo genovese è pura magia sulla bocca di De Andrè.
Il brano, come sempre, si sta chiudendo con il suo inconfondibile finale a vocalizzi.
Continuando a cantare in genovese si arriva a questa "Megu megùn" tratta da "Le nuvole". Sinceramente è uno dei brani che amo di meno del repertorio dialettale di De Andrè e, forse, anche di tutta la sua produzione. Non riesco a sopportare il fatto che sia costruita suun accordo solo (tipo certe pizziche degli Officina Zoè per capirci, che altrettanto non ho mai amato!). E' interessantissimo invece l'uso del genovese quasi ridotto a suono, con tecniche riprese da civiltà extraeuropee.
Tornando a "Creuza de ma", si riprende uno dei gioielli assoluti della produzione deandreiana, quella "Sidùn" dedicata senza pudore ma con molta poesia, ad un genitore che perde il figlio sotto i carri armati israeliani in Libano. Qui il genovese è dolcissimo, ma la dolcezza è tradotta da un uso duro di certe consonanti (siamo ossimorici, la vita è un ossimoro!). Il finale, soprattutto la parte dove si utilizza il vocalizzo polifonico, forse è la parte più deludente perché non arrivano alle orecchie voci convincenti e, soprattutto, non si sente bene il basso profondo (che non si sa neanche se c'è!). Divagando vorrei ricordarvi la bellissima versione in salentino di Sidùn da parte di ninfa giannuzzi.
Direttamente da "Rimini" arriva questa meravigliosa "Avventura a Durango", che erano circa vent'anni che non se ne sentiva una versione dal vivo. Anche qui, questa maggiore coscienza in campo tradizionale acquisita da De Andrè attraverso la collaborazione con Pagani, fa sì che si arrivi ad una rielaborazione sicuramente meno dylaniana ma molto più personale ed italiana. E' interessante, nella tecnica di mandolino, la convivenza tra tremoli italiani ed accordi più ricollegabili al country americano, universo a cui questo brano fa invariabilmente riferimento. Rispetto a "Rimini" è assente l'interessantissima scaletta di violino con due note di "bordone", tutta eseguita sulla terza corda.
Subito dopo si arriva ad una bellissima versione di "Ho visto Nina volare", meravigliosa ballata contenuta in "Anime salve". L'atmosfera ampia ed estesa permette a De Andrè di alternare frasi quasi mangiate ad altre dove la voce acquista un respiro ampio e profondo, quasi di vento lontano.
Si continua con una meravigliosa versione di "Bocca di rosa" dove, finalmente, dico io, la chitarra ha la serenità per lasciarsi andare in una semplicissima ma insostituibile terzina napoletana, ossia con l'accordo spezzato in due tronconi simmetrici ed uguali. Si sente, come in tutto questo concerto, un Fabrizio de Andrè euforico, la cui allegria contagia sempre il pubblico.
Da "Fabrizio de Andrè", album spesso chiamato "L'indiano", arriva "Fiume Sand creek". E' un brano con un ritmo pieno di una primitività profonda, la stessa che si respira nel "finger piking" che accompagna il brano. Tutte le percussioni vietano di distrarsi dall'impetuosa e dolcissima denuncia che De Andrè fa dello sterminio degli indiani d'America e di tutte le minoranze.
Andando avanti, dopo la presentazione dei musicisti e di alcune persone che hanno collaborato dietro le quinte a questo meraviglioso concerto, quando si riprende a cantare si esegue "Geordie", una bellissima ballata che De Andrè ha tradotto dall'inglese. La versione che il cantautore presentava nei suoi ultimi concerti, ritmicamente molto più fedele ad uno spirito di ballata anglosassone rispetto a quella pubblicata negli anni Sessanta, è cantata insieme alla figlia Luvi.
Subito dopo, tornando ad "Anime salve", si esegue questo grido in difesa delle minoranze intitolato "Smisurata preghiera". Secondo affermazioni di Ivano Fossati, curatore della musica, questo brano è un esperimento tra la poesia rabbiosa e dolce di De Andrè e le sue sugestioni musicali che, soprattutto negli anni Novanta, andavano spesso verso il jazz contemporaneo. La versione presentata è veramente meravigliosa e, così come si era detto per "Fiume sand creek", sono le percussioni gli strumenti incaricati di non farci distrarre dal messaggio ossessionante che dà il testo, di cui ci dovremmo ricordare ad ogni nostro minimo respiro: rispetto, rispetto, rispetto!
Si riprende, siamo già ai bis, con "Jamin-a" che, con i fiati di Giancarlo Parisi, è veramente fantastica. Anche qui ritroviamo questo concetto-chiave della musicalità dell'ultimo De Andrè, ossia le percussioni come chiave del brano. La sensualità della protagonista, che si intuisce dall'uso quasi onomatopeico delle consonanti del genovese, viene tradotta da questa famiglia di strumenti che, con la loro presenza, sfidano la batteria a scomparire e farsi qualcosa di "altro" da sé (per fortuna!).
E dopo un fiume di richieste, finalmente De Andrè si decide a fare "Il pescatore". Si esegue, come sempre purtroppo, una versione molto simile a quella con la P.F.M., forse per la sua maggiore compatibilità con un contesto spettacolare e, perché no, di festa. Se volete sapere come la penso io, però, per quanto riguarda questo brano preferisco assolutamente la versione risalente agli inizi degli anni Settanta ed incisa su 45 giri con organico ridotto a sole chitarre.
Continuando si ascolta una scoppiettante Volta la carta" che viene accolta da un pubblico in delirio.
Il concerto si chiude con un'altra sorpresa, ripresa da "Rimini" arriva "Zirighiltaggia". E' una ballata country in sardo gallurese, litigio tra due pastori. Qui Cristiano De Andrè dà un saggio di violino veramente notevole: grande!
E' veramente un concerto unico, tra i migliori di quanti io abbia potuti sentire di De Andrè, peccato che non sia mai stato reso pubblico.
Spero di aver destato curiosità in qualcuno e, perché no, ravvivato ricordi in qualcun altro: viva De Andrè!
Etichette:
"Live a Roccella Jonica",
dischi dal vivo,
Fabrizio de Andrè,
rarità,
recensioni cd
lunedì 26 aprile 2010
Un po' di radio strane
Carissimi lettori, oggi torno da voi per darvi un po' di consigli internauti.
Mi occuperò di alcune radio che trasmettono vari generi di musica di cui si parla spesso in questo blog.
Se volete trovare una bellissima radio di Fado portoghese, tra le varie esistenti a Lisbona, consiglio di provare ad ascoltare "Rádio Amália" che, nata per i dieci anni dalla morte della grande Amália Rodrigues, trasmette una amplissima selezione di Fado antico e moderno. E' particolarmente interessante anche per alcuni programmi dal vivo, specialmente il mercoledì tra le sette e le otto di sera ora italiana, ed il sabato notte tra la mezzanotte e l'una (naturalmente io non l'ho mai ascoltata a quell'ora, ma per i nottambuli c'è il privilegio di ascoltare il "Fado vadio", quello spontaneo, che spessissimo è il vero Fado!). Per ascoltare questo canale andare su www.amalia.fm e cliccare su "Rádio online" dalla homepage del sito.
Gli altri consigli, non abbiate paura, riguardano musica italiana.
Nel foltissimo universo di canali dedicati alla grande canzone napoletana, ve ne segnalo due, particolarmente interessanti per la varietà delle loro proposte. Il primo si chiama "Radio Napoli", ed è un canale che fa capo a "Radio Margherita", una superstation nazionale che trasmette da Palermo, che da trent'anni si dedica, tra le altre cose, alla divulgazione della grande canzone napoletana. Il sito della radio è www.radiomargherita.com, per essere immersi nella grande melodia napoletana basta cliccare sul link liver.mnapoli presente in homepage e, se non hanno problemi d'emissione, cosa che ogni tanto succede, partirete per un viaggio da cui sarà difficilissimo voler tornare.
L'altro canale monografico è "Radio Napoli doc" web radio che, come dice l'intervento parlato che ogni tanto si inframmezza alle canzoni, trasmette solo "la vera musica d'autore napoletana". Per ascoltare la radio basta andare su www.radionapolidoc.it. All'apertura del sito si dovrà cliccare su un ulteriore link che riproduce il nome del sito e, dopo averci cliccato ci si aprirà una videata che ci permetterà di scegliere la qualità di audio da noi preferita. Dopo aver fatto questa scelta ed essere andati sul numero 128, se non ci sono problemi di streaming, che qualche volta impediscono il compimento di questo viaggio, si è pronti per un'avventura veramente meravigliosa.
Voglio infine consigliarvi una radio appena scoperta, che in verità è stata quella che mi ha fatto venire voglia di scrivere questo post. E' una piccolissima radio locale che trasmette dal nord Italia (scusate se non sono specifica ma sul loro sito non dànno informazioni). La radio si dedica alla presentazione di canzoni prevalentemente italiane e provenienti da quel periodo d'oro della musica che sono gli anni Sessanta e Settanta. I brani non sono per niente scontati, anzi si incontrano perle rare come questa "E' vero", proveniente dal Sanremo '60, che stiamo ascoltando dalla voce di Mina. La radio si chiama "Radio ascolta" ed è ascoltabile sul suo sito all'indirizzo www.radioascolta.it. All'apertura del sito lo streaming parte automaticamente, ma, se si vuole, andando all'interno del sito, purtroppo con qualche difficoltà proprio in quella parte fondamentale, si ha un'ampia scelta di programmi con cui ascoltarla.
Oltre alle canzoni vi sono alcuni programmi parlati, dove si affrontano temi scottanti oppure, cosa molto più gradevole almeno per me, si intervistano alcuni cantanti anni Sessanta. Gli intermezzi parlati sono brevissimi, come in teatro si facevano nel Cinquecento. E' veramente una radio curiosa e bellissima.
Sperando di avervi fatto piacere, vi saluto e a presto.
Mi piacerebbe poter sapere di un canale che trasmetta musica popolare salentina, unico genere che non posso mettere se non con i miei cd.
Leccesi cari: ci putiti faciti cu sacciu quarche cosa. Ho ascoltato il programma "Bassa musica" trasmesso dalla radio brindisina "Teleradio San Vito di San Vito dei normanni ma, per motivi che non sto qui ad enumerare, non mi ha convinto. Perché non pensate a creare un canale che permetta a tutti i numerosissimi appassionati di questa musica sparsi in Italia e nel mondo di ascoltarla tramite Internet?
Io l'ho buttata là, pensateci!
Mi occuperò di alcune radio che trasmettono vari generi di musica di cui si parla spesso in questo blog.
Se volete trovare una bellissima radio di Fado portoghese, tra le varie esistenti a Lisbona, consiglio di provare ad ascoltare "Rádio Amália" che, nata per i dieci anni dalla morte della grande Amália Rodrigues, trasmette una amplissima selezione di Fado antico e moderno. E' particolarmente interessante anche per alcuni programmi dal vivo, specialmente il mercoledì tra le sette e le otto di sera ora italiana, ed il sabato notte tra la mezzanotte e l'una (naturalmente io non l'ho mai ascoltata a quell'ora, ma per i nottambuli c'è il privilegio di ascoltare il "Fado vadio", quello spontaneo, che spessissimo è il vero Fado!). Per ascoltare questo canale andare su www.amalia.fm e cliccare su "Rádio online" dalla homepage del sito.
Gli altri consigli, non abbiate paura, riguardano musica italiana.
Nel foltissimo universo di canali dedicati alla grande canzone napoletana, ve ne segnalo due, particolarmente interessanti per la varietà delle loro proposte. Il primo si chiama "Radio Napoli", ed è un canale che fa capo a "Radio Margherita", una superstation nazionale che trasmette da Palermo, che da trent'anni si dedica, tra le altre cose, alla divulgazione della grande canzone napoletana. Il sito della radio è www.radiomargherita.com, per essere immersi nella grande melodia napoletana basta cliccare sul link liver.mnapoli presente in homepage e, se non hanno problemi d'emissione, cosa che ogni tanto succede, partirete per un viaggio da cui sarà difficilissimo voler tornare.
L'altro canale monografico è "Radio Napoli doc" web radio che, come dice l'intervento parlato che ogni tanto si inframmezza alle canzoni, trasmette solo "la vera musica d'autore napoletana". Per ascoltare la radio basta andare su www.radionapolidoc.it. All'apertura del sito si dovrà cliccare su un ulteriore link che riproduce il nome del sito e, dopo averci cliccato ci si aprirà una videata che ci permetterà di scegliere la qualità di audio da noi preferita. Dopo aver fatto questa scelta ed essere andati sul numero 128, se non ci sono problemi di streaming, che qualche volta impediscono il compimento di questo viaggio, si è pronti per un'avventura veramente meravigliosa.
Voglio infine consigliarvi una radio appena scoperta, che in verità è stata quella che mi ha fatto venire voglia di scrivere questo post. E' una piccolissima radio locale che trasmette dal nord Italia (scusate se non sono specifica ma sul loro sito non dànno informazioni). La radio si dedica alla presentazione di canzoni prevalentemente italiane e provenienti da quel periodo d'oro della musica che sono gli anni Sessanta e Settanta. I brani non sono per niente scontati, anzi si incontrano perle rare come questa "E' vero", proveniente dal Sanremo '60, che stiamo ascoltando dalla voce di Mina. La radio si chiama "Radio ascolta" ed è ascoltabile sul suo sito all'indirizzo www.radioascolta.it. All'apertura del sito lo streaming parte automaticamente, ma, se si vuole, andando all'interno del sito, purtroppo con qualche difficoltà proprio in quella parte fondamentale, si ha un'ampia scelta di programmi con cui ascoltarla.
Oltre alle canzoni vi sono alcuni programmi parlati, dove si affrontano temi scottanti oppure, cosa molto più gradevole almeno per me, si intervistano alcuni cantanti anni Sessanta. Gli intermezzi parlati sono brevissimi, come in teatro si facevano nel Cinquecento. E' veramente una radio curiosa e bellissima.
Sperando di avervi fatto piacere, vi saluto e a presto.
Mi piacerebbe poter sapere di un canale che trasmetta musica popolare salentina, unico genere che non posso mettere se non con i miei cd.
Leccesi cari: ci putiti faciti cu sacciu quarche cosa. Ho ascoltato il programma "Bassa musica" trasmesso dalla radio brindisina "Teleradio San Vito di San Vito dei normanni ma, per motivi che non sto qui ad enumerare, non mi ha convinto. Perché non pensate a creare un canale che permetta a tutti i numerosissimi appassionati di questa musica sparsi in Italia e nel mondo di ascoltarla tramite Internet?
Io l'ho buttata là, pensateci!
Etichette:
consigli,
siti internet,
web radio
domenica 25 aprile 2010
Commento alla puntata del 26/04/10 di Canzonenapoletana@rai.it"
Carissimi lettori, ecco che comincia un altro ciclo di "canzonenapoletana@rai.it". Ci si occuperà di Alfonso Mangione, poeta che ha scritto quel classico sfizioso ed amaro intitolato "'A cascia forte".
Si inizia con un brano che, purtroppo, si ascolta tronco poiché nell'archivio sonoro della canzone napoletana, non vi è una versione completa di questa simpaticissima "Primavera deliziosa", che abbiamo ascoltato da un giovanissimo Sergio Bruni.
E si comincia a soffrire, con un bellissimo brano intitolato "'O belvedere", che però viene ascoltato da un settantotto giri ridotto alla frutta. L'interprete è il grande Salvatore Papaccio. Il brano è caratterizzato da quell'allegrezza crepuscolare che è un po' la corda segreta di questa canzone storica napoletana. La musica, scritta abilmente da Umberto Colonnese, è un tipico brano in maggiore che, specialmente nel ritornello, si apre all'uso di accordi di settima e minori, la cui presenza porta con sé un rallentamento di ritmo, che permette al tenore di sfoderare la sua teatralità.
Ed eccoci a questo valzerino lento ed in minore, intitolato "'E bastimente". Nelle mani di Mangione, anche se la drammaticità è presente, anche l'emigrazione diventa leggera. Si può dire che, paradossalmente, la drammaticità è rappresentata da Staffelli, musicista di questi versi, con accordi maggiori. E' veramente un gioiello, una meraviglia, una vera rarità.
Ed andando avanti si trova un brano dedicato a quel rapporto tra barca ed amore, che è una delle tematiche più fertili della canzone napoletana. Il brano, ancora una volta, si divide in due parti, una in minore ed una in maggiore. Abbiamo il piacere di scoprire la voce di un perfetto ed aggraziato tenore chiamato Ciro Formisano, che riesce a dare a questo valzerino contemporaneamente complicato e semplice, una dolcezza veramente unica.
La voce del cantante, anche laddove sfodera le note lunghe e forti, non diventa mai tragica, permettendo di apprezzare e tradurre musicalmente in maniera unica l'atmosfera di questo testo.
Continuando con questo ritmo ternario e con questi brani divisi in una strofa in minore ed un ritornello in maggiore, si trova questa "Canzone 'e mezzanotte", bellissima serenata che abbiamo il piacere di ascoltare dalla voce di Giuseppe Milano. Se dovessi trovare un contraltare a Mangione tra i poeti "maggiori" della canzone napoletana, forse parlerei di Ernesto Murolo che, negli stessi anni, era caratterizzato dalla stessa sete di pittoresco e descrittivo. La particolarità di questo brano, forse, è che il ritorno in minore per ricominciare la strofa, non avviene di colpo dopo la fine del ritornello, ma avviene durante il ritornello stesso.
Andando avanti abbiamo la possibilità di ascoltare questa "Nun se trase", che ci viene cantata da Salvatore Papaccio. E' un brano assolutamente binario, nello stile più tipico del suo compositore, quell'Umberto Colonnese che avevamo già trovato in precedenza e ormai possiamo dire di iniziare a conoscere. Non mancano i rallentamenti, le pause e le raffinatezze, ma l'allegria qui ha tutto il diritto di entrarci nell'anima, anche se preferisco andare cauta poiché non capisco niente del testo, dato che il disco che stiamo ascoltando è ridotto alla frutta.
Ed ecco un altro ritratto di reti, pescatori ed amore, così tipici della canzone napoletana di quegli anni, che non perdeva tempo, nonostante le accuse a cui ha portato alcuni intellettuali chiusi e stereotipi, anzi ha raccontato con poeticità insuperabile le sue figure.
Il brano, intitolato "'A rezza", è stato musicato da Attilio Staffelli nel 1927, è un valzerino lento e romantico, che abbiamo sentito interpretare, con perfezione insuperabile, da Gennaro Pasquariello.
La puntata si chiude con un brano che purtroppo non si può ascoltare, ossia con una versione bellissima di "'A casciaforte", il brano che ha fatto restare Alfonso Mangione nella storia della canzone napoletana. Io vi consiglio di ascoltarvi la versione di Roberto Murolo nella sua "Napoletana. Antologia cronologica della canzone partenopea" che, forse come nessuna, riesce a far trasparire la profonda amarezza che l'autore mette in questa enumerazione di oggetti ormai antichi e caduti in disuso.
Spero di avervi fatto venire voglia di andare a buttarvi in mezzo a queste rarità, perché la canzone napoletana è una miniera dal potenziale infinito.
Si inizia con un brano che, purtroppo, si ascolta tronco poiché nell'archivio sonoro della canzone napoletana, non vi è una versione completa di questa simpaticissima "Primavera deliziosa", che abbiamo ascoltato da un giovanissimo Sergio Bruni.
E si comincia a soffrire, con un bellissimo brano intitolato "'O belvedere", che però viene ascoltato da un settantotto giri ridotto alla frutta. L'interprete è il grande Salvatore Papaccio. Il brano è caratterizzato da quell'allegrezza crepuscolare che è un po' la corda segreta di questa canzone storica napoletana. La musica, scritta abilmente da Umberto Colonnese, è un tipico brano in maggiore che, specialmente nel ritornello, si apre all'uso di accordi di settima e minori, la cui presenza porta con sé un rallentamento di ritmo, che permette al tenore di sfoderare la sua teatralità.
Ed eccoci a questo valzerino lento ed in minore, intitolato "'E bastimente". Nelle mani di Mangione, anche se la drammaticità è presente, anche l'emigrazione diventa leggera. Si può dire che, paradossalmente, la drammaticità è rappresentata da Staffelli, musicista di questi versi, con accordi maggiori. E' veramente un gioiello, una meraviglia, una vera rarità.
Ed andando avanti si trova un brano dedicato a quel rapporto tra barca ed amore, che è una delle tematiche più fertili della canzone napoletana. Il brano, ancora una volta, si divide in due parti, una in minore ed una in maggiore. Abbiamo il piacere di scoprire la voce di un perfetto ed aggraziato tenore chiamato Ciro Formisano, che riesce a dare a questo valzerino contemporaneamente complicato e semplice, una dolcezza veramente unica.
La voce del cantante, anche laddove sfodera le note lunghe e forti, non diventa mai tragica, permettendo di apprezzare e tradurre musicalmente in maniera unica l'atmosfera di questo testo.
Continuando con questo ritmo ternario e con questi brani divisi in una strofa in minore ed un ritornello in maggiore, si trova questa "Canzone 'e mezzanotte", bellissima serenata che abbiamo il piacere di ascoltare dalla voce di Giuseppe Milano. Se dovessi trovare un contraltare a Mangione tra i poeti "maggiori" della canzone napoletana, forse parlerei di Ernesto Murolo che, negli stessi anni, era caratterizzato dalla stessa sete di pittoresco e descrittivo. La particolarità di questo brano, forse, è che il ritorno in minore per ricominciare la strofa, non avviene di colpo dopo la fine del ritornello, ma avviene durante il ritornello stesso.
Andando avanti abbiamo la possibilità di ascoltare questa "Nun se trase", che ci viene cantata da Salvatore Papaccio. E' un brano assolutamente binario, nello stile più tipico del suo compositore, quell'Umberto Colonnese che avevamo già trovato in precedenza e ormai possiamo dire di iniziare a conoscere. Non mancano i rallentamenti, le pause e le raffinatezze, ma l'allegria qui ha tutto il diritto di entrarci nell'anima, anche se preferisco andare cauta poiché non capisco niente del testo, dato che il disco che stiamo ascoltando è ridotto alla frutta.
Ed ecco un altro ritratto di reti, pescatori ed amore, così tipici della canzone napoletana di quegli anni, che non perdeva tempo, nonostante le accuse a cui ha portato alcuni intellettuali chiusi e stereotipi, anzi ha raccontato con poeticità insuperabile le sue figure.
Il brano, intitolato "'A rezza", è stato musicato da Attilio Staffelli nel 1927, è un valzerino lento e romantico, che abbiamo sentito interpretare, con perfezione insuperabile, da Gennaro Pasquariello.
La puntata si chiude con un brano che purtroppo non si può ascoltare, ossia con una versione bellissima di "'A casciaforte", il brano che ha fatto restare Alfonso Mangione nella storia della canzone napoletana. Io vi consiglio di ascoltarvi la versione di Roberto Murolo nella sua "Napoletana. Antologia cronologica della canzone partenopea" che, forse come nessuna, riesce a far trasparire la profonda amarezza che l'autore mette in questa enumerazione di oggetti ormai antichi e caduti in disuso.
Spero di avervi fatto venire voglia di andare a buttarvi in mezzo a queste rarità, perché la canzone napoletana è una miniera dal potenziale infinito.
venerdì 23 aprile 2010
Francesco Guccini: "Live at R.T.S.I."
Carissimi lettori, oggi ho il piacere di potervi parlare di un album di Francesco Guccini che, nonostante il suo essere stato pubblicato nel 2001, è arrivato alla mia conoscienza solamente adesso.
Mi riferisco ad un concerto registrato negli studi della Radio Televisione della Svizzera Italiana, pubblicato dalla Sony in collaborazione con la Emi, casa discografica che, fin dai suoi inizi, segue il cantautore pavanese.
Il cd è inciso con una chitarra acustica, una chitarra elettrica ed un basso.
Si inizia, come sempre, con una meravigliosa "Canzone per un'amica", interpretata con una rabbia che, contrariamente a quanto succede con altri cantautori come Paolo Conte, non inficia mai la chiarezza ed il corretto posizionamento delle parole. Il brano è veramente riportato alle sue matrici, quelle della ballata americana, che in Guccini riesce ad incontrarsi in maniera insuperabile con quelle della nostra antica canzone narrativa.
Andando avanti si riprende un brano tratto da quel "Metropolis", publicato vent'anni prima, che sarà come un fantasma segreto durante tutto il concerto. Il brano è il classico "Bologna", che veramente acquista una semplicità meravigliosa. E' strano, ma forse non troppo, che il pubblico svizzero non applauda a quel "capace di morte", che Guccini scaglia a ricordarci quella immane strage che, ormai, fa parte dei tanti e troppi misteri irrisolti di questo paese allo sfascio.
L'anima francese che questo brano aveva in "Metropolis", scompare per lasciare spazio ad un incidere più americano, dove con questa parola si vuole intendere una convivenza tra la ballata nordamericana alla bob Dylan e certe suggestioni argentine, altrettanto fondamentali per capire pienamente l'universo di Guccini.
Andando avanti si arriva a quello che, forse, insieme a "Canzone quasi d'amore", è il brano più difficile e virtuosistico della discografia gucciniana. Il brano, il classico "Il vecchio e il bambino", qui non lascia intravedere tutta la tenerezza che il cantautore mette in questo ritratto della convivenza di due generazioni. E' una canzone di una bucolicità non stucchevole o arcadica, ma concreta, tipica di chi la vive e la ritiene l'unica dimensione in cui può vivere e realizzarsi.
Continuando si arriva ad un altro brano che non può mai mancare in un concerto di Guccini, pur latitando completamente dalla discografia da studio del cantautore. Mi riferisco a quell'incrollabile testimonianza di fede in lotta che è "Dio è morto". Questo brano, anche se molto sfruttato da correnti forse troppo diverse, non va assolutamente ridotto all'antimilitarismo sterile che negli anni Sessanta infarciva tanti forse troppi artisti. E' uno dei pochi brani che affrontano sinceramente questa tematica, con rabbia vera e non ipocrisia.
Proseguendo si trova l'unica versione live che io ricordi di quella che per me è, da sempre, la mia canzone preferita di tutto il repertorio gucciniano, ossia "Canzone di notte n. 2". Ciò che ho sempre amato di questo brano è la sua difesa della libertà che, come ci dimostra il nostro premier, non è assolutamente un valore di moda. Non so perché ma è un fatto, il pensiero fa sempre paura, perfino in regimi democratici.
L'interpretazione di Guccini, forse aiutata dalla chitarra elettrica che suona distorta, si tinge di una rabbia che la potrebbe avvicinare all'intimità dell'ultimo repertorio di un grande cantautore e frequentatore di osterie, ossia il bolognese Claudio Lolli.
Continuando si arriva ad un classico del primissimo repertorio di Guccini, quella "Auschwitz che denuncia l'inutilità di tutti gli olocausti ed ecatombi che la storia possa e debba ricordare. Anche qui, come quasi sempre, Guccini riesce a dare all'argomento, che sennò potrebbe prestarsi a brani ubriachi di retorica, un'intimità umana che fa sì che questo brano sia rimasto per quarantacinque anni attuale e fresco.
Anche qui, forse non è troppo ricordarlo, si utilizza, come in quasi tutto il repertorio gucciniano, lo schema della ballata, assolutamente priva di ritornello. Il grido di rabbia ed orrore è esteso, dilatato, disperato, eterno.
E si ritorna a "Metropolis" con il brano di apertura, quella "Bisanzio" che, forse per la sua struttura esageratamente intellettualistica, non mi ha mai finito di convincere.
Questa canzone è una ballata storica sul declino di Bisanzio e sulla sua storia, vista dal punto di vista di Filemazio, grande medico ed astrologo bizzantino.
Si può dire, per descrivere un po' il brano a livello strutturale, che è un ritorno da parte di Guccini, dopo la fortunata interruzione di "Via Paolo Fabbri 43", "Amerigo" e l'"Album concerto" con i Nomadi, al rock progressivo o comunque ad un concetto di ballata popolare progressiva. Infatti, forse non tutti gli ammiratori del cantautore avranno notato, che tra il 1971 ed il 1981, il pavanese tentò di mettere l'estensione notevole dei brani progressivi al servizio dei suoi testi che, in maniera naturale guardavano ad un altro uso della stessa struttura.
Un esempio di questo particolare periodo è l'album "Radici", uno dei dischi a cui sono più legata, anche se non ho mai potuto sopportare gli arrangiamenti che, spesso e volentieri, appesantivano i brani di particolari inutili. Questo è uno degli lp che ascoltavo da piccola con mio zio, da un vecchio e abbastanza mal ridotto vinile, da cui Guccini in questa occasione, per la prima volta che io ricordi, riprende questa bellissima anche se incompresa da molti "Canzone dei dodici mesi". E' un brano dove su una struttura di filastrocca popolare, si innestano riflessioni filosofiche e letterarie che, per la loro semplicità e poesia, mettono la'scoltatore nella condizione di dover riflettere sulla sua vita.
L'interpretazione qui è leggermente rabbiosa e forse anche un pochino ripetitiva, cosiccome è un po' povero tutto lo strumentario di questo disco.
Direttamente da "L'isola non trovata", album del 1971 che io non ho mai amato, viene questa "Un altro giorno è andato". In questo caso, rispetto alla versione classica ed insuperabile di "Fra la Via Emilia e il West", si ritorna molto di più verso un'atmosfera di ballata americana, che lì era stemperata verso il swing, anche grazie al sassofono contralto rabbioso di Antonio Marangolo.
Il concerto, come tutte le esibizioni di Guccini ad eccezione dell'album "Quasi come Dumas" dedicato monograficamente al repertorio di Guccini annni Sessanta, , si chiude con "La locomotiva". Il brano, lanciato nel disco "Radici", è un omaggio al canzoniere anarchico dell'Ottocento, specialmente ad un bellissimo "Inno della rivolta". Il brano di Guccini, forse, è il più grande esempio moderno di concreta immedesimazione in un qualsiasi stile. Questa sua eccessiva retorica, che come abbiamo visto è fortemente estranea allo stile "normale" di Guccini, non è stata ben capita neanche da certa sinistra, che forse non ha la sufficiente cultura né apertura mentale. La versione chitarra e voce, forse, rende questa esibizione insuperabile, anche se è imperfetta a livello di testo.
E' un disco che consiglio a tutti i veri amatori di Guccini, anche se non direi che sia fondamentale quando si tratta di avere un primo approccio con il cantautore. Per quello, non è mai troppo ripeterlo, non c'è niente come "Fra la Via Emilia e il West".
Mi riferisco ad un concerto registrato negli studi della Radio Televisione della Svizzera Italiana, pubblicato dalla Sony in collaborazione con la Emi, casa discografica che, fin dai suoi inizi, segue il cantautore pavanese.
Il cd è inciso con una chitarra acustica, una chitarra elettrica ed un basso.
Si inizia, come sempre, con una meravigliosa "Canzone per un'amica", interpretata con una rabbia che, contrariamente a quanto succede con altri cantautori come Paolo Conte, non inficia mai la chiarezza ed il corretto posizionamento delle parole. Il brano è veramente riportato alle sue matrici, quelle della ballata americana, che in Guccini riesce ad incontrarsi in maniera insuperabile con quelle della nostra antica canzone narrativa.
Andando avanti si riprende un brano tratto da quel "Metropolis", publicato vent'anni prima, che sarà come un fantasma segreto durante tutto il concerto. Il brano è il classico "Bologna", che veramente acquista una semplicità meravigliosa. E' strano, ma forse non troppo, che il pubblico svizzero non applauda a quel "capace di morte", che Guccini scaglia a ricordarci quella immane strage che, ormai, fa parte dei tanti e troppi misteri irrisolti di questo paese allo sfascio.
L'anima francese che questo brano aveva in "Metropolis", scompare per lasciare spazio ad un incidere più americano, dove con questa parola si vuole intendere una convivenza tra la ballata nordamericana alla bob Dylan e certe suggestioni argentine, altrettanto fondamentali per capire pienamente l'universo di Guccini.
Andando avanti si arriva a quello che, forse, insieme a "Canzone quasi d'amore", è il brano più difficile e virtuosistico della discografia gucciniana. Il brano, il classico "Il vecchio e il bambino", qui non lascia intravedere tutta la tenerezza che il cantautore mette in questo ritratto della convivenza di due generazioni. E' una canzone di una bucolicità non stucchevole o arcadica, ma concreta, tipica di chi la vive e la ritiene l'unica dimensione in cui può vivere e realizzarsi.
Continuando si arriva ad un altro brano che non può mai mancare in un concerto di Guccini, pur latitando completamente dalla discografia da studio del cantautore. Mi riferisco a quell'incrollabile testimonianza di fede in lotta che è "Dio è morto". Questo brano, anche se molto sfruttato da correnti forse troppo diverse, non va assolutamente ridotto all'antimilitarismo sterile che negli anni Sessanta infarciva tanti forse troppi artisti. E' uno dei pochi brani che affrontano sinceramente questa tematica, con rabbia vera e non ipocrisia.
Proseguendo si trova l'unica versione live che io ricordi di quella che per me è, da sempre, la mia canzone preferita di tutto il repertorio gucciniano, ossia "Canzone di notte n. 2". Ciò che ho sempre amato di questo brano è la sua difesa della libertà che, come ci dimostra il nostro premier, non è assolutamente un valore di moda. Non so perché ma è un fatto, il pensiero fa sempre paura, perfino in regimi democratici.
L'interpretazione di Guccini, forse aiutata dalla chitarra elettrica che suona distorta, si tinge di una rabbia che la potrebbe avvicinare all'intimità dell'ultimo repertorio di un grande cantautore e frequentatore di osterie, ossia il bolognese Claudio Lolli.
Continuando si arriva ad un classico del primissimo repertorio di Guccini, quella "Auschwitz che denuncia l'inutilità di tutti gli olocausti ed ecatombi che la storia possa e debba ricordare. Anche qui, come quasi sempre, Guccini riesce a dare all'argomento, che sennò potrebbe prestarsi a brani ubriachi di retorica, un'intimità umana che fa sì che questo brano sia rimasto per quarantacinque anni attuale e fresco.
Anche qui, forse non è troppo ricordarlo, si utilizza, come in quasi tutto il repertorio gucciniano, lo schema della ballata, assolutamente priva di ritornello. Il grido di rabbia ed orrore è esteso, dilatato, disperato, eterno.
E si ritorna a "Metropolis" con il brano di apertura, quella "Bisanzio" che, forse per la sua struttura esageratamente intellettualistica, non mi ha mai finito di convincere.
Questa canzone è una ballata storica sul declino di Bisanzio e sulla sua storia, vista dal punto di vista di Filemazio, grande medico ed astrologo bizzantino.
Si può dire, per descrivere un po' il brano a livello strutturale, che è un ritorno da parte di Guccini, dopo la fortunata interruzione di "Via Paolo Fabbri 43", "Amerigo" e l'"Album concerto" con i Nomadi, al rock progressivo o comunque ad un concetto di ballata popolare progressiva. Infatti, forse non tutti gli ammiratori del cantautore avranno notato, che tra il 1971 ed il 1981, il pavanese tentò di mettere l'estensione notevole dei brani progressivi al servizio dei suoi testi che, in maniera naturale guardavano ad un altro uso della stessa struttura.
Un esempio di questo particolare periodo è l'album "Radici", uno dei dischi a cui sono più legata, anche se non ho mai potuto sopportare gli arrangiamenti che, spesso e volentieri, appesantivano i brani di particolari inutili. Questo è uno degli lp che ascoltavo da piccola con mio zio, da un vecchio e abbastanza mal ridotto vinile, da cui Guccini in questa occasione, per la prima volta che io ricordi, riprende questa bellissima anche se incompresa da molti "Canzone dei dodici mesi". E' un brano dove su una struttura di filastrocca popolare, si innestano riflessioni filosofiche e letterarie che, per la loro semplicità e poesia, mettono la'scoltatore nella condizione di dover riflettere sulla sua vita.
L'interpretazione qui è leggermente rabbiosa e forse anche un pochino ripetitiva, cosiccome è un po' povero tutto lo strumentario di questo disco.
Direttamente da "L'isola non trovata", album del 1971 che io non ho mai amato, viene questa "Un altro giorno è andato". In questo caso, rispetto alla versione classica ed insuperabile di "Fra la Via Emilia e il West", si ritorna molto di più verso un'atmosfera di ballata americana, che lì era stemperata verso il swing, anche grazie al sassofono contralto rabbioso di Antonio Marangolo.
Il concerto, come tutte le esibizioni di Guccini ad eccezione dell'album "Quasi come Dumas" dedicato monograficamente al repertorio di Guccini annni Sessanta, , si chiude con "La locomotiva". Il brano, lanciato nel disco "Radici", è un omaggio al canzoniere anarchico dell'Ottocento, specialmente ad un bellissimo "Inno della rivolta". Il brano di Guccini, forse, è il più grande esempio moderno di concreta immedesimazione in un qualsiasi stile. Questa sua eccessiva retorica, che come abbiamo visto è fortemente estranea allo stile "normale" di Guccini, non è stata ben capita neanche da certa sinistra, che forse non ha la sufficiente cultura né apertura mentale. La versione chitarra e voce, forse, rende questa esibizione insuperabile, anche se è imperfetta a livello di testo.
E' un disco che consiglio a tutti i veri amatori di Guccini, anche se non direi che sia fondamentale quando si tratta di avere un primo approccio con il cantautore. Per quello, non è mai troppo ripeterlo, non c'è niente come "Fra la Via Emilia e il West".
Iscriviti a:
Post (Atom)