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mercoledì 2 novembre 2011

Canti e pizzichi d'amore Canzoniere Grecanico Salentino

Carissimi lettori, pubblico una recensione di "Canti e pizzichi d'amore" del Canzoniere Grecanico Salentino, che apparirà anche su www.blogfoolk.com, ottimo blog dedicato alla musica popolare ed alternativa curato dal campano Salvatore Esposito.

Il Canzoniere Grecanico Salentino è uno dei gruppi più longevi della scena della riproposta salentina, il più antico tra quelli in attività e l'unico rimasto in piedi (seppur con formazione completamente rimaneggiata) tra quanti iniziarono negli anni Settanta la riscoperta del folklore basso-salentino.
Lo stile del gruppo si è sempre trovato in bilico tra riscoperta delle sonorità popolari ed innovazione, specialmente per quanto riguarda i testi (prima fase coincidente con gli anni Ottanta) e i tocchi strumentali (successivamente, fino ad oggi).
Dimostrazione di ciò è il disco "Canti e pizzichi d'amore", album pubblicato nel 2000 per l'etichetta "Salento altra musica".
L'album è composto da brani tradizionali rielaborati dal gruppo sia musicalmente che testualmente (è raro che il Canzoniere esegua i classici salentini con le strofe che si trovano nei corrispondenti documenti originali).
Il cd è introdotto da rullate di plettri (tipiche dello stile di Daniele Durante) che ci portano verso una "Pizzicarella" caratterizzata da un interessante ed inusitato passaggio in sottodominante che ricorda certe pizziche dei secoli precedenti. Il canto è portato da Rossella Pinto (storica voce femminile del gruppo sin dagli anni Settanta e fino al 2007, anno di uscita anche per Daniele Durante) ed Anna Cinzia Villani, allora alle prime armi come interprete di canti popolari, ma già dotata di una fortissima personalità.
Dal punto di vista testuale il brano è caratterizzato dal minor numero di strofe rispetto alla versione raccolta da Brizio Montinaro nel suo "Musiche e canti popolari del Salento", che contiene anche la parte di testo dedicata alla rondine.
Forse i controtempi di chitarra affievoliscono la forza della pizzica, comunque è una buona versione.

Sempre dai dischi di Brizio Montinaro proviene "Ferma Zitella", che invece viene eseguita per intero, con un ritmo molto fedele a quello del documento "di campo" seppure quest'ultimo è eseguito a cappella.
La prima strofa è cantata a cappella, poi entra una chitarra accordata in re minore, dalle forti risonanze barocche, accentuate anche dal mandolino e dal violino. I momenti strumentali forse tendono a far dimenticare che il canto è narrativo, una maggiore fluidità sarebbe un elemento a favore di una maggiore leggerezza e anche, perché no, di una maggiore filologia.

Tornando alla pizzica si arriva a "Canuscu na carusa",, ancora lontana dall'essere quel classico della tradizione salentina, lanciato in ogni salsa a partire dall'inclusione del brano nelle scalette del Concertone di Melpignano. La versione del Canzoniere è caratterizzata dall'importanza della voce baritonale di Durante, che per la prima volta all'interno di questo disco canta con piglio da protagonista, delegando i cori alle due voci femminili, Anna Cinzia Villani sulle basse, Rossella Pinto un'ottava sopra il canto principale. È interessante notare come il brano sia guidato, come già "Pizzicarella", dalla fisarmonica, che esegue un assolo successivamente ripreso da Durante nella canzone "A ddhai oju bu bisciu" del cd "E allora tu si de lu sud" (Animamundi 2007).

Dai dischi di Montinaro proviene la traccia successiva, giustapposizione di due brani di ispirazione religiosa: "Oh Diu quantu sta casa è benedetta" e "Sia benedettu ci fice lu munnu".
Il primo brano è eseguito a cappella, così come avviene nel documento originale, se non fosse che nella versione del Canzoniere assistiamo alla polifonia, con lo schema già enunciato per il brano precedente. La seconda parte della traccia è eseguita con l'accompagnamento degli strumenti, ma invece di usare cupacupa ed organetto (come nell'originale) il gruppo opta per un trio composto da tamburello, flauto e mandolino. Quest'ultimo è sicuramente lo strumento che esegue le parti più interessanti, dato che si assiste ad una contaminazione tra tecniche da "barbiere" e stili della tradizione portoghese, specialmente per quanto riguarda gli accordi eseguiti con il tremolo. La parte di flauto, ponte strumentale tra le varie strofe, è una serie di scale eseguita con un semplicissimo flauto dolce.

Nella traccia successiva, la classica "Quantave", fa la sua comparsa da protagonista il violino di Mauro Durante. È lui difatti a guidare questa pizzica che, a livello di intensità e di spirito, potrebbe ricordare la "Tarantata" o "indiavolata" di Luigi Stifani, seppure non ne ricalca mai i giri melodici.
Come per "Pizzicarella" anche qui va notata la tendenza del gruppo a stemperare la forza della pizzica, creando così una scuola che, in modo diverso, ha influenzato quasi tutti i gruppi salentini degli ultimi vent'anni.
Della tradizione il brano conserva l'entrata degli strumenti in momenti diversi, stratagemma che viene utilizzato anche per la loro uscita. Difatti il tamburello, dopo l'ultimo assolo di violino, esegue una serie di accenti dopo iquali sparisce, permettendo a chitarra, violino e fisarmonica di chiudere da soli il pezzo in sfumato.

La traccia successiva è "Ohi rondinella ci", brano lento che il gruppo riprende nella versione pubblicata su partitura dallo stesso Daniele Durante nel volume "Canzoniere", curato insieme a Luigi Chiriatti per le Edizioni Erreci di Lecce nel 1990. Il brano ha una struttura di ballata, paragonabile al Fado portoghese, seppure la fluidità della serenata viene intaccata dai troppo numerosi e lunghi assoli strumentali, eseguiti sia dai plettri che dal violino, creando una certa pesantezza in chi ascolta. Va anche detto che forse la voce di Anna Cinzia Villani in questo brano dolcissimo non convince, data la sua ancestrale durezza.

Tornando alle pizziche si esegue una strabiliante versione del classico "Te sira", delegata solo al tamburello, che usa la tecnica moderna con una terzina che ne ingloba varie al suo interno, e alla fisarmonica oltre alle solite tre voci. Il canto qui torna ad essere affidato a Daniele Durante, mentre le voci femminili fanno solo i cori, stavolta con Anna Cinzia Villani sulle note alte.

Dalle ricerche di Giovanna marini nonché dal primissimo repertorio del Canzoniere stesso viene la traccia successiva, un toccante canto funebre intitolato "'Ntunucciu". La versione del gruppo consta di due parti ben delineate. La prima, corrispondente al primo giro melodico, è un raffinato valzer lento solo inficiato da qualche nota di troppo della fisarmonica che prova, riuscendoci a stento, ad imitare la sacralità dell'organo.
La seconda parte, il resto del brano, è un valzer quasi festoso che, almeno secondo chi scrive, non si addice alla tristezza del testo. Solo la raffinatezza dei controcanti per terze smorza un po' l'atmosfera di festa, rafforzata dall'uso del tamburello, che nella tradizione non accompagna mai momenti tristi, spesso delegati alle sole voci.

Andando avanti si torna alle pizziche con una delle più classiche, quella conosciuta come "Pizzica di Aradeo". Il gruppo, così come avviene nella più schietta tradizione, la accompagna con un giro in "modo misto", maggiore-minore. Ciò che smorza molto sono i controtempi degli strumenti melodico-armonici rispetto al tamburello, unico a cui viene delegata l'esecuzione dell'ossessivo ritmo. Sembra vi siano anche dei problemi di utilizzo della metrica, vi sono delle strofe dette un po' troppo velocemente, il che fa perdere l'incisività del testo, costituito da strofe di varia origine accomunate dalla tematica romantica.

La traccia successiva è forse la meno riuscita del disco, una versione a pizzica-pizzica di "Sutt'acqua e sutta ientu", melodia suonata negli anni Cinquanta come tarantella, sicuramente molto più adatta a questo ritmo.
La versione del Canzoniere inizia in maggiore con una parte lenta caratterizzata dall'utilizzo di accordi di settima aumentata e settima, poco usati, raffinati ma forse inutili.
Nella parte a pizzica, come nel brano precedente, sono facilmente rilevabili gli effetti di una scansione alternativa (forse sbagliata) delle parole, perfino nell'uso del fiato.

Il momento massimo del disco è la sua ultima traccia, una "Ronda" registrata live. Il brano è un'insieme di varie melodie di pizzica, eseguite "a botta" (voce e tamburo) in una sfida fra Daniele Durante e Anna Cinzia Villani. Rossella Pinto interviene solo nel ritornello che riecheggia la pizzica di Ugento e viene interpretato a tre voci.

martedì 23 agosto 2011

aRIAFRISCA: "lA STRADA DELLE ROSE".

Carissimi lettori, questa sera ho finalmente l'onore di potervi parlare degli Ariafrisca, ottimo gruppo di musica popolare salentina con sede a Felline (LE), in attività da ormai dieci anni.

Il pretesto è la recensione al loro pregevole ultimo compact disc dal titolo "la strada delle rose".

Il cd si apre con una spumeggiante versione strumentale della Pizzica di Cisternino (BR), diversa da quella presentataci da Massimiliano Morabito nel suo "Sendë na rionettë sunà". Se la prima è in minore, questa si lascia andare in un semplice giro maggiore a due accordi, il tipico tonica-dominante della pizzica più pura. La presenza di ben due archi (un contrabbasso ed un violino) danno alla versione degli Ariafrisca una consistenza unica che rasenta l'ossessivo (fortuna!) senza però arrivare agli estremismi che danno certe trovate ormai comuni nella riproposta. Ciò che si trova qui è la semplicità delle pizziche antiche, quella spesso ripudiata da chi questa musica la vuole sfruttare solo per ciò che gli conviene e non valutarne i pregi obiettivi.

Quando si inizia a cantare si sente subito il valore vocale del gruppo che è davvero notevole. Intanto c'è la voce femminile di Maria Laura De Filippis, il cui timbro ha una forte personalità seppur vi si riconoscono chiarissime le influenze della scuola di Anna Cinzia Villani, in una certa potenza che a certe orecchie non abituate potrebbe sembrare calco (ma non lo è). Su certe vocali finali si riconosce (o si potrebbe riconoscere) uno stile che rimanda anche a certo canto contadino non solo salentino. Il primo canto è una versione estremamente personale (e bella!) de "Lu sule calau calau". Di personale vi sono i controcanti nonché piccole parti melodiche, ma soprattutto gli assoli di flauto e mantici, che forse sono le vere armi degli Ariafrisca. Difatti, secondo me, ciò che è migliorato tra "Sona ca nc'è l'aria" e questo cd, sicuramente più bello e maturo, è l'uso di questi elementi. Da notare, in questo brano, l'inizio ed il finale a cappella, eseguiti con uguale perizia anche live (la bellissima serata a Tricase Porto lo testimonierà presto anche per chi vorrà passare sul mio canale di Youtube quando essa sarà pubblicata in molti suoi momenti).

La traccia successiva è "Lu tommareddu meu", ma non vi fate illudere dal titolo, di cose particolari ve ne sono a iosa. Intanto il brano è un misto di almeno tre pizziche. La prima, quella eseguita sempre a gruppo completo (sempre impreziosito dal solito contrabbasso che dà un corpo notevole) è una serie di strofe di tematica varia, non solo sul tamburello. La seconda, leggera variante della prima, contiene strofe particolarmente piccanti, mentre la terza, omaggio ad Otello Profazio o quantomeno da me fortemente collegata al repertorio di questo grande calabrese, è eseguita, meno che l'ultima ripetizione, voci e tamhuri. Imparate gruppetti da strapazzo!

La traccia successiva è una toccante e tradizionalissima "Damme la manu". Si sente una notevole voce da basso, ruolo particolarmente negletto da questi innovatori da quattro soldi che pensano che il futuro della musica popolare sia per forza da trovare nelle contaminazioni spinte. Vanno notate le fioriture della voce principale, nonché il fatto che il controcanto va a terze (ritenuto rigidamente lo schema della tradizione ora che deve essere insegnata in pretese scuole) solo nelle parti finali di ogni distico, giusto a dimostrare che la linearità non era un attributo della vera tradizione.

La traccia successiva è una classica (solo apparentemente) versione della "Pizzica di San Vito" (BR). Intanto non viene eseguita la versione in la minore, bensì quella che lo stesso "mestu" Vincenzino Vita eseguiva in sol-mi. Il testo è tradotto in leccese, sinceramente non disturba. Le strofe sono quelle di Angelo Sabatelli per i "Tre violini inediti del tarantismo" di Fernando Giannini, libro edito per le edizioni Kurumuny di LuigiChiriatti. Per quanto riguarda la parte strumentale essa viene rispettata solo limitatamente alla parte in maggiore, quando si va in minore entra un flauto (forse tenore) e esegue un giro che porta l'armonizzazione anche verso il grado di "sottodominante", ma neanche questo disturba. Nella parte in sol ci sono due strumenti che nella tradizione sanvitese, che io sappia, sono rari. Mi riferisco all'armonica e all'organetto. Ragazzi, questa comunque è una delle migliori (se non la migliore!) versione della pizzica di San Vito all'infuori di quelle dei coniugi Sabatelli!

Ed andiamo avanti con un valzerino intitolato "Il cacciator del bosco". La versione degli Ariafrisca ha di strano il fatto che la parte narrativa è affidata alla voce femminile, mentre sinceramente credo che il canto sia spudoratamente maschile. Questo brano ha delle parti strumentali dove i tamburelli si rimpallano alternando uno una parte quasi brasiliana, l'altro un qualcosa di simile alla pizzica.

Sinceramente lo stacco non risulta molto gradevole alle mie orecchie, più che altro perché spezza l'atmosfera di un raro e gradevole valzer in lingua italiana. Lo stacco in sé non è male, si potrebbe obbiettare (e io obbietto!) che potrebbe essere base per un brano d'autore, non ha senso (ripeto sono opinioni personali e non vincolanti) metterlo in un brano spudoratamente e fortunatamente tradizionale. Alla fine, dall'ultima ripetizione dello stacco, si parte con una pizzica in minore (tonica-dominante) davvero spacca tutto!

Interessanti i dialoghi fra fl'auto e mantici, supportati dalla vigorosa sezione ritmica.

Nel finale la pizzica fa finta di stemperarsi e si ritorna brevemente al tema mediterraneo (o brasiliano) precedentemente toccato. Per fortuna è solo una finta.

Andando avanti si trova una tarantella in maggiore, con una scala amplissima, con un testo tradizionalee semitradizionale. È la storia dell'inizio e sviluppo di una storia d'amore nel mondo contadino. Anche questo è cantato prevalentemente in lingua italiana, in quell'italiano condito di dialetto che, nonostante io non lo ami, mi fa comunque tenerezza mentre (come ormai sapete) non sopporto l'italiano standard accompagnato dagli strumenti tradizionali. Curioso notare come le parti femminili siano in un dialetto più stretto, che viene ripreso, finalmente, anche dalle parti maschili. Ma alla fine si torna all'italiano, in nome di quella convivenza che si può toccare ancora con mano in certe zone del Salento e non solo negli anziani. Musicalmente il brano non porta al ballo, talmente è annacquata e addolcita.

Il brano successivo è sulla melodia nota come "Giulia di Fornovo", grazie alla maledetta fantasia e superficialità di Giovanna Marini. Il brano inizia con una strofa di quelle cantate dalla stessa cantante romana, ma ha una grande coerenza di trama, si sente che è un documento filologicamente rispettato ed eseguito a cappella.

E tornando alle tarantelle, stavolta belle forti, si canta su un monaco un po' poco ligio ai doveri eclesiastici, che preferisce l'amore alle funzioni di chiesa. Nel ritornello strumentale si assiste, ancora una volta, alle strabilianti entrate del flautista e dell'armonicista. Magari le terzine non sono senza respiro tipo Alla Bua ai tempi di Pierpaolo Sicuro, l'efficacia comunque è sempre tanta. Alla fine del brano il ritornello viene ripetuto svariate volte, l'ultima con un finalea cappella giusto per ricordarci di chi stiamo godendo l'arte.

Ed eccoci al brano che dà il titolo al cd, una pizzica in minore, con giro variabile dai tre ai quattro accordi, con musica d'autore ma testo liberamente creato mettendo insieme alcuni gioielli tradizionali poco cantati (questa è una delle caratteristiche degli Ariafrisca, che però non la coltivano in modo paranoico come tre quarti dei gruppi salentini).

Se dovessi raccontare la struttura della melodia dovrei citare gli Zoè e le pizziche in minore di Pisanello ("Don pizzica" e "Filia"), ma lo stile degli Ariafrisca dà tutta un'altra aria al tutto. Da ascoltare con rapimento. C'è questa solita leggerezza che dai tarantati alla Sparagna potrebbe essere mal interpretata, è solo segno di raffinatezza. Nella stessa direzione si muove il lungo crescendo di cui si rendono protagonisti la chitarra, il contrabbasso con l'archetto, l'organetto ed il sassofono soprano, che partono dopo che la stupenda voce di Maria laura De Filippis abbia smesso di cantare, con la sua particolare timbrica tra il rude ed il dolce, bellissime strofe di tematica romantica. Quando si torna a pizzica il sassofono ha il ruolo del canto, incalzato dai mantici. Bisogna dire che in contesto live questa parte perde un po' data la tendenza ad accentuare la botta del tamburello, mentre qui è tutto perfetto.

L'ultima traccia è un brano irlandese, difatti il mondo celtico aleggia per tutto il cd prima di materializzarsi in questa ballata. L'interpretazione è convincente dal punto di vista musicale, anche se il canto forse non rende, come non rendono i tamburelli.

Comunque è un cd bellissimo, che si chiude con una pizzica vorticosa in sol che si attacca all'ultima parte di questa ballata irlandese.

Per scoprire gli ariafrisca si può andare su www.ariafrisca.it o su www.youtube.com/ariafrisca.

Buona scoperta, resterete almeno colpiti.

martedì 11 gennaio 2011

Ma cos'è questo vintage 1

Carissimi lettori, oggi voglio riportare la vostra attenzione su una lodevolissima iniziativa avuta nel 2005 da "Tv, sorrisi e canzoni". Il giornale, va detto, ne ha sempre avute e continua ad averne. Particolarmente apprezzata da me fu l'uscita di due cofanetti doppi intitolati "Ma cos'è questo vintage", titolo parafrasato da una delle tracce del primo cofanetto, la notissima anche se poco citata "Ma cos'è questa crisi", scritta e cantata dal grande cantante e cantautore futurista Rodolfo de Angelis. Occupiamoci, per ora, del primo volume, il migliore della serie.

Il doppio cofanetto ha un'impostazione spudoratamente swing, difatti inizia con una meravigliosa "ba, ba, baciami piccina", lanciata ed interpretata dal grandissimo Alberto Rabagliati (qui c'è solo musica originale di epoche lontane, niente rifacimenti moderni spesso insopportabili!). Il brano, secondo me, va notato soprattutto per la sua vigorosa sezione di trombe.

La seconda traccia del primo disco è una delle cosiddette "canzoni della fronda", quelle canzoni che, secondo malintenzionati, erano interpretabili in senso sovversivo. Mi riferisco a "Pippo non lo sa", che ascoltiamo da Silvana Fioresi coadiuvta dalle sorelle Lescan, tre grandi cantanti olandesi note in Italia con il nome di Trio Lescano. Il brano, si diceva, fosse dedicato a Starace, uno dei dirigenti di punta del P.N.F. Come sia è geniale e sfizioso, perché noi a livello di swing non avevamo niente da invidiare agli americani, soprattutto se a swingare era gente come Pippo Barzizza o Gorni Kramer.

E a proposito di grandi gruppi vocali che hanno caratterizzato dagli anni Quaranta e Cinquanta (loro sono arrivati anche molto più avanti, anzi la grande Lucia Mannucci credo sia ancora tra noi) troviamo il Quartetto Cetra, dal quale viene cantato un meraviglioso brano in dialetto milanese che porta la firma del sopracitato Gorni kramer, ottimo (anzi virtuoso!) ineguagliato interprete della fisarmonica jazz.

Subito dopo ritroviamo il trio Lescano al quale tocca di accompagnare l'ottimo tenore Enzo Aita, in un motivetto che ancora fa ricordare Giovanni D'Anzi, il grande maestro della canzone milanese, celebre autore del brano "oh mia bela madunina". La canzone che troviamo è un inno alle gambe delle donne, intitolata appunto "Ma le gambe". Per ricordare questo grande autore di canzoni ci si può procurare (credo con molta fatica) il cd a lui dedicato dal grande Memo Remigi.

Ci troviamo davanti ad un attore che canta, tendenza che non è mai scomparsa del tutto, anche se Alberto Sordi in questo caso non cantava in modo attoriale, anzi cantava correttamente. Il brano che ci permette di ricordarlo è un brano meno conosciuto dal titolo "Finalmente solo".

Subito dopo troviamo una spassosissima canzone americana ("Civilization") che ci viene proposta da un'incisione del 1949 da due interpreti importanti della musica di quegli anni. Da una parte troviamo Luciano Benevene, al quale viene affidato il ruolo dell'africano ribelle alle comodità e agli svaghi europei proposti da una ancora sconosciuta ma presto destinata al successo popolare Nilla Pizzi. Sinceramente è meglio sentire questa versione piuttosto che quella di Renzo Arbore nel suo pur pregevole e qui consigliato "Tonite Renzo swing". Infatti mi da abbastanza fastidio il microfono usato come se fosse un dialogo tra lo spazio e la terra, che il cantante foggiano utilizza per tre quarti del cd, ovviamente anche in questa traccia. Tra i rifacimenti di questa traccia mi preme di consigliarvi quello operato da Cristian De Sica per un cd dove rendeva omaggio ai brani che avevano segnato gli anni Trenta e Quaranta.

Dal Sanremo 1953 ripeschiamo la stupenda "Vecchio scarpone", lanciata da Giorgio Consolini in coppia con il grande baritono Gino Latilla. La versione che viene rimasterizzata nella raccolta è quella eseguita da quest'ultimo in coppia con il "Quintetto vocale". Spesso certi critici, ritenendo così di essere più competenti od intellettuali, tendono a snobbare questo repertorio, scordandosi che per una parte della popolazione italiana è composto da gioielli che, oltretutto, se li si guarda obbiettivamente, hanno anche un grande fascino dal punto di vista musicale. Voglio confessare, poi, che per me certi brani, come questo, racchiudono valori che noi dovremmo recuperare in occasione di questo centocinquantenario che, invece di unirci, sta servendo a dividerci.

Andando avanti di qualche anno riprendiamo un classico della canzone italiana ispirata a ritmi latini, ossia troviamo il "Mambo italiano", che abbiamo il piacere di ascoltare nella primigenia e bellissima interpretazione di Carla Boni, grande virtuosa degli anni Cinquanta. Voce semplice e leggera, senza pretese ma perfetta. Va anche detto che gli orchestrali sono molto bravi a rendere il mambo in maniera molto buona, l'uso dei fiati è estremamente convincente, ricorda un po' l'orchestra di Perez Prado.

Ed eccola la canzone che ha dato il titolo all'intera iniziativa, questa marcettina anni Venti.Trenta cantata dal grande Rodolfo De Angelis, forse antesignano della cosiddetta "Musica demenziale", anche se il comico era ottenuto tramite ottimi giochi di parole e non tanto attraverso la volgarità, come accade per certi gruppi moderni.

Ed eccoci al "reuccio" della canzone italiana, lo stornellatore romano per antonomasia, il cantante Claudio Pica in arte Claudio Villa. Da lui riascoltiamo "Fiorin Fiorello", una delle canzoni che hanno avuto l'onore dell'immortalità, tra quelle del repertorio anni Trenta. Anche in questo caso il brano ha una "coda" swing, molto bella anche se forse poco compatibile con ciò che la precede. Io infatti vorrei permettermi di consigliarvi la versione di Carlo Buti, grandissimo cantante toscano che ebbe il suo periodo d'oro negli anni Trenta.

Ed eccoci a Fred Buscaglione, che non viene sorpreso in una delle sue canzoni ironiche, ma bensì alle prese con un classico della melodia italiana, la bellissima "Non partir", ancora una volta uscita dalla penna di Giovanni D'Anzi. La versione di Buscaglione è bella, ma forse sarebbe stato meglio affidare questa canzone ad un cantante dall'impostazione meno swing. Comunque va riconosciuta a Buscaglione abilità, e agli Asternovas (suo gruppo d'accompagnamento) umiltà nel non piegare mai al swing questo bellissimo brano melodico.

Continuando si trova una canzone napoletana tra le più famose e classiche, la bellissima "Malafemmena", che troviamo interpretata da Giacomo Rondinella, suo primo interprete. Come si sa questo brano fu scritto da Totò per questo grande cantante napoletano, che giustamente era il suo preferito. Il brano è nato con un bellissimo ritmo di habanera veloce, accompagnata da un'orchestra dove gli archi lasciano posto ai fiati come sezione predominante. La voce di Rondinella si stende sulle parole con una grande signorilità, pronunciandole con pathos che però non sfocia mai nel patetismo.

Si torna al swing con la versione originale di "Mamma voglio anch'io la fidanzata", che ascoltiamo da Natale Codognotto, cantante genovese rimasto noto con il nome artistico di Natalino Otto. Con lui c'è, ancora una volta, l'orchestra del grande Kramer, che si prodiga in uno dei suoi storici assoli di fisarmonica jazz (senza cassotto!). Questa secondo me non è la migliore versione del brano, molto più interessante, anche solo per la qualità dell'audio indubbiamente superiore, è quella incisa con Franco Cerri e il suo gruppo qualche anno dopo (negli anni Cinquanta). Sconsigliata, ovvio, invece quella degli Articolo 31, che, secondo me, non ha contribuito per niente alla divulgazione della figura di Natalino Otto. Se si vuole approfondire questo grande artista si può visitare il sito www.youtube.com/barzottone, oltre all'impagabile www.youtube.com/ildiscobolo, completamente dedicato ai supporti storici.

Negli anni Trenta (e fino all'avvento del rock and roll è stato così) non c'era frattura tra la canzone italiana e quella dialettale, infatti la prima si nutriva umilmente e quasi amava confluire nella seconda. Un esempio è la figura del grande Odoardo Spadaro (detto "spadaccino"), di cui abbiamo il piacere di ascoltare "Sullacarrozzella", in una versione incisa dal cantante negli anni Cinquanta. Molto bella, anche se in questo caso vi consiglierei di ascoltare quella incisa negli anni Trenta con Kramer. Il brano, e tutto il repertorio di Spadaro, è specchio di una fiorentinità popolare che ora non esiste più.

E a proposito di grandi toscani, andando avanti ritroviamo l'attore Paolo Poli. Il brano presente nella raccolta non me lo ricordo, quindi io divago e ne approfitto per consigliarvi una sua personalissima (ma rispettosa!) incisione della versione toscana del canto spesso conosciuto come "Le tre sorelle", contenuta in un volume della raccolta della canzone italiana curata da Renzo Arbore prima che decidesse che la sua missione sarebbe stata sputtanare le canzoni napoletane. Bellissimo lo sdoppiamento che Poli opera tra la sua voce "normale" e quella falsettatissima che usa per imitare la donna. Geniale!

Ed a proposito di grandi del swing, ecco la grande bacchetta di Pippo Barzizza, questa volta alle prese con un classico del swing all'italiana, ossia la sempre verde e piacevole "Quel motivetto che mi piace tanto", che il maestro esegue dirigendo l'Orchestra Blue Stars. Io vi consiglio di ascoltare la versione di Nicola Arigliano, incisa con il suo impagabile trio (Ascolese, Vannucchi, Tatti) nel cd "Colpevole" (2005).

Prima avevamo citato il connubio tra musica italiana e dialettale, infatti ora troviamo colui che ha più di ogni altro basato la sua carriera sulla convivenza e l'osmosi di questi due mondi. Mi riferisco a Domenico Modugno, del quale abbiamo l'onore di ascoltare uno dei suoi brani brindisini (non siciliani, smettiamola! Dopo, con l'aiuto della moglie ha effettivamente riportato il suo repertorio in siciliano, ma non all'inizio!). Il brano che ascoltiamo è "La donna riccia", sfiziosissima ballata contro le donne con questo taglio di capelli (anche se poi il cantante assolve la propria amata... va bene!). Bellissima questa versione per sola voce e chitarra, sconsigliati tutti i rifacimenti nessuno escluso.

Subito dopo facciamo un salto in Francia, anche se il classico che ci troviamo di fronte è interpretato da una grande voce italiana, ossia da Milva. Il brano che troviamo è "Milord", lanciato da Edith Piaf e tradotto abbastanza bene in italiano. L'unica critica, forse è che il giro di "musette" per noi risulta artificioso.

E ci troviamo davanti ad un altro brano minore, ripescato dal repertorio del Duo Fasano, risposta tardiva e poco convincente al Trio Lescano. Il brano non me lo ricordo, si chiama "Ragazzo dello swing".

Troviamo Totò, che recita una sua brevissima ma fulminante poesia in lingua napoletana, perché non ci si deve dimenticare mai che il poeta era altrettanto bravo dell'attore (anzi forse di più!).

Il volume secondo di questo primo cofanetto si apre con "Maramao perché sei morto", una canzoncina "sincopata", riportata forse con troppa tracotanza dai jazzisti verso ritmi standard che non le si addicono (sconsigliata la versione di Arigliano!). La versione che ascoltiamo è l'originale interpretata da una sconosciuta Maria Iottini coadiuvata dal Trio Lescano (a volte tornano!).

Proseguendo troviamo un altro attore che ha dimostrato ampiamente il suo talento anche a livello canoro. mi riferisco al grande Vittorio De Sica, di cui ascoltiamo la sfiziosissima e mai dimenticata "Dammi un bacio e ti dico di sì", canzoncina sincopata cantata insieme ad Elsa Merlini. Forse la voce di lei è poco convincente in un ambito sincopato, ma buon brano, leggero e gradevole come ora non se ne fanno.

Dal Sanremo 1952 ripeschiamo un'altra canzone che qualche malintenzionato ha interpretato come una metafora della situazione geopolitica (di allora e di sempre!) dell'Italia: i "papaveri" sarebbero gli Stati Uniti, mentre la "paperina", che non si può ribellare perché è condannata alla subalternità da un destino avverso sarebbe la nostra bella penisola. Anche se il brano è sicuramente leggero ed in fondo gradevole, lancia un messaggio che non condivido. Comunque musicalmente è carino, è una tarantella di tipo centro-meridionale (non salentino insomma), con una particina in minore prima di andare col mitico "Lo sai che i papaveri...". La voce di Nilla Pizzi qui ha un colore leggero per niente patetico, indimenticabile comunque.

Continuando troviamo il primo brano di cui non mi sovvengo, la canzone "Che musetto", cantata da un certo Elio liotti.

Ed eccoci ad un momento militaresco, con "Passo di corsa", eseguita dai Bersaglieri. Non mi piacciono le bande, e in generale non amo i gruppi costituiti da strumenti della stessa famiglia.

Ed eccoci ad una romanza, pezzo fondamentale della cultura musicale di quel periodo, perché se la musica leggera non aveva ancora rotto con la musica popolare (per fortuna!) non aveva nemmeno staccato i ponti con la classica. Ascoltiamo la voce di quello che da molti è ritenuto il miglior soprano di tutti i tempi, la greca Maria Callas.

Nel secondo cd torna Rodolfo De Angelis con un brano che non mi sovviene dal titolo "Babà, Bebè, Bubù".

Ed eccoci al "Pinguino innamorato", brano che ascoltiamo nella sua versione originale, quella di Silvana Fioresi (famosa anche per "L'uccellino della radio") coadiuvata un'altra volta dal Trio Lescano. È notevole anche la versione di Nicola Arigliano nel cd "Go man", con l'inconfondibile tromba di Enrico Rava.

E a proposito di questa convivenza tra classico e leggero, andiamo avanti e troviamo "Voglio vivere così", interpretato dal tenore Ferruccio Tagliavini, cantante dalla voce potente e frizzante allo stesso tempo, cosa che oggi si è un po' persa. Come già fatto per "Bongo, bongo" si consiglia caldamente la versione di Cristian De Sica.

Il trio Lescano, oltre che coadiuvare i principali interpreti della canzone italiana del periodo ante Seconda Guerra Mondiale, ha anche avuto un certo successo come gruppo solistico. A dimostrazione di ciò sta questo swing bello lento dedicato al camminare sotto la pioggia. È un brano che loda in maniera radicale la povertà, ma nonostante ciò è gradevolissimo.

Il brano successivo è "Boccucia di rosa", ma non riesco a ricordarmi chi nel cd lo canti. È molto buona l'interpretazione di Fred Buscaglione. Qui, ovviamente, il suo gruppo può lasciarsi andare, soprattutto Dino Arrigotti, suo grande pianista.

Torniamo a Domenico Modugno, questa volta con uno dei brani in lingua italiana scaturiti dalla collaborazione con Riccardo Pazzaglia, grande paroliere che purtroppo la gente ricorda solo per la sua apparizione in uno dei programmi di Arbore degli anni Ottanta. Stupendo è l'utilizzo degli intervalli della musica cinese con obbiettivo esotizzante, sperimentato già dal grande Odoardo Spadaro nella sua notevole "Canzone cinese". Il ritmo è a metà tra una polka ed un ritmo esotico.

Il cd continua con la versione femminile della già incontrata "Oh mamma mi ci vuole la fidanzata", che ovviamente diventa "Oh mamma mi ci vuol un fidanzato", che ascoltiamo da Nella Colombo.

Un cantante swing grandissimo, quanto Buscaglione, Carosone, Rabagliati od Otto, è sicuramente il torinese Ernesto Bonino, del quale ascoltiamo "Quindici anni". Per quanto riguarda questo cantante io sono legata alla sua versione (incisa con il solito Kramer) di "C'era una volta un piccolo naviglio".


Tornando a Buscaglione troviamo un suo brano spagnoleggiante dal titolo "Porfirio Villarosa", dedicato ad un "manovale alla viscosa" che pianta il lavoro e si dà alla bella vita! Stupendo, e devo dire che non mi dà fastidio l'uso delle ritmiche spagnole per un pezzo a scopo esoticheggiante. Ovviamente ciò si deve al fatto che il brano in questione sia suonato molto bene. Infatti, è stato già affermato durante questo articolo, in quegli anni i ritmi popolari non venivano sfruttati ma venivano studiati.

Subito dopo troviamo un elemento del sestetto dell'altro re indiscusso del night italiano anni Cinquanta. Mi riferisco a Peter Van Wood, che qualcuno ricorderà aver militato nello strampalato ma ottimo sestetto di Renato Carosone. Qui lo troviamo alle prese con un brano dedicato alla più grande mania dei napoletani, ossia il gioco del lotto. Il brano è un tipico ritmo binario (polka, Fado, che dir si voglia), giocato su un giro di tonica e dominante, ripreso paro paro da un brano qualsiasi della nostra tradizione. Il brano da una combinazione di numeri che sarebbe scaturita al protagonista da un sogno. Non vi racconto la canzone, mai sia, così ne approfittiamo anche per ricordaer questo artista scomparso di recente e ben presto dimenticato dai nostri media, sempre dietro al cantante di qualità discutibile magari straniero.

Ed eccoci ad un omaggio alla musica "sincopata", con un brano del Trio Lescano dal titolo "C'è un'orchestra sincopata". Il brano è un esempio di come, all'epoca si amasse pubblicizzare i principali cantanti ed orchestrali in canzoni. Un esempio di questo possono essere canzoni come "Natalino studia canto" (Natalino Otto), "Quando canta Rabagliati" (Alberto Rabagliati), "La famiglia canterina" (Alberto Rabagliati e Trio Lescano) oppure il finale del brano "Firenze" di Odoardo Spadaro, che nella sua prima incisione, Voce del padrone, si concludeva con la citazione della suddetta casa discografica.

Abbiamo citato in questo excursus sulle canzoni che contengono citazioni dei propri interpreti anche "Quando canta Rabagliati", swing sfiziosissimo dedicato alla voce del cantante milanese, abilissimo del "Rabagliar". Di questo brano esistono due versioni: la prima, che credo sia contenuta nella raccolta, è degli anni Quaranta mentre la seconda è degli anni Sessanta. Il finale, nei due casi, muta. Nella prima versione si cita Tito Schipa, tenore leccese tra i più noti d'inizio secolo, mentre nella seconda si cita Celentano. I due artisti sono nominati come esempi di interpreti forse più famosi ma non dotati della personalità di Rabagliati.

Nel 1954 il Quartetto Cetra partecipò al Festival diSanremo con il brano "Aveva un bavero", brano di ispirazione militaresca ma con una tenerezza disarmante. Da allora il gruppo prese l'abitudine di parodiare le principali canzoni di ogni edizione. È questo il caso di "Musetto", che viene tramutata (rispettosamente) in un dialogo telefonico tra vari personaggi, con tanto di rumore del caro e vecchio telefono analogico.

Torna anche Paolo Poli con un brevissimo brano dal titolo "Chi sono".

Speriamo di avervi fatto piacere con questi ricordi, mi auguro di poter recensire il secondo cofanetto al più presto!

mercoledì 28 aprile 2010

Fabrizio de Andrè: "Live a Roccella Jonica"

Carissimi lettori, avrete capito che tra le mie passioni più grandi c'è quella per Fabrizio de Andrè. Sono riuscita a trovare un bootleg del cantautore genovese registrato a Roccella Jonica, e non resisto a parlarvene.
Si inizia con una meravigliosa "Dolcenera". Questa versione, almeno secondo me, è molto migliore di quella pubblicata in "Effedia", che era caratterizzata da un tappeto esageratamente pop che non permetteva all'anima sudamericana di questo brano, sicuramente importante, di esprimersi con tutta la sua forza.
E' meraviglioso l'assolo di arpa uruguaya, strumento che da noi non è conosciuto, caratterizzato da un'allegria stupenda.
La voce di Fabrizio de Andrè è profonda, calma, tellurica e dà il giusto rilievo alla parola. Il brano, come sempre, si chiude, cosiccome si era aperto, con l'intervento delle coriste, che cantano questo bellissimo e misterioso scioglilingua in genovese che è forse la parte musicalmente più caratteristica del brano.
Proseguendo si ascolta un altro brano da "Anime salve", quella "Khoracané" che, forse come nessuna canzone, è un ritratto rispettosissimo della cultura dei rom.
L'interpretazione è limpida e perfetta, piena di quella pietà sincera e veramente cristiana così cara a De Andrè.
Il brano, così come accadeva nel cd, si chiude con la bellissima parte in romanì scritta da Fabrizio de Andrè come tangibile segno di rispetto per un popolo a cui noi, forse con superiorità spocchiosa ed inutile, non dedichiamo neanche un respiro di curiosità.
Il pubblico è caldissimo, e lo dimostra l'attacco di questa spettacolare "Don Raffaè", che, rispetto alla versione live pubbllicata poco dopo eseguita a Genova, qui riscopre il calore della versione su cd, senza la sguaiataggine un po' stereotipa usata da De Andrè anche se senza scopi d'offesa.
In questa versione, veramente perfetta, si riscopre una gioia piedigrottesca veramente meravigliosa. La gente, come è giusto che sia, apprezza.
Andando avanti si arriva ad "Anime salve", una ballata impervia condita con quelle suggestioni jazz di cui Ivano Fossati avrebbe voluto riempire questo cd, mentre poi, per fortuna, cedette alla voglia di Fabrizio de Andrè di restare fedele alla musica della sua gente, quella che cantava e canterà sempre musiche semplici e tradizionali.
Nel brano si è già avuto un primo lunghissimo intervento di Cristiano de Andrè, che dal vivo cantava le parti che in disco erano affidate al collega di De Andrè in questa avventura, ossia ad Ivano Fossati. Forse il dialogo tra le due voci, data la loro forte somiglianza timbrica, è meno interessante di quanto non avvenga nel disco, ma la lunghea zza estesa di questa melodia fa sì che questo brano sia uno dei più belli sul piano musicale di tutto il repertorio di De Andrè.
Fabrizio de Andrè ha compiuto un excursus veramente notevole tra i vari tipi di solitudine, tema su cui aveva imperniato il bellissimo "Anime salve", dedicato a quelle anime incontaminate dalla nostra superficialità ed arroganza ("questo è quello che penso io,quindi si può benissimo non essere d'accordo"). Il brano con cui si torna a cantare è la bellissima milonga intitolata "Princesa". Il brano è una descrizione di un personaggio "transessuale" e della sua vita dura e difficile, fatta con una tenerezza che fadi De Andrè il miglior poeta che noi italiani abbiamo mai avuto soprattutto sulle tematiche d'emarginazione. Il finale in portoghese brasiliano, che fu il mio primissimo contatto con questa lingua che ora per me è così importante, è ben staccato dal resto ma, nel contempo, dimostra con esso una grandissima coerenza (imparate contaminatori da strapazzo!).
Andando avanti si inizia a rispolverare vecchio repertorio del cantautore genovese, cominciando da questa "Amico fragile". Il brano, pur mantenendo l'impianto fortemente "progressivo" datogli dalla P.F.M nel "Volume VIII", disco dove è presente la prima versione, acquista un'intimità ed una serenità superiore. Gli assoli di chitarra elettrica, pur nel loro vortice, hanno un'aura più classica, anche grazie al fatto che come accompagnamento vi sono prevalentemente strumenti acustici. Ci sono delle curiosissime percussioni latine, che addolciscono l'atmosfera di questo brano che altrimenti è molto allucinata.
La voce di Fabrizio de Andrè è profonda, calma e serena, senza più il bisogno di cantare "come un rockettaro", tendenza che si riscontra nella versione live con la P.F.M. Interessantissimo è il lunghissimo dialogo, che porta il brano verso la fine, tra il sassofono coltraniano di Giancarlo Parisi, la chitarra rock di Giorgio Cordini e il pianoforte delirante di Mark Harris.
Tornando ad "Anime salve", si canta questo canto moderno al pescare, nel mare della vita, composto come una filastrocca popolare. Il brano, intitolato "Le acciughe fanno il pallone", ha una semplicità meravigliosa che, però, nasconde difficoltà molto difficilmente superabili. Ho sempre amato molto questo brano, più dal punto di vista musicale che da quello testuale, soprattutto per i bellissimi assoli di flauto traverso, meraviglioso dialogo tra l'antichità del fiato tellurico e le leggiadre venature "progressive" sicuro apporto fossatiano alla struttura di questa ballata.
Continuando si arriva a "Disamistade", uno dei brani di Fabrizio de Andrè dedicato alla Sardegna, questa terra che ha saputo dargli, forse come nessuna, quel rifugio nella semplicità che forse è stato il suo unico grande anelito. La versione è veramente meravigliosa, senza smagliature. Le parole arrivano come un'eco dolce e perentoria al contempo. Questo brano, secondo me, è una delle più grandi dimostrazioni di come si possa fare canzoni veramente politiche (quindi dure) rimanendo dolci e poetici. E' curiosissimo, dal punto di vista musicale, l'uso del birimbau brasiliano, che suona in maniera tradizionale ma in tutt'altro contesto. La ballata è prevalentemente impostata su un "la minore" ripetuto ed arpeggiato. Quando si sblocca arrivano un "sol maggiore" ed un "fa" che ricordano il flamenco.
Dopo un altro lunghissimo discorso che dimostra come per De Andrè la musica non era uno spasso ma molto di più, il cantautore ci mostra un esempio di quel "concept album", per molti aspetti insuperato tutt'ora, intitolato "La buona novella".
Si ascolta una stupenda versione dell'"Infanzia di Maria", brano dove, con una forza che solo i "Vangeli Apocrifi" possono dare, si denuncia come si sia fatta, già allora, "lotteria" del corpo d'una donna. Il personaggio di Maria, in questa particolare situazione, ha sembianze del tutto simili a certi emarginati che De Andrè cantava in quegli stessi anni, ricorda specialmente "bocca di rosa". Meraviglioso è il finale barocco, seppure eseguito da un clavicembalo sintetico.
Si continua, facendo un salto di circa quindici anni, con una "Creuza de ma" bellissima. L'interpretazione è veramente cantautorale, l'etnico è rivissuto e respira sotto altra forma (ancora: imparate contaminatori da strapazzo!).
Questa lingua non riesce mai a decidersi fra la dolcezza silenziosa e la durezza scorbutica, questo genovese è pura magia sulla bocca di De Andrè.
Il brano, come sempre, si sta chiudendo con il suo inconfondibile finale a vocalizzi.
Continuando a cantare in genovese si arriva a questa "Megu megùn" tratta da "Le nuvole". Sinceramente è uno dei brani che amo di meno del repertorio dialettale di De Andrè e, forse, anche di tutta la sua produzione. Non riesco a sopportare il fatto che sia costruita suun accordo solo (tipo certe pizziche degli Officina Zoè per capirci, che altrettanto non ho mai amato!). E' interessantissimo invece l'uso del genovese quasi ridotto a suono, con tecniche riprese da civiltà extraeuropee.
Tornando a "Creuza de ma", si riprende uno dei gioielli assoluti della produzione deandreiana, quella "Sidùn" dedicata senza pudore ma con molta poesia, ad un genitore che perde il figlio sotto i carri armati israeliani in Libano. Qui il genovese è dolcissimo, ma la dolcezza è tradotta da un uso duro di certe consonanti (siamo ossimorici, la vita è un ossimoro!). Il finale, soprattutto la parte dove si utilizza il vocalizzo polifonico, forse è la parte più deludente perché non arrivano alle orecchie voci convincenti e, soprattutto, non si sente bene il basso profondo (che non si sa neanche se c'è!). Divagando vorrei ricordarvi la bellissima versione in salentino di Sidùn da parte di ninfa giannuzzi.
Direttamente da "Rimini" arriva questa meravigliosa "Avventura a Durango", che erano circa vent'anni che non se ne sentiva una versione dal vivo. Anche qui, questa maggiore coscienza in campo tradizionale acquisita da De Andrè attraverso la collaborazione con Pagani, fa sì che si arrivi ad una rielaborazione sicuramente meno dylaniana ma molto più personale ed italiana. E' interessante, nella tecnica di mandolino, la convivenza tra tremoli italiani ed accordi più ricollegabili al country americano, universo a cui questo brano fa invariabilmente riferimento. Rispetto a "Rimini" è assente l'interessantissima scaletta di violino con due note di "bordone", tutta eseguita sulla terza corda.
Subito dopo si arriva ad una bellissima versione di "Ho visto Nina volare", meravigliosa ballata contenuta in "Anime salve". L'atmosfera ampia ed estesa permette a De Andrè di alternare frasi quasi mangiate ad altre dove la voce acquista un respiro ampio e profondo, quasi di vento lontano.
Si continua con una meravigliosa versione di "Bocca di rosa" dove, finalmente, dico io, la chitarra ha la serenità per lasciarsi andare in una semplicissima ma insostituibile terzina napoletana, ossia con l'accordo spezzato in due tronconi simmetrici ed uguali. Si sente, come in tutto questo concerto, un Fabrizio de Andrè euforico, la cui allegria contagia sempre il pubblico.
Da "Fabrizio de Andrè", album spesso chiamato "L'indiano", arriva "Fiume Sand creek". E' un brano con un ritmo pieno di una primitività profonda, la stessa che si respira nel "finger piking" che accompagna il brano. Tutte le percussioni vietano di distrarsi dall'impetuosa e dolcissima denuncia che De Andrè fa dello sterminio degli indiani d'America e di tutte le minoranze.
Andando avanti, dopo la presentazione dei musicisti e di alcune persone che hanno collaborato dietro le quinte a questo meraviglioso concerto, quando si riprende a cantare si esegue "Geordie", una bellissima ballata che De Andrè ha tradotto dall'inglese. La versione che il cantautore presentava nei suoi ultimi concerti, ritmicamente molto più fedele ad uno spirito di ballata anglosassone rispetto a quella pubblicata negli anni Sessanta, è cantata insieme alla figlia Luvi.
Subito dopo, tornando ad "Anime salve", si esegue questo grido in difesa delle minoranze intitolato "Smisurata preghiera". Secondo affermazioni di Ivano Fossati, curatore della musica, questo brano è un esperimento tra la poesia rabbiosa e dolce di De Andrè e le sue sugestioni musicali che, soprattutto negli anni Novanta, andavano spesso verso il jazz contemporaneo. La versione presentata è veramente meravigliosa e, così come si era detto per "Fiume sand creek", sono le percussioni gli strumenti incaricati di non farci distrarre dal messaggio ossessionante che dà il testo, di cui ci dovremmo ricordare ad ogni nostro minimo respiro: rispetto, rispetto, rispetto!
Si riprende, siamo già ai bis, con "Jamin-a" che, con i fiati di Giancarlo Parisi, è veramente fantastica. Anche qui ritroviamo questo concetto-chiave della musicalità dell'ultimo De Andrè, ossia le percussioni come chiave del brano. La sensualità della protagonista, che si intuisce dall'uso quasi onomatopeico delle consonanti del genovese, viene tradotta da questa famiglia di strumenti che, con la loro presenza, sfidano la batteria a scomparire e farsi qualcosa di "altro" da sé (per fortuna!).
E dopo un fiume di richieste, finalmente De Andrè si decide a fare "Il pescatore". Si esegue, come sempre purtroppo, una versione molto simile a quella con la P.F.M., forse per la sua maggiore compatibilità con un contesto spettacolare e, perché no, di festa. Se volete sapere come la penso io, però, per quanto riguarda questo brano preferisco assolutamente la versione risalente agli inizi degli anni Settanta ed incisa su 45 giri con organico ridotto a sole chitarre.
Continuando si ascolta una scoppiettante Volta la carta" che viene accolta da un pubblico in delirio.
Il concerto si chiude con un'altra sorpresa, ripresa da "Rimini" arriva "Zirighiltaggia". E' una ballata country in sardo gallurese, litigio tra due pastori. Qui Cristiano De Andrè dà un saggio di violino veramente notevole: grande!
E' veramente un concerto unico, tra i migliori di quanti io abbia potuti sentire di De Andrè, peccato che non sia mai stato reso pubblico.
Spero di aver destato curiosità in qualcuno e, perché no, ravvivato ricordi in qualcun altro: viva De Andrè!