venerdì 22 ottobre 2010

Uccio Aloisi Gruppu: "Mara l'acqua.

Carissimi lettori, è da diverso tempo che non scrivo ed oggi lo devo fare per una ragione molto triste. Una grande voce del Salento, il cantore tradizionale Uccio Aloisi, ha taciuto per sempre. Il grande cutrofianese se ne è andato ieri seraed io lo voglio ricordare recensendo l'ultimo cd da lui pubblicato con il suo "Gruppu", disco intitolato "Mara l'acqua".

Il cd inizia con degli stornelli bellissimi, interpretati sullo schema che lo stesso Aloisi definiva "salentino". Le strofe sono sovente note al grande pubblico della musica popolare, perché il cantore, contrariamente a quanto succedeva con Bandello, suo compagno di cantate e grande compaesano, aveva un repertorio di stornelli che non arrivava al centinaio. Comunque sono stornelli radiosi, anche grazie alle parti di mandolino, eseguite magistralmente da Antonio Calzolaro, che dialogano con la voce di Uccio e la sostengono insieme a quella di Domenico Riso che gli risponde, come la tradizione obbliga.

La seconda traccia permette di apprezzare la voce di Domenico Riso, secondo tamburellista e leader dell'"Uccio Aloisi gruppu". Il brano è uno dei più grandi classici del repertorio salentino, anche grazie alla versione di Bruno Petrachi che lo ha portato verso il suo personalissimo stile di folk urbano (che io non amo per niente!). Ci si riferisce a "Mieru", che Uccio Aloisi interpreta insieme agli Opacupa, noto gruppo salentino che si dedica alla musica balcanica, sulla orma delle orchestre di fiati come il gruppo di Bregovic.

La terza traccia è un deludente (scusate, su questo brano si vede il mio profondissimo legame con gli Ucci e con il già citato Bandello!) "Santu lazzaru". Nel brano Uccio Aloisi esegue le parti che nell'incisione contenuta in "Bonasera a quista casa" erano affidate a Bandello, mentre quelle che nel cd tradizionale erano di Aloisi sono qui affidate a Domenico Riso. Sono interessanti alcune varianti nel testo, come il "mmenzu ste macchie" sostituito da un "mmenzu ste strate". Ilbrano è eseguito comunque due voci ed organetto, così come erano soliti fare i questuanti in tutta la Grecìa salentina, enclave del quale Cutrofiano,paese di provenienza di Uccio Aloisi, fa parte.

La traccia successiva è uno strumentale a tempo di pizzica leggermente più lenta rispetto a quanto non fosse la velocità media in quelle tradizionali che mi sono arrivate alle orecchie. Ilbrano si intitola "Pizzica la sacara" ed è interpretato insieme a Redi Hasa, grande violoncellista albanese, e a Dario Muci, ottimo suonatore di chitarra, bouzouki ed altri strumenti a corda di tradizione mediterranea. Questi due interventi li ritengo un po' fuori luogo, perché danno al brano coloriture moderne che non hanno niente a che vedere con lo stile dell'Uccio Aloisi gruppu, anche se magari sono belle prese da sole (l'assolo di Redi Asa non l'ho mai sopportato, ma questa è un'altra storia!, l'unica cosa che lui ha saputo fare veramente bella è la sua partecipazione ne "Il miracolo" degli Zoè, che però conteneva brani concepiti per quell'organico, che senza violoncello non sono riproponibili se non difficilmente).

La traccia successiva è "la mescianza", versione abbastanza deludente di uncarinissimo canto sulla condizione di molti lavoratori artigiani e dei contadini. Il brano è portato ad una lentezza esagerata, che però fa solo sì che sia quasi inascoltabile. Esso è accompagnato da un arpeggio dichitarra e da alcune note di mandolino, lo si può considerare interessante solo per il coro di voci che riporta alle cantate popolari salentine alla stisa.

La traccia seguente è quella che da il titolo al cd. È interpretata con l'accompagnamento di una tammorra muta che suona quasi una pizzica, il cui tempo non è rispettato dalla voce, che simuove senza schemi, come in un canto a cappella. Questo sfasamento tra le due componenti me la rende un po' sgradevole, infatti vi consiglio di cuore di ascoltare la versione interpretata dagli Ucci a cappella nel già ricordato "Bonasera a quista casa".

Il cd continua con una versione valzerata ed in minore di "Sciusciumaniellu", brano nel quale una donna dice al proprio innamorato di lasciare tutto perché vuole fare l'amore con lui, ma non ottiene niente fino a quando non dice che si svestirà completamente. La versione dell'Uccio Aloisi gruppu si divide in due parti che si alternano in ogni singola strofa. In corrispondenza delle richieste della protagonista femminile il brano prende il brioso tempo divalzer, la cui allegria è però mitigata dalla presenza degli accordi minori. in corrispondenza delle risposte dell'uomo il ritmo si rallenta, fino quasi a diventare libero ed inclassificabile.

La traccia successiva è una "Damme la manu" interpretata dal gruppo con Domenico Riso alla voce principale ,sostenuto da Uccio Aloisi e da una voce femminile, oltreché dalla solita presenza delle corde. Anche in questo caso va detto che non è molto convincente questa interpretazione, ed il mio consiglio è quello di ascoltare la rarissima mainsuperabile versione del Canzoniere di Terra d'Otranto, contenuta nel cd "Bassa musica", primo ed unico cd di questo grande gruppo, a cui va il merito di essere stato il primo ad incidere in digitale della musica popolare salentina.

L'ultima traccia di "Mara l'acqua" è costituita da degli stornelli completamente interpretati in lingua italiana dal titolo "Vorrei volare". Chi mi conosce sa della mia insofferenza nei confronti di questi brani, perché trovo che la lingua italiana non sia adatta a queste ritmiche, meno ancora ovviamente a giri melodici tradizionali. Questi stornelli oltretutto sono esageratamente rallentati, secondo me senza motivo apparente.

Comunque questo cd nel complesso è buono e soprattutto è un'occasione unica per riprendere contatto con una delle più autentiche voci salentine.

giovedì 30 settembre 2010

Auguri Renato!

Carissimi lettori, oggi devo scrivere un articolo unpo' speciale e molto leggero, pieno d'emozioni e gratitudine nei confronti d'un cantante che io amo da almeno diciott'anni, a cui credo di non aver dato spazio sufficientemente in questo blog. Mi riferisco a Renato Zero,artista che in questo giorno compie sessant'anni.

Conobbi Renato Zero da bambina. Avevo nove anni quando lo scoprii, tutto partì dal fatto che segretamente amavo una sua canzone intitolata "Il cielo" e tratta dal disco "Zerofobia" (1977). Chiesi, più per curiosità che per altro, un'incisione su cassetta di questo disco (era lontanissima la mia conversione al digitale!).

Mi ricordo ancora la meraviglia che mi causò ascoltare questa voce, soprattutto mi ricordo della folgorazione che mi provocò il brano "Vivo", che tutt'ora resta quello che io amo di più di tutto il repertorio di Zero. Credo che quello che mi folgorò fu una ricchezza melodica meravigliosa oltre ad una voce perfetta.

Da lì ebbi una serie di cassette, il cui ordine ho ormai scordato. Comunque rammento benissimo"Quando non sei più di nessuno", album che poi non so perché non ho mai ricomprato in cd (e non si può dire che non mi piaccia!).

Se ne dovessi parlare risalterei soprattutto la giocosità presente in brani come "Amore al verde" o "Pipistrelli", oltre all'imponente bellezza di canzoni come "E ci sei", Il ritorno", soprattutto "Una magia".

Rispetto a ciò che Renato aveva fatto precedentemente forse è un disco dove c'è un po' troppa elettronica, incluso un piano elettrico che sostituisce quello classico perfino su "E ci sei", la più orchestrale e classica del disco insieme a "Figli della guerra".

L'altra musicassetta che ricevetti in quel periodo è un disco che ora è uno di quelli che mi fa più compagnia, anche perché contiene una delle poche canzoni di Renato Zero che ho inserito nel mio repertorio. Mi riferisco a "Erozero", album del '79 che conteneva la giustamente celeberrima "Il carrozzone", ballata meravigliosa, ritratto del mondo sincero ma poetico come pochi. Quel disco, però, secondo me conteneva un gioiello ignorato intitolato "La rete d'oro", brano per il quale Renato non ha fatto abbastanza. Figuratevi che da quando lo seguo live (e le date che ha fatto a Perugia dal 1996 le ho viste tutte!) non l'ha mai eseguita. Quell'lp comunque è di un'imponenza in tutti i sensi quasi insuperabile.

Molto speciale è anche "Tregua", doppio che conteneva brani molto famosi come "Amico". Il disco è speciale perché loricevetti quando facevo le elementari, insiemead un altro altrettanto fondamentale anche se forse meno riuscito a livello di musicalità. Mi riferisco a "Trapezio", di cui amo le melodie ma non condivido molti arrangiamenti, basi troppo rock su temi dalla forte impronta classica.

Da questo disco sono bellissimi alcuni brani come "Motel", "Salvami", "un uomo da bruciare", forse anche qualche altra che mi sfugge. A parte vanno citate le tre "ripescate" dai due precedenti lavori di Zero "No mamma no" (1973) ed "Invenzioni" (1974). Bellissima, ma forse un pochino ignorata, è "Inventi", resa immortale nel live "Icaro", altro disco fondamentale del mio rapporto con Zero.

Anche questo doppio disco, attualmente introvabile su cd che io sappia, mi arrivò nello stesso periodo, ormai nonricordo più tramite chi. Comunque è meraviglioso e le pecche sono poche, anche se si sente forte la mancanza dell'orchestra. Bellissima è la versione che apre il disco 1 di "niente trucco stasera". Meraviglioso è il pianoforte che fa da perno di tutto il brano, permettendo forse al testo una maggiore solennità.

Bellissima è la già citata "Vivo", eseguita solo con il pianoforte di Stefano Senesi. Le pecche sono una "Triangolo" forse esageratamente forzata, soprattutto una "Madame" purtroppo spinta verso vette di rock esagerato per qualsiasi italiano che non voglia tradirsi dentro.

Mi è indifferente, anche se ne riconosco la forza "Leoni si nasce" del 1984, mentre adoro "Via tagliamento 1965-1970", di cui però conosco bene solo il primo volume. Non credo che a questo disco sia toccata una sorte degna della sua bellezza, mi riferisco soprattutto a brani come "Piper club", "Niente", "Ragazzo senza fortuna" o "Che bella libertà". È un disco dove l'elettronica non soppianta gli strumenti acustici, si mette umilmentete e rispettosamente al loro servizio. Il brano "Ragazzo senza fortuna" va segnalato per una bellissima parte di chitarra classica, oltre che per un testo dove, anticipando "Artisti" e soprattutto la bellissima, recente e giustamente famosa "Ancora qui", Renato racconta con la sua solita sincerità disarmante i suoi inizi di carriera al "Piper club", luogo che comunque in questo lp ha una ballata a lui dedicata ripresa ben due volte (se non erro!).

Un'altra storia un po' speciale riguarda "Prometeo", secondo live di Renato uscito nel 1991 dopo la sua partecipazione a Sanremo (che io sappia!). Lì l'unica pecca è "Inventi", che diventa un po' troppo rock, ma in un cd con un totale di 23 tracce si può straperdonare anche pensando a "Spalle al muro", il bellissimo e anch'esso giustamente famoso brano scritto da Mariella Nava e portato dal nostro al Festival di Sanremo 1991 (che tempi!).

Il brano in un certo senso anticipa quella che sarà poi la tematica di un altro classico dell'ultimo repertorio di Zero, la ballata "Nei giardini che nessuno sa". La mia storia privata con il cd "Prometeo" riguarda il primo volume di questo doppio cd, che mi fu prestato in cassetta, in una copia che io poi non credo di aver mai ridato al suo legittimo proprietario. Questa persona, che se leggesse si riconoscerebbe perfettamente, me la prestò ad uno scopo ben preciso, affinché io imparassi "Amico", ballata che poi io le cantai anni e anni dopo emozionandola molto.

Dal 1994 in poi faccio collezione di tutti gli album in formato tradizionale di Renato, purtroppo non seguo la videografia per motivi legati alla praticità del formato che per me è praticamente nulla, sia esso vhs o dvd (il problema èche tra i video pubblicati di Zero ce n'è uno che ritrae fedelmente la tournée del 1996, la prima che vidi, dove io capii che questo artista non era un artista da studio ma un animale da palco).

Voglio concludere questo distillato disordinato di storie sorcine con un piccolo accenno ad un album a cui si è fatto prevemente riferimento nelle righe precedenti,ossia all'imperfetto.

l'album era presentato da Renato Zero su Radio Italia solo musica italiana durante la settimana della sua pubblicazione.Il giorno della sua uscita mi precipitai dalla mia negoziante di fiducia e fui la prima cliente della giornata. Chiesi questo disco e glielo feci tirare fuori direttamente dagli scatoloni dei nuovi arrivi! Che emozione!

Non ho voluto fare un ritratto di Renato Zero, ho preferito fargli gli auguri con undistillato di mie "storie sorcine" che ho voluto condividere con voi.

Auguri Renatone!

sabato 18 settembre 2010

Fiorella Mannoia a Verona

Carissimi lettori, questa sera scriverò una recensione tra le più belle ed inaspettate che mi sia capitato di scrivere. Si parlerà di un concerto che Fiorella Mannoia ha tenuto all'Arena di Verona il 12 settembre. Questo concerto è stata la maniera che Fiorella Mannoia ha trovato di presentare il nuovo cd, intitolato "Il tempo e l'armonia"., uscito a meno di un anno di distanza dal bellissimo "Ho imparato a sognare". Il programma è iniziato con un'intervista alla cantante che nel parlare dimostra la stessa sensibilità ammaliatrice che sfoggia quando canta una qualsiasi canzone.

Mi è difficile riassumervela, quindi passo immediatamente a parlarvi del concerto, che ha un inizio a dir poco folgorante, infatti si parte con "I treni a vapore", una delle canzoni della Mannoia che ha cullato la mia infanzia. In questa occasione, dicciott'anni dopo la sua incisione originale, le atmosfere pop si rarefanno per dare finalmente rilievo a questa anima etnica che il brano di Fossati aveva sempre avuto, ma nell'interpretazione della Mannoia era rimasta come un silenzio. La voce della cantante si è ormai un po' incrinata, ma continua ad essere bella. Sidirebbe che scurendosi, questo timbro ha acquistato paradossalmente ancora più potere evocativo. Bellissime le parti di pianoforte che scandiscono le varie parti del brano, completamente libere, per niente riportate dalla versione storica in studio.

Direttamente da "Ho imparato a sognare", album dicover della cantante tra i più riusciti di questo ramo giustamente nominato per un premio al Premio Tenco, viene questa "Cercami", che già ha preso un altro respiro. L'interpretazione della Mannoia è altrettanto sentita rispetto a quella di Renato Zero, forse solo leggermente meno istrionica. Meravigliosi i finali calanti eseguiti egregiamente dopo quasi tutte le note di maggiore lunghezza dei versi. Naturalmente la Mannoia non usa il sussurro alla maniera di Zero, per la cui esecuzione si richiedono note gravi ma forse meno sporche di quelle della cantante romana.

E in questo viaggio tra i classici della recente canzone d'autore italiana la cantante ripesca "Sally" di Vasco Rossi, da lei interpretata nel live "Certe piccole voci" del 1999. In questo caso l'arrangiamento pop si disfa, e le sonorità moderne non sono più il perno del brano ma lo condiscono, lasciando che gli archi e la battteria suonata con le spazzole siano il nord della bussola. Interessantissimo questo cantato che incontra e si arricchisce con delle pennellate di parlato vicino al recitativo.

Continuando la cantante regala al suo pubblico uno dei suoi brani più belli ma meno conosciuti, la bellissima e malinconica "Lunaspina". Questa canzone, assieme a tutto il cd "Di terra e di vento" che la conteneva, ha cullato la mia infanzia, facendomi sognare come poche. Oggi questo brano ha ricevuto nuova linfa grazie ad un'interpretazione, forse troppo minimalista, che la stessa Mannoia ha reso insieme a Paola Turci nell'ultimo disco di quest'ultima. Per quanto riguarda la versione che abbiamo ascoltato si potrebbe definire un riuscito compromesso tra l'intimità della versionerecente e la ricchezza degli strumenti moderni.

Andando avanti abbiamo la prima sorpresa del concerto, ossia una "Ho imparato a sognare" interpretata insieme ai Negrita, suoi primi interpreti ed autori. Il brano è completamente interpretato in tonalità maschile, quindi la Mannoia non riesce a dare il massimo, anzi da molto poco. È interessante comunque perché permette di trovare la Mannoia mentre si confronta con un nuovo ambiente musicale, quello di un folk americano sulle orme diDylan.

Andando avanti si ascolta una gradevole versione di "Una giornata uggiosa" di Mogol-Battisti. Rispetto all'incisione presente in "Ho imparato a sognare" il Brasile è meno dominante, infatti il brano è portato verso una cornice latinjazz, interessante comunque.

Ora ci troviamo davanti una Fiorella Mannoia che omaggia Manu Chao con "Clandestino". L'arrangiamento porta il brano verso certe sonorità mediterranee che comunque sono molto consone a questa melodia, che se arricchita con strumenti classici (o "con letteratura" per dirla con PaoloConte) ha il suo fascino. Bellissime le "giunte" della Mannoia che davano a questa canzone una forza e una sincerità sicuramente maggiori rispetto all'originale.

Ed eccoci al secondo ospite, un Cesare Cremonini che interpreta superbamente "Le tue parole fanno male", brano che apriva "Ho imparato a sognare", il già citato ultimo album da studio della Mannoia. In questo caso il duetto è molto più convincente rispetto a quello con Pau dei Negrita, perché i due artisti eseguono il brano in due tonalità molto vicine quindi facilmente accoppiabili.

Proseguendo si fa un omaggio ai Negramaro, conl'interpretazione della loro "Estate". Va detto che la Mannoia spesso fa interpretare delle brevi parti falsettate al pubblico, che va detto che se la cava egregiamente. Il brano acquista un'anima mista tra il rock e il classico, perdendo completamente quell'anima pianistica che era data dalla impietosa battuta ritmica del tasto battente.

Andando avanti si rispolvera un grande classico della carriera della Mannoia, quella "Come si cambia" portata al Festival di Sanremo del 1984. Il brano in questa occasione acquista un'anima più rock, ma anche più intima grazie al rallentamento del ritmo.

E sempre dal repertorio anni Ottanta viene questo gioiello scritto da Enrico Ruggeri per la Mannoia e da lui successivamente reinterpretato nel cd "l'isola dei tesori". L'interpretazione che ascoltiamo de "I dubbi dell'amore" è rallentata molto, anche grazie al fatto che sono molto importanti gli archi, che fanno un tappeto inimitabile ad un'esecuzione molto buona. Si può riscontrare una specie di "teatralità emozionata", cheforse rafforza il messaggio sottinteso di questo brano, che credo sia un invito alla comprensione e all'apertura verso le fragilità.

Ed eccoci ad un riferimento ad uno degli ultimi classici del repertorio della Mannoia, il brano scritto per lei da Luciano Ligabue, intitolato "Io posso dire la mia sugli uomini", singolo con cui la cantante ci aveva presentato uno dei suoi migliori dischi, quel "Movimento del dare" che è tra i primi di cui si è parlato in questo blog. Il brano si è diviso in due parti molto diverse, che gli hanno conferito una grandissima dinamica. la prima parte è stata carattterizzata da un'esecuzione in sestetto, costituito dal quartetto d'archi più il pianoforte e dalla voce della cantante.

Proseguendo la scaletta si ascolta "belle speranze", brano che ha una coda rock abbastanza inutile, ma è bello.

Ed eccoci ad una delle poche canzoni davvero belle uscite in questi ultimi anni. Mi riferisco a "L'amore si odia", cantata superbamente insieme a Noemi, nuova e bellissima voce della canzone leggera italiana. Interessante l'inizio del brano eseguito da Noemi solo con l'accompagnamento degli archi,curioso è il controcanto per terze eseguito dalle due cantanti nell'ultimo ritornello.

Continuando si ascolta una versione di "Oh che sarà", che permette una delle più forti emozioni della serata. L'arrangiamento è molto simile a quello di Chico Buarque (l'originale), ma è ancora più vicino a quello presente nel cd "De mí" della cantante argentina Mercedes Sosa. Particolare è l'intrusione degli archi, che dà al brano un'aura classica molto fuori dalle coordinate della M.P.B, ma non lontana dallo spirito segreto di molti suoi brani.

Ed eccoci ad un'interessante ma non so quanto riuscita coda latinjazz, che permette di brillare ai musicisti del gruppo che comunque sonograndi strumentisti.

Ed ecco una versione solistica di "Pescatore", brano originariamente interpretato dalla Mannoia insieme a Pierangelo Bertoli. Rifacendoci alle osservazioni precedentemente fatte su "I treni a vapore", si potrebbe dire che anche qui l'anima pop si dissipi in un'intimità più etnica. Questa canzone è sempre bella, anche se forse sia l'abbassamento della tonalità sia l'assenza di una voce maschile chedialoga, sono cause di impoverimento al brano (naturalmente la seconda parte dell'osservazione si può riferire benissimo anche alla versione che Bertoli diede del brano da solista.

Il brano, dopo aver rallentato ulteriormente nell'ultima reitnerpretazione del finale "Pesca, forza, tira pescatore" ha una coda strumentale che segna la fine della parte ufficiale del concerto.

Quando la Mannoia torna sul palco siascolta una versione di "Via con me" molto sensuale, portata verso atmosfere tra il blues e il terzinato anni Sessanta. Va detto che laMannoia in questi ultimi anni sidiverte a giocare anche con repertori cheprima non toccava, questa seconda interpretazione di Paolo Conte lo sta mirabilmente a dimostrare. Ametà brano abbiamo avuto l'unico momento forse discutibile, dove l'anima blues è stata un po' troppo tiranna. Comunque bella versione e concerto stupendo.

Tornando indietro negli anni la cantante romana rispolvera un classico del suo repertorio, una bellissima "Quello che le donne non dicono", scritta magistralmente da Enrico Ruggeri e Luigi Schiavone e portata al successo dalla Mannoia al Sanremo 1987. Stasera il brano ha un colore sensualissimo, ma il canto riacquista quasi subito la limpidezza dei vecchi tempi. Il pubblico è portato a cantare il ritornello, la seconda volta addirittura a cappella,una favola.

E a proposito di brani immancabili nei concerti della Mannoia, proseguendo si ascolta "lastoria" di Francesco de Gregori. Il brano, come il precedente, è interpretato piano e voce ed è emozionantissimo. La forza della lotta collettiva qui è senza scappatoie, è gridata ai quattro venti, come un messaggio forte che deve entrare nella testa di chi ce lo vuole far dimenticare con ogni mezzo.

Arriviamo ad uno dei brani più belli del repertorio di Fiorella Mannoia,ad unabellissima ballata intitolata "Il cielo d'Irlanda", scritta per lei da Massimo Bubola. L'anima irlandese è fortissima, anche grazie alla presenza di un violino che nella parte iniziale suona una parte completamente collegabile ai reel irlandesi. Molto bello il finale con l'assolo di batteria che accompagna l'ultima strofa.

Chiedo scusa per la recensione frastagliata, è scritta completamente a caldo conla bussola delle emozioni.

venerdì 10 settembre 2010

"Se no lla vidi la senti cantare e i suoi dintorni" aggiornato

Carissimi lettori, oggi torno a scrivere su questo blog dopo una vita, per recensire un bellissimo documentario girato da Marcello Fersini, Roberto Inciocchi e Luis Padilla, prosecuzione del lavoro iniziato con il pregevole (e sempre consigliatissimo) "Cu li trapassa l'anima e lu core". Il tema è la musica popolare salentina, in questo caso vista e raccontata dalle donne, che effettivamente sono molto importanti in molti gruppi di "riproposta" attuali (dagli Zoè al Canzoniere Grecanico Salentino).

È un dvd davvero commovente sin dall'inizio. Il viaggio nel ritratto al femminile della musica salentina parte da una "Damme nu ricciu" cantata da tutte le protagoniste di questo documentario, ognuna con il proprio stile e si direbbe con la propria melodia. Questa breve ma profonda esperienza ricorda a chi non ci crede che la musica salentina è profondamente cangiante ma ha delle regole inalienabili (non si può faree disfare come si vuole!). Da questo canto, bellissimo e conosciuto anche grazie a qualche pregevole interpretazione anche all'interno della "Notte della taranta", comincia il ritratto vero e proprio, in bilico tra tradizione e modernità. Questo lavoro (come già dissi per "Cu li trapassa l'anima e lu core") è uno dei rarissimi casi in cui la tradizione sgorga dalla modernità e la modernità sgorga come un fiume impetuoso dalla tradizione (un altro potrebbe essere "Pizzicata" di Edoardo Winspeare, film che come sapete adoro!).

Più che raccontarvi gli interventi delle grandi donne della musica popolare salentina (da Cinzia Marzo a Francesca Chiriatti, da Rachele Andrioli ad Anna Cinzia Villani), mi permetterò di fare alcune riflessioni a margine.

Cinzia Marzo, con cui come sapete ho un rapporto del tutto speciale, afferma nel suo primo intervento che "la musica salentina non è né maschile né femminile, l'anima è anima e quando tu hai un cuore grande escono queste armonie meravigliose". L'affermazione è vera ma non impedisce la distinzione tra musiche con un'"anima" più maschile ed altre con un'"anima" più femminile. Io, da lontano e in maniera del tutto personale, credo che la musica salentina sia profondamente femminile (e quindi non mi viene di condividere l'affermazione di una delle intervistate secondo la quale l'importanza data alla donna nella musica salentina è recente). Secondo me, e solo secondo me, anche molti cantori uomini (anziani o vicini alla tradizione) hanno molta femminilità nel canto. Con la parola "femminilità" intendo l'assenza di certe tecniche di canto presenti invece in generi che io trovo spudoratamente maschili (come ad esempio molta musica argentina sia contadina che cittadina). Sono sincera: a parte qualche sonante eccezione (si pensi al Canzoniere di Terra d'Otranto e al suo cd "Bassa musica") è per me quasi impossibile concepire la musica salentina senza voci femminili o senza quelle bellissime cantate su tono alto (alla Uccio Bandello) che sono forse la cosa più bella di questa musica.

Anche questo dvd, come "Cu li trapassa l'anima e lu core" costringe a ragionare sul canto salentino , anche dal punto di vista tecnico. È interessante andare dietro a Maria Mazzotta quando parla della mancanza di "infiorettature" nel canto salentino, che oggi è diventata endemica, facendolo assomigliare sempre di più al pop, impoverendo secondo me l'espressività di testi spesso poeticissimi.

Bellissima l'interpretazione di "Bella ci dormi" da parte di Cinzia Marzo e Rachele Andrioli, brano che le due voci interpretano con un'alchimia perfetta. Chi mi conosce sa delle numerosissime storie che mi legano a questo canto, uno di quelli che ha un posto del tutto speciale nel mio cuore.

In questo dvd si nota che vi sono due scuole di pensiero per quanto riguarda il canto salentino. Ve ne è una più "inurbanita" (la definizione è mia e forse è anche sbagliata) che in questa sede concreta è rappresentata da Cinzia Marzo e quella più fedele a certe cantate di cantori come gli "Ucci" o la "Simpatichina" rappresentata dalle altre cantrici di giovane generazione presenti nel lavoro. Io, anche per miei trascorsi legati a Roberto Murolo ed altri "fini dicitori" della musica del Sud Italia (Napoli ma non solo, si pensi solo ad Otello Profazio) sto più con gli "inurbaniti" piuttosto che con coloro che trovano spontaneo imitare le cantate in maniera esatta. Il problema, però, è che questo "inurbanire" poi porta spesso ad addolcire troppo il canto, quindi, come ogni buon estremismo, anche il troppo "inurbanimento" è condannabile. Io trovo giusto il lavoro di chi sta con un piede nella tradizionee e l'altro nella modernità, ma preferisco chi non sperimenta con melodie e testi altrui (ossia tradizionali) e umilmente compone brani propri quando sperimenta (penso ai soliti e sempre citati Zoè). Se devo essere sincera, e qui lo sono in pieno, io, come mia strada personale, ne ho scelta una ancora diversa: a me interessa ancora di più chi riesce a comporre restando in gran parte fedele ai canoni della tradizione, anche alleparti più "scomode" (definizione di Anna Cinzia Villani di queste "spigolature" del canto salentino).

Scusatemi tanto se da questo articolo forse non viene un buon ritratto di questo dvd, quindi ho disatteso il mio obbiettivo iniziale, ma quando le cose mi piacciono troppo succede sempre così. le parti frastagliate di questo articolo sono sempre causate dalla stessa ragione, quindi perdonatemele altrettanto.

Spero davvero che comunque, nonostante tutto, sia riuscita a darvi qualcosa, ossia la voglia di fare un viaggio in un lavoro che racconta la musica salentina per quello che è, dal punto di vista della sua "anima" femminile.

giovedì 9 settembre 2010

"Se no lla vidi la senti cantare e i suoi dintorni.

Carissimi lettori, oggi torno a scrivere su questo blog dopo una vita, per recensire un bellissimo documentario girato da Marcello Fersini, Roberto Inciocchi e Luis Padilla, prosecuzione del lavoro iniziato con il pregevole (e sempre consigliatissimo) "Cu li trapassa l'anima e lu core". Il tema è la musica popolare salentina, in questo caso vista e raccontata dalle donne, che effettivamente sono molto importanti in molti gruppi di "riproposta" attuali (dagli Zoè al Canzoniere Grecanico Salentino).

È un dvd davvero commovente sin dall'inizio. Il viaggio nel ritratto al femminile della musica salentina parte da una "Damme nu ricciu" cantata da tutte le protagoniste di questo documentario, ognuna con il proprio stile e si direbbe con la propria melodia. Questa breve ma profonda esperienza ricorda a chi non ci crede che la musica salentina è profondamente cangiante ma ha delle regole inalienabili (non si può faree disfare come si vuole!). Da questo canto, bellissimo e conosciuto anche grazie a qualche pregevole interpretazione anche all'interno della "Notte della taranta", comincia il ritratto vero e proprio, in bilico tra tradizione e modernità. Questo lavoro (come già dissi per "Cu li trapassa l'anima e lu core") è uno dei rarissimi casi in cui la tradizione sgorga dalla modernità e la modernità sgorga come un fiume impetuoso dalla tradizione (un altro potrebbe essere "Pizzicata" di Edoardo Winspeare, film che come sapete adoro!).

Più che raccontarvi gli interventi delle grandi donne della musica popolare salentina (da Cinzia Marzo a Francesca Chiriatti, da Rachele Andrioli ad Anna Cinzia Villani), mi permetterò di fare alcune riflessioni a margine.

Cinzia Marzo, con cui come sapete ho un rapporto del tutto speciale, afferma nel suo primo intervento che "la musica salentina non è né maschile né femminile, l'anima è anima e quando tu hai un cuore grande escono queste armonie meravigliose". L'affermazione è vera ma non impedisce la distinzione tra musiche con un'"anima" più maschile ed altre con un'"anima" più femminile. Io, da lontano e in maniera del tutto personale, credo che la musica salentina sia profondamente femminile (e quindi non mi viene di condividere l'affermazione di una delle intervistate secondo la quale l'importanza data alla donna nella musica salentina è recente). Secondo me, e solo secondo me, anche molti cantori uomini (anziani o vicini alla tradizione) hanno molta femminilità nel canto. Con la parola "femminilità" intendo l'assenza di certe tecniche di canto presenti invece in generi che io trovo spudoratamente maschili (come ad esempio molta musica argentina sia contadina che cittadina). Sono sincera: a parte qualche sonante eccezione (si pensi al Canzoniere di Terra d'Otranto e al suo cd "Bassa musica") è per me quasi impossibile concepire la musica salentina senza voci femminili o senza quelle bellissime cantate su tono alto (alla Uccio Bandello) che sono forse la cosa più bella di questa musica.

Anche questo dvd, come "Cu li trapassa l'anima e lu core" costringe a ragionare sul canto salentino , anche dal punto di vista tecnico. È interessante andare dietro a Francesca Chiriatti quando parla della mancanza di "infiorettature" nel canto salentino, che oggi è diventata endemica, facendolo assomigliare sempre di più al pop, impoverendo secondo me l'espressività di testi spesso poeticissimi.

Bellissima l'interpretazione di "Bella ci dormi" da parte di Cinzia Marzo e Rachele Andrioli, brano che le due voci interpretano con un'alchimia perfetta. Chi mi conosce sa delle numerosissime storie che mi legano a questo canto, uno di quelli che ha un posto del tutto speciale nel mio cuore.

In questo dvd si nota che vi sono due scuole di pensiero per quanto riguarda il canto salentino. Ve ne è una più "inurbanita" (la definizione è mia e forse è anche sbagliata) che in questa sede concreta è rappresentata da Cinzia Marzo e quella più fedele a certe cantate di cantori come gli "Ucci" o la "Simpatichina" rappresentata dalle altre cantrici di giovane generazione presenti nel lavoro. Io, anche per miei trascorsi legati a Roberto Murolo ed altri "fini dicitori" della musica del Sud Italia (Napoli ma non solo, si pensi solo ad Otello Profazio) sto più con gli "inurbaniti" piuttosto che con coloro che trovano spontaneo imitare le cantate in maniera esatta. Il problema, però, è che questo "inurbanire" poi porta spesso ad addolcire troppo il canto, quindi, come ogni buon estremismo, anche il troppo "inurbanimento" è condannabile. Io trovo giusto il lavoro di chi sta con un piede nella tradizionee e l'altro nella modernità, ma preferisco chi non sperimenta con melodie e testi altrui (ossia tradizionali) e umilmenete compone brani propri quando sperimenta (penso ai soliti e sempre citati Zoè). Se devo essere sincera, e qui lo sono in pieno, io, come mia strada personale, ne ho scelta una ancora diversa: a me interessa ancora di più chi riesce a comporre restando in gran parte fedele ai canoni della tradizione, anche alleparti più "scomode" (definizione di Anna Cinzia Villani di queste "spigolature" del canto salentino).

Scusatemi tanto se da questo articolo forse non viene un buon ritratto di questo dvd, quindi ho disatteso il mio obbiettivo iniziale, ma quando le cose mi piacciono troppo succede sempre così. le parti frastagliate di questo articolo sono sempre causate dalla stessa ragione, quindi perdonatemele altrettanto.

Spero davvero che comunque, nonostante tutto, sia riuscita a darvi qualcosa, ossia la voglia di fare un viaggio in un lavoro che racconta la musica salentina per quello che è, dal punto di vista della sua "anima" femminile.

domenica 22 agosto 2010

Inti-Illimani: "Estadio Nacional"

Carissimi lettori, i prossimi due articoli che scriverò saranno due recensioni di due concerti degli Inti-Illimani (speriamo di poter rispettare i piani, ovviamente!).

A quanto pare il primo è all'Estadio Nacional di Santiago del Cile. Ancora, non conoscendo la scaletta perché lo sto vedendo per la prima volta e mentre lo vedo scrivo, non vi so dire a che periodo risale.

Si inizia con un'omaggio all'Italia, con una rielaborazione meravigliosa della "Tarantella del Seicento" riportata alla luce da Roberto de Simone, che prosegue con un adattamento tra l'afro e l'andino di "Canna austina", brano scritto dall'etnomusicologo napoletano ed interpretato dal gruppo cileno nel 1988, in occasione della sua partecipazione allo spettacolo "Cantata per Masaniello", portato in scena al Teatro Mercadante di Napoli.

Non mi sono mai abituata a questa versione strumentale della "Canna austina", la preferisco cantata nel cd "Andadas" (1992). Venendo tecnicamente alla versione che se ne sente in quest'occasione concreta ha la curiosità di avere due zampoñas (flauti di pan) che seguono la melodia loro affidata ognuna su un'ottava diversa. Nella "tarantella" non ho mai digerito la fortunatamente breve parte di sassofono (o chi per lui), costituita da un "sol, un "soldiesis ed un "la", che, oltre a non ricordarmi per niente la nostra maniera di suonare, mi sembrano semplicemente cacofonici.

Continuando a riesumare capolavori dal repertorio degli Inti-Illimani senza aggettivi né distinzioni, si ascolta una bellissima, anche se in Italia poco conosciuta, "Son para Candido Portinari", che Horacio Salinas musicò negli anni Ottanta e pubblicò nell'lp del gruppo "Palimpsesto" (1981). La versione che se ne ascolta è caratterizzata da una interessante introduzione del violino, che se possibile riporta ancora più convincentemente alle atmosfere argentine che il brano dipinge.

Di due anni precedente è questa bellissima, altrettanto sconosciuta qui in Italia dove il repertorio migliore del gruppo è appannaggio di pochissima gente, "Polo doliente". È un brano dalle fortissime atmosfere venezuelane (credo che sia un "joropo"), dedicato ad un pescatore morto in mare. L'innegabile allegria del brano, però, contrariamente a quello che spesso succede da noi, non lascia assolutamente scampo, è un pezzo pieno di tristezza e malinconia, solo un pochino mascherata.

Finalmente sappiamo a che epoca risale il concerto, è un concerto di presentazione del cd "Lugares comunes" (anche se i brani del cd ancora non arrivano, a dimostrazione che nella filosofia del gruppo i dischi servono ma poi una tournée è un pretesto sempre per fare un viaggio nel tempo, in una varietà infinita di atmosfere).

Il brano successivo è "Canción para matar una culebra" (1979), canzone che dà il titolo all'lp da cui il gruppo aveva già estratto il brano precedente "Polo doliente". La presenza nell'organico degli Inti di un musicista cubano di forte matrice afro, mi riferisco ad Efren Viera, permette al brano di acquistare un'anima afrocubana piena e finalmente autentica.

Nel campionario di atmosfere degli Inti-Illimani, e come poteva essere altrimenti, la fanno (o la facevano) da padrone quelle andine, che il gruppo finalmente presenta con una briosa e convincente versione di "San Juanito", brano del loro primo periodo, conosciuto da noi grazie all'incisione nel vinile "Canto de pueblos andinos 2". La versione è caratterizzata dall'arricchimento dell'organico da parte di un contrabbasso, un violino e un clarinetto. Gli elementi estranei, ancora Meriño aveva rispetto per il passato anche perché era appena arrivato ad essere direttore musicale del gruppo appena entrato, non cozzano, entrano in piena armonia con l'essenza andina del brano. Non va dimenticato, infatti, che in certi gruppi andini il violino è presente e sa dialogare benissimo con i flauti andini (secondo me soprattutto con la "quena", flauto ad una canna sola).

Il brano successivo è un altro cavallo di battaglia del gruppo di provenienza andina, un "Tincu" in una lingua precolombiana, che da sempre dal vivo è stato fortemente velocizzato. Questa versione è caratterizzata dalla ripetizione dell'ultima strofa, che la seconda volta viene eseguita con un'interessante controcanto.

Ed eccoci alla prima canzone estratta da "lugares comunes", prima traccia anche del disco, la coinvolgente e meravigliosa "Sobre tu playa". La voce di Efren dà a questo brano, dalla poesia forte e dolce ad un tempo, un fascino unico. Il finale di questo brano in concerto è davvero meraviglioso, anche perché la gente è portata a battere le mani perfettamente all'unisono con le indiavolate percussioni afro di Efren: che meraviglia.

E continuando a presentare "Lugares comunes", si prosegue andando in ordine con la scaletta del cd. Si esegue "A la caza del Nyandú", composizione di Manuel Meriño, musicista cheha sostituito Horacio Salinas esattamente in questo periodo a cui risale il concerto (2002). È un brano che mi ha sempre dato l'idea di essere costruito con troppo cervello e poco cuore, così come moltissimi arrangiamenti del signor Meriño. È un brano che parte inequivocabilmente da una matrice andina, per poi esprimerla però con una fastidiosa atonalità.

Più interessante è questa "El surco", con la quale ci si continua ad addentrare dentro questo cd, ultimo degli Inti-Illimani (senza aggettivi né distinzioni) che mi sia entrato nel cuore (me ne ero innamorata pazzamente, ancora me lo ricordo, che tempi!).

Se devo descrivere tecnicamente questo brano è un pezzo dal sapore afro-peruviano, portato soprattutto dal "cajón", percussione che più di ogni altra connota questo mondo. Il brano è interpretato da Daniel Cantillana con piglio convincente, il testo di Patricio Manns è ben interpretato dalla dolce voce del violinista.

Ed eccoci a quella che da subito fu la mia canzone preferita del cd (e ancora lo è!). Mi riferisco alla poesia di Aquiles Nasoa musicata da Marcelo Coulon dal titolo "Salmo de la rosa verdadera". Devo dire che lo storico membro del gruppo, come prima prova di composizione (credo), abbia fatto un capolavoro. Se ve lo dovessi descrivere direi che è un brano che utilizza una scala minore quasi completa, dando un'armonia di amplissimo respiro, anche con alcuni passaggi in settima, ad una melodia tra le più semplici ed accattivanti che il gruppo possa vantare.

E dopo un breve ma commovente e nostalgico discorso di Horacio Durán (oggi allineato con gli "históricos") che ha ricordato Víctor Jara e Violeta Parra, si torna a suonare il repertorio storico del gruppo, forse il migliore. Gli Inti-Illimani stanno interpretando con maestria e semplicità un capolavoro scritto da Víctor Jara intitolato "la partida". È uno dei miei brani preferiti del gruppo, che dimostra come si possa essere profondamente innovativi (per davvero, no per finta come da noi), non perdendo di vista mai le armonie della tradizione, solo arricchendole ed allargandole. La particolarità di tutte le versioni de "la partida" di questo periodo è l'inusitata presenza delle congas su un ritmo andino, ma va detto che non suonano strane.

E come omaggio a Violeta Parra, prima e incontestata maestra del movimento de "La nueva canción chilena", il gruppo interpreta "Arriba quemando el sol", brano inciso dagli Inti in Italia nel vinile "Hacia la libertad" (1975). L'unica idea un po' discutibile avuta dal gruppo in occasione di questa interpretazione, e purtroppo spesso conservata nelle interpretazioni recenti, è una velocizzazione del brano, che non permette di capire il testo di fortissima denuncia delle condizioni dei minatori che, nonostante i tanti anni passati dalla composizione del brano, come ci dimostrano i vari incidenti che avvengono in svariate parti del mondo, non sono per niente cambiate.

E sempre dal repertorio di Violeta Parra viene questa "Run run se fue pa'l norte", che il gruppo, sin dal 1971, esegue nell'arrangiamento per lui pensato da Luís Advis, grande musicista classico che permise alla "Nueva canción chilena" di toccare due sue vette con le opere "Santa María de Iquique" (interpretata dai Quilapayún e dedicata ad un massacro di povera gente avvenuto un secolo fa), e "Canto para una semilla" (interpretata dagli Inti-Illimani e basata sulle "décimas" autobiografiche della stessa Violeta Parra). Il brano in questione è interpretato dall'autrice, voce e charango, nell'lp "Sus últimas canciones" (1966), nell'interpretazione del gruppo diventa un brano prevalentemente strumentale, infatti si conservano solo due strofe del cantato, ed acquista una maggiore interiorità e si direbbe più colto.

Tornando a "Lugares comunes" si interpreta un brano strumentale (di cui non ricordo il titolo, perdonatemi!). È strumentale e non è particolarmente apprezzato da me, sempre per quella pesantezza di cui si era parlato in occasione de "A la caza del Nyandú". Subito dopo, però, il gruppo si riprende subito con un altro brano strumentale, questa volta tradizionale, dove il violino, oltre ad entrare suonato normalmente con l'archetto, esegue delle interessanti note pizzicate. La presenza del violino e del clarinetto, purtroppo, in questo caso contribuiscono spesso ad addolcire, forse esageratamente, l'irruenza andina, facendo perdere qualcosa a questo brano (e non solo a questo per essere del tutto franchi!).

Ed eccoci ad un meraviglioso valzer peruviano composto dagli Inti su testo di Rafael Alberti, uno di quelli di ispirazione italiana. Il gruppo, e questo gli va riconosciuto al di là di personai idiosincrasie e gusti sugli ultimi Inti (ancora senza aggettivi e distinzioni), non ha mai staccato l'anima dall'Italia e dall'italianità, anche quando solo due dei membri vi hanno vissuto quindi la conoscono profondamente.

Subito dopo, continuando ad andare rigorosamente in ordine con la track list del cd, si continua con un meraviglioso arrangiamento di un "huapango" messicano. Bisogna dire che Jorge Coulon, che agli inizi del gruppo si dedicava all'interpretazione di brani messicani, dimostra la sua insuperabile bravura in questo repertorio, anche per una sua naturale tendenza a "quebrar" la voce, ossia a "completare" le note con degli acuti interni molto particolari, tipici della tradizione messicana.

Subito dopo si torna al repertorio storico degli Inti, interpretando una delle tante canzoni d'omaggio all'Italia, che ancora il gruppo eseguiva rifacendosi agli arrangiamenti pensati per la versione incisa con John Williams e Paco Peña nel cd "Fragmentos de un sueño" (1987). Il brano in questione è "Danza di Cala Luna", basato su certi ritmi sardi. È una delle mie canzoni degli Inti preferite, anche perché gli strumenti andini sono messi perfettamente al servizio di un'italianità profonda e pura.

Il gruppo continua a pescare nel suo repertorio storico , interpretando "Cándidos", un brano dalla forte influenza afro, composto da José Seves, che già, purtroppo, non faceva più parte del gruppo. (Non ho mai avuto la fortuna di vedere il gruppo con questo membro, mannaggia!). La canzone, dedicata all'"autunno dei patriarchi" ed ispirata dal libro "L'autunno del patriarca" di Gabriel García Marquez, fa fare una festa assolutamente incontenibile.

Ed eccoci alla partecipazione del musicista, poeta e scrittore Patricio Manns. Sinceramente non conosco questo brano, quindi non ve ne posso parlare più di tanto. Vi posso dire che la voce di Patricio Manns è abbastanza deludente, perché è abbastanza stonato ed è raro che esegua note limpide. Ritmicamente comunque il brano è interessante e non riesco a classificarlo.

Il prossimo è un brano, ancora interpretato da Manns, fortemente antistatunitense. Se devo descrivere il brano è una "saia" (tipo "la fiesta de San Benito"), che gli Inti-Illimani arricchiscono con una intrusione, armoniosissima, di congas cubane. L'inizio del brano, e va detto per sincerità, ricorda le cose che Meriño poi ha fatto in maniera generalizzata, certi accordi jazz che c'entrano davvero poco con la musica popolare europea e sudamericana.

E subito dopo, presentata da Patricio Manns che ne ha scritto il testo, arriva "Vino del mar", canto dedicato ad una militante della U.P. di Salvador Allende, assassinata, dopo essere stata torturata e violata, il cui corpo fu gettato in mare ma da questo caritatevolmente restituito. Il brano è una fusione tra la bellissima tecnica classica della chitarra di Meriño (che è un buon chitarrista, non si può negare), la vocalità spesso all'unisono degli Inti-Illimani ed un quartetto da'rchi. È un brano dove politica e tenerezza si fondono per dare spazio a sensazioni intime indescrivibili.

Ed eccoci al brano che chiude "Lugares comunes", un brano di inequivocabile matrice italiana, scritto da due membri del gruppo che conoscono l'Italia solo dai film, dai racconti dei fratelli Coulon e dalle volte che ci hanno suonato. Il brano si intitola "Caro nino", dedicato a Nino Rota. Potrebbe ricordare la musica del film "Pinocchio" (quello anni Settanta), anche se credo che questa colonna sonora a cui l'ho paragonata non sia di Rota. È un brano in minore, che però non concede spazio a tristezze, semmai solo ad una dolce malinconia. Veramente stupenda, noi italiani la dovremmo scoprire.

Il concerto, ormai giunto quasi alla fine, continua con una curiosa versione di "Mi chiquita", un brano di ispirazione cubana, anche perché ha un testo del grande poeta cubano Nicolás Guillén. Le principali curiosità di questa versione, che poi sono abbastanza comuni, sono il fatto che la voce principale sia affidata ad un vero cubano (nonostante che vive in Cile da moltissimo tempo, non ha perso neanche un po' del suo accento cubano, ovviamente si parla di Efren Viera). La seconda curiosità è l'intrusione in questo brano del violino, strumento che qui, fortunatamente non riesce a scalfire l'allegria del brano. Si fa ancora più festa, se possibile, con la successiva "El carnaval", incisa per la prima volta nel già citato "Fragmentos de un sueño", insieme a Paco Peña e John Williams. Questa versione ha come principale particolarità la presenza delle congas cubane e la troncatura del finale a ritmo andino.

Subito dopo si interpreta un altro brano di ispirazione inequivocabilmente afro, la bellissima "Samba landó", tratta da quel fondamentale ma incompreso in Italia "Canción para matar una culebra" (1979). la versione è molto più afro rispetto a quella da studio, che era accompagnata da un gruppo tipicamente andino.

Il concerto si chiude, come sempre, con "La fiesta de San Benito", brano andino su cui Manuel Meriño ha iniziato a infierire sin da subito (rimpiango Salinas). Questa "saia" boliviana fu arricchita dal gruppo sin dal 1969 (anno della sua prima incisione) con un accordo in più che la rende molto ricca. Ecco gli insopportabili assoli di sassofono che preludono al finale che è caratterizzato da un mi minore ripetuto (alla maniera di certe pizziche degli Zoè) fino allo sfinimento. Non mi piacciono queste cose.

Spero comunque di avervi fatto piacere, e spero di aver fatto venire voglia a qualcuno di vedere questo concerto, tra i più festosi del gruppo.

Il dvd, poi, ha in coda la versione da studio di "Sobre tu playa" ma noi non ce ne occupiamo.

Buon ascolto e visione!

martedì 10 agosto 2010

Inti-Illimani live a Puerto Aysen (Cile)

Carissimi lettori, ho l'onore di recensire, completamente a caldo, un concerto degli Inti-Illimani che non conosco.

Siamo in Cile nel 2001, e la formazione che suona nel concerto di cui parleremo è di transizione tra quella storica e quella dell'ultimo periodo.

Il concerto è iniziato da una meravigliosa versione di "Takakoma", brano andino che il gruppo ha inciso in un bellissimo album, purtroppo qui poco conosciuto, intitolato "Lejanía" (1998).

Si riconosce immediatamente il charango squillantissimo del suonatore storico del gruppo, Horacio Durán, che dà a questo brano un'allegria direi contagiosa. Nonostante tutto vi sono due elementi che forse non fanno sfogare molto questa voglia di festa, mi riferisco ad un violino, elemento assente dalla versione in studio, ed un clarinetto. Nonostante ciò è una versione bellissima di uno strumentale veramente superbo.

I brani cantati iniziano con una versione abbastanza corretta de "La exiliada del sur", uno dei classici della musica cilena scritti e pensati da quella che è stata senza dubbio la più grande ricercatrice, interprete e compositrice di musica di matrice tradizionale che il Cile abbia conosciuto. Mi riferisco a Violeta Parra (1917-1967). Dico "abbastanza corretta" perché si possono notare alcune stonature e la mancanza di perfezione di alcune entrate e controcanti. Ciò non toglie che è una grandissima emozione ascoltare la voce di José Seves, ritenuta dalla sottoscritta una delle migliori del Cile.

Tornando alle strumentali abbiamo il piacere di ascoltare un bellissimo "joropo" scritto da Horacio Salinas, allora ancora direttore del gruppo, intitolato "Maria canela". Il brano è in minore ma niente tristezza, anzi si è portati a battere le mani a questo ritmo contagioso. Oltretutto, parentesi personale, la versione da studio di questo brano, contenuta nel cd "Arriesgaré la piel" è stata tra le colpevoli del mio grande amore per gli Inti che, come questo articolo sta inequivocabilmente a dimostrare, ancora dura. La versione è caratterizzata dalla sostituzione del flauto da parte del violino. Questo strumento, forse, non riesce a dare l'idea di festa che invece dava il flauto traverso, ma comunque è una favola.

C'è stato un discorso di Jorge Coulon, colui che si incaricava di parlare in quasi tutti i momenti che il gruppo dedicava al dialogo con il pubblico (parte fondamentale di ogni buon concerto degli Inti!).

Quando si ricomincia a suonare ancora non si riprende a cantare, anzi si delizia il pubblico con una meravigliosa versione di "Tatati", brano tra i primi composti dal grande chitarrista, tiplista e compositore cileno Horacio Salinas. Il brano è uno dei più complicati e armonicamente dinamici tra quanti il gruppo dedica alla sola esecuzione strumentale. È bellissimo, anche perché a me ricorda uno stupendo concerto visto a Bastia Umbra al teatro Esperia, che lo ebbe come suo primo brano. In quell'occasione i battiti iniziali del tamburo andino (bombo) mi risuonarono come dei battiti segreti, una magia allo stato puro.

Tornando a cantare il gruppo propone uno di quei brani che gli fa compagnia dai suoi inizi, una bellissima "Juanito Laguna remonta un barrilete", che i cileni ripresero e armonizzarono a partire da una versione di Mercedes osa (grandissima cantante argentina) agli inizi degli anni Sessanta, poco dopo la loro nascita avvenuta nel 67.

In questa versione il gruppo mantiene la struttura e la tonalità che questa canzone conosce almeno dalla versione di "Chile resistencia" (1977), album che presenta la seconda versione di questo brano eseguita dal gruppo. Infatti la versione originale risale agli anni Sessanta e in Italia non ha mai avuto divulgazione, se non in un circuito di cultori del gruppo.

Dal repertorio storico del gruppo viene ripresa anche questa "Ya parte el galgo terrible", canzone che noi italiani abbiamo conosciuto nell'lp "La nueva canción chilena" del 1974. Il brano, su testo di Pablo Neruda, mantiene molta della sua forza, anche se forse l'assenza di percussioni mitiga qualcosa che non può essere assolutamente mitigato, la denuncia della violenza con cui alcuni popoli vengono sterminati da altri in qualsiasi momento o luogo.

Tornando ad omaggiare Violeta Parra, il gruppo offre una tenerissima versione del "Rin del angelito", canzone con la quale la cantautrice cilena si ispirava a certi riti che accompagnano la morte dei neonati. Ho sempre amato da impazzire il pezzo strumentale che divide le due parti, soprattutto per la bellissima melodia che esegue la quena, strumento a fiato ad una canna sola. La melodia è molto semplice ma è ricca e nasconde difficoltà.

L'altro grande maestro della musica cilena è il chitarrista, drammaturgo, regista di teatro, cantautore e ricercatore Víctor Jara. Il brano che il gruppo sceglie per ricordarlo è "El arado", tra gli ultimi composti dal cantautore e da lui pubblicato del vinile "Presente", inciso con l'accompagnamento degli stessi Inti-Illimani. La versione proposta è veramente impeccabile, il gruppo già si è scaldato e questa formazione, come abbiamo detto rimasta in piedi per poco tempo, sta dimostrando in pieno le sue qualità.

Sempre frugando nel repertorio storico del gruppo, si ha il piacere di ascoltare "Simón Bolívar", brano che originariamente chiudeva l'lp "Viva Chile!" (1973).

Curiosissima è la fioritura della chitarra durante l'esecuzione del rif che introduce ogni singola ripetizione della melodia. Questo tipo di colori, sinceramente, suonati da una chitarra suonano strani, infatti se la dovessi descrivere è una curva di semitoni molto comune in certi generi pianistici come molti sottogeneri del jazz.

Subito dopo si esegue una versione molto bella di "Bailando bailando", uno dei brani che ha composto il polistrumentista José Seves. È un brano completamente rilassato, anzi direi perfettamente festoso, che dimostra a quelli che credono gli Inti-Illimani solo un gruppo rivoluzionario, che questa è stata solo una parte, oltretutto sempre ritenuta marginale da loro stessi, della loro espressività artistica. Curiosa l'intrusione del clarinetto e del contrabbasso. Se il secondo dà un corpo diverso al brano, il primo tende a dare seicuramente un ambiente più idilliaco che spesso il sassofono (fiato originariamente presente insieme ai flauti andini nella versione del cd "De canto y baile) sinceramente spesso rovina.

Subito dopo il gruppo propone uno dei suoi classici indiscussi, entrato nel cuore anche di noi italiani, una festosissima "Señora chichera". La versione è fortemente imperniata sulle note di contrabbasso e su delle svisature di sassofono che, almeno secondo la sottoscritta, sono un po' troppo barocche e metropolitane per un brano spudoratamente andino e tradizionale come questo. Comunque si fa molta festa, anche aiutati da un violino che invece contribuisce ad avvicinare il brano a certe atmosfere boliviane poco conosciute da noi. Il finalino è molto chiassoso ma è un chiasso dolce, che diventa automaticamente metropolitano quando inizia a preludere a "Sensemaya", uno dei primi esperimenti di musica afro-cubana di composizione cilena. Ci stiamo riferendo ad un brano di Nicolás Guillén, grande poeta cubano molto noto in vari paesi di lingua spagnola, che ha una storia un po' particolare per quanto riguarda me. Quando ero molto piccola, credo facessi le elementari, sentii il ritornello "mayombe bombe mayombe", che è poi quello che scandisce tutta l'ultima parte del testo. Immaginatevi quale fu il mio stupore quando me lo ritrovai (ben dieci anni dopo) inciso dagli Inti!).

Continuando il gruppo offre una "Petenera", un carinissimo brano messicano interpretato anche da Daniel Cantillana, voce giovane che da dieci anni circa è diventata una delle più importanti della formazione. Il brano è interpretato con molte "rotture di note" tipiche della tradizione messicana.

Ed eccoci ad una delle canzoni più recenti tra quelle che sinora si sono sentite, un brano ispirato alla tradizione afroperuviana scritto da Horacio Salinas su testo del poeta e cantautore cileno Patricio Manns, dal titolo "Negra presuntuosa". La voce di Daniel, sto parlando davvero a cuore aperto, non mi ha mai entusiasmato, però in questi brani un po' meno passionali o quantomeno non principalmente passionali, va detto che riesce a dare molto. È curioso il finalino cantato da Horacio Salinas, accompagnato con molte note staccate da parte degli strumenti.

Sicuramente molto più passionale è questa "Arriesgaré la piel", che Jorge canta con piglio da cantante abituale di musica "ranchera" (la tipica musica messicana suonata dai gruppi di Mariachi). Meravigliosi sono i finali acuti che permettono di entrare completamente nell'atmosfera del brano, anche al di là del testo che pure è fondamentale per capire questa poesia di tentativo di ritorno ad un amore lasciato per errore o per inganno.

Ed eccoci ad un bellissimo valzer peruviano, scritto da Horacio Salinas su testo di Patricio Manns. Il brano dava il titolo ad un cd speciale, quell'"Amar de nuevo" che io ricevetti con largo anticipo sulla data di pubblicazione in Italia, proprio in occasione di quel concerto di Bastia Umbra a cui ho fatto riferimento precedentemente. La canzone è caratterizzata da un dialogo tra le voci di Daniel Cantillana e Horacio Salinas, che si interpellano tramite dei controcanti di terze che Salinas esegue sotto la melodia base di Cantillana.

Ed eccoci alla principale e prima colpevole del mio amore per gli Inti-Illimani, a quel capolavoro di romanticismo e passione intitolato "Medianoche", che apriva e presentava il cd "Arriesgaré la piel" (1996). Qui abbiamo l'insuperabile piacere di sentirla cantata da quello che ne è stato il primo interprete, il tenore José Seves. Questo è un brano che richiede potenza, quindi sono sempre un po' scettica ogni volta che lo devo sentire interpretato da voci troppo dolci (come ad esempio quella di Daniel Cantillana). Qui è stato curioso l'intervento del clarinetto, che ha toccato il jazz molto più spesso rispetto a quanto non lo ricordi nell'originale, oltre all'entrata del violino, strumento che comunque sta benissimo in qualsiasi musica un minimo romantica (e il bolero alla cubana lo è moltissimo).

Il brano successivo è un'interpretazione molto personale di "Fina estampa" di Chabuca Granda (cantautrice peruviana molto importante nei paesi di lingua spagnola). La versione di José Seves, aiutato molto dalla chitarra di Horacio Salinas, è molto rallentata, almeno rispetto alle altre che conosco, e forse è un po' troppo poco tenera. Comunque è estremamente illuminante su quale sia lo stile di questo grandissimo cantante, che utilizza la voce più come uno strumento che come un semplice mezzo di dizione.

Il brano successivo è un brano a cui gli Inti-Illimani sono molto legati perché in esso hanno raccontato, aiutati dalla poesia di Patricio Manns, le sensazioni di un esiliato che ritorna nel proprio paese (quando loro ancora non lo potevano fare, infatti il brano è del 1979 e loro sono potuti tornare solo nove anni dopo).

La parte ufficiale del concerto (perché è difficile che gli Inti possano chiudere un concerto quando per la prima volta salutano il pubblico) si chiude con "La fiesta eres tú, bellissima cumbia che purtroppo non possiamo sentire per intero nell'edizione che mi ha permesso di parlarvi di questa esibizione. La curiosità principale di questa versione è la voce diHoracio Salinas che sostituisce quella di Daniel Cantillana, che interpreta molto convincentemente il brano nel cd.

Spero di avervi fatto venire voglia di riascoltare gli Inti-Illimani senza aggettivi e lotte interne, con la voglia di scoprire gli anni che spesso, per troppa superficialità, non consideriamo qui nel paese che li ha accolti per tre lustri.