Carissimi lettori, sembra strano dover fare un articolo per valorizzare una storia così lunga ed importante come quella del Canzoniere Grecanico Salentino. I miei punti d'attrito col nuovo corso del gruppo (o meglio con quello che poi si sarebbe concretizzato come il cd "Focu d'amore") restano assolutamente invariabili, ma quando si sentono certe cose in giro anche chi magari non è legato ad una qualsiasi storia finisce per difenderla se questa ha un valore importante a livello obiettivo, al di là di quelle che possono e debbono essere le legittime preferenze estetiche di ognuno.
Nel programma "Mezzogiorno in famiglia" c'è stato un servizio da Foggia (Orsara di Puglia per la precisione) in cui è stato invitato un gruppo di pizzica leccese, perché per molti, la Rai in primis, la Puglia è solo Lecce (e al di là di quelle che possano essere le preferenze di ognuno questo è obbiettivamente falso). Si potrebbe infatti ricordare alla Rai che la zona del Gargano ha un folklore completamente indipendente, degnissimamente e mondialmente rappresentato da gente come i Cantori diCarpino, miglior gruppo in assoluto (secondo me) tra quanti si dedicano al folklore della zona foggiana, diversissimo dalla pizzica leccese, brindisina o tarantina che sia (si pensi alla bellissima ma troppo massificata e rovinata "Tarantella del Gargano" che si trova, con il suo testo più conosciuto, nel primo cd, prodotto con mezzi moderni e diretto da Eugenio Bennato, del gruppo plurigenerazionale garganico).
Ma veniamo a quello che mi ha ferito di più. La presentatrice, e scusate l'ignoranza ma non posso dirne il nome, ha presentato il Canzoniere Grecanico Salentino (che come ripeto non c'entrava niente in questa storia foggiana) come un "Gruppo folkloristico". Che io sappia, e lo so anche per esperienza diretta per aver partecipato ad un concerto di un vero "gruppo folkloristico", questo tipo di associazione non si dedica solo all'aspetto musicale ma ad un'imitazione, secondo me in verità sterilissima, di tutti gli aspetti della vita tradizionale, allo scopo di farne spettacolo gradevole e divulgativo (qualcuno ci riesce ma sono pochi e, almeno per la mia esperienza, non sono italiani).
Basterebbe leggere anche solo qualche piccola testimonianza di Daniele Durante (membro precoce e direttore del gruppo per circa trentadue anni) per accorgersi del fatto che il Canzoniere, d'altronde in contatto con la più ampia esperienza delNuovoCanzoniere Italiano, rifuggiva da questa logica, pretendendo piuttosto la non musealizzazione di questa musica, spesso reinventata (nel caso del Canzoniere anche un po' esageratamente soprattutto nel periodo 1980-1998) o addirittura arricchita con brani nuovi scritti sui canoni tradizionali.
Non dimentichiamoci innanzitutto che il gruppo nasce sotto gli auspici di Rina Durante, grande e feconda intellettuale salentina che era stata portata verso la cultura popolare proprio dalla sua vitalità anche sopita in contesti insospettabili. Tra i membri del gruppo nella sua prima formazione, e questa sarà una caratteristica che conserveranno tutti i grandi gruppi di musica popolare salentina, aveva persone che, in qualche caso come luigi Chiriatti, oltre ad essere ricercatori, provenivano da famiglie dove la musica popolare era sempre stata viva (vedasi ad esempio il caso diPino "Zimba" che entrò negli Zoè da una famiglia dove la pizzica si suona almeno da quattro generazioni, dopo aver addirittura militato in quel gruppo fondamentale per capire tutto ciò che succede adesso nel Salento chiamato Gli Ucci).
Si nota subito che il Canzoniere ha come principale desiderio quello direndere fruibile ad un pubblico giovane ed impegnato questa musica, infatti le prime esperienze il gruppo se le fa alle Feste dell'Unità, quando queste erano qualcosa di serio e non ospitavano solo discutibili gruppetti di liscio (con tutto il rispetto per la musica romagnola che in qualche caso amo anche io). Il gruppo inquegli anni ha un repertorio fortemente politicizzato e, purtroppo, per tirare fuori la politica ancheladdove non c'è, cambia qualche parola ad alcune canzoni tradizionali. Storico è il caso de "Le carceri te Lecce", conosciuta anche come "La Cesarina", che vede cambiato il suo verso "Ci ole Diu cu cangia stu mumentu" in "Ci ole Diu cu cangia stu guvernu". Questa tendenza si radicalizza, insieme ad un'altra ancora più discutibile a sostituire o far convivere in maniera stupida strumenti di estrazione troppo diversa, negli anni successivi. Molto carina, come esempio di canto politico d'autore ma di sana e robusta radice popolare, è "La pacenzia", canto scritto da Daniele Durante a partire da una filastrocca che si raccontava ai bambini. Per ascoltarla basta venire sul mio canale di youtube all'indirizzo www.youtube.com/valentinalocchi. Direi che simili preoccupazioni, per quanto abbiano portato ad un'estremizzazione esagerata l'arte del gruppo, lo allontanino da un qualcosa che possa essere chiamato "gruppo folkloristico". Va anche detto che queste preoccupazioni hanno portato a delle esagerazioni. Pur di rifunzionalizzare i brani salentini, in vari dischi li si suona con batteria, chitarra elettrica e tastiera (veramente la peggiore Notte Della Taranta non si è inventata niente...).
Tornando al programma Rai il Canzoniere Grecanico Salentino non si è assolutamente sentito, forse l'hannofatto vedere mentre ballava, ma ragazzi questo non basta.
Non credo che così si faccia un favore alla pizzica, se gliene volete fare uno ascoltatevi "Canti e pizzichi d'amore" del gruppo citato, disco risalente al 2000, così, oltre a fare un favore alla musica popolare scoprendola in maniera saggia e senza raggiri, ne avrete fatto uno grandissimo anche a voi stessi, scoprendo una delle opere più belle mai dedicate ad una reinterpretazione rispettosa (era già esplosa la lezione Zoè ed avevano già inciso il primo disco igrandi Aramirè) ma comunque volta al futuro.
mercoledì 25 maggio 2011
venerdì 29 aprile 2011
Sui limiti della contaminazione tra musica americana ed italiana
Carissimi lettori, non avrei mai voluto scrivere l’articolo che sto per redigere, più che altro perché la persona che sto per difendere (Lucio Dalla) ha 45 anni di carriera sulle spalle che la difendono molto meglio di me.
Il cantautore bolognese, in occasione di un suo discorso tenuto in un’Università, ha affermato che il rap, come forma d’arte, non ha niente a che vedere con la maniera profonda di vivere la musica che noi italiani, volendo o non volendo, ci portiamo nel DNA. Sinceramente, conoscendo approfonditamente l’opera di Dalla, non credo che il discorso, commentato a iosa dai giornali ma da essi non riportato sufficientemente, quantomeno per quello che mi è stato possibile vedere, che il cantautore faccia una serie di affermazioni nazionalistiche. Non avendo io chiare le opinioni di Dalla, in questa sede vorrei solo esprimere le mie, discutibili, personali, relative.
Credo che il rap vada bene (a me comunque non piace) solo cantato nello slang americano che lo ha visto nascere come musica di denuncia. Da noi, e in tutto il resto del mondo, è una di quelle musiche che, ben digerita dal sistema che inizialmente denunciava, è stata da esso dittatorialmente imposta. In Italia, almeno per me, non c’è un solo rapper decente,meno ancora Fabri Fibra, il cui caso veniva citato da un giornalista per considerare Dalla un “incapace”, in quanto non ne avrebbe capito il talento. Sinceramente, e io la metto su un punto di vista linguistico e filologico, tutti quei progetti che prendono il via da premesse che forzano la cultura con i quali essi vengono irrimediabilmente a contatto, non li approvo. Ogni lingua, sia essa maggioritaria o minoritaria, è, ancora prima che una serie di regole, un mondo sonoro che la musica deve saper sfruttare e valorizzare, obbligandosi a non farle fare ciò che non le è naturale. Se si ascolta gran parte del rap italiano, oltre ai testi insulsi della maggioranza dei brani, si sente un insopportabile (almeno alle mie orecchie) maltrattamento della lingua italiana.Sinceramente, poi, non capisco il gusto di scimmiottare pedissequamente una musica importata, oltretutto in maniera innaturale, come accennato poco sopra, rinunciando a prenderne stimoli per poi farne qualcosa veramente di proprio. Sinceramente io preferisco delle esperienze di uso più particolare del parlato, ad esempio brani di Piero Ciampi (1935-1980) come “Te lo faccio vedere chi sono io”, dove la musica non dà lo schema ritmico alla parola, solo il sottofondo affinché il cantante si possa divertire con la parola, non imprigionata negli schemi, concepiti per lo slang americano, del rap. Credo infatti che il parlato sia un grandissimo arricchimento del cantato, come anche altri colori tra cui i finali “calanti”, ma non deve essere una schiavizzazione né un obbligo. Amo infatti il Paolo Conte che mischia cantato e parlato, oppure certi “tangueros” che utilizzano il parlato per andare in controtempo, cosa che si può fare con le lingue neolatine, difattidifficilmente piegabili a schemi ritmici estranei. Sinceramente io lascio ovviamente ad ognuno i propri gusti, ma dico che, come i cantanti americani non cantano all’italiana ma hanno creato orgogliosamente un modo di canto solo per l’inglese, così abbiamo l’obbligo di riscoprire la nostra italianità, la stessa che il mondo ci invidia. Dalla, che non è estraneo alla cultura americana, ne utilizza in maniera molto propria le caratteristiche, avendo creato ad esempio un misto tra rap e scat in brani come “Borsa valori”. Nel brano, infatti, la voce viene usata in gran parte della sua estensione, dalle note alte a quelle medie, non limitandosi allo schematismo, completamente basato su note medie, del rap puro.
Un’altra tendenza che mi dà fastidio, presa anche dalla musica popolare salentina, oltre ai fastidiosissimi brani in italiano, è quella delle contaminazioni, o peggio ancora dell’esecuzione e creazione, di blues italiano. Secondo Paolo Conte,infatti, noi abbiamo la cultura per il swing e la ballad lenta, mentre il blues non è nostro. Difatti,se ci si pensa bene, il swing e la ballad prevedono il canto o un qualcosa di simile al “bel canto”, il blues ha un lamento che si può fare solo in inglese e con le sue sonorità. A dimostrazione di ciò stanno i brani, meravigliosi e indimenticati, scritti da compositori come Giovanni d’Anzi o Gorni Kramer, che negli anni Trenta traghettarono il jazz in Italia, nonostante l’ipocrita e falsa opposizione ufficiale del fascismo.
Come avete visto da una difesa di Dalla si è passato ad enumerare quelli che per me sono i limiti di buon gusto nelle contaminazioni tra la musica statunitense ed il nostro modo di concepire quest’arte, come già notato da noi stupidamente rinnegato (e notare che quando non lo rinnegavamo ma lo esportavamo davvero, noi contavamo musicalmente nel mondo, ora siamo poco più di niente).
Il cantautore bolognese, in occasione di un suo discorso tenuto in un’Università, ha affermato che il rap, come forma d’arte, non ha niente a che vedere con la maniera profonda di vivere la musica che noi italiani, volendo o non volendo, ci portiamo nel DNA. Sinceramente, conoscendo approfonditamente l’opera di Dalla, non credo che il discorso, commentato a iosa dai giornali ma da essi non riportato sufficientemente, quantomeno per quello che mi è stato possibile vedere, che il cantautore faccia una serie di affermazioni nazionalistiche. Non avendo io chiare le opinioni di Dalla, in questa sede vorrei solo esprimere le mie, discutibili, personali, relative.
Credo che il rap vada bene (a me comunque non piace) solo cantato nello slang americano che lo ha visto nascere come musica di denuncia. Da noi, e in tutto il resto del mondo, è una di quelle musiche che, ben digerita dal sistema che inizialmente denunciava, è stata da esso dittatorialmente imposta. In Italia, almeno per me, non c’è un solo rapper decente,meno ancora Fabri Fibra, il cui caso veniva citato da un giornalista per considerare Dalla un “incapace”, in quanto non ne avrebbe capito il talento. Sinceramente, e io la metto su un punto di vista linguistico e filologico, tutti quei progetti che prendono il via da premesse che forzano la cultura con i quali essi vengono irrimediabilmente a contatto, non li approvo. Ogni lingua, sia essa maggioritaria o minoritaria, è, ancora prima che una serie di regole, un mondo sonoro che la musica deve saper sfruttare e valorizzare, obbligandosi a non farle fare ciò che non le è naturale. Se si ascolta gran parte del rap italiano, oltre ai testi insulsi della maggioranza dei brani, si sente un insopportabile (almeno alle mie orecchie) maltrattamento della lingua italiana.Sinceramente, poi, non capisco il gusto di scimmiottare pedissequamente una musica importata, oltretutto in maniera innaturale, come accennato poco sopra, rinunciando a prenderne stimoli per poi farne qualcosa veramente di proprio. Sinceramente io preferisco delle esperienze di uso più particolare del parlato, ad esempio brani di Piero Ciampi (1935-1980) come “Te lo faccio vedere chi sono io”, dove la musica non dà lo schema ritmico alla parola, solo il sottofondo affinché il cantante si possa divertire con la parola, non imprigionata negli schemi, concepiti per lo slang americano, del rap. Credo infatti che il parlato sia un grandissimo arricchimento del cantato, come anche altri colori tra cui i finali “calanti”, ma non deve essere una schiavizzazione né un obbligo. Amo infatti il Paolo Conte che mischia cantato e parlato, oppure certi “tangueros” che utilizzano il parlato per andare in controtempo, cosa che si può fare con le lingue neolatine, difattidifficilmente piegabili a schemi ritmici estranei. Sinceramente io lascio ovviamente ad ognuno i propri gusti, ma dico che, come i cantanti americani non cantano all’italiana ma hanno creato orgogliosamente un modo di canto solo per l’inglese, così abbiamo l’obbligo di riscoprire la nostra italianità, la stessa che il mondo ci invidia. Dalla, che non è estraneo alla cultura americana, ne utilizza in maniera molto propria le caratteristiche, avendo creato ad esempio un misto tra rap e scat in brani come “Borsa valori”. Nel brano, infatti, la voce viene usata in gran parte della sua estensione, dalle note alte a quelle medie, non limitandosi allo schematismo, completamente basato su note medie, del rap puro.
Un’altra tendenza che mi dà fastidio, presa anche dalla musica popolare salentina, oltre ai fastidiosissimi brani in italiano, è quella delle contaminazioni, o peggio ancora dell’esecuzione e creazione, di blues italiano. Secondo Paolo Conte,infatti, noi abbiamo la cultura per il swing e la ballad lenta, mentre il blues non è nostro. Difatti,se ci si pensa bene, il swing e la ballad prevedono il canto o un qualcosa di simile al “bel canto”, il blues ha un lamento che si può fare solo in inglese e con le sue sonorità. A dimostrazione di ciò stanno i brani, meravigliosi e indimenticati, scritti da compositori come Giovanni d’Anzi o Gorni Kramer, che negli anni Trenta traghettarono il jazz in Italia, nonostante l’ipocrita e falsa opposizione ufficiale del fascismo.
Come avete visto da una difesa di Dalla si è passato ad enumerare quelli che per me sono i limiti di buon gusto nelle contaminazioni tra la musica statunitense ed il nostro modo di concepire quest’arte, come già notato da noi stupidamente rinnegato (e notare che quando non lo rinnegavamo ma lo esportavamo davvero, noi contavamo musicalmente nel mondo, ora siamo poco più di niente).
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sabato 12 marzo 2011
Dedicato a Nilla
Carissimi lettori, oggi devo aggiornare il mio blog per un motivo inaspettato, per commentare una notizia triste. Oggi ci ha lasciato Nilla Pizzi, la prima grande regina della canzone melodica all'italiana, quella che rappresenta, anche se noi lo neghiamo, il nostro più inconfondibile modo di cantare e sentire la musica.
Io ho scoperto questa cantante di recente, anche se le mie nonne, ovviamente l'hanno sempre profondamente ammirata. Io purtroppo, fino a relativamente poco tempo fa, ero vittima della presunzione stupida ed intellettualistica che mette un muro nei confronti delle canzoni sentimentali e soprattutto nei confronti di certe tecniche canore. Invece mi ritrovo qui a consigliarvi di cuore di scoprire questa cantante dallo spirito indomito e cangiante, che ha portato il meglio dell'italianità nel mondo. Pensandoci bene, forse, noi italiani siamo l'unico paese a non avere orgoglio del proprio modo di cantare, che spesso sostituiamo con un becero scimmiottamento delle vocalizzazioni di altre provenienze (soprattutto americane, perché per noi il mondo sono solo gli Stati Uniti!). La voce della Pizzi, impostata e preparata al "bel canto" leggero italiano, è fortunatamente apprezzata da alcuni cultori della musica anni Quaranta e Cinquanta come maxmenox60 (www.youtube.com/maxmenox60), che permettono a chi gira per il web di togliersi dalla testa i suoi infondati pregiudizi.
A favore della Pizzi, oltretutto, c'è il suo essere una cantante veramente "nazionale" ed universale. La cantante bolognese, difatti, ha cantato nei principali dialetti d'Italia (ha vinto il Festival di Napoli del 1952 in coppia con Franco Ricci, quello della canzone siciliana) e si è prodigata anche in alcuni dialetti del nord come il vicentino. In tutti i casi la Pizzi ha dimostrato una bravura grandiosa, si riscopra il brano "Maggio napulitano" da lei inciso nel 1957.
Con lei l'ultima grande voce femminile degli anni Quaranta e Cinquanta, di quella generazione che ha saputo fare il ponte tra swing, melodia italiana e ritmi sudamericani, si spegne lasciando un vuoto incolmabile per chi ancora crede che l'identità musicale italiana ha il diritto-dovere di rivendicare la propria autonomia e le proprie radici, non in senso autarchico ovviamente, ma proprio per poter avere una visibilità mondiale non imposta dai media di massa ma filtrata da un naturale passa-parola tra le genti.
In questo centocinquantenario bisfrattato, l'Italia dovrebbe approfittare di questi esempi di "cantores nacionales" (per dirla alla Argentina), per cimentare un'identità che sia davvero basata su ciò che ci caratterizza davvero e non su ciò che ci impongono di essere o di sentire.
Io ho scoperto questa cantante di recente, anche se le mie nonne, ovviamente l'hanno sempre profondamente ammirata. Io purtroppo, fino a relativamente poco tempo fa, ero vittima della presunzione stupida ed intellettualistica che mette un muro nei confronti delle canzoni sentimentali e soprattutto nei confronti di certe tecniche canore. Invece mi ritrovo qui a consigliarvi di cuore di scoprire questa cantante dallo spirito indomito e cangiante, che ha portato il meglio dell'italianità nel mondo. Pensandoci bene, forse, noi italiani siamo l'unico paese a non avere orgoglio del proprio modo di cantare, che spesso sostituiamo con un becero scimmiottamento delle vocalizzazioni di altre provenienze (soprattutto americane, perché per noi il mondo sono solo gli Stati Uniti!). La voce della Pizzi, impostata e preparata al "bel canto" leggero italiano, è fortunatamente apprezzata da alcuni cultori della musica anni Quaranta e Cinquanta come maxmenox60 (www.youtube.com/maxmenox60), che permettono a chi gira per il web di togliersi dalla testa i suoi infondati pregiudizi.
A favore della Pizzi, oltretutto, c'è il suo essere una cantante veramente "nazionale" ed universale. La cantante bolognese, difatti, ha cantato nei principali dialetti d'Italia (ha vinto il Festival di Napoli del 1952 in coppia con Franco Ricci, quello della canzone siciliana) e si è prodigata anche in alcuni dialetti del nord come il vicentino. In tutti i casi la Pizzi ha dimostrato una bravura grandiosa, si riscopra il brano "Maggio napulitano" da lei inciso nel 1957.
Con lei l'ultima grande voce femminile degli anni Quaranta e Cinquanta, di quella generazione che ha saputo fare il ponte tra swing, melodia italiana e ritmi sudamericani, si spegne lasciando un vuoto incolmabile per chi ancora crede che l'identità musicale italiana ha il diritto-dovere di rivendicare la propria autonomia e le proprie radici, non in senso autarchico ovviamente, ma proprio per poter avere una visibilità mondiale non imposta dai media di massa ma filtrata da un naturale passa-parola tra le genti.
In questo centocinquantenario bisfrattato, l'Italia dovrebbe approfittare di questi esempi di "cantores nacionales" (per dirla alla Argentina), per cimentare un'identità che sia davvero basata su ciò che ci caratterizza davvero e non su ciò che ci impongono di essere o di sentire.
sabato 19 febbraio 2011
Renato Zero: "Tutto Zero tour '96
Carissimi lettori, forse riesco a realizzare uno dei sogni della mia vita, realizzare una recensione di quello che è stato il primo concerto di Renato Zero che vidi. Mi riferisco al bellissimo "Tutto Zero tour '96" a cui io assistetti al teatro Turreno di Perugia l'11 aprile 1996.
Il concerto ha una forte teatralità, rappresentata innanzitutto dalla bellissima "Sogni nel buio" che lo apre, ripresa dal primo vinile di Renato Zero, quel "No mamma no!" pubblicato nel 1973. La recitazione qui è molto più fluida, anche grazie alla profondità che in anni ed anni di maturazione istintiva ma inevitabile la voce di Zero ha indubbiamente acquistato.
In questo concerto la voce di Zero non si era ancora appropriata della leggera "sporcizia" che la caratterizza ed arricchisce da una decina d'anni a questa parte (forse anche un pochino meno).
Il secondo brano è stato colpevole della mia zerofollia, che anche se poco sfogata è uno dei sentimenti più caratterizzanti il mio privato. Mi riferisco alla bellissima ballata "Vivo", riscattata dal grande "Zerofobia", album che permise al nostro di avere il successo di massa tanto meritato dopo quattro anni di tentativi (all'epoca sui cantanti ci siinvestiva, non li si fustigava se non ce la facevano subito e non li si illudeva!). Questa versione, rispetto all'unica che io conosco pubblicata in cd live in "Icaro" del 1981 è molto più fedele a quella di Zerofobia. È stupenda.
Dopo "Sogni nel buio", canto antiabortista e "Vivo", la storia di Renato viene rappresentata da "Io uguale io", estratta dal vinile successivo a Zerofobia, quel "Zerolandia, che ha segnato la prima consacrazione di Zero. Qui la voce di Zero si incrina leggermente ma resta sempre forte e convincente. In questa canzone si ribadisce la necessità di ritrarsi e Renato fa un ritratto dell'anima sua , molto sincero ed autentico, come ora sanno farlo solo lui e Don Backy (si pensi ad "Autoritratto" nel già qui recensito "Il mestiere delle canzoni" (Ciliegia bianca, 2010)).
È curioso e perfetto il finale pianistico di Stefano Senesi, pianista dell'epoca di Renato Zero, che aveva una maggiore melodicità rispetto a Mark Harris (attuale pianista), ma forse era più adatto, anche perché è sia pianista che tastierista (cose profondissimamente diverse!).
Andando avanti si riprende un gioiello ripreso dal periodo più difficile della carriera di Renato, quello del declino del successo di massa, avutosi nella prima metà degli anni Ottanta. Il brano è tratto da "Leoni si nasce", disco nato dalla delusione avuta da Renato Zero dopo il sequestro del Teatro tenda "Zerolandia" dove si era tenuto il concerto "Icaro" nel 1981, da cui era a sua volta stata estratta una videocassetta dal titolo "La notte di Icaro".
La prossima canzone è è il primo medley della serata, con "Il caos" da "Trapezio", per continuare con ""Fantasmi" ("Soggetti smarriti, 1986), "Chiedi di più" ("Tregua" 1980) e "Regina" da "Zerofobia" (1977). Bellissimo questo medley, da cultori, va detto, perché non so quanto questi brani siano di dominio di massa. Questo mix, poi, continua con una traccia estratta dal bellissimo (e purtroppo introvabile come tre quarti della discografia di Zero!) "Quando non sei più di nessuno", disco uscito dopo la partecipazione di Zero al Festival di Sanremo 1993 (Che tempi! Quest'anno l'unico che ha fatto una canzone bella è Vecchioni!). Il medley, circolare, finisce come era iniziato, con "Il caos". Se non ricordo male, vado a memoria dopo quasi quindici anni, durante questo medley si vedevano sul palco degli elettrodomestici di pezza.
Dopodiché si arriva ad un dialogo tra un bambino ed un uomo (che non parla), che si svolge con il sottofondo della tenerissima "Metti le ali", che di recente, va detto, è stata ampiamente surclassata da "Dormono tutti" come tenerezza e giocosità.
Si riprende a cantare con "Inventi". L'arrangiamento, forse, non è dei migliori, perché è simile a quello operato per "Prometeo" (reperibile senza problemi in edizione "Tattica"). Comunque questa versione ha i soliti interventi magici e concreti di Stefano Senesi aiutati da un bel finger piking della chitarra. Curioso è anche l'uso di percussioni che rimandano alle spazzole da jazz, che dànno un'indubbia raffinatezza all'insieme. Il canto di Zero è sempre puntellato da controtempi e di "accelerando" interessantissimi. Temevo che il finale di questo pezzo fosse esageratamente rock e purtroppo è così, ma d'altronde se si vuole restare fedeli alla struttura di "Prometeo", come si è stati, non si può che lavorare in questo modo.
I vari modi di dire la parola "amore" hanno introdotto una bellissima versione di "Fortuna", estratta da "Tregua" e reperibile nell'ottimo "Icaro", che tra l'altro contiene una bellissima versione di "Inventi". Comunque nell'insieme, devo dire che me lo ricordavo anche così andando a memoria, questo concerto è molto filologico, anche perché ci sono delle corpose parti di archi credo eseguite in acustico (a Perugia non credo avessimo avuto questo privilegio, comprensibile). Meravigliosa questa teatralità tra il rabbioso ed il sentimentale, riempita qua e là di finali calanti veloci e rari.
È curioso sentire la resa (per la verità non filologica) del pezzo d'archi da parte del sint, ed ancora più curioso è l'abbassamento di ben due ottave della nota con cui termina il canto (inutile se si pensa che il nostro ancora la voce ce l'ha più che integra!).
Andando avanti si riscopre il più grande successo del q disc "Calore" del 1983. Il brano in questione, ovviamente, è "Spiagge", che nel disco era accompagnato anche da "Navigare", "Voglia" e "Fantasia", brani mai finiti su altri dischi analogici, ma copiosamente ristampati in varie raccolte tra cui le irreperibili ma per me fondamentali "Zerofavola" (il volume che contiene "Spiagge", "Navigare" e "Fantasia" è il secondo). La versione cheascoltiamo è molto bella, è come sempre coadiuvata da un pubblico che forse è solo meno rumoroso ma non per questo meno partecipe.
Il concerto, se non sbaglio, era giocato su degli interventi di un Angelo ed un Diavolo che si rimpallavano il destino di Zero. Dopo questo ennesimo intervento di questi personaggi Zero canta "Periferia", brano estratto dal terzo album del terzetto che contiene la parola "Zero" nel titolo ("Zerofobia 1977, "Zerolandia" 1978 e "Erozero" 1979). L'lp è rimasto nella storia per un brano su tutti ossia "Ilcarrozzone", mentre "Periferia" apriva la seconda facciata. L'arrangiamento è segretamente etnico, in anticipo sulle soluzioni che ora imperano nel pop giovane e sul repertorio futuro dello stesso Renato, che userà soluzioni etniche in brani come "Dimmi chi dorme accanto a me" ("Amore dopo amore", 1998).
Il brano è molto tragico, se possibile più arrabbiato della sua stessa versione originale, ma non è una rabbia inutile, semmai potenzia il contenuto di denuncia dell'emarginazione delle periferie, problema che è tutt'ora sentito da chi ci vive seppure chi di dovere tende a dimenticarlo.
Ci si scatena, ma si continua a riflettere, con "Digli no", canzone dedicata alla violenza sulle donne, tema che ora sta all'ordine del giorno per i mumerosi fatti vergognosi che riempiono la troppo popolata cronaca nera dei nostri telegiornali. La canzone risale al 1994, anno in cui non mi pare si desse molta importanza al tema. Giusto per dimostrare che i canti sociali possono anche essere un'arte senza demagogia anzi con poesia al seguito.
Per chi non la conosce posso dire che è un canto rivolto ad una donna violentata, di incitamento alla denuncia di queste atrocità. La versione qui proposta, dopo un inizio molto elettronico, compatibile con la versione da studio de "L'imperfetto", si snoda quasi completamente acustica, quindi è più ricca. Difatti credo, e sarà difficile convincermi del contrario, che gli strumenti acustici dànno inequivocabilmente e invariabilmente maggiore ricchezza timbrica di quasliasi strumento elettronico. Dopo un assolo di pianoforte del solito Senesi il chitarrista (che non so chi è, perdono!) si prodiga in un assolo dalle tinte un po' blues ma sempre melodicamente compatibile con lo stile di Zero.
Un'introduzione circense, si direbbe quasi felliniana, fa entrare nella melodicità della splendida "Manichini", traccia meno conosciuta del già quiricordato "Zerofobia" (1977). Il canto, è strano ma è vero, è più arrabbiato della versione da studio, a cui questa, contrariamente a quella presente all'inizio del secondo disco di "Icaro", è più fedele. Dopo un'appendice, la prima parte del brano si completa con un riferimento alla colonna sonora "Ponte sul fiume Quai". Va detto che questo brano, fra quelli finora ascoltati, è quello che ha sofferto più arricchimenti e modifiche, ancora con un finalino cherimanda a "Viva la rai".
Si continua con un brano che conosco meno, intitolato "Ho dato". È uno dei ritratti sinceri a cui il cantautore romano ci ha da sempre (perché non c'è mai stta incoerenza nel suo percorso, ragazzi!) abituati.
Musicalmente è una bella ballad dal respiro ricco e al contempo italiano. Infatti, per quanto lui ne faccia sfoggio solamente ora in pubblico, a Zero non può essere negata una profonda italianità. Bellissime le urla sulla parola "vita", un modo, spesso incompreso, per ricordarci il valore di questa "piccola cosa che è la vita" (per dirla con "Sogna ragazzo sogna" di Vecchioni).
E si torna a "L'imperfetto" (1994) con "Amando amando", prima traccia che mi fece scoprire questo cd, che io canticchiavo sempre, specialmente "Amando amando ti si spacca il cuore". Bellissima questa versione, non sconvolta ovviamente, ma rispettosamente rivissuta. Il canto, oltreché puntellato da questi "accelerando" e "rallentando" già segnalati in precedenza, è anche estremamente sicuro e si direbbe rilassato e raccolto. Credo, anche per testimonianze dirette di cantanti di vari generi musicali, che ilteatro è un ambiente che sviluppa il raccoglimento, che secondo me è il modo più bello di ascoltare musica.
Ed è partito l'assolo di chitarra, dove un'elettrica si sostituisce alla classica,creando un'altra atmosfera, comunque presto interrotta perché il brano viene concluso da un inusitato passaggio in sibemolle...
Tornando al repertorio storico di Zero si ascolta "Morire qui", tratta dal largamente già saccheggiato "Zerofobia" (1977). La versione è vicina all'originale ma ancheaquella di "Prometeo" (1990), mentre non riprende niente dalla particolarissima versione recitata nel 1981 in "Icaro". La melodicità nascosta in questo brano viene finalmente fuori, tramite degli accorgimenti canori, specialmente delle note inaspettate aggiunte alle frasi e delle sfumature divoce che alternano momenti arrabbiati a momenti cantati normalmente. Alla fine è curioso l'uso del titolo, credo mai fatto da Zero durante la canzone in altre versioni.
C'è un monologo teatrale recitato da una voce femminile bellissima, che alterna momenti di potenza e cattiveria. Il monologo è una riflessione sul privilegio che sia cantare e sul dovere che chicanta ha (o avrebbe) di dare voce a chi non ce l'ha perché è emarginato. Quando Zero torna sul palco interpreta "Marciapiedi", prima traccia di questa scaletta estratta dal suo storico doppio di inediti "Artide e Antartide" (1981), anch'esso di recente ristampato dalla "Tattica" (insieme a "Prometeo", "Tregua" e "Via Tagliamento 1965-1970". la versione è intima ed anche un po' raffinata, ma la raffinatezza non tocca mai l'elitarismo che ha mandato in crisi quelle che potevano essere promettenti carriere canore. Interessante il gorgheggio mediterraneo sulla "a" di "sai", con il quale Zero denota la sua profonda romanità, figlia anche diClaudio Villa. In questo secondo intervento parlato l'espressione "È bello incontrarti ancora qui" da il la ad un'improvvisazione di quelle che caratterizzano l'ultimo Zero, per intenderci molto simile a quella nella versione di "Motel" dello "Zeromovimento".
La prossima traccia è un medley (credo) dedicato a parte del repertorio dove Zero affronta, con ironia e sagacia, l'amore violento che purtroppo, come ci dimostra la cronaca nera dei nostri telegiornali è più che all'ordine del giorno. Si inizia con una "Amore sì, amore no", riscattata da "Tregua", che cede il posto ad una "Baratto" da "Erozero". Spesso e volentieri, va detto, questi mixdi canzoni anni '70, portano Zero a prendere decisioni quantomeno discutibili, si pensia quello che è successo all'ultimo tour (il "Seizero"), dove i brani del primo periodo sono stati pretesto per un bruttissimo momento discodance. Qui va detto che il tema è invece affrontato e sviscerato con molta eleganza, poi, come prima, si assiste ad un riferimento ad una canzone mitica di "Quando non sei più di nessuno", il cui videoclip era trasmesso da certe tv musicali una ventina di anni fa. Mi riferisco ad "Amore al verde", che ha un'appendice che cede spazio ben presto a "Fiori d'arancio", forse il brano più trasgressivo sull'amore mai scritto da Zero. In precedenza, dopo "Baratto", avevamo rievocato sia "Profumi, balocchi e maritozzi" che "Sbattiamoci"., tratte rispettivamente da "Tregua" (1980) e "Zerolandia" (1978).
Dopo un monologo teatrale credo dedicato all'identità gay presa ad esempio di una categoria emarginata (oddio, forse dovrei usare parole indicibili!), Zero torna a cantare e ci offre una "Felici e perdenti", estratta, ancora una volta, dall'album "L'imperfetto". Questa canzone è, io l'ho sempre vissuta così, una riflessione su come sia trasversale la sensazione di perdita, che non dipende dalla posizione sociale. Su questa rielaborazione c'è poco da dire, è molto ma molto vicina alla versione da studio, comunque molto bella.
Con il sottofondo de "La tua idea" suonata da un pianoforte, la voce femminile rievoca il disastroso passato scolastico di Zero, anche se dai suoi meravigliosi testi forse non sidirebbe,. Quando Zero torna a cantare si rievoca "Problemi", tratta da "Soggetti smarriti", album del 1986. È una bella ballata che non ha mai conosciuto la luce della notorietà, direi ingiustamente. La ballata è uno sprone a non rimandare le soluzioni dei propri problemi, che secondo Zero sono "il sale della vita".
Musicalmente è bellissima, la solita ma mai banale apertura armonica, che io forse ho anche imparato da lui oltreché da tanti altri miei maestri in vari campi della musica.
E con un applauso delirante viene accolta la successiva canzone, uno dei classici del repertorio recente di Zero, la bellissima "Nei giardini chenessuno sa" tratta dal cd "L'imperfetto" (ancora una volta!). Qui sono notevoli le entrate e gli assoli di chitarra classica, che caratterizzano invariabilmente le versioni live del brano. Il brano, per chi non lo conosce, è dedicato agli anziani,categoria a a cui il cantautore è particolarmente legato, avendone molti tra i suoi estimatori (nonci dimentichiamo che ci sono sorcini di almeno tre generazioni se non quattro!).
La canzone ha una tenerezza completamente disarmante, quella che non viene compresa da chi dice di non amare (quasi sempre per pregiudizio!) la grande arte di Zero. Comunque musicalmente è davvero bella, con questo "crescendo" impostato sulla frase "e poi silenzi", a cui, in questa versione viene aggiunto un "Non è tardi, non ancora" nell'ultima ripetizione.
Dopodiché c'è un dialogo tra l'Angelo e il Diavolo, il quale si rammarica di aver trovato in Zero un vincente. Quando Zero torna a cantare, siccome il monologo finisce con la parola "Libertà", si assiste ad una rarissima e bellissima "Che bella libertà" tratta da "Via Tagliamento 1965-1970" (appena ristampato come già detto). Il brano continua con un altra traccia di "Via Tagliamento" intitolata "Angeli", che è stata unita perché è caratterizzata dallo stesso ritmo, da molti ritenuto banale ma in realtà solamente semplice. Questo accenno da luogo ad una schitarrata di quelle elettriche che fa spazio ad una bellissima "Bella gioventù" da "L'imperfetto". Sinceramente è particolarmente emozionante questo articolo, perché riesco a rivivere, dopo quindici anni, una delle mie più grandi emozioni. Il medley continua con "Figli della guerra" ("Quando non sei più di nessuno, 1993) interpretata con una solennità accentuata anche dalla presenza di un organo da Chiesa.
Si continua con una versione di "Uomo no", dove, se possibile, questo canto antidroga, viene interpretato con una solennità ancora più grande di quella precedentemente attribuita a "Figli della guerra". Dopo, sempre nella stessa traccia, si assiste ad una bellissima interpretazione di "Arrendermi mai", tratta dal mitico "Erozero" (1979",. Il brano è meraviglioso, io vi consiglio veramente di ascoltare per intero, come io sto facendo per recensirlo,questo concerto, forse il più bello mai concepito da Zero.
Tornano l'Angelo ed il Diavolo, ovviamente hanno vedute opposte, perché uno è felice per il successo di Zero e l'altro ci farnetica sopra (come quelli, più di quanti sembrino) che ancora non lo sopportano.
Andando avanti si rievoca la prima (delle due sole che abbiamo avuto!) partecipazione di Zero al Festival diSanremo, con la bellissima "Spalleal muro", scritta per luui da Mariella Nava. Immaginateviche quando io diventai sorcina, una delle persone che mi aiutò in questo viaggio, mi disse "Non ti presto la cassetta con "Vecchio" perché ci sono troppo legata!). Comunque è stupenda, questa ballata sulla condizione diemarginazionea cui sono condannati gli anziani da una società ingiusta, che in nome di un progresso posticcio e finto annulla la saggezza di secoli di vita. La versione che si ascolta è ancora più toccante, se possibile, sentita ed emozionata. Bella!
Questa tournée, tenuta ricordiamolo nel 1996, avvenne a molto poca distanza dall'uscita del cd "Sulle tracce dell'imperfetto", album da cui, pensate un po', non avevamo ancora trovato niente! Finalmente, dico io, sipuò ascoltare la bellissima "I migliori anni della nostra vita". Il brano, già allora, era entrato completamente nel DNA di noi sorcini, anche se Zero, lo farà da "Amore dopo amore, tour dopo tour" in poi, non fa ancora cantare nessuna parte completamente al pubblico, il quale comunque si prodiga in un canto festoso e raccolto. Curiosa è l'espressione "Guarda la vita", detta da Zero prima dell'ultima ripetizione integrale del ritornello. Non tutti sapranno che questa canzone non fu scritta né da né per Zero. Quanto si morderà le mani chi l'aveva avuta per sé e non la scelse?
Dopo un dialogo tra l'Angelo e il Diavolo, Zero canta "Giorni", uno dei brani dove Renato accusa certa gente (che c'è stata!) che l'ha tradito o se lo è dimenticata. L'arrangiamento, più acustico, rende sicuramente giustizia a questo capolavoro tratto da "Leoni si nasce", disco che era molto dedicato alla perdita, per Zero molto forte, del suo tendone blu dove si erano consumate le tappe fondamentali della sua carriera tra il 1978 e il 1982.
Curioso è questo brano, dovrebbe essere, se non vado errata, un mix di "Triangolo" e "Mi vendo", eseguite solo voce e strumenti classici (ci vogliono gli attributi!), dove finalmente, dico io, si sente chiaramente la voce dei sorci che fa il coro a Zero. Probabilmente anch'io a suo tempo avrò aiutato!
La traccia successiva dovrebbe essere un medley anni '70, che inizia con "Paleobarattolo" interpretata per intero. La cosa particolare, che ancora mi ricordo, della versione di Perugia, fu che alcune parole erano tradotte in perugino (giuro che ridemmo troppo!). L'orchestra sta ora eseguendo, senza soluzione di continuità una versione strumentale de "La favola mia" che ha permesso aZero di presentare la sua band, fatta quasi tutta di fedelissimi, perché solo così si costruisce un sound che sia davvero inconfondibile. Con "Il carrozzone" Zero ha presentato i due attori che hanno interpretato in maniera veramente convincente i rispettivi ruoli. Dopodiché l'orchestra si sta prodigando nell'esecuzione di una delle "grandi assenti" di questa scaletta, ossia la stupenda "Amico". Il medley, senza soluzione di continuità, si chiude con "Il cielo, che però dovrebbe far parte di questa stessa scaletta anche in versione cantata.
Ed eccola "Il cielo" in versione cantata ed integrale, con l'inconfondibile introduzione testata in occasione del tour precedente, ossia di "Zeropera". L'interpretazione è portata avanti con sicurezza e personalità, ma mai con quella superbia che fa pensare ad alcuni che i concerti sono solo una maniera di mostrarsi senza lasciare spazio d'espressione al proprio pubblico. Devodire che è emozionantissimo, come per me lo è stato finalmente poter risentire questo concerto meraviglioso, grazie, eternamente grazie a Zerogerry, un canale già consigliato ma vi riporto ancora una volta il link:
www.youtube.com/zerogerry.
Ciao nì, spero di avervi fatto un regalo almeno tanto grande quanto quello che mi sono fatta
Il concerto ha una forte teatralità, rappresentata innanzitutto dalla bellissima "Sogni nel buio" che lo apre, ripresa dal primo vinile di Renato Zero, quel "No mamma no!" pubblicato nel 1973. La recitazione qui è molto più fluida, anche grazie alla profondità che in anni ed anni di maturazione istintiva ma inevitabile la voce di Zero ha indubbiamente acquistato.
In questo concerto la voce di Zero non si era ancora appropriata della leggera "sporcizia" che la caratterizza ed arricchisce da una decina d'anni a questa parte (forse anche un pochino meno).
Il secondo brano è stato colpevole della mia zerofollia, che anche se poco sfogata è uno dei sentimenti più caratterizzanti il mio privato. Mi riferisco alla bellissima ballata "Vivo", riscattata dal grande "Zerofobia", album che permise al nostro di avere il successo di massa tanto meritato dopo quattro anni di tentativi (all'epoca sui cantanti ci siinvestiva, non li si fustigava se non ce la facevano subito e non li si illudeva!). Questa versione, rispetto all'unica che io conosco pubblicata in cd live in "Icaro" del 1981 è molto più fedele a quella di Zerofobia. È stupenda.
Dopo "Sogni nel buio", canto antiabortista e "Vivo", la storia di Renato viene rappresentata da "Io uguale io", estratta dal vinile successivo a Zerofobia, quel "Zerolandia, che ha segnato la prima consacrazione di Zero. Qui la voce di Zero si incrina leggermente ma resta sempre forte e convincente. In questa canzone si ribadisce la necessità di ritrarsi e Renato fa un ritratto dell'anima sua , molto sincero ed autentico, come ora sanno farlo solo lui e Don Backy (si pensi ad "Autoritratto" nel già qui recensito "Il mestiere delle canzoni" (Ciliegia bianca, 2010)).
È curioso e perfetto il finale pianistico di Stefano Senesi, pianista dell'epoca di Renato Zero, che aveva una maggiore melodicità rispetto a Mark Harris (attuale pianista), ma forse era più adatto, anche perché è sia pianista che tastierista (cose profondissimamente diverse!).
Andando avanti si riprende un gioiello ripreso dal periodo più difficile della carriera di Renato, quello del declino del successo di massa, avutosi nella prima metà degli anni Ottanta. Il brano è tratto da "Leoni si nasce", disco nato dalla delusione avuta da Renato Zero dopo il sequestro del Teatro tenda "Zerolandia" dove si era tenuto il concerto "Icaro" nel 1981, da cui era a sua volta stata estratta una videocassetta dal titolo "La notte di Icaro".
La prossima canzone è è il primo medley della serata, con "Il caos" da "Trapezio", per continuare con ""Fantasmi" ("Soggetti smarriti, 1986), "Chiedi di più" ("Tregua" 1980) e "Regina" da "Zerofobia" (1977). Bellissimo questo medley, da cultori, va detto, perché non so quanto questi brani siano di dominio di massa. Questo mix, poi, continua con una traccia estratta dal bellissimo (e purtroppo introvabile come tre quarti della discografia di Zero!) "Quando non sei più di nessuno", disco uscito dopo la partecipazione di Zero al Festival di Sanremo 1993 (Che tempi! Quest'anno l'unico che ha fatto una canzone bella è Vecchioni!). Il medley, circolare, finisce come era iniziato, con "Il caos". Se non ricordo male, vado a memoria dopo quasi quindici anni, durante questo medley si vedevano sul palco degli elettrodomestici di pezza.
Dopodiché si arriva ad un dialogo tra un bambino ed un uomo (che non parla), che si svolge con il sottofondo della tenerissima "Metti le ali", che di recente, va detto, è stata ampiamente surclassata da "Dormono tutti" come tenerezza e giocosità.
Si riprende a cantare con "Inventi". L'arrangiamento, forse, non è dei migliori, perché è simile a quello operato per "Prometeo" (reperibile senza problemi in edizione "Tattica"). Comunque questa versione ha i soliti interventi magici e concreti di Stefano Senesi aiutati da un bel finger piking della chitarra. Curioso è anche l'uso di percussioni che rimandano alle spazzole da jazz, che dànno un'indubbia raffinatezza all'insieme. Il canto di Zero è sempre puntellato da controtempi e di "accelerando" interessantissimi. Temevo che il finale di questo pezzo fosse esageratamente rock e purtroppo è così, ma d'altronde se si vuole restare fedeli alla struttura di "Prometeo", come si è stati, non si può che lavorare in questo modo.
I vari modi di dire la parola "amore" hanno introdotto una bellissima versione di "Fortuna", estratta da "Tregua" e reperibile nell'ottimo "Icaro", che tra l'altro contiene una bellissima versione di "Inventi". Comunque nell'insieme, devo dire che me lo ricordavo anche così andando a memoria, questo concerto è molto filologico, anche perché ci sono delle corpose parti di archi credo eseguite in acustico (a Perugia non credo avessimo avuto questo privilegio, comprensibile). Meravigliosa questa teatralità tra il rabbioso ed il sentimentale, riempita qua e là di finali calanti veloci e rari.
È curioso sentire la resa (per la verità non filologica) del pezzo d'archi da parte del sint, ed ancora più curioso è l'abbassamento di ben due ottave della nota con cui termina il canto (inutile se si pensa che il nostro ancora la voce ce l'ha più che integra!).
Andando avanti si riscopre il più grande successo del q disc "Calore" del 1983. Il brano in questione, ovviamente, è "Spiagge", che nel disco era accompagnato anche da "Navigare", "Voglia" e "Fantasia", brani mai finiti su altri dischi analogici, ma copiosamente ristampati in varie raccolte tra cui le irreperibili ma per me fondamentali "Zerofavola" (il volume che contiene "Spiagge", "Navigare" e "Fantasia" è il secondo). La versione cheascoltiamo è molto bella, è come sempre coadiuvata da un pubblico che forse è solo meno rumoroso ma non per questo meno partecipe.
Il concerto, se non sbaglio, era giocato su degli interventi di un Angelo ed un Diavolo che si rimpallavano il destino di Zero. Dopo questo ennesimo intervento di questi personaggi Zero canta "Periferia", brano estratto dal terzo album del terzetto che contiene la parola "Zero" nel titolo ("Zerofobia 1977, "Zerolandia" 1978 e "Erozero" 1979). L'lp è rimasto nella storia per un brano su tutti ossia "Ilcarrozzone", mentre "Periferia" apriva la seconda facciata. L'arrangiamento è segretamente etnico, in anticipo sulle soluzioni che ora imperano nel pop giovane e sul repertorio futuro dello stesso Renato, che userà soluzioni etniche in brani come "Dimmi chi dorme accanto a me" ("Amore dopo amore", 1998).
Il brano è molto tragico, se possibile più arrabbiato della sua stessa versione originale, ma non è una rabbia inutile, semmai potenzia il contenuto di denuncia dell'emarginazione delle periferie, problema che è tutt'ora sentito da chi ci vive seppure chi di dovere tende a dimenticarlo.
Ci si scatena, ma si continua a riflettere, con "Digli no", canzone dedicata alla violenza sulle donne, tema che ora sta all'ordine del giorno per i mumerosi fatti vergognosi che riempiono la troppo popolata cronaca nera dei nostri telegiornali. La canzone risale al 1994, anno in cui non mi pare si desse molta importanza al tema. Giusto per dimostrare che i canti sociali possono anche essere un'arte senza demagogia anzi con poesia al seguito.
Per chi non la conosce posso dire che è un canto rivolto ad una donna violentata, di incitamento alla denuncia di queste atrocità. La versione qui proposta, dopo un inizio molto elettronico, compatibile con la versione da studio de "L'imperfetto", si snoda quasi completamente acustica, quindi è più ricca. Difatti credo, e sarà difficile convincermi del contrario, che gli strumenti acustici dànno inequivocabilmente e invariabilmente maggiore ricchezza timbrica di quasliasi strumento elettronico. Dopo un assolo di pianoforte del solito Senesi il chitarrista (che non so chi è, perdono!) si prodiga in un assolo dalle tinte un po' blues ma sempre melodicamente compatibile con lo stile di Zero.
Un'introduzione circense, si direbbe quasi felliniana, fa entrare nella melodicità della splendida "Manichini", traccia meno conosciuta del già quiricordato "Zerofobia" (1977). Il canto, è strano ma è vero, è più arrabbiato della versione da studio, a cui questa, contrariamente a quella presente all'inizio del secondo disco di "Icaro", è più fedele. Dopo un'appendice, la prima parte del brano si completa con un riferimento alla colonna sonora "Ponte sul fiume Quai". Va detto che questo brano, fra quelli finora ascoltati, è quello che ha sofferto più arricchimenti e modifiche, ancora con un finalino cherimanda a "Viva la rai".
Si continua con un brano che conosco meno, intitolato "Ho dato". È uno dei ritratti sinceri a cui il cantautore romano ci ha da sempre (perché non c'è mai stta incoerenza nel suo percorso, ragazzi!) abituati.
Musicalmente è una bella ballad dal respiro ricco e al contempo italiano. Infatti, per quanto lui ne faccia sfoggio solamente ora in pubblico, a Zero non può essere negata una profonda italianità. Bellissime le urla sulla parola "vita", un modo, spesso incompreso, per ricordarci il valore di questa "piccola cosa che è la vita" (per dirla con "Sogna ragazzo sogna" di Vecchioni).
E si torna a "L'imperfetto" (1994) con "Amando amando", prima traccia che mi fece scoprire questo cd, che io canticchiavo sempre, specialmente "Amando amando ti si spacca il cuore". Bellissima questa versione, non sconvolta ovviamente, ma rispettosamente rivissuta. Il canto, oltreché puntellato da questi "accelerando" e "rallentando" già segnalati in precedenza, è anche estremamente sicuro e si direbbe rilassato e raccolto. Credo, anche per testimonianze dirette di cantanti di vari generi musicali, che ilteatro è un ambiente che sviluppa il raccoglimento, che secondo me è il modo più bello di ascoltare musica.
Ed è partito l'assolo di chitarra, dove un'elettrica si sostituisce alla classica,creando un'altra atmosfera, comunque presto interrotta perché il brano viene concluso da un inusitato passaggio in sibemolle...
Tornando al repertorio storico di Zero si ascolta "Morire qui", tratta dal largamente già saccheggiato "Zerofobia" (1977). La versione è vicina all'originale ma ancheaquella di "Prometeo" (1990), mentre non riprende niente dalla particolarissima versione recitata nel 1981 in "Icaro". La melodicità nascosta in questo brano viene finalmente fuori, tramite degli accorgimenti canori, specialmente delle note inaspettate aggiunte alle frasi e delle sfumature divoce che alternano momenti arrabbiati a momenti cantati normalmente. Alla fine è curioso l'uso del titolo, credo mai fatto da Zero durante la canzone in altre versioni.
C'è un monologo teatrale recitato da una voce femminile bellissima, che alterna momenti di potenza e cattiveria. Il monologo è una riflessione sul privilegio che sia cantare e sul dovere che chicanta ha (o avrebbe) di dare voce a chi non ce l'ha perché è emarginato. Quando Zero torna sul palco interpreta "Marciapiedi", prima traccia di questa scaletta estratta dal suo storico doppio di inediti "Artide e Antartide" (1981), anch'esso di recente ristampato dalla "Tattica" (insieme a "Prometeo", "Tregua" e "Via Tagliamento 1965-1970". la versione è intima ed anche un po' raffinata, ma la raffinatezza non tocca mai l'elitarismo che ha mandato in crisi quelle che potevano essere promettenti carriere canore. Interessante il gorgheggio mediterraneo sulla "a" di "sai", con il quale Zero denota la sua profonda romanità, figlia anche diClaudio Villa. In questo secondo intervento parlato l'espressione "È bello incontrarti ancora qui" da il la ad un'improvvisazione di quelle che caratterizzano l'ultimo Zero, per intenderci molto simile a quella nella versione di "Motel" dello "Zeromovimento".
La prossima traccia è un medley (credo) dedicato a parte del repertorio dove Zero affronta, con ironia e sagacia, l'amore violento che purtroppo, come ci dimostra la cronaca nera dei nostri telegiornali è più che all'ordine del giorno. Si inizia con una "Amore sì, amore no", riscattata da "Tregua", che cede il posto ad una "Baratto" da "Erozero". Spesso e volentieri, va detto, questi mixdi canzoni anni '70, portano Zero a prendere decisioni quantomeno discutibili, si pensia quello che è successo all'ultimo tour (il "Seizero"), dove i brani del primo periodo sono stati pretesto per un bruttissimo momento discodance. Qui va detto che il tema è invece affrontato e sviscerato con molta eleganza, poi, come prima, si assiste ad un riferimento ad una canzone mitica di "Quando non sei più di nessuno", il cui videoclip era trasmesso da certe tv musicali una ventina di anni fa. Mi riferisco ad "Amore al verde", che ha un'appendice che cede spazio ben presto a "Fiori d'arancio", forse il brano più trasgressivo sull'amore mai scritto da Zero. In precedenza, dopo "Baratto", avevamo rievocato sia "Profumi, balocchi e maritozzi" che "Sbattiamoci"., tratte rispettivamente da "Tregua" (1980) e "Zerolandia" (1978).
Dopo un monologo teatrale credo dedicato all'identità gay presa ad esempio di una categoria emarginata (oddio, forse dovrei usare parole indicibili!), Zero torna a cantare e ci offre una "Felici e perdenti", estratta, ancora una volta, dall'album "L'imperfetto". Questa canzone è, io l'ho sempre vissuta così, una riflessione su come sia trasversale la sensazione di perdita, che non dipende dalla posizione sociale. Su questa rielaborazione c'è poco da dire, è molto ma molto vicina alla versione da studio, comunque molto bella.
Con il sottofondo de "La tua idea" suonata da un pianoforte, la voce femminile rievoca il disastroso passato scolastico di Zero, anche se dai suoi meravigliosi testi forse non sidirebbe,. Quando Zero torna a cantare si rievoca "Problemi", tratta da "Soggetti smarriti", album del 1986. È una bella ballata che non ha mai conosciuto la luce della notorietà, direi ingiustamente. La ballata è uno sprone a non rimandare le soluzioni dei propri problemi, che secondo Zero sono "il sale della vita".
Musicalmente è bellissima, la solita ma mai banale apertura armonica, che io forse ho anche imparato da lui oltreché da tanti altri miei maestri in vari campi della musica.
E con un applauso delirante viene accolta la successiva canzone, uno dei classici del repertorio recente di Zero, la bellissima "Nei giardini chenessuno sa" tratta dal cd "L'imperfetto" (ancora una volta!). Qui sono notevoli le entrate e gli assoli di chitarra classica, che caratterizzano invariabilmente le versioni live del brano. Il brano, per chi non lo conosce, è dedicato agli anziani,categoria a a cui il cantautore è particolarmente legato, avendone molti tra i suoi estimatori (nonci dimentichiamo che ci sono sorcini di almeno tre generazioni se non quattro!).
La canzone ha una tenerezza completamente disarmante, quella che non viene compresa da chi dice di non amare (quasi sempre per pregiudizio!) la grande arte di Zero. Comunque musicalmente è davvero bella, con questo "crescendo" impostato sulla frase "e poi silenzi", a cui, in questa versione viene aggiunto un "Non è tardi, non ancora" nell'ultima ripetizione.
Dopodiché c'è un dialogo tra l'Angelo e il Diavolo, il quale si rammarica di aver trovato in Zero un vincente. Quando Zero torna a cantare, siccome il monologo finisce con la parola "Libertà", si assiste ad una rarissima e bellissima "Che bella libertà" tratta da "Via Tagliamento 1965-1970" (appena ristampato come già detto). Il brano continua con un altra traccia di "Via Tagliamento" intitolata "Angeli", che è stata unita perché è caratterizzata dallo stesso ritmo, da molti ritenuto banale ma in realtà solamente semplice. Questo accenno da luogo ad una schitarrata di quelle elettriche che fa spazio ad una bellissima "Bella gioventù" da "L'imperfetto". Sinceramente è particolarmente emozionante questo articolo, perché riesco a rivivere, dopo quindici anni, una delle mie più grandi emozioni. Il medley continua con "Figli della guerra" ("Quando non sei più di nessuno, 1993) interpretata con una solennità accentuata anche dalla presenza di un organo da Chiesa.
Si continua con una versione di "Uomo no", dove, se possibile, questo canto antidroga, viene interpretato con una solennità ancora più grande di quella precedentemente attribuita a "Figli della guerra". Dopo, sempre nella stessa traccia, si assiste ad una bellissima interpretazione di "Arrendermi mai", tratta dal mitico "Erozero" (1979",. Il brano è meraviglioso, io vi consiglio veramente di ascoltare per intero, come io sto facendo per recensirlo,questo concerto, forse il più bello mai concepito da Zero.
Tornano l'Angelo ed il Diavolo, ovviamente hanno vedute opposte, perché uno è felice per il successo di Zero e l'altro ci farnetica sopra (come quelli, più di quanti sembrino) che ancora non lo sopportano.
Andando avanti si rievoca la prima (delle due sole che abbiamo avuto!) partecipazione di Zero al Festival diSanremo, con la bellissima "Spalleal muro", scritta per luui da Mariella Nava. Immaginateviche quando io diventai sorcina, una delle persone che mi aiutò in questo viaggio, mi disse "Non ti presto la cassetta con "Vecchio" perché ci sono troppo legata!). Comunque è stupenda, questa ballata sulla condizione diemarginazionea cui sono condannati gli anziani da una società ingiusta, che in nome di un progresso posticcio e finto annulla la saggezza di secoli di vita. La versione che si ascolta è ancora più toccante, se possibile, sentita ed emozionata. Bella!
Questa tournée, tenuta ricordiamolo nel 1996, avvenne a molto poca distanza dall'uscita del cd "Sulle tracce dell'imperfetto", album da cui, pensate un po', non avevamo ancora trovato niente! Finalmente, dico io, sipuò ascoltare la bellissima "I migliori anni della nostra vita". Il brano, già allora, era entrato completamente nel DNA di noi sorcini, anche se Zero, lo farà da "Amore dopo amore, tour dopo tour" in poi, non fa ancora cantare nessuna parte completamente al pubblico, il quale comunque si prodiga in un canto festoso e raccolto. Curiosa è l'espressione "Guarda la vita", detta da Zero prima dell'ultima ripetizione integrale del ritornello. Non tutti sapranno che questa canzone non fu scritta né da né per Zero. Quanto si morderà le mani chi l'aveva avuta per sé e non la scelse?
Dopo un dialogo tra l'Angelo e il Diavolo, Zero canta "Giorni", uno dei brani dove Renato accusa certa gente (che c'è stata!) che l'ha tradito o se lo è dimenticata. L'arrangiamento, più acustico, rende sicuramente giustizia a questo capolavoro tratto da "Leoni si nasce", disco che era molto dedicato alla perdita, per Zero molto forte, del suo tendone blu dove si erano consumate le tappe fondamentali della sua carriera tra il 1978 e il 1982.
Curioso è questo brano, dovrebbe essere, se non vado errata, un mix di "Triangolo" e "Mi vendo", eseguite solo voce e strumenti classici (ci vogliono gli attributi!), dove finalmente, dico io, si sente chiaramente la voce dei sorci che fa il coro a Zero. Probabilmente anch'io a suo tempo avrò aiutato!
La traccia successiva dovrebbe essere un medley anni '70, che inizia con "Paleobarattolo" interpretata per intero. La cosa particolare, che ancora mi ricordo, della versione di Perugia, fu che alcune parole erano tradotte in perugino (giuro che ridemmo troppo!). L'orchestra sta ora eseguendo, senza soluzione di continuità una versione strumentale de "La favola mia" che ha permesso aZero di presentare la sua band, fatta quasi tutta di fedelissimi, perché solo così si costruisce un sound che sia davvero inconfondibile. Con "Il carrozzone" Zero ha presentato i due attori che hanno interpretato in maniera veramente convincente i rispettivi ruoli. Dopodiché l'orchestra si sta prodigando nell'esecuzione di una delle "grandi assenti" di questa scaletta, ossia la stupenda "Amico". Il medley, senza soluzione di continuità, si chiude con "Il cielo, che però dovrebbe far parte di questa stessa scaletta anche in versione cantata.
Ed eccola "Il cielo" in versione cantata ed integrale, con l'inconfondibile introduzione testata in occasione del tour precedente, ossia di "Zeropera". L'interpretazione è portata avanti con sicurezza e personalità, ma mai con quella superbia che fa pensare ad alcuni che i concerti sono solo una maniera di mostrarsi senza lasciare spazio d'espressione al proprio pubblico. Devodire che è emozionantissimo, come per me lo è stato finalmente poter risentire questo concerto meraviglioso, grazie, eternamente grazie a Zerogerry, un canale già consigliato ma vi riporto ancora una volta il link:
www.youtube.com/zerogerry.
Ciao nì, spero di avervi fatto un regalo almeno tanto grande quanto quello che mi sono fatta
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martedì 11 gennaio 2011
Ma cos'è questo vintage 1
Carissimi lettori, oggi voglio riportare la vostra attenzione su una lodevolissima iniziativa avuta nel 2005 da "Tv, sorrisi e canzoni". Il giornale, va detto, ne ha sempre avute e continua ad averne. Particolarmente apprezzata da me fu l'uscita di due cofanetti doppi intitolati "Ma cos'è questo vintage", titolo parafrasato da una delle tracce del primo cofanetto, la notissima anche se poco citata "Ma cos'è questa crisi", scritta e cantata dal grande cantante e cantautore futurista Rodolfo de Angelis. Occupiamoci, per ora, del primo volume, il migliore della serie.
Il doppio cofanetto ha un'impostazione spudoratamente swing, difatti inizia con una meravigliosa "ba, ba, baciami piccina", lanciata ed interpretata dal grandissimo Alberto Rabagliati (qui c'è solo musica originale di epoche lontane, niente rifacimenti moderni spesso insopportabili!). Il brano, secondo me, va notato soprattutto per la sua vigorosa sezione di trombe.
La seconda traccia del primo disco è una delle cosiddette "canzoni della fronda", quelle canzoni che, secondo malintenzionati, erano interpretabili in senso sovversivo. Mi riferisco a "Pippo non lo sa", che ascoltiamo da Silvana Fioresi coadiuvta dalle sorelle Lescan, tre grandi cantanti olandesi note in Italia con il nome di Trio Lescano. Il brano, si diceva, fosse dedicato a Starace, uno dei dirigenti di punta del P.N.F. Come sia è geniale e sfizioso, perché noi a livello di swing non avevamo niente da invidiare agli americani, soprattutto se a swingare era gente come Pippo Barzizza o Gorni Kramer.
E a proposito di grandi gruppi vocali che hanno caratterizzato dagli anni Quaranta e Cinquanta (loro sono arrivati anche molto più avanti, anzi la grande Lucia Mannucci credo sia ancora tra noi) troviamo il Quartetto Cetra, dal quale viene cantato un meraviglioso brano in dialetto milanese che porta la firma del sopracitato Gorni kramer, ottimo (anzi virtuoso!) ineguagliato interprete della fisarmonica jazz.
Subito dopo ritroviamo il trio Lescano al quale tocca di accompagnare l'ottimo tenore Enzo Aita, in un motivetto che ancora fa ricordare Giovanni D'Anzi, il grande maestro della canzone milanese, celebre autore del brano "oh mia bela madunina". La canzone che troviamo è un inno alle gambe delle donne, intitolata appunto "Ma le gambe". Per ricordare questo grande autore di canzoni ci si può procurare (credo con molta fatica) il cd a lui dedicato dal grande Memo Remigi.
Ci troviamo davanti ad un attore che canta, tendenza che non è mai scomparsa del tutto, anche se Alberto Sordi in questo caso non cantava in modo attoriale, anzi cantava correttamente. Il brano che ci permette di ricordarlo è un brano meno conosciuto dal titolo "Finalmente solo".
Subito dopo troviamo una spassosissima canzone americana ("Civilization") che ci viene proposta da un'incisione del 1949 da due interpreti importanti della musica di quegli anni. Da una parte troviamo Luciano Benevene, al quale viene affidato il ruolo dell'africano ribelle alle comodità e agli svaghi europei proposti da una ancora sconosciuta ma presto destinata al successo popolare Nilla Pizzi. Sinceramente è meglio sentire questa versione piuttosto che quella di Renzo Arbore nel suo pur pregevole e qui consigliato "Tonite Renzo swing". Infatti mi da abbastanza fastidio il microfono usato come se fosse un dialogo tra lo spazio e la terra, che il cantante foggiano utilizza per tre quarti del cd, ovviamente anche in questa traccia. Tra i rifacimenti di questa traccia mi preme di consigliarvi quello operato da Cristian De Sica per un cd dove rendeva omaggio ai brani che avevano segnato gli anni Trenta e Quaranta.
Dal Sanremo 1953 ripeschiamo la stupenda "Vecchio scarpone", lanciata da Giorgio Consolini in coppia con il grande baritono Gino Latilla. La versione che viene rimasterizzata nella raccolta è quella eseguita da quest'ultimo in coppia con il "Quintetto vocale". Spesso certi critici, ritenendo così di essere più competenti od intellettuali, tendono a snobbare questo repertorio, scordandosi che per una parte della popolazione italiana è composto da gioielli che, oltretutto, se li si guarda obbiettivamente, hanno anche un grande fascino dal punto di vista musicale. Voglio confessare, poi, che per me certi brani, come questo, racchiudono valori che noi dovremmo recuperare in occasione di questo centocinquantenario che, invece di unirci, sta servendo a dividerci.
Andando avanti di qualche anno riprendiamo un classico della canzone italiana ispirata a ritmi latini, ossia troviamo il "Mambo italiano", che abbiamo il piacere di ascoltare nella primigenia e bellissima interpretazione di Carla Boni, grande virtuosa degli anni Cinquanta. Voce semplice e leggera, senza pretese ma perfetta. Va anche detto che gli orchestrali sono molto bravi a rendere il mambo in maniera molto buona, l'uso dei fiati è estremamente convincente, ricorda un po' l'orchestra di Perez Prado.
Ed eccola la canzone che ha dato il titolo all'intera iniziativa, questa marcettina anni Venti.Trenta cantata dal grande Rodolfo De Angelis, forse antesignano della cosiddetta "Musica demenziale", anche se il comico era ottenuto tramite ottimi giochi di parole e non tanto attraverso la volgarità, come accade per certi gruppi moderni.
Ed eccoci al "reuccio" della canzone italiana, lo stornellatore romano per antonomasia, il cantante Claudio Pica in arte Claudio Villa. Da lui riascoltiamo "Fiorin Fiorello", una delle canzoni che hanno avuto l'onore dell'immortalità, tra quelle del repertorio anni Trenta. Anche in questo caso il brano ha una "coda" swing, molto bella anche se forse poco compatibile con ciò che la precede. Io infatti vorrei permettermi di consigliarvi la versione di Carlo Buti, grandissimo cantante toscano che ebbe il suo periodo d'oro negli anni Trenta.
Ed eccoci a Fred Buscaglione, che non viene sorpreso in una delle sue canzoni ironiche, ma bensì alle prese con un classico della melodia italiana, la bellissima "Non partir", ancora una volta uscita dalla penna di Giovanni D'Anzi. La versione di Buscaglione è bella, ma forse sarebbe stato meglio affidare questa canzone ad un cantante dall'impostazione meno swing. Comunque va riconosciuta a Buscaglione abilità, e agli Asternovas (suo gruppo d'accompagnamento) umiltà nel non piegare mai al swing questo bellissimo brano melodico.
Continuando si trova una canzone napoletana tra le più famose e classiche, la bellissima "Malafemmena", che troviamo interpretata da Giacomo Rondinella, suo primo interprete. Come si sa questo brano fu scritto da Totò per questo grande cantante napoletano, che giustamente era il suo preferito. Il brano è nato con un bellissimo ritmo di habanera veloce, accompagnata da un'orchestra dove gli archi lasciano posto ai fiati come sezione predominante. La voce di Rondinella si stende sulle parole con una grande signorilità, pronunciandole con pathos che però non sfocia mai nel patetismo.
Si torna al swing con la versione originale di "Mamma voglio anch'io la fidanzata", che ascoltiamo da Natale Codognotto, cantante genovese rimasto noto con il nome artistico di Natalino Otto. Con lui c'è, ancora una volta, l'orchestra del grande Kramer, che si prodiga in uno dei suoi storici assoli di fisarmonica jazz (senza cassotto!). Questa secondo me non è la migliore versione del brano, molto più interessante, anche solo per la qualità dell'audio indubbiamente superiore, è quella incisa con Franco Cerri e il suo gruppo qualche anno dopo (negli anni Cinquanta). Sconsigliata, ovvio, invece quella degli Articolo 31, che, secondo me, non ha contribuito per niente alla divulgazione della figura di Natalino Otto. Se si vuole approfondire questo grande artista si può visitare il sito www.youtube.com/barzottone, oltre all'impagabile www.youtube.com/ildiscobolo, completamente dedicato ai supporti storici.
Negli anni Trenta (e fino all'avvento del rock and roll è stato così) non c'era frattura tra la canzone italiana e quella dialettale, infatti la prima si nutriva umilmente e quasi amava confluire nella seconda. Un esempio è la figura del grande Odoardo Spadaro (detto "spadaccino"), di cui abbiamo il piacere di ascoltare "Sullacarrozzella", in una versione incisa dal cantante negli anni Cinquanta. Molto bella, anche se in questo caso vi consiglierei di ascoltare quella incisa negli anni Trenta con Kramer. Il brano, e tutto il repertorio di Spadaro, è specchio di una fiorentinità popolare che ora non esiste più.
E a proposito di grandi toscani, andando avanti ritroviamo l'attore Paolo Poli. Il brano presente nella raccolta non me lo ricordo, quindi io divago e ne approfitto per consigliarvi una sua personalissima (ma rispettosa!) incisione della versione toscana del canto spesso conosciuto come "Le tre sorelle", contenuta in un volume della raccolta della canzone italiana curata da Renzo Arbore prima che decidesse che la sua missione sarebbe stata sputtanare le canzoni napoletane. Bellissimo lo sdoppiamento che Poli opera tra la sua voce "normale" e quella falsettatissima che usa per imitare la donna. Geniale!
Ed a proposito di grandi del swing, ecco la grande bacchetta di Pippo Barzizza, questa volta alle prese con un classico del swing all'italiana, ossia la sempre verde e piacevole "Quel motivetto che mi piace tanto", che il maestro esegue dirigendo l'Orchestra Blue Stars. Io vi consiglio di ascoltare la versione di Nicola Arigliano, incisa con il suo impagabile trio (Ascolese, Vannucchi, Tatti) nel cd "Colpevole" (2005).
Prima avevamo citato il connubio tra musica italiana e dialettale, infatti ora troviamo colui che ha più di ogni altro basato la sua carriera sulla convivenza e l'osmosi di questi due mondi. Mi riferisco a Domenico Modugno, del quale abbiamo l'onore di ascoltare uno dei suoi brani brindisini (non siciliani, smettiamola! Dopo, con l'aiuto della moglie ha effettivamente riportato il suo repertorio in siciliano, ma non all'inizio!). Il brano che ascoltiamo è "La donna riccia", sfiziosissima ballata contro le donne con questo taglio di capelli (anche se poi il cantante assolve la propria amata... va bene!). Bellissima questa versione per sola voce e chitarra, sconsigliati tutti i rifacimenti nessuno escluso.
Subito dopo facciamo un salto in Francia, anche se il classico che ci troviamo di fronte è interpretato da una grande voce italiana, ossia da Milva. Il brano che troviamo è "Milord", lanciato da Edith Piaf e tradotto abbastanza bene in italiano. L'unica critica, forse è che il giro di "musette" per noi risulta artificioso.
E ci troviamo davanti ad un altro brano minore, ripescato dal repertorio del Duo Fasano, risposta tardiva e poco convincente al Trio Lescano. Il brano non me lo ricordo, si chiama "Ragazzo dello swing".
Troviamo Totò, che recita una sua brevissima ma fulminante poesia in lingua napoletana, perché non ci si deve dimenticare mai che il poeta era altrettanto bravo dell'attore (anzi forse di più!).
Il volume secondo di questo primo cofanetto si apre con "Maramao perché sei morto", una canzoncina "sincopata", riportata forse con troppa tracotanza dai jazzisti verso ritmi standard che non le si addicono (sconsigliata la versione di Arigliano!). La versione che ascoltiamo è l'originale interpretata da una sconosciuta Maria Iottini coadiuvata dal Trio Lescano (a volte tornano!).
Proseguendo troviamo un altro attore che ha dimostrato ampiamente il suo talento anche a livello canoro. mi riferisco al grande Vittorio De Sica, di cui ascoltiamo la sfiziosissima e mai dimenticata "Dammi un bacio e ti dico di sì", canzoncina sincopata cantata insieme ad Elsa Merlini. Forse la voce di lei è poco convincente in un ambito sincopato, ma buon brano, leggero e gradevole come ora non se ne fanno.
Dal Sanremo 1952 ripeschiamo un'altra canzone che qualche malintenzionato ha interpretato come una metafora della situazione geopolitica (di allora e di sempre!) dell'Italia: i "papaveri" sarebbero gli Stati Uniti, mentre la "paperina", che non si può ribellare perché è condannata alla subalternità da un destino avverso sarebbe la nostra bella penisola. Anche se il brano è sicuramente leggero ed in fondo gradevole, lancia un messaggio che non condivido. Comunque musicalmente è carino, è una tarantella di tipo centro-meridionale (non salentino insomma), con una particina in minore prima di andare col mitico "Lo sai che i papaveri...". La voce di Nilla Pizzi qui ha un colore leggero per niente patetico, indimenticabile comunque.
Continuando troviamo il primo brano di cui non mi sovvengo, la canzone "Che musetto", cantata da un certo Elio liotti.
Ed eccoci ad un momento militaresco, con "Passo di corsa", eseguita dai Bersaglieri. Non mi piacciono le bande, e in generale non amo i gruppi costituiti da strumenti della stessa famiglia.
Ed eccoci ad una romanza, pezzo fondamentale della cultura musicale di quel periodo, perché se la musica leggera non aveva ancora rotto con la musica popolare (per fortuna!) non aveva nemmeno staccato i ponti con la classica. Ascoltiamo la voce di quello che da molti è ritenuto il miglior soprano di tutti i tempi, la greca Maria Callas.
Nel secondo cd torna Rodolfo De Angelis con un brano che non mi sovviene dal titolo "Babà, Bebè, Bubù".
Ed eccoci al "Pinguino innamorato", brano che ascoltiamo nella sua versione originale, quella di Silvana Fioresi (famosa anche per "L'uccellino della radio") coadiuvata un'altra volta dal Trio Lescano. È notevole anche la versione di Nicola Arigliano nel cd "Go man", con l'inconfondibile tromba di Enrico Rava.
E a proposito di questa convivenza tra classico e leggero, andiamo avanti e troviamo "Voglio vivere così", interpretato dal tenore Ferruccio Tagliavini, cantante dalla voce potente e frizzante allo stesso tempo, cosa che oggi si è un po' persa. Come già fatto per "Bongo, bongo" si consiglia caldamente la versione di Cristian De Sica.
Il trio Lescano, oltre che coadiuvare i principali interpreti della canzone italiana del periodo ante Seconda Guerra Mondiale, ha anche avuto un certo successo come gruppo solistico. A dimostrazione di ciò sta questo swing bello lento dedicato al camminare sotto la pioggia. È un brano che loda in maniera radicale la povertà, ma nonostante ciò è gradevolissimo.
Il brano successivo è "Boccucia di rosa", ma non riesco a ricordarmi chi nel cd lo canti. È molto buona l'interpretazione di Fred Buscaglione. Qui, ovviamente, il suo gruppo può lasciarsi andare, soprattutto Dino Arrigotti, suo grande pianista.
Torniamo a Domenico Modugno, questa volta con uno dei brani in lingua italiana scaturiti dalla collaborazione con Riccardo Pazzaglia, grande paroliere che purtroppo la gente ricorda solo per la sua apparizione in uno dei programmi di Arbore degli anni Ottanta. Stupendo è l'utilizzo degli intervalli della musica cinese con obbiettivo esotizzante, sperimentato già dal grande Odoardo Spadaro nella sua notevole "Canzone cinese". Il ritmo è a metà tra una polka ed un ritmo esotico.
Il cd continua con la versione femminile della già incontrata "Oh mamma mi ci vuole la fidanzata", che ovviamente diventa "Oh mamma mi ci vuol un fidanzato", che ascoltiamo da Nella Colombo.
Un cantante swing grandissimo, quanto Buscaglione, Carosone, Rabagliati od Otto, è sicuramente il torinese Ernesto Bonino, del quale ascoltiamo "Quindici anni". Per quanto riguarda questo cantante io sono legata alla sua versione (incisa con il solito Kramer) di "C'era una volta un piccolo naviglio".
Tornando a Buscaglione troviamo un suo brano spagnoleggiante dal titolo "Porfirio Villarosa", dedicato ad un "manovale alla viscosa" che pianta il lavoro e si dà alla bella vita! Stupendo, e devo dire che non mi dà fastidio l'uso delle ritmiche spagnole per un pezzo a scopo esoticheggiante. Ovviamente ciò si deve al fatto che il brano in questione sia suonato molto bene. Infatti, è stato già affermato durante questo articolo, in quegli anni i ritmi popolari non venivano sfruttati ma venivano studiati.
Subito dopo troviamo un elemento del sestetto dell'altro re indiscusso del night italiano anni Cinquanta. Mi riferisco a Peter Van Wood, che qualcuno ricorderà aver militato nello strampalato ma ottimo sestetto di Renato Carosone. Qui lo troviamo alle prese con un brano dedicato alla più grande mania dei napoletani, ossia il gioco del lotto. Il brano è un tipico ritmo binario (polka, Fado, che dir si voglia), giocato su un giro di tonica e dominante, ripreso paro paro da un brano qualsiasi della nostra tradizione. Il brano da una combinazione di numeri che sarebbe scaturita al protagonista da un sogno. Non vi racconto la canzone, mai sia, così ne approfittiamo anche per ricordaer questo artista scomparso di recente e ben presto dimenticato dai nostri media, sempre dietro al cantante di qualità discutibile magari straniero.
Ed eccoci ad un omaggio alla musica "sincopata", con un brano del Trio Lescano dal titolo "C'è un'orchestra sincopata". Il brano è un esempio di come, all'epoca si amasse pubblicizzare i principali cantanti ed orchestrali in canzoni. Un esempio di questo possono essere canzoni come "Natalino studia canto" (Natalino Otto), "Quando canta Rabagliati" (Alberto Rabagliati), "La famiglia canterina" (Alberto Rabagliati e Trio Lescano) oppure il finale del brano "Firenze" di Odoardo Spadaro, che nella sua prima incisione, Voce del padrone, si concludeva con la citazione della suddetta casa discografica.
Abbiamo citato in questo excursus sulle canzoni che contengono citazioni dei propri interpreti anche "Quando canta Rabagliati", swing sfiziosissimo dedicato alla voce del cantante milanese, abilissimo del "Rabagliar". Di questo brano esistono due versioni: la prima, che credo sia contenuta nella raccolta, è degli anni Quaranta mentre la seconda è degli anni Sessanta. Il finale, nei due casi, muta. Nella prima versione si cita Tito Schipa, tenore leccese tra i più noti d'inizio secolo, mentre nella seconda si cita Celentano. I due artisti sono nominati come esempi di interpreti forse più famosi ma non dotati della personalità di Rabagliati.
Nel 1954 il Quartetto Cetra partecipò al Festival diSanremo con il brano "Aveva un bavero", brano di ispirazione militaresca ma con una tenerezza disarmante. Da allora il gruppo prese l'abitudine di parodiare le principali canzoni di ogni edizione. È questo il caso di "Musetto", che viene tramutata (rispettosamente) in un dialogo telefonico tra vari personaggi, con tanto di rumore del caro e vecchio telefono analogico.
Torna anche Paolo Poli con un brevissimo brano dal titolo "Chi sono".
Speriamo di avervi fatto piacere con questi ricordi, mi auguro di poter recensire il secondo cofanetto al più presto!
Il doppio cofanetto ha un'impostazione spudoratamente swing, difatti inizia con una meravigliosa "ba, ba, baciami piccina", lanciata ed interpretata dal grandissimo Alberto Rabagliati (qui c'è solo musica originale di epoche lontane, niente rifacimenti moderni spesso insopportabili!). Il brano, secondo me, va notato soprattutto per la sua vigorosa sezione di trombe.
La seconda traccia del primo disco è una delle cosiddette "canzoni della fronda", quelle canzoni che, secondo malintenzionati, erano interpretabili in senso sovversivo. Mi riferisco a "Pippo non lo sa", che ascoltiamo da Silvana Fioresi coadiuvta dalle sorelle Lescan, tre grandi cantanti olandesi note in Italia con il nome di Trio Lescano. Il brano, si diceva, fosse dedicato a Starace, uno dei dirigenti di punta del P.N.F. Come sia è geniale e sfizioso, perché noi a livello di swing non avevamo niente da invidiare agli americani, soprattutto se a swingare era gente come Pippo Barzizza o Gorni Kramer.
E a proposito di grandi gruppi vocali che hanno caratterizzato dagli anni Quaranta e Cinquanta (loro sono arrivati anche molto più avanti, anzi la grande Lucia Mannucci credo sia ancora tra noi) troviamo il Quartetto Cetra, dal quale viene cantato un meraviglioso brano in dialetto milanese che porta la firma del sopracitato Gorni kramer, ottimo (anzi virtuoso!) ineguagliato interprete della fisarmonica jazz.
Subito dopo ritroviamo il trio Lescano al quale tocca di accompagnare l'ottimo tenore Enzo Aita, in un motivetto che ancora fa ricordare Giovanni D'Anzi, il grande maestro della canzone milanese, celebre autore del brano "oh mia bela madunina". La canzone che troviamo è un inno alle gambe delle donne, intitolata appunto "Ma le gambe". Per ricordare questo grande autore di canzoni ci si può procurare (credo con molta fatica) il cd a lui dedicato dal grande Memo Remigi.
Ci troviamo davanti ad un attore che canta, tendenza che non è mai scomparsa del tutto, anche se Alberto Sordi in questo caso non cantava in modo attoriale, anzi cantava correttamente. Il brano che ci permette di ricordarlo è un brano meno conosciuto dal titolo "Finalmente solo".
Subito dopo troviamo una spassosissima canzone americana ("Civilization") che ci viene proposta da un'incisione del 1949 da due interpreti importanti della musica di quegli anni. Da una parte troviamo Luciano Benevene, al quale viene affidato il ruolo dell'africano ribelle alle comodità e agli svaghi europei proposti da una ancora sconosciuta ma presto destinata al successo popolare Nilla Pizzi. Sinceramente è meglio sentire questa versione piuttosto che quella di Renzo Arbore nel suo pur pregevole e qui consigliato "Tonite Renzo swing". Infatti mi da abbastanza fastidio il microfono usato come se fosse un dialogo tra lo spazio e la terra, che il cantante foggiano utilizza per tre quarti del cd, ovviamente anche in questa traccia. Tra i rifacimenti di questa traccia mi preme di consigliarvi quello operato da Cristian De Sica per un cd dove rendeva omaggio ai brani che avevano segnato gli anni Trenta e Quaranta.
Dal Sanremo 1953 ripeschiamo la stupenda "Vecchio scarpone", lanciata da Giorgio Consolini in coppia con il grande baritono Gino Latilla. La versione che viene rimasterizzata nella raccolta è quella eseguita da quest'ultimo in coppia con il "Quintetto vocale". Spesso certi critici, ritenendo così di essere più competenti od intellettuali, tendono a snobbare questo repertorio, scordandosi che per una parte della popolazione italiana è composto da gioielli che, oltretutto, se li si guarda obbiettivamente, hanno anche un grande fascino dal punto di vista musicale. Voglio confessare, poi, che per me certi brani, come questo, racchiudono valori che noi dovremmo recuperare in occasione di questo centocinquantenario che, invece di unirci, sta servendo a dividerci.
Andando avanti di qualche anno riprendiamo un classico della canzone italiana ispirata a ritmi latini, ossia troviamo il "Mambo italiano", che abbiamo il piacere di ascoltare nella primigenia e bellissima interpretazione di Carla Boni, grande virtuosa degli anni Cinquanta. Voce semplice e leggera, senza pretese ma perfetta. Va anche detto che gli orchestrali sono molto bravi a rendere il mambo in maniera molto buona, l'uso dei fiati è estremamente convincente, ricorda un po' l'orchestra di Perez Prado.
Ed eccola la canzone che ha dato il titolo all'intera iniziativa, questa marcettina anni Venti.Trenta cantata dal grande Rodolfo De Angelis, forse antesignano della cosiddetta "Musica demenziale", anche se il comico era ottenuto tramite ottimi giochi di parole e non tanto attraverso la volgarità, come accade per certi gruppi moderni.
Ed eccoci al "reuccio" della canzone italiana, lo stornellatore romano per antonomasia, il cantante Claudio Pica in arte Claudio Villa. Da lui riascoltiamo "Fiorin Fiorello", una delle canzoni che hanno avuto l'onore dell'immortalità, tra quelle del repertorio anni Trenta. Anche in questo caso il brano ha una "coda" swing, molto bella anche se forse poco compatibile con ciò che la precede. Io infatti vorrei permettermi di consigliarvi la versione di Carlo Buti, grandissimo cantante toscano che ebbe il suo periodo d'oro negli anni Trenta.
Ed eccoci a Fred Buscaglione, che non viene sorpreso in una delle sue canzoni ironiche, ma bensì alle prese con un classico della melodia italiana, la bellissima "Non partir", ancora una volta uscita dalla penna di Giovanni D'Anzi. La versione di Buscaglione è bella, ma forse sarebbe stato meglio affidare questa canzone ad un cantante dall'impostazione meno swing. Comunque va riconosciuta a Buscaglione abilità, e agli Asternovas (suo gruppo d'accompagnamento) umiltà nel non piegare mai al swing questo bellissimo brano melodico.
Continuando si trova una canzone napoletana tra le più famose e classiche, la bellissima "Malafemmena", che troviamo interpretata da Giacomo Rondinella, suo primo interprete. Come si sa questo brano fu scritto da Totò per questo grande cantante napoletano, che giustamente era il suo preferito. Il brano è nato con un bellissimo ritmo di habanera veloce, accompagnata da un'orchestra dove gli archi lasciano posto ai fiati come sezione predominante. La voce di Rondinella si stende sulle parole con una grande signorilità, pronunciandole con pathos che però non sfocia mai nel patetismo.
Si torna al swing con la versione originale di "Mamma voglio anch'io la fidanzata", che ascoltiamo da Natale Codognotto, cantante genovese rimasto noto con il nome artistico di Natalino Otto. Con lui c'è, ancora una volta, l'orchestra del grande Kramer, che si prodiga in uno dei suoi storici assoli di fisarmonica jazz (senza cassotto!). Questa secondo me non è la migliore versione del brano, molto più interessante, anche solo per la qualità dell'audio indubbiamente superiore, è quella incisa con Franco Cerri e il suo gruppo qualche anno dopo (negli anni Cinquanta). Sconsigliata, ovvio, invece quella degli Articolo 31, che, secondo me, non ha contribuito per niente alla divulgazione della figura di Natalino Otto. Se si vuole approfondire questo grande artista si può visitare il sito www.youtube.com/barzottone, oltre all'impagabile www.youtube.com/ildiscobolo, completamente dedicato ai supporti storici.
Negli anni Trenta (e fino all'avvento del rock and roll è stato così) non c'era frattura tra la canzone italiana e quella dialettale, infatti la prima si nutriva umilmente e quasi amava confluire nella seconda. Un esempio è la figura del grande Odoardo Spadaro (detto "spadaccino"), di cui abbiamo il piacere di ascoltare "Sullacarrozzella", in una versione incisa dal cantante negli anni Cinquanta. Molto bella, anche se in questo caso vi consiglierei di ascoltare quella incisa negli anni Trenta con Kramer. Il brano, e tutto il repertorio di Spadaro, è specchio di una fiorentinità popolare che ora non esiste più.
E a proposito di grandi toscani, andando avanti ritroviamo l'attore Paolo Poli. Il brano presente nella raccolta non me lo ricordo, quindi io divago e ne approfitto per consigliarvi una sua personalissima (ma rispettosa!) incisione della versione toscana del canto spesso conosciuto come "Le tre sorelle", contenuta in un volume della raccolta della canzone italiana curata da Renzo Arbore prima che decidesse che la sua missione sarebbe stata sputtanare le canzoni napoletane. Bellissimo lo sdoppiamento che Poli opera tra la sua voce "normale" e quella falsettatissima che usa per imitare la donna. Geniale!
Ed a proposito di grandi del swing, ecco la grande bacchetta di Pippo Barzizza, questa volta alle prese con un classico del swing all'italiana, ossia la sempre verde e piacevole "Quel motivetto che mi piace tanto", che il maestro esegue dirigendo l'Orchestra Blue Stars. Io vi consiglio di ascoltare la versione di Nicola Arigliano, incisa con il suo impagabile trio (Ascolese, Vannucchi, Tatti) nel cd "Colpevole" (2005).
Prima avevamo citato il connubio tra musica italiana e dialettale, infatti ora troviamo colui che ha più di ogni altro basato la sua carriera sulla convivenza e l'osmosi di questi due mondi. Mi riferisco a Domenico Modugno, del quale abbiamo l'onore di ascoltare uno dei suoi brani brindisini (non siciliani, smettiamola! Dopo, con l'aiuto della moglie ha effettivamente riportato il suo repertorio in siciliano, ma non all'inizio!). Il brano che ascoltiamo è "La donna riccia", sfiziosissima ballata contro le donne con questo taglio di capelli (anche se poi il cantante assolve la propria amata... va bene!). Bellissima questa versione per sola voce e chitarra, sconsigliati tutti i rifacimenti nessuno escluso.
Subito dopo facciamo un salto in Francia, anche se il classico che ci troviamo di fronte è interpretato da una grande voce italiana, ossia da Milva. Il brano che troviamo è "Milord", lanciato da Edith Piaf e tradotto abbastanza bene in italiano. L'unica critica, forse è che il giro di "musette" per noi risulta artificioso.
E ci troviamo davanti ad un altro brano minore, ripescato dal repertorio del Duo Fasano, risposta tardiva e poco convincente al Trio Lescano. Il brano non me lo ricordo, si chiama "Ragazzo dello swing".
Troviamo Totò, che recita una sua brevissima ma fulminante poesia in lingua napoletana, perché non ci si deve dimenticare mai che il poeta era altrettanto bravo dell'attore (anzi forse di più!).
Il volume secondo di questo primo cofanetto si apre con "Maramao perché sei morto", una canzoncina "sincopata", riportata forse con troppa tracotanza dai jazzisti verso ritmi standard che non le si addicono (sconsigliata la versione di Arigliano!). La versione che ascoltiamo è l'originale interpretata da una sconosciuta Maria Iottini coadiuvata dal Trio Lescano (a volte tornano!).
Proseguendo troviamo un altro attore che ha dimostrato ampiamente il suo talento anche a livello canoro. mi riferisco al grande Vittorio De Sica, di cui ascoltiamo la sfiziosissima e mai dimenticata "Dammi un bacio e ti dico di sì", canzoncina sincopata cantata insieme ad Elsa Merlini. Forse la voce di lei è poco convincente in un ambito sincopato, ma buon brano, leggero e gradevole come ora non se ne fanno.
Dal Sanremo 1952 ripeschiamo un'altra canzone che qualche malintenzionato ha interpretato come una metafora della situazione geopolitica (di allora e di sempre!) dell'Italia: i "papaveri" sarebbero gli Stati Uniti, mentre la "paperina", che non si può ribellare perché è condannata alla subalternità da un destino avverso sarebbe la nostra bella penisola. Anche se il brano è sicuramente leggero ed in fondo gradevole, lancia un messaggio che non condivido. Comunque musicalmente è carino, è una tarantella di tipo centro-meridionale (non salentino insomma), con una particina in minore prima di andare col mitico "Lo sai che i papaveri...". La voce di Nilla Pizzi qui ha un colore leggero per niente patetico, indimenticabile comunque.
Continuando troviamo il primo brano di cui non mi sovvengo, la canzone "Che musetto", cantata da un certo Elio liotti.
Ed eccoci ad un momento militaresco, con "Passo di corsa", eseguita dai Bersaglieri. Non mi piacciono le bande, e in generale non amo i gruppi costituiti da strumenti della stessa famiglia.
Ed eccoci ad una romanza, pezzo fondamentale della cultura musicale di quel periodo, perché se la musica leggera non aveva ancora rotto con la musica popolare (per fortuna!) non aveva nemmeno staccato i ponti con la classica. Ascoltiamo la voce di quello che da molti è ritenuto il miglior soprano di tutti i tempi, la greca Maria Callas.
Nel secondo cd torna Rodolfo De Angelis con un brano che non mi sovviene dal titolo "Babà, Bebè, Bubù".
Ed eccoci al "Pinguino innamorato", brano che ascoltiamo nella sua versione originale, quella di Silvana Fioresi (famosa anche per "L'uccellino della radio") coadiuvata un'altra volta dal Trio Lescano. È notevole anche la versione di Nicola Arigliano nel cd "Go man", con l'inconfondibile tromba di Enrico Rava.
E a proposito di questa convivenza tra classico e leggero, andiamo avanti e troviamo "Voglio vivere così", interpretato dal tenore Ferruccio Tagliavini, cantante dalla voce potente e frizzante allo stesso tempo, cosa che oggi si è un po' persa. Come già fatto per "Bongo, bongo" si consiglia caldamente la versione di Cristian De Sica.
Il trio Lescano, oltre che coadiuvare i principali interpreti della canzone italiana del periodo ante Seconda Guerra Mondiale, ha anche avuto un certo successo come gruppo solistico. A dimostrazione di ciò sta questo swing bello lento dedicato al camminare sotto la pioggia. È un brano che loda in maniera radicale la povertà, ma nonostante ciò è gradevolissimo.
Il brano successivo è "Boccucia di rosa", ma non riesco a ricordarmi chi nel cd lo canti. È molto buona l'interpretazione di Fred Buscaglione. Qui, ovviamente, il suo gruppo può lasciarsi andare, soprattutto Dino Arrigotti, suo grande pianista.
Torniamo a Domenico Modugno, questa volta con uno dei brani in lingua italiana scaturiti dalla collaborazione con Riccardo Pazzaglia, grande paroliere che purtroppo la gente ricorda solo per la sua apparizione in uno dei programmi di Arbore degli anni Ottanta. Stupendo è l'utilizzo degli intervalli della musica cinese con obbiettivo esotizzante, sperimentato già dal grande Odoardo Spadaro nella sua notevole "Canzone cinese". Il ritmo è a metà tra una polka ed un ritmo esotico.
Il cd continua con la versione femminile della già incontrata "Oh mamma mi ci vuole la fidanzata", che ovviamente diventa "Oh mamma mi ci vuol un fidanzato", che ascoltiamo da Nella Colombo.
Un cantante swing grandissimo, quanto Buscaglione, Carosone, Rabagliati od Otto, è sicuramente il torinese Ernesto Bonino, del quale ascoltiamo "Quindici anni". Per quanto riguarda questo cantante io sono legata alla sua versione (incisa con il solito Kramer) di "C'era una volta un piccolo naviglio".
Tornando a Buscaglione troviamo un suo brano spagnoleggiante dal titolo "Porfirio Villarosa", dedicato ad un "manovale alla viscosa" che pianta il lavoro e si dà alla bella vita! Stupendo, e devo dire che non mi dà fastidio l'uso delle ritmiche spagnole per un pezzo a scopo esoticheggiante. Ovviamente ciò si deve al fatto che il brano in questione sia suonato molto bene. Infatti, è stato già affermato durante questo articolo, in quegli anni i ritmi popolari non venivano sfruttati ma venivano studiati.
Subito dopo troviamo un elemento del sestetto dell'altro re indiscusso del night italiano anni Cinquanta. Mi riferisco a Peter Van Wood, che qualcuno ricorderà aver militato nello strampalato ma ottimo sestetto di Renato Carosone. Qui lo troviamo alle prese con un brano dedicato alla più grande mania dei napoletani, ossia il gioco del lotto. Il brano è un tipico ritmo binario (polka, Fado, che dir si voglia), giocato su un giro di tonica e dominante, ripreso paro paro da un brano qualsiasi della nostra tradizione. Il brano da una combinazione di numeri che sarebbe scaturita al protagonista da un sogno. Non vi racconto la canzone, mai sia, così ne approfittiamo anche per ricordaer questo artista scomparso di recente e ben presto dimenticato dai nostri media, sempre dietro al cantante di qualità discutibile magari straniero.
Ed eccoci ad un omaggio alla musica "sincopata", con un brano del Trio Lescano dal titolo "C'è un'orchestra sincopata". Il brano è un esempio di come, all'epoca si amasse pubblicizzare i principali cantanti ed orchestrali in canzoni. Un esempio di questo possono essere canzoni come "Natalino studia canto" (Natalino Otto), "Quando canta Rabagliati" (Alberto Rabagliati), "La famiglia canterina" (Alberto Rabagliati e Trio Lescano) oppure il finale del brano "Firenze" di Odoardo Spadaro, che nella sua prima incisione, Voce del padrone, si concludeva con la citazione della suddetta casa discografica.
Abbiamo citato in questo excursus sulle canzoni che contengono citazioni dei propri interpreti anche "Quando canta Rabagliati", swing sfiziosissimo dedicato alla voce del cantante milanese, abilissimo del "Rabagliar". Di questo brano esistono due versioni: la prima, che credo sia contenuta nella raccolta, è degli anni Quaranta mentre la seconda è degli anni Sessanta. Il finale, nei due casi, muta. Nella prima versione si cita Tito Schipa, tenore leccese tra i più noti d'inizio secolo, mentre nella seconda si cita Celentano. I due artisti sono nominati come esempi di interpreti forse più famosi ma non dotati della personalità di Rabagliati.
Nel 1954 il Quartetto Cetra partecipò al Festival diSanremo con il brano "Aveva un bavero", brano di ispirazione militaresca ma con una tenerezza disarmante. Da allora il gruppo prese l'abitudine di parodiare le principali canzoni di ogni edizione. È questo il caso di "Musetto", che viene tramutata (rispettosamente) in un dialogo telefonico tra vari personaggi, con tanto di rumore del caro e vecchio telefono analogico.
Torna anche Paolo Poli con un brevissimo brano dal titolo "Chi sono".
Speriamo di avervi fatto piacere con questi ricordi, mi auguro di poter recensire il secondo cofanetto al più presto!
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domenica 19 dicembre 2010
Renato ero a Canale 5
Carissimi lettori, come qualcuno di voi saprà, ieri sera Canale 5 ha trasmesso il concerto che Renato Zero ha tenuto a Piazza di Siena in Roma per festeggiare i suoi sessant'anni. Ve ne potrò parlare abbastanza approfonditamente perché ho avuto la fortuna di poterne rivedere oggi alcune parti, grazie ad un bellissimo canale di youtube che risponde all'indirizzo www.youtube.com/zerogerry.
Il concerto si è aperto con un'introduzione che ne ha pienamente tradotto lo spirito, nella quale hanno sfilato i principali personaggi che hanno nel tempo rappresentato la romanità, da Aldo Fabrizi ad Anna Magnani, da Gigi Proietti a Cristian De Sica. Il brano scelto come sottofondo a questa panoramica porta il titolo di "Roma", e dimostra tutto il profondissimo affetto che unisce Zero alla sua città. È il brano inedito che, insieme a "Segreto amore", impreziosisce l'ultima raccolta del cantautore romano, appena pubblicata dalla sua casa discografica, la Tattica. Il brano è basato su schemi di ballata classico-popolare, accompagnato da una bellissima orchestra, e cantato da Zero anche in dialetto romano. Questo forse lo avvicina alla tradizione delle serenate romane, sul modello di molti brani resi famosi da Claudio Villa, cantante con cui il nostro ha inciso un duetto virtuale nel disco "La coscienza di Zero".
Il concerto ha preso ufficialmente il via con "Io uguale io", uno dei brani contenuti nello storico album "Zerolandia" del 1978. L'arrangiamento non era stravolto, solo arricchito da suoni elettronici maggiormente riconducibili all'uso attuale degli strumenti sintetici. Comunque in questo brano ed in tutto il concerto gli strumenti moderni hanno fatto solo "tappeti sonori" sui quali si potessero stendere liberamente quelli acustici (una grandissima orchestra sinfonica che Zero ama spesso permettersi quando suona nella sua città natale) e quelli elettrici (un corposo ma secco gruppo rock).
La seconda canzone è stata quella "Amico" che a me ricorda tante cose che vi ho svariate volte raccontato. È stato bellissimo sentirla cantare ad un pubblico inebriato, sempre partecipe alla festa che inevitabilmente porta con sé ogni singola esibizione di Renato. L'arrangiamento qui è profondamente debitore di quello concepito per il bellissimo ed appena ristampato "Prometeo" (Tattica), ma ha finito per arricchirsi di un bellissimo sassofono soprano, estraneo in molti casi al mondo di Zero e più in generale a quello della musica leggera.
Il primo momento giocoso si è avuto con "Baratto", brano che in 45 giri ha fatto da lato B della più famosa "Il carrozzone", trainando così il grandissimo successo del 33 giri "Erozero" (1979). Live il brano è stato giocato con molta più parsimonia, d'altronde la voce di Zero si è leggermente incrinata, circostanza che non gli permette più di eseguire molti colori che avevano caratterizzato il suo canto giovanile. È stato bellissimo anche qui ascoltare il pubblico che ha interpretato passaggi molto lunghi da solo, con l'accompagnamento dell'orchestra e del gruppo leggero. Verso la fine ci sono state delle piccolissime parti eseguite con l'aiuto del disco originale, che stava in sottofondo mentre Renato eseguiva le parti principali. Mi riferisco ovviamente a quando si anticipa il finale a "scat", dove in disco Zero esegue quattro voci contemporaneamente, tecnica che ancora non è possibile riproporre dal vivo (per fortuna!).
Il primo duetto a cui si è assistito è stato quello con Andrea Bocelli, cantante presentato da Zero con molta tenerezza. Bisogna dire che ogni ospite ha scelto brani adatti alla propria timbrica, senza essere preda di insulse voglie di stupire. L'interpretazione di Bocelli, pur nella sua innegabile bellezza, forse non ha saputo rendere giustizia al brano, perché comunque il toscano non sa fare la distinzione fondamentale tra canto lirico e canto leggero, quindi quando canta lirica alleggerisce, quando canta la musica leggera porta troppa influenza lirica. Sinceramente queste operazioni potevano avere senso fino alla fine degli anni Cinquanta, poi con l'arrivo del rock and roll la musica leggera ha preso irreversibilmente la propria autonomia (attenzione che non ritengo il fenomeno completamente positivo, perché oltre a slegarsi dalla lirica la nostra musica leggera ha iniziato a rinnegare tutta la ricchezza che le portava la nostra tradizione popolare, iniziando a derubarla per ripulirsi la coscienza).
Sempre avvolti da questa atmosfera in bilico tra anni Settanta e Ottanta si è poi ascoltata "Fortuna", canzone originariamente contenuta in "Tregua" (altro disco di Zero recentemente ristampato dalla Tattica). Il brano è stato abbassato di un tono, ma non ha perso per niente di smalto ed espressività. La forza andava solo cercata in altri particolari, c'era comunque tutta. Particolare l'assolo di chitarra elettrica che ha scandito il finale del brano, che altrimenti è stato eseguito in maniera fidedigna rispetto alla versione del 1980 nel già ricordato "Tregua".
Il secondo ospite è stata una strepitosa Fiorella Mannoia, che ha interpretato una buona versione di "Cercami". Dico "buona" perché comunque è innegabile che ogni artista riesce a dare il massimo solo accompagnato da musicisti che lo seguono abitualmente, e non si spende mai al massimo quando va a trovarsi in altri contesti. Prezioso è stato l'assolo di chitarra classica che ha chiuso il brano, durante il quale la cantante ha tastato l'atmosfera del tutto particolare che si vive ad ogni buon concerto di Zero.
Di vent'anni prima ("Cercami" risale al 1998, al disco "Amore dopo amore") è la prossima canzone, una spumeggiante "Morire qui" estratta da "Zerofobia", primo album di Zero che ebbe grande successo di pubblico, edito nel 1977. L'arrangiamento presentato è ancora quello dello Zeronovetour, inciso su dvd e reso disponibile, insieme alla riedizione del giustamente fortunatissimo "presente" nel cofanetto "Presente-Zeronovetour". Dalla versione di "Prometeo" (1991) viene il troncamento della parte "Non è finita lo sento..." nella sua prima esposizione, sostituita da un "mia", gridato varie volte in crescendo di intensità.
L'invitata successiva è stata Rita Pavone, artista con cui Zero ha condiviso esperienze all'interno del suo corpo di ballo chiamato "I collettoni". I due cantanti si sono divertiti ad interpretare scambiandosi le strofe quattro grandi successi della cantante "pel di carota", tutti risalenti al periodo di sua massima popolarità, ossia agli anni Sessanta. I brani hanno creato una bellissima atmosfera da night club, dove i due artisti, soprattutto Zero, hanno dimostrato di trovarsi a loro agio. I brani interpretati sono stati: "Alla mia età", "Come te non c'è nessuno", "Che mi importa del mondo" e "Fortissimo".
La partecipazione di Rita Pavone è proseguita con una sua interpretazione di "Mi vendo" molto spumeggiante e forse con troppe tinte blues, che non si addicono, almeno secondo me, ad un brano dalla struttura spudoratamente dance come la notissima traccia d'apertura del già citato "Zerofobia".
Quando Zero è tornato ad essere solo sul palco si è ricordato uno dei suoi più grandi successi estivi tratto dal Q disc "Calore", la canzone "Spiagge". La versione è stata estremamente filologica ed ha permesso di apprezzare ancora una volta l'attività e bravura del gruppo di strumentisti nell'accompagnare il secondo grande protagonista del concerto, il bellissimo pubblico di Zero.
La prossima ospite è Raffaella Carrà che interpreta una curiosa versione dialogata dellacanzone "Triangolo", che, pur non essendo una delle mie preferite, in questa occasione si è fatta apprezzare per ironia e leggerezza.
Ilritorno alla solitudine permette a Zero di interpretare uno dei suoi classici più recenti, la bellissima ballata "Magari", tratta da quel "Cattura" (2003) da troppa gente ingiustamente criticato o peggio ancora snobbato. La versione live perde di efficacia, pur restando una bellissima versione, perché si rafforzano esageratamente le atmosfere rock, che non sono mai state il perno strutturale del brano. Bello ma forse inutile l'assolo dichitarra elettrica a metà brano, grave (in tutto il concerto) la mancanza del pianoforte sempre sostituito da tastiere.
C'è stata anche la partecipazione di Carla Fracci, che ha coreografato la bellissima e tenerissima "Dormono tutti", unico brano eseguito tratto dal cd "Presente", a dimostrazione che Zero non prepara mai scalette spudoratamente promozionali nei confronti delle proprie creazioni recenti, preferendo che in esse si istauri una pacifica convivenza tra le varie fasi della sua carriera. il brano è stato cantato come una vera canzone per bambini, giocando molto e quasi volando.
Altro momento esilarante è stato quello dedicato al duetto, stornellato in romanesco, con il grande Gigi Proietti. La melodia era concepita sulla falsariga di molte di quelle che costituiscono lo stile stornellatorio della capitale, il testo era uno scherzoso ma veridico ritratto di entrambi gli artisti, redatto sotto forma di dialogo, come nella più pura tradizione degli stornelli disfida.
Si è tornati alla serietà con "Niente trucco stasera", che è stata interpretata integralmente, anche in questo caso con grandissima fedeltà alla versione primigenia, quella risalente al 1980 e all'album "Tregua". Ilbrano non ha subito assolutamente il tempo, è attuale e sempre emozionante.
Molto bella è stata anche la canzone successiva, il classico del 1978 intitolato "La favola mia". L'arrangiamento ricalcava fedelmente quello concepito per il primo live che l'ha vista in scaletta, ossia il notevole "Figli del sogno" del 2004. È stato bellissimo come sempre ascoltare il pubblico intonare festosamente e rispettosamente il brano insieme a Zero, che siccome tiene alla partecipazione attiva degli astanti non sconvolge mai troppo i brani, limitandosi, in qualche raro caso, a modificare le introduzioni complicandole leggermente (come è successo proprio con "La favola mia").
Subito dopo si è avuta la partecipazione del più grande sorcino che si possa annoverare tra i comici italiani, il fiorentino verace Giorgio Panariello. Il comico toscano ha cantato, sulla melodia della nota canzone anni Sessanta "Marina", delle strofette esilarantissime dedicate a Zero, e va detto che non solo se la cava bene con il canto, ma l'imitazione di Zero è naturale nel suo timbro. Ha anche raccontato di come gli sia nata questa passione e dicome non sempre gli abbia portato bene. Forse è stato l'intervento migliore di tutta la serata.
Subito dopo Zero ha interpretato un classico del suo repertorio che da una quindicina d'anni a questa parte non può esimersi dall'interpretare in pubblico. Mi riferisco alla bellissima "I migliori anni della nostra vita", impareggiabile inno alla vita, dove passato, presente e futuro sono visti come un unicum inseparabile. Bellissimo il ritornello cantato dal pubblico, stupendo tutto.
Un momento molto particolare si è avuto a seguire, quando sul palco è salito il soulman siciliano Mario Biondi, il quale ha duettato con Zero non nella "normale" "Non smetterei più" tratta da "Presente", ma nella classica e tenerissima ballata "Nei giardini chenessuno sa" tratta dal disco "l'imperfetto" (1994). Le inconfondibili venature soul della voce del cantante non hanno assolutamente privato di visibilità la melodia eterea del brano, a dimostrazione che dove c'è bravura c'è anche versatilità. Il pubblico ha aiutato i due cantanti nell'interpretazione, esprimendosi con giovialità e rispetto.
Il brano successivo è stato un medley, forse il momento meno convincente di tutta la serata, dedicato a quattro brani estratti dagli album "Zerofobia" (Sgualdrina" e "L'ambulanza") e "Zerolandia" (Chi sei" e "Sbattiamoci". L'ho classificato deludente soprattutto perché i brani sono stati privati abbastanza forzatamente delle loro atmosfere per uniformarli ad un certo clima dance anni Novanta piuttosto opprimente.
Quando si torna al Renato Zero recente si esegue "Figaro", una bellissima e toccante canzone che descrive il rapporto molto particolare che Zero spesso ha con il proprio pubblico, quella vicinanza profonda che da molti è bollata come invadenza oppure menefreghismo mascherato. È una ballata molto ricca ed enigmatica a livello musicale, che vede l'alternanza di parti minori, seppur spesso con partenza sul sesto grado della scala, a parti maggiori che, convenzionalmente, partono sull'accordo di "tonica". È curiosa la teatralità sempre diversa che Zero imprime nel finale alle varie ripetizioni del verso "una canzone", accompagnata da un assolo di strumento a tasti (qui tastiera doppia), più spesso un meraviglioso pianoforte acustico.
Un'altra collaborazione che Zero ha fatto nella sua voglia di dare agli altri ciòche non gli è stato dato ai suoi inizi, è stata quella con la cantante romana Tiziana Donati in arte Tosca. La cantante nel 1997 incise il suo secondo disco, dedicato anchea riletture molto buone di brani noti o meno noti della canzone d'autore italiana. Inquell'occasione la cantante romana dà una bella interpretazione della canzone "Inventi", che ha visto anche ora la riunificazione di Tosca e Zero su un palco. L'arrangiamento, purtroppo, è l'unica pecca di questa interpretazione. Difatti trovo quantomeno forzato l'arrangiare questo brano a country americano, influenza solo in parte rappresentata dal marginale finger piking della chitarra, tecnica che nel 1974, anno di composizione della canzone, era all'ordine del giorno. A riprova della marginalità di tale influenza, sulla quale non si può imperniare nessuna rielaborazione del brano che ne voglia essere degna, consiglio di ascoltare l'insuperabile versione live presente nel vinile "Icaro" del1981, ancora non ristampato e non so da quanto tempo ormai fuori catalogo.
Sempre dall'lp "Invenzioni" viene estratta la prossima canzone, un inno contro la violenza sui bambini, dal titolo "Qualcuno mi renda l'anima". La versione, così come si era notato in occasione della recensione dello Zeronovetour", è molto filologica con quella di "Invenzioni", seppur la si abbassa di un tono.
La banda della Polizia di Stato ha poi interpretato un pezzettino de "Il carrozzone", ottenendo devo dire un buon risultato, dando l'occasione a Renato di ricordare suo padre, che faceva parte di quella istituzione.
Ilconcerto, come ormai accade spesso da diversi anni, si è concluso con quello che è l'inno non ufficiale dei "sorcini", ossia "Ilcielo". Posso giurarvi che questa canzone ha sempre avuto, anche prima che io scoprissi Zero, su di me un fortissimo potere, quindi risentirla è sempre un'emozione che mozza il fiato. Il pubblico la interpreta insieme a Zero, in maniera festosa ma composta e qualcuno, oltre allo stesso Renato, sicommuove.
Spero che abbiate apprezzato questa recensione, e che abbiate goduto nel leggerla quanto io ho goduto nello scriverla. Dato che le ripetizioni giovano vi ricordo che se volete vedere moltissimo materiale su Renato Zero, nonché gran parte di questo concerto, dovete andare su www.youtube.com/zerogerry.
Ciao nì!
Il concerto si è aperto con un'introduzione che ne ha pienamente tradotto lo spirito, nella quale hanno sfilato i principali personaggi che hanno nel tempo rappresentato la romanità, da Aldo Fabrizi ad Anna Magnani, da Gigi Proietti a Cristian De Sica. Il brano scelto come sottofondo a questa panoramica porta il titolo di "Roma", e dimostra tutto il profondissimo affetto che unisce Zero alla sua città. È il brano inedito che, insieme a "Segreto amore", impreziosisce l'ultima raccolta del cantautore romano, appena pubblicata dalla sua casa discografica, la Tattica. Il brano è basato su schemi di ballata classico-popolare, accompagnato da una bellissima orchestra, e cantato da Zero anche in dialetto romano. Questo forse lo avvicina alla tradizione delle serenate romane, sul modello di molti brani resi famosi da Claudio Villa, cantante con cui il nostro ha inciso un duetto virtuale nel disco "La coscienza di Zero".
Il concerto ha preso ufficialmente il via con "Io uguale io", uno dei brani contenuti nello storico album "Zerolandia" del 1978. L'arrangiamento non era stravolto, solo arricchito da suoni elettronici maggiormente riconducibili all'uso attuale degli strumenti sintetici. Comunque in questo brano ed in tutto il concerto gli strumenti moderni hanno fatto solo "tappeti sonori" sui quali si potessero stendere liberamente quelli acustici (una grandissima orchestra sinfonica che Zero ama spesso permettersi quando suona nella sua città natale) e quelli elettrici (un corposo ma secco gruppo rock).
La seconda canzone è stata quella "Amico" che a me ricorda tante cose che vi ho svariate volte raccontato. È stato bellissimo sentirla cantare ad un pubblico inebriato, sempre partecipe alla festa che inevitabilmente porta con sé ogni singola esibizione di Renato. L'arrangiamento qui è profondamente debitore di quello concepito per il bellissimo ed appena ristampato "Prometeo" (Tattica), ma ha finito per arricchirsi di un bellissimo sassofono soprano, estraneo in molti casi al mondo di Zero e più in generale a quello della musica leggera.
Il primo momento giocoso si è avuto con "Baratto", brano che in 45 giri ha fatto da lato B della più famosa "Il carrozzone", trainando così il grandissimo successo del 33 giri "Erozero" (1979). Live il brano è stato giocato con molta più parsimonia, d'altronde la voce di Zero si è leggermente incrinata, circostanza che non gli permette più di eseguire molti colori che avevano caratterizzato il suo canto giovanile. È stato bellissimo anche qui ascoltare il pubblico che ha interpretato passaggi molto lunghi da solo, con l'accompagnamento dell'orchestra e del gruppo leggero. Verso la fine ci sono state delle piccolissime parti eseguite con l'aiuto del disco originale, che stava in sottofondo mentre Renato eseguiva le parti principali. Mi riferisco ovviamente a quando si anticipa il finale a "scat", dove in disco Zero esegue quattro voci contemporaneamente, tecnica che ancora non è possibile riproporre dal vivo (per fortuna!).
Il primo duetto a cui si è assistito è stato quello con Andrea Bocelli, cantante presentato da Zero con molta tenerezza. Bisogna dire che ogni ospite ha scelto brani adatti alla propria timbrica, senza essere preda di insulse voglie di stupire. L'interpretazione di Bocelli, pur nella sua innegabile bellezza, forse non ha saputo rendere giustizia al brano, perché comunque il toscano non sa fare la distinzione fondamentale tra canto lirico e canto leggero, quindi quando canta lirica alleggerisce, quando canta la musica leggera porta troppa influenza lirica. Sinceramente queste operazioni potevano avere senso fino alla fine degli anni Cinquanta, poi con l'arrivo del rock and roll la musica leggera ha preso irreversibilmente la propria autonomia (attenzione che non ritengo il fenomeno completamente positivo, perché oltre a slegarsi dalla lirica la nostra musica leggera ha iniziato a rinnegare tutta la ricchezza che le portava la nostra tradizione popolare, iniziando a derubarla per ripulirsi la coscienza).
Sempre avvolti da questa atmosfera in bilico tra anni Settanta e Ottanta si è poi ascoltata "Fortuna", canzone originariamente contenuta in "Tregua" (altro disco di Zero recentemente ristampato dalla Tattica). Il brano è stato abbassato di un tono, ma non ha perso per niente di smalto ed espressività. La forza andava solo cercata in altri particolari, c'era comunque tutta. Particolare l'assolo di chitarra elettrica che ha scandito il finale del brano, che altrimenti è stato eseguito in maniera fidedigna rispetto alla versione del 1980 nel già ricordato "Tregua".
Il secondo ospite è stata una strepitosa Fiorella Mannoia, che ha interpretato una buona versione di "Cercami". Dico "buona" perché comunque è innegabile che ogni artista riesce a dare il massimo solo accompagnato da musicisti che lo seguono abitualmente, e non si spende mai al massimo quando va a trovarsi in altri contesti. Prezioso è stato l'assolo di chitarra classica che ha chiuso il brano, durante il quale la cantante ha tastato l'atmosfera del tutto particolare che si vive ad ogni buon concerto di Zero.
Di vent'anni prima ("Cercami" risale al 1998, al disco "Amore dopo amore") è la prossima canzone, una spumeggiante "Morire qui" estratta da "Zerofobia", primo album di Zero che ebbe grande successo di pubblico, edito nel 1977. L'arrangiamento presentato è ancora quello dello Zeronovetour, inciso su dvd e reso disponibile, insieme alla riedizione del giustamente fortunatissimo "presente" nel cofanetto "Presente-Zeronovetour". Dalla versione di "Prometeo" (1991) viene il troncamento della parte "Non è finita lo sento..." nella sua prima esposizione, sostituita da un "mia", gridato varie volte in crescendo di intensità.
L'invitata successiva è stata Rita Pavone, artista con cui Zero ha condiviso esperienze all'interno del suo corpo di ballo chiamato "I collettoni". I due cantanti si sono divertiti ad interpretare scambiandosi le strofe quattro grandi successi della cantante "pel di carota", tutti risalenti al periodo di sua massima popolarità, ossia agli anni Sessanta. I brani hanno creato una bellissima atmosfera da night club, dove i due artisti, soprattutto Zero, hanno dimostrato di trovarsi a loro agio. I brani interpretati sono stati: "Alla mia età", "Come te non c'è nessuno", "Che mi importa del mondo" e "Fortissimo".
La partecipazione di Rita Pavone è proseguita con una sua interpretazione di "Mi vendo" molto spumeggiante e forse con troppe tinte blues, che non si addicono, almeno secondo me, ad un brano dalla struttura spudoratamente dance come la notissima traccia d'apertura del già citato "Zerofobia".
Quando Zero è tornato ad essere solo sul palco si è ricordato uno dei suoi più grandi successi estivi tratto dal Q disc "Calore", la canzone "Spiagge". La versione è stata estremamente filologica ed ha permesso di apprezzare ancora una volta l'attività e bravura del gruppo di strumentisti nell'accompagnare il secondo grande protagonista del concerto, il bellissimo pubblico di Zero.
La prossima ospite è Raffaella Carrà che interpreta una curiosa versione dialogata dellacanzone "Triangolo", che, pur non essendo una delle mie preferite, in questa occasione si è fatta apprezzare per ironia e leggerezza.
Ilritorno alla solitudine permette a Zero di interpretare uno dei suoi classici più recenti, la bellissima ballata "Magari", tratta da quel "Cattura" (2003) da troppa gente ingiustamente criticato o peggio ancora snobbato. La versione live perde di efficacia, pur restando una bellissima versione, perché si rafforzano esageratamente le atmosfere rock, che non sono mai state il perno strutturale del brano. Bello ma forse inutile l'assolo dichitarra elettrica a metà brano, grave (in tutto il concerto) la mancanza del pianoforte sempre sostituito da tastiere.
C'è stata anche la partecipazione di Carla Fracci, che ha coreografato la bellissima e tenerissima "Dormono tutti", unico brano eseguito tratto dal cd "Presente", a dimostrazione che Zero non prepara mai scalette spudoratamente promozionali nei confronti delle proprie creazioni recenti, preferendo che in esse si istauri una pacifica convivenza tra le varie fasi della sua carriera. il brano è stato cantato come una vera canzone per bambini, giocando molto e quasi volando.
Altro momento esilarante è stato quello dedicato al duetto, stornellato in romanesco, con il grande Gigi Proietti. La melodia era concepita sulla falsariga di molte di quelle che costituiscono lo stile stornellatorio della capitale, il testo era uno scherzoso ma veridico ritratto di entrambi gli artisti, redatto sotto forma di dialogo, come nella più pura tradizione degli stornelli disfida.
Si è tornati alla serietà con "Niente trucco stasera", che è stata interpretata integralmente, anche in questo caso con grandissima fedeltà alla versione primigenia, quella risalente al 1980 e all'album "Tregua". Ilbrano non ha subito assolutamente il tempo, è attuale e sempre emozionante.
Molto bella è stata anche la canzone successiva, il classico del 1978 intitolato "La favola mia". L'arrangiamento ricalcava fedelmente quello concepito per il primo live che l'ha vista in scaletta, ossia il notevole "Figli del sogno" del 2004. È stato bellissimo come sempre ascoltare il pubblico intonare festosamente e rispettosamente il brano insieme a Zero, che siccome tiene alla partecipazione attiva degli astanti non sconvolge mai troppo i brani, limitandosi, in qualche raro caso, a modificare le introduzioni complicandole leggermente (come è successo proprio con "La favola mia").
Subito dopo si è avuta la partecipazione del più grande sorcino che si possa annoverare tra i comici italiani, il fiorentino verace Giorgio Panariello. Il comico toscano ha cantato, sulla melodia della nota canzone anni Sessanta "Marina", delle strofette esilarantissime dedicate a Zero, e va detto che non solo se la cava bene con il canto, ma l'imitazione di Zero è naturale nel suo timbro. Ha anche raccontato di come gli sia nata questa passione e dicome non sempre gli abbia portato bene. Forse è stato l'intervento migliore di tutta la serata.
Subito dopo Zero ha interpretato un classico del suo repertorio che da una quindicina d'anni a questa parte non può esimersi dall'interpretare in pubblico. Mi riferisco alla bellissima "I migliori anni della nostra vita", impareggiabile inno alla vita, dove passato, presente e futuro sono visti come un unicum inseparabile. Bellissimo il ritornello cantato dal pubblico, stupendo tutto.
Un momento molto particolare si è avuto a seguire, quando sul palco è salito il soulman siciliano Mario Biondi, il quale ha duettato con Zero non nella "normale" "Non smetterei più" tratta da "Presente", ma nella classica e tenerissima ballata "Nei giardini chenessuno sa" tratta dal disco "l'imperfetto" (1994). Le inconfondibili venature soul della voce del cantante non hanno assolutamente privato di visibilità la melodia eterea del brano, a dimostrazione che dove c'è bravura c'è anche versatilità. Il pubblico ha aiutato i due cantanti nell'interpretazione, esprimendosi con giovialità e rispetto.
Il brano successivo è stato un medley, forse il momento meno convincente di tutta la serata, dedicato a quattro brani estratti dagli album "Zerofobia" (Sgualdrina" e "L'ambulanza") e "Zerolandia" (Chi sei" e "Sbattiamoci". L'ho classificato deludente soprattutto perché i brani sono stati privati abbastanza forzatamente delle loro atmosfere per uniformarli ad un certo clima dance anni Novanta piuttosto opprimente.
Quando si torna al Renato Zero recente si esegue "Figaro", una bellissima e toccante canzone che descrive il rapporto molto particolare che Zero spesso ha con il proprio pubblico, quella vicinanza profonda che da molti è bollata come invadenza oppure menefreghismo mascherato. È una ballata molto ricca ed enigmatica a livello musicale, che vede l'alternanza di parti minori, seppur spesso con partenza sul sesto grado della scala, a parti maggiori che, convenzionalmente, partono sull'accordo di "tonica". È curiosa la teatralità sempre diversa che Zero imprime nel finale alle varie ripetizioni del verso "una canzone", accompagnata da un assolo di strumento a tasti (qui tastiera doppia), più spesso un meraviglioso pianoforte acustico.
Un'altra collaborazione che Zero ha fatto nella sua voglia di dare agli altri ciòche non gli è stato dato ai suoi inizi, è stata quella con la cantante romana Tiziana Donati in arte Tosca. La cantante nel 1997 incise il suo secondo disco, dedicato anchea riletture molto buone di brani noti o meno noti della canzone d'autore italiana. Inquell'occasione la cantante romana dà una bella interpretazione della canzone "Inventi", che ha visto anche ora la riunificazione di Tosca e Zero su un palco. L'arrangiamento, purtroppo, è l'unica pecca di questa interpretazione. Difatti trovo quantomeno forzato l'arrangiare questo brano a country americano, influenza solo in parte rappresentata dal marginale finger piking della chitarra, tecnica che nel 1974, anno di composizione della canzone, era all'ordine del giorno. A riprova della marginalità di tale influenza, sulla quale non si può imperniare nessuna rielaborazione del brano che ne voglia essere degna, consiglio di ascoltare l'insuperabile versione live presente nel vinile "Icaro" del1981, ancora non ristampato e non so da quanto tempo ormai fuori catalogo.
Sempre dall'lp "Invenzioni" viene estratta la prossima canzone, un inno contro la violenza sui bambini, dal titolo "Qualcuno mi renda l'anima". La versione, così come si era notato in occasione della recensione dello Zeronovetour", è molto filologica con quella di "Invenzioni", seppur la si abbassa di un tono.
La banda della Polizia di Stato ha poi interpretato un pezzettino de "Il carrozzone", ottenendo devo dire un buon risultato, dando l'occasione a Renato di ricordare suo padre, che faceva parte di quella istituzione.
Ilconcerto, come ormai accade spesso da diversi anni, si è concluso con quello che è l'inno non ufficiale dei "sorcini", ossia "Ilcielo". Posso giurarvi che questa canzone ha sempre avuto, anche prima che io scoprissi Zero, su di me un fortissimo potere, quindi risentirla è sempre un'emozione che mozza il fiato. Il pubblico la interpreta insieme a Zero, in maniera festosa ma composta e qualcuno, oltre allo stesso Renato, sicommuove.
Spero che abbiate apprezzato questa recensione, e che abbiate goduto nel leggerla quanto io ho goduto nello scriverla. Dato che le ripetizioni giovano vi ricordo che se volete vedere moltissimo materiale su Renato Zero, nonché gran parte di questo concerto, dovete andare su www.youtube.com/zerogerry.
Ciao nì!
martedì 7 dicembre 2010
Best Italia: ve ne parlo.
Carissimi lettori, torno già a scrivere su questo blog per parlare (finalmente) di un progetto più e più volte pubblicato da Radio Italia Anni Sessanta, consorzio di radio che in tutta Italia (in Umbria non esiste, ma questa è un'altra storia!) sidedica ad un'esaustiva divulgazione di tutta la musica dagli anni Trenta fino ai nostri giorni, includendo anche chicche e rarità difficilmente programmate da canali che hanno scopi spudoratamente commerciali.
Il progetto di cui vi parlo è "Best Italia", serie di 16 dischi, ognuno subordinato ad un tema specifico.
Grazie al sito ufficiale dell'emittente (www.radioitaliaannisessanta.it) percorreremo le track list dei 16 volumi e ne analizzeremo pregi e difetti.
Il primo volume di cui ci è possibile parlare è "Hit parade", contenente canzoni che si sono trovate negli anni alle prime posizioni delle classifiche.
Il disco inizia con una delle più brutte canzoni estive che mi sia stato dato di sentire, ossia "No tengo dinero", cantata dai Righeira, quelli che l'anno precedente (credo il 1983) ci avevano già ammorbato con "Vamos a la playa", brano che ora ha visto un terribile rifacimento da parte dei Flaminio Mafia, uno dei tanti gruppettini specializzati nel rovinare canzoni altrui.
La seconda traccia è una canzone anni Sessanta, ripresa però nella versione di un cantante che negli anni Ottanta, trovando affinità tra il decennio del riflusso e dei "paninari" e quello del cosiddetto "boom economico", ha fatto fortuna rovinando gli spensierati brani di vent'anni prima in maniera veramente vergognosa. Mi riferisco ad Ivan Cattaneo e alla sua versione del "Geghegè" lanciato da Rita Pavone.
La terza traccia eleva sicuramente il livello dell'insieme della raccolta, in quanto almeno è cantata da una cantante che (all'inizio) prometteva bene. Mi riferisco a Loredana Bertè, di cui ritroviamo "In alto mare", brano risalente agli anni Settanta, di cui ascoltiamo un rifacimento live.
La quarta traccia è un brano che non mi ricordo, si intitola "Ilmare più grande che c'è" ed è cantato da Fiordaliso. Vorrei solo spendere due parole su questa cantante: non ha praticamente voce, aiuto!
Continuando a cantare al femminile si trova Marcella Bella, di cui ascoltiamo "Problemi", brano che non conosco. Alla cantante siciliana va giustamente riconosciuto di aver fatto vari pezzi di buona o anche alta qualità come "L'ultima poesia", "Gli amici" (cantate rispettivamente insieme al fratello Gianni e a Riccardo Fogli).
La sesta traccia ci permette di ricordare (quanto sarebbe stato meglio non farlo, ma va bene!) la canzone vincitrice del Sanremo 1997, ossia la fusione di voce impostata e musica elettronica che va sotto il nome di "Fiumidi parole". Era cantata da un duo chiamato Jalisse: chi se li ricorda?
Alla settima traccia compete il ruolo di farci tornare in mente uno dei tanti gruppi che hanno continuato e coltivato il genere melodico inItalia mentre impazzava il "prog" dei vari Banco, P.F.M e compari. Mi riferisco ai collage, dei quali si estrae la gradevole (ma non eccelsa) "Tu mi rubi l'anima". L'unico problema del gruppo: la voce del cantante, praticamente inesistente. Se permettete una divagazione la lacuna è trasversale, riguarda indifferentemente tutti i generi musicali, ci sono pochissime voci belle in giro.
Abbiamo citato Riccardo Fogli per ricordare una delle più belle canzoni di marcella Bella, ed abbiamo il piacere di ritrovarlo in questa scaletta con una delle sue canzoni anni '80 dal titolo "Malinconia". La melodia è apparentemente semplice ma pur sempre sviluppata, non male.
Come nona traccia c'è un brano cantato da Juli and Julie dal titolo "Una storia d'amore". Ammetto la mia proverbiale ignoranza e passo avanti.
Finalmente posso gridare un "bella!" sentito e convinto per quanto riguarda la decima traccia. Ci troviamo infatti con quello che io considero il miglior gruppo tra quanti coltivarono la musica melodica italiana tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta. Mi riferisco agli Alunni del Sole capeggiati dal napoletano Paolo Morelli, abile poeta sia nel nobile vernacolo partenopeo che in italiano. Il brano che troviamo fa parte della produzione dialettale del gruppo ed ha il titolo di "'A canzuncella". È una delle ultime canzoni napoletane belle ad aver conosciuto gli onori della celebrità nazionale, poco prima dell'esplosione di quel degradato e degradante fenomeno detto dei "neomelodici". Il brano si inserisce in un filone di brani leggermente jazzati, che comprende perle come "'Na voce, 'na chitarra e 'o poco 'e luna", innovando le sonorità ma non discostandosi per niente come spirito dalla vera tradizione classica.
Ora troviamo il gruppo che in quegli stessi anni aveva coltivato il revival della voce "in falsetto" con una caparbietà davvero invidiabile, ottenendo risultati penosi. Mi riferisco ai Cugini di Campagna, gruppo di cui si ascolta il brano "Innamorati", a me sconosciuto.
Terzultima traccia: qual è la canzone più maschilista di tutta la storia della canzone italiana? "Teorema"!. A Marco Ferradini va riconosciuta bravura, per brani come "Gli Aironi", "Quando Teresa verrà" ed altre, ma questa canzone è da scordare (purtroppo qui ce la fanno ricordare, vedete che il mondo è bello perché è vario!).
Un altro bravo gruppo datoci da Napoli negli anni Settanta è "Ilgiardino dei semplici", anche quest'ultimo dedito ad una semplice ma mai inutile canzone melodica all'italiana. Dal repertorio di questo ensemble viene ripescata "Carnevale da buttare", brano che io ignoro.
La compilation si chiude nel peggior modo possibile, con una specie di semirap in dialetto napoletano inciso da Tullio De Piscopo negli anni Novanta, direi di sorvolare.
Il secondo volume che abbiamo la possibilità di occhieggiare è dedicato ai gruppi beat italiani, quelli che spesso evolentieri hanno fatto dei buoni adattamenti di brani stranieri che molto difficilmente sarebbero arrivati da noi (per questo, invece che essere ricordati, sono sminuiti).
Il volume inizia con una bellissima "Sognando la California", traduzione interpretata dai Dik Dik del brano "California dreaming", lanciato dai Mamas and papas. La versione che ascoltiamo (per fortuna) non è l'originale, ma bensì una eseguita in acustico molti anni dopo.
Altra grande (e forse più lodevole) operazione portata avanti da molti gruppi beat anni Sessanta, è stata quella di riprendere e rivitalizzare brani bellissimi della nostra produzione anni Trenta. Un esempio ne è la seconda traccia del volume "Un'ora sola ti vorrei", qui interpretata dagli Showmen, gruppo napoletano che vedeva tra i suoi componenti il leggendario cantante Mario musella e il sassofonista James Senese. Contrariamente a quanto accade adesso (vedasi la reinterpretazione del medesimo brano da parte di Giorgia), quando si riarrangia si lavora solo sulle sonorità senza toccare la ritmica e la melodia, in segno di umiltà.
Allaterza traccia cominciano i problemi. Arriva una delle canzoni più insipide che mi sia stato dato di sentire, la romantic ballad "Monia", interpretata dagli Apostoli, in uno stucchevole stile tra il cantato ed il parlato, precisamente alternando strofe parlate a ritornelli (sempre uguali) cantati o meglio piagnucolati.
La traccia successiva la ignoro, porta il titolo di "Non c'è più nessuno" ed è interpretata da uno dei più longevi gruppi beat, i grandie e bravi Camaleonti.
La canzone che segue ha una bellissima melodia, rovinata da un testo brutto e da una voce insignificante. Miriferisco a "Guarda", interpretata da un gruppo meno fortunato chiamato The rogers. È un brano in terzinato (come andavano allora) con certe influenze blues, che però non sconfinano mai nella scimmiottatura.
Andando avanti si ritrova un'altra cover dal repertorio americano, l'interessante "To love somebody", che interpretata dai Califfi diventa "Così ti amo". Forse convince meno rispetto a "Sognando la California" ma è pur sempre godibilissima.
Ed arriviamo ad un gruppo il cui destino è legato molto a quello di Francesco Guccini, ossia all'Equipe 84, di cui abbiamo il piacere di ascoltare "Quel che ti ho dato". Si può dire che il gruppo musicalmente non avesse particolari caratteristiche, il loro forte (come ammesso svariate volte da Maurizio Vandelli, suo storico leader)era la bellissima polivocalità.
Proseguendo troviamo i New Trolls, con uno dei pochi brani che hanno tentato di affrontare tematiche forti all'interno del beat italiano. Mi riferisco ad "Una miniera", canzone che rende testimonianza dei sentimenti di un minatore che torna da sua moglie dopo una lunga assenza. Molto bella, complicata ed emozionante. È inoltre innegabile la particolarità del timbro di Di Palo, caratterizzato da un certo falsetto mantenuto naturale.
Troviamo poi uno dei primi brani dei Pooh, il famigerato (ma da me dimenticato) "Bikini beat".
Andando avanti si trova uno dei gruppi di punta del beat italiano, i milanesi Giganti, noti per la stupenda voce di basso di Enrico Maria Papes. Ilbrano che si ascolta è "La bomba atomica".
Proseguendo troviamo un altro brano dei Camaleonti, che nonconosco, dal titolo "Ti dai troppe arie".
Sempre tra brani sconosciuti impantanati troviamo "Nessuno potrà ridere di lei", una delle cover eseguite dai Pooh nel loro periodo beat.
Se vi dico cantante che da quarant'anni vive in Italia e nonostante ciò parla l'italiano con un accento inglese che si sente subito? Qualcuno potrebbe anche pensare a Mal dei Primitives, il cantante che continua questa scaletta con una sua versione di un noto pezzo americano da lui interpretato in maniera molto poco convincente ma tuttavia rimasto nell'immaginario collettivo. Mi riferisco a "Yeeeah".
C'era un gruppo beat italiano degli anni Sessanta, che era noto, oltreché per la sua innegabile bravura musicale nel suo genere, anche per portare un corvo vivo sopra il basso. Ovviamente, dico io, mi riferisco ai Corvi, che chiudono questa scaletta con "Ragazzo di strada", brano che purtroppo è stato ripreso da gente che c'entra pochissimo con quel mondo, vedasi Tonino Carotone. Ilconsiglio che do è di ascoltare la versione dei Corvi, bella, con un bellissimo assolo di chitarra elettrica distorta, tra i primi mai sentiti in Italia.
Se si pensa agli anni Sessanta in Italia, viene naturale di pensare al cinema. Così in questa collezione, che vediamo essere molto completa, c'è un volume completamente dedicato alla musica per cinema. Qui verrà trattato molto superficialmente,speriamo di trovare qualcosa che possa in parte anche esulare.
La seconda traccia del disco è una grande canzone d'ispirazione romanesca scritta ed interpretata dal "piccoletto nazionale", il cantante ed attore romano Renato Rascel. Mi riferisco ad "Arrivederci Roma", che fotografa una visione idillica ma non fastidiosa (almeno per me) della Città Eterna. mi fa tenerezza, ad esempio, il quadro dell'inglesina che getta il soldino in Fontana di Trevi, come sapete anche questo è diventato reato, mentre il falso in bilancio no (giustizia è fatta!).
La prossima traccia di nostra conoscienza è "Nessuno al mondo", buona cover di Peppino di Capri di un notissimo successo americano di Pat Boone. Va detto che il Di Capri degli inizi non ha dato frutti spregevoli (altro discorso quando si metteva a reinterpretare le canzoni napoletane, stravolgendole così da rendere irriconoscibile,quindi inapprezzabile, qualsiasi versione filologica a chi lo amasse).
Il disco continua con una canzone caratterizzata dalla presenza di un "effetto speciale" eseguito dal vero. Mi riferisco alla bellissima "Ilbarattolo" di Gianni Meccia, che è accompagnata dagli spostamenti di un barattolo vero, ossia il cuore del protagonista è fotografato nei suoi movimenti, causati dai maltrattamenti dell'infido personaggio femminile (un po' di maschilismo, ma è un bel brano).
Dal Sanremo 1960 (quello che vide la vittoria congiunta di Tony Dallara e Renato Rascel con "Romantica") viene estratta "Quando vien la sera", canzoncina spassosa a tempo di twist, rimasta famosa nella versione di Joe Sentieri, il cantante del "saltino". Deplorevole (e parla una sua fan) la versione che ne ha fatto Arbore in "Quelli della notte", meglio 'originale.
Proseguendo, nominata e vista, arriva "Romantica" cantata dal grande Tony Dallara, il migliore "urlatore" che l'Italia possa aver vantato, perché è in grado di coniugare gli stilemi americani con un assoluto rispetto della melodicità nostrana.
Proseguendo si scopre che il brano "A felicidade", uno dei classici della bossanova brasiliana, nato dalla penna di Vinicius de Moraes e António Carlos Jobim, ha avuto una versione italiana dalla voce bellissima di Don Marino Barreto jr, uno dei più grandi cantanti del night italiano, nonostante il suo essere cubano.
E a proposito di gioielli stranieri portati da noi da cantanti stranieri continuiamo con "Uno a te, uno a me", interpretazione in italiano del tema principale del film "I ragazzi del Pireo" con musica di Mikis Theodorakis. l'interprete è la grande Dalida, una delle migliori interpreti che la francofonia e l'italofonia hanno posseduto, dalla voce potente e limpida fino alla sua prematura fine.
In questa atmosfera da night, ovviamente, non poteva mancare una "criminal song" di Fred Buscaglione, il grande contrabbassista, cantante e showman torinese. La sua voce, di solito dolcissima, poteva miracolosamente assumere un colore foschissimo davvero raro, basta vedere i suoi ruoli nel cinema, il film "Noi Duri" con Paolo Panelli e Bice Valori.
L'alter ego femminile di Buscaglione era senza dubbio Caterina Valente, grande artista dimenticata dal grande pubblico ma citata dal grande esordiente Piji nella canzone "I cigni di Ninfenburg" nel cd autoprodotto "Lentopede". La voce della Valente è jazz, ma non arriva alle forzature di Mina, che imita senza creare niente di nuovo.
Questo volume si chiude con un omaggio a Napoli proveniente dagli Stati Uniti (che spreco!), ovvero con la versione che Elvis Presley haeseguito di "'O sole mio". Non è male ma, sinceramente, da cultrice della canzone napoletana, avrei preferito avere in questo volume, un brano di Renato Carosone a chiusura di questo omaggio al cinema e al night.
Di nostro completo interesse è anche il volume successivo, quello dedicato ai cantautori.
Il volume inizia con "Genova per noi", classico scritto dal grande Paolo Conte e qui presentato nella notevole versione di Bruno Lauzi. Il brano non è sconvolto, anzi è reso ancora più melodico, evidenziando la sua anima latina, il suo essere una habanera tra le più riuscite di quante sono state scritte.
Il secondo brano è del repertorio "minore" di Fabrizio De Andrè, quello nel quale il cantautore genovese ancora non aveva il coraggio di far vedere la sua vera personalità. Mi riferisco a "Nuvole barocche", comunque interessante fusione tra un ritmo terzinato ed una strofa eseguita ad habanera. Lo si trova nell'lp del 1972 dallo stesso titolo.
Continuando con la scuola genovese si trova una traccia estratta dal primo disco di Gino Paoli, album che già mostra un cantautore giunto a precoce ma completa maturità. Il brano qui presente è "Sassi", canzone dall'andamento misterioso e dal testo triste ed intrigante.
Dello stesso periodo è il brano successivo, un gioiello sconosciuto dell'opera di Luigi Tenco intitolato "Mai".
Subito dopo compare uno tra gli antesignani del cantautorato, il polignanese Domenico Modugno, del quale si ascolta una bellissima ballad anni Sessanta dal titolo "Notte di Luna calante". La ballata è un misto tra un brano romantico all'italiana e certe suggestioni riprese da certi cantanti americani riconducibili al canto singhiozzato, in quegli anni coltivato anche da Modugno, dopo aver interrotto i suoi rapporti con il folk.
Tornando alla scuola genovese si omaggia il grande e dimenticato Umberto Bindi, ottimo interprete ma soprattutto grande autore di musiche con la ricchezza della musica classica e la giovialità ed intimità del jazz. Il brano che troviamo pubblicato è "Se ci sei".
Sempre dall'lp "Nuvole barocche" viene estratto il secondo brano presente di Fabrizio De Andrè, un'interessante ballad a tempo di bolero cubano dal titolo "E fu la notte". Va ricordato che il repertorio di cui ci stiamo occupando fu bollato dallo stesso De Andrè come "peccati di gioventù", in maniera forse cattiva e perché no superficiale. Riascoltarlo ora, alla luce anche della sua produzione successiva, forse farebbe cambiare idea a molti estimatori.
Dopo aver omaggiato i cantautori provenienti o lanciati da Genova si passa alla scuola romana, che viene iniziata da Amedeo Minghi, con il brano da lui dedicato a Giovanni Paolo II. Sinceramente io non l'avrei inserito, avrei scelto "1950" o "La vita mia", e non l'avrei messo in questa posizione, prima sarebbero dovuti venire almeno un Venditti ed un De Gregori.
Continuando si ha il piacere di ascoltare "Agnese", bellissima e dolcissima ballata di Ivan Graziani volontaria o involontariamente ispirata ad un pezzo anni Sessanta anch'esso bello. La versione di Ivan è molto ben fatta, la melodia non lascia spazio ad influenze americane o straniere, stupenda.
Proseguendo si ascolta "Minuetto" nella versione eseguita da uno dei suoi autori, il cantautore Franco Califano. Il testo è modificato in molte parti, la versione è altrettanto sofferta di quella di Mia Martini, seppure quest'ultima aveva una voce migliore (ovvio!).
Troviamo poi Sergio Endrigo, che ci presenta il brano col quale arrivò terzo al Festival di Sanremo 1970 in coppia con Iva Zanicchi. La canzone è "L'arca di Noè", ritratto intimo ma molto sferzante dei problemi profondi di una società che iniziava a sentire di essere allo sbando. La forza di Endrigo sta nell'intimità che filtra tutto, e qui sta anche la sua impossibilità di essere compreso dai cosiddetti intellettuali.
Continuando si arriva al tema ecologico, affrontato da Pierangelo bertoli con forza insuperabile nel suo classico "Eppure soffia". Per chi nonla conosce è una ballata bellissima, con una melodia larga e chiara, di quelle adatte per denunciare le ingiustizie. La sua voce è sempre stata di una limpidezza disarmante, non è mai cambiata tantomeno calata. L'album da cui è estratto il brano è quello che lo porta come title track, risalente al 1975.
Ed eccoci con un omaggio alla scuola milanese, rappresentata da Giorgio Gaber, quando ancora faceva il cabarettista e non dava comizi tramite le canzoni. Il cantautore meneghino è ricordato attraverso una tarantelluccia spassosa degli anni Sessanta dal titolo "Il riccardo", uno dei tanti ritratti di vita di bar lasciatici da Gaber.
L'ultima traccia permette di ascoltare uno dei cantautori di ultima generazione, uno di quelli che a me non piacciono, il rocker Massimo Priviero, uno di quelli che si ispira agli stilemi americani senza permearli di qualsiasi cosa che sia propria. Ne mancherebbero tanti all'appello ma ancora abbiamo molto materiale da visionare e recensire.
Continuando si arriva ad un volume che inizia in maniera divina. Ci riferiamo al disco "Le canzoni del cuore", la cui prima traccia si intitola "Il cielo in una stanza" ed è interpretata dal suo autore Gino Paoli. Sinceramente, pur essendo io una grande ammiratrice del cantante di Monfalcone, avrei preferito la versione di Mina, interpretata sicuramente meglio e con un arrangiamento sicuramente maggiormente curato. A riprova di ciò è il fatto che Paoli stesso, dopo la versione storica del 1960, utilizzerà per cinquant'anni arrangiamenti più o meno fortemente ispirati a quello fatto per Mina.
La seconda traccia non ci interessa perché è un brano che ignoro, quindi ci dedichiamo ad uno dei capolavori della produzione della prima Mina, la bellissima e giustamente celeberrima "Se telefonando" (anche qui,vedasi "Un'ora sola ti vorrei", hanno operato dei rifacimenti per il suo sputtanamento). Qui abbiamo la fortuna di ascoltare la versione originale, quella arrangiata dal grande Ennio Morricone, che prima di iniziare un'inarrestabile carriera di compositore di colonne sonore ha arrangiato alcuni tra i più bei brani italiani.
Come dire dal Paradiso all'Inferno. Andando avanti si ritrova Amedeo Minghi con "Cantare d'amore", brano presentato ad un Sanremo di una decina di anni fa, tra i più brutti che mi sia dato di ricordare.
Proseguendo, sempre da Sanremo, esce uno dei rari brani decenti usciti in questi ultimi anni,da una delle nuove proposte la cui carriera non ha più visto vette che abbiano interessato i media. mi riferisco alla bella romantic ballad "Sei la vita mia" di Mario Rosini, promettente cantante e pianista siciliano, dalla voce tenorile con leggerissime incrinature jazz. La melodia è semplice, per alcuni forse banale, per me sicuramente e giustamente italiana.
Tornando ad omaggiare Umberto Bindi (dopo aver reperito uno dei suoi brani nel volume "Cantautori") qui ci si presenta "Il nostro concerto", bellissima ballata, incrocio tra un brano classico e la sensualità delle ritmiche jazz. Credo però che questa doppia anima del brano e di tutta la produzione bindiana, abbia portato molti jazzisti, con la frettolosità che li distingue, ad appropriarsi di qualcosa che non gli appartiene o non può essere completamente di loro proprietà. Preferisco, se proprio si deve parlare di rifacimenti, quelli di artisti come Claudio Baglioni, che ha reinterpretato il brano in ben due occasioni: nel 1997 nel cd "Anime in gioco" e qualche anno dopo nella raccolta "Quelli degli altri tutti qui".
Un altro esempio di bolero cubano all'italiana lo troviamo nel brano successivo, la bellissima ballata "Era d'estate" di Sergio Endrigo, che qui ascoltiamo con la partecipazione dell'ottima cantante di jazz e musica leggera Rossana Casale. Nonostante il mio aver approvato tale versione, sinceramente rimpiango l'orchestrazione, da qualcuno forse ritenuta barocca, tipica della versione anniSessanta.
Proseguendo si ascolta la versione di Milva del celeberrimo brano "Estate" di Bruno Martino. Sinceramente nonconosco la suddetta versione, ma, quasi per principio, i brani di Martino debbono essere ascoltati da lui (e di questa va rigorosamente ascoltata la versione anni Sessanta!).
Il passaggio agli anni Ottanta si attua tramite una delle canzoni più insipide che mi sia mai stato dato di conoscere, la ballata "Ancora" del cantautore napoletano Edoardo De Crescenzo. la voce del cantante non è malvagia, ma sinceramente mi stancano i virtuosi in modo gratuito, quelli che con il virtuosismo debbono nascondere qualche loro grave mancanza (e ce ne sono trasversalmente!).
Sinceramente avrei preferito ascoltarmi la versione dei Pooh, perché è l'originale, ma andando avanti si trova "Pensiero" cantata da Riccardo Fogli. Il cantante toscano sinceramente, dopo un periodo fortemente creativo avutosi tra gli anni Settanta e gli inizi dei Novanta, credo abbia facilmente ceduto alla tentazione divivere di rendita con il suovecchio repertorio e, soprattutto, con quello da lui cantato per i Pooh.
Dopo aver saltato una traccia ("Io sarò la tua idea" cantata da Iva Zanicchi) quando possiamo tornare a parlare di cose che conosciamo troviamo "Piccolo uomo", canzone di Bruno Lauzi interpretata e portata al successo da una strepitosa Mia Martini. Il brano di Lauzi è bello, ma sinceramente cantato dall'autore è molto meno convincente, gli manca la sofferenza che invece la voce di Mimì gli dà invariabilmente.
La penultima traccia è una perla estratta da un Sanremo di fine anni Sessanta, il brano "Un'ora fa". Il brano è la riuscita fusione tra lo stile soul che permette come nessuno di brillare al cantante milanese ed una grande e larga melodia nostrana. La strofa è in minore, mentre il ritornello è in maggiore, dimostrando così che ancora all'epoca si lavorava in maniera ricca.
Anche in questo volume troviamo la presenza della canzone napoletana, con uno dei suoi ultimi capolavori, la "Resta cu mme" scritta da Domenico Modugno negli anni Cinquanta ed ancora oggi gradevolmente ascoltata dagli intenditori.
Il prossimo volume è dedicato alle "Canzonissime", ossia ad alcune delle canzoni uscite dalla famosa trasmissione televisiva "Canzonissima" (rivoglio quella e via "X factor", "Amici" e compagnia brutta!).
La prima traccia è "Roma nun fa la stupida stasera", bellissima habanera di Garinei e Giovannini, estratta direttamente dall'immortale colonna sonora della commedia musicale "Rugantino". L'interprete è uno dei miei preferiti per quanto riguarda la canzone romana, il romano verace Lando Fiorini,che io ebbi l'onore di conoscere durante il mio periodo a "Sarabanda", poiché venne in trasmissione e, dopo aver recitato una stupefacente poesia di Trilussa, cantò una "Cento campane" che mi ha fatto commuovere fino alle lacrime.
Sulla seconda traccia ho già da ridire, perché il brano è bello ma la versione presentata secondo me non è sufficientemente buona. Il brano è "Un'estate fa", rifacimento in italiano della canzone francese "Une belle histoire", qui cantato dagli Homo Sapiens ma lanciato anche da Michel Fugain, interprete originale del brano. Ilsuo italiano è caratterizzato da un'affascinante e tirannica "erre moscia", ma l'interpretazione è insuperabile, vi giuro!
Ed a proposito di brani rifatti (o che dopo sono stati tradotti in svariate lingue), si ha il piacere di ascoltare la versione italiana di "Without you" dei Gens. Il brano si intitola "Per chi" e devo dire che è riuscito, molto peggiore è il rifacimento recente di Brenda, per L'italia, e di Maria Karey per gli Stati Uniti.
Dopo aver saltato una traccia si trova la stupenda versione che José Feliciano ha dato del mediocre brano di Jimmy Fontana (e parla una sua ammiratrice) "Che sarà". La bellezza della versione di Feliciano, secondo me, sta nel virtuosismo che il portoricano mette nell'accompagnamento di chitarra, sicuramente notevole.
Si ritorna ai cantautori e si ritrova Bruno Lauzi, con uno dei suoi primi e più bei brani, la ballata "Ritornerai", che come sempre io vi consiglio di ascoltare solo da lui. Bruttissima infatti è la versione che ne diedero circa una decina di anni fa i Delta v, gruppo di pop elettronico a me completamente estraneo.
Proseguendo si trova un altro dei capolavori della produzione di Mina, la traduzione initaliano del brano "It's a lonely town" dal titolo "Città vuota". Non so quale versione si trova nel cd, spero di cuore sia quella anni Sessanta, perché quando successivamente la cremonese reincise il brano per uno dei suoi dischi dal vivo, gli arrangiatori ne fecero (come spesso accade) scempio. È sempre un problema riuscire a riarrangiare completamente un brano, spesso si cade nelle grinfie della moda, soprattutto nel deleterio ambiente del pop.
Bellissima la traccia successiva, la spassosissima canzone "La gatta" di Gino Paoli. Qui non ho preferenze di versioni, voglio solo segnalare, per la sua indubbia particolarità, quella interpretata dal cantautore montefalconese insieme ad Enrico Rava, Danilo Rea ed altri jazzisti nel disco di Rava "Strane stelle strane", tutto dedicato a rifacimenti in chiave jazz di successi della musica d'autore italiana e non solo. Da quel disco è notevole anche la partecipazione di Renzo Arbore, con il swing napoletano di "Smorza 'e lights", dove il foggiano suona anche il suo amato clarinetto.
Continuando si arriva alla traduzione in italiano di "Milord", brano lanciato in Francia da Edith Piaf e da noi ripreso da Milva. L'arrangiamento qui è fidedigno, anche se forse i giri di fisarmonica musette nella versione italiana suonano come qualcosa di falso ed imitato. L'interpretazione è abbastanza buona, perché sono innegabili i punti di contatto tra le due voci, ma il mio consiglio, ovviamente, è quello di ascoltare la versione francese, assolutamente più bella. Sono alla pari, invece, la canzone della Piaf "Les amants d'un jour" e la sua traduzione italiana, curata ed interpretata dall'italo-francese Herbert Pagani, dal titolo "Albergo ad ore". Il fatto è che nel caso di Pagani la teatralità francese è qualcosa di naturale, non imitato e tantomeno acquisito.
Andando avanti si riscopre una delle canzoni meno belle che possano aver dato gli anni Sessanta italiani, ossia il motivetto beat "Perché l'hai fatto", che si ritrova nella versione di Beniamino Reitano, noto al grande pubblico come Mino Reitano. La voce del calabrese avrà forse il suo fascino, ma secondo me è tutto meno che un timbro perfetto o bello.
Anche in questa compilation fanno capolino i pooh, con la loro famosissima "Piccola Ketty", primo loro grande successo, ancora in epoca beat. Io l'ho sempre trovata una canzone pietosa, perché si sente lontano un miglio che è composta per scimmiottare ciò che non ci appartiene.
Dopo una traccia a noi sconosciuta ("Furore" di Adriano Celentano) riscopriamo uno dei tanti gioielli usciti dalla penna del grande e dimenticato Memo Remigi. Dalla sua voce abbiamo il piacere di riascoltare "Io ti darò di più", brano portato al successo da Ornella Vanoni alla fine degli anni Sessanta. Io sono molto legata a Remigi, perché circa tredici anni fa conduceva la versione domenicale di "Per noi", bellissimo programma musicale di Rai Radio 1, quando ancora non si era completamente votata allo sport. Il programma era fatto da un immaginario night club anni Sessanta, con un grandissimo pianista chiamato Luciano Simoncini,e vi venivano invitati grandi nomi di quel periodo come Bruno Martino, Gino Paoli ed altri (che nostalgia!).
Il disco si chiude con un pezzo di un gruppo di musica strumentale "progressiva" chiamato Il guardiano del faro". Sinceramente a me non dicono niente.
Il prossimo volume è intitolato "L'ora dell'amore", titolo ripescato da una delle più belle canzoni del periodo anni Sessanta, la cover di "Homburg" dei Procol Harum eseguita dai Camaleonti.
Il volume inizia con "la più bella del mondo", bellissima ballata romantica interpretata da Marino Marini, una delle stelle del night club anniSessanta, nato a Napoli. Il suo stile potrebbe essere paragonato a quello di Renato Carosone, anche se il Marini era possessore di un timbro sicuramente più bello e raffinato.
La seconda traccia è un brano dal titolo "Amore grande, amore libero", ripreso dal repertorio dei già citati e deplorati "Il guardiano del Faro".
Ed eccoci ad una delle canzoni più insipide (e quindi più ricordate) degli anni Settanta italiani. Mi riferisco a "Bella da morire" degli Homo Sapiens. Per descriverla brevemente si potrebbe definire una canzone da fotoromanzo, una di quelle dove l'uomo si chiede perché la sua innamorata lo abbia lasciato, senza chiedersi se costui a colpe.
Continuando troviamo una delle voci più grintose che gli anni Settanta abbiano potuto conoscere, quella di Mino Vergnaghi, il quale ha azzeccato alcune belle melodie tra cui questa "Amare", anche se, quando con gli anni ha deciso di rifarle, ci ha messo delle coloriture troppo blues che non le esaltano ma le nascondono. Comunque fa sempre piacere ricordare questi interpreti rimasti solo nella memoria di chi la musica la amava davvero.
Andando avanti si ritrovano i Cugini di Campagna (sarebbe meglio di no!), con una canzone che ha tragicamente segnato la mia infanzia. Mi riferisco ad "Anima mia", che digerisco (a malapena) nella versione di Baglioni, solo perché è lui che canta. È una delle tante canzoni che sfrutta lo stereotipo della tristezza dell'uomo lasciato, che non si chiedemai il perché sia stato abbandonato dalla propria compagna, della quale sente una nostalgia sferzante, diremmo "canaglia" citando un pezzo che spero non troverò mai.
Un'altra cover del repertorio dei Pooh da parte di Riccardo Fogli continua la scaletta. Il brano prescelto è "Tanta voglia di lei", il primo (che io sappia) brano dei Pooh ispirato ad una relazione adulterina. In questo caso, contrariamente a quanto accadrà anni dopo con "L'altra donna", qui il protagonista capisce il suo sbaglio e dice un laconico "Il mio posto è solo là", per accontentare i benpensanti, all'epoca ancora grandi fustigatori.
Continuando con i gruppi troviamo prima i Ricchi e poveri (che dai trallalleri liguri sono passati al poppettino commerciale) e poi i New Trolls quando già avevano ampiamente superato la fase beat. Il brano che troviamo in scaletta è la bellissima "Quella carezza della sera", canzone tenerissima sui ricordi d'infanzia del protagonista. Interessante soprattutto per il finale del ritornello, che contiene un dodiesis settima aumentata, che fa da seconda diminuita rispetto alla scala di do del brano.
Dopo una traccia sconosciuta, "Fiore di carta" cantata da Bobby solo", troviamo il brano che dà il titolo al cd, di cui si è già parlato in sede introduttiva. Qui voglio solo spezzare una lancia a favore dei Camaleonti, che sono riusciti ad eseguire un rifacimento italiano molto bello, anche migliore della stessa canzone originale.
Anche qui abbiamo il piacere di ritrovare Memo Remigi, con uno dei suoi gioielli assoluti, la ballata dal ritmo inclassificabile "Innamorati a Milano". In molte parti sembra un bolero, ma prima che il ritmo si schiude ve ne sono altre a tempo neutro, molto enigmatiche (imparate nuovi autori da chi aveva meno accademia e più fantasia!).
Continuando riscopriamo un altro grande successo estrapolato dal canzoniere di Umberto Bindi, la ballad terzinata "Arrivederci". Sinceramente trovo molto più convincente la versione jazzata data da Marino Barreto Jr, ma queste sono le scelte di chi ha fatto la compilation. È abbastanza brutto il vocalizzo che Bindi esegue prima di ogni esposizione del tema melodico, semplicemente perché è portato avanti da una voce che non è abituata all'uso di questa risorsa.
Dello stesso periodo è la penultima traccia, la mia canzone preferita di Giorgio Gaber, nella quale il milanese sfodera un'anima da crooner che dopo, infervorato dalla politica, ha perso assolutamente per strada. La ballata che troviamo è "non arrossire", bellissima serenata d'amore, debitrice sì di certi stilemi nordamericani, ma prima d'ogni cosa della serenata popolare italiana.
Il volume si chiude con il tema del film "Love story", interpretato dal sassofonista Fausto Papetti, interprete che ha chiuso un'epoca, purtroppo mai più ricominciata, nella quale la musica strumentale andava a braccetto con i dischi cantati.
Eccoci ad uno dei momenti più polemici di tutta questa rassegna, perché ci dobbiamo occupare del volume napoletano della collezione "best Italia".
Il volume porta il titolo di "Bella Napoli" ed inizia con "Cu' mme", rpesentataci in una versione interpretata solamente da Mia Martini, e già qui c'è da ridire. Infatti il brano è spudoratamente concepito affinché una voce (maschile) canti a strofa mentre un'altra (femminile) le risponda nel ritornello. Poi trovo ingiusto omettere Murolo dalla prima traccia di un cd napoletano, lui che ha sempre perseguito il rinnovamento rispettoso della canzone napoletana, anche quando è stato preso in mano da produttori senza alcuno scrupolo.
Ancora più da ridere c'è nella seconda traccia, perché troviamo Gigi D'Alessio, ossia colui che ha dato visibilità nazionale al deplorevole fenomeno dei "neomelodici", quegli interpreti il cui stile è assolutamente e rigidamente prestabilito. Il napoletano interpreta "Annarè", colonna sonora di un film, ultima sua esperienza rimasta confinata praticamente al territorio campano.
Il volume va di male in peggio, perché dopo il primo figlio troviamo il padre dei "neomelodici", che pentito del misfatto compiuto e volendolo in qualche modo appianare (mentre oramai si sa che non può più) si è dato al teatro e alla cosiddetta "canzone di qualità" (siete sicuri?). Mi riferisco a Nino D'Angelo, di cui si ascolta "Nu jeans e 'na maglietta" risalente all'inizio degli anni Ottanta, ai suoi primi film osceni.
Il primo brano "classico" che si ascolta è "Tu ca nun chiagne", in una versione forse non bruttissima ma sicuramente non favolosa. Mi riferisco a quella che ne hanno dato il gruppo napoletano "Il giardino dei semplici", quando, nel più generale e spesso falso interesse per le canzoni dialettali o di tradizione, anche la canzone napoletana sembrava rivivere con versioni rivisitate fino all'eccesso. In questa addirittura spiccava uno strumento sintetico tipico del "progressivo" su cui è meglio sorvolare.
E a proposito di cose sgradite andando avanti si trova l'abruzzese Fred Bongusto che rilegge "Resta cu' mme", ma questa licenza può essere perdonata in quanto la versione di Modugno è stata già inserita in un volume precedentemente da noi consultato (potevano non so perché mettere la versione di Murolo, forse sì!).
Non sono una fan di Mario Merola, ma per lo meno la sua napoletanità e il suo essere legato ad un certo stile "classico" sono innegabili. Dalla voce di Merola ascoltiamo "'A voce 'e mamma", brano che stava benissimo sulla bocca di tutti quei cantanti che avevano nelle corde il repertorio "guappo" o "di giacca", tra cui ricordiamo Tony Bruni, Tony Astarita, Nunzio Gallo ed altri.
Il prossimo brano è sicuramente il migliore della prima metà della serie, anche se non sono tanto d'accordo sulla versione prescelta. Come settima traccia, infatti, si trova "Malatia", interpretata da Peppino di Capri. Il cantante napoletano si è sempre vantato di aver cantato la canzone napoletana senza avere mai impostato la voce, mentre secondo me un minimo di impostazione o di purezza di dizione è richiesta obbligatoriamente da questo repertorio. Io vi consiglio di sentire le versioni di Armando Romeo (autore del brano) e di Roberto Murolo, ottimo interprete per tutti i brani nati o concepibili per chitarra e voce.
A proposito di grandi chitarristi andando avanti si riscopre Fausto Cigliano, quando ancora non aveva ricevuto la lezione di Mario Gangi, quindi suonava con tecnica da night. Del cantante vomerese viene riscoperta la bellissima versione, incisa negli anni Cinquanta chitarra e voce, del brano "Che m'e 'mparato a ffà", da molti conosciuto per essere entrato nel repertorio canoro di Sofia Loren.
Domenico Modugno fa la sua apparizione con "Strada 'nfosa", brano completamente da lui scritto in lingua napoletana,cosa che si può notare per le leggere imperfezioni presenti nel testo, notate ironicamente e rispettosamente da Totò. Il brano è una dimostrazione di come i ritmi swingati, con la loro oscurità, sanno esaltare come pochi il napoletano ed il suo suono ondoso.
Roberto Murolo arriva ad interpretarci "Anema e core", uno dei classici della canzone napoletana degli anni Cinquanta, prima canzone partenopea che portasse l'indicazione "slow" sulla partitura. Credo sia stata incisa da Murolo due volte: la prima su 78 giri (molto migliore) e la seconda per la sua "Antologia della canzone partenopea" per la Durium.
Dopo questa parentesi filologicamente corretta vi sono svariate tracce che non conosco, interpretate rispettivamente da Sofia Loren e Mina, ma quando si torna a cantare brani noti lo si fa con una bruttissima versione di "Maruzzella" da parte dei Beans, gruppo che negli anni Settanta si prodigò in rifacimenti-distruzioni di brani storici, tra cui la bellissima (e altrettanto napoletana di provenienza, seppure in lingua italiana) "come pioveva" di Armando Gill.
La chiusura permette di nominare Renato Carosone, il più diretto rivale di Murolo per quanto riguarda la popolarità a livello napoletano, nonché di Buscaglione nel suo periodo di frequentatore di night. Non so quale versione è presente in compilation di "Tu vuo' fa' l'americano", ma io vi consiglio di ascoltare solo quella incisa con il sestetto storico, difatti trovo deludente tutto ciò che Carosone ha inciso dopo rifacendo il repertorio anni Cinquanta.
Il prossimo volume ha una logica che non capisco. Difatti, anche se si chiama "I grandi interpreti" inizia con un cantautore. Il primo brano difatti è "1950", forse la canzone più commovente che Amedeo Minghi sia riuscito a concepire. La sua versione non è assolutamente brutta, però solo da studio. Non sopporto la sua abitudine di cantare dal vivo eseguendo continui spostamenti di tempo, che non permettono mai il canto al pubblico. Lo sfasamento di tempo, come qualsiasi risorsa, va usata moderatamente.
La traccia successiva riporta alla ribalta un artista che a me non piace, a cui però non può essere negata bravura. Mi riferisco a Michele Zarrillo, del quale si ascolta "Una rosa blu", brano del 1982, assurto alla popolarità solo nel 1998 in occasione del suo rifacimento nella raccolta "L'amore vuole amore". Il brano, è strano a dirsi, è cento volte meglio nella versione rifatta nel 1998 piuttosto che in versione originale, sono soprattutto più curati gli arrangiamenti.
Anche questo volume contiene l'ennesima cover dei Pooh da parte di Riccardo Fogli (che stette nel gruppo svariati anni, meglio specificarlo). Il brano che si trova in questa compilation è "Noi due nel mondo e nell'anima", che però è cento volte meglio in versione originale, perché fonde bene sonorità italiane con qualche condimento "progressivo" (forse solo per ammiccare alla nascente moda!).
Come quarta traccia si trova una canzone di Toto Cutugno che non conosco o non ricordo (perché non so se faceva parte delle sessioni d'ascolto domenicali che mi dovevofare mentre mio nonno russava come un trombone!).
Purtroppo quando si torna a parlare di brani conosciuti arriva Adriano Pappalardo (che speravo di non trovare, sinceramente!), con quello che è stato il suo più grande successo, quello che tutt'ora lo contraddistingue, ossia "Ricominciamo". Non parliamo del testo, dico solo che è un banalissimo brano terzinato con qualche venatura blues, perché già stavamo diventando più statunitensi degli statunitensi.
Andando avanti si torna agli anni Sessanta e si parla di brani di indubbia qualità, come la ballata "A chi", forse la canzone più bella mai cantata da Fausto Leali. Un'altra storia è la versione di De Gregori che, essendo un po' stanco, l'ha fatta... a blues, tanto quella è una musica che si canta pure senza voce, e lui oramai è notorio che non ce l'ha (tra lui e Dalla è una coppia perfetta!).
Continuando con gli anni d'oro della canzone italiana troviamo "Una rotonda sul mare", uno dei tantissimi gioielli regalatici da Franco Migliacci, il grande paroliere di "Nel blu dipinto di blu". La ballata è di una semplicità e una leggerezza che conquistano, esenti da banalità in tutti i sensi. Da notare l'assolo di chitarra classica che scandisce le parti strumentali del brano oltre agli immancabili violini.
Il brano che segue è molto bello ma io non l'avrei inciso nella versione presente in compilation. Ci troviamo davanti a "Love in Portofino", che però ascoltiamo nella versione di Dorelli (avrei preferito Buscaglione o la già ricordata Dalida). La versione del Dorelli, nonostante le sue innegabili qualità vocali, è fiacca, soprattutto è troppo alla Frank Sinatra.
E l'avevamo citata poco fa, ce la ritroviamo cantata da Domenico Modugno. Mi riferisco a "Nel blu dipinto di blu". Spero di cuore che sia la versione del1958, quella incisa con il sestetto azzurro di Semprini, l'unica davvero bella.
Dal Paradiso all'Inferno: "Italia" di Mino Reitano continua questa scaletta. Il brano è di un patetismo riluttante, sorvoliamo.
Subito dopo si fa il viaggio all'incontrario, perché si trova la bellissima "L'immensità", che io ritengo la più bella canzone italiana di tutti i tempi. La si ascolta (e giustizia è fatta!) da Don Backy. Spero sinceramente di cuore che non sia la versione del 1967, infatti il Caponi secondo me aveva una voce non molto espressiva da ragazzo, e solo con gli anni Ottanta, ancora di più dagli anni Novanta in poi, gli è nato il timbro limpido e rauco che amo tanto. Io vi consiglio quindi diascoltare la versione presente nel volume 1 della collezione "I grandi successi", quello dedicato al repertorio 1962-1967, che giustamente porta questo brano in chiusura.
Ed eccoci ad una delle prime canzoni impegnate cantate da Giorgio Gaber, anche se ancora fortunatamente era lontano dalle canzoni-comizio degli anni Settanta. Troviamo infatti "E allora dai", presentata sempre all'edizione sanremese del 1967. Il brano è spudoratamente beat, non mi ha mai del tutto convinto, ma è gradevole.
La penultima traccia è un brano che non conosco, ilcui titolo dà adito al sospetto che sia il rifacimento, sicuramente in chiave rock, del brano del Quartetto Cetra dal titolo "Donna". Speriamo di no!
Il volume si chiude con un omaggio al "molleggiato" che appare con il suo primo successo, il rock and roll spumeggiante "Ciao ti dirò", interpretato contemporaneamente anche da Gaber.
Il prossimo volume contiene brani di qualità abbastanza mediocre, ma sempre più belli di ciò che ci propinano attualmente le radio. L'argomento, quindi anche il titolo del cd, è "Super classifica '70-80".
Si inizia con il più grande successo dei già ricordati Il giardino dei semplici, ossia la ballad "Miele". È un titolo che dà adito a possibili schifezze come pochi altri, infatti esiste anche una canzone di Gigi d'Alessio con questo titolo (mamma mia!).
La seconda traccia è "non si può morire dentro", interpretata da Gianni Bella, uno dei cantanti che mi piacciono di meno, dopo quelli di "X FACTOR", OVVIO! lA SUA VOCE è VERAMENTE ORTICANTE, IL SUO FALSETTO DA SOPRANISTA è BRUTTISSIMO, SOLO PEGGIO DEL CANTANTE STORICO DEI cUGINI DI cAMPAGNA.
Negli anni Settanta andavano in classifica anche brani strumentali. La conferma ne è questa "Il gabbiano infelice" del guardiano del faro, su cui non tornerei.
E come dire subito appena nominati, eccoli i Cugini di Campagna. Dal loro repertorio in questo caso si estrae una canzone dove l'uomo, indeciso tra due donne, non trova la sua strada. Patetica, con un ritmo neutro ma senza alcun interesse e... la voce di lui non merita alcun commento.
E gli anni Ottanta compaiono con la vincitrice del Sanremo 1982, ossia "Storie di tutti i giorni". Il brano è decente solo nella versione di Gianni Morandi, la versione originale è quasi inascoltabile, quasi completamente elettronica, senza la traccia di uno strumento elettrico, eccezion fatta per una banalissima chitarra elettrica.
E come poter sorvolare questa canzone di Fiordaliso, la cui carriera è restata legata a questo brano fino ad oggi. mi riferisco a "Non voglio mica la luna", inno della contentezza per le poche cose che si possono avere, che non invita assolutamente a lottare, ma che volete eravamo nell'epoca del riflusso.
Gli anni Ottanta, ovviamente, sono stati caratterizzati dall'apparizione folgorante di Donatella Rettore (scusate, solo Rettore!). La cantante faceva dei testi un po' provocatori, innovativi ma secondo me da quattro soldi. Il brano che troviamo vorrebbe essere un tentativo, per me fallito, di affrontare l'amore in maniera innovativa, facendo una disquisizione sul kobra. Ilbrano è pseudo etnico, forse potrebbe anche essere una tarantella, è pietoso.
Dal 1980 viene "Su di noi", una delle perle prodotte da Enzo Ghinazzi in arte Pupo, quando non si era dato anche alla conduzione di programmi televisivi e radiofonici nonché alla convivenza con i principi. Il problema è che quello che per lui è "senza una nuvola", per chi ha delle buone orecchie è un incubo.
E l'avevo citata prima durante l'esplorazione del volume "Bella Napoli", come esempio della maniera di lavorare di questo gruppo, ed ecco che mi ritrovo la "Come pioveva" dei Beans in questo volume. In ogni epoca vanno fatte cose diverse, forse questo è vero, ma chenon le si facciano prendendo e depredando un'altra epoca di ciò che le si addisse di più. Il brano è eseguito senza alcun tremolo nella voce, con uno stile di canto più avvicinabile al pop che alla melodia italiana, senza nessuna fuga da schemi statunitensi a noi estranei. Il ritmo è una specie di bolero fatto a rock, bruttissima!
Dispiace sempre vedere chi ha una bella voce svendersi fino a fare cose pop e commerciali. È questo il caso di Giuni Russo, che negli anni Ottanta ebbe qualche contentino di popolarità con delle canzoni scritte spesso da Battiato (prima filosofeggiava e dopo scriveva "Un'estate al mare"), tra cui questa "Limonata Cha cha cha". È un pezzo accettabile solo per l'interessante operazione di revival nei confronti di un ritmo che all'epoca non era di moda, ma se volete sentire dei cha cha cha all'italiana andate su "Drakula cha cha cha" di Bruno Martino o sul "Cha cha cha dell'impiccato" di Jimmy Fontana e Gianni Meccia, che in verità prende questo ritmo solo nel ritornello.
Uno dei cantautori più dimenticati degli anni Settanta è Leano Morelli, trasmesso solo da pochissime radio tra cui appunto Radio Italia Anni Sessanta. Del cantautore in questione si ha l'onore di trovare una bellissima ballata dal titolo "Nata libera", molto lenta, caratterizzata dall'alternanza di una strofa in minore ed un ritornello completamente in maggiore. La semplicità dell'accompagnamento strumentale, eseguito senza elementi sintetici, esalta l'armonia e la stupenda melodia, che incastonano un bellissimo testo.
Abbiamo trovato in precedenza Marco Ferradini con la sua peggiore canzone, ora ci rifacciamo. In questo volume è presente un brano dove è evidentissima l'influenza di Lucio Dalla, soprattutto nella presenza di un sassofono alto molto graffiante. La ballata è concepita su una scala maggiore quasi completamente sfruttata, quindi non è una di quelle da falò in spiaggia e s'intitola "Schiavo senza catene".
Per fare canzoni quantomeno discutibili si può facilmente sfruttare la partenza per il militare, che ancora negli anni Settanta era obbligatoria. È questo il caso di questo classico dei Santo California dal titolo "Tornerò", che sfrutta l'alternanza tra cantato e parlato, sperimentata tra gli altri da Serge Ginzburg nella sua "je t'aime, ma non plus", ovviamente con ben altri risultati.
Il volume si chiude con un ricordo di Ivan Graziani, con un altro dei suoi gioielli, uno dei pochi che sia riuscito a diventare di dominio pubblico. Mi riferisco a "Firenze (canzone triste)", canzone che si può annoverare tra le ballate più intime del suo repertorio. Per chi non la conosce dirò che è una ballata caratterizzata da un brevissimo ritornello che si inserisce all'interno di strofe lunghissime, che musicalmente alternano momenti minori ad altri maggiori.
Ora ci dobbiamo occupare del repertorio riguardante le canzoni dell'estate, quelle che forse vanno bene sotto l'ombrellone (non è detto!), ma che, appena tornati, a me fanno subito venire l'orticaria.
Si inizia con "Tropicana", grande hit anni '80 del Gruppo italiano, ensemble che ha prodotto un altro brano molto più carino, la swingante "Anni ruggenti".
Non so perché l'estate è sempre collegata all'America Latina, ai Caraibi,quasi mai al Mediterraneo. A riprova di ciò si può citare il prossimo brano, un'insopportabile ritmo pseudocubano, dove si mischiano molti posti caraibici e si dipinge un paradiso a sfondo sessuale veramente vergognoso. Mi riferisco a "Maracaibo" di Lu Colombo, interpretata insieme a Davide Riondino.
E quando si parla d'estate non possono maimancare i Righeira, che già avevamo incontrato con "No tengo dinero" ma ritroviamo con "L'estate sta finendo", brano ispirato a quando a settembre si riflette "Sugli anni e sull'età", a quando "dopo l'estate" si ha "il dono usato della perplessità". Ovviamente la citazione di Guccini dalla "Canzone dei dodici mesi" in questo contesto è ironica, perché la canzone si limita ad asserire con ripetitività e povertà musicale che "Le'state sta finendo".
Non so cosa farei a Tony Esposito e Tullio De Piscopo se solo mi capitassero tra le mani. È troppo facile fare progetti spudoratamente commerciali per poi potersi finanziare i progetti cosiddetti "di nicchia". Di Tony Esposito troviamo quell'insopportabile mix di napoletano, inglese e lingue inesistenti che è "kalimba de luna", interpretata con una vocina che non sa né di me né di te (comeEugenio Bennato con la sua taranta del "volemose bbene".
Continuando in questa atmosfera latinoamericaneggiante troviamo le sorelle Iezzi, che dopo aver fatto qualche cosa di decente all'inizio, hanno successivamente capito che per scalare le vette delle classifiche dovevano fare dance. Così, al ritorno da un viaggio in Spagna, ci hanno regalato questa hit meravigliosa stile "ciclone" di cui io avrei fatto volentieri a meno, dal titolo "Vamos a bailar (esta vida nueva").
L'avevamo citata ed eccola, ancheperché questo volume porta esattamente il titolo di questa traccia. Ci troviamo davanti ad "Un'estate al mare", cantata da Giuni Russo, brano dove Battiato sembra voler espiare i suoi peccati presenti e futuri di filosofia musicale (altrettanto detestabile che il pop di consumo!).
E tornando a voci che non sanno né di me né di te (almeno la Russo aveva una bella voce, l'ho già detto) troviamo la più grande voce porno italiana, ossia Viola Valentino. Il timbro è falsamente sensuale, perché è la storia di una donna che si vende ad un uomo (vergogna!), il brano si chiama "Comprami".
Sull'articolo di commento alla "Shit parade" di www.hitparadeitalia.it avevo citato "il vocione" e il "vocino". Ve li ricordate? Bravissimi, Al Bano e Romina Power. In questo volume, e come poteva mancare, purtroppo c'è "Felicità", una delle canzoni più brutte che io abbia mai sentito (ovviamente l'inno dei Truzzi e fuori classifica!). Per chi non se la ricorda è una bella tarantella (perché Carrisi e di Cellino San Marco, quindi "le radici ca tene" sono pugliesi), con un testo bruttissimo.
La traccia successiva fortunatamente la ignoro, è cantata dagli Homo Sapiens e si chiama "Due mele", ma non manca alla mia coscienza una bellissima merdolina di Tullio De Piscopo intitolata "Andamento lento", dove credo che il napoletano suoni una bruttissima batteria elettronica o sintetica. Si può dire che questo brano di De Piscopo è l'antesignano più diretto della filosofia del "volemose bene" di cui sopra.
Reperiamo andando avanti uno dei rap più brutti (anche se lui ha una bella voce, vai qualcosa di accettabile c'è), ossia "Ma quale idea" di Pino D'Angiò. Ma sarà mica il fratello di Carlo D'Angiò dei Musicanova, il quale gli scriveva le canzoni di nascosto mentre poi si cantava le "montanare" e le "rodianelle" del gargano? Comunque il brano è insopportabile, come tutti i rap, a me infatti il parlato mi piace solo se non va a tempo con il ritmo del brano, e prende le forme di un recitativo (vedasi certe cose di Paolo Conte o l'ultimo Claudio Lolli). Va detto poi che il rap in minore è qualcosa di penoso, ed ancora più penosa è la reinterpretazione ed ammodernamento che ne hanno fatto i Flaminio Mafia.
Una carina l'abbiamo trovata come terz'ultima traccia, la canzone "Profumo di mare", rifacimento da parte di Little Tony di "Love boat". Non è del tutto banale, è anzi una ballad abbastanza carina, e lui non ha una voce completamente insignificante.
Geniale è la penultima traccia, ovvero la "Tintarella di luna" di Mina,che ci permette di ricordare Bruno De Filippi, grande musicista recentemente scomparso, compositore di questa frizzante melodia. È un twist introdotto da una piccola parte melodica, ma fortemente caratterizzato nella versione di Mina da un impareggiabile assolo di sassofono baritono.
Si chiude con un brano "beat", il maggior successo di Giuliano e i Notturni, ossia la traduzione italiana del "Simon says", diventato da noi "Il ballo di Simone". Non è un capolavoro, ma questo volume ne ha ben pochi.
Il volume dedicato ai "gruppi" inizia con un riferimento all'epoca "beat", quella che in Italia ha visto la proliferazione indisturbata di "complessi" tra cui i Rokes, di cui ascoltiamo "È la pioggia che va". Il brano è bello, peccato la voce di Shapiro ed il suo funestissimo accento inglese.
La seconda traccia ci permette di riscoprire uno dei pochi rifacimenti di brani non americani tra quelli entrati nella storia della musica italiana, ossia la traduzione italiana del brano "Wight is wight" di Michel Delpêche, interpretata dai Dik Dik con il titolo "L'isola di Wight". Sinceramente non mi ha mai convinto questo brano, né in versione originale né tradotto, anche se devo riconoscere una qualche ricchezza alla melodia.
E per tornare ad un rifacimento americano, arriviamo ad un'altra cover incisa dai Pooh nel loro periodo "beat", il brano "Vieni fuori", rifacimento di "Keep on running". La melodia, non so se in seguito o contemporaneamente, è stata ricantata anche da un altro cantante che non so precisare con un altro testo, prassi completamente accettata.
E ci troviamo di fronte ad uno dei gruppi più importanti nella fase tra "beat" e "prog", ossia la Formula 3, di cui ascoltiamo "Questo folle sentimento", uno dei brani usciti dalla produzione di Mogol e Lucio Battisti, che scrivevano anche per i gruppi della loro scuderia, la Numero 1. Il brano è basato su un mi un po' ripetitivo, che si sblocca solo con l'apparizione di un "la" nel ritornello. Impostazione fortemente blues, sempre riconosciuta da battisti nel suo primo periodo.
Della fase di transizione tra il "beat" ed il "prog" fa parte anche il brano successivo, interpretato dai New Trolls e dal titolo "Davanti agli occhi miei". La caratteristica più rilevante è la presenza di un gruppo di voci che suonano all'unisono nel ritornello, come forma di risposta alla voce falsettata di Di Palo.
Dal Sanremo '67 viene "Proposta", geniale quadro di "tipi" sociali e di preoccupazioni portato in scena dai Giganti. Di cose interessanti ne ha svariate, a partire dall'alternanza di accordi maggiori e minori nell'introduzione, per poi arrivare a stabilizzarsi durante tutto il resto del brano in una struttura blues in parte smorzata da un "mi minore".
Tra le cover, dopo aver saltato un brano dell'Equipe 84, spicca quella di "norvegian Wood" eseguita dai Camaleonti. All'epoca gli strumenti etnici non erano in voga (per una parte era meglio!), solo che il brano è spudoratamente concepito per Sitar da George Harrison che lo aveva appena imparato in India. Sarei curiosa di sentirla!
E si passa ad un capolavoro di produzione nostrana, ossia "Concerto", giustamente la canzone più ricordata dallo sterminato e bello canzoniere degli Alunni del Sole di PaoloMorelli. Qui non si gioca con la tradizione napoletana, qui si compone un brano agile e malinconico, in tonalità minore, molto semplice ma segretamente complicato. Il testo riprende, senza patetismo, il tema della fine di un amore nato su una spiaggia, lo stesso clima che si respira nella notevole "Settembre" cantata da Peppino Gagliardi, altro grande partenopeo.
Dopo aver saltato una delle canzoni sconosciute del repertorio dei Califfi, si trova "Gioco di bimba", bellissima favola da molti erroneamente interpretata come una canzone dedicata ad uno stupro. Secondo Aldo Tagliapietra de Le orme essa non è che il racconto della nascita di un amore.
Essendovi due tracce che non conosco passo direttamente all'ultima, la canzone swingante "Anna da dimenticare" de I nuovi Angeli. Molto interessante, perché ha una melodia molto larga ed il gruppo di mostra una buona padronanza della polivocalità.
Il volume su "I favolosi anni Sessanta" inizia proponendoci una rarità, ossia la versione di Giorgio Gaber del successo di Adriano Celentano "Il ragazzo della Via Gluck". Mi era arrivata alle orecchie la "Risposta al ragazzo della Via Gluck" nonché "Com'è bella la città", entrambi brani di Gaber con chiare finalità polemiche nei confronti dell'ambientalismo del "molleggiato".
La seconda traccia riporta un successo del Sanremo 1964 (la precedente viene da quello del '66) interpretato da Little Tony, che lo cantava in coppia con Gene Pitney. Il brano è un po' troppo basato su stili nordamericani, ed è tra i primi in cui si fa un massiccio uso di tastiera o pianoforte sintetizzato.
Nel 1959 la giovane Mina Mazzini si presenta al "Musichiere" di Mario Riva interpretando in maniera spumeggiantissima una delle canzoni del Festival di Sanremo di quell'anno, la mediocre canzone melodica "Nessuno". La giovane "tigre di Cremona" riesce a renderla un capolavoro, anche grazie al solito (per i suoi primi dischi) assolo di sassofono baritono. Mi riferisco a "Nessuno", che al Festival era stata lanciata da Betty Kurtis.
La traccia successiva è un brano di fortissima ispirazione latina, ma profondamente debitore anche allo stile del grande Gorny kramer. Mi riferisco a Marina, che io amo perché ha un bellissimo assolo di fisarmonica, che dimostra che questostrumento, in quanto a "svisate" non ha niente da invidiare ad una più convenzionale chitarra elettrica.
Ed ecco Adriano Celentano con uno dei suoi primi successi, il rock and roll "Iltuo bacio è come un rock". Sicuramente interessante, anche se trovo che i ritmi nordamericani non abbiano niente a che fare con noi che siamo profondamente latini, per niente anglosassoni (per fortuna!).
Gli anni Sessanta furono caratterizzati da numerosi cantanti francesi che fecero molto successo in Italia, traducendo in italiano i loro brani principali. Tra questi Adamo Salvatore, belga di origini siciliane, ha un posto del tutto particolare. Dal suo meraviglioso repertorio ascoltiamo "Affida una lacrima al vento", bellissima ballata dove un innamorato chiede alla propria amata di piangere una lacrima per lui e mandargliela tramite il vento. Anche qui secondo me c'è assolutamente un debito con la tradizione nostrana delle serenate.
Abbiamo già accennato che i rifacimenti o cover non riguardano solo il bacino anglosassone, anzi si andava spesso a pescare da altre culture. Un esempio ne è questa bellissima "Angeli negri", traduzione italiana di "Angelitos negros" di Antonio Machín, lanciata per la prima volta dal cubano Don Marino barreto jr, e poi fatta conoscere al grande pubblico da Fausto Leali. Secondo me Leali non convince su questa melodia, perché le voci soul come la sua non hanno niente a che vedere con la cantabilità cubana, invece grandemente rappresentata sia da Machín che da Don Marino Barreto Jr.
In Italia il campo di coloro che ripresero il repertorio di Elvis Presley fu occupato e monopolizzato da due cantanti: Bobby Solo e Michele, mentre Little Tony, pur assumendosi come suo emulo, non volle mai o quasi mai cantare le sue canzoni. Michele si avventurò anche nel periodo buio, quello degli anni Settanta, dove il cantante, poiché del rock and roll non gliene importava niente ma della fama sì, cantò anche canzoni sui diritti civili ai Neri d'America tra cui "In the ghetto". Il brano è una ballata indubbiamente forte, ma sinceramente tradotta non convince.
Avevamo citato Betty Kurtis in occasione di "Nessuno", ora la ritroviamo con l'altro suo classico dal titolo "Cantando con le lacrime agli occhi", brano molto melodico.
Dopo un brano cantato da uno sconosciuto Federico Monti Arduini,arriva "Lisa dagli occhi blu", più grande successo di Mario Tessuto, cantante che avrebbe meritato sicuramente maggiore fortuna e di non essere etichettato con una canzone così insipida. Il brano ha un'orchestrazione innegabilmente bella, anche per la mirabile fusione che si esercita tra il soul e la melodia italiana, ma vi giuro che c'è molta discografia di tessuto sicuramente migliore.
Ed eccoci a Donatello, che interpreta "Io mi fermo qui", direttamente dal Sanremo 1970. È una bellissima ballata dall'impianto fortemente americano come tecnica chitarristica, ma debitrice di tutta la tradizione italiana, nonché di certa imponenza nell'orchestrazione che precede il ritornello.
La successiva traccia è una delle canzoni più tristi che mi sia mai stato dato di sentire. Mi riferisco alla ballata pessimista "Soli simuore", cantata in Itlaia sia da Michele che da Patrick Samson, cantante olandese che dopo questo exploit non poté più ripetersi.
L'ultima traccia è un brano impegnato dei Pooh, il loro primo brano, dal titolo "Brennero '66". È una ballata dall'impostazione folk, con tanto di chitarra a dodici corde, ma è un tentativo bieco di seguire una moda che si dissolverà subito.
Il prossimo volume è dedicato a ciò che più ci contraddistingue a livello mondiale, ossia la "Melodia italiana".
Il volume si apre con "Estate", cantata stavolta da bruno Martino (speriamo che sia la versione originale, l'unica che convince).
In questo frangente si torna ad omaggiare i cantautori, continuando con Luigi Tenco ed un suo gioiello estratto dal suo primo vinile, la bellissima "Quando".
La terza traccia di questo cd non poteva che essere "Il nostro concerto", ma avendo già inserito la versione di Umberto Bindi si doveva trovare un ripiego,e lo si è trovato in Peppino di Capri. Non conosco la versione in questione, comunque preferisco quella originale, perché ritengo che Bindi abbia spudoratamente cucito questo brano alla propria vocalità.
Ed ecco la migliore versione de "Il cielo in una stanza", quella di Mina. Sinceramente ritengo che questa orchestrazione sia insuperabile, magari si poteva puntare ad un canto maggiormente melodico ma sono sfumature.
una delle poche canzoni belle di Bongusto è questa "Tre settimane da raccontare", un ritratto sornione ma per niente patetico di un amore iniziato d'estate, che però, al contrario del solito, forse d'inverno continua.
La traccia successiva ci riporta alla mente un brano a me sconosciuto di Gianni Nazzaro, precedendo quella che per me è una delle più belle e care canzoni romane. Miriferisco alla sigla del film (sceneggiato) tv "Il segno del comando", ultimo grande sussulto della canzone romana, quel capolavoro assoluto di Fiorenzo Fiorentini che è "Cento campane". Abbiamo il piacere di ascoltarlo dalla voce più verace di Roma, il grande e già qui citato Lando Fiorini. La canzone riprende il tema delle streghe, dell'amore che strega l'anima, quindi la donna vista come una strega, che tiene l'uomo in eterna soggezione. La tematica viene sviluppata in maniera tradizionale, su una melodia altrettanto di conio tradizionale, appunto "italiana".
Si fa poi un salto negli anni Ottanta, con un brano che preso da solo è bello, innegabile, ma se paragonato all'altro grande hit del suo interprete è completamente uguale se non fosse per qualche scala più ricca (è un po' quello che adesso succede con Alessandra Amoroso). Mi riferisco al brano "Daniela" di Christian, che nello stesso periodo (precisamente nel 1984) aveva cantato "Cara" al Festival di Sanremo. I due brani sono entrambi caratterizzati da una struttura melodica in maggiore, con sfumature minori e da un ritmo di bolero cubano velocizzato.
E torna il Beniamino nazionale, o meglio il begnamino nazionale, Mino Reitano. Questa volta lo troviamo in una delle sue canzoni di ispirazione folkeggiante, perché in quegli anni c'era una moda dilagante, ossia la composizione di brani d'autore che sembrassero etnici (almeno non si sputtanava il folklore come fanno i Bennato, Epifani e compagnia, c'era qualchesperanza che qualcuno ci si avvicinasse con canzoni che se ne nutrivano). Non sto dicendo che si siano fatti sempre buoni brani con tale metodo compositivo, quantomeno però non si rovinava ciò che c'era lo si arricchiva davvero. Il brano che ci interessa, "Il tempo delle more", riprende il folklore di ispirazione alpina, l'unico che veniva nutrito, il meridione allora nutriva il settentrione, adesso ci sono molti settentrionali che imparano le danze popolari del Sud senza neanche capirle.
Tornando al ritmo di bolero velocizzato di cui sopra ricordiamo un brano di un cantante che potremmo definire "meteora", di quelli che danno un colpo e via. Mi riferisco a Rossano che è interprete di un'insulsa canzone dal titolo "Ti voglio tanto bene". Con titolo simile ("Te voglio bene") consiglio di riscoprire un gioiello napoletano di Renato Rascel, interpretato anche da Roberto Murolo.
Finalmente abbiamo il piacere di toccare con mano la favolosa creatività e vocalità di jimmy Fontana, con il brano "Il mondo", reso immortale dalla perfetta combinazione tra musica e testo, propiziata anche dall'arrangiamento profondamente classico di Ennio morricone. Infatti è un brano dove l'orchestra classica si viene a sostituire (all'epoca era comune) a quella leggera, in tutti i suoi ruoli. È bellissimo sentire il ritmo terzinato affidato ai timpani a livello di batteria, agli archi bassi per la parte di basso e così via, altri tempi.
La traccia successiva è un'interessantissimo duello amoroso tra due ragazzi che raccontano il loro diverso modo d'amare, tramite un uso intenzionale da una parte della voce confidenziale, dall'altra di quella urlata. Il brano che ci interessa è tratto dal repertorio de Igiganti e si intitola "Una ragazza in due", interessante terzinato che, per esprimere meglio il duello alterna parti sensuali in minore a parti urlate in maggiore.
Il secondo grande successo sanremese di Domenico Modugno, "Piove", è il prossimo protagonista, un commovente brano in terzinato veloce, che inizia con un'indimenticabile suono d'arpa che imita onomatopeicamente la pioggia. Anche qui si utilizza il linguaggio evocativo degli strumenti, cosa completamente dimenticata da questo pop da quattro soldi.
L'ultima traccia, infine, è di Don Backy ed è una bella versione di "Canzone", brano portato da costui e Celentano al Festival diSanremo 1968. Probabilmente non vinse per la maleducazione di Celentano, che lo rovinò volutamente per gli screzzi con DonBacky che da allora non finirono più.
Ovviamente un altro tema importante quando si tratta di fare compilation a tema è quello sessista, le donne da una parte e gli uomini dall'altra. Così anche in "Best Italia troviamo "Bella donna", compilation tutta concepita al femminile.
Si inizia con "Pensiero stupendo" lanciato ed interpretato da Patty Pravo, brano scritto per lei da Ivano Fossati. Nel brano la Strambelli utilizza la sua sensualità in maniera esagerata, non vorrei dire altro.
Qualche tempo fa era tornata di moda una canzone insopportabile che io nonconoscevo, e qui me la trovo in versione originale, ossia interpretata da Gabriella Ferri. La canzone è "Remedios", quella che si è sentita fino allo sfinimento dalla voce della brasiliana Selma Ernandes, per poi buttarla via come uno stuzzicadenti. Sinceramente il brano è brutto l'ho già detto, ma ancora più sconcertante è quando le cantanti di musica popolare o affine, per la maggiore popolarità, accettano questi compromessi con il mercato. Non dico questo per il mio proverbiale antimercantilismo, ma perché so benissimo che i produttori di musica leggera, dopo averti sfruttato, ti buttano via e tu ritorni come prima o peggio.
La terza traccia è un capolavoro che Mina estrasse dal Festival di Sanremo 1964, ossia "E se domani". Il brano non era passato a notorietà perché secondo me nessuno dei due cantanti gli aveva impresso l'anima giusta, né Gene Pitney (e si capisce) né Fausto Cigliano (ed è inspiegabile). La versione di Mina è swing ma melodica, lenta, aperta e sincera.
Ed eccoci ad uno dei più bei valzer mai scritti, quella "Senza fine" scritta da Gino Paoli per la voce di Ornella Vanoni. Da questa interprete abbiamo il piacere di ascoltarla, quando lei ancora non cantava alla brasiliana, ma semmai come una cantante venuta dalla scuola di Streler.
Andando avanti si fa un salto di circa trent'anni, ricordando una bellissima (e non capita dagli uomini) canzone cantata da Mia Martini al Sanremo 1992. Mi riferisco, ovvio, a "Gli uomini non cambiano", bellissima ballata aperta, che permette alla cantante di Bagnara di esprimersi al massimo.
Dopo una traccia di Spagna a me sconosciuta ("noi non possiamo cambiare") si arriva a "Donna con te" cantata da Anna Oxa al Sanremo 1990. Il brano non è male, anche se lei ha una voce che solo raramente riesce a piacermi, un po' come la Vanoni.
Si prosegue con l'unica citazione in tutta la compilation (e non posso che gridare vergogna!) per Enrico Ruggeri, la cui arte ci viene mediata da Loredana Bertè che interpreta il brano "Il mare d'inverno". È una ballata che io (grande ammiratrice di Ruggeri) amo solo dalla sua voce ruvida ma mai banale, mentre la versione della Bertè la trovo piatta e deludente. Il testo invece è un quadro mirabile, che per essere dipinto ha bisogno di una tavolozza piena di colori.
Dopo una traccia a me sconosciuta di Milva ("Oh mamma") si arriva a "Rumore", brano che purtroppo conosco bene perché ho frequentato una persona ammiratrice di Raffaella Carrà. Il brano è il la minore, ma ha il basso testardamente posizionato sopra il do, quindi produce un odioso effetto di dissonanza.
Dal Sanremo 1969 viene l'unica canzone decente di Iva Zanicchi che sia passata per le mie orecchie (insieme a "Testarda io", "Un fiume amaro" e "Se fossi un tango"), ossia "Zingara. La ballata porta l'inconfondibile stile terzinato, che comunque era già interpretato in maniera strutturalmente diversa, con la terzina prevalentemente affidata alla batteria, che comunque spesso evita il colpo intermedio spesso debole. Il brano è interessante per la ricchezza melodica ed armonica.
Dopo due tracce a me sconosciute il cd si conclude con "Ti telefono tutte le sere, un valzerino della produzione di Caterina Caselli, credo collegabile ai suoi inizi.
L'ultimo volume della collezione che dobbiamo analizzare è di nostro capitale interesse, in quanto dedicato al folk, ossia alle rielaborazioni di brani popolari digeriti dal pop o al repertorio d'autore d'ispirazione popolare.
Si inizia con una delle più mirabili ballate della produzione apulo-sicula di Domenico Modugno (difatti le prime versioni dei suoi brani cosiddetti siciliani erano in verità in dialetto brindisino). Il brano che apre la collezione infatti è "Lu pisci spada" (nel sito è scritto "Lu pisce spada"...), grande narrazione epica di una storia d'amore tra due pesci spada che non viene interrotta neanche dalla morte provocata da un pescatore impietoso. La melodia è interessante perché alterna parti in 2/4 su scala minore agli interventi dei pescatori eseguiti rullando su un accordo particolare (fa-sol diesis-re-si).
Ed eccoci al primo canto popolare proveniente dall'Abruzzo, ossia "Vola, vola, vola", valzerino che siascolta a cappella eseguito da due cori del posto.
Dio mio... La terza traccia qualcuno dovrebbe spiegarmi cosa c'entra col folklore. È una spassosa canzoncina che viene dal Festival di Napoli del 1966, che abbiamo il piacere di ascoltare Dalla Voce di Aurelio Fierro, ma è sicuramente d'autore, e il folklore campano ha tutte altre strutture (vedasi la tammurriata). Il brano, strano a dirsi, è comunque più convincente nell'interpretazione del meneghino Giorgio Gaber, dotato di una verve molto maggiore su brani dove conta più l'esser caratteristi che buoni cantanti.
Arrivando in Puglia si ascolta "Lu maritiello" di Tony Sant'Agata, sicuramente spassoso valzerino ma con la stessa tradizionalità o ispirazione tradizionale di una tarantella d'autore scritta da chi non si dedica in fondo al canto di tradizione.
Andando avanti il misfatto si radicalizza ancora, perché abbiamo "Eulalia Torriceli"", canzone risalente al periodo fascista, ma non tradizionale. È spassosa anche questa, e fa comunque piacere ascoltare la bella voce di Tajoli.
Andando avanti, nel pieno spirito del folklore milanese, si ascolta "Oh mia bella Madunina", tango (quindi ritmo tipico della città del nord Italia) cantata da Giovanni D'anzi. Così come si era detto per "Dialetti d'Italia", in queste operazioni si confonde molto il dialettale con il popolare in senso stretto.
E ovviamente inizia il percorso nel liscio, ovviamente in quello massificato delle orchestre con batteria e tutto, non in quello di Melchiade Benni. Lo si fa con un brano dell'Orchestra Bagutti che mi è sconosciuto, intitolato "Casetta bianca".
Il Veneto è rappresentato da un brano sulle gondole, anch'esso a me sconosciuto, dal titolo "Marieta monta in gondola".
Andando avanti si arriva a Roma,e la si presenta come una città di "magnaccioni" (che lo è) con "la società dei mangnaccioni". Nonostante ciò c'è assolutamente da ridire sull'assenza di ogni riferimento ai grandi romani, si chiamino Lando Fiorini (già presente in altri volumi) o Gabriella Ferri (mai citata come interprete di brani folk, ricordata con la sua peggiore parentesi, bravi!)
Ed eccoci con il ritorno a Napoli, tentando di rimediare la figuraccia che è stato omettere Sergio Bruni dal disco "Bella Napoli". Da Sergio Bruni, da molti definito "La voce di Napoli" si ascolta "Reginella", brano di Libero Bovio e Gaetano Lama del 1917.
Tornando al liscio si ascolta Enrico Musiani, che con la sua stupenda voce da controtenore (non sto scherzando, mi piace il suo timbro!) interpreta "Madonnina dai riccioli d'oro", una delle più orride canzoni di liscio che mi sia stato dato di sentire nella mia vita.
Si arriva in Toscana e si assiste ad uno dei pochi atti di giustizia di questo volume, perché, anche se manchiamo completamente a livello di chiarezza di concetti, ricordiamo in una volta due grandi fiorentini: da un lato lo chansonnier Odoardo Spadaro e dall'altro il tenore Carlo Buti, che interpreta "La porti un bacione a Firenze" (nel sito è scritto "Porta un bacione a Firenze"...).
La penultima traccia è una "Calabrisella" interpretata da un gruppo a me sconosciuto, dal nome sicuramente inquietante, ossia Gruppo folk calabro-lucano. Il mio consiglio, da profaziana di ferro quale sono, è di ascoltare la versione del grande Profazio, sia in "Calabria" (con il fratello Vincenzo alla fisarmonica e alle seconde voci) che in "Amuri e pilu", solo chitarra e voce.
Delle isole viene rappresentata solo la Sardegna, ma (almeno lei) viene rappresentata nel miglior modo possibile, dalla grandissima sassarese Maria Carta.
Che dire dopo questa analisi? Io vi ho informati: fate voi.
Il progetto di cui vi parlo è "Best Italia", serie di 16 dischi, ognuno subordinato ad un tema specifico.
Grazie al sito ufficiale dell'emittente (www.radioitaliaannisessanta.it) percorreremo le track list dei 16 volumi e ne analizzeremo pregi e difetti.
Il primo volume di cui ci è possibile parlare è "Hit parade", contenente canzoni che si sono trovate negli anni alle prime posizioni delle classifiche.
Il disco inizia con una delle più brutte canzoni estive che mi sia stato dato di sentire, ossia "No tengo dinero", cantata dai Righeira, quelli che l'anno precedente (credo il 1983) ci avevano già ammorbato con "Vamos a la playa", brano che ora ha visto un terribile rifacimento da parte dei Flaminio Mafia, uno dei tanti gruppettini specializzati nel rovinare canzoni altrui.
La seconda traccia è una canzone anni Sessanta, ripresa però nella versione di un cantante che negli anni Ottanta, trovando affinità tra il decennio del riflusso e dei "paninari" e quello del cosiddetto "boom economico", ha fatto fortuna rovinando gli spensierati brani di vent'anni prima in maniera veramente vergognosa. Mi riferisco ad Ivan Cattaneo e alla sua versione del "Geghegè" lanciato da Rita Pavone.
La terza traccia eleva sicuramente il livello dell'insieme della raccolta, in quanto almeno è cantata da una cantante che (all'inizio) prometteva bene. Mi riferisco a Loredana Bertè, di cui ritroviamo "In alto mare", brano risalente agli anni Settanta, di cui ascoltiamo un rifacimento live.
La quarta traccia è un brano che non mi ricordo, si intitola "Ilmare più grande che c'è" ed è cantato da Fiordaliso. Vorrei solo spendere due parole su questa cantante: non ha praticamente voce, aiuto!
Continuando a cantare al femminile si trova Marcella Bella, di cui ascoltiamo "Problemi", brano che non conosco. Alla cantante siciliana va giustamente riconosciuto di aver fatto vari pezzi di buona o anche alta qualità come "L'ultima poesia", "Gli amici" (cantate rispettivamente insieme al fratello Gianni e a Riccardo Fogli).
La sesta traccia ci permette di ricordare (quanto sarebbe stato meglio non farlo, ma va bene!) la canzone vincitrice del Sanremo 1997, ossia la fusione di voce impostata e musica elettronica che va sotto il nome di "Fiumidi parole". Era cantata da un duo chiamato Jalisse: chi se li ricorda?
Alla settima traccia compete il ruolo di farci tornare in mente uno dei tanti gruppi che hanno continuato e coltivato il genere melodico inItalia mentre impazzava il "prog" dei vari Banco, P.F.M e compari. Mi riferisco ai collage, dei quali si estrae la gradevole (ma non eccelsa) "Tu mi rubi l'anima". L'unico problema del gruppo: la voce del cantante, praticamente inesistente. Se permettete una divagazione la lacuna è trasversale, riguarda indifferentemente tutti i generi musicali, ci sono pochissime voci belle in giro.
Abbiamo citato Riccardo Fogli per ricordare una delle più belle canzoni di marcella Bella, ed abbiamo il piacere di ritrovarlo in questa scaletta con una delle sue canzoni anni '80 dal titolo "Malinconia". La melodia è apparentemente semplice ma pur sempre sviluppata, non male.
Come nona traccia c'è un brano cantato da Juli and Julie dal titolo "Una storia d'amore". Ammetto la mia proverbiale ignoranza e passo avanti.
Finalmente posso gridare un "bella!" sentito e convinto per quanto riguarda la decima traccia. Ci troviamo infatti con quello che io considero il miglior gruppo tra quanti coltivarono la musica melodica italiana tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta. Mi riferisco agli Alunni del Sole capeggiati dal napoletano Paolo Morelli, abile poeta sia nel nobile vernacolo partenopeo che in italiano. Il brano che troviamo fa parte della produzione dialettale del gruppo ed ha il titolo di "'A canzuncella". È una delle ultime canzoni napoletane belle ad aver conosciuto gli onori della celebrità nazionale, poco prima dell'esplosione di quel degradato e degradante fenomeno detto dei "neomelodici". Il brano si inserisce in un filone di brani leggermente jazzati, che comprende perle come "'Na voce, 'na chitarra e 'o poco 'e luna", innovando le sonorità ma non discostandosi per niente come spirito dalla vera tradizione classica.
Ora troviamo il gruppo che in quegli stessi anni aveva coltivato il revival della voce "in falsetto" con una caparbietà davvero invidiabile, ottenendo risultati penosi. Mi riferisco ai Cugini di Campagna, gruppo di cui si ascolta il brano "Innamorati", a me sconosciuto.
Terzultima traccia: qual è la canzone più maschilista di tutta la storia della canzone italiana? "Teorema"!. A Marco Ferradini va riconosciuta bravura, per brani come "Gli Aironi", "Quando Teresa verrà" ed altre, ma questa canzone è da scordare (purtroppo qui ce la fanno ricordare, vedete che il mondo è bello perché è vario!).
Un altro bravo gruppo datoci da Napoli negli anni Settanta è "Ilgiardino dei semplici", anche quest'ultimo dedito ad una semplice ma mai inutile canzone melodica all'italiana. Dal repertorio di questo ensemble viene ripescata "Carnevale da buttare", brano che io ignoro.
La compilation si chiude nel peggior modo possibile, con una specie di semirap in dialetto napoletano inciso da Tullio De Piscopo negli anni Novanta, direi di sorvolare.
Il secondo volume che abbiamo la possibilità di occhieggiare è dedicato ai gruppi beat italiani, quelli che spesso evolentieri hanno fatto dei buoni adattamenti di brani stranieri che molto difficilmente sarebbero arrivati da noi (per questo, invece che essere ricordati, sono sminuiti).
Il volume inizia con una bellissima "Sognando la California", traduzione interpretata dai Dik Dik del brano "California dreaming", lanciato dai Mamas and papas. La versione che ascoltiamo (per fortuna) non è l'originale, ma bensì una eseguita in acustico molti anni dopo.
Altra grande (e forse più lodevole) operazione portata avanti da molti gruppi beat anni Sessanta, è stata quella di riprendere e rivitalizzare brani bellissimi della nostra produzione anni Trenta. Un esempio ne è la seconda traccia del volume "Un'ora sola ti vorrei", qui interpretata dagli Showmen, gruppo napoletano che vedeva tra i suoi componenti il leggendario cantante Mario musella e il sassofonista James Senese. Contrariamente a quanto accade adesso (vedasi la reinterpretazione del medesimo brano da parte di Giorgia), quando si riarrangia si lavora solo sulle sonorità senza toccare la ritmica e la melodia, in segno di umiltà.
Allaterza traccia cominciano i problemi. Arriva una delle canzoni più insipide che mi sia stato dato di sentire, la romantic ballad "Monia", interpretata dagli Apostoli, in uno stucchevole stile tra il cantato ed il parlato, precisamente alternando strofe parlate a ritornelli (sempre uguali) cantati o meglio piagnucolati.
La traccia successiva la ignoro, porta il titolo di "Non c'è più nessuno" ed è interpretata da uno dei più longevi gruppi beat, i grandie e bravi Camaleonti.
La canzone che segue ha una bellissima melodia, rovinata da un testo brutto e da una voce insignificante. Miriferisco a "Guarda", interpretata da un gruppo meno fortunato chiamato The rogers. È un brano in terzinato (come andavano allora) con certe influenze blues, che però non sconfinano mai nella scimmiottatura.
Andando avanti si ritrova un'altra cover dal repertorio americano, l'interessante "To love somebody", che interpretata dai Califfi diventa "Così ti amo". Forse convince meno rispetto a "Sognando la California" ma è pur sempre godibilissima.
Ed arriviamo ad un gruppo il cui destino è legato molto a quello di Francesco Guccini, ossia all'Equipe 84, di cui abbiamo il piacere di ascoltare "Quel che ti ho dato". Si può dire che il gruppo musicalmente non avesse particolari caratteristiche, il loro forte (come ammesso svariate volte da Maurizio Vandelli, suo storico leader)era la bellissima polivocalità.
Proseguendo troviamo i New Trolls, con uno dei pochi brani che hanno tentato di affrontare tematiche forti all'interno del beat italiano. Mi riferisco ad "Una miniera", canzone che rende testimonianza dei sentimenti di un minatore che torna da sua moglie dopo una lunga assenza. Molto bella, complicata ed emozionante. È inoltre innegabile la particolarità del timbro di Di Palo, caratterizzato da un certo falsetto mantenuto naturale.
Troviamo poi uno dei primi brani dei Pooh, il famigerato (ma da me dimenticato) "Bikini beat".
Andando avanti si trova uno dei gruppi di punta del beat italiano, i milanesi Giganti, noti per la stupenda voce di basso di Enrico Maria Papes. Ilbrano che si ascolta è "La bomba atomica".
Proseguendo troviamo un altro brano dei Camaleonti, che nonconosco, dal titolo "Ti dai troppe arie".
Sempre tra brani sconosciuti impantanati troviamo "Nessuno potrà ridere di lei", una delle cover eseguite dai Pooh nel loro periodo beat.
Se vi dico cantante che da quarant'anni vive in Italia e nonostante ciò parla l'italiano con un accento inglese che si sente subito? Qualcuno potrebbe anche pensare a Mal dei Primitives, il cantante che continua questa scaletta con una sua versione di un noto pezzo americano da lui interpretato in maniera molto poco convincente ma tuttavia rimasto nell'immaginario collettivo. Mi riferisco a "Yeeeah".
C'era un gruppo beat italiano degli anni Sessanta, che era noto, oltreché per la sua innegabile bravura musicale nel suo genere, anche per portare un corvo vivo sopra il basso. Ovviamente, dico io, mi riferisco ai Corvi, che chiudono questa scaletta con "Ragazzo di strada", brano che purtroppo è stato ripreso da gente che c'entra pochissimo con quel mondo, vedasi Tonino Carotone. Ilconsiglio che do è di ascoltare la versione dei Corvi, bella, con un bellissimo assolo di chitarra elettrica distorta, tra i primi mai sentiti in Italia.
Se si pensa agli anni Sessanta in Italia, viene naturale di pensare al cinema. Così in questa collezione, che vediamo essere molto completa, c'è un volume completamente dedicato alla musica per cinema. Qui verrà trattato molto superficialmente,speriamo di trovare qualcosa che possa in parte anche esulare.
La seconda traccia del disco è una grande canzone d'ispirazione romanesca scritta ed interpretata dal "piccoletto nazionale", il cantante ed attore romano Renato Rascel. Mi riferisco ad "Arrivederci Roma", che fotografa una visione idillica ma non fastidiosa (almeno per me) della Città Eterna. mi fa tenerezza, ad esempio, il quadro dell'inglesina che getta il soldino in Fontana di Trevi, come sapete anche questo è diventato reato, mentre il falso in bilancio no (giustizia è fatta!).
La prossima traccia di nostra conoscienza è "Nessuno al mondo", buona cover di Peppino di Capri di un notissimo successo americano di Pat Boone. Va detto che il Di Capri degli inizi non ha dato frutti spregevoli (altro discorso quando si metteva a reinterpretare le canzoni napoletane, stravolgendole così da rendere irriconoscibile,quindi inapprezzabile, qualsiasi versione filologica a chi lo amasse).
Il disco continua con una canzone caratterizzata dalla presenza di un "effetto speciale" eseguito dal vero. Mi riferisco alla bellissima "Ilbarattolo" di Gianni Meccia, che è accompagnata dagli spostamenti di un barattolo vero, ossia il cuore del protagonista è fotografato nei suoi movimenti, causati dai maltrattamenti dell'infido personaggio femminile (un po' di maschilismo, ma è un bel brano).
Dal Sanremo 1960 (quello che vide la vittoria congiunta di Tony Dallara e Renato Rascel con "Romantica") viene estratta "Quando vien la sera", canzoncina spassosa a tempo di twist, rimasta famosa nella versione di Joe Sentieri, il cantante del "saltino". Deplorevole (e parla una sua fan) la versione che ne ha fatto Arbore in "Quelli della notte", meglio 'originale.
Proseguendo, nominata e vista, arriva "Romantica" cantata dal grande Tony Dallara, il migliore "urlatore" che l'Italia possa aver vantato, perché è in grado di coniugare gli stilemi americani con un assoluto rispetto della melodicità nostrana.
Proseguendo si scopre che il brano "A felicidade", uno dei classici della bossanova brasiliana, nato dalla penna di Vinicius de Moraes e António Carlos Jobim, ha avuto una versione italiana dalla voce bellissima di Don Marino Barreto jr, uno dei più grandi cantanti del night italiano, nonostante il suo essere cubano.
E a proposito di gioielli stranieri portati da noi da cantanti stranieri continuiamo con "Uno a te, uno a me", interpretazione in italiano del tema principale del film "I ragazzi del Pireo" con musica di Mikis Theodorakis. l'interprete è la grande Dalida, una delle migliori interpreti che la francofonia e l'italofonia hanno posseduto, dalla voce potente e limpida fino alla sua prematura fine.
In questa atmosfera da night, ovviamente, non poteva mancare una "criminal song" di Fred Buscaglione, il grande contrabbassista, cantante e showman torinese. La sua voce, di solito dolcissima, poteva miracolosamente assumere un colore foschissimo davvero raro, basta vedere i suoi ruoli nel cinema, il film "Noi Duri" con Paolo Panelli e Bice Valori.
L'alter ego femminile di Buscaglione era senza dubbio Caterina Valente, grande artista dimenticata dal grande pubblico ma citata dal grande esordiente Piji nella canzone "I cigni di Ninfenburg" nel cd autoprodotto "Lentopede". La voce della Valente è jazz, ma non arriva alle forzature di Mina, che imita senza creare niente di nuovo.
Questo volume si chiude con un omaggio a Napoli proveniente dagli Stati Uniti (che spreco!), ovvero con la versione che Elvis Presley haeseguito di "'O sole mio". Non è male ma, sinceramente, da cultrice della canzone napoletana, avrei preferito avere in questo volume, un brano di Renato Carosone a chiusura di questo omaggio al cinema e al night.
Di nostro completo interesse è anche il volume successivo, quello dedicato ai cantautori.
Il volume inizia con "Genova per noi", classico scritto dal grande Paolo Conte e qui presentato nella notevole versione di Bruno Lauzi. Il brano non è sconvolto, anzi è reso ancora più melodico, evidenziando la sua anima latina, il suo essere una habanera tra le più riuscite di quante sono state scritte.
Il secondo brano è del repertorio "minore" di Fabrizio De Andrè, quello nel quale il cantautore genovese ancora non aveva il coraggio di far vedere la sua vera personalità. Mi riferisco a "Nuvole barocche", comunque interessante fusione tra un ritmo terzinato ed una strofa eseguita ad habanera. Lo si trova nell'lp del 1972 dallo stesso titolo.
Continuando con la scuola genovese si trova una traccia estratta dal primo disco di Gino Paoli, album che già mostra un cantautore giunto a precoce ma completa maturità. Il brano qui presente è "Sassi", canzone dall'andamento misterioso e dal testo triste ed intrigante.
Dello stesso periodo è il brano successivo, un gioiello sconosciuto dell'opera di Luigi Tenco intitolato "Mai".
Subito dopo compare uno tra gli antesignani del cantautorato, il polignanese Domenico Modugno, del quale si ascolta una bellissima ballad anni Sessanta dal titolo "Notte di Luna calante". La ballata è un misto tra un brano romantico all'italiana e certe suggestioni riprese da certi cantanti americani riconducibili al canto singhiozzato, in quegli anni coltivato anche da Modugno, dopo aver interrotto i suoi rapporti con il folk.
Tornando alla scuola genovese si omaggia il grande e dimenticato Umberto Bindi, ottimo interprete ma soprattutto grande autore di musiche con la ricchezza della musica classica e la giovialità ed intimità del jazz. Il brano che troviamo pubblicato è "Se ci sei".
Sempre dall'lp "Nuvole barocche" viene estratto il secondo brano presente di Fabrizio De Andrè, un'interessante ballad a tempo di bolero cubano dal titolo "E fu la notte". Va ricordato che il repertorio di cui ci stiamo occupando fu bollato dallo stesso De Andrè come "peccati di gioventù", in maniera forse cattiva e perché no superficiale. Riascoltarlo ora, alla luce anche della sua produzione successiva, forse farebbe cambiare idea a molti estimatori.
Dopo aver omaggiato i cantautori provenienti o lanciati da Genova si passa alla scuola romana, che viene iniziata da Amedeo Minghi, con il brano da lui dedicato a Giovanni Paolo II. Sinceramente io non l'avrei inserito, avrei scelto "1950" o "La vita mia", e non l'avrei messo in questa posizione, prima sarebbero dovuti venire almeno un Venditti ed un De Gregori.
Continuando si ha il piacere di ascoltare "Agnese", bellissima e dolcissima ballata di Ivan Graziani volontaria o involontariamente ispirata ad un pezzo anni Sessanta anch'esso bello. La versione di Ivan è molto ben fatta, la melodia non lascia spazio ad influenze americane o straniere, stupenda.
Proseguendo si ascolta "Minuetto" nella versione eseguita da uno dei suoi autori, il cantautore Franco Califano. Il testo è modificato in molte parti, la versione è altrettanto sofferta di quella di Mia Martini, seppure quest'ultima aveva una voce migliore (ovvio!).
Troviamo poi Sergio Endrigo, che ci presenta il brano col quale arrivò terzo al Festival di Sanremo 1970 in coppia con Iva Zanicchi. La canzone è "L'arca di Noè", ritratto intimo ma molto sferzante dei problemi profondi di una società che iniziava a sentire di essere allo sbando. La forza di Endrigo sta nell'intimità che filtra tutto, e qui sta anche la sua impossibilità di essere compreso dai cosiddetti intellettuali.
Continuando si arriva al tema ecologico, affrontato da Pierangelo bertoli con forza insuperabile nel suo classico "Eppure soffia". Per chi nonla conosce è una ballata bellissima, con una melodia larga e chiara, di quelle adatte per denunciare le ingiustizie. La sua voce è sempre stata di una limpidezza disarmante, non è mai cambiata tantomeno calata. L'album da cui è estratto il brano è quello che lo porta come title track, risalente al 1975.
Ed eccoci con un omaggio alla scuola milanese, rappresentata da Giorgio Gaber, quando ancora faceva il cabarettista e non dava comizi tramite le canzoni. Il cantautore meneghino è ricordato attraverso una tarantelluccia spassosa degli anni Sessanta dal titolo "Il riccardo", uno dei tanti ritratti di vita di bar lasciatici da Gaber.
L'ultima traccia permette di ascoltare uno dei cantautori di ultima generazione, uno di quelli che a me non piacciono, il rocker Massimo Priviero, uno di quelli che si ispira agli stilemi americani senza permearli di qualsiasi cosa che sia propria. Ne mancherebbero tanti all'appello ma ancora abbiamo molto materiale da visionare e recensire.
Continuando si arriva ad un volume che inizia in maniera divina. Ci riferiamo al disco "Le canzoni del cuore", la cui prima traccia si intitola "Il cielo in una stanza" ed è interpretata dal suo autore Gino Paoli. Sinceramente, pur essendo io una grande ammiratrice del cantante di Monfalcone, avrei preferito la versione di Mina, interpretata sicuramente meglio e con un arrangiamento sicuramente maggiormente curato. A riprova di ciò è il fatto che Paoli stesso, dopo la versione storica del 1960, utilizzerà per cinquant'anni arrangiamenti più o meno fortemente ispirati a quello fatto per Mina.
La seconda traccia non ci interessa perché è un brano che ignoro, quindi ci dedichiamo ad uno dei capolavori della produzione della prima Mina, la bellissima e giustamente celeberrima "Se telefonando" (anche qui,vedasi "Un'ora sola ti vorrei", hanno operato dei rifacimenti per il suo sputtanamento). Qui abbiamo la fortuna di ascoltare la versione originale, quella arrangiata dal grande Ennio Morricone, che prima di iniziare un'inarrestabile carriera di compositore di colonne sonore ha arrangiato alcuni tra i più bei brani italiani.
Come dire dal Paradiso all'Inferno. Andando avanti si ritrova Amedeo Minghi con "Cantare d'amore", brano presentato ad un Sanremo di una decina di anni fa, tra i più brutti che mi sia dato di ricordare.
Proseguendo, sempre da Sanremo, esce uno dei rari brani decenti usciti in questi ultimi anni,da una delle nuove proposte la cui carriera non ha più visto vette che abbiano interessato i media. mi riferisco alla bella romantic ballad "Sei la vita mia" di Mario Rosini, promettente cantante e pianista siciliano, dalla voce tenorile con leggerissime incrinature jazz. La melodia è semplice, per alcuni forse banale, per me sicuramente e giustamente italiana.
Tornando ad omaggiare Umberto Bindi (dopo aver reperito uno dei suoi brani nel volume "Cantautori") qui ci si presenta "Il nostro concerto", bellissima ballata, incrocio tra un brano classico e la sensualità delle ritmiche jazz. Credo però che questa doppia anima del brano e di tutta la produzione bindiana, abbia portato molti jazzisti, con la frettolosità che li distingue, ad appropriarsi di qualcosa che non gli appartiene o non può essere completamente di loro proprietà. Preferisco, se proprio si deve parlare di rifacimenti, quelli di artisti come Claudio Baglioni, che ha reinterpretato il brano in ben due occasioni: nel 1997 nel cd "Anime in gioco" e qualche anno dopo nella raccolta "Quelli degli altri tutti qui".
Un altro esempio di bolero cubano all'italiana lo troviamo nel brano successivo, la bellissima ballata "Era d'estate" di Sergio Endrigo, che qui ascoltiamo con la partecipazione dell'ottima cantante di jazz e musica leggera Rossana Casale. Nonostante il mio aver approvato tale versione, sinceramente rimpiango l'orchestrazione, da qualcuno forse ritenuta barocca, tipica della versione anniSessanta.
Proseguendo si ascolta la versione di Milva del celeberrimo brano "Estate" di Bruno Martino. Sinceramente nonconosco la suddetta versione, ma, quasi per principio, i brani di Martino debbono essere ascoltati da lui (e di questa va rigorosamente ascoltata la versione anni Sessanta!).
Il passaggio agli anni Ottanta si attua tramite una delle canzoni più insipide che mi sia mai stato dato di conoscere, la ballata "Ancora" del cantautore napoletano Edoardo De Crescenzo. la voce del cantante non è malvagia, ma sinceramente mi stancano i virtuosi in modo gratuito, quelli che con il virtuosismo debbono nascondere qualche loro grave mancanza (e ce ne sono trasversalmente!).
Sinceramente avrei preferito ascoltarmi la versione dei Pooh, perché è l'originale, ma andando avanti si trova "Pensiero" cantata da Riccardo Fogli. Il cantante toscano sinceramente, dopo un periodo fortemente creativo avutosi tra gli anni Settanta e gli inizi dei Novanta, credo abbia facilmente ceduto alla tentazione divivere di rendita con il suovecchio repertorio e, soprattutto, con quello da lui cantato per i Pooh.
Dopo aver saltato una traccia ("Io sarò la tua idea" cantata da Iva Zanicchi) quando possiamo tornare a parlare di cose che conosciamo troviamo "Piccolo uomo", canzone di Bruno Lauzi interpretata e portata al successo da una strepitosa Mia Martini. Il brano di Lauzi è bello, ma sinceramente cantato dall'autore è molto meno convincente, gli manca la sofferenza che invece la voce di Mimì gli dà invariabilmente.
La penultima traccia è una perla estratta da un Sanremo di fine anni Sessanta, il brano "Un'ora fa". Il brano è la riuscita fusione tra lo stile soul che permette come nessuno di brillare al cantante milanese ed una grande e larga melodia nostrana. La strofa è in minore, mentre il ritornello è in maggiore, dimostrando così che ancora all'epoca si lavorava in maniera ricca.
Anche in questo volume troviamo la presenza della canzone napoletana, con uno dei suoi ultimi capolavori, la "Resta cu mme" scritta da Domenico Modugno negli anni Cinquanta ed ancora oggi gradevolmente ascoltata dagli intenditori.
Il prossimo volume è dedicato alle "Canzonissime", ossia ad alcune delle canzoni uscite dalla famosa trasmissione televisiva "Canzonissima" (rivoglio quella e via "X factor", "Amici" e compagnia brutta!).
La prima traccia è "Roma nun fa la stupida stasera", bellissima habanera di Garinei e Giovannini, estratta direttamente dall'immortale colonna sonora della commedia musicale "Rugantino". L'interprete è uno dei miei preferiti per quanto riguarda la canzone romana, il romano verace Lando Fiorini,che io ebbi l'onore di conoscere durante il mio periodo a "Sarabanda", poiché venne in trasmissione e, dopo aver recitato una stupefacente poesia di Trilussa, cantò una "Cento campane" che mi ha fatto commuovere fino alle lacrime.
Sulla seconda traccia ho già da ridire, perché il brano è bello ma la versione presentata secondo me non è sufficientemente buona. Il brano è "Un'estate fa", rifacimento in italiano della canzone francese "Une belle histoire", qui cantato dagli Homo Sapiens ma lanciato anche da Michel Fugain, interprete originale del brano. Ilsuo italiano è caratterizzato da un'affascinante e tirannica "erre moscia", ma l'interpretazione è insuperabile, vi giuro!
Ed a proposito di brani rifatti (o che dopo sono stati tradotti in svariate lingue), si ha il piacere di ascoltare la versione italiana di "Without you" dei Gens. Il brano si intitola "Per chi" e devo dire che è riuscito, molto peggiore è il rifacimento recente di Brenda, per L'italia, e di Maria Karey per gli Stati Uniti.
Dopo aver saltato una traccia si trova la stupenda versione che José Feliciano ha dato del mediocre brano di Jimmy Fontana (e parla una sua ammiratrice) "Che sarà". La bellezza della versione di Feliciano, secondo me, sta nel virtuosismo che il portoricano mette nell'accompagnamento di chitarra, sicuramente notevole.
Si ritorna ai cantautori e si ritrova Bruno Lauzi, con uno dei suoi primi e più bei brani, la ballata "Ritornerai", che come sempre io vi consiglio di ascoltare solo da lui. Bruttissima infatti è la versione che ne diedero circa una decina di anni fa i Delta v, gruppo di pop elettronico a me completamente estraneo.
Proseguendo si trova un altro dei capolavori della produzione di Mina, la traduzione initaliano del brano "It's a lonely town" dal titolo "Città vuota". Non so quale versione si trova nel cd, spero di cuore sia quella anni Sessanta, perché quando successivamente la cremonese reincise il brano per uno dei suoi dischi dal vivo, gli arrangiatori ne fecero (come spesso accade) scempio. È sempre un problema riuscire a riarrangiare completamente un brano, spesso si cade nelle grinfie della moda, soprattutto nel deleterio ambiente del pop.
Bellissima la traccia successiva, la spassosissima canzone "La gatta" di Gino Paoli. Qui non ho preferenze di versioni, voglio solo segnalare, per la sua indubbia particolarità, quella interpretata dal cantautore montefalconese insieme ad Enrico Rava, Danilo Rea ed altri jazzisti nel disco di Rava "Strane stelle strane", tutto dedicato a rifacimenti in chiave jazz di successi della musica d'autore italiana e non solo. Da quel disco è notevole anche la partecipazione di Renzo Arbore, con il swing napoletano di "Smorza 'e lights", dove il foggiano suona anche il suo amato clarinetto.
Continuando si arriva alla traduzione in italiano di "Milord", brano lanciato in Francia da Edith Piaf e da noi ripreso da Milva. L'arrangiamento qui è fidedigno, anche se forse i giri di fisarmonica musette nella versione italiana suonano come qualcosa di falso ed imitato. L'interpretazione è abbastanza buona, perché sono innegabili i punti di contatto tra le due voci, ma il mio consiglio, ovviamente, è quello di ascoltare la versione francese, assolutamente più bella. Sono alla pari, invece, la canzone della Piaf "Les amants d'un jour" e la sua traduzione italiana, curata ed interpretata dall'italo-francese Herbert Pagani, dal titolo "Albergo ad ore". Il fatto è che nel caso di Pagani la teatralità francese è qualcosa di naturale, non imitato e tantomeno acquisito.
Andando avanti si riscopre una delle canzoni meno belle che possano aver dato gli anni Sessanta italiani, ossia il motivetto beat "Perché l'hai fatto", che si ritrova nella versione di Beniamino Reitano, noto al grande pubblico come Mino Reitano. La voce del calabrese avrà forse il suo fascino, ma secondo me è tutto meno che un timbro perfetto o bello.
Anche in questa compilation fanno capolino i pooh, con la loro famosissima "Piccola Ketty", primo loro grande successo, ancora in epoca beat. Io l'ho sempre trovata una canzone pietosa, perché si sente lontano un miglio che è composta per scimmiottare ciò che non ci appartiene.
Dopo una traccia a noi sconosciuta ("Furore" di Adriano Celentano) riscopriamo uno dei tanti gioielli usciti dalla penna del grande e dimenticato Memo Remigi. Dalla sua voce abbiamo il piacere di riascoltare "Io ti darò di più", brano portato al successo da Ornella Vanoni alla fine degli anni Sessanta. Io sono molto legata a Remigi, perché circa tredici anni fa conduceva la versione domenicale di "Per noi", bellissimo programma musicale di Rai Radio 1, quando ancora non si era completamente votata allo sport. Il programma era fatto da un immaginario night club anni Sessanta, con un grandissimo pianista chiamato Luciano Simoncini,e vi venivano invitati grandi nomi di quel periodo come Bruno Martino, Gino Paoli ed altri (che nostalgia!).
Il disco si chiude con un pezzo di un gruppo di musica strumentale "progressiva" chiamato Il guardiano del faro". Sinceramente a me non dicono niente.
Il prossimo volume è intitolato "L'ora dell'amore", titolo ripescato da una delle più belle canzoni del periodo anni Sessanta, la cover di "Homburg" dei Procol Harum eseguita dai Camaleonti.
Il volume inizia con "la più bella del mondo", bellissima ballata romantica interpretata da Marino Marini, una delle stelle del night club anniSessanta, nato a Napoli. Il suo stile potrebbe essere paragonato a quello di Renato Carosone, anche se il Marini era possessore di un timbro sicuramente più bello e raffinato.
La seconda traccia è un brano dal titolo "Amore grande, amore libero", ripreso dal repertorio dei già citati e deplorati "Il guardiano del Faro".
Ed eccoci ad una delle canzoni più insipide (e quindi più ricordate) degli anni Settanta italiani. Mi riferisco a "Bella da morire" degli Homo Sapiens. Per descriverla brevemente si potrebbe definire una canzone da fotoromanzo, una di quelle dove l'uomo si chiede perché la sua innamorata lo abbia lasciato, senza chiedersi se costui a colpe.
Continuando troviamo una delle voci più grintose che gli anni Settanta abbiano potuto conoscere, quella di Mino Vergnaghi, il quale ha azzeccato alcune belle melodie tra cui questa "Amare", anche se, quando con gli anni ha deciso di rifarle, ci ha messo delle coloriture troppo blues che non le esaltano ma le nascondono. Comunque fa sempre piacere ricordare questi interpreti rimasti solo nella memoria di chi la musica la amava davvero.
Andando avanti si ritrovano i Cugini di Campagna (sarebbe meglio di no!), con una canzone che ha tragicamente segnato la mia infanzia. Mi riferisco ad "Anima mia", che digerisco (a malapena) nella versione di Baglioni, solo perché è lui che canta. È una delle tante canzoni che sfrutta lo stereotipo della tristezza dell'uomo lasciato, che non si chiedemai il perché sia stato abbandonato dalla propria compagna, della quale sente una nostalgia sferzante, diremmo "canaglia" citando un pezzo che spero non troverò mai.
Un'altra cover del repertorio dei Pooh da parte di Riccardo Fogli continua la scaletta. Il brano prescelto è "Tanta voglia di lei", il primo (che io sappia) brano dei Pooh ispirato ad una relazione adulterina. In questo caso, contrariamente a quanto accadrà anni dopo con "L'altra donna", qui il protagonista capisce il suo sbaglio e dice un laconico "Il mio posto è solo là", per accontentare i benpensanti, all'epoca ancora grandi fustigatori.
Continuando con i gruppi troviamo prima i Ricchi e poveri (che dai trallalleri liguri sono passati al poppettino commerciale) e poi i New Trolls quando già avevano ampiamente superato la fase beat. Il brano che troviamo in scaletta è la bellissima "Quella carezza della sera", canzone tenerissima sui ricordi d'infanzia del protagonista. Interessante soprattutto per il finale del ritornello, che contiene un dodiesis settima aumentata, che fa da seconda diminuita rispetto alla scala di do del brano.
Dopo una traccia sconosciuta, "Fiore di carta" cantata da Bobby solo", troviamo il brano che dà il titolo al cd, di cui si è già parlato in sede introduttiva. Qui voglio solo spezzare una lancia a favore dei Camaleonti, che sono riusciti ad eseguire un rifacimento italiano molto bello, anche migliore della stessa canzone originale.
Anche qui abbiamo il piacere di ritrovare Memo Remigi, con uno dei suoi gioielli assoluti, la ballata dal ritmo inclassificabile "Innamorati a Milano". In molte parti sembra un bolero, ma prima che il ritmo si schiude ve ne sono altre a tempo neutro, molto enigmatiche (imparate nuovi autori da chi aveva meno accademia e più fantasia!).
Continuando riscopriamo un altro grande successo estrapolato dal canzoniere di Umberto Bindi, la ballad terzinata "Arrivederci". Sinceramente trovo molto più convincente la versione jazzata data da Marino Barreto Jr, ma queste sono le scelte di chi ha fatto la compilation. È abbastanza brutto il vocalizzo che Bindi esegue prima di ogni esposizione del tema melodico, semplicemente perché è portato avanti da una voce che non è abituata all'uso di questa risorsa.
Dello stesso periodo è la penultima traccia, la mia canzone preferita di Giorgio Gaber, nella quale il milanese sfodera un'anima da crooner che dopo, infervorato dalla politica, ha perso assolutamente per strada. La ballata che troviamo è "non arrossire", bellissima serenata d'amore, debitrice sì di certi stilemi nordamericani, ma prima d'ogni cosa della serenata popolare italiana.
Il volume si chiude con il tema del film "Love story", interpretato dal sassofonista Fausto Papetti, interprete che ha chiuso un'epoca, purtroppo mai più ricominciata, nella quale la musica strumentale andava a braccetto con i dischi cantati.
Eccoci ad uno dei momenti più polemici di tutta questa rassegna, perché ci dobbiamo occupare del volume napoletano della collezione "best Italia".
Il volume porta il titolo di "Bella Napoli" ed inizia con "Cu' mme", rpesentataci in una versione interpretata solamente da Mia Martini, e già qui c'è da ridire. Infatti il brano è spudoratamente concepito affinché una voce (maschile) canti a strofa mentre un'altra (femminile) le risponda nel ritornello. Poi trovo ingiusto omettere Murolo dalla prima traccia di un cd napoletano, lui che ha sempre perseguito il rinnovamento rispettoso della canzone napoletana, anche quando è stato preso in mano da produttori senza alcuno scrupolo.
Ancora più da ridere c'è nella seconda traccia, perché troviamo Gigi D'Alessio, ossia colui che ha dato visibilità nazionale al deplorevole fenomeno dei "neomelodici", quegli interpreti il cui stile è assolutamente e rigidamente prestabilito. Il napoletano interpreta "Annarè", colonna sonora di un film, ultima sua esperienza rimasta confinata praticamente al territorio campano.
Il volume va di male in peggio, perché dopo il primo figlio troviamo il padre dei "neomelodici", che pentito del misfatto compiuto e volendolo in qualche modo appianare (mentre oramai si sa che non può più) si è dato al teatro e alla cosiddetta "canzone di qualità" (siete sicuri?). Mi riferisco a Nino D'Angelo, di cui si ascolta "Nu jeans e 'na maglietta" risalente all'inizio degli anni Ottanta, ai suoi primi film osceni.
Il primo brano "classico" che si ascolta è "Tu ca nun chiagne", in una versione forse non bruttissima ma sicuramente non favolosa. Mi riferisco a quella che ne hanno dato il gruppo napoletano "Il giardino dei semplici", quando, nel più generale e spesso falso interesse per le canzoni dialettali o di tradizione, anche la canzone napoletana sembrava rivivere con versioni rivisitate fino all'eccesso. In questa addirittura spiccava uno strumento sintetico tipico del "progressivo" su cui è meglio sorvolare.
E a proposito di cose sgradite andando avanti si trova l'abruzzese Fred Bongusto che rilegge "Resta cu' mme", ma questa licenza può essere perdonata in quanto la versione di Modugno è stata già inserita in un volume precedentemente da noi consultato (potevano non so perché mettere la versione di Murolo, forse sì!).
Non sono una fan di Mario Merola, ma per lo meno la sua napoletanità e il suo essere legato ad un certo stile "classico" sono innegabili. Dalla voce di Merola ascoltiamo "'A voce 'e mamma", brano che stava benissimo sulla bocca di tutti quei cantanti che avevano nelle corde il repertorio "guappo" o "di giacca", tra cui ricordiamo Tony Bruni, Tony Astarita, Nunzio Gallo ed altri.
Il prossimo brano è sicuramente il migliore della prima metà della serie, anche se non sono tanto d'accordo sulla versione prescelta. Come settima traccia, infatti, si trova "Malatia", interpretata da Peppino di Capri. Il cantante napoletano si è sempre vantato di aver cantato la canzone napoletana senza avere mai impostato la voce, mentre secondo me un minimo di impostazione o di purezza di dizione è richiesta obbligatoriamente da questo repertorio. Io vi consiglio di sentire le versioni di Armando Romeo (autore del brano) e di Roberto Murolo, ottimo interprete per tutti i brani nati o concepibili per chitarra e voce.
A proposito di grandi chitarristi andando avanti si riscopre Fausto Cigliano, quando ancora non aveva ricevuto la lezione di Mario Gangi, quindi suonava con tecnica da night. Del cantante vomerese viene riscoperta la bellissima versione, incisa negli anni Cinquanta chitarra e voce, del brano "Che m'e 'mparato a ffà", da molti conosciuto per essere entrato nel repertorio canoro di Sofia Loren.
Domenico Modugno fa la sua apparizione con "Strada 'nfosa", brano completamente da lui scritto in lingua napoletana,cosa che si può notare per le leggere imperfezioni presenti nel testo, notate ironicamente e rispettosamente da Totò. Il brano è una dimostrazione di come i ritmi swingati, con la loro oscurità, sanno esaltare come pochi il napoletano ed il suo suono ondoso.
Roberto Murolo arriva ad interpretarci "Anema e core", uno dei classici della canzone napoletana degli anni Cinquanta, prima canzone partenopea che portasse l'indicazione "slow" sulla partitura. Credo sia stata incisa da Murolo due volte: la prima su 78 giri (molto migliore) e la seconda per la sua "Antologia della canzone partenopea" per la Durium.
Dopo questa parentesi filologicamente corretta vi sono svariate tracce che non conosco, interpretate rispettivamente da Sofia Loren e Mina, ma quando si torna a cantare brani noti lo si fa con una bruttissima versione di "Maruzzella" da parte dei Beans, gruppo che negli anni Settanta si prodigò in rifacimenti-distruzioni di brani storici, tra cui la bellissima (e altrettanto napoletana di provenienza, seppure in lingua italiana) "come pioveva" di Armando Gill.
La chiusura permette di nominare Renato Carosone, il più diretto rivale di Murolo per quanto riguarda la popolarità a livello napoletano, nonché di Buscaglione nel suo periodo di frequentatore di night. Non so quale versione è presente in compilation di "Tu vuo' fa' l'americano", ma io vi consiglio di ascoltare solo quella incisa con il sestetto storico, difatti trovo deludente tutto ciò che Carosone ha inciso dopo rifacendo il repertorio anni Cinquanta.
Il prossimo volume ha una logica che non capisco. Difatti, anche se si chiama "I grandi interpreti" inizia con un cantautore. Il primo brano difatti è "1950", forse la canzone più commovente che Amedeo Minghi sia riuscito a concepire. La sua versione non è assolutamente brutta, però solo da studio. Non sopporto la sua abitudine di cantare dal vivo eseguendo continui spostamenti di tempo, che non permettono mai il canto al pubblico. Lo sfasamento di tempo, come qualsiasi risorsa, va usata moderatamente.
La traccia successiva riporta alla ribalta un artista che a me non piace, a cui però non può essere negata bravura. Mi riferisco a Michele Zarrillo, del quale si ascolta "Una rosa blu", brano del 1982, assurto alla popolarità solo nel 1998 in occasione del suo rifacimento nella raccolta "L'amore vuole amore". Il brano, è strano a dirsi, è cento volte meglio nella versione rifatta nel 1998 piuttosto che in versione originale, sono soprattutto più curati gli arrangiamenti.
Anche questo volume contiene l'ennesima cover dei Pooh da parte di Riccardo Fogli (che stette nel gruppo svariati anni, meglio specificarlo). Il brano che si trova in questa compilation è "Noi due nel mondo e nell'anima", che però è cento volte meglio in versione originale, perché fonde bene sonorità italiane con qualche condimento "progressivo" (forse solo per ammiccare alla nascente moda!).
Come quarta traccia si trova una canzone di Toto Cutugno che non conosco o non ricordo (perché non so se faceva parte delle sessioni d'ascolto domenicali che mi dovevofare mentre mio nonno russava come un trombone!).
Purtroppo quando si torna a parlare di brani conosciuti arriva Adriano Pappalardo (che speravo di non trovare, sinceramente!), con quello che è stato il suo più grande successo, quello che tutt'ora lo contraddistingue, ossia "Ricominciamo". Non parliamo del testo, dico solo che è un banalissimo brano terzinato con qualche venatura blues, perché già stavamo diventando più statunitensi degli statunitensi.
Andando avanti si torna agli anni Sessanta e si parla di brani di indubbia qualità, come la ballata "A chi", forse la canzone più bella mai cantata da Fausto Leali. Un'altra storia è la versione di De Gregori che, essendo un po' stanco, l'ha fatta... a blues, tanto quella è una musica che si canta pure senza voce, e lui oramai è notorio che non ce l'ha (tra lui e Dalla è una coppia perfetta!).
Continuando con gli anni d'oro della canzone italiana troviamo "Una rotonda sul mare", uno dei tantissimi gioielli regalatici da Franco Migliacci, il grande paroliere di "Nel blu dipinto di blu". La ballata è di una semplicità e una leggerezza che conquistano, esenti da banalità in tutti i sensi. Da notare l'assolo di chitarra classica che scandisce le parti strumentali del brano oltre agli immancabili violini.
Il brano che segue è molto bello ma io non l'avrei inciso nella versione presente in compilation. Ci troviamo davanti a "Love in Portofino", che però ascoltiamo nella versione di Dorelli (avrei preferito Buscaglione o la già ricordata Dalida). La versione del Dorelli, nonostante le sue innegabili qualità vocali, è fiacca, soprattutto è troppo alla Frank Sinatra.
E l'avevamo citata poco fa, ce la ritroviamo cantata da Domenico Modugno. Mi riferisco a "Nel blu dipinto di blu". Spero di cuore che sia la versione del1958, quella incisa con il sestetto azzurro di Semprini, l'unica davvero bella.
Dal Paradiso all'Inferno: "Italia" di Mino Reitano continua questa scaletta. Il brano è di un patetismo riluttante, sorvoliamo.
Subito dopo si fa il viaggio all'incontrario, perché si trova la bellissima "L'immensità", che io ritengo la più bella canzone italiana di tutti i tempi. La si ascolta (e giustizia è fatta!) da Don Backy. Spero sinceramente di cuore che non sia la versione del 1967, infatti il Caponi secondo me aveva una voce non molto espressiva da ragazzo, e solo con gli anni Ottanta, ancora di più dagli anni Novanta in poi, gli è nato il timbro limpido e rauco che amo tanto. Io vi consiglio quindi diascoltare la versione presente nel volume 1 della collezione "I grandi successi", quello dedicato al repertorio 1962-1967, che giustamente porta questo brano in chiusura.
Ed eccoci ad una delle prime canzoni impegnate cantate da Giorgio Gaber, anche se ancora fortunatamente era lontano dalle canzoni-comizio degli anni Settanta. Troviamo infatti "E allora dai", presentata sempre all'edizione sanremese del 1967. Il brano è spudoratamente beat, non mi ha mai del tutto convinto, ma è gradevole.
La penultima traccia è un brano che non conosco, ilcui titolo dà adito al sospetto che sia il rifacimento, sicuramente in chiave rock, del brano del Quartetto Cetra dal titolo "Donna". Speriamo di no!
Il volume si chiude con un omaggio al "molleggiato" che appare con il suo primo successo, il rock and roll spumeggiante "Ciao ti dirò", interpretato contemporaneamente anche da Gaber.
Il prossimo volume contiene brani di qualità abbastanza mediocre, ma sempre più belli di ciò che ci propinano attualmente le radio. L'argomento, quindi anche il titolo del cd, è "Super classifica '70-80".
Si inizia con il più grande successo dei già ricordati Il giardino dei semplici, ossia la ballad "Miele". È un titolo che dà adito a possibili schifezze come pochi altri, infatti esiste anche una canzone di Gigi d'Alessio con questo titolo (mamma mia!).
La seconda traccia è "non si può morire dentro", interpretata da Gianni Bella, uno dei cantanti che mi piacciono di meno, dopo quelli di "X FACTOR", OVVIO! lA SUA VOCE è VERAMENTE ORTICANTE, IL SUO FALSETTO DA SOPRANISTA è BRUTTISSIMO, SOLO PEGGIO DEL CANTANTE STORICO DEI cUGINI DI cAMPAGNA.
Negli anni Settanta andavano in classifica anche brani strumentali. La conferma ne è questa "Il gabbiano infelice" del guardiano del faro, su cui non tornerei.
E come dire subito appena nominati, eccoli i Cugini di Campagna. Dal loro repertorio in questo caso si estrae una canzone dove l'uomo, indeciso tra due donne, non trova la sua strada. Patetica, con un ritmo neutro ma senza alcun interesse e... la voce di lui non merita alcun commento.
E gli anni Ottanta compaiono con la vincitrice del Sanremo 1982, ossia "Storie di tutti i giorni". Il brano è decente solo nella versione di Gianni Morandi, la versione originale è quasi inascoltabile, quasi completamente elettronica, senza la traccia di uno strumento elettrico, eccezion fatta per una banalissima chitarra elettrica.
E come poter sorvolare questa canzone di Fiordaliso, la cui carriera è restata legata a questo brano fino ad oggi. mi riferisco a "Non voglio mica la luna", inno della contentezza per le poche cose che si possono avere, che non invita assolutamente a lottare, ma che volete eravamo nell'epoca del riflusso.
Gli anni Ottanta, ovviamente, sono stati caratterizzati dall'apparizione folgorante di Donatella Rettore (scusate, solo Rettore!). La cantante faceva dei testi un po' provocatori, innovativi ma secondo me da quattro soldi. Il brano che troviamo vorrebbe essere un tentativo, per me fallito, di affrontare l'amore in maniera innovativa, facendo una disquisizione sul kobra. Ilbrano è pseudo etnico, forse potrebbe anche essere una tarantella, è pietoso.
Dal 1980 viene "Su di noi", una delle perle prodotte da Enzo Ghinazzi in arte Pupo, quando non si era dato anche alla conduzione di programmi televisivi e radiofonici nonché alla convivenza con i principi. Il problema è che quello che per lui è "senza una nuvola", per chi ha delle buone orecchie è un incubo.
E l'avevo citata prima durante l'esplorazione del volume "Bella Napoli", come esempio della maniera di lavorare di questo gruppo, ed ecco che mi ritrovo la "Come pioveva" dei Beans in questo volume. In ogni epoca vanno fatte cose diverse, forse questo è vero, ma chenon le si facciano prendendo e depredando un'altra epoca di ciò che le si addisse di più. Il brano è eseguito senza alcun tremolo nella voce, con uno stile di canto più avvicinabile al pop che alla melodia italiana, senza nessuna fuga da schemi statunitensi a noi estranei. Il ritmo è una specie di bolero fatto a rock, bruttissima!
Dispiace sempre vedere chi ha una bella voce svendersi fino a fare cose pop e commerciali. È questo il caso di Giuni Russo, che negli anni Ottanta ebbe qualche contentino di popolarità con delle canzoni scritte spesso da Battiato (prima filosofeggiava e dopo scriveva "Un'estate al mare"), tra cui questa "Limonata Cha cha cha". È un pezzo accettabile solo per l'interessante operazione di revival nei confronti di un ritmo che all'epoca non era di moda, ma se volete sentire dei cha cha cha all'italiana andate su "Drakula cha cha cha" di Bruno Martino o sul "Cha cha cha dell'impiccato" di Jimmy Fontana e Gianni Meccia, che in verità prende questo ritmo solo nel ritornello.
Uno dei cantautori più dimenticati degli anni Settanta è Leano Morelli, trasmesso solo da pochissime radio tra cui appunto Radio Italia Anni Sessanta. Del cantautore in questione si ha l'onore di trovare una bellissima ballata dal titolo "Nata libera", molto lenta, caratterizzata dall'alternanza di una strofa in minore ed un ritornello completamente in maggiore. La semplicità dell'accompagnamento strumentale, eseguito senza elementi sintetici, esalta l'armonia e la stupenda melodia, che incastonano un bellissimo testo.
Abbiamo trovato in precedenza Marco Ferradini con la sua peggiore canzone, ora ci rifacciamo. In questo volume è presente un brano dove è evidentissima l'influenza di Lucio Dalla, soprattutto nella presenza di un sassofono alto molto graffiante. La ballata è concepita su una scala maggiore quasi completamente sfruttata, quindi non è una di quelle da falò in spiaggia e s'intitola "Schiavo senza catene".
Per fare canzoni quantomeno discutibili si può facilmente sfruttare la partenza per il militare, che ancora negli anni Settanta era obbligatoria. È questo il caso di questo classico dei Santo California dal titolo "Tornerò", che sfrutta l'alternanza tra cantato e parlato, sperimentata tra gli altri da Serge Ginzburg nella sua "je t'aime, ma non plus", ovviamente con ben altri risultati.
Il volume si chiude con un ricordo di Ivan Graziani, con un altro dei suoi gioielli, uno dei pochi che sia riuscito a diventare di dominio pubblico. Mi riferisco a "Firenze (canzone triste)", canzone che si può annoverare tra le ballate più intime del suo repertorio. Per chi non la conosce dirò che è una ballata caratterizzata da un brevissimo ritornello che si inserisce all'interno di strofe lunghissime, che musicalmente alternano momenti minori ad altri maggiori.
Ora ci dobbiamo occupare del repertorio riguardante le canzoni dell'estate, quelle che forse vanno bene sotto l'ombrellone (non è detto!), ma che, appena tornati, a me fanno subito venire l'orticaria.
Si inizia con "Tropicana", grande hit anni '80 del Gruppo italiano, ensemble che ha prodotto un altro brano molto più carino, la swingante "Anni ruggenti".
Non so perché l'estate è sempre collegata all'America Latina, ai Caraibi,quasi mai al Mediterraneo. A riprova di ciò si può citare il prossimo brano, un'insopportabile ritmo pseudocubano, dove si mischiano molti posti caraibici e si dipinge un paradiso a sfondo sessuale veramente vergognoso. Mi riferisco a "Maracaibo" di Lu Colombo, interpretata insieme a Davide Riondino.
E quando si parla d'estate non possono maimancare i Righeira, che già avevamo incontrato con "No tengo dinero" ma ritroviamo con "L'estate sta finendo", brano ispirato a quando a settembre si riflette "Sugli anni e sull'età", a quando "dopo l'estate" si ha "il dono usato della perplessità". Ovviamente la citazione di Guccini dalla "Canzone dei dodici mesi" in questo contesto è ironica, perché la canzone si limita ad asserire con ripetitività e povertà musicale che "Le'state sta finendo".
Non so cosa farei a Tony Esposito e Tullio De Piscopo se solo mi capitassero tra le mani. È troppo facile fare progetti spudoratamente commerciali per poi potersi finanziare i progetti cosiddetti "di nicchia". Di Tony Esposito troviamo quell'insopportabile mix di napoletano, inglese e lingue inesistenti che è "kalimba de luna", interpretata con una vocina che non sa né di me né di te (comeEugenio Bennato con la sua taranta del "volemose bbene".
Continuando in questa atmosfera latinoamericaneggiante troviamo le sorelle Iezzi, che dopo aver fatto qualche cosa di decente all'inizio, hanno successivamente capito che per scalare le vette delle classifiche dovevano fare dance. Così, al ritorno da un viaggio in Spagna, ci hanno regalato questa hit meravigliosa stile "ciclone" di cui io avrei fatto volentieri a meno, dal titolo "Vamos a bailar (esta vida nueva").
L'avevamo citata ed eccola, ancheperché questo volume porta esattamente il titolo di questa traccia. Ci troviamo davanti ad "Un'estate al mare", cantata da Giuni Russo, brano dove Battiato sembra voler espiare i suoi peccati presenti e futuri di filosofia musicale (altrettanto detestabile che il pop di consumo!).
E tornando a voci che non sanno né di me né di te (almeno la Russo aveva una bella voce, l'ho già detto) troviamo la più grande voce porno italiana, ossia Viola Valentino. Il timbro è falsamente sensuale, perché è la storia di una donna che si vende ad un uomo (vergogna!), il brano si chiama "Comprami".
Sull'articolo di commento alla "Shit parade" di www.hitparadeitalia.it avevo citato "il vocione" e il "vocino". Ve li ricordate? Bravissimi, Al Bano e Romina Power. In questo volume, e come poteva mancare, purtroppo c'è "Felicità", una delle canzoni più brutte che io abbia mai sentito (ovviamente l'inno dei Truzzi e fuori classifica!). Per chi non se la ricorda è una bella tarantella (perché Carrisi e di Cellino San Marco, quindi "le radici ca tene" sono pugliesi), con un testo bruttissimo.
La traccia successiva fortunatamente la ignoro, è cantata dagli Homo Sapiens e si chiama "Due mele", ma non manca alla mia coscienza una bellissima merdolina di Tullio De Piscopo intitolata "Andamento lento", dove credo che il napoletano suoni una bruttissima batteria elettronica o sintetica. Si può dire che questo brano di De Piscopo è l'antesignano più diretto della filosofia del "volemose bene" di cui sopra.
Reperiamo andando avanti uno dei rap più brutti (anche se lui ha una bella voce, vai qualcosa di accettabile c'è), ossia "Ma quale idea" di Pino D'Angiò. Ma sarà mica il fratello di Carlo D'Angiò dei Musicanova, il quale gli scriveva le canzoni di nascosto mentre poi si cantava le "montanare" e le "rodianelle" del gargano? Comunque il brano è insopportabile, come tutti i rap, a me infatti il parlato mi piace solo se non va a tempo con il ritmo del brano, e prende le forme di un recitativo (vedasi certe cose di Paolo Conte o l'ultimo Claudio Lolli). Va detto poi che il rap in minore è qualcosa di penoso, ed ancora più penosa è la reinterpretazione ed ammodernamento che ne hanno fatto i Flaminio Mafia.
Una carina l'abbiamo trovata come terz'ultima traccia, la canzone "Profumo di mare", rifacimento da parte di Little Tony di "Love boat". Non è del tutto banale, è anzi una ballad abbastanza carina, e lui non ha una voce completamente insignificante.
Geniale è la penultima traccia, ovvero la "Tintarella di luna" di Mina,che ci permette di ricordare Bruno De Filippi, grande musicista recentemente scomparso, compositore di questa frizzante melodia. È un twist introdotto da una piccola parte melodica, ma fortemente caratterizzato nella versione di Mina da un impareggiabile assolo di sassofono baritono.
Si chiude con un brano "beat", il maggior successo di Giuliano e i Notturni, ossia la traduzione italiana del "Simon says", diventato da noi "Il ballo di Simone". Non è un capolavoro, ma questo volume ne ha ben pochi.
Il volume dedicato ai "gruppi" inizia con un riferimento all'epoca "beat", quella che in Italia ha visto la proliferazione indisturbata di "complessi" tra cui i Rokes, di cui ascoltiamo "È la pioggia che va". Il brano è bello, peccato la voce di Shapiro ed il suo funestissimo accento inglese.
La seconda traccia ci permette di riscoprire uno dei pochi rifacimenti di brani non americani tra quelli entrati nella storia della musica italiana, ossia la traduzione italiana del brano "Wight is wight" di Michel Delpêche, interpretata dai Dik Dik con il titolo "L'isola di Wight". Sinceramente non mi ha mai convinto questo brano, né in versione originale né tradotto, anche se devo riconoscere una qualche ricchezza alla melodia.
E per tornare ad un rifacimento americano, arriviamo ad un'altra cover incisa dai Pooh nel loro periodo "beat", il brano "Vieni fuori", rifacimento di "Keep on running". La melodia, non so se in seguito o contemporaneamente, è stata ricantata anche da un altro cantante che non so precisare con un altro testo, prassi completamente accettata.
E ci troviamo di fronte ad uno dei gruppi più importanti nella fase tra "beat" e "prog", ossia la Formula 3, di cui ascoltiamo "Questo folle sentimento", uno dei brani usciti dalla produzione di Mogol e Lucio Battisti, che scrivevano anche per i gruppi della loro scuderia, la Numero 1. Il brano è basato su un mi un po' ripetitivo, che si sblocca solo con l'apparizione di un "la" nel ritornello. Impostazione fortemente blues, sempre riconosciuta da battisti nel suo primo periodo.
Della fase di transizione tra il "beat" ed il "prog" fa parte anche il brano successivo, interpretato dai New Trolls e dal titolo "Davanti agli occhi miei". La caratteristica più rilevante è la presenza di un gruppo di voci che suonano all'unisono nel ritornello, come forma di risposta alla voce falsettata di Di Palo.
Dal Sanremo '67 viene "Proposta", geniale quadro di "tipi" sociali e di preoccupazioni portato in scena dai Giganti. Di cose interessanti ne ha svariate, a partire dall'alternanza di accordi maggiori e minori nell'introduzione, per poi arrivare a stabilizzarsi durante tutto il resto del brano in una struttura blues in parte smorzata da un "mi minore".
Tra le cover, dopo aver saltato un brano dell'Equipe 84, spicca quella di "norvegian Wood" eseguita dai Camaleonti. All'epoca gli strumenti etnici non erano in voga (per una parte era meglio!), solo che il brano è spudoratamente concepito per Sitar da George Harrison che lo aveva appena imparato in India. Sarei curiosa di sentirla!
E si passa ad un capolavoro di produzione nostrana, ossia "Concerto", giustamente la canzone più ricordata dallo sterminato e bello canzoniere degli Alunni del Sole di PaoloMorelli. Qui non si gioca con la tradizione napoletana, qui si compone un brano agile e malinconico, in tonalità minore, molto semplice ma segretamente complicato. Il testo riprende, senza patetismo, il tema della fine di un amore nato su una spiaggia, lo stesso clima che si respira nella notevole "Settembre" cantata da Peppino Gagliardi, altro grande partenopeo.
Dopo aver saltato una delle canzoni sconosciute del repertorio dei Califfi, si trova "Gioco di bimba", bellissima favola da molti erroneamente interpretata come una canzone dedicata ad uno stupro. Secondo Aldo Tagliapietra de Le orme essa non è che il racconto della nascita di un amore.
Essendovi due tracce che non conosco passo direttamente all'ultima, la canzone swingante "Anna da dimenticare" de I nuovi Angeli. Molto interessante, perché ha una melodia molto larga ed il gruppo di mostra una buona padronanza della polivocalità.
Il volume su "I favolosi anni Sessanta" inizia proponendoci una rarità, ossia la versione di Giorgio Gaber del successo di Adriano Celentano "Il ragazzo della Via Gluck". Mi era arrivata alle orecchie la "Risposta al ragazzo della Via Gluck" nonché "Com'è bella la città", entrambi brani di Gaber con chiare finalità polemiche nei confronti dell'ambientalismo del "molleggiato".
La seconda traccia riporta un successo del Sanremo 1964 (la precedente viene da quello del '66) interpretato da Little Tony, che lo cantava in coppia con Gene Pitney. Il brano è un po' troppo basato su stili nordamericani, ed è tra i primi in cui si fa un massiccio uso di tastiera o pianoforte sintetizzato.
Nel 1959 la giovane Mina Mazzini si presenta al "Musichiere" di Mario Riva interpretando in maniera spumeggiantissima una delle canzoni del Festival di Sanremo di quell'anno, la mediocre canzone melodica "Nessuno". La giovane "tigre di Cremona" riesce a renderla un capolavoro, anche grazie al solito (per i suoi primi dischi) assolo di sassofono baritono. Mi riferisco a "Nessuno", che al Festival era stata lanciata da Betty Kurtis.
La traccia successiva è un brano di fortissima ispirazione latina, ma profondamente debitore anche allo stile del grande Gorny kramer. Mi riferisco a Marina, che io amo perché ha un bellissimo assolo di fisarmonica, che dimostra che questostrumento, in quanto a "svisate" non ha niente da invidiare ad una più convenzionale chitarra elettrica.
Ed ecco Adriano Celentano con uno dei suoi primi successi, il rock and roll "Iltuo bacio è come un rock". Sicuramente interessante, anche se trovo che i ritmi nordamericani non abbiano niente a che fare con noi che siamo profondamente latini, per niente anglosassoni (per fortuna!).
Gli anni Sessanta furono caratterizzati da numerosi cantanti francesi che fecero molto successo in Italia, traducendo in italiano i loro brani principali. Tra questi Adamo Salvatore, belga di origini siciliane, ha un posto del tutto particolare. Dal suo meraviglioso repertorio ascoltiamo "Affida una lacrima al vento", bellissima ballata dove un innamorato chiede alla propria amata di piangere una lacrima per lui e mandargliela tramite il vento. Anche qui secondo me c'è assolutamente un debito con la tradizione nostrana delle serenate.
Abbiamo già accennato che i rifacimenti o cover non riguardano solo il bacino anglosassone, anzi si andava spesso a pescare da altre culture. Un esempio ne è questa bellissima "Angeli negri", traduzione italiana di "Angelitos negros" di Antonio Machín, lanciata per la prima volta dal cubano Don Marino barreto jr, e poi fatta conoscere al grande pubblico da Fausto Leali. Secondo me Leali non convince su questa melodia, perché le voci soul come la sua non hanno niente a che vedere con la cantabilità cubana, invece grandemente rappresentata sia da Machín che da Don Marino Barreto Jr.
In Italia il campo di coloro che ripresero il repertorio di Elvis Presley fu occupato e monopolizzato da due cantanti: Bobby Solo e Michele, mentre Little Tony, pur assumendosi come suo emulo, non volle mai o quasi mai cantare le sue canzoni. Michele si avventurò anche nel periodo buio, quello degli anni Settanta, dove il cantante, poiché del rock and roll non gliene importava niente ma della fama sì, cantò anche canzoni sui diritti civili ai Neri d'America tra cui "In the ghetto". Il brano è una ballata indubbiamente forte, ma sinceramente tradotta non convince.
Avevamo citato Betty Kurtis in occasione di "Nessuno", ora la ritroviamo con l'altro suo classico dal titolo "Cantando con le lacrime agli occhi", brano molto melodico.
Dopo un brano cantato da uno sconosciuto Federico Monti Arduini,arriva "Lisa dagli occhi blu", più grande successo di Mario Tessuto, cantante che avrebbe meritato sicuramente maggiore fortuna e di non essere etichettato con una canzone così insipida. Il brano ha un'orchestrazione innegabilmente bella, anche per la mirabile fusione che si esercita tra il soul e la melodia italiana, ma vi giuro che c'è molta discografia di tessuto sicuramente migliore.
Ed eccoci a Donatello, che interpreta "Io mi fermo qui", direttamente dal Sanremo 1970. È una bellissima ballata dall'impianto fortemente americano come tecnica chitarristica, ma debitrice di tutta la tradizione italiana, nonché di certa imponenza nell'orchestrazione che precede il ritornello.
La successiva traccia è una delle canzoni più tristi che mi sia mai stato dato di sentire. Mi riferisco alla ballata pessimista "Soli simuore", cantata in Itlaia sia da Michele che da Patrick Samson, cantante olandese che dopo questo exploit non poté più ripetersi.
L'ultima traccia è un brano impegnato dei Pooh, il loro primo brano, dal titolo "Brennero '66". È una ballata dall'impostazione folk, con tanto di chitarra a dodici corde, ma è un tentativo bieco di seguire una moda che si dissolverà subito.
Il prossimo volume è dedicato a ciò che più ci contraddistingue a livello mondiale, ossia la "Melodia italiana".
Il volume si apre con "Estate", cantata stavolta da bruno Martino (speriamo che sia la versione originale, l'unica che convince).
In questo frangente si torna ad omaggiare i cantautori, continuando con Luigi Tenco ed un suo gioiello estratto dal suo primo vinile, la bellissima "Quando".
La terza traccia di questo cd non poteva che essere "Il nostro concerto", ma avendo già inserito la versione di Umberto Bindi si doveva trovare un ripiego,e lo si è trovato in Peppino di Capri. Non conosco la versione in questione, comunque preferisco quella originale, perché ritengo che Bindi abbia spudoratamente cucito questo brano alla propria vocalità.
Ed ecco la migliore versione de "Il cielo in una stanza", quella di Mina. Sinceramente ritengo che questa orchestrazione sia insuperabile, magari si poteva puntare ad un canto maggiormente melodico ma sono sfumature.
una delle poche canzoni belle di Bongusto è questa "Tre settimane da raccontare", un ritratto sornione ma per niente patetico di un amore iniziato d'estate, che però, al contrario del solito, forse d'inverno continua.
La traccia successiva ci riporta alla mente un brano a me sconosciuto di Gianni Nazzaro, precedendo quella che per me è una delle più belle e care canzoni romane. Miriferisco alla sigla del film (sceneggiato) tv "Il segno del comando", ultimo grande sussulto della canzone romana, quel capolavoro assoluto di Fiorenzo Fiorentini che è "Cento campane". Abbiamo il piacere di ascoltarlo dalla voce più verace di Roma, il grande e già qui citato Lando Fiorini. La canzone riprende il tema delle streghe, dell'amore che strega l'anima, quindi la donna vista come una strega, che tiene l'uomo in eterna soggezione. La tematica viene sviluppata in maniera tradizionale, su una melodia altrettanto di conio tradizionale, appunto "italiana".
Si fa poi un salto negli anni Ottanta, con un brano che preso da solo è bello, innegabile, ma se paragonato all'altro grande hit del suo interprete è completamente uguale se non fosse per qualche scala più ricca (è un po' quello che adesso succede con Alessandra Amoroso). Mi riferisco al brano "Daniela" di Christian, che nello stesso periodo (precisamente nel 1984) aveva cantato "Cara" al Festival di Sanremo. I due brani sono entrambi caratterizzati da una struttura melodica in maggiore, con sfumature minori e da un ritmo di bolero cubano velocizzato.
E torna il Beniamino nazionale, o meglio il begnamino nazionale, Mino Reitano. Questa volta lo troviamo in una delle sue canzoni di ispirazione folkeggiante, perché in quegli anni c'era una moda dilagante, ossia la composizione di brani d'autore che sembrassero etnici (almeno non si sputtanava il folklore come fanno i Bennato, Epifani e compagnia, c'era qualchesperanza che qualcuno ci si avvicinasse con canzoni che se ne nutrivano). Non sto dicendo che si siano fatti sempre buoni brani con tale metodo compositivo, quantomeno però non si rovinava ciò che c'era lo si arricchiva davvero. Il brano che ci interessa, "Il tempo delle more", riprende il folklore di ispirazione alpina, l'unico che veniva nutrito, il meridione allora nutriva il settentrione, adesso ci sono molti settentrionali che imparano le danze popolari del Sud senza neanche capirle.
Tornando al ritmo di bolero velocizzato di cui sopra ricordiamo un brano di un cantante che potremmo definire "meteora", di quelli che danno un colpo e via. Mi riferisco a Rossano che è interprete di un'insulsa canzone dal titolo "Ti voglio tanto bene". Con titolo simile ("Te voglio bene") consiglio di riscoprire un gioiello napoletano di Renato Rascel, interpretato anche da Roberto Murolo.
Finalmente abbiamo il piacere di toccare con mano la favolosa creatività e vocalità di jimmy Fontana, con il brano "Il mondo", reso immortale dalla perfetta combinazione tra musica e testo, propiziata anche dall'arrangiamento profondamente classico di Ennio morricone. Infatti è un brano dove l'orchestra classica si viene a sostituire (all'epoca era comune) a quella leggera, in tutti i suoi ruoli. È bellissimo sentire il ritmo terzinato affidato ai timpani a livello di batteria, agli archi bassi per la parte di basso e così via, altri tempi.
La traccia successiva è un'interessantissimo duello amoroso tra due ragazzi che raccontano il loro diverso modo d'amare, tramite un uso intenzionale da una parte della voce confidenziale, dall'altra di quella urlata. Il brano che ci interessa è tratto dal repertorio de Igiganti e si intitola "Una ragazza in due", interessante terzinato che, per esprimere meglio il duello alterna parti sensuali in minore a parti urlate in maggiore.
Il secondo grande successo sanremese di Domenico Modugno, "Piove", è il prossimo protagonista, un commovente brano in terzinato veloce, che inizia con un'indimenticabile suono d'arpa che imita onomatopeicamente la pioggia. Anche qui si utilizza il linguaggio evocativo degli strumenti, cosa completamente dimenticata da questo pop da quattro soldi.
L'ultima traccia, infine, è di Don Backy ed è una bella versione di "Canzone", brano portato da costui e Celentano al Festival diSanremo 1968. Probabilmente non vinse per la maleducazione di Celentano, che lo rovinò volutamente per gli screzzi con DonBacky che da allora non finirono più.
Ovviamente un altro tema importante quando si tratta di fare compilation a tema è quello sessista, le donne da una parte e gli uomini dall'altra. Così anche in "Best Italia troviamo "Bella donna", compilation tutta concepita al femminile.
Si inizia con "Pensiero stupendo" lanciato ed interpretato da Patty Pravo, brano scritto per lei da Ivano Fossati. Nel brano la Strambelli utilizza la sua sensualità in maniera esagerata, non vorrei dire altro.
Qualche tempo fa era tornata di moda una canzone insopportabile che io nonconoscevo, e qui me la trovo in versione originale, ossia interpretata da Gabriella Ferri. La canzone è "Remedios", quella che si è sentita fino allo sfinimento dalla voce della brasiliana Selma Ernandes, per poi buttarla via come uno stuzzicadenti. Sinceramente il brano è brutto l'ho già detto, ma ancora più sconcertante è quando le cantanti di musica popolare o affine, per la maggiore popolarità, accettano questi compromessi con il mercato. Non dico questo per il mio proverbiale antimercantilismo, ma perché so benissimo che i produttori di musica leggera, dopo averti sfruttato, ti buttano via e tu ritorni come prima o peggio.
La terza traccia è un capolavoro che Mina estrasse dal Festival di Sanremo 1964, ossia "E se domani". Il brano non era passato a notorietà perché secondo me nessuno dei due cantanti gli aveva impresso l'anima giusta, né Gene Pitney (e si capisce) né Fausto Cigliano (ed è inspiegabile). La versione di Mina è swing ma melodica, lenta, aperta e sincera.
Ed eccoci ad uno dei più bei valzer mai scritti, quella "Senza fine" scritta da Gino Paoli per la voce di Ornella Vanoni. Da questa interprete abbiamo il piacere di ascoltarla, quando lei ancora non cantava alla brasiliana, ma semmai come una cantante venuta dalla scuola di Streler.
Andando avanti si fa un salto di circa trent'anni, ricordando una bellissima (e non capita dagli uomini) canzone cantata da Mia Martini al Sanremo 1992. Mi riferisco, ovvio, a "Gli uomini non cambiano", bellissima ballata aperta, che permette alla cantante di Bagnara di esprimersi al massimo.
Dopo una traccia di Spagna a me sconosciuta ("noi non possiamo cambiare") si arriva a "Donna con te" cantata da Anna Oxa al Sanremo 1990. Il brano non è male, anche se lei ha una voce che solo raramente riesce a piacermi, un po' come la Vanoni.
Si prosegue con l'unica citazione in tutta la compilation (e non posso che gridare vergogna!) per Enrico Ruggeri, la cui arte ci viene mediata da Loredana Bertè che interpreta il brano "Il mare d'inverno". È una ballata che io (grande ammiratrice di Ruggeri) amo solo dalla sua voce ruvida ma mai banale, mentre la versione della Bertè la trovo piatta e deludente. Il testo invece è un quadro mirabile, che per essere dipinto ha bisogno di una tavolozza piena di colori.
Dopo una traccia a me sconosciuta di Milva ("Oh mamma") si arriva a "Rumore", brano che purtroppo conosco bene perché ho frequentato una persona ammiratrice di Raffaella Carrà. Il brano è il la minore, ma ha il basso testardamente posizionato sopra il do, quindi produce un odioso effetto di dissonanza.
Dal Sanremo 1969 viene l'unica canzone decente di Iva Zanicchi che sia passata per le mie orecchie (insieme a "Testarda io", "Un fiume amaro" e "Se fossi un tango"), ossia "Zingara. La ballata porta l'inconfondibile stile terzinato, che comunque era già interpretato in maniera strutturalmente diversa, con la terzina prevalentemente affidata alla batteria, che comunque spesso evita il colpo intermedio spesso debole. Il brano è interessante per la ricchezza melodica ed armonica.
Dopo due tracce a me sconosciute il cd si conclude con "Ti telefono tutte le sere, un valzerino della produzione di Caterina Caselli, credo collegabile ai suoi inizi.
L'ultimo volume della collezione che dobbiamo analizzare è di nostro capitale interesse, in quanto dedicato al folk, ossia alle rielaborazioni di brani popolari digeriti dal pop o al repertorio d'autore d'ispirazione popolare.
Si inizia con una delle più mirabili ballate della produzione apulo-sicula di Domenico Modugno (difatti le prime versioni dei suoi brani cosiddetti siciliani erano in verità in dialetto brindisino). Il brano che apre la collezione infatti è "Lu pisci spada" (nel sito è scritto "Lu pisce spada"...), grande narrazione epica di una storia d'amore tra due pesci spada che non viene interrotta neanche dalla morte provocata da un pescatore impietoso. La melodia è interessante perché alterna parti in 2/4 su scala minore agli interventi dei pescatori eseguiti rullando su un accordo particolare (fa-sol diesis-re-si).
Ed eccoci al primo canto popolare proveniente dall'Abruzzo, ossia "Vola, vola, vola", valzerino che siascolta a cappella eseguito da due cori del posto.
Dio mio... La terza traccia qualcuno dovrebbe spiegarmi cosa c'entra col folklore. È una spassosa canzoncina che viene dal Festival di Napoli del 1966, che abbiamo il piacere di ascoltare Dalla Voce di Aurelio Fierro, ma è sicuramente d'autore, e il folklore campano ha tutte altre strutture (vedasi la tammurriata). Il brano, strano a dirsi, è comunque più convincente nell'interpretazione del meneghino Giorgio Gaber, dotato di una verve molto maggiore su brani dove conta più l'esser caratteristi che buoni cantanti.
Arrivando in Puglia si ascolta "Lu maritiello" di Tony Sant'Agata, sicuramente spassoso valzerino ma con la stessa tradizionalità o ispirazione tradizionale di una tarantella d'autore scritta da chi non si dedica in fondo al canto di tradizione.
Andando avanti il misfatto si radicalizza ancora, perché abbiamo "Eulalia Torriceli"", canzone risalente al periodo fascista, ma non tradizionale. È spassosa anche questa, e fa comunque piacere ascoltare la bella voce di Tajoli.
Andando avanti, nel pieno spirito del folklore milanese, si ascolta "Oh mia bella Madunina", tango (quindi ritmo tipico della città del nord Italia) cantata da Giovanni D'anzi. Così come si era detto per "Dialetti d'Italia", in queste operazioni si confonde molto il dialettale con il popolare in senso stretto.
E ovviamente inizia il percorso nel liscio, ovviamente in quello massificato delle orchestre con batteria e tutto, non in quello di Melchiade Benni. Lo si fa con un brano dell'Orchestra Bagutti che mi è sconosciuto, intitolato "Casetta bianca".
Il Veneto è rappresentato da un brano sulle gondole, anch'esso a me sconosciuto, dal titolo "Marieta monta in gondola".
Andando avanti si arriva a Roma,e la si presenta come una città di "magnaccioni" (che lo è) con "la società dei mangnaccioni". Nonostante ciò c'è assolutamente da ridire sull'assenza di ogni riferimento ai grandi romani, si chiamino Lando Fiorini (già presente in altri volumi) o Gabriella Ferri (mai citata come interprete di brani folk, ricordata con la sua peggiore parentesi, bravi!)
Ed eccoci con il ritorno a Napoli, tentando di rimediare la figuraccia che è stato omettere Sergio Bruni dal disco "Bella Napoli". Da Sergio Bruni, da molti definito "La voce di Napoli" si ascolta "Reginella", brano di Libero Bovio e Gaetano Lama del 1917.
Tornando al liscio si ascolta Enrico Musiani, che con la sua stupenda voce da controtenore (non sto scherzando, mi piace il suo timbro!) interpreta "Madonnina dai riccioli d'oro", una delle più orride canzoni di liscio che mi sia stato dato di sentire nella mia vita.
Si arriva in Toscana e si assiste ad uno dei pochi atti di giustizia di questo volume, perché, anche se manchiamo completamente a livello di chiarezza di concetti, ricordiamo in una volta due grandi fiorentini: da un lato lo chansonnier Odoardo Spadaro e dall'altro il tenore Carlo Buti, che interpreta "La porti un bacione a Firenze" (nel sito è scritto "Porta un bacione a Firenze"...).
La penultima traccia è una "Calabrisella" interpretata da un gruppo a me sconosciuto, dal nome sicuramente inquietante, ossia Gruppo folk calabro-lucano. Il mio consiglio, da profaziana di ferro quale sono, è di ascoltare la versione del grande Profazio, sia in "Calabria" (con il fratello Vincenzo alla fisarmonica e alle seconde voci) che in "Amuri e pilu", solo chitarra e voce.
Delle isole viene rappresentata solo la Sardegna, ma (almeno lei) viene rappresentata nel miglior modo possibile, dalla grandissima sassarese Maria Carta.
Che dire dopo questa analisi? Io vi ho informati: fate voi.
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