Carissimi lettori, sono appena tornata dal Salento, dove ho assistito a moltissimi concerti e comprato e ricevuto qualche disco degno di essere recensito.
Questa sera pago il pegno di gratitudine più grande, quello nei confronti del gruppo specchiese degli Agorà (visitate il loro sito all'indirizzo www.agoracantiantichi.net). Ho avuto la fortuna di vedere all'opera questo gruppo amatoriale ma non per questo peggiore di molti professionisti (nel Salento spesso dilettantismo significa attaccamento alla vera tradizione, quindi qualità). Il gruppo suonava in una ventosissima serata a Torre Pali. In quell'occasione ho avuto la possibilità di ricevere il cd (in regalo) uscito l'anno scorso dal titolo "Io, pizzica... e tu...".
Il percorso del gruppo, dal pregevole "Canti antichi" fino a questo perfetto ultimo disco, ha avuto una tappa intermedia nel già qui recensito "Canti de na fiata".
Il disco inizia con un inedito che racconta come sia cambiata la raccolta delle olive (giusto per dimostrare che, come diceva Raheli, una delle strade possibili per la sopravvivenza e il rinnovamento della musica popolare salentina è la composizione di "Nuova vecchia musica salentina". Il brano, intitolato "Lu trappitu", è stato scritto da Saverio Fonseca, affabile signore a cui tocca dirigere questa grande piccola nave della musica popolare salentina. La canzone ha il ritmo della tarantella, il giro tonica-dominante-sottodominante, quindi niente astrusità. Stupenda!
La seconda traccia è una perfetta "Pizzica di Cutrofiano" interpretata magistralmente da Maria Rimini e una voce maschile (forse quella di Giacomo casciaro) che in questo cd suona anche i flauti e il mandolino, forse lo strumento principe della grande elevazione stilistica del gruppo specchiese. Mai, infatti, nessuno strumento straniero potrà rimandarmi un centesimo della leggerezza magica del mandolino. Il brano non è veloce, anzi, è una delle pizziche più "stanche" e coinvolgenti che io abbia mai sentito. Il testo è quello degli Ucci, con qualche variante frutto di accurate e personali ricerche sul campo.
Sempre a tempo di pizzica arriva la bellissima "Quando te vitti", bella pizzica in minore sempre fatta sul giro tonica-dominante-sottodominante. Le strofe tradizionali sono interpretate da Maria Rimini, bella e ormai matura voce del gruppo, con l'aiuto di una voce maschile, che prende delle note che modernamente sono spesso eseguite dalle
donne.
Nel ritornello si omaggia Cosimino Surdo, il quale, invece di utilizzare il solito "Beddhra l'amore e ci la sape fa", intercalava le strofe della sua bellissima pizzica con un "Amame beddhra e nun me bbandunà".
Alla quarta traccia si arriva al primo valzerino del cd, con una bellissima "la fija de lu massaru", che ricorda in molti aspetti certe cantate del patriarca della musica popolare salentina Uccio Aloisi, morto qualche mese fa, e molto poco ricordato nel Salento anche da chi dice di volerlo ricordare.
In questo brano si dimostra ancora una volta che, proprio per i numerosi ostacoli che gli si frapponevano da parte di una società profondamente ingiusta, l'amore dei contadini poiché raro è forse più puro. Il brano scorre leggerissimo come tutto il cd, che prende in maniera assoluta chi ancora sa apprezzare questa musica per quello che è, un genere senza mediazioni.
Quando si torna alla pizzica si arriva ad un collage di strofe tradizionali, dove il giovane Giacomo Casciaro dimostra tutta la sua insuperabile abilità nei ricami su sol centrali sulla "a" della parola "fijata" del comune, ma non per questo stancante, ritornello "Na, na, na, comu balla fijata e ne pizzicau lu core mamma mia ce dulore".
Anche in questa pizzica, insieme a strofe comuni, si sentono assolute gemme di rarità poetica inusitata (agli autori di canzoni politiche a orologeria... meditate gente meditate!).
Solo nelle due ripetizioni della prima strofa si sente il "Beddhru l'amore e ci lu sape fa", ma non stanca.
La mandola che conclude il tutto da veramente la sensazione di essere noi la stella che compare a levante.
Sulla melodia del già di per sé raro canto "'Ntunucciu", riproposto veramente in contate occasioni quasi solo dai gruppi ricollegabili alla prima ondata della musica popolare salentina (Canzoniere e Aramirè in primis) si ascolta un testo in griko cantato dalla cantante femminile aiutata da questi particolari controcanti maschili che andrebbero a toccare note che, solo per spiccata tendenza al convenzionale, consideriamo caparbiamente femminili. Mentre la cantante interpreta con durezza, la voce maschile, pur restituendo il medesimo respiro, addolcisce molto il canto creando un interessantissimo contrasto.
Quando si torna a cantare in salentino lo si fa con l'unico momento un po' fiacco del cd, una versione lenta, simile a quella degli Zoè in "Terra" (pur nella profonda diversità della rielaborazione) di "Nia, nia, nia". Musicalmente sinceramente il brano è un po' troppo elaborato, soprattutto per quanto riguarda l'ultimissima parte del giro del canto, che poi, come nella più autentica tradizione salentina, corrisponde con la completa esplicitazione di ogni singolo distico. Il brano, comunque, è interessante per quanto riguarda il testo. Infatti, ancora una volta, oltre a qualche strofa del testo leccese spesso cantato a pizzica, si assiste ad assolute novità.
Così come per "Lu rusciu de lu mare" nel precedente "Canti de na fiata", anche qui abbiamo due versioni di questo testo. Contrariamente al precedente citato, però, qui le strofe non corrispondono per tutto il tempo. La melodia utilizzata, altro merito agli Agorà, è quella di Luigi Stifani che costui interpreta a filastrocca nel cd "Io al Santo ci credo" allegato all'omonimo libro delle Edizioni Aramirè di Lecce, utilizzata dagli stessi Aramirè in maniera molto buona per la loroversione, unica pubblicata ufficialmente, del classico "Opilllopillopì".
E si torna al valzer, cantando una melodia che gli Zimba (vedere il cd allegato al libro "Zimba voci, suoni e ritmi di Aradeo" delle Edizioni Kurumuny diLuigi Chiriatti) utilizzava per rivendicazioni o consigli sulle lotte alle tabacchine del paese. Il testo qui, invece, è bucolico, forse anche troppo, ma forse anche questo era la musica popolare, anzi forse lo era anche più di quanto fosse questo veicolo di lotta che secondo molti, in maniera estremistica, sarebbe così importante nel folklore salentino, anzi addirittura lo monopolizzerebbe.
Melodia leggera e bella, ispira libertà e gaiezza, anche grazie alla mandola, la cui profondità non dà fastidio, perché non utilizzata in maniera mediterranea (bella ma ormai comune nella musica salentina) ma tendente ad un'italianità spesso dimenticata, in nome di pretesi globalismi o glocalismi che ovviamente è la nostra radice più grande.
La traccia successiva, con la quale si torna alla pizzica, è una versione molto buona, anche se forse non molto convincente perché tradotta dal dialetto d'origine al leccese, della "Pizzica di Torchiarolo", con il testo riportato alla luce di recente da Enza Pagliara.
Ancora una volta ritroviamo questa pizzica, forse per gli standard di certa gente "stanca", ma per me, proprio perché tale, coinvolgente e anche interessante per la possibilità di essere portati dall'arte del gruppo fino a profondità dove la velocità non porta.
La voce del cantante è molto vicina ai portatori della tradizione, è dura e graffiante, niente a che vedere con gli atteggiamenti da "Sanremo dei proletari" che si vedranno tra una decina di giorni a Melpignano.
La mandola cesella leggermente variato il tema vocalizzato nel ritornello, così si va avanti lentamente ma irreparabilmente nella pizzica.
Avrete forse capito che ritengo una lezione grandiosa questo cd, a chi pensa che questa musica vada fatta facendo caciara.
E utilizzando un ritmo latino completamente entrato nella nostra tradizione si interpreta un carinissimo canto da osteria intitolato spesso "Na mujere vascia vascia. una coppia tenta di separarsi minacciando l'altro componente di non farne più parte perché costui (o costei) sarà data, ma poi tutto si risolve per il meglio. Curiose certe inflessioni napoletane nella pronuncia della frase "nui ci ulimu bene", presente nel ritornello. Questo è uno di quei canti che potrebbe continuare all'infinito, per la sua circolarità. Vediamo se anche questo repertorio, tramite qualche coraggioso tra cui gli Agorà, i Calanti e i Briganti di Terra d'Otranto, acquista la dignità che ha acquistato (o fatto finta di acquistare...) la pizzica. Anche qui la mandola cesella il brano con interessanti note ribattute in corrispondenza di ogni pausa.
La penultima traccia, insieme alla seconda, è da sempre (ossia dai cinque giorni in cui ho potuto assaporare il cd) la mia preferita. Il brano si sviluppa in una vorticosa (ma sempre "stanca" e leggerissima) pizzica di Aradeo, inpreziosita dai voli del flauto irlandese, che se fosse meno leggero, diventerebbe, come per miracolo, uno di quei flautini che si sentono in qualche traccia del cd "Le tradizioni musicali in Puglia vol. 3" di Giuseppe Michele Gala.
Anche qui, pur nella relativa stabilità e frequenza delle strofe, si assiste a qualche succulenta novità che non vi anticipo, costringendo chi avrà la curiosità sufficiente, a provare a prendere il cd magari ad uno dei bellissimi concerti del gruppo specchiese.
Va detto, per la cronaca, che anche per quanto riguarda le voci, il gruppo, pur non rinunciando alle sue caratteristiche veramente tradizionali, è migliorato infinitamente.
L'ultima traccia è una tarantelluccia che ricorda da una parte "lu scarparu" cantata dagli Alla Bua nel cd "Stella lucente" del 1999, dall'altra, ampliata credo, una poesia di Cesare Monte, il cui repertorio suonato con gli strumenti del Sud è anche carino. Bellissimi i controcanti di due mandole, una sulle note sottto l'ottava centrale del piano e l'altra sopra.
Avete voglia di fare un po' di festa e magari ubriacarvi anche di semplicità? Ascoltatevi l'ultimo prezioso cd degli Agorà.
martedì 16 agosto 2011
mercoledì 8 giugno 2011
Inti-Illimani: Conciertos Italia '92"
Carissimi lettori, dopo essermi sfogata in difesa di uno dei più grandi e longevi gruppi salentini, torno, per la seconda volta, ad omaggiare uno dei gruppi più importanti nella mia formazione di appassionata di musica e musicista. Mi riferisco agli Inti-Illimani, che questa volta omaggerò recensendo un loro disco di reperibilità particolarmente difficile dal titolo "Conciertos Italia '92").
Il disco è un bootleg ufficiale, ossia uno di quelli dove il suono dal vivo è lasciato puro o quasi. Il percorso inizia con un brano estratto dall'altro pregevole disco dal vivo del gruppo, pubblicato due anni prima insieme a Paco Peña e John Williams, dal titolo "Leyenda". Il brano è uno di quegli strumentali imponenti così cari al gruppo, che ne ha fatto una delle sue bandiere, più riconosciuta anche della stessa bandiera politica, che invece soprattutto per il pubblico italiano è l'unica che il gruppo ostenta. Il brano si basa su una melodia solo in apparenza scarna e semplice, composta da due giri melodici completamente diversi che si incastonano l'uno dentro l'altro e sono interpretati da un crescendo di strumenti di diverse provenienze, dal charango al tiple, dalle claves al contrabbasso. Solo nella seconda ripresa della parte iniziale, di introduzione alla base della melodia, entra la zampoña, da noi conosciuta comunemente come flauto di pan. La gente accoglie in maniera abbastanza tiepida, anche se forse apprezza sinceramente. Ho già accennato all'eccessivo legame che il pubblico italiano ha con la parte andina del repertorio del gruppo, che non è mai stata la dominante nel suo immaginario, anzi è entrata successivamente rispetto all'inizio della sua carriera in quanto il suo primo disco è un omaggio alla rivoluzione messicana ("Canciones de la Revolución mexicana 1968).
Il gruppo, continuando, va a riprendere uno spumeggiante brano boliviano da lui reinterpretato nel disco "Palimpsesto" (1981), quello che aveva inaugurato la fase della "Finestra aperta" e chiuso quella della "Valigia pronta". Il brano è interpretato inizialmente solo voci a "canone" con un leggero accompagnamento di chitarra sui bassi, per poi esplodere in una festa di armonia tra voci e strumenti.
Il primo intervento parlato è di Jorge, all'epoca principale incaricato dei contatti con il pubblico di un gruppo che non aveva bisogno di aggettivi per presentarsi come "histórico" o "nuevo" e non era stato corrotto dal più grande corruttore dell'arte, il Dio Denaro.
Quando il gruppo torna a cantare presenta un brano, a ritmo di cueca, che all'epoca stava conoscendo le sue prime apparizioni pubbliche, mentre l'anno successivo sarebbe apparso nel cd "Andadas". È un brano sull'esilio e su come questa esperienza faccia poi sentire stranieri in qualsiasi posto. Il brano è veramente stupendo, innova con quella semplicità che ora, spesso, i gruppi popolari di tutto il mondo hanno perso in favore di una discutibile tendenza al barocco. È interessante sentire come il sax soprano di Renato Freyggang riesca ad avere la stessa capacità evocativa della tromba, anzi la superi.
Gli Inti-Illimani, proseguendo, riprendono uno di quei brani che "appartengono in buona misura" alla prima generazione dei loro ammiratori, la più settaria, chiusa ma forse anche sincera. Il brano è "Run run se fue pa'l norte", scritta da Violeta Parra con un ritmo molto più veloce e con un testo molto più lungo, interpretata dal gruppo con un arrangiamento concepito dal grande musicista classico cileno Luis Advis, quello della "Cantata a Santa María de Iquique" per i Quilapayún e del "Canto per un seme" per gli stessi Inti. Il brano fu inciso per la prima volta nel primo periodo cileno del gruppo nel vinile "Autores chilenos" (1971), quasi totalmente riprodotto dal vinile "la nueva canción chilena", inciso in Italia tre anni dopo (1974). La versione del gruppo, nonostante la sua innegabile bellezza, fas perdere molto del carattere narrativo datogli da Violeta Parra (disco "Sus últimas canciones" 1966),, che lo avvicina a certi canti di tradizione italiana con la struttura di ballata.
E il tuffo nei ricordi non si arresta, anzi continua con un "Tincu" estratto e reinterpretato a partire da quel "Canto de Pueblos andinos" inciso pochi mesi prima della tournée in Italia del 1973 che si trasformerà in un esilio durato per quindici anni, ripubblicato in versione originale in Italia nel 1975. La versione live è sempre stata molto più veloce, quindi permette ai musicisti di divertirsi. Bello, e particolare, il controcanto urlato di José Seves (grandissima voce del gruppo, ora negli Históricos,) alle frasi cantate da Horacio Salinas con festosità e misura.
Si torna al presente, o meglio al futuro degli Inti-Illimani, ossia ai brani di "Andadas", con una salsa scritta da Horacio Salinas su testo del grande Nicolás Guillén, lo stesso poeta musicato da Paco Ibáñez nella sua "Guitarra en duelo mayor" ("Soldadito boliviano"), presente nel cd tributo ad Ernesto Che Guevara. L'anima centroamericana del gruppo viene da lontano, si pensi ai pregevoli esperimenti cubani di "Sensemaya" (brano musicato sempre dagli Inti nel disco "Canción para matar una culebra" del 1979, su testo dello stesso Guillén) o alla divertente "Tío Caimán" interpretata nel disco del 1980 dal titolo "En directo" (caldamente consigliato da queste parti).
Meraviglioso l'intervento dell'ottavino e l'uso del tiple come tres, altrettanto efficace nella musica cubana, mentre lo strumento cubano nella pizzica, e lo sapete, non porta a nessun risultato di mio gradimento.
Ed Horacio Durán, con il suo inconfondibile accento romanesco, sta rievocando l'incontro con Roberto De Simone che ha portato il gruppo ha interpretare, in maniera pregevole, sia una composizione dello stesso De Simone dal titolo "Canna Austina", sia una notissima tarantella barocca del repertorio della Nuova Compagnia di Canto Popolare dal titolo comune di "Tarantella del '600". Per chi volesse approfondire lo spettacolo del teatro Mercadante consiglio il canale di Youtube di Thedonnaregina, all'indirizzo www.youtube.com/thedonnaregina. Tornando all'interpretazione del gruppo di "Canna Austina" è una specie di tammurriata senza tamburi, ma l'insuperabile ritmicità degli strumenti etnici latino-americani non fa sentire la mancanza. La vocalità del gruppo fa il brano proprio ma non stravolge per niente l'atmosfera, forse l'unico problema è la pronuncia del napoletano con mancanze abbastanza evidenti. E senza soluzione di continuità entra il tamburello, basco, e con lui la "Tarantella del '600". Suona particolare sentire una bella tarantella suonata con strumenti tra cui spicca un'arpa peruviana, comunque è bella. Entra l'ottavino, in America Latina chiamato "piccolo", che tanto da vicino ricorda gli strumenti fatti con canne dai nostri pastori (meglio l'ottavino che i flauti dolci e traversi nella musica popolare italiana, grazie!). La struttura tripartita del brano viene completata da una particolare rielaborazione strumentale del tema della "Canna austina", che addirittura prevede la solita zampoña bassa, che qui dialoga e contrasta con uno squillante e festoso ottavino. Il contrasto cede spazio al sassofono soprano che dà veramente l'idea di una ciaramella napoletana. Per ascoltare questa versione, solo la parte strumentale, si può utilizzare il disco "Leyenda", caldamente consigliato anche se non so quanto presente sul mercato nostrano. Particolare è, proseguendo l'ascolto, l'entrata del Cajón peruano con terzine che si incastonano nel ritmo della tammurriata, e ancora più particolare è, ormai alla fine, sentirlo accompagnare, insieme al tamburello basco, l'ultimo vorticoso giro di tarantella. Forse manca la precisione della terzina data dal giro della mano, ma l'effetto è spesso superiore a molte tarantelle nostrane!
Quando si torna a cantare in spagnolo, lo si fa con una di quelle canzoni che, tra quelle a tema politico, hanno sempre riscosso una preferenza da parte mia del tutto specifica e particolare. Mi riferisco ad "America novia mía", pubblicata nel 1977, nel disco "Chile resistencia", il primo che annuncia la maturità musicale del gruppo, che esploderà in dischi come "Canción para matar una culebra" (1979) o "Palimpsesto" (1981). Il brano è musicalmente aperto e complicato, utilizza una serie di terze di due quenas (flauto di canna a canna singola) molto particolari. Il testo è sulla necessità, ancora oggi molto sentita nonostante tutto, di liberare il continente latino dal giogo del nord.
Continuando si torna ad uno dei brani che faranno parte poi del successivo lavoro degli Inti, il bellissimo "Andadas" (1993). Il brano è cantato in una lingua precolombiana, credo Quechua. Qui la musica andina nonesplode, anzi è addolcita da certe idee armoniche del gruppo che tendono ad interiorizzarla facendola quasisparire. Particolare è, ad esempio, il fatto che gli accordi di "re minore" (tonica" e "mi minore" siano sostituiti dalle proprie settime, creando così un leggero arricchimento jazzistico, che d'altronde, se inficia un po' la festa, non tradisce nemmeno la radice del canto eseguito.
Sia gli Inti-Illimani che i Quilapayún, entrambi esiliati in Europa per quindici anni durante la dittatura di Augusto Pinochet (1973-1988), hanno voluto ringraziare i rispettivi paesi di accoglienza (Italia per i primi e Francia per i secondi) con composizioni a loro dedicate, scegliendo località a loro particolarmente familiari. È questo il caso di questa "Cinque terre", basata su un basso ostinato su varianti di "mi maggiore", al confine con il doddiesis minore. L'atmosfera creata dal brano dà una grandissima idea di fluidità, di acqua marina in dolce movimento. Infatti, in maniera simbolica, il brano finisce con un "Palo de agua", strumento da noi conosciuto come "Canna della pioggia".
Ed a proposito di brani dedicati all'Italia, si prosegue con "Danza di Cala Luna", basata su un ritmo popolare sardo. Il brano conserva la tipica alternanza tra parti in maggiore, affidate solo alle corde e leggeri tocchi di piatti, e parti in minore dove entra una zampoña contrastata da assoli di corde al contempo intime e scatenate. Nella parte in minore, poi, dal punto di vista armonico, è interessante la presenza del sol maggiore che sostituisce il ben più tradizionale do maggiore. Qui l'alternanza si fa più serrata ed avviene all'interno di uno stesso giro melodico, oppure si potrebbe dire che giri dalla struttura armonica diversa si susseguono in maniera più serrata rispetto al resto del brano. A seguire si torna alla calma del giro in minore. Il brano è presente in due dischi del gruppo intitolati "De Canto y baile" e "Fragmentos de un sueño", risalenti entrambi alla fine degli anni Ottanta.
Si prosegue con un ritmo negro peruviano, sul quale il gruppo canta un testo ispirato a José Seves dalla lettura del libro "L'autunno del patriarca" di Gabriel García Márquez. Anche questo brano è tratto da "De canto y baile", e ancora una volta è caratterizzato da una ricchezza di atmosfere e tecniche esecutive veramente invidiabile (probabilmente se i nostri gruppi di musica popolare ascoltassero più musica latino-americana e meno blues nascerebbero composizioni meno paranoiche e più belle!). Ed entra il flauto ottavino, già presente nel ritornello, per aiutare la festa data dalla sperata, e all'epoca dell'incisione di questo disco finalmente ottenuta, libertà dalle dittature. Il finale è l'esplosione di allegria prima solo accennata, qui sia il cajón che il cencerro la fanno da padrone, e anche gli strumenti a corde e a fiato acquistano una certa leggerezza tipica delle percussioni.
Chicca assoluta è questa "El guarapo y la melcocha", brano tradizionale cubano, giusto per continuare a tentare di sfatare questo mito per il quale gli Inti sarebbero un gruppo che si sarebbe dedicato solo alla musica andina, dal titolo ispirato ad un liquore (el guarapo) e a un dolce (la melcocha). L'interpretazione è festosa, anche se, purtroppo, il pubblico non si sente ad aiutare il gruppo con le mani. Belli gli assoli di tiple, che, come detto prima, anche in questi ritmi sa fare la propria figura (anzi è bello perfino nella musica popolare italiana, per accorgersene basta ascoltare i mirabili contrappunti eseguiti da Daniele Durante su questo strumento nel brano "Quantu è bruttu e miseru lu spettare" nel cd "Allora tu si de lu Sud" (Animamundi). Per ascoltare il brano basta venire sul mio canale di Youtube che, vi ricordo, si trova all'indirizzo www.youtube.com/valentinalocchi.
Il concerto sarebbe finito, infatti la gente stta reclamando il ritorno sul palco del gruppo, il quale accontenta e chiude con un brano boliviano molto amato da noi italiani, e credo non solo. Il brano in questione è "La fiesta de San Benito", pubblicata per la prima volta in Cile nel 1969 (disco "Inti-Illimani"), da noi conosciuta per il rifacimento nel disco "Viva Chile" del 1973, primo pubblicato in Italia dal gruppo.
In questa versione, cosa mantenuta anche nelle successive, c'è una modifica nel testo, infatti il verso "coge tu mante" (prendi il tuo mantello) viene sostituito da un "aunque tunante", ossia seppur girovago. In questa versione fanno capolino alcune influenze africane, ma siamo ben lontani dalle rielaborazioni jazzate, per me insopportabili, fatte spesso dall'attuale direttore degli Inti-Illimani "nuevos" Manuel Meriño. Il gruppo nel finale gioca con le armonie, magari questo smorza la festa che si fa, e voglia se si fa, quando si ascolta questo brano. Il consiglio, in chiusura di questo articolo, è diascoltare questo brano solo nella versione di "Viva Chile".
Sperando di avervi fatto piacere, ¡Viva Chile!
Il disco è un bootleg ufficiale, ossia uno di quelli dove il suono dal vivo è lasciato puro o quasi. Il percorso inizia con un brano estratto dall'altro pregevole disco dal vivo del gruppo, pubblicato due anni prima insieme a Paco Peña e John Williams, dal titolo "Leyenda". Il brano è uno di quegli strumentali imponenti così cari al gruppo, che ne ha fatto una delle sue bandiere, più riconosciuta anche della stessa bandiera politica, che invece soprattutto per il pubblico italiano è l'unica che il gruppo ostenta. Il brano si basa su una melodia solo in apparenza scarna e semplice, composta da due giri melodici completamente diversi che si incastonano l'uno dentro l'altro e sono interpretati da un crescendo di strumenti di diverse provenienze, dal charango al tiple, dalle claves al contrabbasso. Solo nella seconda ripresa della parte iniziale, di introduzione alla base della melodia, entra la zampoña, da noi conosciuta comunemente come flauto di pan. La gente accoglie in maniera abbastanza tiepida, anche se forse apprezza sinceramente. Ho già accennato all'eccessivo legame che il pubblico italiano ha con la parte andina del repertorio del gruppo, che non è mai stata la dominante nel suo immaginario, anzi è entrata successivamente rispetto all'inizio della sua carriera in quanto il suo primo disco è un omaggio alla rivoluzione messicana ("Canciones de la Revolución mexicana 1968).
Il gruppo, continuando, va a riprendere uno spumeggiante brano boliviano da lui reinterpretato nel disco "Palimpsesto" (1981), quello che aveva inaugurato la fase della "Finestra aperta" e chiuso quella della "Valigia pronta". Il brano è interpretato inizialmente solo voci a "canone" con un leggero accompagnamento di chitarra sui bassi, per poi esplodere in una festa di armonia tra voci e strumenti.
Il primo intervento parlato è di Jorge, all'epoca principale incaricato dei contatti con il pubblico di un gruppo che non aveva bisogno di aggettivi per presentarsi come "histórico" o "nuevo" e non era stato corrotto dal più grande corruttore dell'arte, il Dio Denaro.
Quando il gruppo torna a cantare presenta un brano, a ritmo di cueca, che all'epoca stava conoscendo le sue prime apparizioni pubbliche, mentre l'anno successivo sarebbe apparso nel cd "Andadas". È un brano sull'esilio e su come questa esperienza faccia poi sentire stranieri in qualsiasi posto. Il brano è veramente stupendo, innova con quella semplicità che ora, spesso, i gruppi popolari di tutto il mondo hanno perso in favore di una discutibile tendenza al barocco. È interessante sentire come il sax soprano di Renato Freyggang riesca ad avere la stessa capacità evocativa della tromba, anzi la superi.
Gli Inti-Illimani, proseguendo, riprendono uno di quei brani che "appartengono in buona misura" alla prima generazione dei loro ammiratori, la più settaria, chiusa ma forse anche sincera. Il brano è "Run run se fue pa'l norte", scritta da Violeta Parra con un ritmo molto più veloce e con un testo molto più lungo, interpretata dal gruppo con un arrangiamento concepito dal grande musicista classico cileno Luis Advis, quello della "Cantata a Santa María de Iquique" per i Quilapayún e del "Canto per un seme" per gli stessi Inti. Il brano fu inciso per la prima volta nel primo periodo cileno del gruppo nel vinile "Autores chilenos" (1971), quasi totalmente riprodotto dal vinile "la nueva canción chilena", inciso in Italia tre anni dopo (1974). La versione del gruppo, nonostante la sua innegabile bellezza, fas perdere molto del carattere narrativo datogli da Violeta Parra (disco "Sus últimas canciones" 1966),, che lo avvicina a certi canti di tradizione italiana con la struttura di ballata.
E il tuffo nei ricordi non si arresta, anzi continua con un "Tincu" estratto e reinterpretato a partire da quel "Canto de Pueblos andinos" inciso pochi mesi prima della tournée in Italia del 1973 che si trasformerà in un esilio durato per quindici anni, ripubblicato in versione originale in Italia nel 1975. La versione live è sempre stata molto più veloce, quindi permette ai musicisti di divertirsi. Bello, e particolare, il controcanto urlato di José Seves (grandissima voce del gruppo, ora negli Históricos,) alle frasi cantate da Horacio Salinas con festosità e misura.
Si torna al presente, o meglio al futuro degli Inti-Illimani, ossia ai brani di "Andadas", con una salsa scritta da Horacio Salinas su testo del grande Nicolás Guillén, lo stesso poeta musicato da Paco Ibáñez nella sua "Guitarra en duelo mayor" ("Soldadito boliviano"), presente nel cd tributo ad Ernesto Che Guevara. L'anima centroamericana del gruppo viene da lontano, si pensi ai pregevoli esperimenti cubani di "Sensemaya" (brano musicato sempre dagli Inti nel disco "Canción para matar una culebra" del 1979, su testo dello stesso Guillén) o alla divertente "Tío Caimán" interpretata nel disco del 1980 dal titolo "En directo" (caldamente consigliato da queste parti).
Meraviglioso l'intervento dell'ottavino e l'uso del tiple come tres, altrettanto efficace nella musica cubana, mentre lo strumento cubano nella pizzica, e lo sapete, non porta a nessun risultato di mio gradimento.
Ed Horacio Durán, con il suo inconfondibile accento romanesco, sta rievocando l'incontro con Roberto De Simone che ha portato il gruppo ha interpretare, in maniera pregevole, sia una composizione dello stesso De Simone dal titolo "Canna Austina", sia una notissima tarantella barocca del repertorio della Nuova Compagnia di Canto Popolare dal titolo comune di "Tarantella del '600". Per chi volesse approfondire lo spettacolo del teatro Mercadante consiglio il canale di Youtube di Thedonnaregina, all'indirizzo www.youtube.com/thedonnaregina. Tornando all'interpretazione del gruppo di "Canna Austina" è una specie di tammurriata senza tamburi, ma l'insuperabile ritmicità degli strumenti etnici latino-americani non fa sentire la mancanza. La vocalità del gruppo fa il brano proprio ma non stravolge per niente l'atmosfera, forse l'unico problema è la pronuncia del napoletano con mancanze abbastanza evidenti. E senza soluzione di continuità entra il tamburello, basco, e con lui la "Tarantella del '600". Suona particolare sentire una bella tarantella suonata con strumenti tra cui spicca un'arpa peruviana, comunque è bella. Entra l'ottavino, in America Latina chiamato "piccolo", che tanto da vicino ricorda gli strumenti fatti con canne dai nostri pastori (meglio l'ottavino che i flauti dolci e traversi nella musica popolare italiana, grazie!). La struttura tripartita del brano viene completata da una particolare rielaborazione strumentale del tema della "Canna austina", che addirittura prevede la solita zampoña bassa, che qui dialoga e contrasta con uno squillante e festoso ottavino. Il contrasto cede spazio al sassofono soprano che dà veramente l'idea di una ciaramella napoletana. Per ascoltare questa versione, solo la parte strumentale, si può utilizzare il disco "Leyenda", caldamente consigliato anche se non so quanto presente sul mercato nostrano. Particolare è, proseguendo l'ascolto, l'entrata del Cajón peruano con terzine che si incastonano nel ritmo della tammurriata, e ancora più particolare è, ormai alla fine, sentirlo accompagnare, insieme al tamburello basco, l'ultimo vorticoso giro di tarantella. Forse manca la precisione della terzina data dal giro della mano, ma l'effetto è spesso superiore a molte tarantelle nostrane!
Quando si torna a cantare in spagnolo, lo si fa con una di quelle canzoni che, tra quelle a tema politico, hanno sempre riscosso una preferenza da parte mia del tutto specifica e particolare. Mi riferisco ad "America novia mía", pubblicata nel 1977, nel disco "Chile resistencia", il primo che annuncia la maturità musicale del gruppo, che esploderà in dischi come "Canción para matar una culebra" (1979) o "Palimpsesto" (1981). Il brano è musicalmente aperto e complicato, utilizza una serie di terze di due quenas (flauto di canna a canna singola) molto particolari. Il testo è sulla necessità, ancora oggi molto sentita nonostante tutto, di liberare il continente latino dal giogo del nord.
Continuando si torna ad uno dei brani che faranno parte poi del successivo lavoro degli Inti, il bellissimo "Andadas" (1993). Il brano è cantato in una lingua precolombiana, credo Quechua. Qui la musica andina nonesplode, anzi è addolcita da certe idee armoniche del gruppo che tendono ad interiorizzarla facendola quasisparire. Particolare è, ad esempio, il fatto che gli accordi di "re minore" (tonica" e "mi minore" siano sostituiti dalle proprie settime, creando così un leggero arricchimento jazzistico, che d'altronde, se inficia un po' la festa, non tradisce nemmeno la radice del canto eseguito.
Sia gli Inti-Illimani che i Quilapayún, entrambi esiliati in Europa per quindici anni durante la dittatura di Augusto Pinochet (1973-1988), hanno voluto ringraziare i rispettivi paesi di accoglienza (Italia per i primi e Francia per i secondi) con composizioni a loro dedicate, scegliendo località a loro particolarmente familiari. È questo il caso di questa "Cinque terre", basata su un basso ostinato su varianti di "mi maggiore", al confine con il doddiesis minore. L'atmosfera creata dal brano dà una grandissima idea di fluidità, di acqua marina in dolce movimento. Infatti, in maniera simbolica, il brano finisce con un "Palo de agua", strumento da noi conosciuto come "Canna della pioggia".
Ed a proposito di brani dedicati all'Italia, si prosegue con "Danza di Cala Luna", basata su un ritmo popolare sardo. Il brano conserva la tipica alternanza tra parti in maggiore, affidate solo alle corde e leggeri tocchi di piatti, e parti in minore dove entra una zampoña contrastata da assoli di corde al contempo intime e scatenate. Nella parte in minore, poi, dal punto di vista armonico, è interessante la presenza del sol maggiore che sostituisce il ben più tradizionale do maggiore. Qui l'alternanza si fa più serrata ed avviene all'interno di uno stesso giro melodico, oppure si potrebbe dire che giri dalla struttura armonica diversa si susseguono in maniera più serrata rispetto al resto del brano. A seguire si torna alla calma del giro in minore. Il brano è presente in due dischi del gruppo intitolati "De Canto y baile" e "Fragmentos de un sueño", risalenti entrambi alla fine degli anni Ottanta.
Si prosegue con un ritmo negro peruviano, sul quale il gruppo canta un testo ispirato a José Seves dalla lettura del libro "L'autunno del patriarca" di Gabriel García Márquez. Anche questo brano è tratto da "De canto y baile", e ancora una volta è caratterizzato da una ricchezza di atmosfere e tecniche esecutive veramente invidiabile (probabilmente se i nostri gruppi di musica popolare ascoltassero più musica latino-americana e meno blues nascerebbero composizioni meno paranoiche e più belle!). Ed entra il flauto ottavino, già presente nel ritornello, per aiutare la festa data dalla sperata, e all'epoca dell'incisione di questo disco finalmente ottenuta, libertà dalle dittature. Il finale è l'esplosione di allegria prima solo accennata, qui sia il cajón che il cencerro la fanno da padrone, e anche gli strumenti a corde e a fiato acquistano una certa leggerezza tipica delle percussioni.
Chicca assoluta è questa "El guarapo y la melcocha", brano tradizionale cubano, giusto per continuare a tentare di sfatare questo mito per il quale gli Inti sarebbero un gruppo che si sarebbe dedicato solo alla musica andina, dal titolo ispirato ad un liquore (el guarapo) e a un dolce (la melcocha). L'interpretazione è festosa, anche se, purtroppo, il pubblico non si sente ad aiutare il gruppo con le mani. Belli gli assoli di tiple, che, come detto prima, anche in questi ritmi sa fare la propria figura (anzi è bello perfino nella musica popolare italiana, per accorgersene basta ascoltare i mirabili contrappunti eseguiti da Daniele Durante su questo strumento nel brano "Quantu è bruttu e miseru lu spettare" nel cd "Allora tu si de lu Sud" (Animamundi). Per ascoltare il brano basta venire sul mio canale di Youtube che, vi ricordo, si trova all'indirizzo www.youtube.com/valentinalocchi.
Il concerto sarebbe finito, infatti la gente stta reclamando il ritorno sul palco del gruppo, il quale accontenta e chiude con un brano boliviano molto amato da noi italiani, e credo non solo. Il brano in questione è "La fiesta de San Benito", pubblicata per la prima volta in Cile nel 1969 (disco "Inti-Illimani"), da noi conosciuta per il rifacimento nel disco "Viva Chile" del 1973, primo pubblicato in Italia dal gruppo.
In questa versione, cosa mantenuta anche nelle successive, c'è una modifica nel testo, infatti il verso "coge tu mante" (prendi il tuo mantello) viene sostituito da un "aunque tunante", ossia seppur girovago. In questa versione fanno capolino alcune influenze africane, ma siamo ben lontani dalle rielaborazioni jazzate, per me insopportabili, fatte spesso dall'attuale direttore degli Inti-Illimani "nuevos" Manuel Meriño. Il gruppo nel finale gioca con le armonie, magari questo smorza la festa che si fa, e voglia se si fa, quando si ascolta questo brano. Il consiglio, in chiusura di questo articolo, è diascoltare questo brano solo nella versione di "Viva Chile".
Sperando di avervi fatto piacere, ¡Viva Chile!
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mercoledì 25 maggio 2011
Qualche inderogabile riflessione
Carissimi lettori, sembra strano dover fare un articolo per valorizzare una storia così lunga ed importante come quella del Canzoniere Grecanico Salentino. I miei punti d'attrito col nuovo corso del gruppo (o meglio con quello che poi si sarebbe concretizzato come il cd "Focu d'amore") restano assolutamente invariabili, ma quando si sentono certe cose in giro anche chi magari non è legato ad una qualsiasi storia finisce per difenderla se questa ha un valore importante a livello obiettivo, al di là di quelle che possono e debbono essere le legittime preferenze estetiche di ognuno.
Nel programma "Mezzogiorno in famiglia" c'è stato un servizio da Foggia (Orsara di Puglia per la precisione) in cui è stato invitato un gruppo di pizzica leccese, perché per molti, la Rai in primis, la Puglia è solo Lecce (e al di là di quelle che possano essere le preferenze di ognuno questo è obbiettivamente falso). Si potrebbe infatti ricordare alla Rai che la zona del Gargano ha un folklore completamente indipendente, degnissimamente e mondialmente rappresentato da gente come i Cantori diCarpino, miglior gruppo in assoluto (secondo me) tra quanti si dedicano al folklore della zona foggiana, diversissimo dalla pizzica leccese, brindisina o tarantina che sia (si pensi alla bellissima ma troppo massificata e rovinata "Tarantella del Gargano" che si trova, con il suo testo più conosciuto, nel primo cd, prodotto con mezzi moderni e diretto da Eugenio Bennato, del gruppo plurigenerazionale garganico).
Ma veniamo a quello che mi ha ferito di più. La presentatrice, e scusate l'ignoranza ma non posso dirne il nome, ha presentato il Canzoniere Grecanico Salentino (che come ripeto non c'entrava niente in questa storia foggiana) come un "Gruppo folkloristico". Che io sappia, e lo so anche per esperienza diretta per aver partecipato ad un concerto di un vero "gruppo folkloristico", questo tipo di associazione non si dedica solo all'aspetto musicale ma ad un'imitazione, secondo me in verità sterilissima, di tutti gli aspetti della vita tradizionale, allo scopo di farne spettacolo gradevole e divulgativo (qualcuno ci riesce ma sono pochi e, almeno per la mia esperienza, non sono italiani).
Basterebbe leggere anche solo qualche piccola testimonianza di Daniele Durante (membro precoce e direttore del gruppo per circa trentadue anni) per accorgersi del fatto che il Canzoniere, d'altronde in contatto con la più ampia esperienza delNuovoCanzoniere Italiano, rifuggiva da questa logica, pretendendo piuttosto la non musealizzazione di questa musica, spesso reinventata (nel caso del Canzoniere anche un po' esageratamente soprattutto nel periodo 1980-1998) o addirittura arricchita con brani nuovi scritti sui canoni tradizionali.
Non dimentichiamoci innanzitutto che il gruppo nasce sotto gli auspici di Rina Durante, grande e feconda intellettuale salentina che era stata portata verso la cultura popolare proprio dalla sua vitalità anche sopita in contesti insospettabili. Tra i membri del gruppo nella sua prima formazione, e questa sarà una caratteristica che conserveranno tutti i grandi gruppi di musica popolare salentina, aveva persone che, in qualche caso come luigi Chiriatti, oltre ad essere ricercatori, provenivano da famiglie dove la musica popolare era sempre stata viva (vedasi ad esempio il caso diPino "Zimba" che entrò negli Zoè da una famiglia dove la pizzica si suona almeno da quattro generazioni, dopo aver addirittura militato in quel gruppo fondamentale per capire tutto ciò che succede adesso nel Salento chiamato Gli Ucci).
Si nota subito che il Canzoniere ha come principale desiderio quello direndere fruibile ad un pubblico giovane ed impegnato questa musica, infatti le prime esperienze il gruppo se le fa alle Feste dell'Unità, quando queste erano qualcosa di serio e non ospitavano solo discutibili gruppetti di liscio (con tutto il rispetto per la musica romagnola che in qualche caso amo anche io). Il gruppo inquegli anni ha un repertorio fortemente politicizzato e, purtroppo, per tirare fuori la politica ancheladdove non c'è, cambia qualche parola ad alcune canzoni tradizionali. Storico è il caso de "Le carceri te Lecce", conosciuta anche come "La Cesarina", che vede cambiato il suo verso "Ci ole Diu cu cangia stu mumentu" in "Ci ole Diu cu cangia stu guvernu". Questa tendenza si radicalizza, insieme ad un'altra ancora più discutibile a sostituire o far convivere in maniera stupida strumenti di estrazione troppo diversa, negli anni successivi. Molto carina, come esempio di canto politico d'autore ma di sana e robusta radice popolare, è "La pacenzia", canto scritto da Daniele Durante a partire da una filastrocca che si raccontava ai bambini. Per ascoltarla basta venire sul mio canale di youtube all'indirizzo www.youtube.com/valentinalocchi. Direi che simili preoccupazioni, per quanto abbiano portato ad un'estremizzazione esagerata l'arte del gruppo, lo allontanino da un qualcosa che possa essere chiamato "gruppo folkloristico". Va anche detto che queste preoccupazioni hanno portato a delle esagerazioni. Pur di rifunzionalizzare i brani salentini, in vari dischi li si suona con batteria, chitarra elettrica e tastiera (veramente la peggiore Notte Della Taranta non si è inventata niente...).
Tornando al programma Rai il Canzoniere Grecanico Salentino non si è assolutamente sentito, forse l'hannofatto vedere mentre ballava, ma ragazzi questo non basta.
Non credo che così si faccia un favore alla pizzica, se gliene volete fare uno ascoltatevi "Canti e pizzichi d'amore" del gruppo citato, disco risalente al 2000, così, oltre a fare un favore alla musica popolare scoprendola in maniera saggia e senza raggiri, ne avrete fatto uno grandissimo anche a voi stessi, scoprendo una delle opere più belle mai dedicate ad una reinterpretazione rispettosa (era già esplosa la lezione Zoè ed avevano già inciso il primo disco igrandi Aramirè) ma comunque volta al futuro.
Nel programma "Mezzogiorno in famiglia" c'è stato un servizio da Foggia (Orsara di Puglia per la precisione) in cui è stato invitato un gruppo di pizzica leccese, perché per molti, la Rai in primis, la Puglia è solo Lecce (e al di là di quelle che possano essere le preferenze di ognuno questo è obbiettivamente falso). Si potrebbe infatti ricordare alla Rai che la zona del Gargano ha un folklore completamente indipendente, degnissimamente e mondialmente rappresentato da gente come i Cantori diCarpino, miglior gruppo in assoluto (secondo me) tra quanti si dedicano al folklore della zona foggiana, diversissimo dalla pizzica leccese, brindisina o tarantina che sia (si pensi alla bellissima ma troppo massificata e rovinata "Tarantella del Gargano" che si trova, con il suo testo più conosciuto, nel primo cd, prodotto con mezzi moderni e diretto da Eugenio Bennato, del gruppo plurigenerazionale garganico).
Ma veniamo a quello che mi ha ferito di più. La presentatrice, e scusate l'ignoranza ma non posso dirne il nome, ha presentato il Canzoniere Grecanico Salentino (che come ripeto non c'entrava niente in questa storia foggiana) come un "Gruppo folkloristico". Che io sappia, e lo so anche per esperienza diretta per aver partecipato ad un concerto di un vero "gruppo folkloristico", questo tipo di associazione non si dedica solo all'aspetto musicale ma ad un'imitazione, secondo me in verità sterilissima, di tutti gli aspetti della vita tradizionale, allo scopo di farne spettacolo gradevole e divulgativo (qualcuno ci riesce ma sono pochi e, almeno per la mia esperienza, non sono italiani).
Basterebbe leggere anche solo qualche piccola testimonianza di Daniele Durante (membro precoce e direttore del gruppo per circa trentadue anni) per accorgersi del fatto che il Canzoniere, d'altronde in contatto con la più ampia esperienza delNuovoCanzoniere Italiano, rifuggiva da questa logica, pretendendo piuttosto la non musealizzazione di questa musica, spesso reinventata (nel caso del Canzoniere anche un po' esageratamente soprattutto nel periodo 1980-1998) o addirittura arricchita con brani nuovi scritti sui canoni tradizionali.
Non dimentichiamoci innanzitutto che il gruppo nasce sotto gli auspici di Rina Durante, grande e feconda intellettuale salentina che era stata portata verso la cultura popolare proprio dalla sua vitalità anche sopita in contesti insospettabili. Tra i membri del gruppo nella sua prima formazione, e questa sarà una caratteristica che conserveranno tutti i grandi gruppi di musica popolare salentina, aveva persone che, in qualche caso come luigi Chiriatti, oltre ad essere ricercatori, provenivano da famiglie dove la musica popolare era sempre stata viva (vedasi ad esempio il caso diPino "Zimba" che entrò negli Zoè da una famiglia dove la pizzica si suona almeno da quattro generazioni, dopo aver addirittura militato in quel gruppo fondamentale per capire tutto ciò che succede adesso nel Salento chiamato Gli Ucci).
Si nota subito che il Canzoniere ha come principale desiderio quello direndere fruibile ad un pubblico giovane ed impegnato questa musica, infatti le prime esperienze il gruppo se le fa alle Feste dell'Unità, quando queste erano qualcosa di serio e non ospitavano solo discutibili gruppetti di liscio (con tutto il rispetto per la musica romagnola che in qualche caso amo anche io). Il gruppo inquegli anni ha un repertorio fortemente politicizzato e, purtroppo, per tirare fuori la politica ancheladdove non c'è, cambia qualche parola ad alcune canzoni tradizionali. Storico è il caso de "Le carceri te Lecce", conosciuta anche come "La Cesarina", che vede cambiato il suo verso "Ci ole Diu cu cangia stu mumentu" in "Ci ole Diu cu cangia stu guvernu". Questa tendenza si radicalizza, insieme ad un'altra ancora più discutibile a sostituire o far convivere in maniera stupida strumenti di estrazione troppo diversa, negli anni successivi. Molto carina, come esempio di canto politico d'autore ma di sana e robusta radice popolare, è "La pacenzia", canto scritto da Daniele Durante a partire da una filastrocca che si raccontava ai bambini. Per ascoltarla basta venire sul mio canale di youtube all'indirizzo www.youtube.com/valentinalocchi. Direi che simili preoccupazioni, per quanto abbiano portato ad un'estremizzazione esagerata l'arte del gruppo, lo allontanino da un qualcosa che possa essere chiamato "gruppo folkloristico". Va anche detto che queste preoccupazioni hanno portato a delle esagerazioni. Pur di rifunzionalizzare i brani salentini, in vari dischi li si suona con batteria, chitarra elettrica e tastiera (veramente la peggiore Notte Della Taranta non si è inventata niente...).
Tornando al programma Rai il Canzoniere Grecanico Salentino non si è assolutamente sentito, forse l'hannofatto vedere mentre ballava, ma ragazzi questo non basta.
Non credo che così si faccia un favore alla pizzica, se gliene volete fare uno ascoltatevi "Canti e pizzichi d'amore" del gruppo citato, disco risalente al 2000, così, oltre a fare un favore alla musica popolare scoprendola in maniera saggia e senza raggiri, ne avrete fatto uno grandissimo anche a voi stessi, scoprendo una delle opere più belle mai dedicate ad una reinterpretazione rispettosa (era già esplosa la lezione Zoè ed avevano già inciso il primo disco igrandi Aramirè) ma comunque volta al futuro.
venerdì 29 aprile 2011
Sui limiti della contaminazione tra musica americana ed italiana
Carissimi lettori, non avrei mai voluto scrivere l’articolo che sto per redigere, più che altro perché la persona che sto per difendere (Lucio Dalla) ha 45 anni di carriera sulle spalle che la difendono molto meglio di me.
Il cantautore bolognese, in occasione di un suo discorso tenuto in un’Università, ha affermato che il rap, come forma d’arte, non ha niente a che vedere con la maniera profonda di vivere la musica che noi italiani, volendo o non volendo, ci portiamo nel DNA. Sinceramente, conoscendo approfonditamente l’opera di Dalla, non credo che il discorso, commentato a iosa dai giornali ma da essi non riportato sufficientemente, quantomeno per quello che mi è stato possibile vedere, che il cantautore faccia una serie di affermazioni nazionalistiche. Non avendo io chiare le opinioni di Dalla, in questa sede vorrei solo esprimere le mie, discutibili, personali, relative.
Credo che il rap vada bene (a me comunque non piace) solo cantato nello slang americano che lo ha visto nascere come musica di denuncia. Da noi, e in tutto il resto del mondo, è una di quelle musiche che, ben digerita dal sistema che inizialmente denunciava, è stata da esso dittatorialmente imposta. In Italia, almeno per me, non c’è un solo rapper decente,meno ancora Fabri Fibra, il cui caso veniva citato da un giornalista per considerare Dalla un “incapace”, in quanto non ne avrebbe capito il talento. Sinceramente, e io la metto su un punto di vista linguistico e filologico, tutti quei progetti che prendono il via da premesse che forzano la cultura con i quali essi vengono irrimediabilmente a contatto, non li approvo. Ogni lingua, sia essa maggioritaria o minoritaria, è, ancora prima che una serie di regole, un mondo sonoro che la musica deve saper sfruttare e valorizzare, obbligandosi a non farle fare ciò che non le è naturale. Se si ascolta gran parte del rap italiano, oltre ai testi insulsi della maggioranza dei brani, si sente un insopportabile (almeno alle mie orecchie) maltrattamento della lingua italiana.Sinceramente, poi, non capisco il gusto di scimmiottare pedissequamente una musica importata, oltretutto in maniera innaturale, come accennato poco sopra, rinunciando a prenderne stimoli per poi farne qualcosa veramente di proprio. Sinceramente io preferisco delle esperienze di uso più particolare del parlato, ad esempio brani di Piero Ciampi (1935-1980) come “Te lo faccio vedere chi sono io”, dove la musica non dà lo schema ritmico alla parola, solo il sottofondo affinché il cantante si possa divertire con la parola, non imprigionata negli schemi, concepiti per lo slang americano, del rap. Credo infatti che il parlato sia un grandissimo arricchimento del cantato, come anche altri colori tra cui i finali “calanti”, ma non deve essere una schiavizzazione né un obbligo. Amo infatti il Paolo Conte che mischia cantato e parlato, oppure certi “tangueros” che utilizzano il parlato per andare in controtempo, cosa che si può fare con le lingue neolatine, difattidifficilmente piegabili a schemi ritmici estranei. Sinceramente io lascio ovviamente ad ognuno i propri gusti, ma dico che, come i cantanti americani non cantano all’italiana ma hanno creato orgogliosamente un modo di canto solo per l’inglese, così abbiamo l’obbligo di riscoprire la nostra italianità, la stessa che il mondo ci invidia. Dalla, che non è estraneo alla cultura americana, ne utilizza in maniera molto propria le caratteristiche, avendo creato ad esempio un misto tra rap e scat in brani come “Borsa valori”. Nel brano, infatti, la voce viene usata in gran parte della sua estensione, dalle note alte a quelle medie, non limitandosi allo schematismo, completamente basato su note medie, del rap puro.
Un’altra tendenza che mi dà fastidio, presa anche dalla musica popolare salentina, oltre ai fastidiosissimi brani in italiano, è quella delle contaminazioni, o peggio ancora dell’esecuzione e creazione, di blues italiano. Secondo Paolo Conte,infatti, noi abbiamo la cultura per il swing e la ballad lenta, mentre il blues non è nostro. Difatti,se ci si pensa bene, il swing e la ballad prevedono il canto o un qualcosa di simile al “bel canto”, il blues ha un lamento che si può fare solo in inglese e con le sue sonorità. A dimostrazione di ciò stanno i brani, meravigliosi e indimenticati, scritti da compositori come Giovanni d’Anzi o Gorni Kramer, che negli anni Trenta traghettarono il jazz in Italia, nonostante l’ipocrita e falsa opposizione ufficiale del fascismo.
Come avete visto da una difesa di Dalla si è passato ad enumerare quelli che per me sono i limiti di buon gusto nelle contaminazioni tra la musica statunitense ed il nostro modo di concepire quest’arte, come già notato da noi stupidamente rinnegato (e notare che quando non lo rinnegavamo ma lo esportavamo davvero, noi contavamo musicalmente nel mondo, ora siamo poco più di niente).
Il cantautore bolognese, in occasione di un suo discorso tenuto in un’Università, ha affermato che il rap, come forma d’arte, non ha niente a che vedere con la maniera profonda di vivere la musica che noi italiani, volendo o non volendo, ci portiamo nel DNA. Sinceramente, conoscendo approfonditamente l’opera di Dalla, non credo che il discorso, commentato a iosa dai giornali ma da essi non riportato sufficientemente, quantomeno per quello che mi è stato possibile vedere, che il cantautore faccia una serie di affermazioni nazionalistiche. Non avendo io chiare le opinioni di Dalla, in questa sede vorrei solo esprimere le mie, discutibili, personali, relative.
Credo che il rap vada bene (a me comunque non piace) solo cantato nello slang americano che lo ha visto nascere come musica di denuncia. Da noi, e in tutto il resto del mondo, è una di quelle musiche che, ben digerita dal sistema che inizialmente denunciava, è stata da esso dittatorialmente imposta. In Italia, almeno per me, non c’è un solo rapper decente,meno ancora Fabri Fibra, il cui caso veniva citato da un giornalista per considerare Dalla un “incapace”, in quanto non ne avrebbe capito il talento. Sinceramente, e io la metto su un punto di vista linguistico e filologico, tutti quei progetti che prendono il via da premesse che forzano la cultura con i quali essi vengono irrimediabilmente a contatto, non li approvo. Ogni lingua, sia essa maggioritaria o minoritaria, è, ancora prima che una serie di regole, un mondo sonoro che la musica deve saper sfruttare e valorizzare, obbligandosi a non farle fare ciò che non le è naturale. Se si ascolta gran parte del rap italiano, oltre ai testi insulsi della maggioranza dei brani, si sente un insopportabile (almeno alle mie orecchie) maltrattamento della lingua italiana.Sinceramente, poi, non capisco il gusto di scimmiottare pedissequamente una musica importata, oltretutto in maniera innaturale, come accennato poco sopra, rinunciando a prenderne stimoli per poi farne qualcosa veramente di proprio. Sinceramente io preferisco delle esperienze di uso più particolare del parlato, ad esempio brani di Piero Ciampi (1935-1980) come “Te lo faccio vedere chi sono io”, dove la musica non dà lo schema ritmico alla parola, solo il sottofondo affinché il cantante si possa divertire con la parola, non imprigionata negli schemi, concepiti per lo slang americano, del rap. Credo infatti che il parlato sia un grandissimo arricchimento del cantato, come anche altri colori tra cui i finali “calanti”, ma non deve essere una schiavizzazione né un obbligo. Amo infatti il Paolo Conte che mischia cantato e parlato, oppure certi “tangueros” che utilizzano il parlato per andare in controtempo, cosa che si può fare con le lingue neolatine, difattidifficilmente piegabili a schemi ritmici estranei. Sinceramente io lascio ovviamente ad ognuno i propri gusti, ma dico che, come i cantanti americani non cantano all’italiana ma hanno creato orgogliosamente un modo di canto solo per l’inglese, così abbiamo l’obbligo di riscoprire la nostra italianità, la stessa che il mondo ci invidia. Dalla, che non è estraneo alla cultura americana, ne utilizza in maniera molto propria le caratteristiche, avendo creato ad esempio un misto tra rap e scat in brani come “Borsa valori”. Nel brano, infatti, la voce viene usata in gran parte della sua estensione, dalle note alte a quelle medie, non limitandosi allo schematismo, completamente basato su note medie, del rap puro.
Un’altra tendenza che mi dà fastidio, presa anche dalla musica popolare salentina, oltre ai fastidiosissimi brani in italiano, è quella delle contaminazioni, o peggio ancora dell’esecuzione e creazione, di blues italiano. Secondo Paolo Conte,infatti, noi abbiamo la cultura per il swing e la ballad lenta, mentre il blues non è nostro. Difatti,se ci si pensa bene, il swing e la ballad prevedono il canto o un qualcosa di simile al “bel canto”, il blues ha un lamento che si può fare solo in inglese e con le sue sonorità. A dimostrazione di ciò stanno i brani, meravigliosi e indimenticati, scritti da compositori come Giovanni d’Anzi o Gorni Kramer, che negli anni Trenta traghettarono il jazz in Italia, nonostante l’ipocrita e falsa opposizione ufficiale del fascismo.
Come avete visto da una difesa di Dalla si è passato ad enumerare quelli che per me sono i limiti di buon gusto nelle contaminazioni tra la musica statunitense ed il nostro modo di concepire quest’arte, come già notato da noi stupidamente rinnegato (e notare che quando non lo rinnegavamo ma lo esportavamo davvero, noi contavamo musicalmente nel mondo, ora siamo poco più di niente).
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sabato 12 marzo 2011
Dedicato a Nilla
Carissimi lettori, oggi devo aggiornare il mio blog per un motivo inaspettato, per commentare una notizia triste. Oggi ci ha lasciato Nilla Pizzi, la prima grande regina della canzone melodica all'italiana, quella che rappresenta, anche se noi lo neghiamo, il nostro più inconfondibile modo di cantare e sentire la musica.
Io ho scoperto questa cantante di recente, anche se le mie nonne, ovviamente l'hanno sempre profondamente ammirata. Io purtroppo, fino a relativamente poco tempo fa, ero vittima della presunzione stupida ed intellettualistica che mette un muro nei confronti delle canzoni sentimentali e soprattutto nei confronti di certe tecniche canore. Invece mi ritrovo qui a consigliarvi di cuore di scoprire questa cantante dallo spirito indomito e cangiante, che ha portato il meglio dell'italianità nel mondo. Pensandoci bene, forse, noi italiani siamo l'unico paese a non avere orgoglio del proprio modo di cantare, che spesso sostituiamo con un becero scimmiottamento delle vocalizzazioni di altre provenienze (soprattutto americane, perché per noi il mondo sono solo gli Stati Uniti!). La voce della Pizzi, impostata e preparata al "bel canto" leggero italiano, è fortunatamente apprezzata da alcuni cultori della musica anni Quaranta e Cinquanta come maxmenox60 (www.youtube.com/maxmenox60), che permettono a chi gira per il web di togliersi dalla testa i suoi infondati pregiudizi.
A favore della Pizzi, oltretutto, c'è il suo essere una cantante veramente "nazionale" ed universale. La cantante bolognese, difatti, ha cantato nei principali dialetti d'Italia (ha vinto il Festival di Napoli del 1952 in coppia con Franco Ricci, quello della canzone siciliana) e si è prodigata anche in alcuni dialetti del nord come il vicentino. In tutti i casi la Pizzi ha dimostrato una bravura grandiosa, si riscopra il brano "Maggio napulitano" da lei inciso nel 1957.
Con lei l'ultima grande voce femminile degli anni Quaranta e Cinquanta, di quella generazione che ha saputo fare il ponte tra swing, melodia italiana e ritmi sudamericani, si spegne lasciando un vuoto incolmabile per chi ancora crede che l'identità musicale italiana ha il diritto-dovere di rivendicare la propria autonomia e le proprie radici, non in senso autarchico ovviamente, ma proprio per poter avere una visibilità mondiale non imposta dai media di massa ma filtrata da un naturale passa-parola tra le genti.
In questo centocinquantenario bisfrattato, l'Italia dovrebbe approfittare di questi esempi di "cantores nacionales" (per dirla alla Argentina), per cimentare un'identità che sia davvero basata su ciò che ci caratterizza davvero e non su ciò che ci impongono di essere o di sentire.
Io ho scoperto questa cantante di recente, anche se le mie nonne, ovviamente l'hanno sempre profondamente ammirata. Io purtroppo, fino a relativamente poco tempo fa, ero vittima della presunzione stupida ed intellettualistica che mette un muro nei confronti delle canzoni sentimentali e soprattutto nei confronti di certe tecniche canore. Invece mi ritrovo qui a consigliarvi di cuore di scoprire questa cantante dallo spirito indomito e cangiante, che ha portato il meglio dell'italianità nel mondo. Pensandoci bene, forse, noi italiani siamo l'unico paese a non avere orgoglio del proprio modo di cantare, che spesso sostituiamo con un becero scimmiottamento delle vocalizzazioni di altre provenienze (soprattutto americane, perché per noi il mondo sono solo gli Stati Uniti!). La voce della Pizzi, impostata e preparata al "bel canto" leggero italiano, è fortunatamente apprezzata da alcuni cultori della musica anni Quaranta e Cinquanta come maxmenox60 (www.youtube.com/maxmenox60), che permettono a chi gira per il web di togliersi dalla testa i suoi infondati pregiudizi.
A favore della Pizzi, oltretutto, c'è il suo essere una cantante veramente "nazionale" ed universale. La cantante bolognese, difatti, ha cantato nei principali dialetti d'Italia (ha vinto il Festival di Napoli del 1952 in coppia con Franco Ricci, quello della canzone siciliana) e si è prodigata anche in alcuni dialetti del nord come il vicentino. In tutti i casi la Pizzi ha dimostrato una bravura grandiosa, si riscopra il brano "Maggio napulitano" da lei inciso nel 1957.
Con lei l'ultima grande voce femminile degli anni Quaranta e Cinquanta, di quella generazione che ha saputo fare il ponte tra swing, melodia italiana e ritmi sudamericani, si spegne lasciando un vuoto incolmabile per chi ancora crede che l'identità musicale italiana ha il diritto-dovere di rivendicare la propria autonomia e le proprie radici, non in senso autarchico ovviamente, ma proprio per poter avere una visibilità mondiale non imposta dai media di massa ma filtrata da un naturale passa-parola tra le genti.
In questo centocinquantenario bisfrattato, l'Italia dovrebbe approfittare di questi esempi di "cantores nacionales" (per dirla alla Argentina), per cimentare un'identità che sia davvero basata su ciò che ci caratterizza davvero e non su ciò che ci impongono di essere o di sentire.
sabato 19 febbraio 2011
Renato Zero: "Tutto Zero tour '96
Carissimi lettori, forse riesco a realizzare uno dei sogni della mia vita, realizzare una recensione di quello che è stato il primo concerto di Renato Zero che vidi. Mi riferisco al bellissimo "Tutto Zero tour '96" a cui io assistetti al teatro Turreno di Perugia l'11 aprile 1996.
Il concerto ha una forte teatralità, rappresentata innanzitutto dalla bellissima "Sogni nel buio" che lo apre, ripresa dal primo vinile di Renato Zero, quel "No mamma no!" pubblicato nel 1973. La recitazione qui è molto più fluida, anche grazie alla profondità che in anni ed anni di maturazione istintiva ma inevitabile la voce di Zero ha indubbiamente acquistato.
In questo concerto la voce di Zero non si era ancora appropriata della leggera "sporcizia" che la caratterizza ed arricchisce da una decina d'anni a questa parte (forse anche un pochino meno).
Il secondo brano è stato colpevole della mia zerofollia, che anche se poco sfogata è uno dei sentimenti più caratterizzanti il mio privato. Mi riferisco alla bellissima ballata "Vivo", riscattata dal grande "Zerofobia", album che permise al nostro di avere il successo di massa tanto meritato dopo quattro anni di tentativi (all'epoca sui cantanti ci siinvestiva, non li si fustigava se non ce la facevano subito e non li si illudeva!). Questa versione, rispetto all'unica che io conosco pubblicata in cd live in "Icaro" del 1981 è molto più fedele a quella di Zerofobia. È stupenda.
Dopo "Sogni nel buio", canto antiabortista e "Vivo", la storia di Renato viene rappresentata da "Io uguale io", estratta dal vinile successivo a Zerofobia, quel "Zerolandia, che ha segnato la prima consacrazione di Zero. Qui la voce di Zero si incrina leggermente ma resta sempre forte e convincente. In questa canzone si ribadisce la necessità di ritrarsi e Renato fa un ritratto dell'anima sua , molto sincero ed autentico, come ora sanno farlo solo lui e Don Backy (si pensi ad "Autoritratto" nel già qui recensito "Il mestiere delle canzoni" (Ciliegia bianca, 2010)).
È curioso e perfetto il finale pianistico di Stefano Senesi, pianista dell'epoca di Renato Zero, che aveva una maggiore melodicità rispetto a Mark Harris (attuale pianista), ma forse era più adatto, anche perché è sia pianista che tastierista (cose profondissimamente diverse!).
Andando avanti si riprende un gioiello ripreso dal periodo più difficile della carriera di Renato, quello del declino del successo di massa, avutosi nella prima metà degli anni Ottanta. Il brano è tratto da "Leoni si nasce", disco nato dalla delusione avuta da Renato Zero dopo il sequestro del Teatro tenda "Zerolandia" dove si era tenuto il concerto "Icaro" nel 1981, da cui era a sua volta stata estratta una videocassetta dal titolo "La notte di Icaro".
La prossima canzone è è il primo medley della serata, con "Il caos" da "Trapezio", per continuare con ""Fantasmi" ("Soggetti smarriti, 1986), "Chiedi di più" ("Tregua" 1980) e "Regina" da "Zerofobia" (1977). Bellissimo questo medley, da cultori, va detto, perché non so quanto questi brani siano di dominio di massa. Questo mix, poi, continua con una traccia estratta dal bellissimo (e purtroppo introvabile come tre quarti della discografia di Zero!) "Quando non sei più di nessuno", disco uscito dopo la partecipazione di Zero al Festival di Sanremo 1993 (Che tempi! Quest'anno l'unico che ha fatto una canzone bella è Vecchioni!). Il medley, circolare, finisce come era iniziato, con "Il caos". Se non ricordo male, vado a memoria dopo quasi quindici anni, durante questo medley si vedevano sul palco degli elettrodomestici di pezza.
Dopodiché si arriva ad un dialogo tra un bambino ed un uomo (che non parla), che si svolge con il sottofondo della tenerissima "Metti le ali", che di recente, va detto, è stata ampiamente surclassata da "Dormono tutti" come tenerezza e giocosità.
Si riprende a cantare con "Inventi". L'arrangiamento, forse, non è dei migliori, perché è simile a quello operato per "Prometeo" (reperibile senza problemi in edizione "Tattica"). Comunque questa versione ha i soliti interventi magici e concreti di Stefano Senesi aiutati da un bel finger piking della chitarra. Curioso è anche l'uso di percussioni che rimandano alle spazzole da jazz, che dànno un'indubbia raffinatezza all'insieme. Il canto di Zero è sempre puntellato da controtempi e di "accelerando" interessantissimi. Temevo che il finale di questo pezzo fosse esageratamente rock e purtroppo è così, ma d'altronde se si vuole restare fedeli alla struttura di "Prometeo", come si è stati, non si può che lavorare in questo modo.
I vari modi di dire la parola "amore" hanno introdotto una bellissima versione di "Fortuna", estratta da "Tregua" e reperibile nell'ottimo "Icaro", che tra l'altro contiene una bellissima versione di "Inventi". Comunque nell'insieme, devo dire che me lo ricordavo anche così andando a memoria, questo concerto è molto filologico, anche perché ci sono delle corpose parti di archi credo eseguite in acustico (a Perugia non credo avessimo avuto questo privilegio, comprensibile). Meravigliosa questa teatralità tra il rabbioso ed il sentimentale, riempita qua e là di finali calanti veloci e rari.
È curioso sentire la resa (per la verità non filologica) del pezzo d'archi da parte del sint, ed ancora più curioso è l'abbassamento di ben due ottave della nota con cui termina il canto (inutile se si pensa che il nostro ancora la voce ce l'ha più che integra!).
Andando avanti si riscopre il più grande successo del q disc "Calore" del 1983. Il brano in questione, ovviamente, è "Spiagge", che nel disco era accompagnato anche da "Navigare", "Voglia" e "Fantasia", brani mai finiti su altri dischi analogici, ma copiosamente ristampati in varie raccolte tra cui le irreperibili ma per me fondamentali "Zerofavola" (il volume che contiene "Spiagge", "Navigare" e "Fantasia" è il secondo). La versione cheascoltiamo è molto bella, è come sempre coadiuvata da un pubblico che forse è solo meno rumoroso ma non per questo meno partecipe.
Il concerto, se non sbaglio, era giocato su degli interventi di un Angelo ed un Diavolo che si rimpallavano il destino di Zero. Dopo questo ennesimo intervento di questi personaggi Zero canta "Periferia", brano estratto dal terzo album del terzetto che contiene la parola "Zero" nel titolo ("Zerofobia 1977, "Zerolandia" 1978 e "Erozero" 1979). L'lp è rimasto nella storia per un brano su tutti ossia "Ilcarrozzone", mentre "Periferia" apriva la seconda facciata. L'arrangiamento è segretamente etnico, in anticipo sulle soluzioni che ora imperano nel pop giovane e sul repertorio futuro dello stesso Renato, che userà soluzioni etniche in brani come "Dimmi chi dorme accanto a me" ("Amore dopo amore", 1998).
Il brano è molto tragico, se possibile più arrabbiato della sua stessa versione originale, ma non è una rabbia inutile, semmai potenzia il contenuto di denuncia dell'emarginazione delle periferie, problema che è tutt'ora sentito da chi ci vive seppure chi di dovere tende a dimenticarlo.
Ci si scatena, ma si continua a riflettere, con "Digli no", canzone dedicata alla violenza sulle donne, tema che ora sta all'ordine del giorno per i mumerosi fatti vergognosi che riempiono la troppo popolata cronaca nera dei nostri telegiornali. La canzone risale al 1994, anno in cui non mi pare si desse molta importanza al tema. Giusto per dimostrare che i canti sociali possono anche essere un'arte senza demagogia anzi con poesia al seguito.
Per chi non la conosce posso dire che è un canto rivolto ad una donna violentata, di incitamento alla denuncia di queste atrocità. La versione qui proposta, dopo un inizio molto elettronico, compatibile con la versione da studio de "L'imperfetto", si snoda quasi completamente acustica, quindi è più ricca. Difatti credo, e sarà difficile convincermi del contrario, che gli strumenti acustici dànno inequivocabilmente e invariabilmente maggiore ricchezza timbrica di quasliasi strumento elettronico. Dopo un assolo di pianoforte del solito Senesi il chitarrista (che non so chi è, perdono!) si prodiga in un assolo dalle tinte un po' blues ma sempre melodicamente compatibile con lo stile di Zero.
Un'introduzione circense, si direbbe quasi felliniana, fa entrare nella melodicità della splendida "Manichini", traccia meno conosciuta del già quiricordato "Zerofobia" (1977). Il canto, è strano ma è vero, è più arrabbiato della versione da studio, a cui questa, contrariamente a quella presente all'inizio del secondo disco di "Icaro", è più fedele. Dopo un'appendice, la prima parte del brano si completa con un riferimento alla colonna sonora "Ponte sul fiume Quai". Va detto che questo brano, fra quelli finora ascoltati, è quello che ha sofferto più arricchimenti e modifiche, ancora con un finalino cherimanda a "Viva la rai".
Si continua con un brano che conosco meno, intitolato "Ho dato". È uno dei ritratti sinceri a cui il cantautore romano ci ha da sempre (perché non c'è mai stta incoerenza nel suo percorso, ragazzi!) abituati.
Musicalmente è una bella ballad dal respiro ricco e al contempo italiano. Infatti, per quanto lui ne faccia sfoggio solamente ora in pubblico, a Zero non può essere negata una profonda italianità. Bellissime le urla sulla parola "vita", un modo, spesso incompreso, per ricordarci il valore di questa "piccola cosa che è la vita" (per dirla con "Sogna ragazzo sogna" di Vecchioni).
E si torna a "L'imperfetto" (1994) con "Amando amando", prima traccia che mi fece scoprire questo cd, che io canticchiavo sempre, specialmente "Amando amando ti si spacca il cuore". Bellissima questa versione, non sconvolta ovviamente, ma rispettosamente rivissuta. Il canto, oltreché puntellato da questi "accelerando" e "rallentando" già segnalati in precedenza, è anche estremamente sicuro e si direbbe rilassato e raccolto. Credo, anche per testimonianze dirette di cantanti di vari generi musicali, che ilteatro è un ambiente che sviluppa il raccoglimento, che secondo me è il modo più bello di ascoltare musica.
Ed è partito l'assolo di chitarra, dove un'elettrica si sostituisce alla classica,creando un'altra atmosfera, comunque presto interrotta perché il brano viene concluso da un inusitato passaggio in sibemolle...
Tornando al repertorio storico di Zero si ascolta "Morire qui", tratta dal largamente già saccheggiato "Zerofobia" (1977). La versione è vicina all'originale ma ancheaquella di "Prometeo" (1990), mentre non riprende niente dalla particolarissima versione recitata nel 1981 in "Icaro". La melodicità nascosta in questo brano viene finalmente fuori, tramite degli accorgimenti canori, specialmente delle note inaspettate aggiunte alle frasi e delle sfumature divoce che alternano momenti arrabbiati a momenti cantati normalmente. Alla fine è curioso l'uso del titolo, credo mai fatto da Zero durante la canzone in altre versioni.
C'è un monologo teatrale recitato da una voce femminile bellissima, che alterna momenti di potenza e cattiveria. Il monologo è una riflessione sul privilegio che sia cantare e sul dovere che chicanta ha (o avrebbe) di dare voce a chi non ce l'ha perché è emarginato. Quando Zero torna sul palco interpreta "Marciapiedi", prima traccia di questa scaletta estratta dal suo storico doppio di inediti "Artide e Antartide" (1981), anch'esso di recente ristampato dalla "Tattica" (insieme a "Prometeo", "Tregua" e "Via Tagliamento 1965-1970". la versione è intima ed anche un po' raffinata, ma la raffinatezza non tocca mai l'elitarismo che ha mandato in crisi quelle che potevano essere promettenti carriere canore. Interessante il gorgheggio mediterraneo sulla "a" di "sai", con il quale Zero denota la sua profonda romanità, figlia anche diClaudio Villa. In questo secondo intervento parlato l'espressione "È bello incontrarti ancora qui" da il la ad un'improvvisazione di quelle che caratterizzano l'ultimo Zero, per intenderci molto simile a quella nella versione di "Motel" dello "Zeromovimento".
La prossima traccia è un medley (credo) dedicato a parte del repertorio dove Zero affronta, con ironia e sagacia, l'amore violento che purtroppo, come ci dimostra la cronaca nera dei nostri telegiornali è più che all'ordine del giorno. Si inizia con una "Amore sì, amore no", riscattata da "Tregua", che cede il posto ad una "Baratto" da "Erozero". Spesso e volentieri, va detto, questi mixdi canzoni anni '70, portano Zero a prendere decisioni quantomeno discutibili, si pensia quello che è successo all'ultimo tour (il "Seizero"), dove i brani del primo periodo sono stati pretesto per un bruttissimo momento discodance. Qui va detto che il tema è invece affrontato e sviscerato con molta eleganza, poi, come prima, si assiste ad un riferimento ad una canzone mitica di "Quando non sei più di nessuno", il cui videoclip era trasmesso da certe tv musicali una ventina di anni fa. Mi riferisco ad "Amore al verde", che ha un'appendice che cede spazio ben presto a "Fiori d'arancio", forse il brano più trasgressivo sull'amore mai scritto da Zero. In precedenza, dopo "Baratto", avevamo rievocato sia "Profumi, balocchi e maritozzi" che "Sbattiamoci"., tratte rispettivamente da "Tregua" (1980) e "Zerolandia" (1978).
Dopo un monologo teatrale credo dedicato all'identità gay presa ad esempio di una categoria emarginata (oddio, forse dovrei usare parole indicibili!), Zero torna a cantare e ci offre una "Felici e perdenti", estratta, ancora una volta, dall'album "L'imperfetto". Questa canzone è, io l'ho sempre vissuta così, una riflessione su come sia trasversale la sensazione di perdita, che non dipende dalla posizione sociale. Su questa rielaborazione c'è poco da dire, è molto ma molto vicina alla versione da studio, comunque molto bella.
Con il sottofondo de "La tua idea" suonata da un pianoforte, la voce femminile rievoca il disastroso passato scolastico di Zero, anche se dai suoi meravigliosi testi forse non sidirebbe,. Quando Zero torna a cantare si rievoca "Problemi", tratta da "Soggetti smarriti", album del 1986. È una bella ballata che non ha mai conosciuto la luce della notorietà, direi ingiustamente. La ballata è uno sprone a non rimandare le soluzioni dei propri problemi, che secondo Zero sono "il sale della vita".
Musicalmente è bellissima, la solita ma mai banale apertura armonica, che io forse ho anche imparato da lui oltreché da tanti altri miei maestri in vari campi della musica.
E con un applauso delirante viene accolta la successiva canzone, uno dei classici del repertorio recente di Zero, la bellissima "Nei giardini chenessuno sa" tratta dal cd "L'imperfetto" (ancora una volta!). Qui sono notevoli le entrate e gli assoli di chitarra classica, che caratterizzano invariabilmente le versioni live del brano. Il brano, per chi non lo conosce, è dedicato agli anziani,categoria a a cui il cantautore è particolarmente legato, avendone molti tra i suoi estimatori (nonci dimentichiamo che ci sono sorcini di almeno tre generazioni se non quattro!).
La canzone ha una tenerezza completamente disarmante, quella che non viene compresa da chi dice di non amare (quasi sempre per pregiudizio!) la grande arte di Zero. Comunque musicalmente è davvero bella, con questo "crescendo" impostato sulla frase "e poi silenzi", a cui, in questa versione viene aggiunto un "Non è tardi, non ancora" nell'ultima ripetizione.
Dopodiché c'è un dialogo tra l'Angelo e il Diavolo, il quale si rammarica di aver trovato in Zero un vincente. Quando Zero torna a cantare, siccome il monologo finisce con la parola "Libertà", si assiste ad una rarissima e bellissima "Che bella libertà" tratta da "Via Tagliamento 1965-1970" (appena ristampato come già detto). Il brano continua con un altra traccia di "Via Tagliamento" intitolata "Angeli", che è stata unita perché è caratterizzata dallo stesso ritmo, da molti ritenuto banale ma in realtà solamente semplice. Questo accenno da luogo ad una schitarrata di quelle elettriche che fa spazio ad una bellissima "Bella gioventù" da "L'imperfetto". Sinceramente è particolarmente emozionante questo articolo, perché riesco a rivivere, dopo quindici anni, una delle mie più grandi emozioni. Il medley continua con "Figli della guerra" ("Quando non sei più di nessuno, 1993) interpretata con una solennità accentuata anche dalla presenza di un organo da Chiesa.
Si continua con una versione di "Uomo no", dove, se possibile, questo canto antidroga, viene interpretato con una solennità ancora più grande di quella precedentemente attribuita a "Figli della guerra". Dopo, sempre nella stessa traccia, si assiste ad una bellissima interpretazione di "Arrendermi mai", tratta dal mitico "Erozero" (1979",. Il brano è meraviglioso, io vi consiglio veramente di ascoltare per intero, come io sto facendo per recensirlo,questo concerto, forse il più bello mai concepito da Zero.
Tornano l'Angelo ed il Diavolo, ovviamente hanno vedute opposte, perché uno è felice per il successo di Zero e l'altro ci farnetica sopra (come quelli, più di quanti sembrino) che ancora non lo sopportano.
Andando avanti si rievoca la prima (delle due sole che abbiamo avuto!) partecipazione di Zero al Festival diSanremo, con la bellissima "Spalleal muro", scritta per luui da Mariella Nava. Immaginateviche quando io diventai sorcina, una delle persone che mi aiutò in questo viaggio, mi disse "Non ti presto la cassetta con "Vecchio" perché ci sono troppo legata!). Comunque è stupenda, questa ballata sulla condizione diemarginazionea cui sono condannati gli anziani da una società ingiusta, che in nome di un progresso posticcio e finto annulla la saggezza di secoli di vita. La versione che si ascolta è ancora più toccante, se possibile, sentita ed emozionata. Bella!
Questa tournée, tenuta ricordiamolo nel 1996, avvenne a molto poca distanza dall'uscita del cd "Sulle tracce dell'imperfetto", album da cui, pensate un po', non avevamo ancora trovato niente! Finalmente, dico io, sipuò ascoltare la bellissima "I migliori anni della nostra vita". Il brano, già allora, era entrato completamente nel DNA di noi sorcini, anche se Zero, lo farà da "Amore dopo amore, tour dopo tour" in poi, non fa ancora cantare nessuna parte completamente al pubblico, il quale comunque si prodiga in un canto festoso e raccolto. Curiosa è l'espressione "Guarda la vita", detta da Zero prima dell'ultima ripetizione integrale del ritornello. Non tutti sapranno che questa canzone non fu scritta né da né per Zero. Quanto si morderà le mani chi l'aveva avuta per sé e non la scelse?
Dopo un dialogo tra l'Angelo e il Diavolo, Zero canta "Giorni", uno dei brani dove Renato accusa certa gente (che c'è stata!) che l'ha tradito o se lo è dimenticata. L'arrangiamento, più acustico, rende sicuramente giustizia a questo capolavoro tratto da "Leoni si nasce", disco che era molto dedicato alla perdita, per Zero molto forte, del suo tendone blu dove si erano consumate le tappe fondamentali della sua carriera tra il 1978 e il 1982.
Curioso è questo brano, dovrebbe essere, se non vado errata, un mix di "Triangolo" e "Mi vendo", eseguite solo voce e strumenti classici (ci vogliono gli attributi!), dove finalmente, dico io, si sente chiaramente la voce dei sorci che fa il coro a Zero. Probabilmente anch'io a suo tempo avrò aiutato!
La traccia successiva dovrebbe essere un medley anni '70, che inizia con "Paleobarattolo" interpretata per intero. La cosa particolare, che ancora mi ricordo, della versione di Perugia, fu che alcune parole erano tradotte in perugino (giuro che ridemmo troppo!). L'orchestra sta ora eseguendo, senza soluzione di continuità una versione strumentale de "La favola mia" che ha permesso aZero di presentare la sua band, fatta quasi tutta di fedelissimi, perché solo così si costruisce un sound che sia davvero inconfondibile. Con "Il carrozzone" Zero ha presentato i due attori che hanno interpretato in maniera veramente convincente i rispettivi ruoli. Dopodiché l'orchestra si sta prodigando nell'esecuzione di una delle "grandi assenti" di questa scaletta, ossia la stupenda "Amico". Il medley, senza soluzione di continuità, si chiude con "Il cielo, che però dovrebbe far parte di questa stessa scaletta anche in versione cantata.
Ed eccola "Il cielo" in versione cantata ed integrale, con l'inconfondibile introduzione testata in occasione del tour precedente, ossia di "Zeropera". L'interpretazione è portata avanti con sicurezza e personalità, ma mai con quella superbia che fa pensare ad alcuni che i concerti sono solo una maniera di mostrarsi senza lasciare spazio d'espressione al proprio pubblico. Devodire che è emozionantissimo, come per me lo è stato finalmente poter risentire questo concerto meraviglioso, grazie, eternamente grazie a Zerogerry, un canale già consigliato ma vi riporto ancora una volta il link:
www.youtube.com/zerogerry.
Ciao nì, spero di avervi fatto un regalo almeno tanto grande quanto quello che mi sono fatta
Il concerto ha una forte teatralità, rappresentata innanzitutto dalla bellissima "Sogni nel buio" che lo apre, ripresa dal primo vinile di Renato Zero, quel "No mamma no!" pubblicato nel 1973. La recitazione qui è molto più fluida, anche grazie alla profondità che in anni ed anni di maturazione istintiva ma inevitabile la voce di Zero ha indubbiamente acquistato.
In questo concerto la voce di Zero non si era ancora appropriata della leggera "sporcizia" che la caratterizza ed arricchisce da una decina d'anni a questa parte (forse anche un pochino meno).
Il secondo brano è stato colpevole della mia zerofollia, che anche se poco sfogata è uno dei sentimenti più caratterizzanti il mio privato. Mi riferisco alla bellissima ballata "Vivo", riscattata dal grande "Zerofobia", album che permise al nostro di avere il successo di massa tanto meritato dopo quattro anni di tentativi (all'epoca sui cantanti ci siinvestiva, non li si fustigava se non ce la facevano subito e non li si illudeva!). Questa versione, rispetto all'unica che io conosco pubblicata in cd live in "Icaro" del 1981 è molto più fedele a quella di Zerofobia. È stupenda.
Dopo "Sogni nel buio", canto antiabortista e "Vivo", la storia di Renato viene rappresentata da "Io uguale io", estratta dal vinile successivo a Zerofobia, quel "Zerolandia, che ha segnato la prima consacrazione di Zero. Qui la voce di Zero si incrina leggermente ma resta sempre forte e convincente. In questa canzone si ribadisce la necessità di ritrarsi e Renato fa un ritratto dell'anima sua , molto sincero ed autentico, come ora sanno farlo solo lui e Don Backy (si pensi ad "Autoritratto" nel già qui recensito "Il mestiere delle canzoni" (Ciliegia bianca, 2010)).
È curioso e perfetto il finale pianistico di Stefano Senesi, pianista dell'epoca di Renato Zero, che aveva una maggiore melodicità rispetto a Mark Harris (attuale pianista), ma forse era più adatto, anche perché è sia pianista che tastierista (cose profondissimamente diverse!).
Andando avanti si riprende un gioiello ripreso dal periodo più difficile della carriera di Renato, quello del declino del successo di massa, avutosi nella prima metà degli anni Ottanta. Il brano è tratto da "Leoni si nasce", disco nato dalla delusione avuta da Renato Zero dopo il sequestro del Teatro tenda "Zerolandia" dove si era tenuto il concerto "Icaro" nel 1981, da cui era a sua volta stata estratta una videocassetta dal titolo "La notte di Icaro".
La prossima canzone è è il primo medley della serata, con "Il caos" da "Trapezio", per continuare con ""Fantasmi" ("Soggetti smarriti, 1986), "Chiedi di più" ("Tregua" 1980) e "Regina" da "Zerofobia" (1977). Bellissimo questo medley, da cultori, va detto, perché non so quanto questi brani siano di dominio di massa. Questo mix, poi, continua con una traccia estratta dal bellissimo (e purtroppo introvabile come tre quarti della discografia di Zero!) "Quando non sei più di nessuno", disco uscito dopo la partecipazione di Zero al Festival di Sanremo 1993 (Che tempi! Quest'anno l'unico che ha fatto una canzone bella è Vecchioni!). Il medley, circolare, finisce come era iniziato, con "Il caos". Se non ricordo male, vado a memoria dopo quasi quindici anni, durante questo medley si vedevano sul palco degli elettrodomestici di pezza.
Dopodiché si arriva ad un dialogo tra un bambino ed un uomo (che non parla), che si svolge con il sottofondo della tenerissima "Metti le ali", che di recente, va detto, è stata ampiamente surclassata da "Dormono tutti" come tenerezza e giocosità.
Si riprende a cantare con "Inventi". L'arrangiamento, forse, non è dei migliori, perché è simile a quello operato per "Prometeo" (reperibile senza problemi in edizione "Tattica"). Comunque questa versione ha i soliti interventi magici e concreti di Stefano Senesi aiutati da un bel finger piking della chitarra. Curioso è anche l'uso di percussioni che rimandano alle spazzole da jazz, che dànno un'indubbia raffinatezza all'insieme. Il canto di Zero è sempre puntellato da controtempi e di "accelerando" interessantissimi. Temevo che il finale di questo pezzo fosse esageratamente rock e purtroppo è così, ma d'altronde se si vuole restare fedeli alla struttura di "Prometeo", come si è stati, non si può che lavorare in questo modo.
I vari modi di dire la parola "amore" hanno introdotto una bellissima versione di "Fortuna", estratta da "Tregua" e reperibile nell'ottimo "Icaro", che tra l'altro contiene una bellissima versione di "Inventi". Comunque nell'insieme, devo dire che me lo ricordavo anche così andando a memoria, questo concerto è molto filologico, anche perché ci sono delle corpose parti di archi credo eseguite in acustico (a Perugia non credo avessimo avuto questo privilegio, comprensibile). Meravigliosa questa teatralità tra il rabbioso ed il sentimentale, riempita qua e là di finali calanti veloci e rari.
È curioso sentire la resa (per la verità non filologica) del pezzo d'archi da parte del sint, ed ancora più curioso è l'abbassamento di ben due ottave della nota con cui termina il canto (inutile se si pensa che il nostro ancora la voce ce l'ha più che integra!).
Andando avanti si riscopre il più grande successo del q disc "Calore" del 1983. Il brano in questione, ovviamente, è "Spiagge", che nel disco era accompagnato anche da "Navigare", "Voglia" e "Fantasia", brani mai finiti su altri dischi analogici, ma copiosamente ristampati in varie raccolte tra cui le irreperibili ma per me fondamentali "Zerofavola" (il volume che contiene "Spiagge", "Navigare" e "Fantasia" è il secondo). La versione cheascoltiamo è molto bella, è come sempre coadiuvata da un pubblico che forse è solo meno rumoroso ma non per questo meno partecipe.
Il concerto, se non sbaglio, era giocato su degli interventi di un Angelo ed un Diavolo che si rimpallavano il destino di Zero. Dopo questo ennesimo intervento di questi personaggi Zero canta "Periferia", brano estratto dal terzo album del terzetto che contiene la parola "Zero" nel titolo ("Zerofobia 1977, "Zerolandia" 1978 e "Erozero" 1979). L'lp è rimasto nella storia per un brano su tutti ossia "Ilcarrozzone", mentre "Periferia" apriva la seconda facciata. L'arrangiamento è segretamente etnico, in anticipo sulle soluzioni che ora imperano nel pop giovane e sul repertorio futuro dello stesso Renato, che userà soluzioni etniche in brani come "Dimmi chi dorme accanto a me" ("Amore dopo amore", 1998).
Il brano è molto tragico, se possibile più arrabbiato della sua stessa versione originale, ma non è una rabbia inutile, semmai potenzia il contenuto di denuncia dell'emarginazione delle periferie, problema che è tutt'ora sentito da chi ci vive seppure chi di dovere tende a dimenticarlo.
Ci si scatena, ma si continua a riflettere, con "Digli no", canzone dedicata alla violenza sulle donne, tema che ora sta all'ordine del giorno per i mumerosi fatti vergognosi che riempiono la troppo popolata cronaca nera dei nostri telegiornali. La canzone risale al 1994, anno in cui non mi pare si desse molta importanza al tema. Giusto per dimostrare che i canti sociali possono anche essere un'arte senza demagogia anzi con poesia al seguito.
Per chi non la conosce posso dire che è un canto rivolto ad una donna violentata, di incitamento alla denuncia di queste atrocità. La versione qui proposta, dopo un inizio molto elettronico, compatibile con la versione da studio de "L'imperfetto", si snoda quasi completamente acustica, quindi è più ricca. Difatti credo, e sarà difficile convincermi del contrario, che gli strumenti acustici dànno inequivocabilmente e invariabilmente maggiore ricchezza timbrica di quasliasi strumento elettronico. Dopo un assolo di pianoforte del solito Senesi il chitarrista (che non so chi è, perdono!) si prodiga in un assolo dalle tinte un po' blues ma sempre melodicamente compatibile con lo stile di Zero.
Un'introduzione circense, si direbbe quasi felliniana, fa entrare nella melodicità della splendida "Manichini", traccia meno conosciuta del già quiricordato "Zerofobia" (1977). Il canto, è strano ma è vero, è più arrabbiato della versione da studio, a cui questa, contrariamente a quella presente all'inizio del secondo disco di "Icaro", è più fedele. Dopo un'appendice, la prima parte del brano si completa con un riferimento alla colonna sonora "Ponte sul fiume Quai". Va detto che questo brano, fra quelli finora ascoltati, è quello che ha sofferto più arricchimenti e modifiche, ancora con un finalino cherimanda a "Viva la rai".
Si continua con un brano che conosco meno, intitolato "Ho dato". È uno dei ritratti sinceri a cui il cantautore romano ci ha da sempre (perché non c'è mai stta incoerenza nel suo percorso, ragazzi!) abituati.
Musicalmente è una bella ballad dal respiro ricco e al contempo italiano. Infatti, per quanto lui ne faccia sfoggio solamente ora in pubblico, a Zero non può essere negata una profonda italianità. Bellissime le urla sulla parola "vita", un modo, spesso incompreso, per ricordarci il valore di questa "piccola cosa che è la vita" (per dirla con "Sogna ragazzo sogna" di Vecchioni).
E si torna a "L'imperfetto" (1994) con "Amando amando", prima traccia che mi fece scoprire questo cd, che io canticchiavo sempre, specialmente "Amando amando ti si spacca il cuore". Bellissima questa versione, non sconvolta ovviamente, ma rispettosamente rivissuta. Il canto, oltreché puntellato da questi "accelerando" e "rallentando" già segnalati in precedenza, è anche estremamente sicuro e si direbbe rilassato e raccolto. Credo, anche per testimonianze dirette di cantanti di vari generi musicali, che ilteatro è un ambiente che sviluppa il raccoglimento, che secondo me è il modo più bello di ascoltare musica.
Ed è partito l'assolo di chitarra, dove un'elettrica si sostituisce alla classica,creando un'altra atmosfera, comunque presto interrotta perché il brano viene concluso da un inusitato passaggio in sibemolle...
Tornando al repertorio storico di Zero si ascolta "Morire qui", tratta dal largamente già saccheggiato "Zerofobia" (1977). La versione è vicina all'originale ma ancheaquella di "Prometeo" (1990), mentre non riprende niente dalla particolarissima versione recitata nel 1981 in "Icaro". La melodicità nascosta in questo brano viene finalmente fuori, tramite degli accorgimenti canori, specialmente delle note inaspettate aggiunte alle frasi e delle sfumature divoce che alternano momenti arrabbiati a momenti cantati normalmente. Alla fine è curioso l'uso del titolo, credo mai fatto da Zero durante la canzone in altre versioni.
C'è un monologo teatrale recitato da una voce femminile bellissima, che alterna momenti di potenza e cattiveria. Il monologo è una riflessione sul privilegio che sia cantare e sul dovere che chicanta ha (o avrebbe) di dare voce a chi non ce l'ha perché è emarginato. Quando Zero torna sul palco interpreta "Marciapiedi", prima traccia di questa scaletta estratta dal suo storico doppio di inediti "Artide e Antartide" (1981), anch'esso di recente ristampato dalla "Tattica" (insieme a "Prometeo", "Tregua" e "Via Tagliamento 1965-1970". la versione è intima ed anche un po' raffinata, ma la raffinatezza non tocca mai l'elitarismo che ha mandato in crisi quelle che potevano essere promettenti carriere canore. Interessante il gorgheggio mediterraneo sulla "a" di "sai", con il quale Zero denota la sua profonda romanità, figlia anche diClaudio Villa. In questo secondo intervento parlato l'espressione "È bello incontrarti ancora qui" da il la ad un'improvvisazione di quelle che caratterizzano l'ultimo Zero, per intenderci molto simile a quella nella versione di "Motel" dello "Zeromovimento".
La prossima traccia è un medley (credo) dedicato a parte del repertorio dove Zero affronta, con ironia e sagacia, l'amore violento che purtroppo, come ci dimostra la cronaca nera dei nostri telegiornali è più che all'ordine del giorno. Si inizia con una "Amore sì, amore no", riscattata da "Tregua", che cede il posto ad una "Baratto" da "Erozero". Spesso e volentieri, va detto, questi mixdi canzoni anni '70, portano Zero a prendere decisioni quantomeno discutibili, si pensia quello che è successo all'ultimo tour (il "Seizero"), dove i brani del primo periodo sono stati pretesto per un bruttissimo momento discodance. Qui va detto che il tema è invece affrontato e sviscerato con molta eleganza, poi, come prima, si assiste ad un riferimento ad una canzone mitica di "Quando non sei più di nessuno", il cui videoclip era trasmesso da certe tv musicali una ventina di anni fa. Mi riferisco ad "Amore al verde", che ha un'appendice che cede spazio ben presto a "Fiori d'arancio", forse il brano più trasgressivo sull'amore mai scritto da Zero. In precedenza, dopo "Baratto", avevamo rievocato sia "Profumi, balocchi e maritozzi" che "Sbattiamoci"., tratte rispettivamente da "Tregua" (1980) e "Zerolandia" (1978).
Dopo un monologo teatrale credo dedicato all'identità gay presa ad esempio di una categoria emarginata (oddio, forse dovrei usare parole indicibili!), Zero torna a cantare e ci offre una "Felici e perdenti", estratta, ancora una volta, dall'album "L'imperfetto". Questa canzone è, io l'ho sempre vissuta così, una riflessione su come sia trasversale la sensazione di perdita, che non dipende dalla posizione sociale. Su questa rielaborazione c'è poco da dire, è molto ma molto vicina alla versione da studio, comunque molto bella.
Con il sottofondo de "La tua idea" suonata da un pianoforte, la voce femminile rievoca il disastroso passato scolastico di Zero, anche se dai suoi meravigliosi testi forse non sidirebbe,. Quando Zero torna a cantare si rievoca "Problemi", tratta da "Soggetti smarriti", album del 1986. È una bella ballata che non ha mai conosciuto la luce della notorietà, direi ingiustamente. La ballata è uno sprone a non rimandare le soluzioni dei propri problemi, che secondo Zero sono "il sale della vita".
Musicalmente è bellissima, la solita ma mai banale apertura armonica, che io forse ho anche imparato da lui oltreché da tanti altri miei maestri in vari campi della musica.
E con un applauso delirante viene accolta la successiva canzone, uno dei classici del repertorio recente di Zero, la bellissima "Nei giardini chenessuno sa" tratta dal cd "L'imperfetto" (ancora una volta!). Qui sono notevoli le entrate e gli assoli di chitarra classica, che caratterizzano invariabilmente le versioni live del brano. Il brano, per chi non lo conosce, è dedicato agli anziani,categoria a a cui il cantautore è particolarmente legato, avendone molti tra i suoi estimatori (nonci dimentichiamo che ci sono sorcini di almeno tre generazioni se non quattro!).
La canzone ha una tenerezza completamente disarmante, quella che non viene compresa da chi dice di non amare (quasi sempre per pregiudizio!) la grande arte di Zero. Comunque musicalmente è davvero bella, con questo "crescendo" impostato sulla frase "e poi silenzi", a cui, in questa versione viene aggiunto un "Non è tardi, non ancora" nell'ultima ripetizione.
Dopodiché c'è un dialogo tra l'Angelo e il Diavolo, il quale si rammarica di aver trovato in Zero un vincente. Quando Zero torna a cantare, siccome il monologo finisce con la parola "Libertà", si assiste ad una rarissima e bellissima "Che bella libertà" tratta da "Via Tagliamento 1965-1970" (appena ristampato come già detto). Il brano continua con un altra traccia di "Via Tagliamento" intitolata "Angeli", che è stata unita perché è caratterizzata dallo stesso ritmo, da molti ritenuto banale ma in realtà solamente semplice. Questo accenno da luogo ad una schitarrata di quelle elettriche che fa spazio ad una bellissima "Bella gioventù" da "L'imperfetto". Sinceramente è particolarmente emozionante questo articolo, perché riesco a rivivere, dopo quindici anni, una delle mie più grandi emozioni. Il medley continua con "Figli della guerra" ("Quando non sei più di nessuno, 1993) interpretata con una solennità accentuata anche dalla presenza di un organo da Chiesa.
Si continua con una versione di "Uomo no", dove, se possibile, questo canto antidroga, viene interpretato con una solennità ancora più grande di quella precedentemente attribuita a "Figli della guerra". Dopo, sempre nella stessa traccia, si assiste ad una bellissima interpretazione di "Arrendermi mai", tratta dal mitico "Erozero" (1979",. Il brano è meraviglioso, io vi consiglio veramente di ascoltare per intero, come io sto facendo per recensirlo,questo concerto, forse il più bello mai concepito da Zero.
Tornano l'Angelo ed il Diavolo, ovviamente hanno vedute opposte, perché uno è felice per il successo di Zero e l'altro ci farnetica sopra (come quelli, più di quanti sembrino) che ancora non lo sopportano.
Andando avanti si rievoca la prima (delle due sole che abbiamo avuto!) partecipazione di Zero al Festival diSanremo, con la bellissima "Spalleal muro", scritta per luui da Mariella Nava. Immaginateviche quando io diventai sorcina, una delle persone che mi aiutò in questo viaggio, mi disse "Non ti presto la cassetta con "Vecchio" perché ci sono troppo legata!). Comunque è stupenda, questa ballata sulla condizione diemarginazionea cui sono condannati gli anziani da una società ingiusta, che in nome di un progresso posticcio e finto annulla la saggezza di secoli di vita. La versione che si ascolta è ancora più toccante, se possibile, sentita ed emozionata. Bella!
Questa tournée, tenuta ricordiamolo nel 1996, avvenne a molto poca distanza dall'uscita del cd "Sulle tracce dell'imperfetto", album da cui, pensate un po', non avevamo ancora trovato niente! Finalmente, dico io, sipuò ascoltare la bellissima "I migliori anni della nostra vita". Il brano, già allora, era entrato completamente nel DNA di noi sorcini, anche se Zero, lo farà da "Amore dopo amore, tour dopo tour" in poi, non fa ancora cantare nessuna parte completamente al pubblico, il quale comunque si prodiga in un canto festoso e raccolto. Curiosa è l'espressione "Guarda la vita", detta da Zero prima dell'ultima ripetizione integrale del ritornello. Non tutti sapranno che questa canzone non fu scritta né da né per Zero. Quanto si morderà le mani chi l'aveva avuta per sé e non la scelse?
Dopo un dialogo tra l'Angelo e il Diavolo, Zero canta "Giorni", uno dei brani dove Renato accusa certa gente (che c'è stata!) che l'ha tradito o se lo è dimenticata. L'arrangiamento, più acustico, rende sicuramente giustizia a questo capolavoro tratto da "Leoni si nasce", disco che era molto dedicato alla perdita, per Zero molto forte, del suo tendone blu dove si erano consumate le tappe fondamentali della sua carriera tra il 1978 e il 1982.
Curioso è questo brano, dovrebbe essere, se non vado errata, un mix di "Triangolo" e "Mi vendo", eseguite solo voce e strumenti classici (ci vogliono gli attributi!), dove finalmente, dico io, si sente chiaramente la voce dei sorci che fa il coro a Zero. Probabilmente anch'io a suo tempo avrò aiutato!
La traccia successiva dovrebbe essere un medley anni '70, che inizia con "Paleobarattolo" interpretata per intero. La cosa particolare, che ancora mi ricordo, della versione di Perugia, fu che alcune parole erano tradotte in perugino (giuro che ridemmo troppo!). L'orchestra sta ora eseguendo, senza soluzione di continuità una versione strumentale de "La favola mia" che ha permesso aZero di presentare la sua band, fatta quasi tutta di fedelissimi, perché solo così si costruisce un sound che sia davvero inconfondibile. Con "Il carrozzone" Zero ha presentato i due attori che hanno interpretato in maniera veramente convincente i rispettivi ruoli. Dopodiché l'orchestra si sta prodigando nell'esecuzione di una delle "grandi assenti" di questa scaletta, ossia la stupenda "Amico". Il medley, senza soluzione di continuità, si chiude con "Il cielo, che però dovrebbe far parte di questa stessa scaletta anche in versione cantata.
Ed eccola "Il cielo" in versione cantata ed integrale, con l'inconfondibile introduzione testata in occasione del tour precedente, ossia di "Zeropera". L'interpretazione è portata avanti con sicurezza e personalità, ma mai con quella superbia che fa pensare ad alcuni che i concerti sono solo una maniera di mostrarsi senza lasciare spazio d'espressione al proprio pubblico. Devodire che è emozionantissimo, come per me lo è stato finalmente poter risentire questo concerto meraviglioso, grazie, eternamente grazie a Zerogerry, un canale già consigliato ma vi riporto ancora una volta il link:
www.youtube.com/zerogerry.
Ciao nì, spero di avervi fatto un regalo almeno tanto grande quanto quello che mi sono fatta
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martedì 11 gennaio 2011
Ma cos'è questo vintage 1
Carissimi lettori, oggi voglio riportare la vostra attenzione su una lodevolissima iniziativa avuta nel 2005 da "Tv, sorrisi e canzoni". Il giornale, va detto, ne ha sempre avute e continua ad averne. Particolarmente apprezzata da me fu l'uscita di due cofanetti doppi intitolati "Ma cos'è questo vintage", titolo parafrasato da una delle tracce del primo cofanetto, la notissima anche se poco citata "Ma cos'è questa crisi", scritta e cantata dal grande cantante e cantautore futurista Rodolfo de Angelis. Occupiamoci, per ora, del primo volume, il migliore della serie.
Il doppio cofanetto ha un'impostazione spudoratamente swing, difatti inizia con una meravigliosa "ba, ba, baciami piccina", lanciata ed interpretata dal grandissimo Alberto Rabagliati (qui c'è solo musica originale di epoche lontane, niente rifacimenti moderni spesso insopportabili!). Il brano, secondo me, va notato soprattutto per la sua vigorosa sezione di trombe.
La seconda traccia del primo disco è una delle cosiddette "canzoni della fronda", quelle canzoni che, secondo malintenzionati, erano interpretabili in senso sovversivo. Mi riferisco a "Pippo non lo sa", che ascoltiamo da Silvana Fioresi coadiuvta dalle sorelle Lescan, tre grandi cantanti olandesi note in Italia con il nome di Trio Lescano. Il brano, si diceva, fosse dedicato a Starace, uno dei dirigenti di punta del P.N.F. Come sia è geniale e sfizioso, perché noi a livello di swing non avevamo niente da invidiare agli americani, soprattutto se a swingare era gente come Pippo Barzizza o Gorni Kramer.
E a proposito di grandi gruppi vocali che hanno caratterizzato dagli anni Quaranta e Cinquanta (loro sono arrivati anche molto più avanti, anzi la grande Lucia Mannucci credo sia ancora tra noi) troviamo il Quartetto Cetra, dal quale viene cantato un meraviglioso brano in dialetto milanese che porta la firma del sopracitato Gorni kramer, ottimo (anzi virtuoso!) ineguagliato interprete della fisarmonica jazz.
Subito dopo ritroviamo il trio Lescano al quale tocca di accompagnare l'ottimo tenore Enzo Aita, in un motivetto che ancora fa ricordare Giovanni D'Anzi, il grande maestro della canzone milanese, celebre autore del brano "oh mia bela madunina". La canzone che troviamo è un inno alle gambe delle donne, intitolata appunto "Ma le gambe". Per ricordare questo grande autore di canzoni ci si può procurare (credo con molta fatica) il cd a lui dedicato dal grande Memo Remigi.
Ci troviamo davanti ad un attore che canta, tendenza che non è mai scomparsa del tutto, anche se Alberto Sordi in questo caso non cantava in modo attoriale, anzi cantava correttamente. Il brano che ci permette di ricordarlo è un brano meno conosciuto dal titolo "Finalmente solo".
Subito dopo troviamo una spassosissima canzone americana ("Civilization") che ci viene proposta da un'incisione del 1949 da due interpreti importanti della musica di quegli anni. Da una parte troviamo Luciano Benevene, al quale viene affidato il ruolo dell'africano ribelle alle comodità e agli svaghi europei proposti da una ancora sconosciuta ma presto destinata al successo popolare Nilla Pizzi. Sinceramente è meglio sentire questa versione piuttosto che quella di Renzo Arbore nel suo pur pregevole e qui consigliato "Tonite Renzo swing". Infatti mi da abbastanza fastidio il microfono usato come se fosse un dialogo tra lo spazio e la terra, che il cantante foggiano utilizza per tre quarti del cd, ovviamente anche in questa traccia. Tra i rifacimenti di questa traccia mi preme di consigliarvi quello operato da Cristian De Sica per un cd dove rendeva omaggio ai brani che avevano segnato gli anni Trenta e Quaranta.
Dal Sanremo 1953 ripeschiamo la stupenda "Vecchio scarpone", lanciata da Giorgio Consolini in coppia con il grande baritono Gino Latilla. La versione che viene rimasterizzata nella raccolta è quella eseguita da quest'ultimo in coppia con il "Quintetto vocale". Spesso certi critici, ritenendo così di essere più competenti od intellettuali, tendono a snobbare questo repertorio, scordandosi che per una parte della popolazione italiana è composto da gioielli che, oltretutto, se li si guarda obbiettivamente, hanno anche un grande fascino dal punto di vista musicale. Voglio confessare, poi, che per me certi brani, come questo, racchiudono valori che noi dovremmo recuperare in occasione di questo centocinquantenario che, invece di unirci, sta servendo a dividerci.
Andando avanti di qualche anno riprendiamo un classico della canzone italiana ispirata a ritmi latini, ossia troviamo il "Mambo italiano", che abbiamo il piacere di ascoltare nella primigenia e bellissima interpretazione di Carla Boni, grande virtuosa degli anni Cinquanta. Voce semplice e leggera, senza pretese ma perfetta. Va anche detto che gli orchestrali sono molto bravi a rendere il mambo in maniera molto buona, l'uso dei fiati è estremamente convincente, ricorda un po' l'orchestra di Perez Prado.
Ed eccola la canzone che ha dato il titolo all'intera iniziativa, questa marcettina anni Venti.Trenta cantata dal grande Rodolfo De Angelis, forse antesignano della cosiddetta "Musica demenziale", anche se il comico era ottenuto tramite ottimi giochi di parole e non tanto attraverso la volgarità, come accade per certi gruppi moderni.
Ed eccoci al "reuccio" della canzone italiana, lo stornellatore romano per antonomasia, il cantante Claudio Pica in arte Claudio Villa. Da lui riascoltiamo "Fiorin Fiorello", una delle canzoni che hanno avuto l'onore dell'immortalità, tra quelle del repertorio anni Trenta. Anche in questo caso il brano ha una "coda" swing, molto bella anche se forse poco compatibile con ciò che la precede. Io infatti vorrei permettermi di consigliarvi la versione di Carlo Buti, grandissimo cantante toscano che ebbe il suo periodo d'oro negli anni Trenta.
Ed eccoci a Fred Buscaglione, che non viene sorpreso in una delle sue canzoni ironiche, ma bensì alle prese con un classico della melodia italiana, la bellissima "Non partir", ancora una volta uscita dalla penna di Giovanni D'Anzi. La versione di Buscaglione è bella, ma forse sarebbe stato meglio affidare questa canzone ad un cantante dall'impostazione meno swing. Comunque va riconosciuta a Buscaglione abilità, e agli Asternovas (suo gruppo d'accompagnamento) umiltà nel non piegare mai al swing questo bellissimo brano melodico.
Continuando si trova una canzone napoletana tra le più famose e classiche, la bellissima "Malafemmena", che troviamo interpretata da Giacomo Rondinella, suo primo interprete. Come si sa questo brano fu scritto da Totò per questo grande cantante napoletano, che giustamente era il suo preferito. Il brano è nato con un bellissimo ritmo di habanera veloce, accompagnata da un'orchestra dove gli archi lasciano posto ai fiati come sezione predominante. La voce di Rondinella si stende sulle parole con una grande signorilità, pronunciandole con pathos che però non sfocia mai nel patetismo.
Si torna al swing con la versione originale di "Mamma voglio anch'io la fidanzata", che ascoltiamo da Natale Codognotto, cantante genovese rimasto noto con il nome artistico di Natalino Otto. Con lui c'è, ancora una volta, l'orchestra del grande Kramer, che si prodiga in uno dei suoi storici assoli di fisarmonica jazz (senza cassotto!). Questa secondo me non è la migliore versione del brano, molto più interessante, anche solo per la qualità dell'audio indubbiamente superiore, è quella incisa con Franco Cerri e il suo gruppo qualche anno dopo (negli anni Cinquanta). Sconsigliata, ovvio, invece quella degli Articolo 31, che, secondo me, non ha contribuito per niente alla divulgazione della figura di Natalino Otto. Se si vuole approfondire questo grande artista si può visitare il sito www.youtube.com/barzottone, oltre all'impagabile www.youtube.com/ildiscobolo, completamente dedicato ai supporti storici.
Negli anni Trenta (e fino all'avvento del rock and roll è stato così) non c'era frattura tra la canzone italiana e quella dialettale, infatti la prima si nutriva umilmente e quasi amava confluire nella seconda. Un esempio è la figura del grande Odoardo Spadaro (detto "spadaccino"), di cui abbiamo il piacere di ascoltare "Sullacarrozzella", in una versione incisa dal cantante negli anni Cinquanta. Molto bella, anche se in questo caso vi consiglierei di ascoltare quella incisa negli anni Trenta con Kramer. Il brano, e tutto il repertorio di Spadaro, è specchio di una fiorentinità popolare che ora non esiste più.
E a proposito di grandi toscani, andando avanti ritroviamo l'attore Paolo Poli. Il brano presente nella raccolta non me lo ricordo, quindi io divago e ne approfitto per consigliarvi una sua personalissima (ma rispettosa!) incisione della versione toscana del canto spesso conosciuto come "Le tre sorelle", contenuta in un volume della raccolta della canzone italiana curata da Renzo Arbore prima che decidesse che la sua missione sarebbe stata sputtanare le canzoni napoletane. Bellissimo lo sdoppiamento che Poli opera tra la sua voce "normale" e quella falsettatissima che usa per imitare la donna. Geniale!
Ed a proposito di grandi del swing, ecco la grande bacchetta di Pippo Barzizza, questa volta alle prese con un classico del swing all'italiana, ossia la sempre verde e piacevole "Quel motivetto che mi piace tanto", che il maestro esegue dirigendo l'Orchestra Blue Stars. Io vi consiglio di ascoltare la versione di Nicola Arigliano, incisa con il suo impagabile trio (Ascolese, Vannucchi, Tatti) nel cd "Colpevole" (2005).
Prima avevamo citato il connubio tra musica italiana e dialettale, infatti ora troviamo colui che ha più di ogni altro basato la sua carriera sulla convivenza e l'osmosi di questi due mondi. Mi riferisco a Domenico Modugno, del quale abbiamo l'onore di ascoltare uno dei suoi brani brindisini (non siciliani, smettiamola! Dopo, con l'aiuto della moglie ha effettivamente riportato il suo repertorio in siciliano, ma non all'inizio!). Il brano che ascoltiamo è "La donna riccia", sfiziosissima ballata contro le donne con questo taglio di capelli (anche se poi il cantante assolve la propria amata... va bene!). Bellissima questa versione per sola voce e chitarra, sconsigliati tutti i rifacimenti nessuno escluso.
Subito dopo facciamo un salto in Francia, anche se il classico che ci troviamo di fronte è interpretato da una grande voce italiana, ossia da Milva. Il brano che troviamo è "Milord", lanciato da Edith Piaf e tradotto abbastanza bene in italiano. L'unica critica, forse è che il giro di "musette" per noi risulta artificioso.
E ci troviamo davanti ad un altro brano minore, ripescato dal repertorio del Duo Fasano, risposta tardiva e poco convincente al Trio Lescano. Il brano non me lo ricordo, si chiama "Ragazzo dello swing".
Troviamo Totò, che recita una sua brevissima ma fulminante poesia in lingua napoletana, perché non ci si deve dimenticare mai che il poeta era altrettanto bravo dell'attore (anzi forse di più!).
Il volume secondo di questo primo cofanetto si apre con "Maramao perché sei morto", una canzoncina "sincopata", riportata forse con troppa tracotanza dai jazzisti verso ritmi standard che non le si addicono (sconsigliata la versione di Arigliano!). La versione che ascoltiamo è l'originale interpretata da una sconosciuta Maria Iottini coadiuvata dal Trio Lescano (a volte tornano!).
Proseguendo troviamo un altro attore che ha dimostrato ampiamente il suo talento anche a livello canoro. mi riferisco al grande Vittorio De Sica, di cui ascoltiamo la sfiziosissima e mai dimenticata "Dammi un bacio e ti dico di sì", canzoncina sincopata cantata insieme ad Elsa Merlini. Forse la voce di lei è poco convincente in un ambito sincopato, ma buon brano, leggero e gradevole come ora non se ne fanno.
Dal Sanremo 1952 ripeschiamo un'altra canzone che qualche malintenzionato ha interpretato come una metafora della situazione geopolitica (di allora e di sempre!) dell'Italia: i "papaveri" sarebbero gli Stati Uniti, mentre la "paperina", che non si può ribellare perché è condannata alla subalternità da un destino avverso sarebbe la nostra bella penisola. Anche se il brano è sicuramente leggero ed in fondo gradevole, lancia un messaggio che non condivido. Comunque musicalmente è carino, è una tarantella di tipo centro-meridionale (non salentino insomma), con una particina in minore prima di andare col mitico "Lo sai che i papaveri...". La voce di Nilla Pizzi qui ha un colore leggero per niente patetico, indimenticabile comunque.
Continuando troviamo il primo brano di cui non mi sovvengo, la canzone "Che musetto", cantata da un certo Elio liotti.
Ed eccoci ad un momento militaresco, con "Passo di corsa", eseguita dai Bersaglieri. Non mi piacciono le bande, e in generale non amo i gruppi costituiti da strumenti della stessa famiglia.
Ed eccoci ad una romanza, pezzo fondamentale della cultura musicale di quel periodo, perché se la musica leggera non aveva ancora rotto con la musica popolare (per fortuna!) non aveva nemmeno staccato i ponti con la classica. Ascoltiamo la voce di quello che da molti è ritenuto il miglior soprano di tutti i tempi, la greca Maria Callas.
Nel secondo cd torna Rodolfo De Angelis con un brano che non mi sovviene dal titolo "Babà, Bebè, Bubù".
Ed eccoci al "Pinguino innamorato", brano che ascoltiamo nella sua versione originale, quella di Silvana Fioresi (famosa anche per "L'uccellino della radio") coadiuvata un'altra volta dal Trio Lescano. È notevole anche la versione di Nicola Arigliano nel cd "Go man", con l'inconfondibile tromba di Enrico Rava.
E a proposito di questa convivenza tra classico e leggero, andiamo avanti e troviamo "Voglio vivere così", interpretato dal tenore Ferruccio Tagliavini, cantante dalla voce potente e frizzante allo stesso tempo, cosa che oggi si è un po' persa. Come già fatto per "Bongo, bongo" si consiglia caldamente la versione di Cristian De Sica.
Il trio Lescano, oltre che coadiuvare i principali interpreti della canzone italiana del periodo ante Seconda Guerra Mondiale, ha anche avuto un certo successo come gruppo solistico. A dimostrazione di ciò sta questo swing bello lento dedicato al camminare sotto la pioggia. È un brano che loda in maniera radicale la povertà, ma nonostante ciò è gradevolissimo.
Il brano successivo è "Boccucia di rosa", ma non riesco a ricordarmi chi nel cd lo canti. È molto buona l'interpretazione di Fred Buscaglione. Qui, ovviamente, il suo gruppo può lasciarsi andare, soprattutto Dino Arrigotti, suo grande pianista.
Torniamo a Domenico Modugno, questa volta con uno dei brani in lingua italiana scaturiti dalla collaborazione con Riccardo Pazzaglia, grande paroliere che purtroppo la gente ricorda solo per la sua apparizione in uno dei programmi di Arbore degli anni Ottanta. Stupendo è l'utilizzo degli intervalli della musica cinese con obbiettivo esotizzante, sperimentato già dal grande Odoardo Spadaro nella sua notevole "Canzone cinese". Il ritmo è a metà tra una polka ed un ritmo esotico.
Il cd continua con la versione femminile della già incontrata "Oh mamma mi ci vuole la fidanzata", che ovviamente diventa "Oh mamma mi ci vuol un fidanzato", che ascoltiamo da Nella Colombo.
Un cantante swing grandissimo, quanto Buscaglione, Carosone, Rabagliati od Otto, è sicuramente il torinese Ernesto Bonino, del quale ascoltiamo "Quindici anni". Per quanto riguarda questo cantante io sono legata alla sua versione (incisa con il solito Kramer) di "C'era una volta un piccolo naviglio".
Tornando a Buscaglione troviamo un suo brano spagnoleggiante dal titolo "Porfirio Villarosa", dedicato ad un "manovale alla viscosa" che pianta il lavoro e si dà alla bella vita! Stupendo, e devo dire che non mi dà fastidio l'uso delle ritmiche spagnole per un pezzo a scopo esoticheggiante. Ovviamente ciò si deve al fatto che il brano in questione sia suonato molto bene. Infatti, è stato già affermato durante questo articolo, in quegli anni i ritmi popolari non venivano sfruttati ma venivano studiati.
Subito dopo troviamo un elemento del sestetto dell'altro re indiscusso del night italiano anni Cinquanta. Mi riferisco a Peter Van Wood, che qualcuno ricorderà aver militato nello strampalato ma ottimo sestetto di Renato Carosone. Qui lo troviamo alle prese con un brano dedicato alla più grande mania dei napoletani, ossia il gioco del lotto. Il brano è un tipico ritmo binario (polka, Fado, che dir si voglia), giocato su un giro di tonica e dominante, ripreso paro paro da un brano qualsiasi della nostra tradizione. Il brano da una combinazione di numeri che sarebbe scaturita al protagonista da un sogno. Non vi racconto la canzone, mai sia, così ne approfittiamo anche per ricordaer questo artista scomparso di recente e ben presto dimenticato dai nostri media, sempre dietro al cantante di qualità discutibile magari straniero.
Ed eccoci ad un omaggio alla musica "sincopata", con un brano del Trio Lescano dal titolo "C'è un'orchestra sincopata". Il brano è un esempio di come, all'epoca si amasse pubblicizzare i principali cantanti ed orchestrali in canzoni. Un esempio di questo possono essere canzoni come "Natalino studia canto" (Natalino Otto), "Quando canta Rabagliati" (Alberto Rabagliati), "La famiglia canterina" (Alberto Rabagliati e Trio Lescano) oppure il finale del brano "Firenze" di Odoardo Spadaro, che nella sua prima incisione, Voce del padrone, si concludeva con la citazione della suddetta casa discografica.
Abbiamo citato in questo excursus sulle canzoni che contengono citazioni dei propri interpreti anche "Quando canta Rabagliati", swing sfiziosissimo dedicato alla voce del cantante milanese, abilissimo del "Rabagliar". Di questo brano esistono due versioni: la prima, che credo sia contenuta nella raccolta, è degli anni Quaranta mentre la seconda è degli anni Sessanta. Il finale, nei due casi, muta. Nella prima versione si cita Tito Schipa, tenore leccese tra i più noti d'inizio secolo, mentre nella seconda si cita Celentano. I due artisti sono nominati come esempi di interpreti forse più famosi ma non dotati della personalità di Rabagliati.
Nel 1954 il Quartetto Cetra partecipò al Festival diSanremo con il brano "Aveva un bavero", brano di ispirazione militaresca ma con una tenerezza disarmante. Da allora il gruppo prese l'abitudine di parodiare le principali canzoni di ogni edizione. È questo il caso di "Musetto", che viene tramutata (rispettosamente) in un dialogo telefonico tra vari personaggi, con tanto di rumore del caro e vecchio telefono analogico.
Torna anche Paolo Poli con un brevissimo brano dal titolo "Chi sono".
Speriamo di avervi fatto piacere con questi ricordi, mi auguro di poter recensire il secondo cofanetto al più presto!
Il doppio cofanetto ha un'impostazione spudoratamente swing, difatti inizia con una meravigliosa "ba, ba, baciami piccina", lanciata ed interpretata dal grandissimo Alberto Rabagliati (qui c'è solo musica originale di epoche lontane, niente rifacimenti moderni spesso insopportabili!). Il brano, secondo me, va notato soprattutto per la sua vigorosa sezione di trombe.
La seconda traccia del primo disco è una delle cosiddette "canzoni della fronda", quelle canzoni che, secondo malintenzionati, erano interpretabili in senso sovversivo. Mi riferisco a "Pippo non lo sa", che ascoltiamo da Silvana Fioresi coadiuvta dalle sorelle Lescan, tre grandi cantanti olandesi note in Italia con il nome di Trio Lescano. Il brano, si diceva, fosse dedicato a Starace, uno dei dirigenti di punta del P.N.F. Come sia è geniale e sfizioso, perché noi a livello di swing non avevamo niente da invidiare agli americani, soprattutto se a swingare era gente come Pippo Barzizza o Gorni Kramer.
E a proposito di grandi gruppi vocali che hanno caratterizzato dagli anni Quaranta e Cinquanta (loro sono arrivati anche molto più avanti, anzi la grande Lucia Mannucci credo sia ancora tra noi) troviamo il Quartetto Cetra, dal quale viene cantato un meraviglioso brano in dialetto milanese che porta la firma del sopracitato Gorni kramer, ottimo (anzi virtuoso!) ineguagliato interprete della fisarmonica jazz.
Subito dopo ritroviamo il trio Lescano al quale tocca di accompagnare l'ottimo tenore Enzo Aita, in un motivetto che ancora fa ricordare Giovanni D'Anzi, il grande maestro della canzone milanese, celebre autore del brano "oh mia bela madunina". La canzone che troviamo è un inno alle gambe delle donne, intitolata appunto "Ma le gambe". Per ricordare questo grande autore di canzoni ci si può procurare (credo con molta fatica) il cd a lui dedicato dal grande Memo Remigi.
Ci troviamo davanti ad un attore che canta, tendenza che non è mai scomparsa del tutto, anche se Alberto Sordi in questo caso non cantava in modo attoriale, anzi cantava correttamente. Il brano che ci permette di ricordarlo è un brano meno conosciuto dal titolo "Finalmente solo".
Subito dopo troviamo una spassosissima canzone americana ("Civilization") che ci viene proposta da un'incisione del 1949 da due interpreti importanti della musica di quegli anni. Da una parte troviamo Luciano Benevene, al quale viene affidato il ruolo dell'africano ribelle alle comodità e agli svaghi europei proposti da una ancora sconosciuta ma presto destinata al successo popolare Nilla Pizzi. Sinceramente è meglio sentire questa versione piuttosto che quella di Renzo Arbore nel suo pur pregevole e qui consigliato "Tonite Renzo swing". Infatti mi da abbastanza fastidio il microfono usato come se fosse un dialogo tra lo spazio e la terra, che il cantante foggiano utilizza per tre quarti del cd, ovviamente anche in questa traccia. Tra i rifacimenti di questa traccia mi preme di consigliarvi quello operato da Cristian De Sica per un cd dove rendeva omaggio ai brani che avevano segnato gli anni Trenta e Quaranta.
Dal Sanremo 1953 ripeschiamo la stupenda "Vecchio scarpone", lanciata da Giorgio Consolini in coppia con il grande baritono Gino Latilla. La versione che viene rimasterizzata nella raccolta è quella eseguita da quest'ultimo in coppia con il "Quintetto vocale". Spesso certi critici, ritenendo così di essere più competenti od intellettuali, tendono a snobbare questo repertorio, scordandosi che per una parte della popolazione italiana è composto da gioielli che, oltretutto, se li si guarda obbiettivamente, hanno anche un grande fascino dal punto di vista musicale. Voglio confessare, poi, che per me certi brani, come questo, racchiudono valori che noi dovremmo recuperare in occasione di questo centocinquantenario che, invece di unirci, sta servendo a dividerci.
Andando avanti di qualche anno riprendiamo un classico della canzone italiana ispirata a ritmi latini, ossia troviamo il "Mambo italiano", che abbiamo il piacere di ascoltare nella primigenia e bellissima interpretazione di Carla Boni, grande virtuosa degli anni Cinquanta. Voce semplice e leggera, senza pretese ma perfetta. Va anche detto che gli orchestrali sono molto bravi a rendere il mambo in maniera molto buona, l'uso dei fiati è estremamente convincente, ricorda un po' l'orchestra di Perez Prado.
Ed eccola la canzone che ha dato il titolo all'intera iniziativa, questa marcettina anni Venti.Trenta cantata dal grande Rodolfo De Angelis, forse antesignano della cosiddetta "Musica demenziale", anche se il comico era ottenuto tramite ottimi giochi di parole e non tanto attraverso la volgarità, come accade per certi gruppi moderni.
Ed eccoci al "reuccio" della canzone italiana, lo stornellatore romano per antonomasia, il cantante Claudio Pica in arte Claudio Villa. Da lui riascoltiamo "Fiorin Fiorello", una delle canzoni che hanno avuto l'onore dell'immortalità, tra quelle del repertorio anni Trenta. Anche in questo caso il brano ha una "coda" swing, molto bella anche se forse poco compatibile con ciò che la precede. Io infatti vorrei permettermi di consigliarvi la versione di Carlo Buti, grandissimo cantante toscano che ebbe il suo periodo d'oro negli anni Trenta.
Ed eccoci a Fred Buscaglione, che non viene sorpreso in una delle sue canzoni ironiche, ma bensì alle prese con un classico della melodia italiana, la bellissima "Non partir", ancora una volta uscita dalla penna di Giovanni D'Anzi. La versione di Buscaglione è bella, ma forse sarebbe stato meglio affidare questa canzone ad un cantante dall'impostazione meno swing. Comunque va riconosciuta a Buscaglione abilità, e agli Asternovas (suo gruppo d'accompagnamento) umiltà nel non piegare mai al swing questo bellissimo brano melodico.
Continuando si trova una canzone napoletana tra le più famose e classiche, la bellissima "Malafemmena", che troviamo interpretata da Giacomo Rondinella, suo primo interprete. Come si sa questo brano fu scritto da Totò per questo grande cantante napoletano, che giustamente era il suo preferito. Il brano è nato con un bellissimo ritmo di habanera veloce, accompagnata da un'orchestra dove gli archi lasciano posto ai fiati come sezione predominante. La voce di Rondinella si stende sulle parole con una grande signorilità, pronunciandole con pathos che però non sfocia mai nel patetismo.
Si torna al swing con la versione originale di "Mamma voglio anch'io la fidanzata", che ascoltiamo da Natale Codognotto, cantante genovese rimasto noto con il nome artistico di Natalino Otto. Con lui c'è, ancora una volta, l'orchestra del grande Kramer, che si prodiga in uno dei suoi storici assoli di fisarmonica jazz (senza cassotto!). Questa secondo me non è la migliore versione del brano, molto più interessante, anche solo per la qualità dell'audio indubbiamente superiore, è quella incisa con Franco Cerri e il suo gruppo qualche anno dopo (negli anni Cinquanta). Sconsigliata, ovvio, invece quella degli Articolo 31, che, secondo me, non ha contribuito per niente alla divulgazione della figura di Natalino Otto. Se si vuole approfondire questo grande artista si può visitare il sito www.youtube.com/barzottone, oltre all'impagabile www.youtube.com/ildiscobolo, completamente dedicato ai supporti storici.
Negli anni Trenta (e fino all'avvento del rock and roll è stato così) non c'era frattura tra la canzone italiana e quella dialettale, infatti la prima si nutriva umilmente e quasi amava confluire nella seconda. Un esempio è la figura del grande Odoardo Spadaro (detto "spadaccino"), di cui abbiamo il piacere di ascoltare "Sullacarrozzella", in una versione incisa dal cantante negli anni Cinquanta. Molto bella, anche se in questo caso vi consiglierei di ascoltare quella incisa negli anni Trenta con Kramer. Il brano, e tutto il repertorio di Spadaro, è specchio di una fiorentinità popolare che ora non esiste più.
E a proposito di grandi toscani, andando avanti ritroviamo l'attore Paolo Poli. Il brano presente nella raccolta non me lo ricordo, quindi io divago e ne approfitto per consigliarvi una sua personalissima (ma rispettosa!) incisione della versione toscana del canto spesso conosciuto come "Le tre sorelle", contenuta in un volume della raccolta della canzone italiana curata da Renzo Arbore prima che decidesse che la sua missione sarebbe stata sputtanare le canzoni napoletane. Bellissimo lo sdoppiamento che Poli opera tra la sua voce "normale" e quella falsettatissima che usa per imitare la donna. Geniale!
Ed a proposito di grandi del swing, ecco la grande bacchetta di Pippo Barzizza, questa volta alle prese con un classico del swing all'italiana, ossia la sempre verde e piacevole "Quel motivetto che mi piace tanto", che il maestro esegue dirigendo l'Orchestra Blue Stars. Io vi consiglio di ascoltare la versione di Nicola Arigliano, incisa con il suo impagabile trio (Ascolese, Vannucchi, Tatti) nel cd "Colpevole" (2005).
Prima avevamo citato il connubio tra musica italiana e dialettale, infatti ora troviamo colui che ha più di ogni altro basato la sua carriera sulla convivenza e l'osmosi di questi due mondi. Mi riferisco a Domenico Modugno, del quale abbiamo l'onore di ascoltare uno dei suoi brani brindisini (non siciliani, smettiamola! Dopo, con l'aiuto della moglie ha effettivamente riportato il suo repertorio in siciliano, ma non all'inizio!). Il brano che ascoltiamo è "La donna riccia", sfiziosissima ballata contro le donne con questo taglio di capelli (anche se poi il cantante assolve la propria amata... va bene!). Bellissima questa versione per sola voce e chitarra, sconsigliati tutti i rifacimenti nessuno escluso.
Subito dopo facciamo un salto in Francia, anche se il classico che ci troviamo di fronte è interpretato da una grande voce italiana, ossia da Milva. Il brano che troviamo è "Milord", lanciato da Edith Piaf e tradotto abbastanza bene in italiano. L'unica critica, forse è che il giro di "musette" per noi risulta artificioso.
E ci troviamo davanti ad un altro brano minore, ripescato dal repertorio del Duo Fasano, risposta tardiva e poco convincente al Trio Lescano. Il brano non me lo ricordo, si chiama "Ragazzo dello swing".
Troviamo Totò, che recita una sua brevissima ma fulminante poesia in lingua napoletana, perché non ci si deve dimenticare mai che il poeta era altrettanto bravo dell'attore (anzi forse di più!).
Il volume secondo di questo primo cofanetto si apre con "Maramao perché sei morto", una canzoncina "sincopata", riportata forse con troppa tracotanza dai jazzisti verso ritmi standard che non le si addicono (sconsigliata la versione di Arigliano!). La versione che ascoltiamo è l'originale interpretata da una sconosciuta Maria Iottini coadiuvata dal Trio Lescano (a volte tornano!).
Proseguendo troviamo un altro attore che ha dimostrato ampiamente il suo talento anche a livello canoro. mi riferisco al grande Vittorio De Sica, di cui ascoltiamo la sfiziosissima e mai dimenticata "Dammi un bacio e ti dico di sì", canzoncina sincopata cantata insieme ad Elsa Merlini. Forse la voce di lei è poco convincente in un ambito sincopato, ma buon brano, leggero e gradevole come ora non se ne fanno.
Dal Sanremo 1952 ripeschiamo un'altra canzone che qualche malintenzionato ha interpretato come una metafora della situazione geopolitica (di allora e di sempre!) dell'Italia: i "papaveri" sarebbero gli Stati Uniti, mentre la "paperina", che non si può ribellare perché è condannata alla subalternità da un destino avverso sarebbe la nostra bella penisola. Anche se il brano è sicuramente leggero ed in fondo gradevole, lancia un messaggio che non condivido. Comunque musicalmente è carino, è una tarantella di tipo centro-meridionale (non salentino insomma), con una particina in minore prima di andare col mitico "Lo sai che i papaveri...". La voce di Nilla Pizzi qui ha un colore leggero per niente patetico, indimenticabile comunque.
Continuando troviamo il primo brano di cui non mi sovvengo, la canzone "Che musetto", cantata da un certo Elio liotti.
Ed eccoci ad un momento militaresco, con "Passo di corsa", eseguita dai Bersaglieri. Non mi piacciono le bande, e in generale non amo i gruppi costituiti da strumenti della stessa famiglia.
Ed eccoci ad una romanza, pezzo fondamentale della cultura musicale di quel periodo, perché se la musica leggera non aveva ancora rotto con la musica popolare (per fortuna!) non aveva nemmeno staccato i ponti con la classica. Ascoltiamo la voce di quello che da molti è ritenuto il miglior soprano di tutti i tempi, la greca Maria Callas.
Nel secondo cd torna Rodolfo De Angelis con un brano che non mi sovviene dal titolo "Babà, Bebè, Bubù".
Ed eccoci al "Pinguino innamorato", brano che ascoltiamo nella sua versione originale, quella di Silvana Fioresi (famosa anche per "L'uccellino della radio") coadiuvata un'altra volta dal Trio Lescano. È notevole anche la versione di Nicola Arigliano nel cd "Go man", con l'inconfondibile tromba di Enrico Rava.
E a proposito di questa convivenza tra classico e leggero, andiamo avanti e troviamo "Voglio vivere così", interpretato dal tenore Ferruccio Tagliavini, cantante dalla voce potente e frizzante allo stesso tempo, cosa che oggi si è un po' persa. Come già fatto per "Bongo, bongo" si consiglia caldamente la versione di Cristian De Sica.
Il trio Lescano, oltre che coadiuvare i principali interpreti della canzone italiana del periodo ante Seconda Guerra Mondiale, ha anche avuto un certo successo come gruppo solistico. A dimostrazione di ciò sta questo swing bello lento dedicato al camminare sotto la pioggia. È un brano che loda in maniera radicale la povertà, ma nonostante ciò è gradevolissimo.
Il brano successivo è "Boccucia di rosa", ma non riesco a ricordarmi chi nel cd lo canti. È molto buona l'interpretazione di Fred Buscaglione. Qui, ovviamente, il suo gruppo può lasciarsi andare, soprattutto Dino Arrigotti, suo grande pianista.
Torniamo a Domenico Modugno, questa volta con uno dei brani in lingua italiana scaturiti dalla collaborazione con Riccardo Pazzaglia, grande paroliere che purtroppo la gente ricorda solo per la sua apparizione in uno dei programmi di Arbore degli anni Ottanta. Stupendo è l'utilizzo degli intervalli della musica cinese con obbiettivo esotizzante, sperimentato già dal grande Odoardo Spadaro nella sua notevole "Canzone cinese". Il ritmo è a metà tra una polka ed un ritmo esotico.
Il cd continua con la versione femminile della già incontrata "Oh mamma mi ci vuole la fidanzata", che ovviamente diventa "Oh mamma mi ci vuol un fidanzato", che ascoltiamo da Nella Colombo.
Un cantante swing grandissimo, quanto Buscaglione, Carosone, Rabagliati od Otto, è sicuramente il torinese Ernesto Bonino, del quale ascoltiamo "Quindici anni". Per quanto riguarda questo cantante io sono legata alla sua versione (incisa con il solito Kramer) di "C'era una volta un piccolo naviglio".
Tornando a Buscaglione troviamo un suo brano spagnoleggiante dal titolo "Porfirio Villarosa", dedicato ad un "manovale alla viscosa" che pianta il lavoro e si dà alla bella vita! Stupendo, e devo dire che non mi dà fastidio l'uso delle ritmiche spagnole per un pezzo a scopo esoticheggiante. Ovviamente ciò si deve al fatto che il brano in questione sia suonato molto bene. Infatti, è stato già affermato durante questo articolo, in quegli anni i ritmi popolari non venivano sfruttati ma venivano studiati.
Subito dopo troviamo un elemento del sestetto dell'altro re indiscusso del night italiano anni Cinquanta. Mi riferisco a Peter Van Wood, che qualcuno ricorderà aver militato nello strampalato ma ottimo sestetto di Renato Carosone. Qui lo troviamo alle prese con un brano dedicato alla più grande mania dei napoletani, ossia il gioco del lotto. Il brano è un tipico ritmo binario (polka, Fado, che dir si voglia), giocato su un giro di tonica e dominante, ripreso paro paro da un brano qualsiasi della nostra tradizione. Il brano da una combinazione di numeri che sarebbe scaturita al protagonista da un sogno. Non vi racconto la canzone, mai sia, così ne approfittiamo anche per ricordaer questo artista scomparso di recente e ben presto dimenticato dai nostri media, sempre dietro al cantante di qualità discutibile magari straniero.
Ed eccoci ad un omaggio alla musica "sincopata", con un brano del Trio Lescano dal titolo "C'è un'orchestra sincopata". Il brano è un esempio di come, all'epoca si amasse pubblicizzare i principali cantanti ed orchestrali in canzoni. Un esempio di questo possono essere canzoni come "Natalino studia canto" (Natalino Otto), "Quando canta Rabagliati" (Alberto Rabagliati), "La famiglia canterina" (Alberto Rabagliati e Trio Lescano) oppure il finale del brano "Firenze" di Odoardo Spadaro, che nella sua prima incisione, Voce del padrone, si concludeva con la citazione della suddetta casa discografica.
Abbiamo citato in questo excursus sulle canzoni che contengono citazioni dei propri interpreti anche "Quando canta Rabagliati", swing sfiziosissimo dedicato alla voce del cantante milanese, abilissimo del "Rabagliar". Di questo brano esistono due versioni: la prima, che credo sia contenuta nella raccolta, è degli anni Quaranta mentre la seconda è degli anni Sessanta. Il finale, nei due casi, muta. Nella prima versione si cita Tito Schipa, tenore leccese tra i più noti d'inizio secolo, mentre nella seconda si cita Celentano. I due artisti sono nominati come esempi di interpreti forse più famosi ma non dotati della personalità di Rabagliati.
Nel 1954 il Quartetto Cetra partecipò al Festival diSanremo con il brano "Aveva un bavero", brano di ispirazione militaresca ma con una tenerezza disarmante. Da allora il gruppo prese l'abitudine di parodiare le principali canzoni di ogni edizione. È questo il caso di "Musetto", che viene tramutata (rispettosamente) in un dialogo telefonico tra vari personaggi, con tanto di rumore del caro e vecchio telefono analogico.
Torna anche Paolo Poli con un brevissimo brano dal titolo "Chi sono".
Speriamo di avervi fatto piacere con questi ricordi, mi auguro di poter recensire il secondo cofanetto al più presto!
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