Visualizzazione post con etichetta agorà. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta agorà. Mostra tutti i post

martedì 16 agosto 2011

Agorà: "Io, pizzica... e tu..."

Carissimi lettori, sono appena tornata dal Salento, dove ho assistito a moltissimi concerti e comprato e ricevuto qualche disco degno di essere recensito.
Questa sera pago il pegno di gratitudine più grande, quello nei confronti del gruppo specchiese degli Agorà (visitate il loro sito all'indirizzo www.agoracantiantichi.net). Ho avuto la fortuna di vedere all'opera questo gruppo amatoriale ma non per questo peggiore di molti professionisti (nel Salento spesso dilettantismo significa attaccamento alla vera tradizione, quindi qualità). Il gruppo suonava in una ventosissima serata a Torre Pali. In quell'occasione ho avuto la possibilità di ricevere il cd (in regalo) uscito l'anno scorso dal titolo "Io, pizzica... e tu...".
Il percorso del gruppo, dal pregevole "Canti antichi" fino a questo perfetto ultimo disco, ha avuto una tappa intermedia nel già qui recensito "Canti de na fiata".

Il disco inizia con un inedito che racconta come sia cambiata la raccolta delle olive (giusto per dimostrare che, come diceva Raheli, una delle strade possibili per la sopravvivenza e il rinnovamento della musica popolare salentina è la composizione di "Nuova vecchia musica salentina". Il brano, intitolato "Lu trappitu", è stato scritto da Saverio Fonseca, affabile signore a cui tocca dirigere questa grande piccola nave della musica popolare salentina. La canzone ha il ritmo della tarantella, il giro tonica-dominante-sottodominante, quindi niente astrusità. Stupenda!

La seconda traccia è una perfetta "Pizzica di Cutrofiano" interpretata magistralmente da Maria Rimini e una voce maschile (forse quella di Giacomo casciaro) che in questo cd suona anche i flauti e il mandolino, forse lo strumento principe della grande elevazione stilistica del gruppo specchiese. Mai, infatti, nessuno strumento straniero potrà rimandarmi un centesimo della leggerezza magica del mandolino. Il brano non è veloce, anzi, è una delle pizziche più "stanche" e coinvolgenti che io abbia mai sentito. Il testo è quello degli Ucci, con qualche variante frutto di accurate e personali ricerche sul campo.

Sempre a tempo di pizzica arriva la bellissima "Quando te vitti", bella pizzica in minore sempre fatta sul giro tonica-dominante-sottodominante. Le strofe tradizionali sono interpretate da Maria Rimini, bella e ormai matura voce del gruppo, con l'aiuto di una voce maschile, che prende delle note che modernamente sono spesso eseguite dalle
donne.

Nel ritornello si omaggia Cosimino Surdo, il quale, invece di utilizzare il solito "Beddhra l'amore e ci la sape fa", intercalava le strofe della sua bellissima pizzica con un "Amame beddhra e nun me bbandunà".

Alla quarta traccia si arriva al primo valzerino del cd, con una bellissima "la fija de lu massaru", che ricorda in molti aspetti certe cantate del patriarca della musica popolare salentina Uccio Aloisi, morto qualche mese fa, e molto poco ricordato nel Salento anche da chi dice di volerlo ricordare.

In questo brano si dimostra ancora una volta che, proprio per i numerosi ostacoli che gli si frapponevano da parte di una società profondamente ingiusta, l'amore dei contadini poiché raro è forse più puro. Il brano scorre leggerissimo come tutto il cd, che prende in maniera assoluta chi ancora sa apprezzare questa musica per quello che è, un genere senza mediazioni.

Quando si torna alla pizzica si arriva ad un collage di strofe tradizionali, dove il giovane Giacomo Casciaro dimostra tutta la sua insuperabile abilità nei ricami su sol centrali sulla "a" della parola "fijata" del comune, ma non per questo stancante, ritornello "Na, na, na, comu balla fijata e ne pizzicau lu core mamma mia ce dulore".

Anche in questa pizzica, insieme a strofe comuni, si sentono assolute gemme di rarità poetica inusitata (agli autori di canzoni politiche a orologeria... meditate gente meditate!).

Solo nelle due ripetizioni della prima strofa si sente il "Beddhru l'amore e ci lu sape fa", ma non stanca.

La mandola che conclude il tutto da veramente la sensazione di essere noi la stella che compare a levante.

Sulla melodia del già di per sé raro canto "'Ntunucciu", riproposto veramente in contate occasioni quasi solo dai gruppi ricollegabili alla prima ondata della musica popolare salentina (Canzoniere e Aramirè in primis) si ascolta un testo in griko cantato dalla cantante femminile aiutata da questi particolari controcanti maschili che andrebbero a toccare note che, solo per spiccata tendenza al convenzionale, consideriamo caparbiamente femminili. Mentre la cantante interpreta con durezza, la voce maschile, pur restituendo il medesimo respiro, addolcisce molto il canto creando un interessantissimo contrasto.

Quando si torna a cantare in salentino lo si fa con l'unico momento un po' fiacco del cd, una versione lenta, simile a quella degli Zoè in "Terra" (pur nella profonda diversità della rielaborazione) di "Nia, nia, nia". Musicalmente sinceramente il brano è un po' troppo elaborato, soprattutto per quanto riguarda l'ultimissima parte del giro del canto, che poi, come nella più autentica tradizione salentina, corrisponde con la completa esplicitazione di ogni singolo distico. Il brano, comunque, è interessante per quanto riguarda il testo. Infatti, ancora una volta, oltre a qualche strofa del testo leccese spesso cantato a pizzica, si assiste ad assolute novità.

Così come per "Lu rusciu de lu mare" nel precedente "Canti de na fiata", anche qui abbiamo due versioni di questo testo. Contrariamente al precedente citato, però, qui le strofe non corrispondono per tutto il tempo. La melodia utilizzata, altro merito agli Agorà, è quella di Luigi Stifani che costui interpreta a filastrocca nel cd "Io al Santo ci credo" allegato all'omonimo libro delle Edizioni Aramirè di Lecce, utilizzata dagli stessi Aramirè in maniera molto buona per la loroversione, unica pubblicata ufficialmente, del classico "Opilllopillopì".

E si torna al valzer, cantando una melodia che gli Zimba (vedere il cd allegato al libro "Zimba voci, suoni e ritmi di Aradeo" delle Edizioni Kurumuny diLuigi Chiriatti) utilizzava per rivendicazioni o consigli sulle lotte alle tabacchine del paese. Il testo qui, invece, è bucolico, forse anche troppo, ma forse anche questo era la musica popolare, anzi forse lo era anche più di quanto fosse questo veicolo di lotta che secondo molti, in maniera estremistica, sarebbe così importante nel folklore salentino, anzi addirittura lo monopolizzerebbe.

Melodia leggera e bella, ispira libertà e gaiezza, anche grazie alla mandola, la cui profondità non dà fastidio, perché non utilizzata in maniera mediterranea (bella ma ormai comune nella musica salentina) ma tendente ad un'italianità spesso dimenticata, in nome di pretesi globalismi o glocalismi che ovviamente è la nostra radice più grande.

La traccia successiva, con la quale si torna alla pizzica, è una versione molto buona, anche se forse non molto convincente perché tradotta dal dialetto d'origine al leccese, della "Pizzica di Torchiarolo", con il testo riportato alla luce di recente da Enza Pagliara.

Ancora una volta ritroviamo questa pizzica, forse per gli standard di certa gente "stanca", ma per me, proprio perché tale, coinvolgente e anche interessante per la possibilità di essere portati dall'arte del gruppo fino a profondità dove la velocità non porta.

La voce del cantante è molto vicina ai portatori della tradizione, è dura e graffiante, niente a che vedere con gli atteggiamenti da "Sanremo dei proletari" che si vedranno tra una decina di giorni a Melpignano.

La mandola cesella leggermente variato il tema vocalizzato nel ritornello, così si va avanti lentamente ma irreparabilmente nella pizzica.

Avrete forse capito che ritengo una lezione grandiosa questo cd, a chi pensa che questa musica vada fatta facendo caciara.

E utilizzando un ritmo latino completamente entrato nella nostra tradizione si interpreta un carinissimo canto da osteria intitolato spesso "Na mujere vascia vascia. una coppia tenta di separarsi minacciando l'altro componente di non farne più parte perché costui (o costei) sarà data, ma poi tutto si risolve per il meglio. Curiose certe inflessioni napoletane nella pronuncia della frase "nui ci ulimu bene", presente nel ritornello. Questo è uno di quei canti che potrebbe continuare all'infinito, per la sua circolarità. Vediamo se anche questo repertorio, tramite qualche coraggioso tra cui gli Agorà, i Calanti e i Briganti di Terra d'Otranto, acquista la dignità che ha acquistato (o fatto finta di acquistare...) la pizzica. Anche qui la mandola cesella il brano con interessanti note ribattute in corrispondenza di ogni pausa.

La penultima traccia, insieme alla seconda, è da sempre (ossia dai cinque giorni in cui ho potuto assaporare il cd) la mia preferita. Il brano si sviluppa in una vorticosa (ma sempre "stanca" e leggerissima) pizzica di Aradeo, inpreziosita dai voli del flauto irlandese, che se fosse meno leggero, diventerebbe, come per miracolo, uno di quei flautini che si sentono in qualche traccia del cd "Le tradizioni musicali in Puglia vol. 3" di Giuseppe Michele Gala.

Anche qui, pur nella relativa stabilità e frequenza delle strofe, si assiste a qualche succulenta novità che non vi anticipo, costringendo chi avrà la curiosità sufficiente, a provare a prendere il cd magari ad uno dei bellissimi concerti del gruppo specchiese.

Va detto, per la cronaca, che anche per quanto riguarda le voci, il gruppo, pur non rinunciando alle sue caratteristiche veramente tradizionali, è migliorato infinitamente.

L'ultima traccia è una tarantelluccia che ricorda da una parte "lu scarparu" cantata dagli Alla Bua nel cd "Stella lucente" del 1999, dall'altra, ampliata credo, una poesia di Cesare Monte, il cui repertorio suonato con gli strumenti del Sud è anche carino. Bellissimi i controcanti di due mandole, una sulle note sottto l'ottava centrale del piano e l'altra sopra.

Avete voglia di fare un po' di festa e magari ubriacarvi anche di semplicità? Ascoltatevi l'ultimo prezioso cd degli Agorà.



martedì 12 maggio 2009

I Canti de 'na fiata" ed altre storie.

Carissimi lettori, mi va questa sera, rimanendo in tema salentino, di elogiare un cd ed un gruppo non molto conosciuto, di cui non ho neanche sentito parlare i "puristi" di http://www.pizzicata.it/.
Il gruppo in questione si chiama Agorà, è originario di Specchia, paesino del basso Salento, ed il cd di cui voglio particolareggiatamente parlarvi, dopo averlo già citato qualche altra volta come esempio di riproposta da me apprezzata, si intitola "Canti de na fiata". Credo che, in questo periodo in cui si pensa che senza rinnovare ed innovare il repertorio della tradizione non si fa niente di interessante, questo disco sia uno dei più folgoranti esempi del contrario. Non vi preoccupate, che come ogni opera umana non è perfetto, e non pensate che non ci abbia trovato difetti.
Intanto, direi che il titolo, per le ragioni citate sopra è provocatorio, perché, e si potrebbe decodificare con una semplice riminiscenza dantesca, significa "Canti di una volta". Non è, signori, uno dei tanti esempi di disco pseudotradizionale o con brani che di tradizionale hanno ben poco, è il secondo album di un gruppo che, con estrema coerenza, esegue solamente "canti antichi" (purtroppo non so con quanta bravura, dato che non ho mai visto un loro concerto dal vivo).
Io conobbi questo gruppo moltissimo tempo fa, prima di venire per la prima ed unica volta in Puglia, perché mi avevano regalato il loro primo ed unico disco uscito sino ad allora, il pregevole "Canti antichi" sopra citato. Questo, e lo dico subito, non fu un cd che fece scoppiare in me una grossa passione, ma mi fece stimare il gruppo, che da ricerche effettuate anche in posti dove si vendeva la musica popolare, mi riferisco al Salento ovviamente, mi risultò essere uno dei meno conosciuti.
Per circa tre anni, fino all'anno scorso, non ebbi occasione di cercare loro notizie. Sono stata piacevolmente riportata sulla buona strada dal programma della Notte Della Taranta, che in una delle serate "premelpignanesche", li vedeva copartecipare addirittura insieme a quello che io ritengo il migliore gruppo di musica popolare salentina: gli Zoè! Portata da questo e da un piacevolissimo sospetto, sono passata sul loro sito, http://www.agoracantiantichi.net/, ed ho sentito alcuni pezzettini dei "Canti de na fiata". Dico sinceramente, signori miei, questo gruppo ha avuto la virtù di migliorare invece di peggiorare. Il cd, e questo è uno dei motivi che lo rende bello, ha la collaborazione del grandissimo Carlo "Canaglia" ai tamburi, e conta nel suo organico con un mandolino magico, che dà sicuramente quella cantabilità, che manca a qualsiasi chitarra solista.
La prima traccia del cd, quella che mi ha fatto venire la prima, istintiva ed irrefrenabile voglia di averlo, è una bellissima, semplice e festosissima versione di "Quantave". Mi si potrebbe replicare, e già vedo chi lo fa, che è un brano sfruttato, che come lo fanno gli Agorà, ossia a pizzica, ce lo fanno tutti, oltretutto la versione "di campo" è lenta. La versione tradizionale io la conosco bene, ma suonata in quel modo, con quell'immediatezza, con quella voglia di coinvolgere la gente non in pogopizzica ma in ballo spontaneo, beh è assolutamente tra le poche versioni che si possano ascoltare.
L'unico neo, ed è grosso e generale rispetto al cd, è la voce della donna che canta. L'ho già detto, ma a me piace ripetere le cose dove serve, la riproposta deve essere intonata, anche chi fa musica popolare deve riconoscersi in standard di "accordatura" di nota moderni, ovvio non si deve arrivare agli estremi della Notte Della Taranta dove la pizzica si canta come musica leggera, ma si dovrebbe utilizzare la "filosofia di canto" degli anziani in modo moderno (c'è già chi lo fa, Cinzia Marzo in primis). La voce femminile, elemento a cui io do un'importanza particolare, perché credo in una certa "femminilità" insita nella musica salentina, purtroppo è stonata, non perché abbia studiato le emissioni tipiche salentine, ma perché lo è e punto. Comunque, a me il brano piace ed ha una "festosità" unica. Vi posso giurare che io, che non sono una che si fa "cotulare lu pete" (muovere il piede) dalla qualsiasi, mi butto in balli sfrenati da seduta, che farebbero invidia ai migliori ballerini.
Il secondo brano, uno dei motivi che mi fa ritenere questo cd un gioiello, è un valzerino intitolato "Beddha ci dormi". E' un canto che non credo sia stato molto riproposto, meno ancora in veste rispettosa. Io l'avevo sentito per la prima ed unica volta, e ve la voglio raccontare, ad un concerto di un gruppo chiamato Orchestrina salentina (che tra l'altro ha una delle più belle voci di basso popolare di tutto il Salento). A fine concerto, mentre parlavo con il chitarrista, lui, sconvolto ed inorgoglito dal fatto che io sapessi tutto ciò che so sulla musica della sua terra, mi ha detto, con un'aria quasi di sfida: "Non mi dire che conoscevi anche quella con cui abbiamo aperto il concerto!". Io, che ho una calamita nei confronti degli inediti sentiti live, gli dissi che non la conoscevo e che mi aveva colpito. Sono restata, durante tutto il periodo di attesa dei "Canti de na fiata", a sprecare il fiato per maledirmi del fatto di non aver neanche tentato di registrare il concerto del gruppo citato. Devo dire che la versione degli Agorà è molto peggiore rispetto a quella che avevo sentito in precedenza, ma comunque il paragone è fatto tra due cose belle. Qui, l'unica versione che esiste su disco in mio possesso perché l'Orchestrina salentina di fare dischi non ne vuole sapere, è molto popolaresca, ed è cantata, nonostante che come "Quantave" parli chiaramente dal punto di vista maschile, dalla donna. So che la tradizione non si fa di queste remore, ma io, che vengo da una serie di esperienze d'ascolto legate a musiche dove questo ha molta importanza, come il fado portoghese, ci tengo.
Venendo tecnicamente al brano, è molto popolare, e forse si rispetta poco l'anima di serenata, si fa troppa festa, anche grazie ad uno strumento (che non so se siano nacchere o cucchiai), che fa uno stranissimo e abbastanza pesante rullato, che va credo in controtempo rispetto al tamburello, che comunque, come è consuetudine degli Agorà, non batte mai troppo forte.
Subito dopo troviamo un brano di cui io possiedo svariate versioni in vari dialetti, dal romano al calabrese, intitolato "La zita". E' un'elencazione, spero esagerata, dei piatti che si potevano mangiare nei luculliani matrimoni contadini o immaginati da questo nobilissimo gruppo sociale. La versione degli Agorà, come è giusto che sia, è a pizzica, e vi si trova un punto, l'ultimo, dove, dato che alla sposa era passato l'appetito, si mette piacevolmente a letto con il suo maritino nuovo di zecca. Anche questa, ma non ho niente da ridire, è cantata dalla voce femminile, o meglio da una delle due voci femminili del gruppo.
Dopodiché, per continuare e non esaurire la serie di brani che mancavano alla mia buona collezione di musica popolare salentina, arriva "Ninella de Calimera", che gli agorà tarantano ma non troppo, resta il ritmo alla Ucci maniera (che ho conosciuto dopo), fa capolino solo una bellissima e semplicissima ma poco usata terzina scandita lentamente. Giusto per dimostrare che gli Agorà hanno perso il difetto di copiare dagli altri (nel cd precedente c'era una "Santu Paulu" che aveva un vocalizzo come chiusura, che a chi è un minimo edotto di "Officina", puzzerebbe di imitazione), le strofe non sono quelle degli Ucci, ma sono liberamente mischiate, rigorosamente prese dalla tradizione perché il gruppo fa canti antichi, ma messe insieme con personalità. Qui fa capolino una voce maschile, che come tutte quelle del gruppo è tutto meno che perfetta. Lo stile del gruppo non mi viene di descriverlo, perché è abbastanza scontato per chi fa musica popolare, ma preferisco questo a molti lavori di gente che si ritiene innovatrice e distrugge tutto! (Alla Bua questa è anche per voi!).
Subito dopo arriva "Lu rusciu de lu mare", che il gruppo ha saggiamente diviso in due tracce, così ognuno si ascolta quello che più gli aggrada. La versione prescelta è quella in minore in tutti due i casi, ma la prima parte è lenta ed anche un po' sofisticata, (forse non c'entra niente con lo stile del gruppo), mentre la seconda, pizzica travolgente e dolce, è completamente compatibile con lo stile degli specchiesi.
Venendo tecnicamente alla descrizione breve della prima delle due tracce, si può dire che è quella più originale, più lontana quantomeno dai modelli che conosco. Ha un ritmo inclassificabile, ed è accompagnata semplicemente da una chitarra acustica, una tammorra che entra in modo libero in corrispondenza di una determinata parte della scansione ritmica, ed un mandolino che tra strofa e strofa ricama un semplicissimo giro, il cui modello è probabilmente la già citata "Officina". Come sempre quando la si esegue in due parti, la strofa mancante dalla prima è quella che io amo di più: "E vola vola vola palomma vola,
e vola vola vola palomma mia;
ca ieu lu core meu te l'aggiu dare".
La seconda parte, quella che io preferisco, conservando il giro di mandolino della prima, arricchisce notevolmente il bagaglio di strumenti con cui è eseguita, diventando una normale, semplice e coinvolgente pizzica. Per quanto riguarda le strofe, poi, va detto che il canto, non mi ricordo chi l'avesse già fatto ma ne ricordo un esempio, invece di partire con la strofa che comunemente da inizio al brano, parte da "Lu rusciu de lu mare...".
Subito dopo, carissimi alfieri della necessità di innovare ad ogni costo il repertorio, arriva un pezzo che voi detestate: il "Fior di tutti fiori". Fate come vi pare, ma io l'adoro, e questa versione è tra le migliori, anzi la migliore che io abbia mai potuto sentire. Gli Agorà non hanno voluto "strappare" niente a questo canto (Zoè: cosa avete fatto a questo brano in "Crita"? L'avete solo appesantito, anche se così mi avete fatto venire un'idea di rielaborazione diversa). Così come era "'na fiata", gli Agorà ce lo restituiscono con lo stesso ritmo, la stessa melodia, le stesse strofe, solo accompagnato dagli strumenti, che per il solo fatto di suonare spessissimo tutti insieme, arrivano ad avere un ruolo innovativo, finalmente preponderante, senza le esagerazioni di cosiddetti gruppi innovatori o contaminatori, spessissimo disonestissimi. Trovo mirabile, oltretutto, il fatto che la voce principale, un giovane che come tutti gli Agorà non è perfettamente intonato, si lasci rispondere dagli altri, che fra l'altro si fanno controcanti di una bellezza che veramente qualcuno se li dovrebbe imparare a memoria.
Il brano successivo, un po' malizioso certamente, mancava nella mia collezione di brani riproposti,. Penso, oltretutto, che l'unico che avesse fatto un tentativo di rielaborarlo, si intende a parità di melodia e quasi parità di testo, fosse stato il calabro-siculo, legato alla Puglia da notevoli rapporti di ricercatore sul campo, Otello Profazio (il brano si trova nel disco "Il filo di seta" e si intitola "Quannu l'aceddrhu pizzica la fica"). Se Profazio, al solito suo ne fa una versione "confidenziale", voce e chitarra, il gruppo salentino la riporta verso gli stilemi più propriamente legati alla salentinità, mettendoci però uno sguaiatissimo tamburello (quando non si fanno le pizziche si dovrebbe usare la tammorra muta!). Per il resto il brano, interpretato anche qui da una delle due voci femminili, è molto piacevole.
il prossimo brano, "L'acqua de la funtana", mancava completamente alla mia collezione, e posso affermare di non averlo praticamente mai sentito prima di avere il disco, se non al già citato concerto dell'Orchestrina salentina, fatto in una versione tamburelli e voce, con un numero imprecisato di membrane e cimbali che suonavano, di mani che battevano sui tamburi, talmente forte da farmi venire il mal di testa (e ce ne vuole!). La versione degli Agorà, signori miei, invece, è piacevolissima, un po' sguaiata, ma nel Salento, se noi paragoniamo la "riproposta" ad una tavola, c'è chi si mette completamente a destra, (mettiamo i contaminatori che m'hanno stancato modello Mascarimirì), e chi si mette a sinistra (chi imita gli anziani, tipo gli Agorà). Io, signori miei, non condivido nessuno di questi due approcci, ma, per fare un paragone politico, preferisco Diliberto a Storace! A me, l'ho già detto ma sono un mulo che ogni tanto si inceppa, piace chi sta in mezzo, ossia quelli nel cui lavoro tu non riesci, se non a costo di ridurne l'entità od il valore, a capire dove sta la tradizione o la modernità (mi riferisco agli Zoè di "Crita" e "Live in Japan").
Subito dopo arriva "aremu rendineddhamu", brano che, come molti in griko, è diventato tradizionale, anche se forse ha l'autore (non lo so ma mi suona di sì). La versione degli Agorà è un po' troppo veloce, troppo valzerata, troppo tamburellata (vedere sopra su come credo si dovrebbero fare i ritmi ternari lenti). La cosa che mi manda in bestia, però, è soprattutto il fatto che i cantanti, scordandosi completamente del testo che cantano (che è un'invocazione all'inseparabile rondinella affinché ci racconti un po' la sua storia ed i suoi voli), si gettano in canti quasi goliardici, come se stessero "'ntr'a 'na putia" (in un'osteria). Posso giurarvi che, è molto ma molto più espressiva, la versione data dai "Cantori di Martano" nel dvd "Cu li trapassa l'anima e lu core": loro, perlomeno, da anziani e grikofoni quali sono, ci mettono anima!
Eccoci qua ad un'altro brano fra i meno carini del cd, non perché sia suonato male, ma perché c'è troppo poco gioco di dialogo tra l'uomo e la donna. E' un brano erotico, come mi ha fatto notare una mia amica potrebbe essere presentato come "La cammesella" al contrario. Se, infatti, nel brano campano d'autore è l'uomo a pregare la donna di spogliarsi mentre questa si rifiuta, nel Salento la donna, per ottenere che l'uomo lasci perdere l'aratro e la terra deve promettere di fargli vedere "Lu tuttu tuttu". Ho già detto che le voci degli Agorà non sono il meglio che c'è in giro, e su questo brano si sente. E' comunque interessante per certe tecniche d'esecuzione (sia del tamburello che della fisarmonica), ma la migliore versione, forse lo dico perché fino all'acquisto del cd di cui parliamo era l'unica che conoscevo, è quella contenuta in "Serenata" del (vero) Canzoniere Grecanico Salentino. Divagazione: lì c'è di geniale, ed è questo che me la fa amare molto, la teatralità che Durante, una delle più brutte voci del Salento, mette nel suo dialogo: non si limita semplicemente a cantare le risposte, emette delle interiezioni e degli incitamenti all'animale che lo deve aiutare ad arare, che sono completamente geniali. Ultimissima: a parte questo brano, almeno per me, il cd del Canzoniere è completamente inascoltabile!
C'era una volta una persona che diceva di volermi bene, il problema è stato che me lo ha voluto dimostrare, consigliata fra l'altro dalla mia negoziante di fiducia, regalandomi il cd, che ovviamente era anche corredato di un fantasticissimo dvd, del Concertone della stupendissima Notte Della Taranta 2003. Io, va da sé, dopo il primo ascolto, che tentai di fare impietosita e perché "a caval donato non si guarda in bocca", gettai quel cd nell'oblio più completo (sto aspettando forse segretamente l'occasione per liberarmene, ma io non voglio male a nessuno). Tra i brani che l'anglo-melpignanese prendeva di mira, c'era anche questao, che si intitola "Lu ballu", per lo meno in "Canti de na fiata". E' la storia di una ragazza che, innocentemente, si giustifica e tenta di non andare a ballare. Io dico una cosa: le contaminazioni alla Copeland, ovviamente avrete capito che si sparava su quella crocerossa, non solo rovinano e massificano il nostro folklore, che già di per sé è un fatto grave, ma ci fanno perdere l'innocenza, che noi, anche come forma di lotta culturale, dobbiamo tornare a coltivare.
Il brano successivo, in maniera lapidaria, lo potremmo commentare con un "Buonanotte decenza!". Va detto, e chi mi conosce lo sa quanto sono arrabbiata con i salentini su questo, che giù nessuno me lo fa come lo vorrei io. Chi ha già letto i miei articoli, potrebbe aver anche il sospetto che si sta parlando di "Cali nitta" (lo scrivo alla Agorà). Questa versione, simile a quella degli Aramirè, suonata solo un pizzichino meglio, è veramente sguaiata, anche perché, e l'ho sempre detto, le voci non sono la caratteristica portante degli Agorà. E' cantata dalla voce femminile più giovane, che tra l'altro pare forsi molto per cantare in re minore, tonalità del brano, ma non mi dà nessuna emozione.
Penultima traccia è "L'uccellino della cummare", fatta con un ritmo miscuglio tra pizzica e ritmi binari (marcettine e simili). Non si poteva usare una tammorra muta? Sì! Il brano, come tutti quelli cantati in italiano accompagnati da strumenti del Sud, mi fa un pochinino "stizzare".
Il cd, però, fortunatamente si chiude alla grande, con una carinissima filastrocca calabrese, eseguita con una terzina non so quanto fidedigna, ma che permette ai tamburellisti improvvisati di avere il piacere di trovare qualcosa di veramente difficile, che li potrebbe obbligare a darsi una calmatina. Come tutte le filastrocche non si può descrivere, quindi non vi posso dire altro.
Spero di avervi fatto venire voglia di scoprire un paio di gruppi salentini non molto conosciuti, giusto per dimostrare che dalla tradizione non si prendono solo melodie fritte e rifritte.
Ultimissima: se un brano che conosco già mi viene suonato meglio di come l'avevo sentito prima, a me ancora riesce ad emozionarmi. Se voi, signori salentini diventaste così, vi divertireste sicuramente di più, e non fareste di "pizzicata" un covo di "cruscanti" della tradizione o della contaminazione.