sabato 21 gennaio 2012

Bigazzi secondo me

Carissimi lettori, l'altro ieri la musica italiana è stata funestata da un lutto importante: è morto Giancarlo Bigazzi.

Come amo fare io con i musicisti ed i parolieri lo ricorderò con un po' di aneddoti e riflessioni su alcune canzoni che ha scritto.

La prima citazione va per uno dei tanti capolavori della carriera di Massimo Ranieri (quando non faceva l'intellettuale che porta la canzone napoletana verso la world music). Il brano è "Rose rosse", pezzo coronato da un'orchestra fantastica. Bello il testo, leggera riflessione sui cambiamenti sociali del boom economico (non critica ma riflette e racconta, anche questo è importante, forse più delle canzoni a orologeria!).
Poi si può citare "Luglio," noto tormentone estivo, di quando in estate si ascoltavano canzoni che oltre ad essere da spiaggia erano anche belle e non scadevano come mozzarelle. Il brano ha una di quelle andature latineggianti che sempre (tutt'ora) connotano spesso e volentieri l'estate, sottolineate dalle marimbe e dalle trombe messicaneggianti.

Notevole è anche "Il carnevale", da Bigazzi scritta per la Caselli, che la interpretava con leggerezza senza tralasciare il pathos del testo, che esprime senza pudicizia il grido d'una persona lasciata dal proprio amante.

Altro tormentone a firma Bigazzi è la bellissima "Lisa dagli occhi blu" cantata dal grande (ma per colpa della semplicità apparente di questa canzone e della nostra superficialità) sottovalutato Mario Tessuto. Nell'interpretazione di Tessuto il brano, su un addio consumato tra i banchi di scuola, diventa un grido di dolore unico.

Meno importante per me, non per questo meno bella, è "Lady Barbara" cantata da Renato dei Profeti (quelli de "Gli occhi verdi dell'amore"). La canzone ha un'aria favolistica, si parla di un amore irraggiungibile, direi perfino un po' gotico.

Dalla collaborazione con Totò Savio (che poi sarà con Bigazzi e Pace una delle anime degli Squallor) nasce "Vent'anni", una di quelle melodie semplici ed aperte che permettono come poche di brillare al grande Massimo Ranieri, raccontando con leggerezza la storia di una vita.

Per Ranieri scrive anche "Erba di casa mia", resoconto nostalgico di esperienze giovanili. Anche questa porta con sé un ritmo lento e asciutto, bella davvero.

Non ho mai amato i fratelli Bella, ma in questo articolo li devo citare tutti e due. Bigazzi per Marcella ha scritto alcune canzoni tra cui mi va di citare la famosa "Montagne verdi", bella ballata nostalgica, che però per me non ha il fascino impareggiabile di "Sole che nasce sole che muore".

Per il fratello scrive "Non si può morire dentro", "Questo amore non si tocca", Più ci penso". Queste tre canzoni fanno di bella un ottimo musicista ma un interprete sfortunato: mamma natura non l'ha dotato di una voce minimamente affascinante.

Per i Camaleonti, insieme a Claudio Cavallaro, scrive alcune canzoni di cui conosco solo "Eternità", ottimo testo, reso pesante da certe trovate discutibili della melodia.

Non amo nemmeno Tozzi ma va detto che Bigazzi scrive per lui canzoni notevoli: non ne posso più delle due canzoni-tormentone "Ti amo" e "Gloria" ma non posso tacere la bellezza, pur nella sua apparente semplicità di "Donna amante mia", la cui tenerezza ha sempre saputo distruggere ogni mio preconcetto.

Facendo un salto di una decina d'anni ci ritroviamo il nome di Bigazzi in quella canzone, tormentone e banale quanto volete ma comunque ben fatta, che è "Si può dare di più", portata da Ruggeri, Tozzi e Morandi al Sanremo 1987 (e vinsero, meglio di chi ha vinto mediamente gli ultimi Sanremo, eccezion fatta per Vecchioni).

Gli anni Settanta sono anche gli anni degli Squallor: ve la ricordate "Trentotto luglio"? Trauma!

Credo che lì la voce da basso (bellissima ma al contempo terrificante per la sua profondità disumana) non appartenga a Bigazzi, comunque tra i componenti del gruppo c'è anche lui.

Negli anni Novanta il Bigazzi (dopo aver spalleggiato gente come Pupo...) fa un errore madornale: produce Marco Masini. Il cantante "disperato" io non lo posso sopportare: troppo triste. Le ultime? Pur di farsi perdonare la tristezza con cui ci ha ammorbato per anni adesso fa l'allegrone!

Sempre grazie a Bigazzi scopriamo il primo emulo di Masini uscito qualche anno dopo: Alessandro Canino. Vi ricordate una canzone patetica e bruttissima chiamata "Brutta"?

Per chi fosse tanto giovane da non ricordarla dirò che è la storia di una ragazzina bruttarella che viene consolata dal protagonista maschile della sua bruttezza durante una festa di compleanno nella quale le sue amiche la lasciano sola.
"E mi piaci tutta: brutta... lo vedi che non sei brutta... crescere è sempre una lotta, ma io ti aiuterò" (vado a memoria, è da un secolo che non ho la grandissima fortuna di imbattermi in questa brutteria suprema).

Grazie al Bigazzi, poi, abbiamo il piacere (si fa per dire...) di scoprire Raffaele Riefoli, a tutti noto come Raff. È del paroliere in questione il testo dell'hit dance "Self control".

Grazie al Bigazzi (santo Dio che robettina...) scopriamo nel 1991 o giù di lì Paolo Vallesi, che con la canzone "Le persone inutili" ci viene a dire che le uniche vere persone sono quelle che non andranno mai sulle pagine dei giornali o nei cortei (ma che amano ogni giorno molto più di noi". Il ritmo, in sé bello, e il testo squallido verranno ripresi dal cantautore anche ne "La forza della vita", perché ritmo che ammorba non si cambia!

Bigazzi è il colpevole per uno dei tormentoni del 1992, la canzone vincitrice della sezione "Nuove proposte" del Festival di Sanremo "Non amarmi". Ancora mi ricordo che la cantavamo a scuola e io, pur essendo una femmina quindi dovendo razionalmente fare la parte di Francesca Alotta, per l'orgoglio di vedere un non vedente come Baldi arrivato fino a lì facevo sempre le parti sue.

Negli anni Novanta, epoca del tramonto degli Squallor, bigazzi intraprende la carriera di compositore di colonne sonore da film (ma è mai possibile che tutti, soprattutto spesso musicisti senza successo compongono per cinema?). È da ricordare, nel caso di uno che non lo ha fatto per mancanza di successo, la bigaziana firma apposta alla colonna sonora di "Mediterraneo" di Gabriele Salvatores.

È del 1992 il capolavoro (e si deve dire!) "Gli uomini non cambiano" interpretata dalla grande (graaaaande) Mia Martini in quel Festival di Sanremo che comunque di chicche ce ne aveva anpiamente sfornate.

È di Bigazzi (oh mamma mia!) la musica di uno dei capolavori del repertorio di Francesco Guccini dal titolo "Cirano".

Adesso, grazie al solito listone di canzoni che la Wikipedia (non deve chiudere, mai sia! dà ripercorriamo un po' meglio le tappe della carriera del nostro.

È del 1969 un altro pezzo del Del Turco molto carino, sempre con le atmosfere latineggianti che andavano tanto allora, intitolato "Cosa hai messo nel caffè". È una canzoncina che racconta con semplicità e leggerezza un innamoramento, metaforizzato dalla presenza di qualcosa di strano nel caffè bevuto dalla donna amata, che darebbe un'eccitazione del tutto speciale. La cantante Lisa Hono ne ha fatto una versione sussurrata e bossanoveggiante per me da scordare.

E anche la canzone "Sole che nasce sole che muore" è nata dalla penna del Bigazzi! Ascoltare tutto ma specialmente il flauto col soffio alla Jetro Tull applicato alla melodia italiana.

Tra i brani dei Camaleonti merita sicuramente una citazione (non per la bellezza, solo per la notorietà) "Perché ti amo". Questa canzone potrebbe essere portata come esempio del fatto che anche il più bel testo può essere ridotto a pattumiera da un arrangiamento penoso e da una musica mal fatta. Per una serenata dalla semplicità quasi popolaresca si impiegano mug, wawa e altri effetti assurdi.

Come si può raccontare la tossicodipendenza con le parole che capirebbe anche un bambino di cinque anni? "Perché lo fai disperata ragazza mia, perché ti fai..." (citazione a memoria dal capolavoro-bruttura di Marco e Giancarlo Bigazzi lanciato dal Masini al Sanremo 1991. Pensate un po' a confrontare questa frase con: "E adesso ridi e ti versi un cucchiaio di mimosa nell'imbuto di un polsino slacciato" (De Andrè, "Giugno '73").

Un po' di polemica c'è forse stata, comunque un altro mito se ne è andato e io così l'ho ricordato.

mercoledì 18 gennaio 2012

Sui big del Sanremo venturo

Carissimi lettori, mentre sto preparando un'altra avventura virtuale sulla quale mi terrò un articolo a parte, mi va di aggiornare questa mia prima e mai dimenticata creatura virtuale. Mi va di fare un articolo (al fulmicotone...) sul Festival di Sanremo 2012, sui cantanti in gara nella sezione "big".
Grazie al bellissimo sito www.popon.it diretto dalla giornalista Paola De Simone ci possiamo sfogare sulla lista malefica: quest'anno non mi aspetto il Vecchioni di turno.

La prima artista è anche brava, una delle poche voci valide sfornate in questi ultimi anni, dal colore caldo e dalla timbrica potente, mi riferisco a Nina Zilli (vi ricordate la bellissima "L'uomo che amava le donne" o "Centomila" colonna sonora di un film di successo? Quella è la Zilli).

Per fare il verso ai festival di sanremo di una ventina d'anni fa (che a loro volta ricopiavano da quelli di trent'anni prima) tornano gli stranieri. Con Nina Zilli nella serata dei duetti (quest'anno solo con cantanti stranieri) la cantante romana duetterà con la voce dei Morcheeba in un brano intitolato "Never never". Staremo a vedere, qui in fondo il tono polemico è assente.

Ma ecco "lu focu" s'accende. Il cantante in sé non è male, anche perché ci si riferisce a Samuele Bersani, la canzone ("Un pallone") non può essere giudicata perché sconosciuta, ma il problema è che il cantautore (dato il suo essere romagnolo ha scelto di reinterpretare "Romagna mia" in inglese (voglio che ai Grammy qualcuno tipo Eminem faccia un reppaccio dei suoi in italiano, la tortilla tiene que volverse, ¡diablo!)). L'ospite è Goran Bregovic, la cui maestria è fuori discussione, ma forse è fuori luogo. Per ascoltare qualcosa di bello di Bersani io vi consiglio di ritrovare "Replay" (brano presentato ad un Festival di una decina d'anni fa), "Giudizi universali" e, soprattutto "Il mostro", pubblicata per la prima volta nel cd "Amen di Dalla (tra un pochino ne parleremo...)

Dolcenera, la prima cantante salentina che ha sbancato prima della coppia Amoroso-Marrone, torna con la sua voce da cantante rock sussurratrice che finge di urlare ma non ce l'ha fa, con un brano dal titolo "Ci vediamo a casa". Lei a me non è mai piaciuta, non le perdono poi di aver sfruttato come nome un personaggio di Fabrizio De Andrè, è come se io mi chiamassi "Macaria" dato che amo gli Zoè... vergogna!

Duetterà con un artista che disconosco in un brano che non so capire quale è.

Dalla, Dallino, Dallotto! Qualche mese fa tu avevi sparato cazzate (adesso Bertoncelli non spara più, adesso spari tu!), avevi detto che il pop l'avevi lasciato per il troppo schematismo che vi è dentro. Solo che... Mi duetti con Pierdavide Carone da Amici, la mecca della musica pop spazzatura! Vabbè che dopo la pagliacciata con Marco Mengoni su "Questo è amore" nel brano "Meri Luis" da te mi aspetto di tutto
(Per chi non sa il nostro ha tolto alcune parti del canto originale e, sulla stessa base ha fatto cantare l'asessuato!).

Il duetto che Dalla proporrà certifica un'ossessione del bolognese: essere meridionale. Lucio Dalla, insieme ad un artista che disconosco, canterà "Anema e core". Sinceramente è veramente negato per cantare musica del Sud, basta sentire l'orribile versione de "Lu rusciu" che Dalla dette in una N.D.T. sparagnesca.

La cantante che continua il listone è Irene Fornaciari, figlia d'arte come si vede, anche se va dato merito al padre d'averle per anni sconsigliato la carriera musicale (io ho un preconcetto stupido ma ancora non lo riesco a vincere, sui figli d'arte italiani, in pratica non me ne piace uno). L'unica cosa bella è l'artista con cui duetterà, il grande Brian May dei Queen, uno dei migliori chitarristi rock senza le pretese virtuosistiche che affollano quel mondo e la musica in generale.

E a proposito di quanto dicevamo in occasione della presentazione di Dolcenera, ecco una della coppia delle salentine sopra citate: Emma! Il brano che presenta è "Non è l'inferno", mentre dovrebbe (dico "dovrebbe perché Maria Letizia Veronesi, vedova Battisti li starebbe fermando cantare "Il paradiso" insieme ad un artista che non conosco. La voce di Emma non sarebbe neanche male se non urlasse troppo.

E qui non si può che parlare bene del gruppo e (perché no) anche della cantante testè ritornata. Mi riferisco ai Matia Bazar con "Sei tu" e alla stupenda voce di Silvia Mezzanotte. Basta ascoltare canzoni come "Brivido caldo" o "Messaggio d'amore" per farsi un'idea di ciò che ci potremmo assaporare tra un pochino. Il cantante anglofono con cui duetta il gruppo genovese è bravissimo (Aljarreau), ma è troppo virtuoso, a me il virtuosismo stanca.

Noemi, forse l'unica cantante veramente convincente degli ultimi anni insieme alla già citata Zilli, torna a Sanremo con "Sono solo parole". Per quanto riguarda il duetto anche questo è a rischio stop, in quanto si omaggia battisti con una traduzione di "Amarsi un po'" (rimpiango quando erano gli stranieri a cantare in italiano, in questo modo entrambi ci arricchivamo: noi conoscevamo pezzi di altre culture che ci sarebbero rimasti sconosciuti altrimenti,, i cantanti stranieri facevano esperienze di nuove sonorità). Ora loro si impongono e noi ci schiavizziamo. Comunque l'abbinamento stavolta potrebbe essre buono, la cantante anglofona è Sara Jane Morris (già interprete della versione inglese di "Se stiamo insieme" al Sanremo 1991), le due voci hanno un bagground simile, non dovrebbero cozzare.

È proprio il caso di dire: "¡Que lástima!".. In spagnolo questa espressione significa: "Che peccato". Immaginatevi di mettere insieme un artista che non amate ma rispettate con uno che detestate. Ecco l'accoppiata successiva. Francesco Renga, per la sua temerarietà e oserei dire discrezione si è guadagnato una certa stima, torna al Festival di Sanremo con "La tua bellezza". Chi detesto è Sergio Dalma, cantante spagnolo che qualcuno ricorderà per "l'amico che hai", canzone dello spagnolo rifatta in italiano con Antonacci. In quel caso le due voci stavano bene insieme, entrambe roche, vissute, simili. Ok che i duetti spesso si fanno per contrasto, il problema sorge insolubile quando si tocca una canzoncina da niente (di Meccia e Fontana, chiamata "Il mondo"). Qui ci vuole una voce melodica, Renga ce l'ha, Dalma no!

E con tutta la "Sincerità" me la sarei risparmiata volentieri la prossima artista, come forse avrete sospettato parlo di Arisa. Intanto non mi è mai piaciuta la sua voce, non sa di niente. Poi, sinceramente, è adatta per le canzoni leggere (forse leggera potrebbe essere una definizione che le potrebbe calzare...). Ovviamente non posso parlare della canzone inedita e conosciuta solo a Morandi e Mazzi, posso però dire che il pathos che ci vuole per cantare "Che sarà" (che è il brano che costei reinterpreterà in coppia con uno dei suoi interpreti originali, il portoricano José Feliciano) è almeno per me completamente assente dalla sua voce. Forse il virtuosismo del chitarrista metterà una bella pezza!

Ed eccoci a Chiara Civello (incognita perché è caduta nello stesso errore in cui cadde la Balistreri nel 1973, se viene ufficialmente presa è uno scacco alla buona musica: le canzoni dei big devono essere inedite, questa non lo sarebbe). La cantante di questo nuovo jazz (pop jazz, acid jazz, non lo so!) duetterà con Shaggy ("bombastic " vi dice qualcosa, a me sì!). La cosa potrebbe tendere al curioso, bisognerebbe capire quale titolo italiano si nasconde sotto quello inglese citato su www.popon.it.

Andando avanti (e siamo alla fine grazie a Dio), c'è il duetto più assurdo della storia della musica italiana degli ultimi anni. Immaginatevi due persone che (almeno per me) non sono accumunate che da una cosa: l'essere nati nel Sud Italia. Di lui posso dirvi che è il capo di una casa di produzione che voleva (non so se l'ha fatto, spero sia fallito!) esportare altri cantanti neomelodici napoletani sul firmamento nazionale. Avete capito di chi parlo: ovviamente il Gigione D'Alessio (preferisco Gigione vero, almeno con lui mi faccio quattro risate! Attenzione: il "Gigione vero" è un cantante di liscio napoletano: ebbene sì!).

Cosa dirvi di lei: nata a Bagnara Calabra, sorella di una molto (mooooooolto più brava di lei, purtroppo morta a quarantasette anni. Ovviamente mi riferisco a Loredana Bertè, sorella della grande (graaaaaande) Mia Martini.

Vi immaginate D'Alessio e la Bertè insieme: per trovare di peggio giusto se penso a Pupo, il Principe e il Tenore. Duetteranno (cioè "terzetteranno!") con una tedesca a me sconosciuta.

Dopo "O Fado" (Edel, 2001), "Il silenzio e lo spirito", "Anima blues" e altre esperienze particolari e formative (non è come Dalla che prima sputa sul piatto dove ha mangiato per quarantacinque anni e dopo duetta con Pierdavide Carone) Eugenio Finardi ritorna alla canzone d'autore. Staremo aperti ad ascoltare la sua canzone nonché il suo duetto in inglese con Noa (una delle più belle voci al mondo, basta sentire "Beautyful that way" o "Es caprichoso el azar con il grande e sconosciuto in Italia Joan Manuel Serrat). Forse la cosa migliore del Festival.

L'ultimo big è un gruppo, del rock indipendente, perché è da diverso tempo che Sanremo (per mangiarsela, come ha fatto per molte altre cose negli anni) sta strizzando l'occhio alla musica alternativa. Si chiude con i Marlene Kunz che, dopo aver presentato un brano di cui non mi è rimasto il titolo, duetteranno con Patty Smith. Non nego la bravura della cantante ospite, non nego una certa compatibilità tra i due mondi, ma mi sembra una grande corsa al mito.

Avevo voglia di fare questo articolo, per dirvi che potrete contare ancora su questo blog. Buon anno musicale tra musicadautoredintorni.

domenica 18 dicembre 2011

"Sodade": ricordo di Cesaria

Carissimi lettori, la musica capoverdiana oggi è di lutto, difatti ieri se ne è andata la più grande voce dell'arcipelago, la cantante di Mornas e Coladeras Cesaria Evora.

Per descrivere i generi di musica capoverdiani, alcuni portoghesi, forse con un po' di megalomania ma comunque realisticamente, dicono che sono "fados con ritmo".

Per me, sinceramente, pur avendo sentito altri cantanti capoverdiani, nessuno ha l'espressività dolcemente strappacuore della voce di Cesaria.

L'album a cui io sono più legata è "Café Atlántico", disco del 1999 dove, oltre a Mornas e Coladeras, si assiste anche all'interpretazione di brani in portoghese ("Negue", classico brasiliano) e in spagnolo ("Maria Helena"). Per motivi ovvi, legati alla lingua, rende di più l'interpretazione intima del primo brano, piuttosto che quella del secondo, dove comunque c'è un bellissimo arrangiamento.

Le canzoni di Cesaria sono cantate in creolo, una lingua nata dal contatto tra il portoghese, lingua dei colonizzatori europei, e i dialetti africani autoctoni. Purtroppo io non capisco molto i testi, ma spesso essi sono animati da un senso quasi ecumenico, che forse la nostra musica (sia leggera che popolare) dovrebbe riscoprire.

Bella la voce dell'Evora, che era dolce ma potente, leggera e malinconica.

Gli ultimi album, come i primi, usciti tra l'altro quando la cantante aveva più di quarant'anni, non sono forse perfetti. Le due gemme che costellano la sua discografia sono, almeno per me, "Café Atlántico" (già citato ma "repetita iuvant") e "São Vicente di longe".

Scusate se questo articolo non può assolutamente ambire ad essere il ritratto di questo genio capoverdiano, è stato l'unico modo che ho trovato per sfogare la mia tristezza.

martedì 6 dicembre 2011

Chicca officiniana imperdibile!

Carissimi lettori, devo aggiornare il blog con un piacere del tutto particolare. Rovistando nel web (e non si finisce mai di scoprire roba nuova!) ho trovato un'intervista a Lamberto Probo degli Zoè veramente succulenta. Risale alla partecipazione del gruppo alla penultima edizione di "Roma incontra il mondo", rassegna di musiche popolari che si tiene nell'estate romana.
Il link è radiosonar.net/.../82-intervista-officina-zoe-10-luglio-roma-incontra-il-mondo.html.
Non ve la spiego, il musicista si sfoga a tutto tondo, da godere!

domenica 4 dicembre 2011

Una bella notizia "pizzicata"

Carissimi lettori, oggi scrivo per darvi una delle notizie più belle che mi potesse capitare di dare.
Dal sito "www.radiotvsalento.net" si può accedere con estrema facilità alla prima web radio dedicata alla pizzica ed alla musica popolare salentina chiamata "radio salento pizzica station".

Laprima volta che l'ho aperta il giorno non sembrava essere dei migliori perché mi ha salutato il gruppo dei Mascarimirì (il "cavallo" e il "cavallino" che nitrivano di una contaminazione tra pizzica, tarantella, rai e non so che altro... incubo!).

Dopo, a Dio piacendo, sono arrivati gli Allabua con "'A vigna", traccia minore del loro secondo cd, incisa con la collaborazione di Quintino Sicuro alla ghironda. Subito dopo sono partiti i Cunservamara, gruppo della nuova ondata, non privo di spunti di interesse. Il loro brano era una versione stornellante di "Te sira".

Tornata ad accendere la web radio sono stata accolta da una "Carataranta" del Canzoniere Grecanico Salentino a guida Daniele Durante. Il brano non è un capolavoro ma è inhnegabile la maestria del gruppo.

Ora mi stanno deliziando gli Officina (Zoè ovviamente!) con la loro versione de "lu rusciu de lu mare", tratta dal classicissimo "Terra".

Continuerò per un po' ad ascoltare redigendo un resoconto di una playlist, per consigliarvi a voi comunque di ascoltarla e farle anche delle critiche, costruttive e sentite come a me piacciono.

Continuando si arriva ad un brano de La notte Della Taranta, ossia alla"Pizzicarella" versione Sparagna. La critica che viene istintiva è che mettono troppo prevalentemente cose commerciali ma meglio di niente come divulgazione della pizzica si può accettare.

Il brano sinceramente è una delle peggiori cose che si siano mai fatte, in quanto il signorino Sparagna nei suoi tre anni di conduzione dell'orchestra popolare (idea bruttissima in sé oltretutto!) si è ritenuto in diritto e in dovere, per ridare contemporaneità al folk salentino, di rimusicarlo in tutto e per tutto. Questo a casa mia si chiama essere ladroni! Per me, e fortunatamente non solo, la "Pizzicarella" della "Simpatichina" è più bella e più coinvolgente.

Poi, per quanto riguarda la voce di Alessia Tondo, bambina prodigio della Notte, non ha una voce convincente ma nemmeno un po', e sette anni dopo questa incisione (2004-2011) la sua voce è già rauca e forza molto se canta. Se questo è il futuro del Salento sinceramente meglio restarsene al passato.

Va detto che la batteria, e su questo Sparagna è stato bravo, imita i tamburelli, anche se piuttosto che sentirli imitati da una batteria io li avrei voluti sentire dal vero i tamburelli.

Pur di allungarla allo sfinimento, invece di trovare nuove strofe, cosa che veramente darebbe un futuro a questa musica, la "Pizzicarella" si ricanta identica in tutto e per tutto. Fantasia, novità, innovazione solo a chiacchiere, a fatti stagnazione!

Gli strumenti si stanno dando a una pizzica casinara ma forse coinvolgente per i "tarantolati" (e la smettessero di chiamarsi così!) che stavano nel cortile del convento degli Agostiniani.

Questa stazione ha di bello che alterna brani veloci e brani lenti. Andando avanti si ascolta un brano, probabilmente in dialetto siciliano o brindisino, con un testo bellissimo ma con una musica ed un arrangiamento di questi che vanno di moda ora, in minore, con tre accordi e melodie dove, pur di non calcare e imitare gli anziani, si fadiventare il folk altrodase stesso. Almeno qui non c'è la batteria, si ascolta un gruppo quasi tradizionale. Come spesso succede nei gruppi nuovi, magari si assiste anche ad un dominio buono degli strumenti, qui fanno cose interessanti sia le percussioni che il violino, ma anche alla scarsità delle voci, che invece, secondo quanto affermano quelli che hanno iniziato questo lavoro venti o più anni fa, sono l'elemento più importante della musica popolare salentina, che, non lo scordiamo, era cantata nei campi e non c'erano strumenti se non in cotnate occasioni.

Il brano successivo fa fare un bel salto di qualità, difatti, dal cd "Focu d'amore" del Nuovo Canzoniere Grecanico Salentino a guida Mauro Durante, si ascolta la "Pizzica caddhipulina", molto ben cantata e suonata da tutti.

Il canale comunque è caldamente consigliato, ma ancora un pochino lo seguiamo redigendo un resoconto.

Oltre al repertorio tipico di ogni regione o di ogni zona c'è un repertorio che ormai è diventato una "coinè", ossia uno standard panameridionale. Tra i brani che compongono questo standard, purtroppo, c'è "Brigante se more", brano con testo e musica d'autore (Eugenio Bennato e Carlo D'Angiò) dedicato al brigantaggio, una forma di "leghismo" meridionale, molto più giustificato della secessione della Lega Nord, comunque inutile in un'epoca di globalizzazione selvaggia dove per aver spazio si può solo pensare unitariamente e non separarci.

Si dovrebbe riparare le ingiustizie che da ogni lato si sono perpetrate, si dovrebbe vivere in pace tra di noi, l'Italia è bella perché è ricca di diversità, restare uniti è un dovere!

Comunque questa canzone io non l'ho amata né nella versione originale né, tantomeno, in quelle fatte in tutto il Sud senza conoscere il dialetto napoletano, in una coinè (anche questa insopportabile quanto questo obbligo di scimmiottare i dischi di Bennato di trent'anni fa spacciati per tradizione) dove si mischia napoletano, salentino, siciliano. La stessa traccia continua con "Vulesse addeventare nu brigante", altro brano della "coinè" che io condanno (il Sud, come tutta l'Italia, è bello perché è diverso e vario. Un conto è se tu scegli consapevolmente di fare tutto il Sud, un altro è, come succede ora spessissimo, se per ignoranza di quello che hai a casa tua, lo vai ad arricchire con brani, oltretutto prevedibilissimi, presi da altre regioni senza studiarti niente né gli stili né i dialetti).

Adesso stiamo ascoltando un brano di un gruppo a me sconosciuto (purtroppo qui non so se si sanno gli interpreti ed i titoli delle canzoni, per ora io non so come fare). Il brano è bello solo per la musica, le voci fanno abbastanza pena, ma già ne abbiamo parlato in precedenza,questo è il futuro della musica salentina (preferisco il passato, grazie!).

La critica è sempre quella, quasi solo cose commerciali!

E torniamo al piacevole, arrivano gli Zimbaria (i veri, quelli con Pino "Zimba"!). Dal loro primo disco ("live", 2004) arrivano degli stornelli con strofe riprese dagli Ucci, almeno adesso si canta la vera tradizione salentina.

Adesso fate voi, io ve l'ho detto e comunque sono felice.

mercoledì 9 novembre 2011

Lucio Dalla: "Questo è amore" (2011)

Carissimi lettori, ieri è uscito il nuovo disco di Lucio Dalla, una raccolta "extraordinaria" (come l'ha definita lo stesso Dalla) che riporta alla luce brani particolari.

La prima traccia è "La leggenda del prode Radamès", omaggio del cantautore al Quartetto Cetra.

L'arrangiamento rimanda istintivamente e spudoratamente alle atmosfere del dalla giovanile, quello nato ancora prima del cantautore, il musicista che suonava dixieland. Il brano potrebbe essere considerato un ritratto ironico del trattamento che spesso si riserva alle donne e non dico altro.

La prima delusione (cocente!) si ha con la seconda traccia, la reinterpretazione di "Anema e core", capolavoro della musica napoletana scritto nel 1950 da Tito Manlio e Desposito.

Intanto non mi piacciono le libertà armoniche e melodiche che dalla si prende, poi, addirittura, sfociate nello spostamento di una parte di testo, in secondo luogo è deludente la pronuncia nel napoletano.

Non viene per niente conservata la classicità che ha fatto di questa melodia un brano tra i più conosciuti al mondo. Il canto non usa mai tentativi di avvicinarsi alle tecniche del bel canto (che poi Dalla ama e conosce).

L'ultimo inedito (l'unico vero inedito!) è "Anche se il tempo passa (amore)". Come ritmo potrebbe ricordare Mary Luis, anche se le sonorità sono quelle elettroniche ed elettriche che caratterizzano l'ultimo Dalla. Comunque sotto l'apparente semplicità si intravede un impegno nella ricerca di sviluppi melodici ormai poco consueti, tipici di chi ha avuto la fortuna di iniziare l'attività musicale negli anni Sessanta.

Nominata e vista! Eccoci ad una "Mary Luis", non riarrangiata, solo con alcune parti di canto affidate a Marco Mengoni. Devo dire che rende bene, il brano fra l'altro è molto bello e tratto da uno degli album più riusciti del nostro, quel "Dalla" che fra l'altro conteneva "Futura", "Mambo", "La sera dei miracoli" e altri classici di Dalla.

Da qui inizia la parte propriamente antologica, un percorso a ritroso, iniziando dalle più attuali, fra le canzoni meno conosciute. Il viaggio comincia con "Angoli nel cielo" title track del disco precedente del Dalla. Se dovessi descrivere il brano, che non conoscevo prima, direi che è una ballata dall'atmosfera molto sospesa, anche grazie ai tocchi di pianoforte e percussioni latine, che dove arrivano addolciscono sempre i tocchi di batteria.

Il brano successivo è uno degli esempi del Dalla che amo di meno, quello che, pur facendo tanta morale agli altri, leggere la dichiarazione per musicblog it per credere, copia dall'estero dei generi che neanche riesce a reggere. Il brano infatti sarebbe anche una suadente ballata, se non fosse riarrangiata con delle chitarre elettriche distorte che non le rendono giustizia, semmai la rendono inascoltabile.

Anche il brano successivo è un esempio di questo tipo di repertorio, in cui bei testi, magari anche belle melodie, sono riarrangiate talmente male che sono inascoltabili. Il brano si chiama "Malinconia d'ottobre", c'è un violoncello talmente mal usato che non riesci nemmeno a fartene cullare.

Il brano è curioso perché ha un pezzettino dedicato a Lisbona, al Café Martinho Da Arcada, bar che Fernando Pessoa frequentava negli anni Trenta del Novecento, in cui c'è sempre spazio per lui, come se dovesse arrivare ad ogni istante. A questo stesso ambiente si riferisce Antonio Tabucchi nel bellissimo "Sostiene Pereira", libro da cui è stato tratto un film, l'ultimo recitato da Marcello Mastroianni.

Dall'album "lucio" del 2003 viene questa bellissima "Amore disperato", che Dalla interpreta insieme a Mina. Il brano è stato originariamente composto per l'adattamento moderno e personale che Dalla ha fatto della storia di Tosca. Il brano ha una struttura fortemente classica, cosa che lo potrebbe paragonare a "Caruso", uno dei classici del repertorio dalliano. Sicuramente le due voci stanno molto bene insieme, anche perché entrambe amano molto allargare i propri orizzonti in sede interpretativa, non accontentandosi quasi mai di cantare semplicemente. Per avere conferma di ciò basta sentire l'ultima bellissima canzone di Mina dal titolo "Questa canzone".

Il brano successivo, tornando a Dalla, è "Prima dammi un bacio", altra traccia di "lucio" dal sapore fortemente nostalgico e melodico. Interessante questa valutazione del terzinato, lento come se fosse un bolero cubano, così tipico di classici come "Canzone per te" di Sergio Endrigo. Contrariamente al precedente citato, però, il brano di Dalla è in maggiore (il brano di Endrigo alterna strofe in minore a ritornelli in maggiore) ed è fortemente elettronico, addio a quelle fantastiche orchestre!

Saltando a piè pari l'album "Ciao" (1999) (per fortuna!) si arriva a "Canzoni" (1996) da cui si fa emergere un classico (checchè ne dica Dalla qualche brano famoso qui c'è!) come "Tu non mi basti mai", uno dei più belli dell'ultima produzione del cantautore.

Il successivo è una di quelle ballate che, se non fosse per l'arrangiamento pop troppo sfrontato (ti credo che si è stancato!) sarebbe anche bella. La strofa inizia e spesso torna su un inusitato dosettima aumentata e su un ritmo che non saprei descrivere. I ritornelli, o meglio la seconda frase melodica che implacabile continua la prima ad ogni sua riapparizione, ha come sue punte armoniche un fa maggiore utilizzato su una scala di sol e un finale su si minore e la alternati. Ritmicamente potrebbe ricordare certe canzoni anni Ottanta, che nel secondo compact avremo il piacere di riascoltare.

Il brano successivo, dal titolo "Latin lover", potrebbe essere considerato il secondo tentativo, dopo la già ricordata "Caruso", di scrivere un brano che ricordi ed utilizzi le caratteristiche del melodramma italiano in chiave moderna. Dallaè molto bravo ascrivere brani con queste strutture spesso terzinate, anche se forse la sua voce non è la migliore per la loro interpretazione, difatti questo pezzo renderebbe molto di più interpretato da una voce tenorile.

La melodia comunque è interessante ed aperta, anche se è semplice.

Il brano successivo fa parte del Lucio Dalla che non sopporto (preferisco quattro martellate piuttosto che ascoltare sto pezzo!). Se non sbaglio stava nel cd "Henna", uno di quelli che ho odiato di più della discografia di Dalla. L'unica traccia che andrebbe riscoperta è "Cinema", brano con l'inconfondibile partecipazione del già citato Mastroianni.

Arrivando a "Cambio" (1990, ultimo album veramente bello prodotto da Dalla) si riscopre un capolavoro sconosciuto intitolato "Le rondini". È una ballata sostenuta da una base completamente elettronica (ovviamente se fosse stata acustica era meglio!) dedicata ad una serie di sogni, forse alla libertà vera, quella interiore. Incredibile il sassofono nel finale, che si prodiga in assoli dalle venature jazz, tanto amati da Dalla, in dialogo con una chitarra elettrica distorta.

La prossima, sempre da "Cambio" è un brano completamente in "scat", se non fosse per il ritornello dove si dice solo "è l'amore" (a questo punto si poteva mettere il "pezzo zero" del cd 2 di questa antologia!). Questa non mi è mai piaciuta più di tanto ma sono solo gusti personalissimi e discutibilissimi.

Il secondo cd inizia con una delle canzoni più belle del repertorio del nostro, la poco conosciuta "Chissà se lo sai", interpretata anche da Ron. La versione di Dalla è forse più convincente, anche perché il cantautore ancora era orgoglioso del suo vero timbro (siamo arrivati con questo brano negli anni Ottanta). Vaanche detto che qui Dalla non ha bisogno di fare la morale sull'esterofilia imperante, anche perché se la fa è solo dato che sa benissimo che lui è il primo a non applicare ciò che chiede agli altri. Il brano è una bella ballata romantica, conclusa da uno di quegli assoli di sassofono di Dalla, allo stesso tempo dolci e graffianti.

Altro brano che ha cullato la mia infanzia è la seconda, "Soli io e te". Anche questa è una ballata, dove la musica leggera viene usata per creare delle melodie e delle armonie semplici ma non banali (spesso ormai la complicazione è talmente comune che essa stessa è la banalità!). Bella la corposità del suono del gruppo pop, dove gli strumenti elettronici non sostituiscono ma aiutano gli acustici.

La traccia successiva è un brano che non ricordavo dal titolo "Stornello". Da questo pezzo si deduce quella particolare familiarità del cantautore bolognese con il folk e con la melodia italiana, la stessa che lo ha portato ad incidere brani come "4 marzo 1943", "Piazza grande", "Itaca" ed altri. il brano ha una struttura quasi brasiliana che dà alla sua semplice melodia italiana un tocco molto esotico. La canzone ha anche un'altra curiosità, è natalizia, più semplice, anche se scettica, del capolavoro di De Gregori "Natale".

Ed eccoci ad un altro di quei quadretti storici che Dalla amava molto dipingere, con una ballata dalle tinte un po' blues, sospese, melodiche ma non troppo. Il brano si chiama "Viaggi organizzati". È da molto tempo che non ascolto la versione in studio di questo brano,che ho imparato ad amare follemente grazie a "Dallamericaruso", album che consiglio in maniera calda e spudorata. La versione da studio è molto più calma, d'altronde Dalla,come vero artista che è, si presenta per quello che è solo live, e forse ora non è neanche più in grado di tenere un concerto di quelli memorabili.

La traccia successiva è una poco conosciuta ma bellissima "Pecorella", tratta da "1983". Per chi non la conosce potrei presentare questa canzone come un brano dalle atmosfere latine, il bilico tra un accenno di chachacha e certe atmosfere jazz del pianoforte. La traccia successiva è "Solo", sempre tratta da "1983". È interessante la chitarra elettrica spesso usata con il wawa. Bello anche il ritmo sospeso come gli accordi, tra maggiore e minore, tra semplicità e avanguardia, d'altronde questo è il vero Dalla.

Continuando si ascolta "Mambo" tratta dall'album "Dalla" del 1978. Qui siamo davanti al Dalla migliore, né troppo vanguardistico (insopportabile!) né troppo semplice (riduttivo e poco stimolante!). Va anche detto che qui le tastiere non esistono, questo canto di sdegno e disprezzo è accompagnato con suprema sapienza solo da un gruppo di strumenti acustici, spesso suonati con abilità dallo stesso Dalla.

Interessantissima la scaletta che esegue il sassofono nella parte finale del brano, semplice, ricca ed ossessiva.

Le ritmiche sospese così care a Dalla sono le assolute protagoniste di questa ballata dal sapore quasi portoghese, dal titolo "Notte" estratta dal classico e bellissimo "Com'è profondo il mare" (1977). Il brano è in fa ma si adagia sia su scale di mi minore che in accenni di sol e do. Finalmente, verso la parte finale, il brano prende ad avere un ritmo non più sospeso, è preciso e classificabile come una specie di valzer terzinato con degli arpeggi che cesellano un giro su una scala di do che vede l'entrata fugace di un la minore.

Sempre dallo stesso lp viene la prossima traccia, uno di quei quadretti di guerra a cui Dalla ci ha sempre abituato quasi dolcemente. Il ritmo, nonostante il titolo sia "Tango", non è quello argentino, d'altronde Dalla non ama indugiare sulle ritmiche di questo grande paese, coltivate invece benissimo da Guccini in brani come "Tango per due". Qui le atmosfere argentine sono portate solo da una fisarmonica che fa brevi passaggi molto argentini, oltre a cesellare una di quelle melodie del migliore Dalla, compromesso tra semplicità e larghezza di veduta musicale (non mi stancherò mai di dire che questo è il Dalla che preferisco: né avanguardia né pop moderno odark!).

Sempre da "Com'è profondo il mare" (1977) viene questa "Quale allegria". Il brano è una riflessione amara sulla vita e sulle sue menzogne. Questa è una di quelle canzoni senza ritornello, un fiume di parole che sfocia naturalmente in un mare di note. Interessante anche lo scat finale, anche quello amaro e quasi urlato.

Sempre dallo stesso lp del '77 viene anche "Non andar più via", ballata lenta e articolata, come era il Dalla migliore. Il testo è un grido di libertà, una rivendicazione di esistenza di cui forse l'arte avrebbe bisogno più oggi che allora. Forse è anche un grido d'aiuto a chi ascolta, comunque è un bel brano. Interessante è la coda strumentale, con un leggero elemento disarmonico.

Da "Automobili", ultimo album scaturito nel 1976 dalla collaborazione con il poeta Roberto Roversi, viene questa "Due ragazzi". La prima parte è una tarantella spezzata e rivissuta da un musicista geniale, mentre la seconda è una ballata con tinte jazz. Il testo è la descrizione di un amore svoltosi in un auto. Veramente bella!

La traccia successiva già sta ai limiti di quel Dalla avanguardistico che non amo,così come non stimo il cantautore pop nato dopo "Amen" (1993. Il brano è una canzone d'amore un po' allucinato.

Molto bella e un po' felliniana è "Anna bell'Anna", presentata al Disco per l'estate 1974. In più punti ricorda le colonne sonore di Nino Rota o anche gli stilemi delle musiche del cinema muto. La ballata ha una struttura che permette al banjo di swingare, atmosfera rafforzata anche dall'interessante intervento del piano elettrico nonché dallo "scat" finale di Dalla. Va detto che il cantautore con gli anni ha forse perso smalto anche in questa sua seminale caratteristica.

Questa è una delle canzoni che più ha cullato la mia infanzia, si intitola "Il cojote". Credo sia una metafora dell'eterna sfida fra il debole ed il forte, spesso ingiustamente vinta da quest'ultimo. La metafora è rappresentata dal cojote e la stella, il racconto è scandito da continui "crescendo" che scandiscono il racconto triste e sentito. Difatti il brano ha tre tonalità re mibemolle e mi, e si torna in re solo per la chiusura in "scat", stile che spesso dialoga con la batteria che esegue virtuosismi.

Un'altra chicca, anche se non particolarmente importante nella mia vita, è la traccia successiva e conclusiva dal titolo "l'ultima vanità". Il brano è una specie di habanera, tra minore e maggiore, perfino con interessanti passaggi arabi nella parte iniziale, mentre la chiusa strumentale, brevissima, si schiude in un valzer.

Nell'insieme è un bel disco, ovviamente sconsigliato ai neofiti che devono (e dico devono!) cominciare con "12000 lune" del 2006, triplo cd con tutte le più belle di Dalla.

mercoledì 2 novembre 2011

Canti e pizzichi d'amore Canzoniere Grecanico Salentino

Carissimi lettori, pubblico una recensione di "Canti e pizzichi d'amore" del Canzoniere Grecanico Salentino, che apparirà anche su www.blogfoolk.com, ottimo blog dedicato alla musica popolare ed alternativa curato dal campano Salvatore Esposito.

Il Canzoniere Grecanico Salentino è uno dei gruppi più longevi della scena della riproposta salentina, il più antico tra quelli in attività e l'unico rimasto in piedi (seppur con formazione completamente rimaneggiata) tra quanti iniziarono negli anni Settanta la riscoperta del folklore basso-salentino.
Lo stile del gruppo si è sempre trovato in bilico tra riscoperta delle sonorità popolari ed innovazione, specialmente per quanto riguarda i testi (prima fase coincidente con gli anni Ottanta) e i tocchi strumentali (successivamente, fino ad oggi).
Dimostrazione di ciò è il disco "Canti e pizzichi d'amore", album pubblicato nel 2000 per l'etichetta "Salento altra musica".
L'album è composto da brani tradizionali rielaborati dal gruppo sia musicalmente che testualmente (è raro che il Canzoniere esegua i classici salentini con le strofe che si trovano nei corrispondenti documenti originali).
Il cd è introdotto da rullate di plettri (tipiche dello stile di Daniele Durante) che ci portano verso una "Pizzicarella" caratterizzata da un interessante ed inusitato passaggio in sottodominante che ricorda certe pizziche dei secoli precedenti. Il canto è portato da Rossella Pinto (storica voce femminile del gruppo sin dagli anni Settanta e fino al 2007, anno di uscita anche per Daniele Durante) ed Anna Cinzia Villani, allora alle prime armi come interprete di canti popolari, ma già dotata di una fortissima personalità.
Dal punto di vista testuale il brano è caratterizzato dal minor numero di strofe rispetto alla versione raccolta da Brizio Montinaro nel suo "Musiche e canti popolari del Salento", che contiene anche la parte di testo dedicata alla rondine.
Forse i controtempi di chitarra affievoliscono la forza della pizzica, comunque è una buona versione.

Sempre dai dischi di Brizio Montinaro proviene "Ferma Zitella", che invece viene eseguita per intero, con un ritmo molto fedele a quello del documento "di campo" seppure quest'ultimo è eseguito a cappella.
La prima strofa è cantata a cappella, poi entra una chitarra accordata in re minore, dalle forti risonanze barocche, accentuate anche dal mandolino e dal violino. I momenti strumentali forse tendono a far dimenticare che il canto è narrativo, una maggiore fluidità sarebbe un elemento a favore di una maggiore leggerezza e anche, perché no, di una maggiore filologia.

Tornando alla pizzica si arriva a "Canuscu na carusa",, ancora lontana dall'essere quel classico della tradizione salentina, lanciato in ogni salsa a partire dall'inclusione del brano nelle scalette del Concertone di Melpignano. La versione del Canzoniere è caratterizzata dall'importanza della voce baritonale di Durante, che per la prima volta all'interno di questo disco canta con piglio da protagonista, delegando i cori alle due voci femminili, Anna Cinzia Villani sulle basse, Rossella Pinto un'ottava sopra il canto principale. È interessante notare come il brano sia guidato, come già "Pizzicarella", dalla fisarmonica, che esegue un assolo successivamente ripreso da Durante nella canzone "A ddhai oju bu bisciu" del cd "E allora tu si de lu sud" (Animamundi 2007).

Dai dischi di Montinaro proviene la traccia successiva, giustapposizione di due brani di ispirazione religiosa: "Oh Diu quantu sta casa è benedetta" e "Sia benedettu ci fice lu munnu".
Il primo brano è eseguito a cappella, così come avviene nel documento originale, se non fosse che nella versione del Canzoniere assistiamo alla polifonia, con lo schema già enunciato per il brano precedente. La seconda parte della traccia è eseguita con l'accompagnamento degli strumenti, ma invece di usare cupacupa ed organetto (come nell'originale) il gruppo opta per un trio composto da tamburello, flauto e mandolino. Quest'ultimo è sicuramente lo strumento che esegue le parti più interessanti, dato che si assiste ad una contaminazione tra tecniche da "barbiere" e stili della tradizione portoghese, specialmente per quanto riguarda gli accordi eseguiti con il tremolo. La parte di flauto, ponte strumentale tra le varie strofe, è una serie di scale eseguita con un semplicissimo flauto dolce.

Nella traccia successiva, la classica "Quantave", fa la sua comparsa da protagonista il violino di Mauro Durante. È lui difatti a guidare questa pizzica che, a livello di intensità e di spirito, potrebbe ricordare la "Tarantata" o "indiavolata" di Luigi Stifani, seppure non ne ricalca mai i giri melodici.
Come per "Pizzicarella" anche qui va notata la tendenza del gruppo a stemperare la forza della pizzica, creando così una scuola che, in modo diverso, ha influenzato quasi tutti i gruppi salentini degli ultimi vent'anni.
Della tradizione il brano conserva l'entrata degli strumenti in momenti diversi, stratagemma che viene utilizzato anche per la loro uscita. Difatti il tamburello, dopo l'ultimo assolo di violino, esegue una serie di accenti dopo iquali sparisce, permettendo a chitarra, violino e fisarmonica di chiudere da soli il pezzo in sfumato.

La traccia successiva è "Ohi rondinella ci", brano lento che il gruppo riprende nella versione pubblicata su partitura dallo stesso Daniele Durante nel volume "Canzoniere", curato insieme a Luigi Chiriatti per le Edizioni Erreci di Lecce nel 1990. Il brano ha una struttura di ballata, paragonabile al Fado portoghese, seppure la fluidità della serenata viene intaccata dai troppo numerosi e lunghi assoli strumentali, eseguiti sia dai plettri che dal violino, creando una certa pesantezza in chi ascolta. Va anche detto che forse la voce di Anna Cinzia Villani in questo brano dolcissimo non convince, data la sua ancestrale durezza.

Tornando alle pizziche si esegue una strabiliante versione del classico "Te sira", delegata solo al tamburello, che usa la tecnica moderna con una terzina che ne ingloba varie al suo interno, e alla fisarmonica oltre alle solite tre voci. Il canto qui torna ad essere affidato a Daniele Durante, mentre le voci femminili fanno solo i cori, stavolta con Anna Cinzia Villani sulle note alte.

Dalle ricerche di Giovanna marini nonché dal primissimo repertorio del Canzoniere stesso viene la traccia successiva, un toccante canto funebre intitolato "'Ntunucciu". La versione del gruppo consta di due parti ben delineate. La prima, corrispondente al primo giro melodico, è un raffinato valzer lento solo inficiato da qualche nota di troppo della fisarmonica che prova, riuscendoci a stento, ad imitare la sacralità dell'organo.
La seconda parte, il resto del brano, è un valzer quasi festoso che, almeno secondo chi scrive, non si addice alla tristezza del testo. Solo la raffinatezza dei controcanti per terze smorza un po' l'atmosfera di festa, rafforzata dall'uso del tamburello, che nella tradizione non accompagna mai momenti tristi, spesso delegati alle sole voci.

Andando avanti si torna alle pizziche con una delle più classiche, quella conosciuta come "Pizzica di Aradeo". Il gruppo, così come avviene nella più schietta tradizione, la accompagna con un giro in "modo misto", maggiore-minore. Ciò che smorza molto sono i controtempi degli strumenti melodico-armonici rispetto al tamburello, unico a cui viene delegata l'esecuzione dell'ossessivo ritmo. Sembra vi siano anche dei problemi di utilizzo della metrica, vi sono delle strofe dette un po' troppo velocemente, il che fa perdere l'incisività del testo, costituito da strofe di varia origine accomunate dalla tematica romantica.

La traccia successiva è forse la meno riuscita del disco, una versione a pizzica-pizzica di "Sutt'acqua e sutta ientu", melodia suonata negli anni Cinquanta come tarantella, sicuramente molto più adatta a questo ritmo.
La versione del Canzoniere inizia in maggiore con una parte lenta caratterizzata dall'utilizzo di accordi di settima aumentata e settima, poco usati, raffinati ma forse inutili.
Nella parte a pizzica, come nel brano precedente, sono facilmente rilevabili gli effetti di una scansione alternativa (forse sbagliata) delle parole, perfino nell'uso del fiato.

Il momento massimo del disco è la sua ultima traccia, una "Ronda" registrata live. Il brano è un'insieme di varie melodie di pizzica, eseguite "a botta" (voce e tamburo) in una sfida fra Daniele Durante e Anna Cinzia Villani. Rossella Pinto interviene solo nel ritornello che riecheggia la pizzica di Ugento e viene interpretato a tre voci.