domenica 18 dicembre 2011

"Sodade": ricordo di Cesaria

Carissimi lettori, la musica capoverdiana oggi è di lutto, difatti ieri se ne è andata la più grande voce dell'arcipelago, la cantante di Mornas e Coladeras Cesaria Evora.

Per descrivere i generi di musica capoverdiani, alcuni portoghesi, forse con un po' di megalomania ma comunque realisticamente, dicono che sono "fados con ritmo".

Per me, sinceramente, pur avendo sentito altri cantanti capoverdiani, nessuno ha l'espressività dolcemente strappacuore della voce di Cesaria.

L'album a cui io sono più legata è "Café Atlántico", disco del 1999 dove, oltre a Mornas e Coladeras, si assiste anche all'interpretazione di brani in portoghese ("Negue", classico brasiliano) e in spagnolo ("Maria Helena"). Per motivi ovvi, legati alla lingua, rende di più l'interpretazione intima del primo brano, piuttosto che quella del secondo, dove comunque c'è un bellissimo arrangiamento.

Le canzoni di Cesaria sono cantate in creolo, una lingua nata dal contatto tra il portoghese, lingua dei colonizzatori europei, e i dialetti africani autoctoni. Purtroppo io non capisco molto i testi, ma spesso essi sono animati da un senso quasi ecumenico, che forse la nostra musica (sia leggera che popolare) dovrebbe riscoprire.

Bella la voce dell'Evora, che era dolce ma potente, leggera e malinconica.

Gli ultimi album, come i primi, usciti tra l'altro quando la cantante aveva più di quarant'anni, non sono forse perfetti. Le due gemme che costellano la sua discografia sono, almeno per me, "Café Atlántico" (già citato ma "repetita iuvant") e "São Vicente di longe".

Scusate se questo articolo non può assolutamente ambire ad essere il ritratto di questo genio capoverdiano, è stato l'unico modo che ho trovato per sfogare la mia tristezza.

martedì 6 dicembre 2011

Chicca officiniana imperdibile!

Carissimi lettori, devo aggiornare il blog con un piacere del tutto particolare. Rovistando nel web (e non si finisce mai di scoprire roba nuova!) ho trovato un'intervista a Lamberto Probo degli Zoè veramente succulenta. Risale alla partecipazione del gruppo alla penultima edizione di "Roma incontra il mondo", rassegna di musiche popolari che si tiene nell'estate romana.
Il link è radiosonar.net/.../82-intervista-officina-zoe-10-luglio-roma-incontra-il-mondo.html.
Non ve la spiego, il musicista si sfoga a tutto tondo, da godere!

domenica 4 dicembre 2011

Una bella notizia "pizzicata"

Carissimi lettori, oggi scrivo per darvi una delle notizie più belle che mi potesse capitare di dare.
Dal sito "www.radiotvsalento.net" si può accedere con estrema facilità alla prima web radio dedicata alla pizzica ed alla musica popolare salentina chiamata "radio salento pizzica station".

Laprima volta che l'ho aperta il giorno non sembrava essere dei migliori perché mi ha salutato il gruppo dei Mascarimirì (il "cavallo" e il "cavallino" che nitrivano di una contaminazione tra pizzica, tarantella, rai e non so che altro... incubo!).

Dopo, a Dio piacendo, sono arrivati gli Allabua con "'A vigna", traccia minore del loro secondo cd, incisa con la collaborazione di Quintino Sicuro alla ghironda. Subito dopo sono partiti i Cunservamara, gruppo della nuova ondata, non privo di spunti di interesse. Il loro brano era una versione stornellante di "Te sira".

Tornata ad accendere la web radio sono stata accolta da una "Carataranta" del Canzoniere Grecanico Salentino a guida Daniele Durante. Il brano non è un capolavoro ma è inhnegabile la maestria del gruppo.

Ora mi stanno deliziando gli Officina (Zoè ovviamente!) con la loro versione de "lu rusciu de lu mare", tratta dal classicissimo "Terra".

Continuerò per un po' ad ascoltare redigendo un resoconto di una playlist, per consigliarvi a voi comunque di ascoltarla e farle anche delle critiche, costruttive e sentite come a me piacciono.

Continuando si arriva ad un brano de La notte Della Taranta, ossia alla"Pizzicarella" versione Sparagna. La critica che viene istintiva è che mettono troppo prevalentemente cose commerciali ma meglio di niente come divulgazione della pizzica si può accettare.

Il brano sinceramente è una delle peggiori cose che si siano mai fatte, in quanto il signorino Sparagna nei suoi tre anni di conduzione dell'orchestra popolare (idea bruttissima in sé oltretutto!) si è ritenuto in diritto e in dovere, per ridare contemporaneità al folk salentino, di rimusicarlo in tutto e per tutto. Questo a casa mia si chiama essere ladroni! Per me, e fortunatamente non solo, la "Pizzicarella" della "Simpatichina" è più bella e più coinvolgente.

Poi, per quanto riguarda la voce di Alessia Tondo, bambina prodigio della Notte, non ha una voce convincente ma nemmeno un po', e sette anni dopo questa incisione (2004-2011) la sua voce è già rauca e forza molto se canta. Se questo è il futuro del Salento sinceramente meglio restarsene al passato.

Va detto che la batteria, e su questo Sparagna è stato bravo, imita i tamburelli, anche se piuttosto che sentirli imitati da una batteria io li avrei voluti sentire dal vero i tamburelli.

Pur di allungarla allo sfinimento, invece di trovare nuove strofe, cosa che veramente darebbe un futuro a questa musica, la "Pizzicarella" si ricanta identica in tutto e per tutto. Fantasia, novità, innovazione solo a chiacchiere, a fatti stagnazione!

Gli strumenti si stanno dando a una pizzica casinara ma forse coinvolgente per i "tarantolati" (e la smettessero di chiamarsi così!) che stavano nel cortile del convento degli Agostiniani.

Questa stazione ha di bello che alterna brani veloci e brani lenti. Andando avanti si ascolta un brano, probabilmente in dialetto siciliano o brindisino, con un testo bellissimo ma con una musica ed un arrangiamento di questi che vanno di moda ora, in minore, con tre accordi e melodie dove, pur di non calcare e imitare gli anziani, si fadiventare il folk altrodase stesso. Almeno qui non c'è la batteria, si ascolta un gruppo quasi tradizionale. Come spesso succede nei gruppi nuovi, magari si assiste anche ad un dominio buono degli strumenti, qui fanno cose interessanti sia le percussioni che il violino, ma anche alla scarsità delle voci, che invece, secondo quanto affermano quelli che hanno iniziato questo lavoro venti o più anni fa, sono l'elemento più importante della musica popolare salentina, che, non lo scordiamo, era cantata nei campi e non c'erano strumenti se non in cotnate occasioni.

Il brano successivo fa fare un bel salto di qualità, difatti, dal cd "Focu d'amore" del Nuovo Canzoniere Grecanico Salentino a guida Mauro Durante, si ascolta la "Pizzica caddhipulina", molto ben cantata e suonata da tutti.

Il canale comunque è caldamente consigliato, ma ancora un pochino lo seguiamo redigendo un resoconto.

Oltre al repertorio tipico di ogni regione o di ogni zona c'è un repertorio che ormai è diventato una "coinè", ossia uno standard panameridionale. Tra i brani che compongono questo standard, purtroppo, c'è "Brigante se more", brano con testo e musica d'autore (Eugenio Bennato e Carlo D'Angiò) dedicato al brigantaggio, una forma di "leghismo" meridionale, molto più giustificato della secessione della Lega Nord, comunque inutile in un'epoca di globalizzazione selvaggia dove per aver spazio si può solo pensare unitariamente e non separarci.

Si dovrebbe riparare le ingiustizie che da ogni lato si sono perpetrate, si dovrebbe vivere in pace tra di noi, l'Italia è bella perché è ricca di diversità, restare uniti è un dovere!

Comunque questa canzone io non l'ho amata né nella versione originale né, tantomeno, in quelle fatte in tutto il Sud senza conoscere il dialetto napoletano, in una coinè (anche questa insopportabile quanto questo obbligo di scimmiottare i dischi di Bennato di trent'anni fa spacciati per tradizione) dove si mischia napoletano, salentino, siciliano. La stessa traccia continua con "Vulesse addeventare nu brigante", altro brano della "coinè" che io condanno (il Sud, come tutta l'Italia, è bello perché è diverso e vario. Un conto è se tu scegli consapevolmente di fare tutto il Sud, un altro è, come succede ora spessissimo, se per ignoranza di quello che hai a casa tua, lo vai ad arricchire con brani, oltretutto prevedibilissimi, presi da altre regioni senza studiarti niente né gli stili né i dialetti).

Adesso stiamo ascoltando un brano di un gruppo a me sconosciuto (purtroppo qui non so se si sanno gli interpreti ed i titoli delle canzoni, per ora io non so come fare). Il brano è bello solo per la musica, le voci fanno abbastanza pena, ma già ne abbiamo parlato in precedenza,questo è il futuro della musica salentina (preferisco il passato, grazie!).

La critica è sempre quella, quasi solo cose commerciali!

E torniamo al piacevole, arrivano gli Zimbaria (i veri, quelli con Pino "Zimba"!). Dal loro primo disco ("live", 2004) arrivano degli stornelli con strofe riprese dagli Ucci, almeno adesso si canta la vera tradizione salentina.

Adesso fate voi, io ve l'ho detto e comunque sono felice.

mercoledì 9 novembre 2011

Lucio Dalla: "Questo è amore" (2011)

Carissimi lettori, ieri è uscito il nuovo disco di Lucio Dalla, una raccolta "extraordinaria" (come l'ha definita lo stesso Dalla) che riporta alla luce brani particolari.

La prima traccia è "La leggenda del prode Radamès", omaggio del cantautore al Quartetto Cetra.

L'arrangiamento rimanda istintivamente e spudoratamente alle atmosfere del dalla giovanile, quello nato ancora prima del cantautore, il musicista che suonava dixieland. Il brano potrebbe essere considerato un ritratto ironico del trattamento che spesso si riserva alle donne e non dico altro.

La prima delusione (cocente!) si ha con la seconda traccia, la reinterpretazione di "Anema e core", capolavoro della musica napoletana scritto nel 1950 da Tito Manlio e Desposito.

Intanto non mi piacciono le libertà armoniche e melodiche che dalla si prende, poi, addirittura, sfociate nello spostamento di una parte di testo, in secondo luogo è deludente la pronuncia nel napoletano.

Non viene per niente conservata la classicità che ha fatto di questa melodia un brano tra i più conosciuti al mondo. Il canto non usa mai tentativi di avvicinarsi alle tecniche del bel canto (che poi Dalla ama e conosce).

L'ultimo inedito (l'unico vero inedito!) è "Anche se il tempo passa (amore)". Come ritmo potrebbe ricordare Mary Luis, anche se le sonorità sono quelle elettroniche ed elettriche che caratterizzano l'ultimo Dalla. Comunque sotto l'apparente semplicità si intravede un impegno nella ricerca di sviluppi melodici ormai poco consueti, tipici di chi ha avuto la fortuna di iniziare l'attività musicale negli anni Sessanta.

Nominata e vista! Eccoci ad una "Mary Luis", non riarrangiata, solo con alcune parti di canto affidate a Marco Mengoni. Devo dire che rende bene, il brano fra l'altro è molto bello e tratto da uno degli album più riusciti del nostro, quel "Dalla" che fra l'altro conteneva "Futura", "Mambo", "La sera dei miracoli" e altri classici di Dalla.

Da qui inizia la parte propriamente antologica, un percorso a ritroso, iniziando dalle più attuali, fra le canzoni meno conosciute. Il viaggio comincia con "Angoli nel cielo" title track del disco precedente del Dalla. Se dovessi descrivere il brano, che non conoscevo prima, direi che è una ballata dall'atmosfera molto sospesa, anche grazie ai tocchi di pianoforte e percussioni latine, che dove arrivano addolciscono sempre i tocchi di batteria.

Il brano successivo è uno degli esempi del Dalla che amo di meno, quello che, pur facendo tanta morale agli altri, leggere la dichiarazione per musicblog it per credere, copia dall'estero dei generi che neanche riesce a reggere. Il brano infatti sarebbe anche una suadente ballata, se non fosse riarrangiata con delle chitarre elettriche distorte che non le rendono giustizia, semmai la rendono inascoltabile.

Anche il brano successivo è un esempio di questo tipo di repertorio, in cui bei testi, magari anche belle melodie, sono riarrangiate talmente male che sono inascoltabili. Il brano si chiama "Malinconia d'ottobre", c'è un violoncello talmente mal usato che non riesci nemmeno a fartene cullare.

Il brano è curioso perché ha un pezzettino dedicato a Lisbona, al Café Martinho Da Arcada, bar che Fernando Pessoa frequentava negli anni Trenta del Novecento, in cui c'è sempre spazio per lui, come se dovesse arrivare ad ogni istante. A questo stesso ambiente si riferisce Antonio Tabucchi nel bellissimo "Sostiene Pereira", libro da cui è stato tratto un film, l'ultimo recitato da Marcello Mastroianni.

Dall'album "lucio" del 2003 viene questa bellissima "Amore disperato", che Dalla interpreta insieme a Mina. Il brano è stato originariamente composto per l'adattamento moderno e personale che Dalla ha fatto della storia di Tosca. Il brano ha una struttura fortemente classica, cosa che lo potrebbe paragonare a "Caruso", uno dei classici del repertorio dalliano. Sicuramente le due voci stanno molto bene insieme, anche perché entrambe amano molto allargare i propri orizzonti in sede interpretativa, non accontentandosi quasi mai di cantare semplicemente. Per avere conferma di ciò basta sentire l'ultima bellissima canzone di Mina dal titolo "Questa canzone".

Il brano successivo, tornando a Dalla, è "Prima dammi un bacio", altra traccia di "lucio" dal sapore fortemente nostalgico e melodico. Interessante questa valutazione del terzinato, lento come se fosse un bolero cubano, così tipico di classici come "Canzone per te" di Sergio Endrigo. Contrariamente al precedente citato, però, il brano di Dalla è in maggiore (il brano di Endrigo alterna strofe in minore a ritornelli in maggiore) ed è fortemente elettronico, addio a quelle fantastiche orchestre!

Saltando a piè pari l'album "Ciao" (1999) (per fortuna!) si arriva a "Canzoni" (1996) da cui si fa emergere un classico (checchè ne dica Dalla qualche brano famoso qui c'è!) come "Tu non mi basti mai", uno dei più belli dell'ultima produzione del cantautore.

Il successivo è una di quelle ballate che, se non fosse per l'arrangiamento pop troppo sfrontato (ti credo che si è stancato!) sarebbe anche bella. La strofa inizia e spesso torna su un inusitato dosettima aumentata e su un ritmo che non saprei descrivere. I ritornelli, o meglio la seconda frase melodica che implacabile continua la prima ad ogni sua riapparizione, ha come sue punte armoniche un fa maggiore utilizzato su una scala di sol e un finale su si minore e la alternati. Ritmicamente potrebbe ricordare certe canzoni anni Ottanta, che nel secondo compact avremo il piacere di riascoltare.

Il brano successivo, dal titolo "Latin lover", potrebbe essere considerato il secondo tentativo, dopo la già ricordata "Caruso", di scrivere un brano che ricordi ed utilizzi le caratteristiche del melodramma italiano in chiave moderna. Dallaè molto bravo ascrivere brani con queste strutture spesso terzinate, anche se forse la sua voce non è la migliore per la loro interpretazione, difatti questo pezzo renderebbe molto di più interpretato da una voce tenorile.

La melodia comunque è interessante ed aperta, anche se è semplice.

Il brano successivo fa parte del Lucio Dalla che non sopporto (preferisco quattro martellate piuttosto che ascoltare sto pezzo!). Se non sbaglio stava nel cd "Henna", uno di quelli che ho odiato di più della discografia di Dalla. L'unica traccia che andrebbe riscoperta è "Cinema", brano con l'inconfondibile partecipazione del già citato Mastroianni.

Arrivando a "Cambio" (1990, ultimo album veramente bello prodotto da Dalla) si riscopre un capolavoro sconosciuto intitolato "Le rondini". È una ballata sostenuta da una base completamente elettronica (ovviamente se fosse stata acustica era meglio!) dedicata ad una serie di sogni, forse alla libertà vera, quella interiore. Incredibile il sassofono nel finale, che si prodiga in assoli dalle venature jazz, tanto amati da Dalla, in dialogo con una chitarra elettrica distorta.

La prossima, sempre da "Cambio" è un brano completamente in "scat", se non fosse per il ritornello dove si dice solo "è l'amore" (a questo punto si poteva mettere il "pezzo zero" del cd 2 di questa antologia!). Questa non mi è mai piaciuta più di tanto ma sono solo gusti personalissimi e discutibilissimi.

Il secondo cd inizia con una delle canzoni più belle del repertorio del nostro, la poco conosciuta "Chissà se lo sai", interpretata anche da Ron. La versione di Dalla è forse più convincente, anche perché il cantautore ancora era orgoglioso del suo vero timbro (siamo arrivati con questo brano negli anni Ottanta). Vaanche detto che qui Dalla non ha bisogno di fare la morale sull'esterofilia imperante, anche perché se la fa è solo dato che sa benissimo che lui è il primo a non applicare ciò che chiede agli altri. Il brano è una bella ballata romantica, conclusa da uno di quegli assoli di sassofono di Dalla, allo stesso tempo dolci e graffianti.

Altro brano che ha cullato la mia infanzia è la seconda, "Soli io e te". Anche questa è una ballata, dove la musica leggera viene usata per creare delle melodie e delle armonie semplici ma non banali (spesso ormai la complicazione è talmente comune che essa stessa è la banalità!). Bella la corposità del suono del gruppo pop, dove gli strumenti elettronici non sostituiscono ma aiutano gli acustici.

La traccia successiva è un brano che non ricordavo dal titolo "Stornello". Da questo pezzo si deduce quella particolare familiarità del cantautore bolognese con il folk e con la melodia italiana, la stessa che lo ha portato ad incidere brani come "4 marzo 1943", "Piazza grande", "Itaca" ed altri. il brano ha una struttura quasi brasiliana che dà alla sua semplice melodia italiana un tocco molto esotico. La canzone ha anche un'altra curiosità, è natalizia, più semplice, anche se scettica, del capolavoro di De Gregori "Natale".

Ed eccoci ad un altro di quei quadretti storici che Dalla amava molto dipingere, con una ballata dalle tinte un po' blues, sospese, melodiche ma non troppo. Il brano si chiama "Viaggi organizzati". È da molto tempo che non ascolto la versione in studio di questo brano,che ho imparato ad amare follemente grazie a "Dallamericaruso", album che consiglio in maniera calda e spudorata. La versione da studio è molto più calma, d'altronde Dalla,come vero artista che è, si presenta per quello che è solo live, e forse ora non è neanche più in grado di tenere un concerto di quelli memorabili.

La traccia successiva è una poco conosciuta ma bellissima "Pecorella", tratta da "1983". Per chi non la conosce potrei presentare questa canzone come un brano dalle atmosfere latine, il bilico tra un accenno di chachacha e certe atmosfere jazz del pianoforte. La traccia successiva è "Solo", sempre tratta da "1983". È interessante la chitarra elettrica spesso usata con il wawa. Bello anche il ritmo sospeso come gli accordi, tra maggiore e minore, tra semplicità e avanguardia, d'altronde questo è il vero Dalla.

Continuando si ascolta "Mambo" tratta dall'album "Dalla" del 1978. Qui siamo davanti al Dalla migliore, né troppo vanguardistico (insopportabile!) né troppo semplice (riduttivo e poco stimolante!). Va anche detto che qui le tastiere non esistono, questo canto di sdegno e disprezzo è accompagnato con suprema sapienza solo da un gruppo di strumenti acustici, spesso suonati con abilità dallo stesso Dalla.

Interessantissima la scaletta che esegue il sassofono nella parte finale del brano, semplice, ricca ed ossessiva.

Le ritmiche sospese così care a Dalla sono le assolute protagoniste di questa ballata dal sapore quasi portoghese, dal titolo "Notte" estratta dal classico e bellissimo "Com'è profondo il mare" (1977). Il brano è in fa ma si adagia sia su scale di mi minore che in accenni di sol e do. Finalmente, verso la parte finale, il brano prende ad avere un ritmo non più sospeso, è preciso e classificabile come una specie di valzer terzinato con degli arpeggi che cesellano un giro su una scala di do che vede l'entrata fugace di un la minore.

Sempre dallo stesso lp viene la prossima traccia, uno di quei quadretti di guerra a cui Dalla ci ha sempre abituato quasi dolcemente. Il ritmo, nonostante il titolo sia "Tango", non è quello argentino, d'altronde Dalla non ama indugiare sulle ritmiche di questo grande paese, coltivate invece benissimo da Guccini in brani come "Tango per due". Qui le atmosfere argentine sono portate solo da una fisarmonica che fa brevi passaggi molto argentini, oltre a cesellare una di quelle melodie del migliore Dalla, compromesso tra semplicità e larghezza di veduta musicale (non mi stancherò mai di dire che questo è il Dalla che preferisco: né avanguardia né pop moderno odark!).

Sempre da "Com'è profondo il mare" (1977) viene questa "Quale allegria". Il brano è una riflessione amara sulla vita e sulle sue menzogne. Questa è una di quelle canzoni senza ritornello, un fiume di parole che sfocia naturalmente in un mare di note. Interessante anche lo scat finale, anche quello amaro e quasi urlato.

Sempre dallo stesso lp del '77 viene anche "Non andar più via", ballata lenta e articolata, come era il Dalla migliore. Il testo è un grido di libertà, una rivendicazione di esistenza di cui forse l'arte avrebbe bisogno più oggi che allora. Forse è anche un grido d'aiuto a chi ascolta, comunque è un bel brano. Interessante è la coda strumentale, con un leggero elemento disarmonico.

Da "Automobili", ultimo album scaturito nel 1976 dalla collaborazione con il poeta Roberto Roversi, viene questa "Due ragazzi". La prima parte è una tarantella spezzata e rivissuta da un musicista geniale, mentre la seconda è una ballata con tinte jazz. Il testo è la descrizione di un amore svoltosi in un auto. Veramente bella!

La traccia successiva già sta ai limiti di quel Dalla avanguardistico che non amo,così come non stimo il cantautore pop nato dopo "Amen" (1993. Il brano è una canzone d'amore un po' allucinato.

Molto bella e un po' felliniana è "Anna bell'Anna", presentata al Disco per l'estate 1974. In più punti ricorda le colonne sonore di Nino Rota o anche gli stilemi delle musiche del cinema muto. La ballata ha una struttura che permette al banjo di swingare, atmosfera rafforzata anche dall'interessante intervento del piano elettrico nonché dallo "scat" finale di Dalla. Va detto che il cantautore con gli anni ha forse perso smalto anche in questa sua seminale caratteristica.

Questa è una delle canzoni che più ha cullato la mia infanzia, si intitola "Il cojote". Credo sia una metafora dell'eterna sfida fra il debole ed il forte, spesso ingiustamente vinta da quest'ultimo. La metafora è rappresentata dal cojote e la stella, il racconto è scandito da continui "crescendo" che scandiscono il racconto triste e sentito. Difatti il brano ha tre tonalità re mibemolle e mi, e si torna in re solo per la chiusura in "scat", stile che spesso dialoga con la batteria che esegue virtuosismi.

Un'altra chicca, anche se non particolarmente importante nella mia vita, è la traccia successiva e conclusiva dal titolo "l'ultima vanità". Il brano è una specie di habanera, tra minore e maggiore, perfino con interessanti passaggi arabi nella parte iniziale, mentre la chiusa strumentale, brevissima, si schiude in un valzer.

Nell'insieme è un bel disco, ovviamente sconsigliato ai neofiti che devono (e dico devono!) cominciare con "12000 lune" del 2006, triplo cd con tutte le più belle di Dalla.

mercoledì 2 novembre 2011

Canti e pizzichi d'amore Canzoniere Grecanico Salentino

Carissimi lettori, pubblico una recensione di "Canti e pizzichi d'amore" del Canzoniere Grecanico Salentino, che apparirà anche su www.blogfoolk.com, ottimo blog dedicato alla musica popolare ed alternativa curato dal campano Salvatore Esposito.

Il Canzoniere Grecanico Salentino è uno dei gruppi più longevi della scena della riproposta salentina, il più antico tra quelli in attività e l'unico rimasto in piedi (seppur con formazione completamente rimaneggiata) tra quanti iniziarono negli anni Settanta la riscoperta del folklore basso-salentino.
Lo stile del gruppo si è sempre trovato in bilico tra riscoperta delle sonorità popolari ed innovazione, specialmente per quanto riguarda i testi (prima fase coincidente con gli anni Ottanta) e i tocchi strumentali (successivamente, fino ad oggi).
Dimostrazione di ciò è il disco "Canti e pizzichi d'amore", album pubblicato nel 2000 per l'etichetta "Salento altra musica".
L'album è composto da brani tradizionali rielaborati dal gruppo sia musicalmente che testualmente (è raro che il Canzoniere esegua i classici salentini con le strofe che si trovano nei corrispondenti documenti originali).
Il cd è introdotto da rullate di plettri (tipiche dello stile di Daniele Durante) che ci portano verso una "Pizzicarella" caratterizzata da un interessante ed inusitato passaggio in sottodominante che ricorda certe pizziche dei secoli precedenti. Il canto è portato da Rossella Pinto (storica voce femminile del gruppo sin dagli anni Settanta e fino al 2007, anno di uscita anche per Daniele Durante) ed Anna Cinzia Villani, allora alle prime armi come interprete di canti popolari, ma già dotata di una fortissima personalità.
Dal punto di vista testuale il brano è caratterizzato dal minor numero di strofe rispetto alla versione raccolta da Brizio Montinaro nel suo "Musiche e canti popolari del Salento", che contiene anche la parte di testo dedicata alla rondine.
Forse i controtempi di chitarra affievoliscono la forza della pizzica, comunque è una buona versione.

Sempre dai dischi di Brizio Montinaro proviene "Ferma Zitella", che invece viene eseguita per intero, con un ritmo molto fedele a quello del documento "di campo" seppure quest'ultimo è eseguito a cappella.
La prima strofa è cantata a cappella, poi entra una chitarra accordata in re minore, dalle forti risonanze barocche, accentuate anche dal mandolino e dal violino. I momenti strumentali forse tendono a far dimenticare che il canto è narrativo, una maggiore fluidità sarebbe un elemento a favore di una maggiore leggerezza e anche, perché no, di una maggiore filologia.

Tornando alla pizzica si arriva a "Canuscu na carusa",, ancora lontana dall'essere quel classico della tradizione salentina, lanciato in ogni salsa a partire dall'inclusione del brano nelle scalette del Concertone di Melpignano. La versione del Canzoniere è caratterizzata dall'importanza della voce baritonale di Durante, che per la prima volta all'interno di questo disco canta con piglio da protagonista, delegando i cori alle due voci femminili, Anna Cinzia Villani sulle basse, Rossella Pinto un'ottava sopra il canto principale. È interessante notare come il brano sia guidato, come già "Pizzicarella", dalla fisarmonica, che esegue un assolo successivamente ripreso da Durante nella canzone "A ddhai oju bu bisciu" del cd "E allora tu si de lu sud" (Animamundi 2007).

Dai dischi di Montinaro proviene la traccia successiva, giustapposizione di due brani di ispirazione religiosa: "Oh Diu quantu sta casa è benedetta" e "Sia benedettu ci fice lu munnu".
Il primo brano è eseguito a cappella, così come avviene nel documento originale, se non fosse che nella versione del Canzoniere assistiamo alla polifonia, con lo schema già enunciato per il brano precedente. La seconda parte della traccia è eseguita con l'accompagnamento degli strumenti, ma invece di usare cupacupa ed organetto (come nell'originale) il gruppo opta per un trio composto da tamburello, flauto e mandolino. Quest'ultimo è sicuramente lo strumento che esegue le parti più interessanti, dato che si assiste ad una contaminazione tra tecniche da "barbiere" e stili della tradizione portoghese, specialmente per quanto riguarda gli accordi eseguiti con il tremolo. La parte di flauto, ponte strumentale tra le varie strofe, è una serie di scale eseguita con un semplicissimo flauto dolce.

Nella traccia successiva, la classica "Quantave", fa la sua comparsa da protagonista il violino di Mauro Durante. È lui difatti a guidare questa pizzica che, a livello di intensità e di spirito, potrebbe ricordare la "Tarantata" o "indiavolata" di Luigi Stifani, seppure non ne ricalca mai i giri melodici.
Come per "Pizzicarella" anche qui va notata la tendenza del gruppo a stemperare la forza della pizzica, creando così una scuola che, in modo diverso, ha influenzato quasi tutti i gruppi salentini degli ultimi vent'anni.
Della tradizione il brano conserva l'entrata degli strumenti in momenti diversi, stratagemma che viene utilizzato anche per la loro uscita. Difatti il tamburello, dopo l'ultimo assolo di violino, esegue una serie di accenti dopo iquali sparisce, permettendo a chitarra, violino e fisarmonica di chiudere da soli il pezzo in sfumato.

La traccia successiva è "Ohi rondinella ci", brano lento che il gruppo riprende nella versione pubblicata su partitura dallo stesso Daniele Durante nel volume "Canzoniere", curato insieme a Luigi Chiriatti per le Edizioni Erreci di Lecce nel 1990. Il brano ha una struttura di ballata, paragonabile al Fado portoghese, seppure la fluidità della serenata viene intaccata dai troppo numerosi e lunghi assoli strumentali, eseguiti sia dai plettri che dal violino, creando una certa pesantezza in chi ascolta. Va anche detto che forse la voce di Anna Cinzia Villani in questo brano dolcissimo non convince, data la sua ancestrale durezza.

Tornando alle pizziche si esegue una strabiliante versione del classico "Te sira", delegata solo al tamburello, che usa la tecnica moderna con una terzina che ne ingloba varie al suo interno, e alla fisarmonica oltre alle solite tre voci. Il canto qui torna ad essere affidato a Daniele Durante, mentre le voci femminili fanno solo i cori, stavolta con Anna Cinzia Villani sulle note alte.

Dalle ricerche di Giovanna marini nonché dal primissimo repertorio del Canzoniere stesso viene la traccia successiva, un toccante canto funebre intitolato "'Ntunucciu". La versione del gruppo consta di due parti ben delineate. La prima, corrispondente al primo giro melodico, è un raffinato valzer lento solo inficiato da qualche nota di troppo della fisarmonica che prova, riuscendoci a stento, ad imitare la sacralità dell'organo.
La seconda parte, il resto del brano, è un valzer quasi festoso che, almeno secondo chi scrive, non si addice alla tristezza del testo. Solo la raffinatezza dei controcanti per terze smorza un po' l'atmosfera di festa, rafforzata dall'uso del tamburello, che nella tradizione non accompagna mai momenti tristi, spesso delegati alle sole voci.

Andando avanti si torna alle pizziche con una delle più classiche, quella conosciuta come "Pizzica di Aradeo". Il gruppo, così come avviene nella più schietta tradizione, la accompagna con un giro in "modo misto", maggiore-minore. Ciò che smorza molto sono i controtempi degli strumenti melodico-armonici rispetto al tamburello, unico a cui viene delegata l'esecuzione dell'ossessivo ritmo. Sembra vi siano anche dei problemi di utilizzo della metrica, vi sono delle strofe dette un po' troppo velocemente, il che fa perdere l'incisività del testo, costituito da strofe di varia origine accomunate dalla tematica romantica.

La traccia successiva è forse la meno riuscita del disco, una versione a pizzica-pizzica di "Sutt'acqua e sutta ientu", melodia suonata negli anni Cinquanta come tarantella, sicuramente molto più adatta a questo ritmo.
La versione del Canzoniere inizia in maggiore con una parte lenta caratterizzata dall'utilizzo di accordi di settima aumentata e settima, poco usati, raffinati ma forse inutili.
Nella parte a pizzica, come nel brano precedente, sono facilmente rilevabili gli effetti di una scansione alternativa (forse sbagliata) delle parole, perfino nell'uso del fiato.

Il momento massimo del disco è la sua ultima traccia, una "Ronda" registrata live. Il brano è un'insieme di varie melodie di pizzica, eseguite "a botta" (voce e tamburo) in una sfida fra Daniele Durante e Anna Cinzia Villani. Rossella Pinto interviene solo nel ritornello che riecheggia la pizzica di Ugento e viene interpretato a tre voci.

mercoledì 14 settembre 2011

Ciao Gino!

Carissimi lettori, sono due giorni che lascio in silenzio la mia anima, è tempo invece di ricordare un altro grande della musica italiana che ci ha lasciato domenica scorsa. Infatti, all'età di ottantasei anni se ne è andato il più grande baritono (opinione personale e discutibile) che la musica leggera abbia mai potuto vantare.

Mi riferisco al grande Gino Latilla, che viene ora ricordato solo per "Vecchio scarpone" (presentata al Sanremo1953) e "Tutte le mamme", vincitrice del Sanremo 1954. Questo brano, come avveniva nei festival storici, venne cantato dal nostro in coppia con il tenore bolognese Giorgio Consolini. Entrambe le versioni sono presenti su Youtube (quella di Latilla grazie a mrclimonmusica, quella di Consolini grazie a Mazzone1). La solennità della voce di Latilla per me è molto più affascinante, fa provare sensazioni molto più forte. Questa mia passione potrebbe anche essere semplicemente dovuta alla rarità del timbro di baritono, che oggigiorno è solo prerogativa della lirica, difatti la musica leggera è il regno della più totale disimpostazione vocale, delle voci senza personalità, tanto se sono stonate si truccano.

Si deve a Latilla anche la scoperta di un altro grande, il contrabbassista, violinista e compositore torinese Fred Buscaglione (1921-1960). Difatti negli anni Cinquanta, checché ne dicano certi cultori del jazz estremisti, la nostra inconfondibile melodicità italiana amava adagiarsi spesso su tappeti jazz. È il caso del brano bellissimo, ma poco conosciuto, dal titolo "Scusami", interpretato da Latilla nel Festival di Sanremo del 1957.

Sul mercato, oggi come oggi, di Latilla si trova pochissimo, oltretutto niente di veramente storico. Difatti solitamente io sono contraria a tutti quei dischi dove i cantanti ricantano i loro successi, infatti è raro che questi progetti poi portino ad esperimenti di vera qualità e siano fatti pensando alla raffinatezza delle orchestrazioni, caratteristica basilare delle registrazioni anni Cinquanta. Sperando che il lugubre fatto accaduto domenica 11settembre (ora data funesta anche per la musica italiana, non solo per il Cile e gli Stati Uniti) faccia ristampare qualcosa, cito "Una voce senza tramonto" della Cetra, rigorosamente introvabile.

Buon ascolto, riscoprite le grandi voci della nostra canzone!

sabato 27 agosto 2011

Considerazioni sulla parte iniziale del concertone di Melpignano 2011

Carissimi lettori, questa sera recensirò la prima metà (circa tre ore e mezzo) del concertone di Melpignano, in diretta grazie allo streaming web della televisione locale salento web tv all'indirizzo www.salentoweb.tv.

Il concerto è iniziato con un breve discorso, dopo il quale hanno iniziato a cantare le "'Ngracalate", ottimo gruppo tradizionale. Accompagnate dalla fisarmonica di Roberto Corciulo (da me conosciuto ai tempi della sua militanza negli Aramirè) hanno intanto interpretato "Santa Cesarea", canto riconducibile agli Ucci, quindi al pluricitato ma poco omaggiato in questo festival Uccio Aloisi. L'interpretazione è stata molto bella e sanguigna, ed ha subito ceduto il passo a "La fija de lu massaru", brano che a cappella si rallenta rispetto alla versione degli Agorà nel cd "Io, pizzica e tu...". L'interpretazione è sporca quanto basta, ma le voci sono belle ed intonate.

Subito dopo si è avuta un'interessantissima versione di "Damme la manu" (conosciuta anche come "Damme nu ricciu), che ha subito notevoli (ma tradizionali) variazioni. Magari tutti la facessero così!

Subito dopo, sempre con la bellissima fisarmonica di Corciulo, sono arrivati dei bellissimi stornelli con delle notevoli improvvisazioni testuali (così si innova! Credo che il Salento sia uno dei pochi posti al mondo in cui si pensa di innovare solo musicalmente, oltretutto forzando molto la mano, mentre si neglige l'aspetto canoro, lasciando ad esempio perdere le possibilità che per dire sarebbero date da un addolcimento rispettoso del canto, nonché l'aspetto testuale). Gli stornelli erano sulla melodia del "Fior di tutti i fiori", di cui riprendevano anche alcune strofe. Suona strano sentire alcune strofe che si sono conosciute lente a stornello, ad esempio la coppia di distici legati "Donnaci stai alla ripa de la Francia/ dimme l'amore comu se cumincia// E se cumincia cu soni e cu canti/ e va finire cu pene e turmenti". Comunque grande lezione a tre quarti dei gruppi salentini.

Il pubblico è un po' casinaro, meglio sinceramente nelle sagre di paese, anche pensando al fatto che il secondo gruppo sta accordando gli strumenti (sì perché le 'Ngracalate" hanno suonato appena un quarto d'ora e tutti i gruppi tradizionali dovrebbero suonare per un totale di un'ora e tre quarti (certo, Uccio è meglio rappresentato da Ludovico Einaudi piuttosto che dalla gente come lui...). Poi delle disparità fra il trattamento riservato a Uccio Aloisi quest'anno e quello riservato a Pino "Zimba" tre anni fa da pagani avremo modo di parlarne polemicamente (giusto per non essere polemici quell'anno, il 2008, tre ore del concertone furono tradizionali... rifletteteci...).

Il secondo gruppo, e giustizia sia!, è l'Uccio Aloisi gruppu, che ora, dopo la morte del suo ispiratore avvenuta alla fine d'ottobre dell'anno scorso, si chiama Robba de smuju. L'esibizione è iniziata con una breve cantata a cappella, seguita subito da dei bei stornelli. Gli stornelli sono stati alla maniera di Uccio, cantati da una bellissima voce tenorile, che in questa occasione è stata affiancata da una bellissima voce femminile (che non so a chi appartiene, durante le presentazioni speriamo di capirlo. Va detto che l'audio è un po' brutto, ma questo è l'unico canale che trasmette il concertone senza pubblicità). Naturalmente va detto da subito che l'Uccio Aloisi gruppu (o Robba de smuju) ha nel mandolinista Antonio Calzolaro il miglior elemento, per quanto tutti siano bravi (se avete più fortuna di quanta ne ho avuta io quando sono andata giù che me li sono visti solo per mezz'oretta, godrete davvero).

Il brano successivo è stata una pizzica molto coinvolgente quasi al modo della cutrofianese. Della cutrofianese ha conservato la caratteristica della sfida (fra la voce tenorile e quella femminile) oltreché molta parte della melodia.

Subito dopo c'è stato un valzerino a me completamente nuovo (e così mi piace, altra bella lezione ai gruppi di riproposta: la tradizione si rispetta non a chiacchiere ma a fatti, non si sfrutta come miniera di testi, ma se ne rispetta tutto o molto, non come fanno troppi).

Ora siamo con un'altra pizzica, una molto bella (forse la più bella da me sentita) versione di "Sta cala lu serenu". Sarà anche che la leggerezza del mandolino equilibra in maniera insuperabile il battito ossessivo e forte dei tamburelli, creando quell'armonia che molti gruppi di riproposta perdono, e non dico solo quelli contaminati.

Ora i Robba de smuju si stanno dedicando all'esecuzione di "Vorrei volare", uno dei brani più noti del repertorio di Uccio Aloisi,serie di stornelli in lingua italiana che io non amo più di tanto, sia per il fattore linguistico, ma anche per quello ritmico: lo stornello lo voglio scatenato. Comunque questa è una versione interessante perché c'è la sfida tra le due voci maschili del gruppo, la tenorile e quella meno corposa ma comunque potente di Domenico Riso.

Con la partecipazione di Antonio Melegari il gruppo sta eseguendo una pizzica di Cutrofiano al modo degli Ucci. Davvero bella. Ci sono molte strofe a me conosciute, forse c'è anche qualche improvvisazione. Possiamo finalmente dare un nome ai cantanti citati poco sopra: la voce tenorile appartiene a Gino de Nuzzo, anche dedito al tamburello, mentre la notevole voce femminile è quella di Lucia Passaseo, anche negli Ariacorte e collaboratrice sporadica di Cinzia Marzo in un bellissimo quartetto vocale costituito anche da Rachele Andrioli (ex cantante degli Zoè)e Rosaria Gaballo (una delle sorelle di Nardò, grandi cantrici riportate alla luce da Dario Muci).

Il pubblico nel precedente momento di pausa ha preso i tamburelli e ha fatto qualche strofa spontanea (che non ho capito, comunque è un bel clima anche se forse la troppa gente fa fare meno festa e diminuisce l'effettivo coinvolgimento del pubblico). Il pubblico sta cantando "Bella ciao", qualcuno, molto suscettibile e fascista che frequentava il sito www.pizzicata.it qualche anno fa si arrabbierebbe allo sfinimento. È un canto inframezzato da grida e un po' stonato ma è segno di festa e perché no di ribellione a queste ultime decisioni governative che ci vorrebbero perfino privare del 25 aprile e del 1 maggio.

Ed eccoci agli Arakne Mediterranea, di cui io ho ampiamente parlato su queste pagine, gruppo diretto attualmente da Imma Giannuzzi, che insieme a Cinzia Marzo e Anna Cinzia Villani forma il trio delle grandi cantanti femminili salentine. Il primo brano è una pizzica-pizzica che convoglia una serie di tarantelle barocche. Notevoli il flauto e il violino. Il flauto attualmente si sta lasciando andare a delle improvvisazioni non molto leggere, un pochino disarmoniche (giusto per tornare a quella mancanza di armonia che mi capita di trovare di tanto in tanto in molti gruppi di riproposta).

E finalmente si è potuta sentire la bella voce di Imma Giannuzzi interpretare "Fimmene fimmene", momento di suprema armonia che precede una pizzica per ora inascoltabile a causa delle esternazioni poco armoniche di una zampogna, strumento che mi sta particolarmente antipatico nelle musiche dove non c'è di tradizione (e anche nei posti dove c'è preferisco i momenti in cui tace).

Gli Arakne provengono da Martignano, altro paesino della Grecia salentina come Melpignano, ora stanno cantando una pizzica in minore, esattamente in la, dove per fortuna le esternazioni poco armoniche di cui sopra sono equilibrate dai voli leggiadri di un mandolino. Se ve la dovessi descrivere direi che questa pizzica riprende il giro armonico tonica-dominante in la minore, come alcune pizziche scritte modernamente nella zona di Lecce o come altre tradizionali nella zona di Brindisi, che però generalmente hanno anche il terzo accordo, ossia la sottodominante.

E dagli studi del Di Lecce, ex direttore del gruppo e suo fondatore, proviene questo insieme di strofe che viene solitamente cantato con l'aiuto di una tammorra muta e delle mani del pubblico. Per trovare la genesi di questo brano si può leggere il volume comunque interessante "Danza della piccola taranta", edito da Sensibili alle foglie nel 1994.

Tamburelli, nacchere e ciaramella eseguono una pizzica in sol. La melodia è una tipica scala, alternativamente ascendente e discendente, molto ripetitiva. Il brano era iniziato con un assolo di zampogna e circolarmente ci si è concluso.

Ed eccoci ad una pizzica (che non ascolterò per intero perché c'è qualche problema streaming), una pizzica tarantata dove i tamburelli sono le mani del pubblico. Le strofe sono di varia provenienza ma riportate rigorosamente in leccese. Nel ritornello si ha la possibilità di apprezzare la bravura di Luigi Giannuzzi, che oltre ad avere un'eccelsa voce da tenore ha una strabiliante mano su molti strumenti tra cui il tamburello. Da questa pizzica è sgorgato, senza soluzione di continuità, l'assolo di questo strumento. Non ritengo questo momento fondamentale, anzi a me il tamburello piace quando accompagna, non quando diventa una batteria. Magari mi impressiona ma poi dico: "Che mi ha dato?" "Niente!". Comunque dalle acrobazie rinasce la pizzica e ritorna l'ultimo giro di tarantata.

Omaggio a Pino "Zimba", con l'attacco di "Sale", che inizia una pizzica ugentina, difatti questa strofa ("sale, ulia mangiare cent'anni sale/ pe 'na donna ca me disse su dessapitu" o anche "lu testamentu", come hanno fatto gli Arakne) è esclusiva di Ugento. Nonostante questo ritornello le strofe che luigi Giannuzzi canta sono quelle comunemente cantate come "Sta cala lu serenu", già sentita poco fa dai Robba de smuju (fantasia!). C'è di buono che le melodie sono diverse e anche gli approcci al brano, quindi non dà fastidio. L'assolo di flauto ha concluso questo brano mentre il violino ha iniziato una bellissima, e credo anche lunghissima, "Pizzica tarantata". La versione degli Arakne ha una grande parte in cui il tamburo è rappresentato dalle mani della gente, devo dire che il lavoro lo stanno facendo bene. La parte di violino, oltre che da variazioni sul tipico giro di tarantata alla Stifani, è costituita da parti in minore. Ed entra l'armonica in do, con lei arriva anche la voce di Imma che inizia a cantare le strofe che si sentono nella "Pizzica taranta" di "Tre tarante". Forse la parte di armonica pecca un pochino per certe (leggere e poco importanti) incrinature blues, soprattutto sulle note che precedono i leggeri respiri che ogni armonicista deve concedersi per non sfiancarsi del tutto. Le strofe stanno cambiando, mamma mia che bello. Qui le incrinature moderne si sentono di più, peccato perché questa pizzica è profondamente concepita come omaggio alla tradizione. A livello di canto si riconoscono infatti le strofe di Cosimino Surdo e quelle di altri anziani che non identifico. E siamo arrivati alla tipica presentazione del gruppo da parte della sua leader Imma Giannuzzi, caratterizzata dalla specificazione della provenienza, paese per paese, di ogni componente del gruppo. Difatti, meglio ricordarlo, il gruppo, anche se a prevalente presenza leccese, è composto anche da brindisini e baresi ed esegue repertori provenienti da tutta la regione. Per averne conferma basta ascoltare il cd "Apulia". Da lì è partito l'assolo di percussioni con cui il gruppo ha salutato il pubblico.

Datemi ora la pazzienza per reggere quello che sta per succedere, ossia le rielaborazioni di un grande ma molto presuntuoso musicista che si chiama Ludovico Einaudi. Odio infatti le generalizzazioni del tipo: "la musica elettronica è l'unica in grado di parlare al mondo contemporaneo". Secondo me queste affermazioni, oltre ad essere irrispettose per la complessità dei gusti possibili, denotano grandissima ignoranza, che non può esser cancellata da niente, tantomeno da anni di conservatorio e teoria musicale. Secondo il mio parere gli unici in grado di capire questa musica sono quelli che si fanno guidare da essa, non quelli che hanno la presunzione di incasellarla arbitrariamente nei loro schemi. Io nelle sagre di paese dove sono andata, specialmente a Tricase Porto, ho visto molta gente che la capiva, la amava e la sentiva come propria,senza stare a dire di sapere chissà quale verità assoluta ed acquisita. Ovviamente nemmeno io voglio con questo articolo dare qualcosa che si avvicini alla verità, voglio solo far sentire una voce che si unisce ad un coro già iniziato degli scettici e, perché no, degli stanchi, di quelli che pensano che il futuro di questa musica vada o possa anche essere ricercato nella sua innovazione rispettosa e non solo nella contaminazione sfrenata.

Comunque ora che inizia l'orchestra popolare ne parleremo canzone per canzone.

Il pubblico si sta serenamente dando a canti e grida, è rispuntata "Bella ciao", si è sentita qualche bella terzina di pizzica, si aspetta che i "signoroni" salgano sul palco e che il loro ambaradan di cose venga montato.

C'è la fanfara di Tirana che segue un brano tradizionale albanese, devo dire che i fiati qui ovviamente non mi danno fastidio, anche perché io non amo la disarmonia, dove c'è l'armonia amo tutto. Il brano è sostenuto da un accordo di fa, è in maggiore ed ha una parte iniziale paragonabile a certe musiche di liscio italiane, seguita da parti con il tipico intervallo di seconda aumentata fra il primo e il secondo grado della scala, così tipico di varie tradizioni fra cui quella balcanica. E da un brano in fa, cambiando completamente di ritmo, si passa ad un'altra melodia stavolta basata su un "basso ostinato" in sol, addolcito solo da qualche momento in do e in fa. la compattezza dei fiati è veramente strabiliante, nonché il naturale (non hanno bisogno di fare assoli, il virtuosismo sta nel ritmo stesso) girare mirabolante delle percussioni. Sempre senza soluzione di continuità, senza respiro né pausa, si arriva ad un brano più ricco, caratterizzato da un'alternanza di momenti minori a momenti maggiori.

E dopo tre brani in uno si ha la prima pausa dell'esibizione, dopo la quale si riprende con un brano in fa minore, dove si assaporano tutte le scale balcaniche grazie ad un portentoso sax contralto, presto seguito da tutta la banda nelle sue evoluzioni.

È entrato un "basso ostinato" collettivo a fare da sottofondo e poi da contraltare ad un assolo di un dolce ma pur sempre scatenato clarinetto. E cambiando di ritmo si va in do minore, con un brano in cui la fanfara armonicamente suona una coinvolgente ma triste melodia. Ed ecco gli ottoni bassi che si preparano a fare da contraltare alle acrobazie del sax, che però in questo caso esegue parti brevi e con pause, anche se questo non mitiga per niente l'effetto ossessivo (imparate salentini che pensate che per ottenere la trance uno debba sentire una stessa nota ripetuta allo sfinimento). Questo pezzo in do minore ha avuto addirittura una codina cantata. Varie voci cantano all'unisono, caratteristica comune in molte culture mediterranee, quanto la polifonia, che oltretutto nel salento non ha gli schemi rigorosi che certi pretesi insegnanti pretendono attribuirle.

Ed il brano successivo è un brano d'orchestra ma dala struttura spesso fortemente cameristica, nel senso che la fanfara ama dividersi in gruppi più o meno grandi che amano dialogare tra loro. Dopo ciò ora si sta eseguendo un vorticosissimo brano in sibemolle, breve ma sfianca tutti.

Una voce tenorile sta eseguendo un canto in sol minore, lento ma con una batteria forse anche un po' fastidiosa. Comunque il canto è interessante per certe fioriture e coloriture messe indifferentemente sulle alte e sulle basse. Il pubblico purtroppo nonascolta, per questo ripeto: meglio le sagre di paese, per quanto lì ci sia anche chi è maleducato qui si dà il massimo. Il canto è accompagnato da una nota di bordone e da qualche fioritura più alta.

E si torna ai brani veloci continuando ad ascoltare cantare voci tenorili, questa volta in tonalità maggiore. La caratteristica del grado di seconda diminuito è in questo caso la più interessante caratteristica del canto. A cui si intreccia un fiato che dopo aver stimolato in un ultimo sprint di canto il cantante fa un breve assolo che prelude ad un breve sfogocollettivo. La voce torna a far sentire il suo canto con caratteristiche di confine fra il canto e l'urlo, dal quale però sfocia un pianissimo che porta ad una velocizzazione del tempo che porta alla chiusura del brano.

Da un inizio lentissimo è arrivato il solito ritmo veloce, questa volta suonato in un gaio fa maggiore, con scale simili alle nostre, che contemplano comunque tutti i colori caratteristici dei balcani ma lasciano spazio anche alle atmosfere del nostro liscio. Le percussioni fanno la parte del leone, dando alla batteria solo il ruolo di rafforzatore del proprio messaggio (imparate batteristi da strapazzo della musica popolare italiana). Questo brano ha avuto una parte abbastanza strana in quanto carattterizzata da una mancanza di coordinazione fra gli strumenti bassi e quelli alti, i quali suonavano in completa autonomia! Il tutto poi si è pacificamente risolto con l'entrata della fanfara in re, in un'alternanza di parti maggiori e minori, tutte caratterizzate da questa scala. La gente non ho idea di quello che stia facendo, spero che stia ballando.

E il vortice continua tornando sul do minore, con un brano ricchissimo di cambi e modulazioni, con giri simili a certe cose del cante jondo andaluso, soprattutto per la scala, per quanto essa è molto più diluita, con la possibilità per ogni accordo di restare nelle orecchie di chi lo riceve.

Su un ossessivo do minore si staglia il clarino, che con dolcezza si porta dietro la gente in un ballo scatenato, che precede il dialogo tra le varie parti dell'orchestra prese singolarmente. Il brano poi si sviluppa in sibemolle minore e contempla dei fischi altissimi, bello!

Il brano ora si sta sviluppando con un assolo di tromba incastonato su un "basso ostinato" sul fa, che precede i fischi e la riesposizione del tema trainante.

Su un ritmo simile ad una habanera si sviluppa un dolce tema con tonica in sol, il quale ben presto non disdegna profondissime aperture armoniche. Quanta armonia c'è, i salentini dovrebbero farne tesoro ma credo che risulterà loro difficile.

Il brano sta continuando a scorrere, guidato dal clarinetto, strumento da noi poco valutato nella musica popolare in nome dell'idolatria generalizzata all'insipido (e scusate!) flauto dolce. Il brano dà tutta l'idea di essere una serenata suonata davanti ad un'ipotetica finestra.

Ma ecco che il ritmo si fa di nuovo vorticoso, con un ennesimo brano in sol minore, che è ancora una volta caratterizzato da certi "bassi ostinati" che non annoiano perché sono riarmonizzati e riequilibrati da molta ricchezza melodica (anche qui: imparate salentini!).

Brano apparentemente lento in fa, iniziato da un basso ostinato in fa. Quando il basso sparisce il brano diventa vorticoso, è caratterizzato dalle solite alternanze tra scale maggiori e minori, però stavolta quando si va in minore si cambia di tono, toccando il sibemolle.

Molto bello ma secondo me dovevano suonare di più i salentini: è o non è questo il festival della nostra musica popolare per eccellenza per quanto contaminata, sporcata e forse sputtanata?

Avrebbero potuto fare benissimo mezz'ora le 'ngracalate, avrebbero potuto ma non l'hanno fatto.

Si è sentito il tormentone insopportabile (in cui purtroppo sono caduti pure gli Zoè nelle ultime date da me viste) sull'acquisto dei cd, pace.

Si è sentita una pubblicità, probabilmente inizia l'incubo fra qualche minuto.

Scusate lo scetticismo ma non condivido questo festival, ora anche per esperienza diretta della tappa di Zollino. È una baraonda dove la musica popolare è ridotta veramente a musica di consumo, fanno pizziche e canti popolari come potrebberofare qualsiasi cosa. Ripeto: meglio le sagre di paese.

Il pubblico si è ridato di nuovo alle sue grida, stiamo aspettando chissà che.

Vorrei nel frattempo approfittare per soffiare sul fuochino delle polemiche sulla disparità fra Uccio e "Zimba". Non so quanti di voi ricordano che nel 2008 ben metà concertone fu tradizionale, ad eccezione o quasi di quella grandissima pagliacciata (e mi fa male il cuore) dei cantori di Villa Castelli e Mario Salvi. C'erano Giovanni Avantaggiato, Uccio, gli Zoè, gli Zimbaria e addirittura Edoardo Winspeare.

Addirittura, dopo una versione vergognosa dell'inno nazionale fatta con la chitarra elettrica e distorta (perché noi dobbiamo sempre imitare qualcuno!) si ascolta Gianni Morandi cantare Sergio Endrigo (non capisco se sto vivendo un incubo o è vero, la canzone è bella ma che c'entra). Comunque la canzone è "Te lo leggo negli occhi", meravigliosa canzone d'amore lanciata da Dino. Io ripeto che qui siamo in un altissimo livello, ma mi chiedo che c'entra. Potevamo far durare gli interventi il giusto. Stessa identica considerazione feci a Zollino con le mie amiche che mi accompagnavano. Stiamo tutti aspettando che venga montato il mostruoso palco, che il baraccone attacchi, che il presunto futuro della musica salentina nasca.

E prima bisogna anche sentire lo Zecchino d'oro, mamma mia, Santu Paulu meu de le tarante, de li scurzuni e de tutti l'animali de lu munnu!

Il brano è "44 gatti", inno di tutti i centomila gatti che sono lì in piazza ad aspettare di buttarsi in un concerto rock dove la musica popolare è sfruttata e basta.

E perfino la musica classica viene scomodata per attendere Einaudi ed i suoi arrangiamenti. Si ascolta il "Nessun dorma" dalla "Turandot" di Puccini. Bellissima, ovvio, ma che c'entra. Va bene che i momenti di attesa a nessun concerto sono riempiti con musica in tema col concerto stesso, però insomma non ne potrei più, anche pensando all'immane ingiustizia fatta ai gruppi salentini che non hanno avuto il giusto peso.

In attesa si può anche ascoltare la "Volta la carta" di De Andrè live con la PFM. Almeno, dio sia lodato, questa è una tarantella. Ovvio la critica resta tutta.

E scusate se non riesco a parlarvi del concertone nella sua parte enaudiana, non ho pazienza. Questo ho fatto!