mercoledì 8 luglio 2009

Il ritorno della taranta (recensione cd)

Carissimi lettori, è con grandissimo piacere che riesco, finalmente, a recensire il cd allegato al libro "Il ritorno della taranta. Storia della rinascita della musica popolare salentina", scritto da Vincenzo Santoro e pubblicato dalla "Squilibri" di Roma.
Il cd contiene una ventina di brani, che fanno capire la complessità e la varietà delle rielaborazioni possibili di un canto popolare. Va detto che, e conoscendo l'autore era abbastanza ovvio, si privilegia solo quel repertorio che viene eseguito con strumenti appartenenti alla tradizione o alle testimonianze che di essa abbiamo.
Per trovare un primo tentativo di "riproposta" della musica salentina, bisogna risalire al 1962, quando nasce il "Nuovo Canzoniere del Salento". In questo cd di quell'epoca ci sono due esempi, una rielaborazione di "Moretto", uno dei canti meno eseguiti della tradizione, e "'Ntunuccio", che invece, poi, diventerà uno dei classici di questo stesso repertorio. Lo stile, d'altronde lo resterà fino all'apparizione degli Officina Zoè, era molto basato sull'imitazione pedissequa dei cantori tradizionali.
Subito dopo arrivano due brani, anche qui un classico ed uno quasi sconosciuto, interpretati da Giovanna Marini, a cui, comunque, va il merito di aver aiutato questi giovani ragazzi salentini, mettendoli in contatto con la già viva realtà del "Nuovo canzoniere italiano". I brani che vengono presentati sono "Fimmene fimmene", con una velocizzazione eccessiva dei finali di strofa, e "Giulia di Fornovo", che non è altro che una rielaborazione della melodia con cui attualmente Giovanni Avantaggiato, cantore di Corigliano d'Otranto, esegue "La cerva".
Dalle ceneri del "Nuovo Canzoniere del Salento", nel 1975, sempre sotto la fondamentale influenza di Rina Durante, una delle prime ricercatrici salentine, nacque il "Canzoniere Grecanico salentino". Gli strumenti usati qui sono quelli tradizionali, ed il tamburello ancora era lontano dal terzinare in questa maniera ossessiva che oggi è il pane quotidiano di chi ascolta la pizzica. Credo anche che si fosse lontani da questa tendenza, che forse oggi sta anche regredendo per fortuna, a fare solo pizziche.
Il "Canzoniere grecanico salentino", direttamente dal suo primo lp "Canti della Grecìa salentina e di Terra d'Otranto", interpreta uno dei brani più conosciuti della tradizione leccese "Te sira", unica pizzica presente nel vinile.
Molto vicini al "Canzoniere Grecanico salentino", sono i "Radici", progetto di cui fecero parte due grandi musicisti che poi confluirono in Zoè: Donatello Pisanello, che qui suona chitarra, armonica e mandolino, e Claudio Miggiano. Del gruppo in questione vi sono due brani. Il primo è un canto di lavoro, con una melodia che molto difficilmente riterrei veramente tradizionale, mi pare piuttosto una di quelle rielaborazioni un po' pretenziose così tipiche di certo stile Zoè prima maniera. Il brano infatti ha un ritmo pseudomediterraneo, suonato, credo, con una tammorra muta, quantomeno non riesco a sentire i cimbali al tamburello. Bisogna dire che questo materiale, essendo storico, ha una qualità di audio un po' discutibile, ma è una testimonianza di qualcosa che non c'è più.
Subito dopo, sempre nella versione dei "Radici" c'è "Santu Paulu", che oggi è uno dei brani immancabili quando si parla di pizzica. Credo che sia una pizzica di Ugento, con alcune strofe che oggi, molto raramente si metterebbero in questo tipo di repertorio. Infatti, ancora, per fortuna, non si aveva tutta questa standardizzazione dei repertori e delle varianti, si era d'altronde ancora molto vicini alla tradizione viva.
Parlare dello stile del gruppo porterebbe a dire che ricorda, molto superficialmente ma inevitabilmente, lo stile dei primi Zoè nonché certe cose dei primi Alla Bua.
Nel 1989 uno dei più grandi studiosi di musica popolare salentina, il cantante e polistrumentista Roberto Raheli, dà vita al "Canzoniere di terra d'Otranto", richiamando, tra l'altro, a sé musicisti che erano stati coinvolti nel "Canzoniere Grecanico salentino", che, nel frattempo aveva molto diradato la propria attività.
In questa raccolta ci sono due esempi dello stile del gruppo. Il primo è tratto dal loro unico disco, il pregevole "Bassa musica", autoprodotto nel 1994, primo cd mai inciso di questa musica. Il brano è un valzerino con cui si porta una serenata. Sinceramente, e non sarà l'unica volta, io avrei messo altre cose da questo disco, ad esempio la bellissima "Sutt'acqua e sutta jentu", intitolata "Mamma la rondinella".
La raccolta della "Squilibri", sarà il caso di dirlo, è piena di inediti. Uno di questi è una splendida versione a cappella de "La turtura", uno dei canti salentini con cui la donna chiede libertà. E' fatta in concerto e la bellissima voce di Franco Teodoro Tommasi è assolutamente in vista, con i suoi caratteristici accenti su quasi ogni nota.
Con il nuovo millennio, arriva la rivoluzione, la musica salentina oltre che riprendere i brani antichi inizia anche a comporne di nuovi o a dare nuove musiche a collage di strofe tradizionali. Non è che negli anni '70 non si fosse composto repertorio ma era stato molto poco cantato, anzi oggi sta avendo un'ulteriore rivalutazione, ma ci sarà tempo di parlarne.
La musica salentina, con il nuovo millennio, viene sfidata ad essere oggetto e protagonista di due film tra i più importanti almeno all'interno del cinema indipendente: "Pizzicata" e "Sangue vivo" di Edoardo Winspeare. Dalla colonna sonora di quest'ultimo è tratta "Sale", che è proprio un esempio di strofe tradizionali musicate in maniera moderna dagli Officina Zoè. Negli articoli sulle opere più recenti dell'Officina, ho spesso lodato questa convivenza fra modernità e tradizione. Qui, almeno secondo me, la modernità, volendo prendere delle caratteristiche della tradizione che non potrebbe naturalmente accettare, finisce per sopraffare il passato. Il brano è basato su un unico accordo che viene ripetuto fino allo sfinimento, esasperando il già di per sé ossessivo ritmo del tamburello di Zimba, che è la voce che, più di tutte, ricorda la tradizione, anche le caratteristiche che un orecchio moderno non accetta, ossia, ad esempio, le note non perfettamente "quadrate". Io stessa, e sono sincera, non riesco a concepire che si possa cantare così in un contesto di riproposta.
Non ritengo importante, poi, l'uso del tres cubano, ho già spiegato ampiamente le mie ragioni, e credo che questo uso che se ne fa nel Salento, sia solo frutto della voglia, tipicamente salentina, di rompere. Infatti, va detto, c'è stata una generazione, subito dopo la guerra, che ha rinnegato le proprie radici contadine, quindi anche la pizzica e tutto ciò che le girava intorno. Chi ha riscoperto le tradizioni, purtroppo, lo ha fatto solo per ragioni magari politico-ideologiche, perché queste rappresentavano una forma di ribellione ad un "sistema" di cui non si condividevano i caratteri fondanti. Questo, purtroppo, porta con sé una voglia, spesso insensata, di reinventare ciò che ha solo bisogno di essere leggermente depurato di alcune peculiarità.
Questo concetto, secondo me, Zoè lo ha ampiamente capito, e nel cd "Crita", di cui si è ampiamente parlato in questo blog, ha già lavorato con questa serenità su una tradizione con cui aveva fatto molto di più i conti.
Una delle istituzioni che storicamente ha di più contribuito al rilancio del folk revival a livello nazionale è stato il "Circolo Gianni Bosio" di Roma. Nel 2002 questa istituzione pubblicò un cd di musica popolare e di protesta intitolato "Vent'anni e più di...". Da questo album Vincenzo Santoro ci propone la partecipazione degli Aramirè, una preziosissima versione di "O pillo pillo pillo pì" interpretata con Anna Cinzia Villani. In questo brano viene ampiamente dimostrato come i problemi storici, pur se investono ciclicamente zone diverse del mondo, restino insolubili.
In ossequio ad una pratica molto comune nella musica di "tradizione", il brano è una serie di strofe politiche in dialetto scritte da diversi autori su una melodia cantata da Luigi Stifani, noto violinista immortalato da Ernesto de Martino nel suo "La terra del rimorso".
Non ritengo questo brano uno dei migliori degli Aramirè, ma ci sono legata perché è stato il primo brano salentino a colpirmi in maniera efficace, anche se non so spiegarmene il perché.
Subito dopo arriva "Jomoso", brano in lingua grika con testo di Cesare De Sanctis, musicato dagli Aramirè. E' uno dei tanti inediti che impreziosiscono la raccolta, che è forse il ritratto più completo mai fatto alla musica di "riproposta" salentina.
Il brano è un valzer basato sulla ripetizione di un semplice giro di due accordi e sull'alternanza di strofa e ritornello. E' veramente da sentire.
Una caratteristica degli ultimi Aramirè, quella che li ha fatti scoppiare e sciogliersi, è il premere molto, forse troppo, sui problemi del Salento e della nazione italiana, ma non con arte, bensì come farebbero politici in cerca di voti.
Ecco uno degli esempi di questo repertorio, la tarantella "Mazzate pesanti", tratta dall'ultimo cd del gruppo, intitolato come questo brano. La cosa che mi fa più arrabbiare è che, quando si hanno queste prospettive, si dovrebbe, come gruppo, essere un pochino coerenti, mentre non tutti quelli che hanno gridato questi testi da palchi sotto cui c'era gente che si voleva solo divertire, poi ci hanno ripensato.
Ecco un altro esempio di canto griko, suonato abbastanza bene, se non fosse che trovo un po' eccessive le parti di fisarmonica. E' la versione di "Andramupai", brano bandiera di coloro che dicono che, per essere alternativi, basta fare repertorio alternativo.
Quello che si nota a livello tecnico, ascoltando questo disco, è che, in generale, si è avuta la tendenza all'abbandono di stilemi tradizionali, in favore di una voglia, altrettanto stupida quanto quella di imitare gli anziani, di far diventare la musica salentina "altro" da sé. Comunque, siccome Vincenzo Santoro è un amante della tradizione, qui non si trovano esempi estremi, e la "riproposta" oggi è estremamente variegata.
Subito dopo c'è una tarantella del XVII secolo interpretata nello spettacolo "Danzare col ragno" dall'"Ensemble Terra d'Otranto". E' una tarantella in tono minore, caratterizzata dal giro che è più tipico della zona del brindisino, la tonica, la quarta e la dominante. E' molto bella, ma devo dire che di buone versioni di questo brano ve ne sono alcune, quantomeno quella del "Canzoniere Grecanico Salentino" nel cd "Canti e pizzichi d'amore".
Subito dopo arriva la "Pizzica di Ostuni" tratta da "Sende na rionette sunà", album che l'organettista brindisino Massimiliano Morabito ha pubblicato per la stessa casa editrice di questa raccolta. E' una versione molto bella, anche se mi risulta pesante quando va in tono minore, per quanto so che questa sia una carateristica tipica delle pizziche di quelle zone. Devo dire, andando un po' fuori tema, che l'album da cui è tratta è un disco che, per quanto ben fatto, non mi fa impazzire, come tutti quelli che siano monotematici su qualcosa, laddove la tradizione a cui ci si riferisca sia più varia.
Subito dopo, sempre in tema con pizziche dove l'organetto sia il più importante accompagnatore, arriva la "Pizzica pizzica di Nardò" interpretata da Anna Cinzia Villani, tratta dal suo disco d'esordio solista "Ninnamorella". Non è un album che mi convinca, perché mi suona brutto tutto ciò che modernizzi esageratamente i brani tradizionali. Infatti, e scusate la sincerità, amo solo le pizziche ed i brani suonati e cantati in maniera tradizionale, anche perché l'interprete ha queste caratteristiche molto forti, e non è che gli arrangiamenti moderni sono equilibrati da un canto altrettanto moderno.
Per quanto riguarda il brano è una rielaborazione bellissima della "Pizzica pizzica di Nardò", basata sullo stile della tamburellista Salvatora Marzo, storica accompagnatrice di Luigi Stifani. Anche le strofe sono tradizionali.
Rispetto alla più conosciuta interpretazione dei "Musicanova" nell'lp "Garofano d'ammore", qui non si ha voglia di imitare le tarantate in maniera teatrale, qui c'è la calma e la coscienza della tipicità.
Il cd si chiude con un altro dei numerosi inediti che lo costellano, interpretato da un trio di ottime cantanti che gira sotto il nome di "E quista è la strada de le donne belle". Il brano è "Luna otrantina", scritto in italiano negli anni '70 da Rina Durante, colei che abbiamo visto essere stata la maggiore colpevole dell'inizio delle ricerche e soprattutto del dialogo di questa musica con il nostro tempo. Il brano, nella mia ignoranza, posso semplicemente descriverlo come un dialogo tra tre voci che alternano momenti di forte tradizione, ad altri di altrettanto forte modernità.
Vorrei consigliare questo disco sia a chi non accetta la riproposta, così ne impara a capire la complessità e l'importanza per la sopravvivenza di questa musica, sia a chi crede di conoscerla con l'ascolto di coloro che modernizzano il folklore senza dialogare con la tradizione, sfruttandone solo le matrici.
Spero che questo cd possa portarvi in un viaggio intrigante, lungo cinquant'anni, in grado di rapirti ed imprigionarti nel suo cerchio.

mercoledì 1 luglio 2009

Novità da zoè!

Carissimi lettori, è con particolare piacere che aggiorno il sito quest'oggi.Nel myspace degli Zoè, all'indirizzo www.myspace.com/officinazoe, si possono sentire due brani di "Maledetti guai", nuovo album del gruppo da me particolarmente atteso.
Innanzitutto, e "benedetti" Zoè!, si può sentire "Cu li suspiri", meravigliosa pizzica in re minore, con venature di tango argentino molto pronunciate.La cosa meravigliosa è che l'Officina, come sempre, quando si arricchisce non si scorda mai da dove viene.Se dovessi paragonare questo brano a qualcosa di già pubblicato, penserei all'altrettanto bella "Respiri di pizzica", scritta da Antonio Castrignanò per "Nuovomondo". Lìh, però, si aveva una maggiore libertà in quanto il brano era strumentale. Zoè, che quando si sfida lo fa del tutto, ha preferito cantare e cantare un testo tradizionale.L'inizio e la fine del brano sono una tipica pizzica alla Zoè, si pensi a "Don pizzica" di "Sangue vivo". Si trova infatti un assolo fantastico di organetto in tonalità minore, dopo il quale, senza soluzione di continuità, si staglia la poderosa voce di Cinzia coadiuvata dall'altrettanto brava Rachele. Il testo è tradizionale e, per non soffocarlo, questa parte si limita ad un tipico giro da pizzica, tonica e dominante.
Finito il canto, presentata soprattutto da una terzina di violino molto ipnotica e pulita, arriva una parte basata su un re minore perpetuo, dove i mantici fanno davvero prodezze, arrivando ad inserire delle scale di sol minore quasi a tango argentino. Dopo una pausa, per dimostrare che non c'è voglia di fuggire ma di arricchirsi, torna la salentinità pura e disarmante del giro in tonica e dominante.
L'altro brano, "Maledetti guai", è una tarantella con influenze maliane molto evidenti, d'altronde Zoè ha collaborato per un anno circa con il polistrumentista di quel paese Baba Sissoko.
L'inizio è riservato alla caratteristica più inconfondibile di Zoè, seppur ripresa anche da certa tradizione salentina, ossia ai vocalizzi. In questo caso, però, ci troviamo di fronte alla convivenza di tipici vocalizzi africani, fatti da Cinzia con una voce particolarmente scura, come si deve, e di pratiche già più tipiche dello stile Zoè.
Con questo esempio credo di aver sintetizzato lo spirito del brano, ma approfondirò. L'accompagnamento percussivo è, come si è già accennato, affidato a percussioni africane, ma il ritmo che viene eseguito è quello di pizzica lenta o di tarantella. La chitarra acustica, completamente africana, aiuta la mandola a scoprire una parte abbastanza segreta di sé.
Il testo è completamente in italiano ma Cinzia, per fortuna, non si forza a parlare "pulito", voglio dire che chi la conosce può benissimo immaginarsi di sentirla parlare a venti metri da lui, tanto è naturale. Se devo fare un commento sui contenuti del brano, direi che è uno di quei brani di invito alla semplicità così tipici di Zoè. Il canto, infine, per tornare a quella convivenza di Africa e Salento citata sopra, è basato sull'alternanza di note staccate all'africana, in corrispondenza di parole come "po'," "giù" che vengono ripetute, ed i tipici gorgheggi mediterranei e salentini.
Se mi chiedete di fare una previsione su come sarà accolto questo cd, purtroppo sono pessimista.
Ovviamente, infatti, ai tradizionalisti non piacerà perché è troppo contaminato, mentre, ai contaminatori da strapazzo secondo cui la contaminazione deve far sparire tutto ciò che è tradizione, non piacerà perché, vuoi o non vuoi, il Salento ci respira dentro. E non penso al Salento da Notte della Taranta, ma a quello che soffre e patisce i "maledetti guai" antichi e moderni.
Non piacerà perché le sonorità etniche sono comunque profonde e battenti, neanche ai cultori della cosiddetta "world music", che vogliono il poppettino o la dancettina con "venature etniche". Qui, amici, ci sono culture che si incontrano e si rispettano reciprocamente, non c'è l'accozzaglia che vi piace tanto, né però c'è il Salento come fortezza che piace molto ai tradizionalisti.
Provate a sentire i brani con serenità, forse vi aprirete a qualcosa di davvero bello!

sabato 27 giugno 2009

Youtube: basta!

Carissimi lettori, questo diario di parole in libertà sulla musica, questa sera è aggiornato con un paio di osservazioni su youtube.
Ritengo questo sito completamente insensato, dotato dell'unico vantaggio dell'accesso istantaneo ai materiali, questo è vero, ma la qualità è spessissimo scadente.
Si parla spesso di proibire gli mp3 e la pirateria, io, signori, prima vieterei le riprese con il telefonino cellulare.
Per far felice un mio amico, questo pomeriggio gli ho fatto vedere un paio di video riguardanti gli Officina Zoè. Non abbiamo fatto altro che dire, ad ogni video: "bellissimi brani ma audio indecente!".
Tra una registrazione così ed un commento scritto ad una qualsiasi cosa, preferisco di gran lunga la recensione personale, perché, fra l'altro, con essa chi scrive mostra la sua formazione. (Chi fa quei video, invece, dimostra la sua stupidità e la sua mancanza di rispetto per l'arte).
Mondo a parte, fortunatamente, è quello che, anche su Youtube, riporta alla musica classica. Siccome lì i telefonini sono vietati, la gente è obbligata a spendere i soldi sui dvd, quindi le riprese sono buone.
Se faceste così anche per la musica leggera e popolare, giuro che io brinderei all'evento.
Youtube: basta!

mercoledì 24 giugno 2009

I Calanti "W ci zumpa"

Carissimi lettori, questa sera debbo scrivere, perché ho finalmente ricevuto il cd + dvd de I Calanti "W ci zumpa".I Calanti è uno dei gruppi più interessanti all'interno del panorama della riproposta salentina, ed è reperibile agli indirizzi internet http://www.icalanti.com/, www.myspace.com/icalanti e www.myspace.com/icalanti-pizzica.Il dvd, che è contenuto nello stesso disco che contiene i brani audio, si apre, come il cd, con la "carmina", tarantella spassosa, che però contiene spunti tragici perché, anche se la versione del gruppo non lo fa sospettare, il protagonista in alcune versioni, riesce ad ottenere l'amore della propria amata solo quando muore. Subito dopo, il gruppo ugentino ci propone una vibrantissima e coinvolgente versione di "Ahi lu core meu", altrimenti conosciuta come "Pizzica di Ugento".
Le strofe, come sempre nel gruppo, sono in parte del patrimonio comune, in parte di quello della famiglia Colitti, a cui appartiene gran parte del gruppo, il cui nonno veniva soprannominato "Lu calante", ecco spiegato il nome del gruppo.
Ed ecco, a seguire, rallentando di poco il ritmo, una bellissima versione di "Ninella de Calimera", intitolata "Zumpa ninella". Tra le strofe, quasi mai riprese dagli Ucci, si ripete il ritornello "Zumpa ninella, ninella, ninà, zumpa ninella beddrha mia ci t'aggiu fà". La variante comune invece è: "Zumpa ninella, ninella, ninà, zumpa ninnella ricciolina e lariulà".Cosiccome nella tradizione, le strofe di questa tarantella, sono di contenuto "romantico-piccante".
Il finale, per costringere i ballerini a "zumpare" forsennatamente, è portato a pizzica.
Ed ecco la prima effettiva sosta nel ballo, con la bellissima versione dei Calanti di uno dei più grandi classici della tradizione salentina "Lu rusciu de lu mare".
Per chi conosce la musica popolare salentina di "riproposta", questa versione potrebbe ricordare molto da vicino quella degli Aramirè, ancora più arricchita ed elaborata, con due chitarre che si rimpallano nell'accompagnare Irene Colitti, voce femminile del gruppo, nella sua sanguigna e semplice interpretazione. Da citare è anche il sostegno, prevalentemente sui bassi, della fisarmonica di Simone Colitti. Nelle parti finali di ogni strofa, poi, troviamo il controcanto di Daniele Colitti.
Le varianti particolari fatte sull'ultima strofa, dove il terzo "vola" viene troncato e "jeu lu core meu te l'aggiu dare" viene detto una volta sola, non fanno mancare il romanticismo di cui ha bisogno questa versione.
Come fanno quasi tutti, anche i Calanti continuano il brano, con una versione in minore, ispirata a quella creata dagli Alla Bua alla fine degli anni Ottanta. Qui, per fortuna, invece di usare astrusi ritmi mediterranei, si preferisce utilizzare quello salentino della pizzica. Il romanticismo, secondo me alla base di questo brano, perché presente in ogni sua parola, nelle versioni velocizzate se ne va un po' via, ma se si vuole far "zumpare" la gente bisogna fare così. Comunque, signori, questa versione a pizzica, non è assolutamente male. Gli aspetti della trama della canzone che riecheggiano la Spagna e la turchia, sono presenti con gli assoli di chitarra flamenca molto buoni.
Subito dopo, presentata dalla potente voce di Daniele Colitti, arriva "Lu pulice", melodia molto poco frequentata dai gruppi di riproposta vicini alla tradizione, in compenso rovinata da una delle tante edizioni della Notte Della Taranta.
Le strofe, però, come era stato già notato per "Zumpa ninella" rispetto alla "Ninella de Calimera" degli Ucci, sono completamente diverse da quelle presenti nell'"Italian treasury Puglia: the Salento" di Alan Lomax e nella Notte Della Taranta, che d'altronde si limita a ricopiare, rovinando l'arrangiamento, il documento citato.
Lo stile dei Calanti è molto basato sull'improvvisazione, infatti l'attacco di "Ci vorrebbe una zitella", canto tra i meno noti per lo meno per chi vive fuori dal Salento, è completamente diverso, nelle sue note, da quello presente nel corrispondente cd audio.
L'interpretazione dei Calanti, sarà il caso di dirlo, non è sicuramente filologica a livello di uso della voce principale, ma è assolutamente ineccepibile a livello di controcanti, ed è tra le migliori che io possa conoscere.
La particolarità dei Calanti, si sarà già notato, è l'assenza del violino, che, invece di essere usata come pretesto per l'intrusione di strumenti estranei come negli Alla Bua, è utilizzata per dare il giusto risalto senza renderla invadente, alla chitarra classica, strumento che nella musica popolare salentina, di solito, è abituata a fare un ruolo di strumento comprimario.
Ancora una volta, nel brano successivo, "Ttuppe ttuppe", melodia comunemente ripresa dalla versione degli Ucci anche se non particolarmente cantata nel Salento, le strofe sono diverse o comunque variate rispetto alla versione su citata, contenuta nel cd "Bonasera a quista casa" pubblicato dalle Edizioni Aramirè di Lecce.
Ed ecco qui, su una variante di pizzica di cui non so esattamente la denominazione, una bellissima pizzica "a botta" subitamente seguita dalla ripresa dello stesso tema accompagnato dagli strumenti. Il brano, sempre composto da strofe tradizionali, si intitola "Te l'aggiu tittu", ed è di tematica romantica, e contiene anche alcune strofe utilizzate comunemente nelle serenate.
Ed eccoci, con lo stesso ritmo di "Ttuppe ttuppe", adf un bran intitolato "Ricciolina", con strofe di tematica varia, sempre tradizionali, come tutto il migliore repertorio del gruppo.
Se si volesse trovare un difetto ai Calanti, infatti, si potrebbe dire che non sanno comporre brani, se si cerca, come faccio io, nella pizzica testi con tematica profonda.
I loro testi, infatti, per ciò che conosco io, oltre a raccontare la storia della loro famiglia, importantissima per apprezzarli in pieno, si limitano ad esaltare il tamburello, il Salento e la pizzica. (Scusate la schiettezza ma questo è un po' troppo poco!).
Il prossimo brano, pizzica spesso basata su strofe usate anche da Otello Profazio nella sua "Tarantella cantata", si chiama "'Mparinatu". E' una pizzica in maggiore, dove, per dimostrare che comunque ci sanno fare e vogliono che la gente "zumpi" ma con rispetto, fanno delle pausette di ritmo molto accattivanti.
Ecco un brano molto simile ad uno stornello, intitolato "lu male". E' un collage di strofe, spesso piccantine, unite da una frase che ricorda che solo l'amore può curare i mali del cuore.
In questo concerto i Calanti dimostrano tutta la loro bravura, i brani vengono rivissuti, non stravolti, con la semplicità di un'orchestrina popolare, ma con l'abilità di suonatori coscienti che il mondo è cambiato, e che alcune sfumature così caratteristiche dell'antico canto salentino, oggi non si accettano più.
Nello spettacolo dei Calanti, c'è anche tempo per il ricordo delle tabacchine, e per il canto che, forse più di tutti, le rappresenta se non altro nell'immaginario di un salentino, la serie di strofe sciolte nota sotto il titolo di "'A tabaccara".
La festosità così tipica del gruppo, devo dire che non inficia la riflessione che, inevitabilmente, questo brano porta con sé. Il tamburello, che comunque nei Calanti non è mai sguaiato, qui imita quasi, con il battito forte della mano, il passo delle operaie che soffrono nell'andare al lavoro in quelle condizioni disumane. Il brano, nonostante l'ironia che spesso porta a sottovalutare la musica di protesta del Sud Italia rispetto ai ben più noti e forti canti delle mondine, è un brano dove, tra l'altro si chiede l'allontanamento della capa del magazzino.
Ed ecco una particolarissima interpretazione di "Santu Paulu" che, contrariamente alla versione in studio che inizia a cappella ma direttamente veloce, qui inizia lenta, e diventa veloce con l'entrata dell'armonica, strumento che, ingiustamente, la riproposta sottovaluta.
Nel testo, cosa poco comune perché c'è ormai il mito della donna tarantata, si fa cenno ai casi, meno numerosi ma non per questo assenti, di tarantismo maschile.
Il brano, che ha nell'armonica l'unico strumento solista, continua poi con altre strofe classiche dedicate al tamburello e si conclude con un bellissimo, e più che mai azzeccato, assolo dello strumento in questione. Questo assolo, e ciò dovrebbe servire da lezione a moltissimi, non smette mai di andare a tempo. La terzina, ogni tanto, è semplicemente magari eseguita senza il battito forte, causando leggeri controtempi, che mai impediscono alla gente di tenere il tempo con il piede, evitando, di conseguenza, la deplorevole "batterizzazione" della percussione popolare italiana. E' vero che magari gli strumentisti che usano queste tecniche lo fanno ispirandosi a usi tradizionali in altri paesi, ma è anche vero che, dico io, rivendicare la nostra identità come cultura popolare, ogni tanto non fa mica male.
Ed ecco un brano, che riecheggia gli "Stornelli calabresi" di Profazio, che inizia, come il brano a cui lo si paragona, con i riferimenti alla vigna, che qui, mentre nel calabrese è probabilmente rovinata dalla maleducazione umana, è rovinata dagli animali.
Le strofe sono quasi identiche tra i due brani, ma, spesso lo si dimentica, le strofe popolari migravano con le persone che le sapevano. Il brano dei Calanti è più corto, è non contempla la parte che Profazio dedica ad un tradimento amoroso e alla sua condanna.
Ecco che i Calanti, con "Lu Salentu", ci dànno un esempio di questa loro vena compositiva festosa. Il brano è una pizzica, caratterizzata, come molto repertorio del gruppo, dal terzo accordo, situato una quarta più su rispetto alla tonalità di partenza del brano. Ciò che non mi fa amare molto questo brano, è, probabilmente, la troppa somiglianza che riscontro tra il suo inizio e quello del brano "Mangiafuoco" di Edoardo Bennato, che non mi è mai piaciuto più di tanto.
I Calanti, nei loro brani d'autore, hanno il difetto tipicamente salentino, di sentire come qualcosa di "stretto" la tradizione con le sue pratiche armoniche.
Comunque, subito dopo, arriva una rielaborazione de "Lu scarparu", brano che io conoscevo solo nella versione degli Alla Bua, presente nel già recensito "Stella lucente".
Il brano, come già si è notato nelle altre, però, non è una copia della versione su citata, ha delle strofe diverse e, qui, contrariamente alla versione da studio, non finisce a pizzica.
Siamo arrivati alla nota dolente di ogni concerto di musica popolare salentina che si rispetti, ossia alla "Kali nifta". Qui il brano è veloce e, purtroppo, non conserva assolutamente la sua anima romantica, ma a queste caratteristiche ci sono rassegnata. Il ritornello è portato a pizzica, ma non è esageratamente veloce. Il pubblico, incitato da Daniele Colitti, leader del gruppo, canta il ritornello.
Ecco degli stornelli alla maniera di Uccio Aloisi, meno comune piuttosto che quella che l'anziano cutrofianese chiama "salentina".
Il concerto, come è giusto che sia e come è evidenziato dal leader del gruppo, si chiude con un pezzo dedicato alla "'ngiuria" con cui la famiglia Colitti è conosciuta nel paese, da cui poi il gruppo ha preso il nome.
Non vi parlerò del cd, perché esso è la riproposizione in studio di molti dei brani del concerto.
E' un disco che vi consiglio perché permette di scoprire un gruppo che, pur pretendendo dare un'aria di modernità alla musica salentina, non ne scorda mai le origini.
Buon ascolto!

lunedì 22 giugno 2009

"Chicche officiniane"

Carissimi lettori, oggi mi va di scrivere per darvi un paio di anticipazioni "officiniane".
Gli Zoè, che anche il più sprovveduto avrà capito essere il mio gruppo preferito per quanto riguarda la pizzica e i suoi dintorni, stanno per pubblicare un nuovo cd, di cui, finalmente, si sa qualcosa di molto fondamentale.
Intanto il titolo è "Maledetti guai" ed uscirà a fine mese, sempre per la Polosud di Napoli.
Se vi volete sentire il singolo di lancio, quel gioiello presentatoci al Concertone della Notte Della Taranta come "Pizzica de Santu Sebastianu", dovete accontentarvi di due video, entrambi vergognosi (uno abbastanza e l'altro del tutto!), girati da dei cretini che così credono di fare un servizio a Zoè e a noi meno fortunati, mentre ci rintronano solo le orecchie.
I due video, ambientati rispettivamente a Milano ed a Roma, rappresentano degli spezzoni di due concerti recentissimi dell'Officina Zoè, il primo a Milano, in occasione de "La taranta a Milano", e l'altro a Roma, all'interno della rassegna di musiche dal mondo di Villa Ada, dove gli Zoè sono da anni presenza fissa.
Le altre "chicche officiniane" che volevo darvi sono interne a questo blog, ed una, forse, per chi mi conosce bene, dalla lettura di questo articolo, risulterà scontata.
La prima è che, al più presto, su queste pagine campeggerà una recensione del concerto di Villa Ada scritta da Gianluca, il mio amico con cui ho già condiviso la "recensione 'officiniana' a quattro mani".
L'altra, quella scontata, è che, non appena mi arriverà il cd "Maledetti guai" tra le mani, ve ne parlerò con il mio solito trasporto e la mia normale scientificità.
Per ora, amici, saluti "officiniani" a tutti!

martedì 9 giugno 2009

Un po' di chicche meridionali

Carissimi lettori, questa sera mi va di nuovo di scrivere.
Voglio tornare a parlare un po' di musica del Sud Italia, consigliandovi un paio di buoni gruppi da ascoltare.
Intanto, in onore ad una grandissima amicizia che è nata virtualmente tramite http://www.pizzicata.it/, voglio spendere qualche parola sui Taranta Social Club, gruppo nato da una costola importante degli Alla Bua, da quella formazione a cui si deve il bellissimo e già recensito "Stella lucente".
Il gruppo, almeno nel suo myspace, reinterpreta benissimo due brani tratti da quell'album, come "Torna de fore" e "Stella lucente", più un'inimitabile versione di "pizzicarella", dove l'armonica di Umberto Panico ci dimostra quanto siano inutili flauti virtuosistici o violini che scimmiottano Stifani senza dare alternative.
Il gruppo, fondato da Panico dopo la sua uscita dagli Zimbarie, gruppo che Zimba aveva creato dopo la sua dipartita dagli Zoè, ha uno stile notevolmente influenzato dall'esperienza della ronda a S. Rocco a Torrepaduli, dove l'armonica ed i tamburelli sono importantissimi e non c'è niente altro ad accompagnare la scherma.
Il gruppo, con lo stesso spirito, interpreta con maestria molto repertorio salentino.Un po' di materiale, immesso dallo stesso Panico, è reperibile anche su Youtube, ma i loro recapiti "ufficiali" sono: http://www.tarantasocialclub.it/, e www.myspace.com/tarantasocialclub.
L'Emilia-Romagna negli ultimi anni ha visto aumentare la sua popolazione di studenti meridionali in maniera fortissima, ed i gruppi che si dedicano alla riproposizione di questo repertorio non si contano. Con un repertorio generalmente dedicato a tutto il Sud Italia, sono notevoli i Kalukapu, reperibili su http://www.kalukapu.it/ e www.myspace.com/kalukapu. Il gruppo è estremamente filologico ed esegue pezzi strumentali interessantissimi.
Meno filologici ma ugualmente interessanti sono i Cauliae. Anche questo ensemble, formato da persone provenienti da Puglia e Campania, si dedica alla reinterpretazione del folk di quelle terre, ma vi si sentono armonie più nuove. Inimitabile, per la sua filologia, è la Rodianella-Montanara carpinese presente nel loro sito www.myspace.com/cauliae. Molto coinvolgente è anche la loro montemaranese: molto difficilmente riuscirete a tenere a bada il piedino!
Questo piccolo articolo, involontariamente incentrato prevalentemente su gruppi della "diaspora" emiliano-romagnola, si chiude con la segnalazione di un progetto dove si fondono, tramite la creazione di un repertorio specifico, gli universi del rock, che comunque non fa scomparire mai il folk, quello del jazz e la nostra musica popolare. Il progetto è nato a Bologna, ha al suo interno due membri del già consigliato gruppo Maracinesente, e si chiama Fadodafne.
Non vi voglio dire di più, perché voglio che andiate su www.myspace.com/fadodafne, andandoveli a scoprire con le vostre orecchie.Questi gruppi dimostrano che, signori miei, in questo periodo in cui tutto fa brodo, esiste ancora gente cosciente di ciò che decide di fare!

domenica 7 giugno 2009

Intervista a Cataldo Perri.

Carissimi lettori, aggiorno questo blog pubblicando una bellissima e lunghissima intervista ad un mio grande amico, il chitarrista e cantautore calabrese Cataldo Perri, soprannominato da me, per la sua tecnica personalissima sulla chitarra battente, "La battente più battente di Calabria".
D: Qual era la musica che circolava nella tua famiglia quando eri piccolo?
R: Mi sono formato molto con brani del bellissimo repertorio classico napoletano, oltre alla tradizione calabrese che, nel periodo natalizio, si materializzava come per miracolo. In quel periodo venivano i vicini del nostro rione a farci gli auguri, e questa era l'occasione per cantare tutto il repertorio della tradizione, dalla "Strina" alle serenate, attorno ad un bracere.
D: Quando hai cominciato a prendere in mano una chitarra?
R: Facevo le scuole medie. C'era un gruppo di suonatori anziani che si esibiva all'interno delle feste conviviali, battesimi, cresime e matrimoni, costituito da un bravissimo violinista non vedente, Zu Lunardo, e da due chitarristi. La magia di quei suoni mi emozionava sempre, io da allora cercai di toccare sempre la chitarra. Mi ricordo che, in occasione di un Natale, mio padre mi disse di andare da Zu Rosario, un altro di quei suonatori anziani, affinché ci prestasse la sua chitarra per le festività. Durante la passeggiata di ritorno a casa, inconsapevolmente, si creava questa dipendenza dal suono della chitarra, che tutt'ora mi caratterizza.
D: Questa era ancora una chitarra classica...
R: Sì, la battente allora la sentivo raramente solo in occasione di qualche festa. Mi ricordo, però, di esserne restato subito affascinato. Qualche volta sentivo vari suonatori, anche provenienti da fuori paese, che, sempre per il periodo natalizio, si portavano dietro strumenti come l'organetto e la chitarra battente.
La battente come strumento, l'ho scoperta già maturo.
Io ho fatto l'università a Perugia, e lì ho potuto fare un viaggio meraviglioso nell'universo musicale dei vari popoli del mondo, perché, sulle scalette di S. Ercolano, negli anni Settanta si riunivano suonatori di varie nazioni, ed ognuno proponeva le proprie tradizioni. Io, quasi per istinto, ho recuperato le mie radici, proponendo, con altri miei conterranei, tarantelle e altri canti della tradizione calabrese.
Tornato nel mio paese da laureato, mi sono ricordato della battente. L'ho cercata per tanto tempo, fino a quando ne ho vista una, costruita da Nicola de Bonis, a casa di un mio amico e collega. Anche lì fu una folgorazione, quindi andammo insieme da Vincenzo de Bonis e me ne comprai una.
D: Quando è nato il tuo particolarissimo modo di suonare lo strumento?
R: La mia tecnica, che poi è una semplice percussione con il pollice sulla cassa mentre si fanno gli accordi, è nata quasi subito. Il mio collega suonava in maniera tradizionale, ma io ancora non lo sapevo fare, l'avrei imparato dopo. Questa mia tecnica, forse, è nata così istintivamente perché non ho avuto insegnanti, ed ero ancora molto digiuno di suonatori tradizionali.
D: Secondo molti esperti la chitarra battente De Bonis non è la vera chitarra battente calabrese. Che ne pensi?
R: In Calabria, anche a seconda del luogo geografico, la battente ha varie strutture (vedere l'intervista ad Alfonso Toscano n.d.r.), ma io gli strumenti dei De Bonis li ho sempre visti, anche nelle fiere di paese. Va detto che, anche quand'ero piccolo, vi erano numerosi "chitarrari" (persone che portavano propri strumenti di liuteria), che si ispiravano alle forme ed alle strutture dei De Bonis. Oggi in Calabria vi sono altri notevoli liutai, perché questa tradizione va avanti, ma la famiglia di Bisignano resta il riferimento principale sulla battente.
D: Tornando a te, la tua prima esperienza musicale è stata "Rotte saracene", uscito in cassetta con il titolo "Sole battente".
R: Già dal periodo universitario, dato che a Perugia convivevo con musicisti di altre nazioni, mi è venuta la voglia di comporre. All'epoca composi principalmente una canzone, intitolata "Laura e il sultano", ispirata ad una storia semileggendaria di una mia compaesana che fu rapita dai Turchi durante un feroce assalto al paese nel maggio del 1540, e fu portata a Costantinopoli. Lì lei impara a tessere il telaio "alla turchesca", e riporta questa ricchezza nella sua terra. La forza di questa storia, che avevo letto in un libro d'un mio compaesano, mi dette l'idea di fare uno spettacolo di danze e prosa, che fosse un viaggio nelle sonorità di tutto il mediterraneo.
La gente che veniva allo spettacolo teatrale, spesso chiedeva informazioni su dove poter trovare i brani. Io, dopo aver incontrato Gigi De Rienzo, manager di Tony Esposito, che mi aveva addirittura proposto di lasciare la mia professione di medico per dedicarmi completamente alla musica, incisi questa musicassetta con alcuni grandi musicisti come Emidio Ausiello, Nuova Compagnia di Canto popolare, ai tamburi.
D: Come componi un brano?
R: Innanzitutto io faccio la musica, soprattutto con la chitarra battente, che è lo strumento che suono di più in assoluto. Di solito mi metto nella mia mansarda, la sera o i pomeriggi d'inverno quando non lavoro, ed incomincio a vagare sullo strumento, alla ricerca di quel quid, che mi sta già segretamente guidando, ma che non ha ancora un volto. Quando sento di averlo trovato, comincio a canticchiare delle cose nonsense. Facendone un'analisi, però, ho notato che in queste parole slegate, ricorrono sempre elementi della natura che a me, che abito a duecento metri dal mar Ionio, stanno particolarmente vicini. Con queste parole slegate, nasce la metrica del brano, sulla quale, dopo aver capito ciò che con esso voglio raccontare, metto le parole giuste.
Non mi è mai capitato il contrario, eccezion fatta per l'ultima cosa da me scritta. Avevo scritto una poesia su una cosa che fa arrabbiare molti calabresi, sulla mafia, intitolata "Uomini d'onore". Successivamente mi sono detto che la dovevo musicare. Per me non è stato facile, mi ha stimolato a farlo un mio amico che sta preparando una compilation con vari brani di artisti calabresi. Durante la messa in musica ho cambiato molte cose al testo, si intitola "Il mio Sud", ed il disco che la conterrà, i cui proventi andranno alll'associazione Libera di Don Ciotti, si intitolerà "Viaggio a Sud".
D: Abbiamo accennato alla tua prima esperienza come "cantautore etnico" , che è stata seguita da quella con gli "Agorà". Parliamone un po'.
R: Da quando sono a Cariati, ogni tanto ho avuto esperienze amministrative, a volte anche con pause di quindici anni, adesso ad esempio ho ricominciato. Nel 1986 organizzai la prima rassegna dell'estate cariatese che avesse un filo logico. In quell'occasione invitai i "Licosa Tarentula", gruppo di Tiriolo guidato da Totò Critelli e Masino Leone, i quali addirittura avevano imparato a costruire gli strumenti della tradizione. Dopo il concerto ci mettemmo a suonare insieme, io gli mostrai la mia tecnica particolare sulla battente, e nacque l'idea di fare un gruppo. Così nacquero gli Agorà, a cui io aggiunsi altri due amici di Cariati, il chitarrista Peppino Donnici ed il violinista Piero Gallina. Con questo gruppo girammo il mondo per circa sette o otto anni, riproponendo in maniera rigorosa il patrimonio della tradizione. A me, però, questo non bastava quindi provai a far eseguire alcuni brani miei al gruppo. Il mio stile compositivo, spesso, non si sposava con lo stile dei musicisti, quindi questo, oltre alla distanza e al fatto che sia io che Totò Critelli facessimo contemporaneamente altre cose, contribuì allo scioglimento del gruppo. Gli Agorà, comunque, hanno inciso un disco "Tinghi e tingone", dove, oltre ad alcuni brani della tradizione, si sentono due brani miei: "Anima saracena" e "Tarantella battente".
D: Parliamo un po' di Bastimenti.
R: Dopo aver lavorato sulle esperienze più arcaiche della storia calabrese, mi venne in mente di scrivere un album dedicato a mio nonno, uno dei tanti emigranti calabresi in Argentina che non hanno fatto fortuna. Mia madre mi raccontava che lui era partito nel 1924 e per dieci anni aveva mandato rimesse alla famiglia. Dopo, tramite alcuni emigranti di ritorno, si seppe che si era dato all'alcool, e per questo aveva perso numerosi lavori. L'album è nato da un brano intitolato "Argentina", che ho composto praticamente di getto. Lo feci sentire ad Armando Corsi, grande chitarrista classico ottimo suonatore di musica sudamericana, e fu lui a coinvolgere nelle registrazioni Mario Arcari, sassofonista che aveva suonato anche con Fabrizio de Andrè. L'album, che giocava sempre fra andata e ritorno dalla Calabria all'America Latina, si chiudeva con la "Tarantella du Barilli" incisa con gli Agorà.
Spero che, con questa intervista, ho dato un esempio di onestà e coerenza, di una persona che orgogliosamente vuole fare qualcosa di "altro" dalla tradizione e ne è cosciente.