Carissimi lettori, oggi scrivo una recensione molto particolare, sia perché recensirò un concerto a cui ho assistito ma a distanza di molto tempo (contrariamente al solito), sia perché la recensione mi è stata richiesta o quasi.
Il concerto in questione è avvenuto il 6 gennaio 2012 alla Chiesa di San Claudio di Spello (PG) ed ha avuto come protagonisti i "Musicanti del piccolo borgo", ottimo gruppo di musica popolare molisana e laziale, ma che ama sconfinare anche verso la Campania la Puglia,, la Calabria, la Sicilia (e se è per questo anche la Romagna, tra un po' se ne parla).
Il concerto sarà recensito dalla fine all'inizio in quanto così me lo posso riascoltare grazie al fatto che l'ho caricato sul mio canale di Youtube all'indirizzo www.youtube.com/valentinalocchi.
Il concerto si è chiuso con "La leggenda del lupino", una bella canzone campana dedicata alla leggenda secondo la quale Maria abbia salvato suo figlio dalla Strage degli Innocenti riparandolo sotto un albero di pino.
L'interpretazione dei Musicanti, come nella loro migliore tradizione, è dolce e festosa al contempo. Questo approccio, che allea ricchezza armonica e musicale alla semplicità atavica e festosa del folklore più puro, purtroppo spesso è incompreso da quelli che si definiscono cultori di musica popolare, mentre per me è il vero futuro di questa musica.
Curioso è il battito di tamburello che, per quello che si riesce a sentire dalle mie riprese amatoriali, accentua la seconda battuta delle nacchere che sembrano invece dare il tempo nella sua completezza.
Il concerto continua, andando indietro ripeto, con una pastorale di Capracotta (paesino in provincia di Isernia dove Silvio Trotta, direttore del gruppo e polistrumentista, è nato). L'inizio, suonato dalla ciaramella strepitosa di Stefano Tartaglia, ricorda "Tu scendi dalle stelle" o, meglio, "Quanno nascette ninno", bellissimo canto napoletano entrato anche nel repertorio dei Musicanti. L'arrangiamento del brano lo fa assomigliare veramente ad una ninna nanna popolare, come se ci potessimo immaginare di poter cantare al Bambinello una specie di serenata d'amore.
Questa sensazione è rafforzata dalle parti in maggiore, dove il mandolino esegue una parte che ricorda da vicino certe "janeiras" del folklore portoghese, sia per la melodia che per la festosità del suono.
Tartaglia, dopo l'assolo di cui abbiamo già avuto occasione di parlare, che introduce mirabilmente questa lunga ma mai stancante pastorale, suona un flauto dolce che dà veramente l'idea della purezza di un passato forse mai esistito.
Ma ad un certo punto si va in sol, e con la inappuntabile precisione dei bassi dell'organetto, in questa occasione addirittura rafforzati dalla profonda dolcezza di un violoncello, si suona la tarantella che ineluttabilmente concludeva ogni buona esibizione di zampognari.
E quando la ciaramella canta, ha naturalmente bisogno della zampogna come bordone quasi orchestrale, quindi Mauro Bassano, prode organettista del gruppo, suona la zampogna in maniera autentica e ricca.
E facendo una sinergia fra nord e sud Italia (perché questa è la nostra musica nazionale, non il pop imposto dai media con l'arroganza di chi sa come vincere ed imporsi) si interpreta "A Cesare gli venne un'ambizione", danza in ritmo binario della zona dell'Appennino modenese che Silvio Trotta, che oltre ad avere i "suoi" Musicanti ha molti gruppi, ha imparato dai Viulan, tre voci tra le più autentiche della zona, tra le quali va citato almeno Lele Chiodi, che canta con Guccini ne "La canzone delle colombe e del fiore" di "D'amore, di morte e di altre sciocchezze" (1996). Nella versione dei Musicanti il brano diventa quasi una tarantella, ma è dolce, per quella necessità di ridare modernamente la leggerezza della musica popolare sempre meno sentita da una riproposta che se non va verso la contaminazione sfrenata va verso il calco (tutte strade sbagliate).
Ilbrano successivo, ripeto che stiamo tornando indietro, si permette un viaggio in Sicilia ed un omaggio ad una delle più belle voci del folklore italiano, la licatese Rosa Balistreri. Il brano scelto, estratto dal vinile "Concerto di Natale" (inciso con i Dioscuri nel 1985) è intitolato "A la notti di Natali" e fa apprezzare la nuova voce dei Musicanti, la foggiana Elvira Impagnatiello. Per quanto riguarda questo nuovo arrivo nel gruppo si può dire che porta un tocco fortemente modernizzante, anche se va riconosciuta la grandissima coerenza stilistica dell'ensemble che fa della mancanza di calco degli anziani forse il suo obiettivo basilare.
E direttamente dal cd "Fiore di tutti i fiori" (2001) arriva questa filastrocca a tempo di saltarello su un pasto luculliano consumato da una sposa il giorno del proprio matrimonio. Notevole è la terzina della battente di Trotta che dà un ritmo instancabile, quasi mitragliato, al brano. Il testo è interpretato da Trotta e dalla Impagnatiello con allegria e dolcezza (imparate suonatori, lo ripeto allo sfinimento).
Questo spettacolo è prevalentemente incentrato su un cd dei Musicanti intitolato "Stella cometa", da questo disco si è già parlato della leggenda del lupino, ora si trova "Dormi dormi" (brano di Sant'Alfonso Maria dei Liguori che in realtà si chiama "Fermarono i cieli"). Il gruppo lo ha dedicato, sia nel disco che a Spello, ai bambini morti nel crollo dell'Asilo di San Giuliano di Puglia, avvenuto il 31 ottobre 2001. La versione dei Musicanti è una canzone dolcissima, ma la ciaramella di Tartaglia grida il dolore in maniera dolce e straziata al contempo, aiutando la già sicura interpretazione dell'Impagnatiello che dimostra tutto il suo valore musicale.
Andando avanti (cioè... indietro!) si arriva ad una delle mie canzoni preferite di tutto il repertorio dei Musicanti. Il brano, tratto da"Fiore di tutti i fiori", è un insieme di due brani, delle "Maitinate" (serie di stornelli che si cantano il 31 dicembre in Molise) ed una quadriglia strumentale (una delle virtù dei Musicanti è quella di non essersi dimenticati del repertorio strumentale da ballo al contrario di quanto fanno molti musicisti soprattutto nel Salento). La "maitinata" è guidata con maestria da Stefano Tartaglia, che ha una voce fortemente caratterizata, oltreché da un raro e prezioso timbro da tenorino quasi barocco, da un particolare tremolo quasi vibrante, che lo porta ad eseguire quarti di tono estremamente naturali,quindi non calcati. Quando Silvio Trotta canta il canto si addolcisce, diventa quasi confidenziale, pur mantenendo la potenza insita nel canto tradizionale.
E senza soluzione di continuità, nella stessa traccia, arriva una fantastica quadriglia strumentale che Trotta esegue con virtuosismo al mandolino, mentre Elvira si dedica alla battente, e Gian Michele Montanaro accompagna, con le sue inconfondibili tecniche moderne ma mai tiranne nei confronti della freschezza dei ritmi terzinati, con il tamburello.
Il pubblico, forse per il gran freddo, non batte le mani se non in rari momenti, spesso guidato dalle mie, che spesso volevano partire ma per pudore non lo facevano.
E continuando questa nostra recensione a ritroso si arriva a "'Ncincirinella", che i Musicanti ripescano da quella gemma rara di bellezza che è il loro ultimo disco "Ecchite maje" (2009). Il brano, come molti brani arcaici, è caratterizzato dall'aternanza di giri d'accordi minori e maggiori, ma questo non fa fare meno festa ve lo assicuro. L'accompagnamento del tamburello, almeno alle mie orecchie, suona come un incrocio tra il saltarello ed una pizzica.
Andando avanti si ascolta "Stella cometa", un testo scritto da Mauro Gioielli, direttore di un altro importante gruppo molisano chiamato "il tratturo". Come è giusto che sia nel clima natalizio si fanno una serie di auguri alle varie categorie di lavoratori della terra e del mare, affinché possano trovare ricchezza nell'anno appena iniziato. C'è da notare il virtuosismo con cui Trotta accompagna questo brano lento, con delle terzine che dànno una grande vivacità nascosta a questa ballata dall'origine probabilmente nordica.
I Musicanti sono nati trentasette anni fa come gruppo di riproposizione del repertorio della Nuova Compagnia di Canto Popolare, gruppo campano fondamentale per capire tutto quello che si è fatto nel folk revival fra gli anni Settanta e gli Ottanta. Dall'lp "Cantata dei pastori" del noto gruppo guidato da Roberto De Simone, il gruppo molisano riprende una bella tarantella intitolata "Nascette lu Messia", che diventa dolcissima, senza mai toccare quella "sanguignità" (per usare un'espressione di Silvio Trotta riguardante la NCCP) che può anche essere ritenuta dura da certe orecchie. Il testo del brano è tronco perché il gruppo ci attacca, sulla stessa melodia ma cambiando il ritmo in una tammurriata resa festosissima dall'organetto, un canto di questua con l'atmosfera della fine dell'anno.
Andando avanti (siamo ormai verso la fine, o verso l'inizio?) si arriva a "Quanno nascette ninno" scritto da Sant'Alfonso Maria dei Liguori. La versione dei Musicanti, rispetto a quella più nota della Nuova Compagnia di Canto Popolare contenuta nella già citata "Cantata dei pastori", differisce sia per l'inizio che per alcune strofe. Il gruppo è fortemente caratterizzato, non fa mai male ripeterlo, da una grande raffinatezza che non proibisce, contrariamente a tantissima riproposta di tutte le regioni italiane, di godere della bellissima semplicità del folklore, che secondo me è la caratteristica che più di ogni altra ha contribuito a questo interesse generalizzato o quasi che attualmente lo investe.
E sempre dal repertorio popolare campano, stavolta non semicolto, arriva "La santa allegrezza", che i Musicanti in disco incidono con un'"introduzione" molisana, ma che qui viene interpretata nella sua versione "ufficiale", con il canto impagabile di Silvio Trotta, che con la sua potente voce di tenore canta i versi facendo capire le singole condizioni dei personaggi. Ed è bellissimo anche il particolare arpeggio di chitarra classica, concepito dal musicista di Capracotta, che accompagna il battimento dolcissimo della chitarra battente, portandolo quasi verso una segreta raffinatezza.
Il concerto è iniziato (e noi così finiamo) con una novena molisana, interpretata da Silvio Trotta con l'impagabile accompagnamento della zampogna di Mauro Bassano e della Ciaramella di Stefano Tartaglia.
Sperando di avervi comunque dato un'idea di quello che sono i Musicanti vi consiglio di cuore di conoscerli tramite il loro sito www.musicantidelpiccoloborgo.it e di andarli soprattutto a vedere dal vivo.
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lunedì 13 febbraio 2012
domenica 7 giugno 2009
Intervista a Cataldo Perri.
Carissimi lettori, aggiorno questo blog pubblicando una bellissima e lunghissima intervista ad un mio grande amico, il chitarrista e cantautore calabrese Cataldo Perri, soprannominato da me, per la sua tecnica personalissima sulla chitarra battente, "La battente più battente di Calabria".
D: Qual era la musica che circolava nella tua famiglia quando eri piccolo?
R: Mi sono formato molto con brani del bellissimo repertorio classico napoletano, oltre alla tradizione calabrese che, nel periodo natalizio, si materializzava come per miracolo. In quel periodo venivano i vicini del nostro rione a farci gli auguri, e questa era l'occasione per cantare tutto il repertorio della tradizione, dalla "Strina" alle serenate, attorno ad un bracere.
D: Quando hai cominciato a prendere in mano una chitarra?
R: Facevo le scuole medie. C'era un gruppo di suonatori anziani che si esibiva all'interno delle feste conviviali, battesimi, cresime e matrimoni, costituito da un bravissimo violinista non vedente, Zu Lunardo, e da due chitarristi. La magia di quei suoni mi emozionava sempre, io da allora cercai di toccare sempre la chitarra. Mi ricordo che, in occasione di un Natale, mio padre mi disse di andare da Zu Rosario, un altro di quei suonatori anziani, affinché ci prestasse la sua chitarra per le festività. Durante la passeggiata di ritorno a casa, inconsapevolmente, si creava questa dipendenza dal suono della chitarra, che tutt'ora mi caratterizza.
D: Questa era ancora una chitarra classica...
R: Sì, la battente allora la sentivo raramente solo in occasione di qualche festa. Mi ricordo, però, di esserne restato subito affascinato. Qualche volta sentivo vari suonatori, anche provenienti da fuori paese, che, sempre per il periodo natalizio, si portavano dietro strumenti come l'organetto e la chitarra battente.
La battente come strumento, l'ho scoperta già maturo.
Io ho fatto l'università a Perugia, e lì ho potuto fare un viaggio meraviglioso nell'universo musicale dei vari popoli del mondo, perché, sulle scalette di S. Ercolano, negli anni Settanta si riunivano suonatori di varie nazioni, ed ognuno proponeva le proprie tradizioni. Io, quasi per istinto, ho recuperato le mie radici, proponendo, con altri miei conterranei, tarantelle e altri canti della tradizione calabrese.
Tornato nel mio paese da laureato, mi sono ricordato della battente. L'ho cercata per tanto tempo, fino a quando ne ho vista una, costruita da Nicola de Bonis, a casa di un mio amico e collega. Anche lì fu una folgorazione, quindi andammo insieme da Vincenzo de Bonis e me ne comprai una.
D: Quando è nato il tuo particolarissimo modo di suonare lo strumento?
R: La mia tecnica, che poi è una semplice percussione con il pollice sulla cassa mentre si fanno gli accordi, è nata quasi subito. Il mio collega suonava in maniera tradizionale, ma io ancora non lo sapevo fare, l'avrei imparato dopo. Questa mia tecnica, forse, è nata così istintivamente perché non ho avuto insegnanti, ed ero ancora molto digiuno di suonatori tradizionali.
D: Secondo molti esperti la chitarra battente De Bonis non è la vera chitarra battente calabrese. Che ne pensi?
R: In Calabria, anche a seconda del luogo geografico, la battente ha varie strutture (vedere l'intervista ad Alfonso Toscano n.d.r.), ma io gli strumenti dei De Bonis li ho sempre visti, anche nelle fiere di paese. Va detto che, anche quand'ero piccolo, vi erano numerosi "chitarrari" (persone che portavano propri strumenti di liuteria), che si ispiravano alle forme ed alle strutture dei De Bonis. Oggi in Calabria vi sono altri notevoli liutai, perché questa tradizione va avanti, ma la famiglia di Bisignano resta il riferimento principale sulla battente.
D: Tornando a te, la tua prima esperienza musicale è stata "Rotte saracene", uscito in cassetta con il titolo "Sole battente".
R: Già dal periodo universitario, dato che a Perugia convivevo con musicisti di altre nazioni, mi è venuta la voglia di comporre. All'epoca composi principalmente una canzone, intitolata "Laura e il sultano", ispirata ad una storia semileggendaria di una mia compaesana che fu rapita dai Turchi durante un feroce assalto al paese nel maggio del 1540, e fu portata a Costantinopoli. Lì lei impara a tessere il telaio "alla turchesca", e riporta questa ricchezza nella sua terra. La forza di questa storia, che avevo letto in un libro d'un mio compaesano, mi dette l'idea di fare uno spettacolo di danze e prosa, che fosse un viaggio nelle sonorità di tutto il mediterraneo.
La gente che veniva allo spettacolo teatrale, spesso chiedeva informazioni su dove poter trovare i brani. Io, dopo aver incontrato Gigi De Rienzo, manager di Tony Esposito, che mi aveva addirittura proposto di lasciare la mia professione di medico per dedicarmi completamente alla musica, incisi questa musicassetta con alcuni grandi musicisti come Emidio Ausiello, Nuova Compagnia di Canto popolare, ai tamburi.
D: Come componi un brano?
R: Innanzitutto io faccio la musica, soprattutto con la chitarra battente, che è lo strumento che suono di più in assoluto. Di solito mi metto nella mia mansarda, la sera o i pomeriggi d'inverno quando non lavoro, ed incomincio a vagare sullo strumento, alla ricerca di quel quid, che mi sta già segretamente guidando, ma che non ha ancora un volto. Quando sento di averlo trovato, comincio a canticchiare delle cose nonsense. Facendone un'analisi, però, ho notato che in queste parole slegate, ricorrono sempre elementi della natura che a me, che abito a duecento metri dal mar Ionio, stanno particolarmente vicini. Con queste parole slegate, nasce la metrica del brano, sulla quale, dopo aver capito ciò che con esso voglio raccontare, metto le parole giuste.
Non mi è mai capitato il contrario, eccezion fatta per l'ultima cosa da me scritta. Avevo scritto una poesia su una cosa che fa arrabbiare molti calabresi, sulla mafia, intitolata "Uomini d'onore". Successivamente mi sono detto che la dovevo musicare. Per me non è stato facile, mi ha stimolato a farlo un mio amico che sta preparando una compilation con vari brani di artisti calabresi. Durante la messa in musica ho cambiato molte cose al testo, si intitola "Il mio Sud", ed il disco che la conterrà, i cui proventi andranno alll'associazione Libera di Don Ciotti, si intitolerà "Viaggio a Sud".
D: Abbiamo accennato alla tua prima esperienza come "cantautore etnico" , che è stata seguita da quella con gli "Agorà". Parliamone un po'.
R: Da quando sono a Cariati, ogni tanto ho avuto esperienze amministrative, a volte anche con pause di quindici anni, adesso ad esempio ho ricominciato. Nel 1986 organizzai la prima rassegna dell'estate cariatese che avesse un filo logico. In quell'occasione invitai i "Licosa Tarentula", gruppo di Tiriolo guidato da Totò Critelli e Masino Leone, i quali addirittura avevano imparato a costruire gli strumenti della tradizione. Dopo il concerto ci mettemmo a suonare insieme, io gli mostrai la mia tecnica particolare sulla battente, e nacque l'idea di fare un gruppo. Così nacquero gli Agorà, a cui io aggiunsi altri due amici di Cariati, il chitarrista Peppino Donnici ed il violinista Piero Gallina. Con questo gruppo girammo il mondo per circa sette o otto anni, riproponendo in maniera rigorosa il patrimonio della tradizione. A me, però, questo non bastava quindi provai a far eseguire alcuni brani miei al gruppo. Il mio stile compositivo, spesso, non si sposava con lo stile dei musicisti, quindi questo, oltre alla distanza e al fatto che sia io che Totò Critelli facessimo contemporaneamente altre cose, contribuì allo scioglimento del gruppo. Gli Agorà, comunque, hanno inciso un disco "Tinghi e tingone", dove, oltre ad alcuni brani della tradizione, si sentono due brani miei: "Anima saracena" e "Tarantella battente".
D: Parliamo un po' di Bastimenti.
R: Dopo aver lavorato sulle esperienze più arcaiche della storia calabrese, mi venne in mente di scrivere un album dedicato a mio nonno, uno dei tanti emigranti calabresi in Argentina che non hanno fatto fortuna. Mia madre mi raccontava che lui era partito nel 1924 e per dieci anni aveva mandato rimesse alla famiglia. Dopo, tramite alcuni emigranti di ritorno, si seppe che si era dato all'alcool, e per questo aveva perso numerosi lavori. L'album è nato da un brano intitolato "Argentina", che ho composto praticamente di getto. Lo feci sentire ad Armando Corsi, grande chitarrista classico ottimo suonatore di musica sudamericana, e fu lui a coinvolgere nelle registrazioni Mario Arcari, sassofonista che aveva suonato anche con Fabrizio de Andrè. L'album, che giocava sempre fra andata e ritorno dalla Calabria all'America Latina, si chiudeva con la "Tarantella du Barilli" incisa con gli Agorà.
Spero che, con questa intervista, ho dato un esempio di onestà e coerenza, di una persona che orgogliosamente vuole fare qualcosa di "altro" dalla tradizione e ne è cosciente.
D: Qual era la musica che circolava nella tua famiglia quando eri piccolo?
R: Mi sono formato molto con brani del bellissimo repertorio classico napoletano, oltre alla tradizione calabrese che, nel periodo natalizio, si materializzava come per miracolo. In quel periodo venivano i vicini del nostro rione a farci gli auguri, e questa era l'occasione per cantare tutto il repertorio della tradizione, dalla "Strina" alle serenate, attorno ad un bracere.
D: Quando hai cominciato a prendere in mano una chitarra?
R: Facevo le scuole medie. C'era un gruppo di suonatori anziani che si esibiva all'interno delle feste conviviali, battesimi, cresime e matrimoni, costituito da un bravissimo violinista non vedente, Zu Lunardo, e da due chitarristi. La magia di quei suoni mi emozionava sempre, io da allora cercai di toccare sempre la chitarra. Mi ricordo che, in occasione di un Natale, mio padre mi disse di andare da Zu Rosario, un altro di quei suonatori anziani, affinché ci prestasse la sua chitarra per le festività. Durante la passeggiata di ritorno a casa, inconsapevolmente, si creava questa dipendenza dal suono della chitarra, che tutt'ora mi caratterizza.
D: Questa era ancora una chitarra classica...
R: Sì, la battente allora la sentivo raramente solo in occasione di qualche festa. Mi ricordo, però, di esserne restato subito affascinato. Qualche volta sentivo vari suonatori, anche provenienti da fuori paese, che, sempre per il periodo natalizio, si portavano dietro strumenti come l'organetto e la chitarra battente.
La battente come strumento, l'ho scoperta già maturo.
Io ho fatto l'università a Perugia, e lì ho potuto fare un viaggio meraviglioso nell'universo musicale dei vari popoli del mondo, perché, sulle scalette di S. Ercolano, negli anni Settanta si riunivano suonatori di varie nazioni, ed ognuno proponeva le proprie tradizioni. Io, quasi per istinto, ho recuperato le mie radici, proponendo, con altri miei conterranei, tarantelle e altri canti della tradizione calabrese.
Tornato nel mio paese da laureato, mi sono ricordato della battente. L'ho cercata per tanto tempo, fino a quando ne ho vista una, costruita da Nicola de Bonis, a casa di un mio amico e collega. Anche lì fu una folgorazione, quindi andammo insieme da Vincenzo de Bonis e me ne comprai una.
D: Quando è nato il tuo particolarissimo modo di suonare lo strumento?
R: La mia tecnica, che poi è una semplice percussione con il pollice sulla cassa mentre si fanno gli accordi, è nata quasi subito. Il mio collega suonava in maniera tradizionale, ma io ancora non lo sapevo fare, l'avrei imparato dopo. Questa mia tecnica, forse, è nata così istintivamente perché non ho avuto insegnanti, ed ero ancora molto digiuno di suonatori tradizionali.
D: Secondo molti esperti la chitarra battente De Bonis non è la vera chitarra battente calabrese. Che ne pensi?
R: In Calabria, anche a seconda del luogo geografico, la battente ha varie strutture (vedere l'intervista ad Alfonso Toscano n.d.r.), ma io gli strumenti dei De Bonis li ho sempre visti, anche nelle fiere di paese. Va detto che, anche quand'ero piccolo, vi erano numerosi "chitarrari" (persone che portavano propri strumenti di liuteria), che si ispiravano alle forme ed alle strutture dei De Bonis. Oggi in Calabria vi sono altri notevoli liutai, perché questa tradizione va avanti, ma la famiglia di Bisignano resta il riferimento principale sulla battente.
D: Tornando a te, la tua prima esperienza musicale è stata "Rotte saracene", uscito in cassetta con il titolo "Sole battente".
R: Già dal periodo universitario, dato che a Perugia convivevo con musicisti di altre nazioni, mi è venuta la voglia di comporre. All'epoca composi principalmente una canzone, intitolata "Laura e il sultano", ispirata ad una storia semileggendaria di una mia compaesana che fu rapita dai Turchi durante un feroce assalto al paese nel maggio del 1540, e fu portata a Costantinopoli. Lì lei impara a tessere il telaio "alla turchesca", e riporta questa ricchezza nella sua terra. La forza di questa storia, che avevo letto in un libro d'un mio compaesano, mi dette l'idea di fare uno spettacolo di danze e prosa, che fosse un viaggio nelle sonorità di tutto il mediterraneo.
La gente che veniva allo spettacolo teatrale, spesso chiedeva informazioni su dove poter trovare i brani. Io, dopo aver incontrato Gigi De Rienzo, manager di Tony Esposito, che mi aveva addirittura proposto di lasciare la mia professione di medico per dedicarmi completamente alla musica, incisi questa musicassetta con alcuni grandi musicisti come Emidio Ausiello, Nuova Compagnia di Canto popolare, ai tamburi.
D: Come componi un brano?
R: Innanzitutto io faccio la musica, soprattutto con la chitarra battente, che è lo strumento che suono di più in assoluto. Di solito mi metto nella mia mansarda, la sera o i pomeriggi d'inverno quando non lavoro, ed incomincio a vagare sullo strumento, alla ricerca di quel quid, che mi sta già segretamente guidando, ma che non ha ancora un volto. Quando sento di averlo trovato, comincio a canticchiare delle cose nonsense. Facendone un'analisi, però, ho notato che in queste parole slegate, ricorrono sempre elementi della natura che a me, che abito a duecento metri dal mar Ionio, stanno particolarmente vicini. Con queste parole slegate, nasce la metrica del brano, sulla quale, dopo aver capito ciò che con esso voglio raccontare, metto le parole giuste.
Non mi è mai capitato il contrario, eccezion fatta per l'ultima cosa da me scritta. Avevo scritto una poesia su una cosa che fa arrabbiare molti calabresi, sulla mafia, intitolata "Uomini d'onore". Successivamente mi sono detto che la dovevo musicare. Per me non è stato facile, mi ha stimolato a farlo un mio amico che sta preparando una compilation con vari brani di artisti calabresi. Durante la messa in musica ho cambiato molte cose al testo, si intitola "Il mio Sud", ed il disco che la conterrà, i cui proventi andranno alll'associazione Libera di Don Ciotti, si intitolerà "Viaggio a Sud".
D: Abbiamo accennato alla tua prima esperienza come "cantautore etnico" , che è stata seguita da quella con gli "Agorà". Parliamone un po'.
R: Da quando sono a Cariati, ogni tanto ho avuto esperienze amministrative, a volte anche con pause di quindici anni, adesso ad esempio ho ricominciato. Nel 1986 organizzai la prima rassegna dell'estate cariatese che avesse un filo logico. In quell'occasione invitai i "Licosa Tarentula", gruppo di Tiriolo guidato da Totò Critelli e Masino Leone, i quali addirittura avevano imparato a costruire gli strumenti della tradizione. Dopo il concerto ci mettemmo a suonare insieme, io gli mostrai la mia tecnica particolare sulla battente, e nacque l'idea di fare un gruppo. Così nacquero gli Agorà, a cui io aggiunsi altri due amici di Cariati, il chitarrista Peppino Donnici ed il violinista Piero Gallina. Con questo gruppo girammo il mondo per circa sette o otto anni, riproponendo in maniera rigorosa il patrimonio della tradizione. A me, però, questo non bastava quindi provai a far eseguire alcuni brani miei al gruppo. Il mio stile compositivo, spesso, non si sposava con lo stile dei musicisti, quindi questo, oltre alla distanza e al fatto che sia io che Totò Critelli facessimo contemporaneamente altre cose, contribuì allo scioglimento del gruppo. Gli Agorà, comunque, hanno inciso un disco "Tinghi e tingone", dove, oltre ad alcuni brani della tradizione, si sentono due brani miei: "Anima saracena" e "Tarantella battente".
D: Parliamo un po' di Bastimenti.
R: Dopo aver lavorato sulle esperienze più arcaiche della storia calabrese, mi venne in mente di scrivere un album dedicato a mio nonno, uno dei tanti emigranti calabresi in Argentina che non hanno fatto fortuna. Mia madre mi raccontava che lui era partito nel 1924 e per dieci anni aveva mandato rimesse alla famiglia. Dopo, tramite alcuni emigranti di ritorno, si seppe che si era dato all'alcool, e per questo aveva perso numerosi lavori. L'album è nato da un brano intitolato "Argentina", che ho composto praticamente di getto. Lo feci sentire ad Armando Corsi, grande chitarrista classico ottimo suonatore di musica sudamericana, e fu lui a coinvolgere nelle registrazioni Mario Arcari, sassofonista che aveva suonato anche con Fabrizio de Andrè. L'album, che giocava sempre fra andata e ritorno dalla Calabria all'America Latina, si chiudeva con la "Tarantella du Barilli" incisa con gli Agorà.
Spero che, con questa intervista, ho dato un esempio di onestà e coerenza, di una persona che orgogliosamente vuole fare qualcosa di "altro" dalla tradizione e ne è cosciente.
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