mercoledì 27 marzo 2013
Moroloja a www.pizzicata.it
Quando scoprii Internet fui folgorata da un sito che ho visto morire progressivamente, voglio usare questo blog per fargli un canto funebre, non da prefica grika ma da appassionata di musica popolare che lo riteneva insostituibile ma che si vuole convincere a non andarci più neanche per nostalgia.
Mi riferisco a www.pizzicata.it, sito nato nel 2003 dall'intraprendenza e dalla passione casuale di un giovane di Taurisano (LE).
Il sito prende il nome da un bellissimo film di Edoardo Winspeare (per me il migliore che il regista salentino abbia mai prodotto).
Il sito per anni, quando io non ero iscritta, era una piattaforma privilegiata del dibattito, spesso stramaledettamente sterile per l'ignoranza e le paranoie di troppi attori, che si faceva, suppongo ancora si faccia, all'interno della "riproposta" salentina.
Si parlava in maniera appassionata di musica moderna e tradizionale e del loro rapporto, con critiche di ogni tipo su tutti i gruppi maggiori e minori.
Con il tempo la musica popolare salentina si allarga, con essa "Pizzicata", che scopre anche altri repertori di cui parlare.
Questo porta da un estremo all'altro (in Puglia le vie di mezzo non sanno cosa sono): dal "salentocentrismo" si passa all'"antisalento" a tutti i costi.
Piano piano i grandi abbandonano, restano solo i "vivitori" del web, ed è più o meno questo il periodo in cui mi iscrivo anch'io.
Io provo a vivacizzare, provo a riportarci questa mia passione, all'epoca grandemente repressa, ma non ci fu assolutamente risultato, ebbi poche risposte a tono, molte risposte piene di megalomania e poco altro.
Per molto tempo continuavo ad usarlo come fonte d'informazione, mi sono iniziata a disilludere (da una vita gli davo un soprannome che non riferisco per educazione) quando ho provato a scrivere un'e-mail a quello che fino a prova contraria era il curatore del sito, quel Carlo Trono che così gentilmente mi aveva aiutato ad entrare nel forum.
Nessunissima risposta, neanche un "non fa per noi".
Questo sinceramente mi ha frustrato un po', ma "Radio Pizzica e dintorni" è qui per chi la vorrà ascoltare ed amare.
Mi dispiace per quel bel sito, il cui forum ora è pieno zeppo di messaggi in inglese, che non hanno niente a che fare con la musica, di nessunissimo tipo, mandati da gente che non si sa nemmeno chi sia.
Gente, riprendetevi anche la dimensione web della musica popolare.
Se è importante la condivisione nelle nostre zone, l'andare o l'organizzare concerti e balli spontanei, è altrettanto importante divulgare ciò che si fa.
Io nel mio piccolo ci provo, uniamoci di più, ricreiamoci una "Pizzicata" anche fuori da quel sito, quella dimensione a me Facebook non me la dà, per quanto da lì si hanno maree di emozioni da poter condividere e divulgare.
Addio "Pizzicata", da oggi tenterò ufficialmente di associare questo nome solo al capolavoro di Winspeare.
giovedì 21 marzo 2013
Qualche parola su un vecchio concerto inglese degli Inti-Illimani
Carissimi lettori, grazie all'insuperabile "Una finestra aperta" (blog sugli Inti-Illimani da me citato spessissimo) riusciamo a recuperare, dato che l'ha postato Superpeliculero su Youtube, uno storico concerto degli Inti-Illimani, probabilmente poco dopo l'uscita di "Imaginación" (1984 o giù di lì).
Siamo alla Calston Hall di Bristol ed il gruppo inizia il concerto con una versione spumeggiante di un classico della tradizione ecuatoriana, un "San Juanito" che era stato recuperato per "Imaginación", album antologico, primo registrato digitalmente dall'ensemble cileno.
Nel brano si notano qualche piccola smagliatura o qualche imprecisione, l'emozione quando si suona gioca sempre, poi credo che la musica tradizionale, e ancora di più i brani di tradizione, sono fatti per far uscire la nostra primordialità.
Si va avanti, a proposito di recuperi dal repertorio risuonato per "Imaginación", con "Tema de la quebrada de Humahuaca".
Qui il ghiaccio si è già rotto, bellissime le prodezze armoniche del charango, tutto perfetto.
Il terzo brano, sempre strumentale e sempre di tradizione andina, viene invece da "Palimpsesto" ed è "La fiesta de la tirana". Quello che più impressiona, almeno a me ha sempre impressionato molto, è la parte iniziale, dove solo una chitarra ed un charango sostengono un poderoso canone (quelle melodie in cui le parti vengono eseguite intrecciandosi da vari gruppi di cantori rimpallandosi le parti).
Ancora l'esilio non è finito e il brano "Vuelvo", primo con testo del concerto, è pieno della speranza di chi vuole ma ancora non può tornare.
Horacio Durán, in un inglese in verità abbastanza stentato, la presenta, prima che il gruppo, ed un grandissimo José Seves, cantino la canzone con corpo ed anima.
Questi sono gli Inti-Illimani del miglior periodo, secondo più di uno, quelli che, pur avendo maturato, non erano freddi (secondo me fino a che c'è stato Salinas non c'era freddezza, difatti gli Históricos tutt'ora sanno scaldarmi il cuore).
Particolare un pezzo strumentale eseguito da una chitarra melodica, non presente nella versione da studio, purtroppo questa non sarà una recensione particolarmente precisa perché l'audio del concerto è al limite (almeno per me).
Andando avanti si torna al repertorio di tradizione andina, con quelle "Sicuriadas" che chiudevano il "Canto de pueblos andinos".
L'incisione non ha praticamente varianti di rilievo rispetto all'originale, c'è l'ineluttabile crescendo, sia ritmico che di strumenti usati, che rende assolutamente irresistibile il pezzo.
Interessante il trillo di quena quasi verso la fine, a voler far sentire il grido di dolore che spesso si dice insito nella timbrica del flauto a canna singola, che una leggenda vorrebbe miglior riproduzione del lamento di Atahualpa, re indigeno.
Andando avanti si ascolta il primo strumentale d'autore della scaletta, la "Danza di Calaluna", che Horacio Salinas dedicò alla Sardegna, terra amata dagli Inti nei periodi di vacanza durante la loro permanenza in Italia (1973-1988).
Il musicista cileno ha sempre dichiarato di essersi ispirato alla musica sarda per comporre questa melodia dove maggiore e minore (in scala di fa) si alternano in maniera assolutamente strabiliante.
Gli strumenti andini sono sfidati a convivere con altre sonorità (l'ottavino ed il flauto traverso) e ad imitare un mondo che non è il loro (cosa fatta anche dai Quilapayún, se possibile ancora più convintamente, nel "Vals de Colombes").
Curioso il finale in rallentando, che non prevede il rullato sottolineato dalla zampoña quasi urlante, così tipico della versione di "De canto y baile" (1986).
Continuando con "Imaginación" si ascolta un pezzo da virtuosi, per soli chitarra classica e cuatro venezuelano, dal titolo "La marusa".
Sfruttando un ritmo folk venezuelano, si crea una composizione armonicamente barocca, dove il cuatro, con accompagnamenti tirannici, e parti d'accompagnamento che si potrebbero definire semisolistiche per l'impressione uditiva assolutamente fuori dal comune che lasciano, accompagna una bella melodia cesellata dalla chitarra classica, che, paradossalmente, suona meglio in questo frangente che in melodie che si riterrebbero all'ascolto più abbordabili.
Il brano successivo è uno di quelli che hanno segnato indelebilmente la mia formazione di fan degli Inti, ossia "Danza".
Secondo Horacio Salinas, suo autore, il brano è di ispirazione svedese, io testardamente ho sempre pensato che fosse una tarantella.
Il brano, dove ancora una volta le tonalità maggiori e le relative minori convivono, è un politonale molto armonico, perché la politonalità è ottenuta tramite artifici melodici, non tramite la giustapposizione di note incompatibili a tavolino.
Anche qui gli strumenti andini vengono sfidati a fare "altro", ma bisogna dire che se la cavano bene.
Interessante questa parte, prima dell'ultim o giro di ballo vorticoso, lenta e quasi meditabonda, come se colui che balla venisse preso da estasi di pensieri.
Andando avanti il gruppo torna a cantare e riprende un brano di Víctor Jara, che per molti, almeno da noi, è uno dei brani fondamentali. Il brano, "El arado", è interpretato da Max Berrú, musicista ecuatoriano membro per trent'anni del gruppo, in maniera molto bella, c'è forse qualcdhe leggera stonatura ma sono particolari.
Le voci sono comunque perfettamente armonizzate, la chitarra ed il bombo, non si sentiva o non c'era il tiple, accompagnavano con grande effetto.
Il brano successivo fa tornare prepotentemente al repertorio di "Imaginación" ed è uno dei pezzi più amati in Cile, anche se è stato scritto in Italia (magari da noi fosse così).
Mi riferisco a "El mercado de Testaccio", omaggio di Horacio Salinas alla città di Roma, che allora accoglieva il gruppo.
Stupendi i flauti che contemporaneamente esaltano e reprimono l'allegria malinconica del pezzo.
Con il pezzettino in re minore accompagnato dalla percussione che ricorda tanto la carrozzella romana, questo brano si conclude e dà spazio ad "Un hombre en general".
Per chi non conosce il brano, che viene come il precedente dal disco "Palimpsesto" ma al contrario del precedente non ha avuto l'assiduità interpretativa dalla sua, è uno di quelli dove si nota la particolare sensibilità per la musica africana ed afroamericana degli Inti, nonché la loro voglia di fondere questi ritm i con le armonie e gli spunti melodici europei.
Monumentale l'assolo di tiple, dal pizzicato irresistibile.
Qui veramente dispiace che l'audio non sia al top, questa è una rarità su prema.
E come non cantare quel capolavoro antirazzista, che dovrebbe essere l'inno mondiale antirazzista, dal titolo "Samba landó"?
Eccola, già ben condita di influenze africane, sia con il cajón peruviano, che con le claves, che con il cencerro.
Credo che il pubblico stia facendo qualcosa con le mani, ma possiamo solo immaginarlo.
Le voci di José Seves e Marcelo Coulon si rimpallano le strofe, il coro si staglia nel ritornello arricchito qua e là da interessanti melismi mediterranei.
Nell'ultima strofa, quella dove c'è il rallentamento di ritmo, si è sentito chiaramente un pubblico che con calore e precisione batte il tempo. Alla fine ha anche cantato il ""Samba landó", ma non so dirvi bene.
Così si chiude un bel concerto, di cui spero presto si potranno trovare materiali migliori.
mercoledì 13 marzo 2013
Renato Zero: "Amo capitolo I"
Carissimi lettori, è tempo di tornare a parlare di una mia grande passione che, però, resta spesso sopita.
Ieri è uscito "Amo capitolo I", ventisettesimo disco in studio di Renato Zero, che esce a quarant'anni esatti dal suo primo vinile dal titolo "No, mamma, no!" (1973)
Il cd si apre con il singolo che ce lo ha annunciato il 1 marzo, una canzone dance, che in più di un aspetto ricorda alcuni brani degli anni Settanta-Ottanta.
Il brano è in minore, ma non per questo è mancante di quel desiderio combattivo che ha fatto di Zero un artista stimato da molti giovani di varie generazioni.
Il brano ha una parte in fa che è quella propriamente dance, mentre c'è una interessante sezione in re minore, o con la partenza da questo accordo, che prende un ritmo lento, particolare perché riesce a dare un'anima acustica perfino alle tastiere, che il cantautore comunque ama sempre far sostenere da una corposa orchestra.
E a proposito di incitamenti ai giovani, questa volta conditi da dolci e teneri consigli, arriva "Una canzone da cantare avrai", dove Zero si racconta e ci racconta il proprio rapporto con la sua arte, incitandoci a lottare per i nostri ideali e a non farci sconfiggere dalla mancanza di possibilità.
Il brano è una ballata in una scala di minore molto tesa e larga, di quelle in cui Zero dimostra di riuscire ancora a creare melodie corpose.
La ripetizione di "L'avrai" alla fine potrebbe ricordare, è solo un rimando e non c'è assolutamente plagio, "Un uomo da bruciare" di "Trapezio" (1975)
Il disco continua con una ballata di quelle lente, potrebbe ricordare, giusto come stile e non come melodia né testo, "Quando parlerò di te" tratta da "Presente" (album del 2009 di cui qui parlammo a suo tempo).
Il brano continua il discorso iniziato da "Chiedi di me", questa voglia di condivisione che Zero sente molto sinceramente nei confronti del proprio pubblico (anche se purtroppo fa trasparire certe antipatie e non è molto democratico né nella distribuzione dei dischi né nella scelta delle date dei tour).
A metà brano, durante la parte in si, c'è un parlato che potrebbe rimandare, non come contenuto, solo a causa di certe trovate stilistiche, all'inizio dello storico live "Icaro" (1981).
Una ballata dalla struttura più rock è "Voglia d'amare", che potrebbe ricordare, solo strutturalmente, "Ancora qui", anche se qui forse il tappeto elettronico è più presente.
Anche qui si parla di voglia di vivere e di condividere, dell'importanza dei sentimenti nella vita, ennesimo sprone a fare del sentimento la base del nostro vivere.
Uno dei brani più commoventi del cd è sicuramente "Angelina", ballata dalla struttura classica, aiutata moltissimo dal pianoforte di Danilo Rea.
La canzone è dedicata alla portinaia del condominio in cui Zero è cresciuto alla Montagnola.
Il brano in più di un'occasione e in più di un senso ricorda la bellissima "Ciao Stefania", anche se il brano di "Artide e Antartide" non vedeva mai il contatto tra sonorità classiche e moderne, mentre qui il contatto c'è ma i suoni moderni si limitano a fare tappeto ritmico agli strumenti classici che sono sino alla fine la bussola del brano.
Ed eccoci a "Lu", cinque quarti commovente dedicato a Lucio Dalla, fortemente impregnato di jazz, rispettando completamente forse l'unica vera radice della formazione musicale del bolognese.
Come in tutti i brani di Zero dedicati a persone volate in cielo, anche qui c'è una tenerezza ed una voglia di raccontare in profondità la loro relazione.
Il brano successivo è "I '70", ballad con "sporcature" blues e dance, per ricordare gli anni Settanta, collegandoli però al fermento attuale, che secondo Renato riporterebbe in vita la migliore ribellione degli anni Settanta. Io me lo auguro ma non vorrei che riporti a galla solo la violenza e l'estremismo peggiore.
Dopo si torna alle cose migliori, con un brano che sin da subito mi ha fatto pensare a certi brani delle colonne sonore di Fellini.
Saranno gli accordi larghi, sarà la descrizione quasi cinematografica di paesaggi e abitudini sociali, ma dà veramente la voglia di volare.
Il brano è un omaggio, diretto e chiaro perché Zero interpreta una sua composizione rimasta inedita, a Giancarlo Bigazzi.
A questo artista sono grati vari artisti di diverse generazioni, anche se se ne parla poco perché Mogol gode di un ingiusto monopolio.
La traccia successiva è il racconto del rapporto che Zero ha con la vita, con un perpetuo confronto tra il lavoro, descritto su una ritmica lenta, e la vacanza, raccontata con una struttura quasi latina.
La cosa che fa piacere è notare che per Zero il lavoro creativo è una vacanza.
Andando avanti si arriva ad una ballata, che inizia con una lunga parte inclassificabile, dal titolo "Oramai". Questa è una di quelle ballate senza ritornello, dove la struttura binaria strofa-ritornello viene sostituita da una strofa minore- strofa maggiore.
Il brano è su un addio, ma il protagonista se ne prende tutte le colpe parlando con la propria amata.
Tutto il brano è impreziosito e sottolineato nella sua sensualità dalla tromba di Fabrizio Bosso, a dimostrazione del fatto che Zero ama spesso condividere i propri brani con musicisti che stima.
La successiva è "Tutto inizia sempre da un sì", un ritmo binario con varie soluzioni, che non arrivano mai al rock standard, fermandosi sempre al limite grazie a certi trucchi latineggianti della batteria del grande Lele Melotti.
Anche questa è una di quelle canzoni dove si racconta il rapporto di Zero con l'arte, incitando il pubblico ad un rapporto sincero e grato con i sentimenti che devono far parte ed essere base di un vivere onesto.
"Vola alto" ricorda in maniera evidente (c'è una scala proprio uguale...) "Non sparare" da "Tregua" (1980).
Qui però non si parla di caccia ma di rapporti umani, continuando il discorso che si potrebbe dire intersechi in un filo più o meno segreto tutte le tracce di questo cd.
La melodia apparentemente è meno larga, ma la larghezza è data questa volta dall'alternanza di due tonalità (sol e la) nelle quali viene ripetuto lo stesso tema, ma con parole diverse ad ogni presentazione, anche questa canzone non ha ritornello.
"Dovremmo imparare a vivere" invece è uno di quei brani da operetta, satira pungente sull'Italia attuale, da cui Zero si discosta, dando però la sua solita impagabile fiducia nel futuro.
Sia musicalmente che testualmente potrebbe ricordare "Spera o spara" del precedente "Presente", ma stavolta si è davanti a più di un condimento a base di "Incubo prima di Natale".
Eccola, alla fine, una canzone con ritornello.
Il brano si intitola "La vita che mi aspetta", si direbbe che dopo essersi raccontato ed averci distillato il proprio passato, il cantautore romano ci racconti il suo rapporto, apparentemente armonioso, con il futuro.
Cd stupendo, anche io mi unisco a coloro che gridano al capolavoro, molto ma molto buono forse anche per iniziare a conoscere Zero, difatti c'è più di un rimando in tutti i sensi alla sua storia.
venerdì 8 marzo 2013
Qualche riflessione a cuore aperto
Carissimi lettori, ogni tanto, sia per diletto che per necessità legate alla gestione della mia "creaturina" Pizzica e dintorni, mi capita di leggere recensioni di dischi e libri dedicati alla musica popolare.
Lasciamo stare il modo piuttosto discutibile in cui spesso questi articoli sono redatti, frutto di superficialità editoriale che trovo poco professionale.
Quello che trovo veramente orticante è l'uso, come categorie assolute, tra l'altro portatrici di concetti unidirezionali, di parole come "contemporaneo", "moderno" , e il modo superficiale in cui si fa apologia di dischi che fanno della "babele sonora" la loro caratteristica, come se questo, e solo questo, fosse il futuro della musica.
Non sto dicendo che in questi posti non si dia spazio al folklore che ripropone in maniera fidedigna o quasi, ma che si tende a sminuirlo o a far capire che sarebbe meglio che ci si muovesse nella direzione che loro ritengono l'unica possibile in maniera dittatoriale.
Credo di aver già fatto ampiamente capire la mia opinione su tutto ciò, ma voglio tornarci.
Nello stesso momento in cui io o un qualsiasi musicista della scena attuale prendiamo uno strumento tradizionale, anche se eseguiamo la melodia più tradizionale del mondo, non la faremo mai in maniera tradizionale, ossia come ci è stata tramandata da coloro che consideriamo i nostri "informatori".
Questo avviene in maniera spesso involontaria ed inconscia, perché abbiamo imparato, dalla stessa tradizione, ad essere naturali, come d'altronde erano i nostri "informatori", i quali magari, a loro volta in maniera inconscia ed involontaria, avevano apportato personali variazioni al brano o al corpus che ci tramandano.
La serie di personali variazioni per me già fa piombare pienamente il brano o il repertorio nella più totale contemporaneità.
Poi io, lo dissi diverso tempo fa ma lo ripeto, sono una che auspica la contaminazione tra musiche di tradizione, ossia vorrei veramente che il rock, il jazz nella sua forma moderna e il pop stessero fuori dalla musica tradizionale.
Non perché ritengo che i repertori tradizionali siano superiori, semplicemente perché trovo che le contaminazioni con i generi moderni ed i loro stilemi, impoveriscono invece di arricchire la musica tradizionale.
Poi sono una che crede nelle frontiere: non voglio che ci si chiuda, ci manca, ma voglio avere sensazioni diverse se ascolto un brano popolare o un brano di musica leggera (se è di spessore ascolto anche quella, ora ce ne è sempre meno).
Insomma, smettiamo di vedere le cose come non sono, smettiamola di sminuire chi suona semplicemente tradizionale, anche perché i signori della contaminazione per forza e dell'addio alle frontiere spesso saccheggiano, in maniera magari disonesta, il lavoro di chi ricerca e rispetta la tradizione.
Non ritengo che l'unico sbocco possibile per la musica popolare sia contaminarsi con il pop e con gli altri generi moderni, si può anche imparare a comporre sugli stilemi della tradizione, utilizzare e stimolare la creatività della poesia vernacolare contemporanea e stimolare incontri con musiche che abbiano altrettanta storia della nostra, così ci si arricchisce.
Solo opinioni non vi preoccupate, ad esprimerle siamo in pochi, figuratevi se vi facciamo paura.
domenica 3 marzo 2013
Novità su Radio pizzica e dintorni
Carissimi lettori, è da una vita che non scrivo, sto sinceramente curando molto la mia web radio e questo si vede in termini di ascolti.
Ho pensato a lungo sulla convenienza dell'articolo che sto scrivendo, ma mi sono risposta che non può che convenirmi.
Da giovedì 28 febbraio Radio pizzica e dintorni è ascoltabile anche da Facebook.
Ecco il link:
http://www.facebook.com/#!/pages/Radio-pizzica-e-dintorni/262447733865875?id=262447733865875&sk=app_423334774417665
Ovviamente godetevela e fate festa con la nostra stupenda, ricca e diversa musica popolare!
martedì 22 gennaio 2013
Qualche parola sul cd dei Taranta minor
Carissimi lettori, oggi voglio tornare a parlare di musica popolare, presentandovi il primo cd dei Taranta minor, gruppo salentino capitanato da Ambrogio De Nicola, che i più appassionati ricorderanno essere stato chitarrista classico degli Officina Zoè in "Sangue vivo".
Il cd si apre con "Quantave", bella pizzica molto leggera, non per questo debole, anzi.
Le voci, almeno nella prima parte cantano con quella dolcezza che io spesso reclamo a troppi gruppi salentini.
Quando l'innamorato sfoga la propria rabbia le voci si alzano, in maniera più tradizionale ma mai sguaiata (agli altri dico di imparare!).
Le tre voci si direbbe che vadano alla ricerca di un certo Salento "confidenziale" che forse è il vero futuro della musica salentina, sicuramente meglio di questa tendenza all'imitazione pedissequa e sguaiata delle fonti.
Andando avanti si trova "Quannu camini tie", classico ma non troppo cantato, soprattutto dai gruppi di nuova generazione, caro invece a quanti hanno ripreso con gratitudine repertori da quella prima ondata che negli anni Settanta segnò l'inizio di qualcosa che dura tutt'ora.
La versione qui presentata ha come principale particolarità la mancanza di alcuni versi abituali "Ci quarche giurnu ieu cascheria malatu, guardannu lu litrattu sanaria".
La terza traccia ci permette di apprezzare la particolare forma che prende la tarantella nelle mani dei "Taranta minor".
La melodia è quella della "Ninella de Calimera", di cui però viene rispettato, se si pensa alla versione degli Ucci, solamente il ritornello.
Le strofe sono particolari, molte sconosciute credo a chiunque.
La terzina non la si sente, semmai si nota solo l'accento del primo quarto d'ogni battuta, oltre ad una progressione di chitarra che potrebbe ricordare certe colonne sonore di Nino Rota.
Andando avanti, a proposito di classici, e qui non è questione di "generazioni", arriva "Fimmene fimmene".
Musicalmente è basata su un basso ostinato di la, che però non dà per niente fastidio, perché il ritmo è un arpeggiato, paragonabile, anche se più semplice, a quello della versione degli Zoè su "Terra" (1997, inizialmente autoprodotto, ora dell'Animamundi).
Il testo è caratterizzato da strofe in cui si citano specifiche varietà di tabacco, distici sconosciuti ai più.
Purtroppo, anche qui, si ascolta il finalino sul tema del tarantismo ("E Santu Paulu meu de le tarante") che su questo brano ho sempre trovato ci stesse tragicamente.
La traccia successiva è un pegno di gratitudine nei confronti di quella che è innegabilmente la più importante esperienza di Ambrogio De Nicola nel campo della musica popolare salentina, la colonna sonora del film "Sangue vivo".
In questa pizzica, per certi versi paragonabile alla "Pizzica di Cutrofiano", si ricorda in più di un'occasione "Sale", soprattutto se si pensa all'ostinazione con cui si ribatte sul re maggiore.
Molto particolare il giro tra re maggiore, mi settima e do maggiore, ottenuto a cappella nell'esecuzione della classica "La taranta è viva e nun è morta".
La traccia successiva è "E lu sule calau calau", la cosa più bella sono gli arpeggi di chitarra di De Nicola.
La traccia successiva sono degli stornelli sulla melodia "Fiore di tutti i fiori", con una parte strumentale che ricorda la versione di questo brano incisa dai Taranta Social Club in "Schermando".
Il testo, però, è lontano dall'essere il convenzionale.
Se nella parte finale esso utilizza molte strofe cantate nella classica "De sira", all'inizio si ricordano degli stornelli raccolti da Alan Lomax nel 1953.
Brano prezioso come tutto il cd, che dimostra, a chi non se ne volesse convincere perché accecato dalla paranoia dell'innovazione, che con i brani più conosciuti si possono fare esperienze sempre interessanti anche senza mille strumenti.
Andando avanti, saccheggiando sempre i dischi di Brizio Montinaro "Musiche e canti popolari del Salento" si ascolta "La tabaccara".
La particolarità armonica è un passaggio in minore che fa fare i conti con la sofferenza di cui parla il testo.
Il tamburello non batte con la botta accentuata, suona semmai con una dolcezza gustosissima che non è, però, nemmeno quella paranoia del controtempo, altrettanto fastidiosa.
Andando avanti si riprende "Allu sciardinu", che viene eeseguita con una predominanza dell'accordo di tonica (do maggiore), al quale si sfugge giusto il tempo di un sol che copre solo una minima parte del giro strumentale.
La traccia che continua il cd è una classica "Santu Paulu" interpretata, forse per dare circolarità, sulla melodia dell'iniziale "Quantave".
Ritroviamo gli inconfondibili controtempi, o sfasature di tempo, della voce che non si fa imbrigliare dalle battute, ma ama piuttosto gestire il ritmo in maniera personale.
E come la "Quantave" iniziale, ci sono gli inconfondibili vibrati della chitarra di De Nicola, che ricordano anche, perché no, le bellissime evoluzioni delle corde di Aldo Nichil in "Pizzicata".
Qui il testo non presenta particolarità di rilievo, se non forse una variante di "Vidi ci balla moi vidi ci balla, sta balla nu cardillu e 'na palomma", che diventa "E ci nun ci balla moi e ci nun ci balla, e pare nu cardillu e na palomma".
Cd che consiglio a tutti, soprattutto a quelli che ritengono fondamentale avere molti strumenti per eseguire la musica popolare, così magari cambiano perfino idea.
Per conoscere il gruppo si consiglia la visita al sito www.tarantaminor.it.
martedì 8 gennaio 2013
Donatello Pisanello: "Sospiri e battiti"
Carissimi lettori, a dispetto del tantissimo tempo in cui non ho scritto, ecco un'altra occasione che mi permette di aggiornare questo blog, parlarvi del bel cd "Sospiri e battiti" che il musicista salentino Donatello Pisanello ha dato alle stampe l'anno scorso per la Phonosfere/Dodici lune.
Il primo brano è quello che più di tutti rende palpabile lo stile abituale di Donatello, difatti per molta parte è una pizzica, solo con la battuta principale spostata dalla prima alla seconda parte della cellula ritmica.
Il brano, dal titolo "Serenata senza effetto" è nella tonalità, particolarmente cara al musicista di Taviano (LE) di re minore.
La parte a pizzica è guidata dall'organetto di Donatello, che ricama una delle sue tipiche melodie in minore, dove l'ossessività forsennata del basso sul re è equilibrata molto bene dalla larghezza del giro della mano destra.
Il ritmo cambia in un ritmo collegabile alla cultura balcanica in corrispondenza di un passaggio dei bassi al la, tonalità che invece permette al contrabbasso di Angelo Urso, complice di Donatello Pisanello in questa avventura, di brillare e di ricordare il violoncello di Redi hasa ne "Il miracolo", disco degli Zoè a cui questo rimanda in più di una traccia, anche se, forse, "Sospiri e battiti" ha una maggiore cantabilità.
Il finale è lentissimo è riprende in parte il tema principale.
In questo brano c'è la complicità di Lamberto Probo ai tamburi a cornice, che dimostra virtuosismo mai slegato dalla semplicità della vera musica tradizionale salentina.
Il secondo brano è snodato su un accordo di re minore che viene iterato con tre note di basso su un ritmo molto ostinato collegabile a certi ritmi balcanici.
Solo nel finale il giro si allarga ad un sibemolle, ma non si ha mai quella sensazione di gabbia che qualche brano di Donatello Pisanello può dare (mi riferisco a certi brani degli Zoè spesso composti con la collaborazione di Cinzia Marzo come "Sale").
La terza traccia è un apparentemente innocuo valzer. Il problema (per chi pensasse di suonarlo) è che va fatto un accordo per battuta, ossia se nel primo quarto si usa solo la nota di basso bisogna aprire e chiudere i mantici di un ipotetico organetto in gran velocità.
Questa esperienza cantabile viene interrotta bruscamente con una parte in cui l'organetto miracolosamente assume le sembianze di un organo, dando respiro melodico ad una delle caratteristiche più profonde ed inconfondibili dello stile di Pisanello, il "basso fisso" che imita il "basso" vocale così tipico della tradizione salentina. Sì perché Donatello, anche quando sembra più allontanarsene, ha sempre la tradizione come bussola del proprio cammino musicale, almeno finché tocca strumenti tradizionali.
Ed eccoci alla title track del cd, un brano con un ritmo collegabile a certe cose arabe, in cui torna a fare capolino, con la sua solita insostituibile miscela di virtuosismo e semplicità, il tamburello di Lamberto Probo.
La particolarità più evidente del brano è che è in minore (sol minore) ma gli accordi sono maggiori (incluso il sol, e qui la terza dell'organetto, quella nota che da la differenza tra minore e maggiore, è chiusa solo per la mano destra, non per la sinistra).
Stupendo l'assolo di tamburello che rimanda, in fondo, al gioco di percussioni che interrompe improvvisamente la vorticosa "Cu lli suspiri" del bellissimo "Maledetti guai", album degli Zoè che a suo tempo recensimmo da queste parti.
Ed arriviamo alla mia traccia preferita, oltre alla "Serenata senza effetto d'apertura, un valzer in una cantabilissima e sempre gradevole tonalità di la minore.
Qui è l'organetto a portare atmosfere, la contemporaneità sembra prendersi una momentanea pausa (si vendicherà anche troppo nelle tracce successive).
Il pregio di questo cd, che Donatello dovrebbe trasferire e contestualizzare maggiormente anche quando compone per l'Officina, è che i giri non sono mai troppo ostinatamente basati su un accordo (e come ho detto prima gli Zoè, non so chi ne ha la colpa, cadono su questa cosa ed è un peccataccio).
La melodia è tutta basata, ad eccezione di un fa ed un sol che hanno il ruolo di accordi maggiori, su un bel trittico di accordi minori, ma non arriva mai la malinconia insita in questo tipo di strutturazione armonica.
Ed avevo parlato di "vendetta della contemporaneità", eccola qui nella traccia successiva.
Qui la cantabilità lascia spazio ad una melodia molto ripetitiva, un po' fastidiosa a certe orecchie (tra cui le mie), che non segue la logica delle scale in maniera convenzionale, quanto piuttosto a livello d'unione di singole parti che prese da sole sono tonali ma messe insieme scompongono il concetto di tonalità.
La stessa sensazione si ha all'inizio della successiva, dove però ad essere poco orecchiabile e piacevole è forse il ritmo.
Sembra anche che ci siano troppe note tra quelle della melodia e quelle dell'accompagnamento che sembra si facciano la guerra.
Insomma anche questo cd rappresenta la contemporaneità come qualcosa di caotico e, per certi versi, disperante dove le ballate più leggere sono come delle oasi in un ceserto.
Ovviamente, nel pieno rispetto della filosofia che guida i progetti in cui il musicista milita, non si sfrutta la tradizione per sperimentare, semmai ci si nutre di essa per fare qualcosa di proprio.
Torniamo più vicini al cantabile con un brano che si sviluppa con un dodiesis ostinato come guida.
La melodia è particolare, perché vari gradi della scala sono utilizzati non in modo convenzionale, anzi si ama indugiare su certe note "naturali" (tasti bianchi del pianoforte) che contribuiscono a far diminuire gli intervalli della scala base.
Il ritmo è lento, quasi si potrebbe immaginare una camminata sul ghiaccio.
Particolare il giro che, sul finale si arricchisce, oltre al fadiesis settima, che si è sentito spesso durante il pezzo, anche di un la e di un mi, da cui però si torna all'ineluttabile dodiesis "basso fisso" così pisanelliano come poche cose.
Tornando alla tonalità di re, troviamo un brano dai giri larghi, che potrebbe ricordare, giusto a livello strutturale "Riu", bellissima composizione di Cinzia Marzo tratta da "Sangue vivo".
Album consigliato soprattutto a quelli che ritengono necessario sfruttare per forza i testi della tradizione e rimusicarli in maniera spesso forzata, come dimostrazione che con gli strumenti di tradizione, magari uniti ad altri con altri bagagli culturali, si può fare davvero "altro" dalla tradizione senza toccarla.
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