Carissimi lettori, anche oggi devo aggiornare questo diario aperiodico sulla musica, ma se spesso lo faccio con grande piacere, oggi lo faccio con il cuore che si spezza.
Come avrete saputo dai media ufficiali in questo giorno si è spento lucio Dalla.
Chi ha letto queste mie note sulla musica sa quanto io abbia amato ed ami questo cantautore.
Aiutata solo dai miei ricordi e così come mi verranno in mente, proverò a scrivere delle "istantanee in prosa" su questa grande figura della musica a tutto tondo.
Non mi ricordo di me senza la musica di Lucio Dalla, il primo ricordo completo è legato ad una cassettina (di cui ho scordato il titolo) dalla quale io amavo pazzamente ascoltare "Sulla rotta di Cristoforo Colombo", canzone scritta da Edaordo De Aangelis, con quelle sue tinte latineggianti che hanno sempre volente o nolente contraddistinto lo stile di questo cantautore e produttore romano.
L'interpretazione di Dalla è suadentissima, nonostante che all'epoca la sua voce fosse da tenore puro, senza quelle coloriture basse che la rendevano così sensuale quando lo si sentiva parlare, sia in tv o per averlo conosciuto direttamente (a me è capitato ma avremo occasione di parlarne tra un pochino).
Un'altra istantanea che potrebbe raccontare il mio rapporto con Dalla è rappresentata da un disco che solo qualche anno fa ho recuperato personalmente, mi riferisco a "Dallamericaruso". L'album è il primo disco live da solista del nostro (il precedente era stato "Banana republic" con De Gregori ma ne parleremo).
"Dallamericaruso" è registrato con gli Stadio di Gaetano Curreri, che avevano accompagnato Dalla in alcuni storici lp degli anni Settanta, in primis i due "Dalla", usciti tra il 1978 ed il 1980.
La cosa bella di questo cd è l'atmosfera di profonda empatia tra il cantante ed il proprio gruppo. Infatti, contrariamente agli storici "Album concerto" (di Guccini ed i Nomadi) ma soprattutto a quei due dischi che De andrè fece con la P.F.M, questo cd non viene da un'esperimento, ma è un ritratot di qualcosa di più ampio.
Il disco si apre con "Caruso", che per me comunque è il moemnto meno bello di tutto l'album. Sinceramente, difatti, non trovo compatibile la voce di Dalla con le atmosfere che impregnano quella canzone, ossia con il mondo del melodramma.
Le cose serie, secondo me ripeto, iniziano con lo snocciolamento da parte di Dalla di versioni folgoranti (è dire poco!) dei suoi maggiori successi.
Da monumento è innanzitutto "Balla balla ballerino", che con l'arrangiamento musicale più rock vede rafforzato il suo testo, già di per sé folgorante. Mi piacciono, qui e per tutto il disco, gli impagabili controtempi della voce di Dalla, che ama far diventare suoni le parole (chi mi ha sentito cantare sa che è raro il momento in cui io faccio questa cosa, ma ciò non toglie che stimo chi la sa fare, da Dalla a Cinzia Marzo!).
Tornando a Dalla e a "Dallamericaruso è bellissima anche "Viaggi organizzati", la cui versione da studio mi desta però profondissima delusione. Nella versione dal vivo sono bellissimi gli accompagnamenti blues che permettono a Lucio Dalla di snocciolare i suoi controtempi da cantante jazz, difatti lui, se non nell'ultimo periodo quando aveva riscoperto l'opera e la melodicità, aveva sempre amato provocare l'ascoltatore non dandogli mai la possibilità di cantare, lasciandolo piuttosto estasiato e rapito dai suoi personali virtuosismi.
Altro brano particolare di "Dallamericaruso" è "4 marzo 1943", che qui perde la sua anima fadista per diventare un canto dal ritmo inclassificabile che sfocia in un finale swing molto convincente.
Tra le versioni live di questo brano è deludente (e sono eufemistica) quella di 2Banana republic", che per altri brani è invece rimasto insuperato, specialmente però per quanto riguarda il repertorio degregoriano. Si ascolti (e si vada in estasi!) la versione di "Quattro cani", dove Dalla delizia gli uditori con un assolo dei suoi col sassofono (bomba!).
Un altro disco che ritengo fondamentale è "Cambio", che io ho amato pazzamente (e lo amo ancora, ovvio!). Al di là della sempre gradevole "Attenti al lupo" (che mia nonna adora...) vi trovano spazio dei gioielli rari come "Comunista" (su testo di Roversi) e "Le rondini". Quest'ultima è una delle canzoni più sognanti che io abbia mai sentito, ha un respiro quasi felliniano.
Stupendo, e giustissimamente tra i dischi più conosciuti di Dalla, c'è "Canzoni", edito nel 1996.
la prima traccia del disco è "Ayrton", con la quale Dalla riprende, maturandola, personalizzandola e perché no stravolgendola, l'idea che fu della bellissima "Nuvolari" di "Automobili" (1976). Il brano questa volta non ha l'incedere da corsa quasi cinematografico del classico citato, qui si assiste ad una ballata lenta ed intima, dove perfino la chitarra elettrica finale si strazia per la morte del grande pilota brasiliano.
Altro successo (meritatissimo!) è "Tu non mi batsti mai", brano che ad un ascolto superficiale e con pregiudizi può sembrare perfino pacchiano, mentre secondo me è un esempio interessante di resa moderna della serenata. La canzone, oltre ad averci un buon testo, è resa il capolavoro che è dalla musica. Il tappeto di strumenti acustici la rende raffinata e leggera, davvero impagabile.
Non ho sicuramente redatto un articolo all'altezza della circostanza, quando ti si strazia il cuore è impossibile scrivere con rilassatezza.
Ciao Lucio, tornatene insieme ai tuoi grandi maestri ed amici Murolo, De Andrè e compagni, ora tocca a loro godere la tua arte!
giovedì 1 marzo 2012
martedì 28 febbraio 2012
Giancarlo Paglialunga: "T'amai"
Carissimi lettori, oggi ho il particolare piacere di recensire il pregevole lavoro di Giancarlo Paglialunga, intitolato "T'amai" ed uscito l'anno scorso per l'animamundi.
Ve ne parlerò con i brani a zig zag, ma ve ne parlerò comunque in maniera completa.
La prima traccia di cui abbiamo il piacere di parlare (ed è piacere vero, è festosa, anche se magari il virtuosismo esagerato della fisarmonica di Rocco Nigro e del violoncello di Redi Hasa la fanno un po' reprimere, peccato!) è "Ahi quante pene", uno stornello dove si utilizza la tecnica di canto degli Ucci, gruppo d'anziani di Cutrofiano (LE), con la tipica sfida tra due voci, ognuna dedicata ad un distico. Qui la sensazione è ancora più forte, perché le due voci sono quella ruvida di Paglialunga e quella dolce ma potente di Rachele Andrioli (ex cantante degli Officina Zoè, che qui trova finalmente un suo contesto, forse tra lei e Cinzia non c'era empatia vera...).
Continuando si va alla traccia d'apertura del cd, che viene ripresa dal film "Pizzicata" di Edoardo Winspeare. Lì viene interpretata in maniera pregevole dalla voce atavica di Pino Zimba e (credo) da una acerba, ma già brava, Cinzia Marzo. La versione che ne dà Paglialunga, sempre coadiuvato dalla notevole voce di Rachele, è resa forse un po' troppo contemporanea (come se il "contemporaneo" potesse essere elevato a categoria astratta o quasi) dai soliti accompagnamenti di fisarmonica e violoncello. Va comunque riconosciuto ai due strumentisti che molto raramente si lasciano prendere la mano, in fondo eseguono un leggerissimo "basso" che dà più corpo al canto, che resta libero come era nella vera tradizione salentina dei canti polivocali.
Il testo di questo brano, pur non essendo tra i più noti della tradizione salentina, è reperibile in versioni pregevoli come quella del Canzoniere Grecanico Salentino (a guida Daniele Durante) che la registra nel cd "Alla riva del mare" col titolo di "Lu carderaru".
Andando avanti con il cd di Paglialunga, si ascolta una bella versione de "La cerva", sulla melodia cantata tra gli altri da Giovanni Avantaggiato. La canta completamente Rachele, e fa piacere sentire questa voce al contempo limpida e potente (seppure senza l'imprevedibilità magica di quella di Cinzia).
Andando avanti si ascolta, nel cd la trovate alla fine, una bella (sarebbe meglio che la fisarmonica non fosse proprio entrata!) versione della "Pizzica di Tora Marzo". Qui non si fa un omaggio all'orchestrina di Stifani (come accadeva nella forse migliore interpretazione di Anna Cinzia Villani nel cd "Ninnamorella", uscito sempre per l'Animamundi nel 2008) ma a salvatora Marzo, detta "Za Tora", che ha insegnato a Paglialunga la tecnica di tamburello.
La fisarmonica addirittura fa un giro in minore, insomma a me non arriva.
Sulla stessa traccia, e qui miglioriamo assolutamente, abbiamo una "Vorrei volare", brano che omaggia, come si era visto per "Ahi quante pene", gli Ucci. Questo, a differenza dell'altra traccia a cui è stato paragonato, omaggia la "seconda vita" del "patriarca della pizzica", ossia gli ultimi anni di Uccio Aloisi.
Le due voci, Paglialunga e la Andrioli, si rimpallano le strofe, ma non fa contrasto la differenza di tonalità.
Su un ritmo di pizzica lenta portata con una botta particolare che alterna un battito più debole ad uno più forte, arriva "Puttana le pardisti le carizze". Questa canzone in fondo è la versione "integrale" di "Quantave", raccolta da Brizio Montinaro nel suo storico lavoro, portato avanti negli anni Settanta, ed uscito sotto il titolo di "Musiche e canti popolari del Salento" in vinile per l'Albatros, poi in cd grazie alle Edizioni Aramirè di Lecce.
Il brano è interpretato da Dario Muci e Giancarlo Paglialunga, con l'aiuto fondamentale di Claudio Pusterla al secondo tamburello (il primo ovviamente è Paglialunga stesso).
Qui il canto calcato di Muci non dà fastidio (io ovviamente preferisco chi non calca) perché non ha sotto gli strumenti moderni (e lo sapete che secondo me se tu vuoi cantare moderno devi suonare moderno, non puoi cantare tradizionale, ossia imitando gli anziani e poi farti accompagnare da una batteria, un basso e una tromba!).
Andando avanti si ricorda Pino Zimba, ma non nel periodo di successo con l'Officina, bensì con uno di quei canti del suo repertorio "di famiglia" intitolato "Quando lu Zimba face lu pane", qui chiamato solo "Quando lu Zimba". Fa strano sentire il tamburello che inserisce delle terzine nel ritmo di valzer, ma non dà fastidio. Per ascoltare questo brano basta andare sul canale delle Edizioni Animamundi su Youtube all'indirizzo www.youtube.com/animamundiedizioni.
Andando avanti si ascolta una bella "Rindineddha", dove inizialmente il violoncello esegue il semplice basso, per poi, quando entra una bellissima tammorra muta che innesta atmosfere portoghesi, eseguire dei "pizzicati", a cui ogni tanto vengono affiancati degli assoli con l'arco tramite le sovraincisioni. Il canto è molto diretto, è romantico, rivaluta il tipico modo lidio con la quarta aumentata sulla scala (in pratica se siamo in la, come in questo caso, al posto del re abbiamo un mibemolle).
Andando avanti arriva un brano che io reputo forse tra i meno riusciti di questo cd, una "Rumba del carcerato" (chi mi conosce sa la mia proverbiale allergia agli arrangiamenti latino-americaneggianti del folk italiano, ad ognuno il suo, grazie!).
La melodia è una delle più utilizzate dagli anziani e una delle meno riproposte (meglio!), per ascoltarla con un testo diverso e cantata da una contadina, Pippina Guida per la precisione, si può andare a cercare il cd "'Ttacca banda" dei Ballati Tutti Quanti (2005, autoprodotto).
Il tamburello non dà nemmeno fastidio, solo che l'esagerazione delle armonie della fisarmonica e degli arrangiamenti del violoncello purtroppo spesso rendono l'ascolto abbastanza pesante.
Il nostro giro continua con "Su rrivatu a San Frangiscu", che Paglialunga riprende direttamente dal repertorio di Uccio Bandello, riportato dagli Aramirè nel loro disco "Bonasera a quista casa" del 1999. La versione di Paglialunga, d'altronde già da lui interpretata con la Salentorkestra, è libera a livello di canto ed è accompagnata da una terzina di pizzica molto arricchita.
E, per finire, arriva la traccia che dà il titolo al cd, che Paglialunga riprende dalle registrazioni di Ernesto de Martino, edite dalla Squilibri e curate da Maurizio Agamennone. La versione di Paglialunga è semplice e gradevole, fa solo strano (ma non è fastidioso) il contrasto tra violoncello e cupacupa.
Nell'insieme è un bel disco, si gode bene, certo non ha la festosità che molti di questi brani hanno (almeno per me) nelle loro versioni tradizionali.
Ve ne parlerò con i brani a zig zag, ma ve ne parlerò comunque in maniera completa.
La prima traccia di cui abbiamo il piacere di parlare (ed è piacere vero, è festosa, anche se magari il virtuosismo esagerato della fisarmonica di Rocco Nigro e del violoncello di Redi Hasa la fanno un po' reprimere, peccato!) è "Ahi quante pene", uno stornello dove si utilizza la tecnica di canto degli Ucci, gruppo d'anziani di Cutrofiano (LE), con la tipica sfida tra due voci, ognuna dedicata ad un distico. Qui la sensazione è ancora più forte, perché le due voci sono quella ruvida di Paglialunga e quella dolce ma potente di Rachele Andrioli (ex cantante degli Officina Zoè, che qui trova finalmente un suo contesto, forse tra lei e Cinzia non c'era empatia vera...).
Continuando si va alla traccia d'apertura del cd, che viene ripresa dal film "Pizzicata" di Edoardo Winspeare. Lì viene interpretata in maniera pregevole dalla voce atavica di Pino Zimba e (credo) da una acerba, ma già brava, Cinzia Marzo. La versione che ne dà Paglialunga, sempre coadiuvato dalla notevole voce di Rachele, è resa forse un po' troppo contemporanea (come se il "contemporaneo" potesse essere elevato a categoria astratta o quasi) dai soliti accompagnamenti di fisarmonica e violoncello. Va comunque riconosciuto ai due strumentisti che molto raramente si lasciano prendere la mano, in fondo eseguono un leggerissimo "basso" che dà più corpo al canto, che resta libero come era nella vera tradizione salentina dei canti polivocali.
Il testo di questo brano, pur non essendo tra i più noti della tradizione salentina, è reperibile in versioni pregevoli come quella del Canzoniere Grecanico Salentino (a guida Daniele Durante) che la registra nel cd "Alla riva del mare" col titolo di "Lu carderaru".
Andando avanti con il cd di Paglialunga, si ascolta una bella versione de "La cerva", sulla melodia cantata tra gli altri da Giovanni Avantaggiato. La canta completamente Rachele, e fa piacere sentire questa voce al contempo limpida e potente (seppure senza l'imprevedibilità magica di quella di Cinzia).
Andando avanti si ascolta, nel cd la trovate alla fine, una bella (sarebbe meglio che la fisarmonica non fosse proprio entrata!) versione della "Pizzica di Tora Marzo". Qui non si fa un omaggio all'orchestrina di Stifani (come accadeva nella forse migliore interpretazione di Anna Cinzia Villani nel cd "Ninnamorella", uscito sempre per l'Animamundi nel 2008) ma a salvatora Marzo, detta "Za Tora", che ha insegnato a Paglialunga la tecnica di tamburello.
La fisarmonica addirittura fa un giro in minore, insomma a me non arriva.
Sulla stessa traccia, e qui miglioriamo assolutamente, abbiamo una "Vorrei volare", brano che omaggia, come si era visto per "Ahi quante pene", gli Ucci. Questo, a differenza dell'altra traccia a cui è stato paragonato, omaggia la "seconda vita" del "patriarca della pizzica", ossia gli ultimi anni di Uccio Aloisi.
Le due voci, Paglialunga e la Andrioli, si rimpallano le strofe, ma non fa contrasto la differenza di tonalità.
Su un ritmo di pizzica lenta portata con una botta particolare che alterna un battito più debole ad uno più forte, arriva "Puttana le pardisti le carizze". Questa canzone in fondo è la versione "integrale" di "Quantave", raccolta da Brizio Montinaro nel suo storico lavoro, portato avanti negli anni Settanta, ed uscito sotto il titolo di "Musiche e canti popolari del Salento" in vinile per l'Albatros, poi in cd grazie alle Edizioni Aramirè di Lecce.
Il brano è interpretato da Dario Muci e Giancarlo Paglialunga, con l'aiuto fondamentale di Claudio Pusterla al secondo tamburello (il primo ovviamente è Paglialunga stesso).
Qui il canto calcato di Muci non dà fastidio (io ovviamente preferisco chi non calca) perché non ha sotto gli strumenti moderni (e lo sapete che secondo me se tu vuoi cantare moderno devi suonare moderno, non puoi cantare tradizionale, ossia imitando gli anziani e poi farti accompagnare da una batteria, un basso e una tromba!).
Andando avanti si ricorda Pino Zimba, ma non nel periodo di successo con l'Officina, bensì con uno di quei canti del suo repertorio "di famiglia" intitolato "Quando lu Zimba face lu pane", qui chiamato solo "Quando lu Zimba". Fa strano sentire il tamburello che inserisce delle terzine nel ritmo di valzer, ma non dà fastidio. Per ascoltare questo brano basta andare sul canale delle Edizioni Animamundi su Youtube all'indirizzo www.youtube.com/animamundiedizioni.
Andando avanti si ascolta una bella "Rindineddha", dove inizialmente il violoncello esegue il semplice basso, per poi, quando entra una bellissima tammorra muta che innesta atmosfere portoghesi, eseguire dei "pizzicati", a cui ogni tanto vengono affiancati degli assoli con l'arco tramite le sovraincisioni. Il canto è molto diretto, è romantico, rivaluta il tipico modo lidio con la quarta aumentata sulla scala (in pratica se siamo in la, come in questo caso, al posto del re abbiamo un mibemolle).
Andando avanti arriva un brano che io reputo forse tra i meno riusciti di questo cd, una "Rumba del carcerato" (chi mi conosce sa la mia proverbiale allergia agli arrangiamenti latino-americaneggianti del folk italiano, ad ognuno il suo, grazie!).
La melodia è una delle più utilizzate dagli anziani e una delle meno riproposte (meglio!), per ascoltarla con un testo diverso e cantata da una contadina, Pippina Guida per la precisione, si può andare a cercare il cd "'Ttacca banda" dei Ballati Tutti Quanti (2005, autoprodotto).
Il tamburello non dà nemmeno fastidio, solo che l'esagerazione delle armonie della fisarmonica e degli arrangiamenti del violoncello purtroppo spesso rendono l'ascolto abbastanza pesante.
Il nostro giro continua con "Su rrivatu a San Frangiscu", che Paglialunga riprende direttamente dal repertorio di Uccio Bandello, riportato dagli Aramirè nel loro disco "Bonasera a quista casa" del 1999. La versione di Paglialunga, d'altronde già da lui interpretata con la Salentorkestra, è libera a livello di canto ed è accompagnata da una terzina di pizzica molto arricchita.
E, per finire, arriva la traccia che dà il titolo al cd, che Paglialunga riprende dalle registrazioni di Ernesto de Martino, edite dalla Squilibri e curate da Maurizio Agamennone. La versione di Paglialunga è semplice e gradevole, fa solo strano (ma non è fastidioso) il contrasto tra violoncello e cupacupa.
Nell'insieme è un bel disco, si gode bene, certo non ha la festosità che molti di questi brani hanno (almeno per me) nelle loro versioni tradizionali.
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lunedì 13 febbraio 2012
Parlando del concerto di Spello dei Musicanti del piccolo borgo
Carissimi lettori, oggi scrivo una recensione molto particolare, sia perché recensirò un concerto a cui ho assistito ma a distanza di molto tempo (contrariamente al solito), sia perché la recensione mi è stata richiesta o quasi.
Il concerto in questione è avvenuto il 6 gennaio 2012 alla Chiesa di San Claudio di Spello (PG) ed ha avuto come protagonisti i "Musicanti del piccolo borgo", ottimo gruppo di musica popolare molisana e laziale, ma che ama sconfinare anche verso la Campania la Puglia,, la Calabria, la Sicilia (e se è per questo anche la Romagna, tra un po' se ne parla).
Il concerto sarà recensito dalla fine all'inizio in quanto così me lo posso riascoltare grazie al fatto che l'ho caricato sul mio canale di Youtube all'indirizzo www.youtube.com/valentinalocchi.
Il concerto si è chiuso con "La leggenda del lupino", una bella canzone campana dedicata alla leggenda secondo la quale Maria abbia salvato suo figlio dalla Strage degli Innocenti riparandolo sotto un albero di pino.
L'interpretazione dei Musicanti, come nella loro migliore tradizione, è dolce e festosa al contempo. Questo approccio, che allea ricchezza armonica e musicale alla semplicità atavica e festosa del folklore più puro, purtroppo spesso è incompreso da quelli che si definiscono cultori di musica popolare, mentre per me è il vero futuro di questa musica.
Curioso è il battito di tamburello che, per quello che si riesce a sentire dalle mie riprese amatoriali, accentua la seconda battuta delle nacchere che sembrano invece dare il tempo nella sua completezza.
Il concerto continua, andando indietro ripeto, con una pastorale di Capracotta (paesino in provincia di Isernia dove Silvio Trotta, direttore del gruppo e polistrumentista, è nato). L'inizio, suonato dalla ciaramella strepitosa di Stefano Tartaglia, ricorda "Tu scendi dalle stelle" o, meglio, "Quanno nascette ninno", bellissimo canto napoletano entrato anche nel repertorio dei Musicanti. L'arrangiamento del brano lo fa assomigliare veramente ad una ninna nanna popolare, come se ci potessimo immaginare di poter cantare al Bambinello una specie di serenata d'amore.
Questa sensazione è rafforzata dalle parti in maggiore, dove il mandolino esegue una parte che ricorda da vicino certe "janeiras" del folklore portoghese, sia per la melodia che per la festosità del suono.
Tartaglia, dopo l'assolo di cui abbiamo già avuto occasione di parlare, che introduce mirabilmente questa lunga ma mai stancante pastorale, suona un flauto dolce che dà veramente l'idea della purezza di un passato forse mai esistito.
Ma ad un certo punto si va in sol, e con la inappuntabile precisione dei bassi dell'organetto, in questa occasione addirittura rafforzati dalla profonda dolcezza di un violoncello, si suona la tarantella che ineluttabilmente concludeva ogni buona esibizione di zampognari.
E quando la ciaramella canta, ha naturalmente bisogno della zampogna come bordone quasi orchestrale, quindi Mauro Bassano, prode organettista del gruppo, suona la zampogna in maniera autentica e ricca.
E facendo una sinergia fra nord e sud Italia (perché questa è la nostra musica nazionale, non il pop imposto dai media con l'arroganza di chi sa come vincere ed imporsi) si interpreta "A Cesare gli venne un'ambizione", danza in ritmo binario della zona dell'Appennino modenese che Silvio Trotta, che oltre ad avere i "suoi" Musicanti ha molti gruppi, ha imparato dai Viulan, tre voci tra le più autentiche della zona, tra le quali va citato almeno Lele Chiodi, che canta con Guccini ne "La canzone delle colombe e del fiore" di "D'amore, di morte e di altre sciocchezze" (1996). Nella versione dei Musicanti il brano diventa quasi una tarantella, ma è dolce, per quella necessità di ridare modernamente la leggerezza della musica popolare sempre meno sentita da una riproposta che se non va verso la contaminazione sfrenata va verso il calco (tutte strade sbagliate).
Ilbrano successivo, ripeto che stiamo tornando indietro, si permette un viaggio in Sicilia ed un omaggio ad una delle più belle voci del folklore italiano, la licatese Rosa Balistreri. Il brano scelto, estratto dal vinile "Concerto di Natale" (inciso con i Dioscuri nel 1985) è intitolato "A la notti di Natali" e fa apprezzare la nuova voce dei Musicanti, la foggiana Elvira Impagnatiello. Per quanto riguarda questo nuovo arrivo nel gruppo si può dire che porta un tocco fortemente modernizzante, anche se va riconosciuta la grandissima coerenza stilistica dell'ensemble che fa della mancanza di calco degli anziani forse il suo obiettivo basilare.
E direttamente dal cd "Fiore di tutti i fiori" (2001) arriva questa filastrocca a tempo di saltarello su un pasto luculliano consumato da una sposa il giorno del proprio matrimonio. Notevole è la terzina della battente di Trotta che dà un ritmo instancabile, quasi mitragliato, al brano. Il testo è interpretato da Trotta e dalla Impagnatiello con allegria e dolcezza (imparate suonatori, lo ripeto allo sfinimento).
Questo spettacolo è prevalentemente incentrato su un cd dei Musicanti intitolato "Stella cometa", da questo disco si è già parlato della leggenda del lupino, ora si trova "Dormi dormi" (brano di Sant'Alfonso Maria dei Liguori che in realtà si chiama "Fermarono i cieli"). Il gruppo lo ha dedicato, sia nel disco che a Spello, ai bambini morti nel crollo dell'Asilo di San Giuliano di Puglia, avvenuto il 31 ottobre 2001. La versione dei Musicanti è una canzone dolcissima, ma la ciaramella di Tartaglia grida il dolore in maniera dolce e straziata al contempo, aiutando la già sicura interpretazione dell'Impagnatiello che dimostra tutto il suo valore musicale.
Andando avanti (cioè... indietro!) si arriva ad una delle mie canzoni preferite di tutto il repertorio dei Musicanti. Il brano, tratto da"Fiore di tutti i fiori", è un insieme di due brani, delle "Maitinate" (serie di stornelli che si cantano il 31 dicembre in Molise) ed una quadriglia strumentale (una delle virtù dei Musicanti è quella di non essersi dimenticati del repertorio strumentale da ballo al contrario di quanto fanno molti musicisti soprattutto nel Salento). La "maitinata" è guidata con maestria da Stefano Tartaglia, che ha una voce fortemente caratterizata, oltreché da un raro e prezioso timbro da tenorino quasi barocco, da un particolare tremolo quasi vibrante, che lo porta ad eseguire quarti di tono estremamente naturali,quindi non calcati. Quando Silvio Trotta canta il canto si addolcisce, diventa quasi confidenziale, pur mantenendo la potenza insita nel canto tradizionale.
E senza soluzione di continuità, nella stessa traccia, arriva una fantastica quadriglia strumentale che Trotta esegue con virtuosismo al mandolino, mentre Elvira si dedica alla battente, e Gian Michele Montanaro accompagna, con le sue inconfondibili tecniche moderne ma mai tiranne nei confronti della freschezza dei ritmi terzinati, con il tamburello.
Il pubblico, forse per il gran freddo, non batte le mani se non in rari momenti, spesso guidato dalle mie, che spesso volevano partire ma per pudore non lo facevano.
E continuando questa nostra recensione a ritroso si arriva a "'Ncincirinella", che i Musicanti ripescano da quella gemma rara di bellezza che è il loro ultimo disco "Ecchite maje" (2009). Il brano, come molti brani arcaici, è caratterizzato dall'aternanza di giri d'accordi minori e maggiori, ma questo non fa fare meno festa ve lo assicuro. L'accompagnamento del tamburello, almeno alle mie orecchie, suona come un incrocio tra il saltarello ed una pizzica.
Andando avanti si ascolta "Stella cometa", un testo scritto da Mauro Gioielli, direttore di un altro importante gruppo molisano chiamato "il tratturo". Come è giusto che sia nel clima natalizio si fanno una serie di auguri alle varie categorie di lavoratori della terra e del mare, affinché possano trovare ricchezza nell'anno appena iniziato. C'è da notare il virtuosismo con cui Trotta accompagna questo brano lento, con delle terzine che dànno una grande vivacità nascosta a questa ballata dall'origine probabilmente nordica.
I Musicanti sono nati trentasette anni fa come gruppo di riproposizione del repertorio della Nuova Compagnia di Canto Popolare, gruppo campano fondamentale per capire tutto quello che si è fatto nel folk revival fra gli anni Settanta e gli Ottanta. Dall'lp "Cantata dei pastori" del noto gruppo guidato da Roberto De Simone, il gruppo molisano riprende una bella tarantella intitolata "Nascette lu Messia", che diventa dolcissima, senza mai toccare quella "sanguignità" (per usare un'espressione di Silvio Trotta riguardante la NCCP) che può anche essere ritenuta dura da certe orecchie. Il testo del brano è tronco perché il gruppo ci attacca, sulla stessa melodia ma cambiando il ritmo in una tammurriata resa festosissima dall'organetto, un canto di questua con l'atmosfera della fine dell'anno.
Andando avanti (siamo ormai verso la fine, o verso l'inizio?) si arriva a "Quanno nascette ninno" scritto da Sant'Alfonso Maria dei Liguori. La versione dei Musicanti, rispetto a quella più nota della Nuova Compagnia di Canto Popolare contenuta nella già citata "Cantata dei pastori", differisce sia per l'inizio che per alcune strofe. Il gruppo è fortemente caratterizzato, non fa mai male ripeterlo, da una grande raffinatezza che non proibisce, contrariamente a tantissima riproposta di tutte le regioni italiane, di godere della bellissima semplicità del folklore, che secondo me è la caratteristica che più di ogni altra ha contribuito a questo interesse generalizzato o quasi che attualmente lo investe.
E sempre dal repertorio popolare campano, stavolta non semicolto, arriva "La santa allegrezza", che i Musicanti in disco incidono con un'"introduzione" molisana, ma che qui viene interpretata nella sua versione "ufficiale", con il canto impagabile di Silvio Trotta, che con la sua potente voce di tenore canta i versi facendo capire le singole condizioni dei personaggi. Ed è bellissimo anche il particolare arpeggio di chitarra classica, concepito dal musicista di Capracotta, che accompagna il battimento dolcissimo della chitarra battente, portandolo quasi verso una segreta raffinatezza.
Il concerto è iniziato (e noi così finiamo) con una novena molisana, interpretata da Silvio Trotta con l'impagabile accompagnamento della zampogna di Mauro Bassano e della Ciaramella di Stefano Tartaglia.
Sperando di avervi comunque dato un'idea di quello che sono i Musicanti vi consiglio di cuore di conoscerli tramite il loro sito www.musicantidelpiccoloborgo.it e di andarli soprattutto a vedere dal vivo.
Il concerto in questione è avvenuto il 6 gennaio 2012 alla Chiesa di San Claudio di Spello (PG) ed ha avuto come protagonisti i "Musicanti del piccolo borgo", ottimo gruppo di musica popolare molisana e laziale, ma che ama sconfinare anche verso la Campania la Puglia,, la Calabria, la Sicilia (e se è per questo anche la Romagna, tra un po' se ne parla).
Il concerto sarà recensito dalla fine all'inizio in quanto così me lo posso riascoltare grazie al fatto che l'ho caricato sul mio canale di Youtube all'indirizzo www.youtube.com/valentinalocchi.
Il concerto si è chiuso con "La leggenda del lupino", una bella canzone campana dedicata alla leggenda secondo la quale Maria abbia salvato suo figlio dalla Strage degli Innocenti riparandolo sotto un albero di pino.
L'interpretazione dei Musicanti, come nella loro migliore tradizione, è dolce e festosa al contempo. Questo approccio, che allea ricchezza armonica e musicale alla semplicità atavica e festosa del folklore più puro, purtroppo spesso è incompreso da quelli che si definiscono cultori di musica popolare, mentre per me è il vero futuro di questa musica.
Curioso è il battito di tamburello che, per quello che si riesce a sentire dalle mie riprese amatoriali, accentua la seconda battuta delle nacchere che sembrano invece dare il tempo nella sua completezza.
Il concerto continua, andando indietro ripeto, con una pastorale di Capracotta (paesino in provincia di Isernia dove Silvio Trotta, direttore del gruppo e polistrumentista, è nato). L'inizio, suonato dalla ciaramella strepitosa di Stefano Tartaglia, ricorda "Tu scendi dalle stelle" o, meglio, "Quanno nascette ninno", bellissimo canto napoletano entrato anche nel repertorio dei Musicanti. L'arrangiamento del brano lo fa assomigliare veramente ad una ninna nanna popolare, come se ci potessimo immaginare di poter cantare al Bambinello una specie di serenata d'amore.
Questa sensazione è rafforzata dalle parti in maggiore, dove il mandolino esegue una parte che ricorda da vicino certe "janeiras" del folklore portoghese, sia per la melodia che per la festosità del suono.
Tartaglia, dopo l'assolo di cui abbiamo già avuto occasione di parlare, che introduce mirabilmente questa lunga ma mai stancante pastorale, suona un flauto dolce che dà veramente l'idea della purezza di un passato forse mai esistito.
Ma ad un certo punto si va in sol, e con la inappuntabile precisione dei bassi dell'organetto, in questa occasione addirittura rafforzati dalla profonda dolcezza di un violoncello, si suona la tarantella che ineluttabilmente concludeva ogni buona esibizione di zampognari.
E quando la ciaramella canta, ha naturalmente bisogno della zampogna come bordone quasi orchestrale, quindi Mauro Bassano, prode organettista del gruppo, suona la zampogna in maniera autentica e ricca.
E facendo una sinergia fra nord e sud Italia (perché questa è la nostra musica nazionale, non il pop imposto dai media con l'arroganza di chi sa come vincere ed imporsi) si interpreta "A Cesare gli venne un'ambizione", danza in ritmo binario della zona dell'Appennino modenese che Silvio Trotta, che oltre ad avere i "suoi" Musicanti ha molti gruppi, ha imparato dai Viulan, tre voci tra le più autentiche della zona, tra le quali va citato almeno Lele Chiodi, che canta con Guccini ne "La canzone delle colombe e del fiore" di "D'amore, di morte e di altre sciocchezze" (1996). Nella versione dei Musicanti il brano diventa quasi una tarantella, ma è dolce, per quella necessità di ridare modernamente la leggerezza della musica popolare sempre meno sentita da una riproposta che se non va verso la contaminazione sfrenata va verso il calco (tutte strade sbagliate).
Ilbrano successivo, ripeto che stiamo tornando indietro, si permette un viaggio in Sicilia ed un omaggio ad una delle più belle voci del folklore italiano, la licatese Rosa Balistreri. Il brano scelto, estratto dal vinile "Concerto di Natale" (inciso con i Dioscuri nel 1985) è intitolato "A la notti di Natali" e fa apprezzare la nuova voce dei Musicanti, la foggiana Elvira Impagnatiello. Per quanto riguarda questo nuovo arrivo nel gruppo si può dire che porta un tocco fortemente modernizzante, anche se va riconosciuta la grandissima coerenza stilistica dell'ensemble che fa della mancanza di calco degli anziani forse il suo obiettivo basilare.
E direttamente dal cd "Fiore di tutti i fiori" (2001) arriva questa filastrocca a tempo di saltarello su un pasto luculliano consumato da una sposa il giorno del proprio matrimonio. Notevole è la terzina della battente di Trotta che dà un ritmo instancabile, quasi mitragliato, al brano. Il testo è interpretato da Trotta e dalla Impagnatiello con allegria e dolcezza (imparate suonatori, lo ripeto allo sfinimento).
Questo spettacolo è prevalentemente incentrato su un cd dei Musicanti intitolato "Stella cometa", da questo disco si è già parlato della leggenda del lupino, ora si trova "Dormi dormi" (brano di Sant'Alfonso Maria dei Liguori che in realtà si chiama "Fermarono i cieli"). Il gruppo lo ha dedicato, sia nel disco che a Spello, ai bambini morti nel crollo dell'Asilo di San Giuliano di Puglia, avvenuto il 31 ottobre 2001. La versione dei Musicanti è una canzone dolcissima, ma la ciaramella di Tartaglia grida il dolore in maniera dolce e straziata al contempo, aiutando la già sicura interpretazione dell'Impagnatiello che dimostra tutto il suo valore musicale.
Andando avanti (cioè... indietro!) si arriva ad una delle mie canzoni preferite di tutto il repertorio dei Musicanti. Il brano, tratto da"Fiore di tutti i fiori", è un insieme di due brani, delle "Maitinate" (serie di stornelli che si cantano il 31 dicembre in Molise) ed una quadriglia strumentale (una delle virtù dei Musicanti è quella di non essersi dimenticati del repertorio strumentale da ballo al contrario di quanto fanno molti musicisti soprattutto nel Salento). La "maitinata" è guidata con maestria da Stefano Tartaglia, che ha una voce fortemente caratterizata, oltreché da un raro e prezioso timbro da tenorino quasi barocco, da un particolare tremolo quasi vibrante, che lo porta ad eseguire quarti di tono estremamente naturali,quindi non calcati. Quando Silvio Trotta canta il canto si addolcisce, diventa quasi confidenziale, pur mantenendo la potenza insita nel canto tradizionale.
E senza soluzione di continuità, nella stessa traccia, arriva una fantastica quadriglia strumentale che Trotta esegue con virtuosismo al mandolino, mentre Elvira si dedica alla battente, e Gian Michele Montanaro accompagna, con le sue inconfondibili tecniche moderne ma mai tiranne nei confronti della freschezza dei ritmi terzinati, con il tamburello.
Il pubblico, forse per il gran freddo, non batte le mani se non in rari momenti, spesso guidato dalle mie, che spesso volevano partire ma per pudore non lo facevano.
E continuando questa nostra recensione a ritroso si arriva a "'Ncincirinella", che i Musicanti ripescano da quella gemma rara di bellezza che è il loro ultimo disco "Ecchite maje" (2009). Il brano, come molti brani arcaici, è caratterizzato dall'aternanza di giri d'accordi minori e maggiori, ma questo non fa fare meno festa ve lo assicuro. L'accompagnamento del tamburello, almeno alle mie orecchie, suona come un incrocio tra il saltarello ed una pizzica.
Andando avanti si ascolta "Stella cometa", un testo scritto da Mauro Gioielli, direttore di un altro importante gruppo molisano chiamato "il tratturo". Come è giusto che sia nel clima natalizio si fanno una serie di auguri alle varie categorie di lavoratori della terra e del mare, affinché possano trovare ricchezza nell'anno appena iniziato. C'è da notare il virtuosismo con cui Trotta accompagna questo brano lento, con delle terzine che dànno una grande vivacità nascosta a questa ballata dall'origine probabilmente nordica.
I Musicanti sono nati trentasette anni fa come gruppo di riproposizione del repertorio della Nuova Compagnia di Canto Popolare, gruppo campano fondamentale per capire tutto quello che si è fatto nel folk revival fra gli anni Settanta e gli Ottanta. Dall'lp "Cantata dei pastori" del noto gruppo guidato da Roberto De Simone, il gruppo molisano riprende una bella tarantella intitolata "Nascette lu Messia", che diventa dolcissima, senza mai toccare quella "sanguignità" (per usare un'espressione di Silvio Trotta riguardante la NCCP) che può anche essere ritenuta dura da certe orecchie. Il testo del brano è tronco perché il gruppo ci attacca, sulla stessa melodia ma cambiando il ritmo in una tammurriata resa festosissima dall'organetto, un canto di questua con l'atmosfera della fine dell'anno.
Andando avanti (siamo ormai verso la fine, o verso l'inizio?) si arriva a "Quanno nascette ninno" scritto da Sant'Alfonso Maria dei Liguori. La versione dei Musicanti, rispetto a quella più nota della Nuova Compagnia di Canto Popolare contenuta nella già citata "Cantata dei pastori", differisce sia per l'inizio che per alcune strofe. Il gruppo è fortemente caratterizzato, non fa mai male ripeterlo, da una grande raffinatezza che non proibisce, contrariamente a tantissima riproposta di tutte le regioni italiane, di godere della bellissima semplicità del folklore, che secondo me è la caratteristica che più di ogni altra ha contribuito a questo interesse generalizzato o quasi che attualmente lo investe.
E sempre dal repertorio popolare campano, stavolta non semicolto, arriva "La santa allegrezza", che i Musicanti in disco incidono con un'"introduzione" molisana, ma che qui viene interpretata nella sua versione "ufficiale", con il canto impagabile di Silvio Trotta, che con la sua potente voce di tenore canta i versi facendo capire le singole condizioni dei personaggi. Ed è bellissimo anche il particolare arpeggio di chitarra classica, concepito dal musicista di Capracotta, che accompagna il battimento dolcissimo della chitarra battente, portandolo quasi verso una segreta raffinatezza.
Il concerto è iniziato (e noi così finiamo) con una novena molisana, interpretata da Silvio Trotta con l'impagabile accompagnamento della zampogna di Mauro Bassano e della Ciaramella di Stefano Tartaglia.
Sperando di avervi comunque dato un'idea di quello che sono i Musicanti vi consiglio di cuore di conoscerli tramite il loro sito www.musicantidelpiccoloborgo.it e di andarli soprattutto a vedere dal vivo.
giovedì 2 febbraio 2012
I Coribanti: "Speranza"
Carissimi lettori, oggi voglio tornare a parlare di musica popolare salentina, facendo una recensione al primo (e per ora unico cd uscito) del gruppo salentino dei Coribanti.
La prima traccia è una canzone-manifesto, interpretata sulla melodia di "Nia nia". Il brano, scritto per il testo da Giancarlo Colella, chitarra e voce principale nonché direttore del gruppo, è una serie di strofe sciolte nella più pura tradizione salentina. Questa "modernità che sgorga dalla tradizione" e ne ricalca quasi tutte le caratteristiche in maniera si direbbe naturale ed istintiva, è forse la più grande caratteristica dei Coribanti, tutti nel Salento dicono di ispirarsi alla tradizione e di innovarla fedelmente, loro signori lo fanno!
Il secondo brano è un classico della tradizione salentina, ma sempre bello e piacevole da ascoltare. Il brano a cui ci si riferisce è "Lu rusciu de lu mare", dove brillano le due bellissime e dolci voci femminili del gruppo. Il canto, come in tutto il cd, non ha bisogno di essere calcato, il gruppo porta la dolcezza nella musica popolare salentina, cantando "come gli viene da dentro" (per usare un'espressione cara a Cinzia Marzo degli Officina Zoè). E proprio agli Officina Zoè fa pensare questa rielaborazione, se non fosse che la presenza del flauto la avvicina, anche per la sinuosità delle linee melodiche, a quella degli Alla Bua. Comunque i rimandi ai "maestri" (perché si può anche imparare dai moderni, non solo dagli antichi) non scalfiscono la forte autonomia di questa versione, che, in una seconda parte continua con una tammurriata. La tammurriata è però suonata con la dolcezza tipica dello stile del gruppo, che spero sinceramente si imponga nel panorama della riproposta, difatti, e l'ho già detto ma mi ripeto volentieri, piuttosto che evolversi facendo del folk qualcosa di altro da sé, bisognerebbe portarlo leggermente verso la contemporaneità magari non calcando il canto.
E quando si torna a ritmo di pizzica si canta una bellissima melodia d'autore con testo altrettanto d'autore. Entrambe sembrano tradizionali, forse quello che connota lo stile di Giancarlo Colella è una facilità per la rima, il distico rimato, che io non trovo molto in gran parte dei canti tradizionali da me conosciuti, che si muovono con assonanze o rime casuali. Il brano, insieme a "Pizzica dei Coribanti" è il mio preferito da quando ho questo disco, si intitola "Comu focu de ristucciu". Tipica pizzica con il giro di tonica-dominante, notevolissimo il flautino dolce, a tratti leggermente stonato (ma la troppa limpidezza di molti flautisti blasonati da molto più fastidio) e insuperabile è la terzina di mandolino, suonato dai Coribanti senza pretese mediterranee, piuttosto come ricordo della classe artigiana, che ha altrettanto sviluppato il folklore, magari portandolo verso musicalità più vicine a quelle colte, più prossime allo strumentale piuttosto che al polivocale, più ballabili che cantabili. Rivalutatelo cari salentini!
Il testo è un inno al Salento, alla sua terra, al suo vento, al suo mare, al suo vino ("ca te 'mbriaca"), ma non dà fastidio perché è scritto con sincerità e tenerezza. Questa sì (al contrario di certe canzoni politiche attuali) che sarà una canzone che ci continueremo a cantare e magari entrerà nella tradizione.
Continuando si torna alla tradizione cantando un classico indiscusso di quella grica, ovviamente ci si riferisce a "kali nifta". Sapete tutti come la penso su questo brano, ma va detto che i Coribanti riescono a farla in maniera assolutamente convincente. Non c'è voglia di fare macello, le strofe sono tutte cantate lente, ed anche quando si vaa pizzica per il ritornello viene conservata la dolcezza della serenata. Molto bella anche la voce della cantante, ma della dolcezza delle voci se ne è già parlato lodandola come una delle tante virtù dei Coribanti.
Si può sospettare che questo forte legame con "Kali nifta", che questa rielaborazione denota e conferma, si possa spiegare con il feeling del tutto speciale che il gruppo, pur essendo del Capo di Leuca (nasce ad Acquarica del Capo nel1999) ha con la cultura greca, da cui d'altronde ha preso il nome. In questo caso, e va detto, la Grecia non viene vista come un elemento esotico con cui contaminarsi, ma come qualcosa che si ha propriamente nel sangue. Ed il flauto ci porta, quando il canto si tace, ad una dolce e vorticosa (ebbene sì!) tammurriata strumentale, dove si gioca con il ritornello di questo classico.
E continuando si torna a cantare un bellissimo testo d'autore, intitolato "Luna ruffiana". Dopo un'introduzione lenta, prevalentemente strumentale se non fosse per un'invocazione alla luna scandita dalla chitarra insieme alla tammorra muta e al flauto, parte una bella tarantella (o pizzica lenta) dove vediamo l'innamorato che invoca l'astro affinché porti il suo messaggio d'amore all'amata (tipicamente tradizionale, che sia d'autore lo si sente solo dall'innata facilità della rima, che Colella trova in maniera veramente invidiabile).
E come avevano già fatto gli Aramirè in "Opillopillopì" (introvabile disco del 1998) i Coribanti ci deliziano con una pizzica per flauto, con la differenza che, mentre negli Aramirè il flauto non era l'unico protagonista perché c'era anche il canto e non aveva un'autonomia interpretativa effettiva, qui, in questa convincente tonalità di fa, si lascia andare a cantate (perché anche gli strumenti cantano se ben suonati!) nuove. Solo in pochi momenti si ha la sensazione di sentire, oltre alla "Pizzica con flauto" degli Aramirè, la tipica "tarantata" o "indiavolata" di stifaniana memoria. Anche qui la forza della pizzica è resa con la dolcezza della modernità. Come detto sopra, salentini imparate.
E si torna a cantare moderno, rivitalizzando il canto funebre, con il brano "La morte de l'anima". Come per ricordare il canto struggente delle prefiche il canto inizia a cappella, con coppie di note semplici. Il brano, quasi subito, prende il ritmo di una tarantella, ma il tempo si vergogna di germogliare, per mantenere il dolore del testo (in questo il brano ricorda "Menevò" degli Officina Zoè, anche lì, nel disco "Il miracolo", la pizzica è "vergognosa").
L'accompagnamento, giusto per accentuare più fortemente questo concetto, dal punto di vista percussivo è assicurato solo da una tammorra muta che assicura solo la botta, non esegue mai terzine (in questo il brano dei Coribanti si può considerare una "radicalizzazione" del capolavoro dell'Officina a cui è stato paragonato).
Ed a proposito di brani in cui la matrice Zoè è forte (ma l'interpretazione è autonoma, non è imitazione!) tornando alla tradizione si canta "Nia nia nia", canto in grico in minore, interpretato con queste caratteristiche (credo per la prima volta) dagli Zoè in "Terra". La versione dei Coribanti, pur essendo più veloce di quella dell'Officina, riesce a dare comunque l'idea della culla, soprattutto grazie alla presenza eterea del flauto che smorza la festosità naturale della fisarmonica.
E andando in pizzica si torna alla melodia con cui si era aperto questo cd (se avessero messo questa traccia come ultima era troppo bello, si sarebbe avuta circolarità, la fine come inizio, concetto secondo me molto vicino alla tradizione della pizzica). Qui non si vuole strafare a livello di strofe (ma come sapete io non vado a tutti i costi alla ricerca dell'innovazione: meglio la tradizione fatta leggera!).
Bella anche l'armonica, anche senza terzine virtuosistiche, dà il controcanto alto ai bassi della fisarmonica, che sembrano voci profonde per la lunghezza delle note che emettono.
E tornando alla pizzica, e i Coribanti sì che la fanno a pizzica, si arriva a "lu Paulinu". A me viene istintivo confrontare questa versione con quella degli Arakne Mediterranea nel cd "Tre tarante", sinceramente meglio questa dei Coribanti, più fresca e leggera, anche perché non accompagnata dalla tammorra muta (comunque interiore come strumento) e affidata, invece, a tutto l'ensemble, che chiude con un bel giro strumentale.
E l'ultima traccia è forse quella che va più fuori dalla tradizione (se si può considerare fuori dalla tradizione qualcosa solo perché non usa solo il giro di tonica e dominante ma lo arricchisce con intervalli naturalissimi). Il brano ha una bellissima parte solistica, leggera ed eterea come tutto questo cd, affidata al flauto, che canta una parte talmente umana che verrebbe quasi voglia di mettere delle parole e mettersi a cantare.
La pizzica pizzica, che come abbiamo già visto è sempre dolce e svolazzante e mai povera ed ossessiva fino allo sfinimento (queste cose non mandano in trance, fanno più che altro venire l'esaurimento nervoso!) qui è triste ma è sempre fresca e piacevole.
Si chiude con poche note di flauto, così i Coribanti ci salutano sfumando.
Bel gruppo, bel disco, salentini e suonatori di musica salentina: imparate!
La prima traccia è una canzone-manifesto, interpretata sulla melodia di "Nia nia". Il brano, scritto per il testo da Giancarlo Colella, chitarra e voce principale nonché direttore del gruppo, è una serie di strofe sciolte nella più pura tradizione salentina. Questa "modernità che sgorga dalla tradizione" e ne ricalca quasi tutte le caratteristiche in maniera si direbbe naturale ed istintiva, è forse la più grande caratteristica dei Coribanti, tutti nel Salento dicono di ispirarsi alla tradizione e di innovarla fedelmente, loro signori lo fanno!
Il secondo brano è un classico della tradizione salentina, ma sempre bello e piacevole da ascoltare. Il brano a cui ci si riferisce è "Lu rusciu de lu mare", dove brillano le due bellissime e dolci voci femminili del gruppo. Il canto, come in tutto il cd, non ha bisogno di essere calcato, il gruppo porta la dolcezza nella musica popolare salentina, cantando "come gli viene da dentro" (per usare un'espressione cara a Cinzia Marzo degli Officina Zoè). E proprio agli Officina Zoè fa pensare questa rielaborazione, se non fosse che la presenza del flauto la avvicina, anche per la sinuosità delle linee melodiche, a quella degli Alla Bua. Comunque i rimandi ai "maestri" (perché si può anche imparare dai moderni, non solo dagli antichi) non scalfiscono la forte autonomia di questa versione, che, in una seconda parte continua con una tammurriata. La tammurriata è però suonata con la dolcezza tipica dello stile del gruppo, che spero sinceramente si imponga nel panorama della riproposta, difatti, e l'ho già detto ma mi ripeto volentieri, piuttosto che evolversi facendo del folk qualcosa di altro da sé, bisognerebbe portarlo leggermente verso la contemporaneità magari non calcando il canto.
E quando si torna a ritmo di pizzica si canta una bellissima melodia d'autore con testo altrettanto d'autore. Entrambe sembrano tradizionali, forse quello che connota lo stile di Giancarlo Colella è una facilità per la rima, il distico rimato, che io non trovo molto in gran parte dei canti tradizionali da me conosciuti, che si muovono con assonanze o rime casuali. Il brano, insieme a "Pizzica dei Coribanti" è il mio preferito da quando ho questo disco, si intitola "Comu focu de ristucciu". Tipica pizzica con il giro di tonica-dominante, notevolissimo il flautino dolce, a tratti leggermente stonato (ma la troppa limpidezza di molti flautisti blasonati da molto più fastidio) e insuperabile è la terzina di mandolino, suonato dai Coribanti senza pretese mediterranee, piuttosto come ricordo della classe artigiana, che ha altrettanto sviluppato il folklore, magari portandolo verso musicalità più vicine a quelle colte, più prossime allo strumentale piuttosto che al polivocale, più ballabili che cantabili. Rivalutatelo cari salentini!
Il testo è un inno al Salento, alla sua terra, al suo vento, al suo mare, al suo vino ("ca te 'mbriaca"), ma non dà fastidio perché è scritto con sincerità e tenerezza. Questa sì (al contrario di certe canzoni politiche attuali) che sarà una canzone che ci continueremo a cantare e magari entrerà nella tradizione.
Continuando si torna alla tradizione cantando un classico indiscusso di quella grica, ovviamente ci si riferisce a "kali nifta". Sapete tutti come la penso su questo brano, ma va detto che i Coribanti riescono a farla in maniera assolutamente convincente. Non c'è voglia di fare macello, le strofe sono tutte cantate lente, ed anche quando si vaa pizzica per il ritornello viene conservata la dolcezza della serenata. Molto bella anche la voce della cantante, ma della dolcezza delle voci se ne è già parlato lodandola come una delle tante virtù dei Coribanti.
Si può sospettare che questo forte legame con "Kali nifta", che questa rielaborazione denota e conferma, si possa spiegare con il feeling del tutto speciale che il gruppo, pur essendo del Capo di Leuca (nasce ad Acquarica del Capo nel1999) ha con la cultura greca, da cui d'altronde ha preso il nome. In questo caso, e va detto, la Grecia non viene vista come un elemento esotico con cui contaminarsi, ma come qualcosa che si ha propriamente nel sangue. Ed il flauto ci porta, quando il canto si tace, ad una dolce e vorticosa (ebbene sì!) tammurriata strumentale, dove si gioca con il ritornello di questo classico.
E continuando si torna a cantare un bellissimo testo d'autore, intitolato "Luna ruffiana". Dopo un'introduzione lenta, prevalentemente strumentale se non fosse per un'invocazione alla luna scandita dalla chitarra insieme alla tammorra muta e al flauto, parte una bella tarantella (o pizzica lenta) dove vediamo l'innamorato che invoca l'astro affinché porti il suo messaggio d'amore all'amata (tipicamente tradizionale, che sia d'autore lo si sente solo dall'innata facilità della rima, che Colella trova in maniera veramente invidiabile).
E come avevano già fatto gli Aramirè in "Opillopillopì" (introvabile disco del 1998) i Coribanti ci deliziano con una pizzica per flauto, con la differenza che, mentre negli Aramirè il flauto non era l'unico protagonista perché c'era anche il canto e non aveva un'autonomia interpretativa effettiva, qui, in questa convincente tonalità di fa, si lascia andare a cantate (perché anche gli strumenti cantano se ben suonati!) nuove. Solo in pochi momenti si ha la sensazione di sentire, oltre alla "Pizzica con flauto" degli Aramirè, la tipica "tarantata" o "indiavolata" di stifaniana memoria. Anche qui la forza della pizzica è resa con la dolcezza della modernità. Come detto sopra, salentini imparate.
E si torna a cantare moderno, rivitalizzando il canto funebre, con il brano "La morte de l'anima". Come per ricordare il canto struggente delle prefiche il canto inizia a cappella, con coppie di note semplici. Il brano, quasi subito, prende il ritmo di una tarantella, ma il tempo si vergogna di germogliare, per mantenere il dolore del testo (in questo il brano ricorda "Menevò" degli Officina Zoè, anche lì, nel disco "Il miracolo", la pizzica è "vergognosa").
L'accompagnamento, giusto per accentuare più fortemente questo concetto, dal punto di vista percussivo è assicurato solo da una tammorra muta che assicura solo la botta, non esegue mai terzine (in questo il brano dei Coribanti si può considerare una "radicalizzazione" del capolavoro dell'Officina a cui è stato paragonato).
Ed a proposito di brani in cui la matrice Zoè è forte (ma l'interpretazione è autonoma, non è imitazione!) tornando alla tradizione si canta "Nia nia nia", canto in grico in minore, interpretato con queste caratteristiche (credo per la prima volta) dagli Zoè in "Terra". La versione dei Coribanti, pur essendo più veloce di quella dell'Officina, riesce a dare comunque l'idea della culla, soprattutto grazie alla presenza eterea del flauto che smorza la festosità naturale della fisarmonica.
E andando in pizzica si torna alla melodia con cui si era aperto questo cd (se avessero messo questa traccia come ultima era troppo bello, si sarebbe avuta circolarità, la fine come inizio, concetto secondo me molto vicino alla tradizione della pizzica). Qui non si vuole strafare a livello di strofe (ma come sapete io non vado a tutti i costi alla ricerca dell'innovazione: meglio la tradizione fatta leggera!).
Bella anche l'armonica, anche senza terzine virtuosistiche, dà il controcanto alto ai bassi della fisarmonica, che sembrano voci profonde per la lunghezza delle note che emettono.
E tornando alla pizzica, e i Coribanti sì che la fanno a pizzica, si arriva a "lu Paulinu". A me viene istintivo confrontare questa versione con quella degli Arakne Mediterranea nel cd "Tre tarante", sinceramente meglio questa dei Coribanti, più fresca e leggera, anche perché non accompagnata dalla tammorra muta (comunque interiore come strumento) e affidata, invece, a tutto l'ensemble, che chiude con un bel giro strumentale.
E l'ultima traccia è forse quella che va più fuori dalla tradizione (se si può considerare fuori dalla tradizione qualcosa solo perché non usa solo il giro di tonica e dominante ma lo arricchisce con intervalli naturalissimi). Il brano ha una bellissima parte solistica, leggera ed eterea come tutto questo cd, affidata al flauto, che canta una parte talmente umana che verrebbe quasi voglia di mettere delle parole e mettersi a cantare.
La pizzica pizzica, che come abbiamo già visto è sempre dolce e svolazzante e mai povera ed ossessiva fino allo sfinimento (queste cose non mandano in trance, fanno più che altro venire l'esaurimento nervoso!) qui è triste ma è sempre fresca e piacevole.
Si chiude con poche note di flauto, così i Coribanti ci salutano sfumando.
Bel gruppo, bel disco, salentini e suonatori di musica salentina: imparate!
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lunedì 30 gennaio 2012
Youtube e altre storie comunicative.
Carissimi lettori, oggi mi va di aggiornare il blog, non parlando di musica ma con un'invettiva dedicata a quelli di Youtube.
Come avranno notato gli utenti più abituali del sito esso è stato ristrutturato in maniera discutibilissima. Enumeriamo le principali caratteristiche negative (di positivo io non vedo niente!).
Intanto non si può più fare "amicizia" con le persone, poi non ci si può più iscrivere ai canali (i vedenti ce la fanno ma io no).
Va anche detto che io (con jaws versione 5.10 come screen reader e Internet explorer 7) vedo i profili raddoppiati. Veramente inutile. Sinceramente mi ricordo che si poteva tornare alla vecchia homepage, io ci ho provato ma non ci sono riuscita, se non sbaglio ormai non è più possibile. Tramite questo blog io lancio un appello: protestate in qualche modo, reclamiamo, magari li convinciamo a tornare indietro.
Fra l'altro in questo macello della grafica ci si è messo anche il fatto che non ti fa partire i video sui quali tu credi di cliccare: io prima volevo ascoltare una canzone e mi è partita la pubblicità dei "prezzi pazzi". È da una quindicina di giorni che ciclicamente si ripropone il problema e non fanno niente di concreto per risolverlo.
Se qualcuno sa come potermi fare tornare alla vecchia homepage mi scriva a valentinalocchi@hotmail.it, indirizzo di posta che potete utilizzare per qualsiasi comunicazione, meglio la posta (alla quale posso rispondere e lo faccio con grande piacere) che i commenti che non mi arrivano, quindi li vedo raramente e poi non posso entrare in contatto con chi li redige.
Scusate per questo articolo, serve solo per uno sfogo personale e per piccoli consigli a chi voglia entrare in contatto con me.
Comunque ringrazio tutti quelli che passano sul mio canale di Youtube (www.youtube.com/valentinalocchi) perché solo loro mi dànno il coraggio di non cancellarmi.
Come avranno notato gli utenti più abituali del sito esso è stato ristrutturato in maniera discutibilissima. Enumeriamo le principali caratteristiche negative (di positivo io non vedo niente!).
Intanto non si può più fare "amicizia" con le persone, poi non ci si può più iscrivere ai canali (i vedenti ce la fanno ma io no).
Va anche detto che io (con jaws versione 5.10 come screen reader e Internet explorer 7) vedo i profili raddoppiati. Veramente inutile. Sinceramente mi ricordo che si poteva tornare alla vecchia homepage, io ci ho provato ma non ci sono riuscita, se non sbaglio ormai non è più possibile. Tramite questo blog io lancio un appello: protestate in qualche modo, reclamiamo, magari li convinciamo a tornare indietro.
Fra l'altro in questo macello della grafica ci si è messo anche il fatto che non ti fa partire i video sui quali tu credi di cliccare: io prima volevo ascoltare una canzone e mi è partita la pubblicità dei "prezzi pazzi". È da una quindicina di giorni che ciclicamente si ripropone il problema e non fanno niente di concreto per risolverlo.
Se qualcuno sa come potermi fare tornare alla vecchia homepage mi scriva a valentinalocchi@hotmail.it, indirizzo di posta che potete utilizzare per qualsiasi comunicazione, meglio la posta (alla quale posso rispondere e lo faccio con grande piacere) che i commenti che non mi arrivano, quindi li vedo raramente e poi non posso entrare in contatto con chi li redige.
Scusate per questo articolo, serve solo per uno sfogo personale e per piccoli consigli a chi voglia entrare in contatto con me.
Comunque ringrazio tutti quelli che passano sul mio canale di Youtube (www.youtube.com/valentinalocchi) perché solo loro mi dànno il coraggio di non cancellarmi.
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sabato 21 gennaio 2012
Bigazzi secondo me
Carissimi lettori, l'altro ieri la musica italiana è stata funestata da un lutto importante: è morto Giancarlo Bigazzi.
Come amo fare io con i musicisti ed i parolieri lo ricorderò con un po' di aneddoti e riflessioni su alcune canzoni che ha scritto.
La prima citazione va per uno dei tanti capolavori della carriera di Massimo Ranieri (quando non faceva l'intellettuale che porta la canzone napoletana verso la world music). Il brano è "Rose rosse", pezzo coronato da un'orchestra fantastica. Bello il testo, leggera riflessione sui cambiamenti sociali del boom economico (non critica ma riflette e racconta, anche questo è importante, forse più delle canzoni a orologeria!).
Poi si può citare "Luglio," noto tormentone estivo, di quando in estate si ascoltavano canzoni che oltre ad essere da spiaggia erano anche belle e non scadevano come mozzarelle. Il brano ha una di quelle andature latineggianti che sempre (tutt'ora) connotano spesso e volentieri l'estate, sottolineate dalle marimbe e dalle trombe messicaneggianti.
Notevole è anche "Il carnevale", da Bigazzi scritta per la Caselli, che la interpretava con leggerezza senza tralasciare il pathos del testo, che esprime senza pudicizia il grido d'una persona lasciata dal proprio amante.
Altro tormentone a firma Bigazzi è la bellissima "Lisa dagli occhi blu" cantata dal grande (ma per colpa della semplicità apparente di questa canzone e della nostra superficialità) sottovalutato Mario Tessuto. Nell'interpretazione di Tessuto il brano, su un addio consumato tra i banchi di scuola, diventa un grido di dolore unico.
Meno importante per me, non per questo meno bella, è "Lady Barbara" cantata da Renato dei Profeti (quelli de "Gli occhi verdi dell'amore"). La canzone ha un'aria favolistica, si parla di un amore irraggiungibile, direi perfino un po' gotico.
Dalla collaborazione con Totò Savio (che poi sarà con Bigazzi e Pace una delle anime degli Squallor) nasce "Vent'anni", una di quelle melodie semplici ed aperte che permettono come poche di brillare al grande Massimo Ranieri, raccontando con leggerezza la storia di una vita.
Per Ranieri scrive anche "Erba di casa mia", resoconto nostalgico di esperienze giovanili. Anche questa porta con sé un ritmo lento e asciutto, bella davvero.
Non ho mai amato i fratelli Bella, ma in questo articolo li devo citare tutti e due. Bigazzi per Marcella ha scritto alcune canzoni tra cui mi va di citare la famosa "Montagne verdi", bella ballata nostalgica, che però per me non ha il fascino impareggiabile di "Sole che nasce sole che muore".
Per il fratello scrive "Non si può morire dentro", "Questo amore non si tocca", Più ci penso". Queste tre canzoni fanno di bella un ottimo musicista ma un interprete sfortunato: mamma natura non l'ha dotato di una voce minimamente affascinante.
Per i Camaleonti, insieme a Claudio Cavallaro, scrive alcune canzoni di cui conosco solo "Eternità", ottimo testo, reso pesante da certe trovate discutibili della melodia.
Non amo nemmeno Tozzi ma va detto che Bigazzi scrive per lui canzoni notevoli: non ne posso più delle due canzoni-tormentone "Ti amo" e "Gloria" ma non posso tacere la bellezza, pur nella sua apparente semplicità di "Donna amante mia", la cui tenerezza ha sempre saputo distruggere ogni mio preconcetto.
Facendo un salto di una decina d'anni ci ritroviamo il nome di Bigazzi in quella canzone, tormentone e banale quanto volete ma comunque ben fatta, che è "Si può dare di più", portata da Ruggeri, Tozzi e Morandi al Sanremo 1987 (e vinsero, meglio di chi ha vinto mediamente gli ultimi Sanremo, eccezion fatta per Vecchioni).
Gli anni Settanta sono anche gli anni degli Squallor: ve la ricordate "Trentotto luglio"? Trauma!
Credo che lì la voce da basso (bellissima ma al contempo terrificante per la sua profondità disumana) non appartenga a Bigazzi, comunque tra i componenti del gruppo c'è anche lui.
Negli anni Novanta il Bigazzi (dopo aver spalleggiato gente come Pupo...) fa un errore madornale: produce Marco Masini. Il cantante "disperato" io non lo posso sopportare: troppo triste. Le ultime? Pur di farsi perdonare la tristezza con cui ci ha ammorbato per anni adesso fa l'allegrone!
Sempre grazie a Bigazzi scopriamo il primo emulo di Masini uscito qualche anno dopo: Alessandro Canino. Vi ricordate una canzone patetica e bruttissima chiamata "Brutta"?
Per chi fosse tanto giovane da non ricordarla dirò che è la storia di una ragazzina bruttarella che viene consolata dal protagonista maschile della sua bruttezza durante una festa di compleanno nella quale le sue amiche la lasciano sola.
"E mi piaci tutta: brutta... lo vedi che non sei brutta... crescere è sempre una lotta, ma io ti aiuterò" (vado a memoria, è da un secolo che non ho la grandissima fortuna di imbattermi in questa brutteria suprema).
Grazie al Bigazzi, poi, abbiamo il piacere (si fa per dire...) di scoprire Raffaele Riefoli, a tutti noto come Raff. È del paroliere in questione il testo dell'hit dance "Self control".
Grazie al Bigazzi (santo Dio che robettina...) scopriamo nel 1991 o giù di lì Paolo Vallesi, che con la canzone "Le persone inutili" ci viene a dire che le uniche vere persone sono quelle che non andranno mai sulle pagine dei giornali o nei cortei (ma che amano ogni giorno molto più di noi". Il ritmo, in sé bello, e il testo squallido verranno ripresi dal cantautore anche ne "La forza della vita", perché ritmo che ammorba non si cambia!
Bigazzi è il colpevole per uno dei tormentoni del 1992, la canzone vincitrice della sezione "Nuove proposte" del Festival di Sanremo "Non amarmi". Ancora mi ricordo che la cantavamo a scuola e io, pur essendo una femmina quindi dovendo razionalmente fare la parte di Francesca Alotta, per l'orgoglio di vedere un non vedente come Baldi arrivato fino a lì facevo sempre le parti sue.
Negli anni Novanta, epoca del tramonto degli Squallor, bigazzi intraprende la carriera di compositore di colonne sonore da film (ma è mai possibile che tutti, soprattutto spesso musicisti senza successo compongono per cinema?). È da ricordare, nel caso di uno che non lo ha fatto per mancanza di successo, la bigaziana firma apposta alla colonna sonora di "Mediterraneo" di Gabriele Salvatores.
È del 1992 il capolavoro (e si deve dire!) "Gli uomini non cambiano" interpretata dalla grande (graaaaande) Mia Martini in quel Festival di Sanremo che comunque di chicche ce ne aveva anpiamente sfornate.
È di Bigazzi (oh mamma mia!) la musica di uno dei capolavori del repertorio di Francesco Guccini dal titolo "Cirano".
Adesso, grazie al solito listone di canzoni che la Wikipedia (non deve chiudere, mai sia! dà ripercorriamo un po' meglio le tappe della carriera del nostro.
È del 1969 un altro pezzo del Del Turco molto carino, sempre con le atmosfere latineggianti che andavano tanto allora, intitolato "Cosa hai messo nel caffè". È una canzoncina che racconta con semplicità e leggerezza un innamoramento, metaforizzato dalla presenza di qualcosa di strano nel caffè bevuto dalla donna amata, che darebbe un'eccitazione del tutto speciale. La cantante Lisa Hono ne ha fatto una versione sussurrata e bossanoveggiante per me da scordare.
E anche la canzone "Sole che nasce sole che muore" è nata dalla penna del Bigazzi! Ascoltare tutto ma specialmente il flauto col soffio alla Jetro Tull applicato alla melodia italiana.
Tra i brani dei Camaleonti merita sicuramente una citazione (non per la bellezza, solo per la notorietà) "Perché ti amo". Questa canzone potrebbe essere portata come esempio del fatto che anche il più bel testo può essere ridotto a pattumiera da un arrangiamento penoso e da una musica mal fatta. Per una serenata dalla semplicità quasi popolaresca si impiegano mug, wawa e altri effetti assurdi.
Come si può raccontare la tossicodipendenza con le parole che capirebbe anche un bambino di cinque anni? "Perché lo fai disperata ragazza mia, perché ti fai..." (citazione a memoria dal capolavoro-bruttura di Marco e Giancarlo Bigazzi lanciato dal Masini al Sanremo 1991. Pensate un po' a confrontare questa frase con: "E adesso ridi e ti versi un cucchiaio di mimosa nell'imbuto di un polsino slacciato" (De Andrè, "Giugno '73").
Un po' di polemica c'è forse stata, comunque un altro mito se ne è andato e io così l'ho ricordato.
Come amo fare io con i musicisti ed i parolieri lo ricorderò con un po' di aneddoti e riflessioni su alcune canzoni che ha scritto.
La prima citazione va per uno dei tanti capolavori della carriera di Massimo Ranieri (quando non faceva l'intellettuale che porta la canzone napoletana verso la world music). Il brano è "Rose rosse", pezzo coronato da un'orchestra fantastica. Bello il testo, leggera riflessione sui cambiamenti sociali del boom economico (non critica ma riflette e racconta, anche questo è importante, forse più delle canzoni a orologeria!).
Poi si può citare "Luglio," noto tormentone estivo, di quando in estate si ascoltavano canzoni che oltre ad essere da spiaggia erano anche belle e non scadevano come mozzarelle. Il brano ha una di quelle andature latineggianti che sempre (tutt'ora) connotano spesso e volentieri l'estate, sottolineate dalle marimbe e dalle trombe messicaneggianti.
Notevole è anche "Il carnevale", da Bigazzi scritta per la Caselli, che la interpretava con leggerezza senza tralasciare il pathos del testo, che esprime senza pudicizia il grido d'una persona lasciata dal proprio amante.
Altro tormentone a firma Bigazzi è la bellissima "Lisa dagli occhi blu" cantata dal grande (ma per colpa della semplicità apparente di questa canzone e della nostra superficialità) sottovalutato Mario Tessuto. Nell'interpretazione di Tessuto il brano, su un addio consumato tra i banchi di scuola, diventa un grido di dolore unico.
Meno importante per me, non per questo meno bella, è "Lady Barbara" cantata da Renato dei Profeti (quelli de "Gli occhi verdi dell'amore"). La canzone ha un'aria favolistica, si parla di un amore irraggiungibile, direi perfino un po' gotico.
Dalla collaborazione con Totò Savio (che poi sarà con Bigazzi e Pace una delle anime degli Squallor) nasce "Vent'anni", una di quelle melodie semplici ed aperte che permettono come poche di brillare al grande Massimo Ranieri, raccontando con leggerezza la storia di una vita.
Per Ranieri scrive anche "Erba di casa mia", resoconto nostalgico di esperienze giovanili. Anche questa porta con sé un ritmo lento e asciutto, bella davvero.
Non ho mai amato i fratelli Bella, ma in questo articolo li devo citare tutti e due. Bigazzi per Marcella ha scritto alcune canzoni tra cui mi va di citare la famosa "Montagne verdi", bella ballata nostalgica, che però per me non ha il fascino impareggiabile di "Sole che nasce sole che muore".
Per il fratello scrive "Non si può morire dentro", "Questo amore non si tocca", Più ci penso". Queste tre canzoni fanno di bella un ottimo musicista ma un interprete sfortunato: mamma natura non l'ha dotato di una voce minimamente affascinante.
Per i Camaleonti, insieme a Claudio Cavallaro, scrive alcune canzoni di cui conosco solo "Eternità", ottimo testo, reso pesante da certe trovate discutibili della melodia.
Non amo nemmeno Tozzi ma va detto che Bigazzi scrive per lui canzoni notevoli: non ne posso più delle due canzoni-tormentone "Ti amo" e "Gloria" ma non posso tacere la bellezza, pur nella sua apparente semplicità di "Donna amante mia", la cui tenerezza ha sempre saputo distruggere ogni mio preconcetto.
Facendo un salto di una decina d'anni ci ritroviamo il nome di Bigazzi in quella canzone, tormentone e banale quanto volete ma comunque ben fatta, che è "Si può dare di più", portata da Ruggeri, Tozzi e Morandi al Sanremo 1987 (e vinsero, meglio di chi ha vinto mediamente gli ultimi Sanremo, eccezion fatta per Vecchioni).
Gli anni Settanta sono anche gli anni degli Squallor: ve la ricordate "Trentotto luglio"? Trauma!
Credo che lì la voce da basso (bellissima ma al contempo terrificante per la sua profondità disumana) non appartenga a Bigazzi, comunque tra i componenti del gruppo c'è anche lui.
Negli anni Novanta il Bigazzi (dopo aver spalleggiato gente come Pupo...) fa un errore madornale: produce Marco Masini. Il cantante "disperato" io non lo posso sopportare: troppo triste. Le ultime? Pur di farsi perdonare la tristezza con cui ci ha ammorbato per anni adesso fa l'allegrone!
Sempre grazie a Bigazzi scopriamo il primo emulo di Masini uscito qualche anno dopo: Alessandro Canino. Vi ricordate una canzone patetica e bruttissima chiamata "Brutta"?
Per chi fosse tanto giovane da non ricordarla dirò che è la storia di una ragazzina bruttarella che viene consolata dal protagonista maschile della sua bruttezza durante una festa di compleanno nella quale le sue amiche la lasciano sola.
"E mi piaci tutta: brutta... lo vedi che non sei brutta... crescere è sempre una lotta, ma io ti aiuterò" (vado a memoria, è da un secolo che non ho la grandissima fortuna di imbattermi in questa brutteria suprema).
Grazie al Bigazzi, poi, abbiamo il piacere (si fa per dire...) di scoprire Raffaele Riefoli, a tutti noto come Raff. È del paroliere in questione il testo dell'hit dance "Self control".
Grazie al Bigazzi (santo Dio che robettina...) scopriamo nel 1991 o giù di lì Paolo Vallesi, che con la canzone "Le persone inutili" ci viene a dire che le uniche vere persone sono quelle che non andranno mai sulle pagine dei giornali o nei cortei (ma che amano ogni giorno molto più di noi". Il ritmo, in sé bello, e il testo squallido verranno ripresi dal cantautore anche ne "La forza della vita", perché ritmo che ammorba non si cambia!
Bigazzi è il colpevole per uno dei tormentoni del 1992, la canzone vincitrice della sezione "Nuove proposte" del Festival di Sanremo "Non amarmi". Ancora mi ricordo che la cantavamo a scuola e io, pur essendo una femmina quindi dovendo razionalmente fare la parte di Francesca Alotta, per l'orgoglio di vedere un non vedente come Baldi arrivato fino a lì facevo sempre le parti sue.
Negli anni Novanta, epoca del tramonto degli Squallor, bigazzi intraprende la carriera di compositore di colonne sonore da film (ma è mai possibile che tutti, soprattutto spesso musicisti senza successo compongono per cinema?). È da ricordare, nel caso di uno che non lo ha fatto per mancanza di successo, la bigaziana firma apposta alla colonna sonora di "Mediterraneo" di Gabriele Salvatores.
È del 1992 il capolavoro (e si deve dire!) "Gli uomini non cambiano" interpretata dalla grande (graaaaande) Mia Martini in quel Festival di Sanremo che comunque di chicche ce ne aveva anpiamente sfornate.
È di Bigazzi (oh mamma mia!) la musica di uno dei capolavori del repertorio di Francesco Guccini dal titolo "Cirano".
Adesso, grazie al solito listone di canzoni che la Wikipedia (non deve chiudere, mai sia! dà ripercorriamo un po' meglio le tappe della carriera del nostro.
È del 1969 un altro pezzo del Del Turco molto carino, sempre con le atmosfere latineggianti che andavano tanto allora, intitolato "Cosa hai messo nel caffè". È una canzoncina che racconta con semplicità e leggerezza un innamoramento, metaforizzato dalla presenza di qualcosa di strano nel caffè bevuto dalla donna amata, che darebbe un'eccitazione del tutto speciale. La cantante Lisa Hono ne ha fatto una versione sussurrata e bossanoveggiante per me da scordare.
E anche la canzone "Sole che nasce sole che muore" è nata dalla penna del Bigazzi! Ascoltare tutto ma specialmente il flauto col soffio alla Jetro Tull applicato alla melodia italiana.
Tra i brani dei Camaleonti merita sicuramente una citazione (non per la bellezza, solo per la notorietà) "Perché ti amo". Questa canzone potrebbe essere portata come esempio del fatto che anche il più bel testo può essere ridotto a pattumiera da un arrangiamento penoso e da una musica mal fatta. Per una serenata dalla semplicità quasi popolaresca si impiegano mug, wawa e altri effetti assurdi.
Come si può raccontare la tossicodipendenza con le parole che capirebbe anche un bambino di cinque anni? "Perché lo fai disperata ragazza mia, perché ti fai..." (citazione a memoria dal capolavoro-bruttura di Marco e Giancarlo Bigazzi lanciato dal Masini al Sanremo 1991. Pensate un po' a confrontare questa frase con: "E adesso ridi e ti versi un cucchiaio di mimosa nell'imbuto di un polsino slacciato" (De Andrè, "Giugno '73").
Un po' di polemica c'è forse stata, comunque un altro mito se ne è andato e io così l'ho ricordato.
mercoledì 18 gennaio 2012
Sui big del Sanremo venturo
Carissimi lettori, mentre sto preparando un'altra avventura virtuale sulla quale mi terrò un articolo a parte, mi va di aggiornare questa mia prima e mai dimenticata creatura virtuale. Mi va di fare un articolo (al fulmicotone...) sul Festival di Sanremo 2012, sui cantanti in gara nella sezione "big".
Grazie al bellissimo sito www.popon.it diretto dalla giornalista Paola De Simone ci possiamo sfogare sulla lista malefica: quest'anno non mi aspetto il Vecchioni di turno.
La prima artista è anche brava, una delle poche voci valide sfornate in questi ultimi anni, dal colore caldo e dalla timbrica potente, mi riferisco a Nina Zilli (vi ricordate la bellissima "L'uomo che amava le donne" o "Centomila" colonna sonora di un film di successo? Quella è la Zilli).
Per fare il verso ai festival di sanremo di una ventina d'anni fa (che a loro volta ricopiavano da quelli di trent'anni prima) tornano gli stranieri. Con Nina Zilli nella serata dei duetti (quest'anno solo con cantanti stranieri) la cantante romana duetterà con la voce dei Morcheeba in un brano intitolato "Never never". Staremo a vedere, qui in fondo il tono polemico è assente.
Ma ecco "lu focu" s'accende. Il cantante in sé non è male, anche perché ci si riferisce a Samuele Bersani, la canzone ("Un pallone") non può essere giudicata perché sconosciuta, ma il problema è che il cantautore (dato il suo essere romagnolo ha scelto di reinterpretare "Romagna mia" in inglese (voglio che ai Grammy qualcuno tipo Eminem faccia un reppaccio dei suoi in italiano, la tortilla tiene que volverse, ¡diablo!)). L'ospite è Goran Bregovic, la cui maestria è fuori discussione, ma forse è fuori luogo. Per ascoltare qualcosa di bello di Bersani io vi consiglio di ritrovare "Replay" (brano presentato ad un Festival di una decina d'anni fa), "Giudizi universali" e, soprattutto "Il mostro", pubblicata per la prima volta nel cd "Amen di Dalla (tra un pochino ne parleremo...)
Dolcenera, la prima cantante salentina che ha sbancato prima della coppia Amoroso-Marrone, torna con la sua voce da cantante rock sussurratrice che finge di urlare ma non ce l'ha fa, con un brano dal titolo "Ci vediamo a casa". Lei a me non è mai piaciuta, non le perdono poi di aver sfruttato come nome un personaggio di Fabrizio De Andrè, è come se io mi chiamassi "Macaria" dato che amo gli Zoè... vergogna!
Duetterà con un artista che disconosco in un brano che non so capire quale è.
Dalla, Dallino, Dallotto! Qualche mese fa tu avevi sparato cazzate (adesso Bertoncelli non spara più, adesso spari tu!), avevi detto che il pop l'avevi lasciato per il troppo schematismo che vi è dentro. Solo che... Mi duetti con Pierdavide Carone da Amici, la mecca della musica pop spazzatura! Vabbè che dopo la pagliacciata con Marco Mengoni su "Questo è amore" nel brano "Meri Luis" da te mi aspetto di tutto
(Per chi non sa il nostro ha tolto alcune parti del canto originale e, sulla stessa base ha fatto cantare l'asessuato!).
Il duetto che Dalla proporrà certifica un'ossessione del bolognese: essere meridionale. Lucio Dalla, insieme ad un artista che disconosco, canterà "Anema e core". Sinceramente è veramente negato per cantare musica del Sud, basta sentire l'orribile versione de "Lu rusciu" che Dalla dette in una N.D.T. sparagnesca.
La cantante che continua il listone è Irene Fornaciari, figlia d'arte come si vede, anche se va dato merito al padre d'averle per anni sconsigliato la carriera musicale (io ho un preconcetto stupido ma ancora non lo riesco a vincere, sui figli d'arte italiani, in pratica non me ne piace uno). L'unica cosa bella è l'artista con cui duetterà, il grande Brian May dei Queen, uno dei migliori chitarristi rock senza le pretese virtuosistiche che affollano quel mondo e la musica in generale.
E a proposito di quanto dicevamo in occasione della presentazione di Dolcenera, ecco una della coppia delle salentine sopra citate: Emma! Il brano che presenta è "Non è l'inferno", mentre dovrebbe (dico "dovrebbe perché Maria Letizia Veronesi, vedova Battisti li starebbe fermando cantare "Il paradiso" insieme ad un artista che non conosco. La voce di Emma non sarebbe neanche male se non urlasse troppo.
E qui non si può che parlare bene del gruppo e (perché no) anche della cantante testè ritornata. Mi riferisco ai Matia Bazar con "Sei tu" e alla stupenda voce di Silvia Mezzanotte. Basta ascoltare canzoni come "Brivido caldo" o "Messaggio d'amore" per farsi un'idea di ciò che ci potremmo assaporare tra un pochino. Il cantante anglofono con cui duetta il gruppo genovese è bravissimo (Aljarreau), ma è troppo virtuoso, a me il virtuosismo stanca.
Noemi, forse l'unica cantante veramente convincente degli ultimi anni insieme alla già citata Zilli, torna a Sanremo con "Sono solo parole". Per quanto riguarda il duetto anche questo è a rischio stop, in quanto si omaggia battisti con una traduzione di "Amarsi un po'" (rimpiango quando erano gli stranieri a cantare in italiano, in questo modo entrambi ci arricchivamo: noi conoscevamo pezzi di altre culture che ci sarebbero rimasti sconosciuti altrimenti,, i cantanti stranieri facevano esperienze di nuove sonorità). Ora loro si impongono e noi ci schiavizziamo. Comunque l'abbinamento stavolta potrebbe essre buono, la cantante anglofona è Sara Jane Morris (già interprete della versione inglese di "Se stiamo insieme" al Sanremo 1991), le due voci hanno un bagground simile, non dovrebbero cozzare.
È proprio il caso di dire: "¡Que lástima!".. In spagnolo questa espressione significa: "Che peccato". Immaginatevi di mettere insieme un artista che non amate ma rispettate con uno che detestate. Ecco l'accoppiata successiva. Francesco Renga, per la sua temerarietà e oserei dire discrezione si è guadagnato una certa stima, torna al Festival di Sanremo con "La tua bellezza". Chi detesto è Sergio Dalma, cantante spagnolo che qualcuno ricorderà per "l'amico che hai", canzone dello spagnolo rifatta in italiano con Antonacci. In quel caso le due voci stavano bene insieme, entrambe roche, vissute, simili. Ok che i duetti spesso si fanno per contrasto, il problema sorge insolubile quando si tocca una canzoncina da niente (di Meccia e Fontana, chiamata "Il mondo"). Qui ci vuole una voce melodica, Renga ce l'ha, Dalma no!
E con tutta la "Sincerità" me la sarei risparmiata volentieri la prossima artista, come forse avrete sospettato parlo di Arisa. Intanto non mi è mai piaciuta la sua voce, non sa di niente. Poi, sinceramente, è adatta per le canzoni leggere (forse leggera potrebbe essere una definizione che le potrebbe calzare...). Ovviamente non posso parlare della canzone inedita e conosciuta solo a Morandi e Mazzi, posso però dire che il pathos che ci vuole per cantare "Che sarà" (che è il brano che costei reinterpreterà in coppia con uno dei suoi interpreti originali, il portoricano José Feliciano) è almeno per me completamente assente dalla sua voce. Forse il virtuosismo del chitarrista metterà una bella pezza!
Ed eccoci a Chiara Civello (incognita perché è caduta nello stesso errore in cui cadde la Balistreri nel 1973, se viene ufficialmente presa è uno scacco alla buona musica: le canzoni dei big devono essere inedite, questa non lo sarebbe). La cantante di questo nuovo jazz (pop jazz, acid jazz, non lo so!) duetterà con Shaggy ("bombastic " vi dice qualcosa, a me sì!). La cosa potrebbe tendere al curioso, bisognerebbe capire quale titolo italiano si nasconde sotto quello inglese citato su www.popon.it.
Andando avanti (e siamo alla fine grazie a Dio), c'è il duetto più assurdo della storia della musica italiana degli ultimi anni. Immaginatevi due persone che (almeno per me) non sono accumunate che da una cosa: l'essere nati nel Sud Italia. Di lui posso dirvi che è il capo di una casa di produzione che voleva (non so se l'ha fatto, spero sia fallito!) esportare altri cantanti neomelodici napoletani sul firmamento nazionale. Avete capito di chi parlo: ovviamente il Gigione D'Alessio (preferisco Gigione vero, almeno con lui mi faccio quattro risate! Attenzione: il "Gigione vero" è un cantante di liscio napoletano: ebbene sì!).
Cosa dirvi di lei: nata a Bagnara Calabra, sorella di una molto (mooooooolto più brava di lei, purtroppo morta a quarantasette anni. Ovviamente mi riferisco a Loredana Bertè, sorella della grande (graaaaaande) Mia Martini.
Vi immaginate D'Alessio e la Bertè insieme: per trovare di peggio giusto se penso a Pupo, il Principe e il Tenore. Duetteranno (cioè "terzetteranno!") con una tedesca a me sconosciuta.
Dopo "O Fado" (Edel, 2001), "Il silenzio e lo spirito", "Anima blues" e altre esperienze particolari e formative (non è come Dalla che prima sputa sul piatto dove ha mangiato per quarantacinque anni e dopo duetta con Pierdavide Carone) Eugenio Finardi ritorna alla canzone d'autore. Staremo aperti ad ascoltare la sua canzone nonché il suo duetto in inglese con Noa (una delle più belle voci al mondo, basta sentire "Beautyful that way" o "Es caprichoso el azar con il grande e sconosciuto in Italia Joan Manuel Serrat). Forse la cosa migliore del Festival.
L'ultimo big è un gruppo, del rock indipendente, perché è da diverso tempo che Sanremo (per mangiarsela, come ha fatto per molte altre cose negli anni) sta strizzando l'occhio alla musica alternativa. Si chiude con i Marlene Kunz che, dopo aver presentato un brano di cui non mi è rimasto il titolo, duetteranno con Patty Smith. Non nego la bravura della cantante ospite, non nego una certa compatibilità tra i due mondi, ma mi sembra una grande corsa al mito.
Avevo voglia di fare questo articolo, per dirvi che potrete contare ancora su questo blog. Buon anno musicale tra musicadautoredintorni.
Grazie al bellissimo sito www.popon.it diretto dalla giornalista Paola De Simone ci possiamo sfogare sulla lista malefica: quest'anno non mi aspetto il Vecchioni di turno.
La prima artista è anche brava, una delle poche voci valide sfornate in questi ultimi anni, dal colore caldo e dalla timbrica potente, mi riferisco a Nina Zilli (vi ricordate la bellissima "L'uomo che amava le donne" o "Centomila" colonna sonora di un film di successo? Quella è la Zilli).
Per fare il verso ai festival di sanremo di una ventina d'anni fa (che a loro volta ricopiavano da quelli di trent'anni prima) tornano gli stranieri. Con Nina Zilli nella serata dei duetti (quest'anno solo con cantanti stranieri) la cantante romana duetterà con la voce dei Morcheeba in un brano intitolato "Never never". Staremo a vedere, qui in fondo il tono polemico è assente.
Ma ecco "lu focu" s'accende. Il cantante in sé non è male, anche perché ci si riferisce a Samuele Bersani, la canzone ("Un pallone") non può essere giudicata perché sconosciuta, ma il problema è che il cantautore (dato il suo essere romagnolo ha scelto di reinterpretare "Romagna mia" in inglese (voglio che ai Grammy qualcuno tipo Eminem faccia un reppaccio dei suoi in italiano, la tortilla tiene que volverse, ¡diablo!)). L'ospite è Goran Bregovic, la cui maestria è fuori discussione, ma forse è fuori luogo. Per ascoltare qualcosa di bello di Bersani io vi consiglio di ritrovare "Replay" (brano presentato ad un Festival di una decina d'anni fa), "Giudizi universali" e, soprattutto "Il mostro", pubblicata per la prima volta nel cd "Amen di Dalla (tra un pochino ne parleremo...)
Dolcenera, la prima cantante salentina che ha sbancato prima della coppia Amoroso-Marrone, torna con la sua voce da cantante rock sussurratrice che finge di urlare ma non ce l'ha fa, con un brano dal titolo "Ci vediamo a casa". Lei a me non è mai piaciuta, non le perdono poi di aver sfruttato come nome un personaggio di Fabrizio De Andrè, è come se io mi chiamassi "Macaria" dato che amo gli Zoè... vergogna!
Duetterà con un artista che disconosco in un brano che non so capire quale è.
Dalla, Dallino, Dallotto! Qualche mese fa tu avevi sparato cazzate (adesso Bertoncelli non spara più, adesso spari tu!), avevi detto che il pop l'avevi lasciato per il troppo schematismo che vi è dentro. Solo che... Mi duetti con Pierdavide Carone da Amici, la mecca della musica pop spazzatura! Vabbè che dopo la pagliacciata con Marco Mengoni su "Questo è amore" nel brano "Meri Luis" da te mi aspetto di tutto
(Per chi non sa il nostro ha tolto alcune parti del canto originale e, sulla stessa base ha fatto cantare l'asessuato!).
Il duetto che Dalla proporrà certifica un'ossessione del bolognese: essere meridionale. Lucio Dalla, insieme ad un artista che disconosco, canterà "Anema e core". Sinceramente è veramente negato per cantare musica del Sud, basta sentire l'orribile versione de "Lu rusciu" che Dalla dette in una N.D.T. sparagnesca.
La cantante che continua il listone è Irene Fornaciari, figlia d'arte come si vede, anche se va dato merito al padre d'averle per anni sconsigliato la carriera musicale (io ho un preconcetto stupido ma ancora non lo riesco a vincere, sui figli d'arte italiani, in pratica non me ne piace uno). L'unica cosa bella è l'artista con cui duetterà, il grande Brian May dei Queen, uno dei migliori chitarristi rock senza le pretese virtuosistiche che affollano quel mondo e la musica in generale.
E a proposito di quanto dicevamo in occasione della presentazione di Dolcenera, ecco una della coppia delle salentine sopra citate: Emma! Il brano che presenta è "Non è l'inferno", mentre dovrebbe (dico "dovrebbe perché Maria Letizia Veronesi, vedova Battisti li starebbe fermando cantare "Il paradiso" insieme ad un artista che non conosco. La voce di Emma non sarebbe neanche male se non urlasse troppo.
E qui non si può che parlare bene del gruppo e (perché no) anche della cantante testè ritornata. Mi riferisco ai Matia Bazar con "Sei tu" e alla stupenda voce di Silvia Mezzanotte. Basta ascoltare canzoni come "Brivido caldo" o "Messaggio d'amore" per farsi un'idea di ciò che ci potremmo assaporare tra un pochino. Il cantante anglofono con cui duetta il gruppo genovese è bravissimo (Aljarreau), ma è troppo virtuoso, a me il virtuosismo stanca.
Noemi, forse l'unica cantante veramente convincente degli ultimi anni insieme alla già citata Zilli, torna a Sanremo con "Sono solo parole". Per quanto riguarda il duetto anche questo è a rischio stop, in quanto si omaggia battisti con una traduzione di "Amarsi un po'" (rimpiango quando erano gli stranieri a cantare in italiano, in questo modo entrambi ci arricchivamo: noi conoscevamo pezzi di altre culture che ci sarebbero rimasti sconosciuti altrimenti,, i cantanti stranieri facevano esperienze di nuove sonorità). Ora loro si impongono e noi ci schiavizziamo. Comunque l'abbinamento stavolta potrebbe essre buono, la cantante anglofona è Sara Jane Morris (già interprete della versione inglese di "Se stiamo insieme" al Sanremo 1991), le due voci hanno un bagground simile, non dovrebbero cozzare.
È proprio il caso di dire: "¡Que lástima!".. In spagnolo questa espressione significa: "Che peccato". Immaginatevi di mettere insieme un artista che non amate ma rispettate con uno che detestate. Ecco l'accoppiata successiva. Francesco Renga, per la sua temerarietà e oserei dire discrezione si è guadagnato una certa stima, torna al Festival di Sanremo con "La tua bellezza". Chi detesto è Sergio Dalma, cantante spagnolo che qualcuno ricorderà per "l'amico che hai", canzone dello spagnolo rifatta in italiano con Antonacci. In quel caso le due voci stavano bene insieme, entrambe roche, vissute, simili. Ok che i duetti spesso si fanno per contrasto, il problema sorge insolubile quando si tocca una canzoncina da niente (di Meccia e Fontana, chiamata "Il mondo"). Qui ci vuole una voce melodica, Renga ce l'ha, Dalma no!
E con tutta la "Sincerità" me la sarei risparmiata volentieri la prossima artista, come forse avrete sospettato parlo di Arisa. Intanto non mi è mai piaciuta la sua voce, non sa di niente. Poi, sinceramente, è adatta per le canzoni leggere (forse leggera potrebbe essere una definizione che le potrebbe calzare...). Ovviamente non posso parlare della canzone inedita e conosciuta solo a Morandi e Mazzi, posso però dire che il pathos che ci vuole per cantare "Che sarà" (che è il brano che costei reinterpreterà in coppia con uno dei suoi interpreti originali, il portoricano José Feliciano) è almeno per me completamente assente dalla sua voce. Forse il virtuosismo del chitarrista metterà una bella pezza!
Ed eccoci a Chiara Civello (incognita perché è caduta nello stesso errore in cui cadde la Balistreri nel 1973, se viene ufficialmente presa è uno scacco alla buona musica: le canzoni dei big devono essere inedite, questa non lo sarebbe). La cantante di questo nuovo jazz (pop jazz, acid jazz, non lo so!) duetterà con Shaggy ("bombastic " vi dice qualcosa, a me sì!). La cosa potrebbe tendere al curioso, bisognerebbe capire quale titolo italiano si nasconde sotto quello inglese citato su www.popon.it.
Andando avanti (e siamo alla fine grazie a Dio), c'è il duetto più assurdo della storia della musica italiana degli ultimi anni. Immaginatevi due persone che (almeno per me) non sono accumunate che da una cosa: l'essere nati nel Sud Italia. Di lui posso dirvi che è il capo di una casa di produzione che voleva (non so se l'ha fatto, spero sia fallito!) esportare altri cantanti neomelodici napoletani sul firmamento nazionale. Avete capito di chi parlo: ovviamente il Gigione D'Alessio (preferisco Gigione vero, almeno con lui mi faccio quattro risate! Attenzione: il "Gigione vero" è un cantante di liscio napoletano: ebbene sì!).
Cosa dirvi di lei: nata a Bagnara Calabra, sorella di una molto (mooooooolto più brava di lei, purtroppo morta a quarantasette anni. Ovviamente mi riferisco a Loredana Bertè, sorella della grande (graaaaaande) Mia Martini.
Vi immaginate D'Alessio e la Bertè insieme: per trovare di peggio giusto se penso a Pupo, il Principe e il Tenore. Duetteranno (cioè "terzetteranno!") con una tedesca a me sconosciuta.
Dopo "O Fado" (Edel, 2001), "Il silenzio e lo spirito", "Anima blues" e altre esperienze particolari e formative (non è come Dalla che prima sputa sul piatto dove ha mangiato per quarantacinque anni e dopo duetta con Pierdavide Carone) Eugenio Finardi ritorna alla canzone d'autore. Staremo aperti ad ascoltare la sua canzone nonché il suo duetto in inglese con Noa (una delle più belle voci al mondo, basta sentire "Beautyful that way" o "Es caprichoso el azar con il grande e sconosciuto in Italia Joan Manuel Serrat). Forse la cosa migliore del Festival.
L'ultimo big è un gruppo, del rock indipendente, perché è da diverso tempo che Sanremo (per mangiarsela, come ha fatto per molte altre cose negli anni) sta strizzando l'occhio alla musica alternativa. Si chiude con i Marlene Kunz che, dopo aver presentato un brano di cui non mi è rimasto il titolo, duetteranno con Patty Smith. Non nego la bravura della cantante ospite, non nego una certa compatibilità tra i due mondi, ma mi sembra una grande corsa al mito.
Avevo voglia di fare questo articolo, per dirvi che potrete contare ancora su questo blog. Buon anno musicale tra musicadautoredintorni.
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