mercoledì 28 aprile 2010

Fabrizio de Andrè: "Live a Roccella Jonica"

Carissimi lettori, avrete capito che tra le mie passioni più grandi c'è quella per Fabrizio de Andrè. Sono riuscita a trovare un bootleg del cantautore genovese registrato a Roccella Jonica, e non resisto a parlarvene.
Si inizia con una meravigliosa "Dolcenera". Questa versione, almeno secondo me, è molto migliore di quella pubblicata in "Effedia", che era caratterizzata da un tappeto esageratamente pop che non permetteva all'anima sudamericana di questo brano, sicuramente importante, di esprimersi con tutta la sua forza.
E' meraviglioso l'assolo di arpa uruguaya, strumento che da noi non è conosciuto, caratterizzato da un'allegria stupenda.
La voce di Fabrizio de Andrè è profonda, calma, tellurica e dà il giusto rilievo alla parola. Il brano, come sempre, si chiude, cosiccome si era aperto, con l'intervento delle coriste, che cantano questo bellissimo e misterioso scioglilingua in genovese che è forse la parte musicalmente più caratteristica del brano.
Proseguendo si ascolta un altro brano da "Anime salve", quella "Khoracané" che, forse come nessuna canzone, è un ritratto rispettosissimo della cultura dei rom.
L'interpretazione è limpida e perfetta, piena di quella pietà sincera e veramente cristiana così cara a De Andrè.
Il brano, così come accadeva nel cd, si chiude con la bellissima parte in romanì scritta da Fabrizio de Andrè come tangibile segno di rispetto per un popolo a cui noi, forse con superiorità spocchiosa ed inutile, non dedichiamo neanche un respiro di curiosità.
Il pubblico è caldissimo, e lo dimostra l'attacco di questa spettacolare "Don Raffaè", che, rispetto alla versione live pubbllicata poco dopo eseguita a Genova, qui riscopre il calore della versione su cd, senza la sguaiataggine un po' stereotipa usata da De Andrè anche se senza scopi d'offesa.
In questa versione, veramente perfetta, si riscopre una gioia piedigrottesca veramente meravigliosa. La gente, come è giusto che sia, apprezza.
Andando avanti si arriva ad "Anime salve", una ballata impervia condita con quelle suggestioni jazz di cui Ivano Fossati avrebbe voluto riempire questo cd, mentre poi, per fortuna, cedette alla voglia di Fabrizio de Andrè di restare fedele alla musica della sua gente, quella che cantava e canterà sempre musiche semplici e tradizionali.
Nel brano si è già avuto un primo lunghissimo intervento di Cristiano de Andrè, che dal vivo cantava le parti che in disco erano affidate al collega di De Andrè in questa avventura, ossia ad Ivano Fossati. Forse il dialogo tra le due voci, data la loro forte somiglianza timbrica, è meno interessante di quanto non avvenga nel disco, ma la lunghea zza estesa di questa melodia fa sì che questo brano sia uno dei più belli sul piano musicale di tutto il repertorio di De Andrè.
Fabrizio de Andrè ha compiuto un excursus veramente notevole tra i vari tipi di solitudine, tema su cui aveva imperniato il bellissimo "Anime salve", dedicato a quelle anime incontaminate dalla nostra superficialità ed arroganza ("questo è quello che penso io,quindi si può benissimo non essere d'accordo"). Il brano con cui si torna a cantare è la bellissima milonga intitolata "Princesa". Il brano è una descrizione di un personaggio "transessuale" e della sua vita dura e difficile, fatta con una tenerezza che fadi De Andrè il miglior poeta che noi italiani abbiamo mai avuto soprattutto sulle tematiche d'emarginazione. Il finale in portoghese brasiliano, che fu il mio primissimo contatto con questa lingua che ora per me è così importante, è ben staccato dal resto ma, nel contempo, dimostra con esso una grandissima coerenza (imparate contaminatori da strapazzo!).
Andando avanti si inizia a rispolverare vecchio repertorio del cantautore genovese, cominciando da questa "Amico fragile". Il brano, pur mantenendo l'impianto fortemente "progressivo" datogli dalla P.F.M nel "Volume VIII", disco dove è presente la prima versione, acquista un'intimità ed una serenità superiore. Gli assoli di chitarra elettrica, pur nel loro vortice, hanno un'aura più classica, anche grazie al fatto che come accompagnamento vi sono prevalentemente strumenti acustici. Ci sono delle curiosissime percussioni latine, che addolciscono l'atmosfera di questo brano che altrimenti è molto allucinata.
La voce di Fabrizio de Andrè è profonda, calma e serena, senza più il bisogno di cantare "come un rockettaro", tendenza che si riscontra nella versione live con la P.F.M. Interessantissimo è il lunghissimo dialogo, che porta il brano verso la fine, tra il sassofono coltraniano di Giancarlo Parisi, la chitarra rock di Giorgio Cordini e il pianoforte delirante di Mark Harris.
Tornando ad "Anime salve", si canta questo canto moderno al pescare, nel mare della vita, composto come una filastrocca popolare. Il brano, intitolato "Le acciughe fanno il pallone", ha una semplicità meravigliosa che, però, nasconde difficoltà molto difficilmente superabili. Ho sempre amato molto questo brano, più dal punto di vista musicale che da quello testuale, soprattutto per i bellissimi assoli di flauto traverso, meraviglioso dialogo tra l'antichità del fiato tellurico e le leggiadre venature "progressive" sicuro apporto fossatiano alla struttura di questa ballata.
Continuando si arriva a "Disamistade", uno dei brani di Fabrizio de Andrè dedicato alla Sardegna, questa terra che ha saputo dargli, forse come nessuna, quel rifugio nella semplicità che forse è stato il suo unico grande anelito. La versione è veramente meravigliosa, senza smagliature. Le parole arrivano come un'eco dolce e perentoria al contempo. Questo brano, secondo me, è una delle più grandi dimostrazioni di come si possa fare canzoni veramente politiche (quindi dure) rimanendo dolci e poetici. E' curiosissimo, dal punto di vista musicale, l'uso del birimbau brasiliano, che suona in maniera tradizionale ma in tutt'altro contesto. La ballata è prevalentemente impostata su un "la minore" ripetuto ed arpeggiato. Quando si sblocca arrivano un "sol maggiore" ed un "fa" che ricordano il flamenco.
Dopo un altro lunghissimo discorso che dimostra come per De Andrè la musica non era uno spasso ma molto di più, il cantautore ci mostra un esempio di quel "concept album", per molti aspetti insuperato tutt'ora, intitolato "La buona novella".
Si ascolta una stupenda versione dell'"Infanzia di Maria", brano dove, con una forza che solo i "Vangeli Apocrifi" possono dare, si denuncia come si sia fatta, già allora, "lotteria" del corpo d'una donna. Il personaggio di Maria, in questa particolare situazione, ha sembianze del tutto simili a certi emarginati che De Andrè cantava in quegli stessi anni, ricorda specialmente "bocca di rosa". Meraviglioso è il finale barocco, seppure eseguito da un clavicembalo sintetico.
Si continua, facendo un salto di circa quindici anni, con una "Creuza de ma" bellissima. L'interpretazione è veramente cantautorale, l'etnico è rivissuto e respira sotto altra forma (ancora: imparate contaminatori da strapazzo!).
Questa lingua non riesce mai a decidersi fra la dolcezza silenziosa e la durezza scorbutica, questo genovese è pura magia sulla bocca di De Andrè.
Il brano, come sempre, si sta chiudendo con il suo inconfondibile finale a vocalizzi.
Continuando a cantare in genovese si arriva a questa "Megu megùn" tratta da "Le nuvole". Sinceramente è uno dei brani che amo di meno del repertorio dialettale di De Andrè e, forse, anche di tutta la sua produzione. Non riesco a sopportare il fatto che sia costruita suun accordo solo (tipo certe pizziche degli Officina Zoè per capirci, che altrettanto non ho mai amato!). E' interessantissimo invece l'uso del genovese quasi ridotto a suono, con tecniche riprese da civiltà extraeuropee.
Tornando a "Creuza de ma", si riprende uno dei gioielli assoluti della produzione deandreiana, quella "Sidùn" dedicata senza pudore ma con molta poesia, ad un genitore che perde il figlio sotto i carri armati israeliani in Libano. Qui il genovese è dolcissimo, ma la dolcezza è tradotta da un uso duro di certe consonanti (siamo ossimorici, la vita è un ossimoro!). Il finale, soprattutto la parte dove si utilizza il vocalizzo polifonico, forse è la parte più deludente perché non arrivano alle orecchie voci convincenti e, soprattutto, non si sente bene il basso profondo (che non si sa neanche se c'è!). Divagando vorrei ricordarvi la bellissima versione in salentino di Sidùn da parte di ninfa giannuzzi.
Direttamente da "Rimini" arriva questa meravigliosa "Avventura a Durango", che erano circa vent'anni che non se ne sentiva una versione dal vivo. Anche qui, questa maggiore coscienza in campo tradizionale acquisita da De Andrè attraverso la collaborazione con Pagani, fa sì che si arrivi ad una rielaborazione sicuramente meno dylaniana ma molto più personale ed italiana. E' interessante, nella tecnica di mandolino, la convivenza tra tremoli italiani ed accordi più ricollegabili al country americano, universo a cui questo brano fa invariabilmente riferimento. Rispetto a "Rimini" è assente l'interessantissima scaletta di violino con due note di "bordone", tutta eseguita sulla terza corda.
Subito dopo si arriva ad una bellissima versione di "Ho visto Nina volare", meravigliosa ballata contenuta in "Anime salve". L'atmosfera ampia ed estesa permette a De Andrè di alternare frasi quasi mangiate ad altre dove la voce acquista un respiro ampio e profondo, quasi di vento lontano.
Si continua con una meravigliosa versione di "Bocca di rosa" dove, finalmente, dico io, la chitarra ha la serenità per lasciarsi andare in una semplicissima ma insostituibile terzina napoletana, ossia con l'accordo spezzato in due tronconi simmetrici ed uguali. Si sente, come in tutto questo concerto, un Fabrizio de Andrè euforico, la cui allegria contagia sempre il pubblico.
Da "Fabrizio de Andrè", album spesso chiamato "L'indiano", arriva "Fiume Sand creek". E' un brano con un ritmo pieno di una primitività profonda, la stessa che si respira nel "finger piking" che accompagna il brano. Tutte le percussioni vietano di distrarsi dall'impetuosa e dolcissima denuncia che De Andrè fa dello sterminio degli indiani d'America e di tutte le minoranze.
Andando avanti, dopo la presentazione dei musicisti e di alcune persone che hanno collaborato dietro le quinte a questo meraviglioso concerto, quando si riprende a cantare si esegue "Geordie", una bellissima ballata che De Andrè ha tradotto dall'inglese. La versione che il cantautore presentava nei suoi ultimi concerti, ritmicamente molto più fedele ad uno spirito di ballata anglosassone rispetto a quella pubblicata negli anni Sessanta, è cantata insieme alla figlia Luvi.
Subito dopo, tornando ad "Anime salve", si esegue questo grido in difesa delle minoranze intitolato "Smisurata preghiera". Secondo affermazioni di Ivano Fossati, curatore della musica, questo brano è un esperimento tra la poesia rabbiosa e dolce di De Andrè e le sue sugestioni musicali che, soprattutto negli anni Novanta, andavano spesso verso il jazz contemporaneo. La versione presentata è veramente meravigliosa e, così come si era detto per "Fiume sand creek", sono le percussioni gli strumenti incaricati di non farci distrarre dal messaggio ossessionante che dà il testo, di cui ci dovremmo ricordare ad ogni nostro minimo respiro: rispetto, rispetto, rispetto!
Si riprende, siamo già ai bis, con "Jamin-a" che, con i fiati di Giancarlo Parisi, è veramente fantastica. Anche qui ritroviamo questo concetto-chiave della musicalità dell'ultimo De Andrè, ossia le percussioni come chiave del brano. La sensualità della protagonista, che si intuisce dall'uso quasi onomatopeico delle consonanti del genovese, viene tradotta da questa famiglia di strumenti che, con la loro presenza, sfidano la batteria a scomparire e farsi qualcosa di "altro" da sé (per fortuna!).
E dopo un fiume di richieste, finalmente De Andrè si decide a fare "Il pescatore". Si esegue, come sempre purtroppo, una versione molto simile a quella con la P.F.M., forse per la sua maggiore compatibilità con un contesto spettacolare e, perché no, di festa. Se volete sapere come la penso io, però, per quanto riguarda questo brano preferisco assolutamente la versione risalente agli inizi degli anni Settanta ed incisa su 45 giri con organico ridotto a sole chitarre.
Continuando si ascolta una scoppiettante Volta la carta" che viene accolta da un pubblico in delirio.
Il concerto si chiude con un'altra sorpresa, ripresa da "Rimini" arriva "Zirighiltaggia". E' una ballata country in sardo gallurese, litigio tra due pastori. Qui Cristiano De Andrè dà un saggio di violino veramente notevole: grande!
E' veramente un concerto unico, tra i migliori di quanti io abbia potuti sentire di De Andrè, peccato che non sia mai stato reso pubblico.
Spero di aver destato curiosità in qualcuno e, perché no, ravvivato ricordi in qualcun altro: viva De Andrè!

2 commenti:

  1. Sai per caso a quando risale questo concerto?

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  2. 13 agosto 1998,è l'ultimo concerto

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