domenica 8 novembre 2009

Commento alla puntata dell'8 novembre di Canzonenapoletana@rai.it".

Carissimi lettori, dopo tre settimane di digiuno, ecco il commento alla seconda puntata del ciclo dedicato a Pasquale Cinquegrana di "Canzonenapoletana@rai.it".
La puntata, così come la precedente, inizia con una bellissima interpretazione di Tommaso Maione (scusate l'errore di grafia nel commento precedente). Il testo del brano è pieno di quella "tristezza tiepida" così tipica del vero napoletano, tradotta perfettamente dalla musica che è piena di riferimenti barocchi e popolari, così tipici del primo Di Capua, musicista che insieme a Cinquegrana scrisse questo sconosciuto gioiellino intitolato "'A luntananza".
Ed eccoci alla prima "macchietta" di questa puntata, che d'altronde le sarà quasi monograficamente dedicata. Il brano, però, non è assolutamente compatibile con l'idea che oggi si ha della "macchietta". Il brano, infatti, è fortemente politico e, addirittura, sulle tavole del café-chantant si fanno i nomi di Giolitti, all'epoca ministro dell'economia e Crispi primo ministro.
E dopo "'O 'mbriaco", si arriva a "Furturella", una delle più famose canzoni del repertorio cinquegraniano, scritta insieme a Salvatore Gambardella, un mandolinista autodidatta, che di mestiere faceva il fabbro, ed ha scritto alcuni tra i più grandi classici della canzone napoletana.
La versione che stiamo ascoltando è interpretata da un posteggiatore che possiede una potentissima voce tenorile e, forse con troppa tragicità, dice i versi che forse sono più sfiziosi che tragici.
E, come si era visto per Gill, quando si parla di "macchietta" non si può prescindere da Roberto Murolo. Infatti, con grandissimo piacere, stiamo ascoltando "Don Saverio" scritta nel 1895, che utilizza il tema del tradimento amoroso non compreso o permesso con complicità. La musica, lenta, maliziosa, veramente fa capire, anche a chi non sa il napoletano, il clima che Cinquegrana ha voluto dipingere.
Ed eccoci alla prima incisione d'epoca (o quasi) della puntata. Siamo con una delle canzoni più note del maestro elementare napoletano, intitolata "'Ndringhete 'ndrà". E' interpretata da Francesco Daddi che, finalmente, dato che l'incisione è passabile, si può apprezzare in tutta la sua tenorilità che, forse, non permette di capire lo "sfizio" di questa canzone. Da ascoltare, secondo me, è la versione di Bruno Venturini.
Un altro imprescindibile interprete della "macchietta" e di tutta la "canzone teatrale" napoletana, è il grandissimo Nino Taranto, da cui abbiamo ascoltato "Serenata profumata", bellissima canzone, quasi in italiano.
La puntata si conclude con "'O rusecatore" che viene interpretata da Nicola Maldacea, un interprete che aveva dei problemi di balbuzie che gli sparivano nell'atto di cantare o recitare.
La musica viene eseguita da un pianoforte, come se fosse una musica da cinema muto.
Spero di aver reso le atmosfere di questa puntata, forse particolarmente difficili da dipingere a parole, ma ricordatevi che, per ascoltare queste trasmissioni potete andare su ben due siti legati alla rai: www.international.rai.it/notturnoitaliano (dove cliccate sull'icona "canzone napoletana"), o su www.canzonenapoletana.rai.it, dove, dal lunedì successivo alla messa in onda della puntata, c'è il podcast che vi resta per una settimana intera.
Buon divertimento e buon ascolto!

giovedì 5 novembre 2009

Cos'è "tradizione"

Carissimi lettori, voglio scrivere dopo tanto forse troppo tempo. L'argomento è un po' duro, un po' complicato ed è stato già affrontato in questa sede, ma, dopo uno dei commenti apparso su www.pizzicata.it al cd "Alla banca", disco prodotto dall'Associazione Cesta dedicato alla musica tradizionale brindisina, nello specifico di San Vito dei Normanni, mi va di ripetere e precisare la mia posizione.
Nel commento in questione, signori miei, con molta caparbietà, si dice che i brani tradizionali sono quelli antichi e, ogni forma di nuova composizione, anche se magari rispettosa delle prassi esecutive e del contesto tradizionale, si deve considerare musica "tradizionale moderna" (parole testuali!).
Io, forse perché storicamente e irrimediabilmente contaminata da generi di musica molto meno tradizionali e forse per questo più "sereni" nella loro evoluzione, non la penso assolutamente così.
Io, piuttosto, il problema lo porrei da un punto di vista freddamente musicale e tecnico, anche perché non piango sul fatto che i contadini in molti casi abbiano smesso di spezzarsi la schiena nei campi, e la musica popolare salentina è diventata, da ormai quarantasette anni, nondimentichiamocelo, musica con cui si fa spettacolo. (D'altronde anche i nostri maestri, specialmente Luigi Stifani, quando andava a suonare in Rai per Diego Carpitella non stava facendo spettacolo, dato che suonava in un contesto che non era quello tradizionale d'esecuzione delle sue "pizziche tarantate"?).
Io direi che tutto ciò che rispetta le prassi armoniche e ritmiche di una determinata tradizione, può essere chiamato musica tradizionale, o può anche solo aspirare a diventarlo. Io poi sono la prima a fare una netta distinzione tra musica "tradizionale", quella suonata in acustico e senza fini "spettacolari", e quella "popolare", suonata con strumenti acustici, amplificati, anche per fini diversi dal puro piacere di suonare.
Il cd di Fernando Giannini, grande ricercatore e musicista di San Vito che vive e lavora nella nostra città, (Perugia), per la distinzione di cui sopra è assolutamente musica "tradizionale", perché è suonato in acustico, in rigorosa presa diretta ed i brani, addirittura, sono quasi completamente (o completamente) improvvisati nella loro maggior parte.
Poi, siccome Giannini ha voluto rappresentare una tradizione viva, le cui prassi armoniche sono vissute come proprie dalla comunità di suonatori, certamente molto ristretta e specifica, sono nati con naturalezza i brani d'autore che, spesso e volentieri, non sono che varianti di un unico grande troncone tradizionale (si vedano le pizziche che, invariabilmente, contengono pezzettini riconoscibilissimi della bellissima e purtroppo da troppi maltrattata "Pizzica originaria" che, forse simbolicamente, chiude il cd).
Per quanto riguarda poi specifiche mie opinioni, dico di più: laddove il "cantore" che ci ha "portato" il brano è identificato, noi suonatori, invece di essere disonesti e ladroni, dovremmo dire da chi si è imparato, non annullando persone con una loro vita e creatività in questo grandissimo fiume neutro e neutrale della tradizione. Ad esempio, l'ho già scritto ma qui cade a fagiolo, quando io presentavo la "Pizzica tarantata", nei miei concerti dicevo sempre che era stata resa celebre da Luigi Stifani. Quindi si vede che io non santifico la tradizione, ma tantomeno la voglio morta, e ancor meno voglio che si facciano distinzioni puramente teoriche e non basate su caratteristiche concrete dei brani tra "Musica tradizionale moderna" e "musica tradizionale antica". Infatti ciò che per noi è "tradizionale" ed "antico" è stato "moderno" per una generazione precedente, che a sua volta lo aveva creato da un troncone che percepiva come radice, magari senza accorgersene (fortunatamente).
Limitandomi ad esempi leccesi, voglio ora far capire concretamente ciò che intendo, citando dei titoli di "Canzoni tradizionali moderne", insieme a titoli di "canzoni tradizionali antiche" scritte modernamente.
Infatti, e questa è veramente l'ultima considerazione prima dell'elenchino, alcuni dei generi a cui ho accennato prima, ad esempio, ,pur non avendo "tradizione" intesa all'italiana, definiscono "tradizionale" certo loro repertorio (penso soprattutto al Fado portoghese), e comunque trovano naturale comporre brani nuovi su matrici tradizionali, e non per questo smettono di considerarsi, o meglio i loro cultori smettono di considerarli, "tradizionali" (penso a molta musica sudamericana, africana, spagnola, francese eccetera).
Eccoci alle citazioni:
- "A mammata" (testo e musica di Cinzia Marzo, tratta da "Maledetti guai"). Questo è un brano di "musica tradizionale moderna", anzi addirittura per questa canzone dovremmo inventare un'altra ulteriore categoria che potrebbe essere "musica d'autore tradizionale", perché non si rispettano per tre quarti del brano le prassi armoniche di nessuna variante di pizzica presistente, se eccettuiamo "Sale", altro brano dell'"Officina" che metteva su un giro armonico moderno testi tradizionali, cosa che trovo molto più ingiusta piuttosto che comporre brani nuovi nel solco della tradizione e chiamarli musica tradizionale, e si canta in un italiano "standard", voglio dire senza la minima sbavatura a livello di costruzione di frase, dando così spazio ad un'altra forma di "innaturalezza" o quantomeno di uscita dalla tradizione che si è sempre espressa in dialetto, in un dialetto che poi, ed è meglio riconoscerlo, si sta dimostrando da ormai diversi anni in grado di vincere le sfide della modernità, si vedano i Sud Soud System (che a me non piacciono).
- "Mazzate pesanti" (Testo e musica di Roberto Raheli, tratta dal cd "Mazzate pesanti"). Esempio di "Musica tradizionale antica" perché, pur essendo completamente d'autore, rispetta le prassi esecutive, compositive e linguistiche della tradizione.
- "Ijentu" (Testo e musica di Cinzia Marzo, tratta da "Sangue vivo"). Esempio di "musica tradizionale antica" perché è composta su una variante di pizzica molto precisa, che è la pizzica con cui spesso si tira di scherma, oltretutto con un testo ed una maniera di cantare che richiamano una musica salentina storica che, spesso in silenzio, sta morendo e tutti stanno contribuendo a far morire, per far nascere a tavolino qualche cosa di "altro", con cui noi, ormai senza creatività, vogliamo derubare della propria chi l'aveva.
Spero di avervi fatto capire ciò che mi stava a cuore dirvi, comunque spero che si smetta di deplorare od essere contrari spesso stupidamente a dinamiche che sono inevitabili e non sono nemmeno del tutto negative o assenti da questa tanto falsamente amata "tradizione", ed auspico che laddove una tradizione è davvero "viva" non se ne voglia fare un oggetto da museo.

domenica 18 ottobre 2009

Commento alla puntata del 17 ottobre di "Canzonenapoletana@rai.it".

Carissimi lettori, ecco qui il commento ad una puntata, la prima, di un ciclo di "Canzonenapoletana@rai.it", dedicato a Pasquale Cinquegrana.
Si inizia con un brano, intitolato "Margaretella", risalente al 1887, interpretato, fortunatamente con un audio buonissimo, da Tommaso Maglione, da annoverare tra i cantanti chitarristi, tra cui Romano Zanotti, Mario maglione, Antonio Siano, che spesso amano ripescare gioielli d'epoca.
Il brano, tra i primi composti da Cinquegrana su musica di Di Capua, autore di "O sole mio", è già caratterizzato da quella ludicità che vedremo essere una delle caratteristiche di questo grande, anche se dilettante, poeta dialettale, tra i padri della canzone classica napoletana.
La melodia è fortemente legata ad un certo ambiente tardo-romantico napoletano, che amava spessissimo giocare con influenze colte e popolari.
Ed ecco qua una delle tante canzoni dedicate a maggio, questo mese che a Napoli ha sempre avuto una speciale atmosfera, allegra e devota ad un tempo.
Il brano è, ancora una volta composto dalla coppia Cinquegrana-Di Capua, una canzoncina d'amore sfiziosissima, con influenze barocche.
Iniziamo con le incisioni d'epoca, con un brano intitolato "Montevergine", dedicato ad uno dei santuari più importanti della devozione popolare napoletana.
Il testo è difficilmente intellegibile, ma vi si riconoscono echi di tammurriate e strofe popolari. Il pezzo è inciso con il tipico duetto di strumenti napoletani, la chitarra ed il mandolino. E' interpretato da un tenore, o baritenore, voce che attualmente è estinta, molto efficace. (Scusate se non lo cito, ma la trasmissione è saltata e non si è sentito il nome dell'interprete).
Molti autori napoletani si sono dilettati a fare canti patriottici, ma, ovviamente, il patriottismo napoletano è "sollazzevole", giocoso, ironico, anche se non sempre irrispettoso (luogo comune da sfatare!).
Il brano, intitolato "E bersagliere", è una marcetta molto bella, che stiamo sentendo in una incisione d'epoca abbastanza buona. Io, però, vi consiglio caldamente di sentire la versione di Nunzia Marra, unica cantante che, almeno secondo le mie informazioni, ha riproposto questo canto. Questa canzone, tra l'altro, o meglio una sua parodia, fu la causa, non so se la principale, del fatto che Cinquegrana smettesse di insegnare.
Stiamo sentendo una canzone che prelude al genere di cui Cinquegrana diventerà uno dei più grandi esponenti, la "macchietta napoletana". Il brano si chiama "'O sentimento" ed è un duetto. Non vi posso dire di più perché l'incisione, anche questa d'epoca, è molto rovinata quindi non si capisce né il testo né la struttura musicale.
Ecco l'ultimo brano della puntata, quella "Margarita de Parete" scritta nel 1891 da Cinquegrana e Fassone, autore tra l'altro di "A tazza 'e cafè", stupenda tarantella che tutt'ora si canta.
Il brano di Cinquegrana, invece, è una marcetta sfiziosa, che d'altronde permette alla libertà espressiva del poeta di esprimersi e tradursi benissimo.
L'interpretazione è di Gennaro Pasquariello, il più grande interprete di canzone napoletana tra i due secoli.
Spero che vi piaccia questo ciclo, io mi sto divertendo un mondo a commentarlo!

giovedì 15 ottobre 2009

Intervista a Paquito del bosco (Direttore artistico dell'Archivio Sonoro della Canzone Napoletana)

Carissimi lettori, aggiorno il mio blog con particolarissimo piacere, tramite un'intervista a Paquito del Bosco, direttore artistico dell'Archivio sonoro della Canzone Napoletana.
Per approfondire la conoscienza di questo grande "trovatore" di materiali d'epoca, si può anche andare sul sito www.canzonenapoletana.rai.it, casa virtuale di questo juke-box partenopeo, che si può consultare, ascoltando anche i materiali in esso contenuti, sia nella sede rai di napoli, che alla Discoteca di Stato di Roma.
D: Nel documentario che Rai Educational ha curato sulla sua storia, si raccontano i suoi inizi come collezionista. Prima di iniziare a collezionare dischi e materiale d'epoca: cos'era la musica per lei?
R: Non ho un concetto preciso di cosa fosse la musica per me in quel periodo. Come tutti i miei coetanei ne ascoltavo tanta, sia classica che leggera.
Io, come tutti i ragazzi siciliani di buona famiglia, avevo iniziato a studiare pianoforte, ma con scarsissimi esiti, perché non era uno dei miei interessi principali, e la musica non era una delle mie prospettive immediate: dovevo fare l'ingegnere.
Oltre alla musica, ad esempio, mi piaceva molto viaggiare o andare al cinema.
Tutto è cambiato quando, in un mercatino, incontrai un vecchio giradischi d'epoca con una manciata di dischi antichi, da cui sono rimasto folgorato.
D: Nella sua famiglia che musica circolava quando lei era molto piccolo?
Mia nonna era un'insegnante di piano, ed è l'unica persona che si sia occupata di musica. Mio padre era ingegnere e preside in una scuola, ed io, che venivo chiamato "l'ingegnerino", ero destinato a fare quel mestiere. Non ho avuto precedenti musicali in famiglia.
D: Mi parli dei suoi inizi come collezionista.
R: Come ho detto è stato un incontro casuale ma, quel repertorio, a forza di sentirlo, ha finito per folgorarmi.
Iniziai ben presto a contestualizzare quei materiali musicali, ritratto di un'epoca lontana, con documenti storici riguardanti tutti gli argomenti e di tutti i tipi. Questo durò fino a quando decisi di creare la collana "Fonografo italiano" (Fonit Cetra n.d.r), che comprende materiale dagli inizi dell'incisione discografica alla fine della Seconda guerra mondiale.
D: Mi racconti la nascita della collana e come ebbe la possibilità di farla pubblicare dalla Fonit Cetra.
R: Dopo aver collezionato tutto quel materiale, mi venne in mente che l'avrei potuto condividere con altre persone. Il fatto era che i discografici erano interessati a pubblicare uno o due dischi 33 giri, ma io per otto anni avevo inseguito una casa discografica che mi facesse fare una pubblicazione generale di cinquanta lp, perché alcune antologie generiche erano già state sfornate. Oltretutto mi sembrava anche di fare un torto a cantanti e canzoni che, se sparite, non sarebbero mai stati conosciuti. Tra i fenomeni di marginale interesse per questo repertorio, va ricordato il caso di Monica Vitti che impazzì per il repertorio di Ria Rosa (interprete della canzone napoletana anni '20-'30 n.d.r.), pensando di dedicarle anche un lp.
La casa discografica che credette nel progetto, che secondo alcuni è stato di proporzioni esagerate, fu la Fonit Cetra. Devo qui ricordare un amico, che non è stato mai citato, Sergio Bardotti, il quale portò la proposta alla casa editrice che la approvò. Il problema fu che, quasi subito, Bardotti fu mandato via dalla casa discografica e gli subentrò Ugo Gregoretti, che si prese il merito di aver concepito "Fonografo italiano", non dandomi nessuna rilevanza.
D: Come nasce in lei la passione per la canzone napoletana?
R: Ai tempi di "Fonografo italiano" io dovetti sacrificare molta canzone napoletana, quindi io la sto scoprendo adesso, perché, in questo archivio virtuale, noi possiamo immettere di tutto senza scelte obbligate.
Mi dispiace moltissimo che, ai tempi del "miracolo economico", si siano buttate tonnellate di vecchi dischi senza che nessuno lo sapesse.
D: Lei possiede degli apparecchi di riproduzione di dischi d'epoca?
R: Sì ma ne ho pochissimi, comperati occasionalmente a prezzi stracciati. A me interessa la storicità ritrovata nei materiali "minori". Infatti possiedo anche molti opuscoli e molte pubblicità d'epoca.
D: E la sua attività di archivista?
R: Io inizialmente volevo fare del cinema, ed iniziai a collaborare con una rivista intitolata "Cinema e film" diretta da Pier Paolo Pasolini, per la quale, oltre ad essere il segretario di redazione, scrivevo alcune recensioni. Dopo il sservizio militare iniziai a collaborare con la televisione, facendo il regista, ma ogni volta si scopriva questa mia passione per i materiali del passato. Ho curato, una trentina di anni fa, una serie intitolata "Come eravamo", dove, attraverso le testimonianze di coloro che avevano vissuto fatti storici importanti e materiali sonori d'epoca, si raccontava la storia d'Italia. Ho anche curato alcune serie per l'Istituto Luce, e, in generale ho girato tutti gli archivi nazionali, incluso quello diaristico, da cui ho tratto spunto, insieme a miei collaboratori, per una serie di documenti usciti in edicola.
Come arriva all'Archivio Sonoro della Canzone Napoletana?
R: L'Archivio Sonoro della Canzone Napoletana è stato creato dalla Rai per due motivi: innanzitutto per dare una prospettiva ai numerosi tecnici del centro rai del capoluogo campano, da cui in quegli anni si era iniziato a trasmettere solo i notiziari regionali. La seconda ragione è anche quella di far avverare un antico sogno napoletano, quello che da circa un secolo auspicava una seria conservazione della canzone cittadina. Io fui invitato da Antonio Bottiglieri che, quando fu stipulato il patto fra la Rai e le amministrazioni locali per la nascita dell'archivio, ricordandosi della mia passione per il materiale storico, mi fece questo regalo.
D: Come reperite i materiali dell'Archivio Sonoro della Canzone napoletana?
R: Inizialmente abbiamo deciso di riunire tutto il materiale sparso per le varie sedi Rai, evitando così che fosse buttato via, cosa che avveniva fino a poco tempo fa. Subito dopo ci siamo dotati di una cerchia di collaboratori esterni che, cosiccome tutti noi, apporta sempre materiale nuovo all'archivio, dove ormai non viene immesso solo materiale audio. Attualmente, con il numero di donazioni fisso di duecento brani napoletani all'anno a testa, si è arrivati ai quarantunmila titoli. Io, anche se ormai sono in età abbastanza avanzata, spero di vedere il traguardo dei centomila.
Attualmente è molto più facile reperire materiale sulla canzone napoletana all'estero piuttosto che in Italia, perché la melodia partenopea viene considerata un semplice prodotto regionale, mentre si ignora che essa sia stata ciò che di meglio l'Italia abbia saputo dare musicalmente da molto tempo. Va poi ricordato che molti autori italiani, specialmente anni '20-'30, erano d'origine napoletana o nascevano artisticamente a Napoli.

domenica 11 ottobre 2009

Commento alla puntata del 10 ottobre 2009 di Canzonenapoletana@rai.it".

Carissimi lettori, ecco qui il commento all'ultima puntata dedicata ad Armando Gill.
Ed eccoci ad un brano, che ascoltiamo in incisione anni '20, intitolato "E allora".
Il brano è interpretato da uno dei più grandi macchiettisti di quel periodo, il cantante Roberto Ciaramella. La voce è tenorile, ma non lirica, comunque potente. Il brano è prevalentemente recitato, permettendo forse di carpire meglio lo spirito macchiettistico, ma io vi consiglio di sentire, se volete ascoltarlo con buon audio, le versioni di Roberto Murolo o di Egisto Sarnelli, altro chitarrista dalla voce un po' sporca ma bellissima.
Ed ecco una "Dorce sirinata" interpretata da Nino Taranto. La voce del cantante è come presa da qualche problema, ma questo è il canto "macchiettistico napoletano".
Eccoci a "Palomma", interpretata con molta sobrietà, sempre negli anni '20, come "E allora", da Raffaele Balsamo. La canzone è bellissima ed è, come ha detto Paquito del Bosco, la più malinconica della produzione di Gill, ma la malinconia è nascosta, e bisogna capire il dialetto per reperirla. Insuperabile, almeno per me, è la versione di Sergio Bruni, buona è anche quella di Mario maglione.
Va detto, però, che l'ultima produzione di Armando Gill, è entrata nella storia con la parte più leggera.
Ed ecco, sempre interpretata da Nino Taranto, "Attenti alle donne". La versione di Taranto è bellissima, perché, questo manuale su come vanno trattate le donne, condito ovviamente da un bel po' di maschilismo, sembra vicinissimo. Ottima è, secondo me, l'interpretazione di Vittorio marsiglia, ultimo grande interprete della "macchietta"" napoletana.
Ed ecco Roberto Ciaramella, grande attore e, forse, anche un po' trasformista, che interpreta "La donna al volante". La versione è bellissima perché, anche qui, si riesce a capire l'atmosfera di favoletta, con tanto di morale. Voglio consigliarvi di sentire, anche se forse è un po' troppo cantata, quella di Roberto Murolo.
Ed ecco Vittorio marsiglia che, dal suo "Macchiette e canzoni", cd che vi consiglio caldamente, canta"Tramway n.3". La voce di Marsiglia è meravigliosa, unica per interpretare le macchiette che, nonostante quello che faceva Murolo, non vanno molto cantate.
Ed eccoci a Roberto Murolo, che ci interpreta "Villeggiatura a Capri". Il brano risale a quel bellissimo doppio "Come rideva Napoli", che ora è completamente irreperibile. Questo cofanetto, ristampato una decina di anni fa in cd singoli e senza libretto, E' un ritratto meraviglioso, basato più sugli interpreti originali che sugli autori, della "macchietta napoletana", che poi Murolo ha continuato anche con "L'umorismo nella canzone napoletana". Oggi questo materiale è ristampato in un doppio cofanetto, assolutamente non all'altezza dei materiali originali perché è un miscuglio di inediti di bassa qualità e brani conosciuti catalogati senza alcuna filologia, intitolato "Canzoni umoristiche napoletane".
Comunque, ascoltare questo repertorio permette di sfatare il luogo comune della canzone napoletana sempre triste: riascoltate Gill e ridete a crepapelle!

venerdì 9 ottobre 2009

"Danzimania" e dintorni (il cd degli Arakne ed altro).

Carissimi lettori, è con molto piacere che torno a parlare degli Arakne Mediterranea, uno dei gruppi più apprezzabili della ripetitiva, e spesso noiosa, scena musicale salentina, in quanto, e questo va loro riconosciuto al di là di eventuali gusti personali, hanno saputo impostare, grazie a Giorgio di Lecce, che li ha fondati nel 1993, una ricerca estremamente personale.
Infatti, ed il cd "Danzimania" di cui vi parlerò è il frutto, oltre ad interpretare il repertorio contadino, il gruppo spesso ha ripreso antichi spartiti e ne ha vivificato le note.
E' il caso di questa "Tarantella di Foriano Pico", brano in modo lidio, ossia alternato tra maggiore e minore, con un giro simile a quello della "Montanara" carpinese, se non fosse appunto per questa "intrusione" del modo maggiore.
Le stesse atmosfere, forse ancora più precisamente, sono ricalcate dalla seconda traccia, ancora una volta risalente al XVII secolo. Il brano è diviso almeno in tre parti, infatti gli Arakne lo intitolano "I, II, III modus tarantella". Il ritmo, secondo i nostri standard di velocità, è più facilmente collegabile alla tammurriata campana, forse con colpi più secchi. Interessantissima è la tecnica della chitarra battente, strumento "re" dello stile degli Arakne, che qui fa particolarissime rullate leggere, talmente immesse negli accordi che vanno ricercate con grande fiuto.
La terza traccia è uno dei "classici" del repertorio popolare barocco, la bellissima "Antidotum tarantulae", che qui ha come titolo principale "Aria turchesca". Il gruppo ne esegue una versione leggermente accelerata rispetto a quelle più comuni, e forse questo aumento di ritmo fa perdere un po' di suggestione al brano, ma queste sono solo opinioni personali. Perfetta è, secondo me, l'interpretazione data di questo brano dai Musicanti del Piccolo Borgo, come introduzione ad una serie di tarantelle campane.
Ed ecco l'"Ottava siciliana", una delle tre tracce cantate di questo disco. Anche questa, come quasi tutto questo cd, risale al XVII secolo, ed è stata ripresa da uno degli studi di Attanasio Chircher, uno dei primi studiosi del tarantismo, al quale dobbiamo la conservazione e la pubblicazione di alcune musiche.
Questo brano si conclude con una variazione un po' arabeggiante, di grande atmosfera, ma forse non fondamentale.
Ed eccoci ad un altro dei "classici barocchi" della musica popolare salentina, la "Tarantella frigia". La partenza è più lenta rispetto ad altre rielaborazioni, ad esempio quella del Canzoniere Grecanico Salentino in "Canti e pizzichi d'amore". Gli Arakne, per quanto vi insinuino la modernità della terzina da pizzica, per niente mitigata, dimostrano la voglia di far vivere all'ascoltatore atmosfere diverse dalle moderne, ed il desiderio di farci sospettare che non sempre la musica salentina è stata come la conosciamo noi. Questo è un merito che va riconosciuto loro, anche se, da questo punto di vista, forse, la versione più mirabile è quella dell'Ensemble Terra d'Otranto, contenuta nel cd "Danzare col ragno".
Ed eccoci ad un altra tarantella che prevede l'"intrusione" di un accordo maggiore in una scala di struttura minore. Anche qui la chitarra battente dimostra le sue insuperabili doti armonico-ritmiche, suonando come un clavicembalo, con un "continuo" rigoroso e discreto. Va detto che questo repertorio ha una ricchezza armonica veramente invidiabile, che permetterebbe anche ai signori dell'innovazione ad ogni costo, di creare cose veramente innovative che, però, saprebbero infinitamente d'antico.
Ed eccoci ad "Alia clausula", brano con cui il gruppo apre, da diverso tempo, i propri spettacoli. Interessantissime, nell'accompagnamento della chitarra battente, le settime minori che dànno un'aria di modernità segreta a questo brano che sennò è completamente immerso in un'atmosfera che non c'è più.
Bellissimo l'accompagnamento delle percussioni, che si prodigano in complicati tempi che, nonostante il loro innegabile virtuosismo, non disturbano mai un quieto ascolto delle altre parti strumentali.
Un altro "classsico barocco" della tradizione del sud Italia è la "Tarantella del '600", resa celebre negli anni '70 dalla Nuova Compagnia di Canto Popolare. Si direbbe che la versione degli Arakne è meno etnica e più fedele, forse anche perché, oltre a questo "modo minore", si eseguono in questa traccia altre tarantelle meno note, che quindi vanno eseguite con una maggiore fedeltà alle atmosfere di origine, per quanto noi, uomini forse troppo lontani da quel periodo, ne possiamo capire.
Il set di percussioni permette all'orecchio di immergersi in un'atmosfera favolistica, molto colta e, direi, anche un pochino alterata.
Ed eccoci tornati all'inizio del giro, eccoci ad un altro accenno di questa tarantella classica, asciugata dai pretesi virtuosismi del mandolino della nuova Compagnia di Canto Popolare.
E dopo aver accennato al patrimonio del XVIII secolo, perché effettivamente qui si parla di tarantelle settecentesche, si arriva al 1819, anno a cui si fa risalire questa aria romantica. Qui già ci si avvicina agli attuali schemi della pizzica basata su un'alternanza fra tonica e dominante, e si accenna, addirittura, ad uno dei passaggi della "Tarantata" di Stifani.
Nonostante la maggiore vicinanza nel tempo, gli Arakne non semplificano il loro set percussivo, che oltre che da un tamburello, è composto anche da un'imperioso tamburo muto, dal suono lungo e grave.
Gli ultimi due brani del cd risalgono al XX secolo. La prima è la "Taranta di Lizzano", chiamata dagli Arakne "Ci è taranta". Per gli ultimi due brani non si è potuto già prescindere dal canto tellurico di Imma Giannuzzi, che però sa rispettare l'intimità di questo lavoro.
Questa, tra quelle che io conosco, è la migliore versione di questa tarantella, basata, come molte delle precedenti, sull'alternanza tra accordi maggiori e minori.
Il cd si chiude con una versione della "Pizzica tarantata", intitolata "Taranta rintesa", caratterizzata dall'intrusione della chitarra-basso che esegue un giro di Viestesana garganica, caratterizzato da un accordo di diminuita, che gli conferisce un "modo misto".
Questo brano, per la verità, è una rielaborazione della "Pizzica taranta" di "Tre tarante".
Spero di avervi fatto venire un po' di curiosità su questo cd, e, perché no, spero di aver contribuito a far capire ai salentini che, oltre e prima di comporre brani nuovi, va riscoperto tutto il passato di una musica, per poter comporre con maggiore libertà e senza tracotanza od esagerazione.