Carissimi lettori, questa sera scrivo per commentare a caldo, come ormai saprete che mi piace fare, una puntata di "Effetto notte in Italia", trasmissione di Blusat 2000 di cui abbiamo già parlato diverso tempo fa.
In questa settimana sanremese (purtroppo ci siamo!), il programma si dedica ad alcune retrospettive su artisti che in questi giorni calcheranno il paludato e paludoso palco dell'Ariston.
Questa sera si parla di Enrico Ruggeri, e la scaletta inizia con "Contessa", brano che il cantautore lanciò nell'edizione del 1980 di Sanremo. La versione ascoltata è live, tratta dalla raccolta "la giostra della memoria", album uscito dopo la quinta partecipazione del cantautore al Festival di Sanremo, avvenuta nel 1993 (e vinse, che tempi!).
Il brano è caratterizzato da venature rock, che con gli anni in questo brano si sono un po' spente, per lasciare spazio a influenze etniche, che permettono al brano di avere sempre nuova vita, alla fine di ogni concerto di Ruggeri.
La puntata continua con "Vivo da re", secondo grande successo tratto dal secondo ed ultimo album dei Decibel, che ascoltiamo sempre tratto dalla raccolta del '93. Anche questo brano è più duro, ma sempre romantico, per quanto si possa applicare questo aggettivo al primo Enrico Ruggeri. Mi fa particolarmente piacere ascoltare i brani tratti da questo cd, perché è un album di cui ricordo benissimo l'uscita e l'esultanza che mi dette la vittoria a Sanremo con il brano "Mistero".
Stiamo arrivando al 1983, anno in cui Enrico Ruggeri scrive "Il mare d'inverno", brano che inciderà solo l'anno seguente nella raccolta "Presente studio e live", uscita dopo la prima partecipazione solistica del cantante a Sanremo. Il brano, lanciato da Loredana bertè, solo nell'interpretazione del suo autore acquista la dignità che la sua bellezza merita. La versione della cantante di Bagnara, infatti, credo che non sappia tradurre la meravigliosa malinconia che Ruggeri ha messo in questo ritratto di un mare abbandonato al suo destino, con un frequentatore solitario che ne rispecchia la condizione di tristezza. L'arrangiamento, veramente notevole, permette di assistere ad un bellissimo accordo tra sonorità rock, che si contaminano con il soffio malinconico del testo, ed un pianoforte che porta una ventata di classico che, anche se non era estranea all'album "Vivo da re", da qui si rafforza per non sparire più.
Del 1984 è la già citata partecipazione sanremese con "Nuovo swing" e sono del biennio 85-86 gli album "Tutto scorre", "Difesa francese" e "Enrico VIII", che conteneva tra l'altro un capolavoro assoluto della discografia del nostro, la ballata "Il portiere di notte".
La trasmissione continua con "Si può dare di più", brano che portò il trio Ruggeri-Morandi-Tozzi, a vincere il Festival di Sanremo (Anche se non lo considero un capolavoro è sempre meglio di qualsiasi delle canzoni uscite in questi ultimi anni!). Il brano, come saprete, è ormai diventato l'inno della "nazionale cantanti" istituzione che, oltre a permettere ai suoi membri di sfogare la loro passione calcistica, aiuta, con gli incassi delle sue partite, molte cause giuste.
Dello stesso anno sono sia l'album "Vai rrouge" che la scrittura del capolavoro "Quello che le donne non dicono", che gli fa vincere (meritatamente!) il Premio della critica allo stesso Festival di Sanremo, anche grazie ad una superba interpretazione della Mannoia, alla quale il cantautore affiderà suoi brani come "La giostra della memoria", che fu quello che in me svegliò la curiosità verso di lui.
Gli anni Ottanta si concludono con "La parola ai testimoni", album a cui io non sono particolarmente legata, ma il decennio successivo si apre con "Il falco e il gabbiano", album che simboleggia le due anime di Ruggeri, quella più rock e quella cantautorale, che d'ora in poi convivranno in ogni suo disco. Dell'album è da ricordare la bellissima "Ti avrò", da cui il cantautore ha estratto il titolo del cd. Del 1992 è "Peter pan", disco che va ricordato per canzoni come "Peter pan" e "Prima del temporale", bellissimo brano rock il primo, ballata romanticissima la seconda.
Nel 1993 c'è il già ampiamente citato "La giostra della memoria" che, forse, è il disco più bello del cantautore. Dell'anno successivo è "Soggetti smarriti", che è da ricordare per la presenza di un brano bellissimo, che purtroppo non ci fanno sentire, intitolato "Non piango più". E' una di quelle ballate, forse apparentemente banali, ma che, ultimamente, per paradosso sono l'unica cosa che mi riesce ad emozionare nella musica leggera.
Del 1996 è "Fango e stelle", album che non ebbe il successo sperato, sia per la difficoltà che nasconde per le sue sonorità fortemente progressive, sia per problemi legati alla sua promozione. Da qui inizia il periodo di Ruggeri che io amo di meno, che si conclude assolutamente con "La vie en rouge", doppio live meraviglioso che permette di godere di versioni quasi acustiche dei maggiori successi del nostro, incise al Teatro Ponchielli.
Paola de Simone, come sempre ineccepibile coordinatrice del programma, ci sta proponendo una sicuramente emozionante ma non del tutto convincente, versione di "Quello che le donne non dicono", nella quale le parti che nella versione di "Vai rrouge" erano affidate a Fiorella Mannoia, molto timida ed impacciata, vengono cantate con buona intonazione dal pubblico.
Del 2002 è la partecipazione, che lo porterà a classificarsi al quinto posto, al Festival di Sanremo, con la bellissima "Primavera a Sarajevo" ("la balalaika"!).
Se la canzone in questione era dedicata alla guerra in Bosnia Erzegovina, nel 2003 il cantautore, coraggioso come sempre, porta a Sanremo un brano contro la pena di morte, che interpreta insieme a quella che ormai è diventata la sua compagna di vita e collaboratrice Andrea Mirò. Il brano, intitolato "Nessuno tocchi caino", annuncia l'uscita di uno dei più begli album di Enrico Ruggeri, dal titolo "Gli occhi del musicista", caratterizzato da sonorità acustiche ed intime. L'anno dopo, incitato da suo figlio, il cantautore pubblica "Punk prima di te", il cui titolo è ispirato ad una canzone contenuta ne "Il falco e il gabbiano" (1990). L'album contiene moltissimi brani dei Decibel reincisi per la loro sconcertante attualità (ascoltate "Il lavaggio del cervello" e pensate che non c'è differenza tra come ci trattano i media e quello che dice la canzone scritta nel 1977!).
Il 2005 è l'anno di "Amore e guerra", cd stupendo che racchiude questa doppiezza del cantautore, perché vi sono brani molto acustici come "Il romantico aviatore", ed altri elettro-rock come "L'americano medio", che fu il brano scelto per trainarlo nelle nostre vite.
Nel 2006 il cantautore ci propone "Cuore, muscoli e cervello", triplo e completissimo cofanetto antologico, anche questo ottenuto dall'assemblaggio di brani editi ed inediti. Notevole, secondo me, è "Fiore della strada", che apre uno dei tre cd (non mi ricordo quale, chiedo venia!). Il brano ci fa riflettere sulle reazioni, spesso di bieco razzismo, che abbiamo di fronte agli episodi di emarginazione, che sovente riteniamo stupidamente lontani da noi, scordandoci del fatto che essi molte volte sono provocati da sciocchezze che potremmo comodamente compiere magari in buona fede.
Del 2007 è un album di cover natalizie, seguito da "Rock show", che potremmo paragonare al recentemente recensito "Il mestiere delle canzoni" di Don Backy, perché anche esso è una compiuta sul suo mestiere.
Del 2009 è, infine, il triplo cd "All-in", diviso in tre cd dedicati a tre diversi progetti, che il cantautore, data la triste situazione del mercato discografico, ha deciso di accorpare.
La trasmissione, dopo averci fatto risentire "Mistero" in versione originale, estratta da "la giostra della memoria", ci sta deliziando con "Gli occhi del musicista", ritratto bellissimo e tenero di questa categoria che, spesso, chi non ne fa parte non riesce a capire.
Questo articolo, ovviamente, non vuole essere un ritratto di Enrico Ruggeri, ma delle pennellate sul "Mio" Enrico Ruggeri.
martedì 16 febbraio 2010
domenica 14 febbraio 2010
Commento alla puntata del 14/02/10 di Canzonenapoletana@rai.i".
Carissimi lettori, inizia un ciclo di "canzonenapoletana@rai.it" dedicato ad Alessandro Cassese, un poeta "minore" della canzone napoletana, a cui comunque va riconosciuto il merito di aver creato un capolavoro che tutt'ora si canta intitolato "Nuttata 'e sentimento".
Si inizia con un valzerino lento, scritto nel 1905 ed interpretato da Francesco Daddi, intitolato "Viene a vucà". E' un brano ancora influenzato dal grande romanticismo digiacomiano, dove non si intuisce assolutamente l'"ossessione eroica" così tipica di Alessandro Cassese.
Il primo brano di ispirazione militaresca che ascoltiamo è questo "So' turnato" scritto nel 1907 e musicato da Rodolfo Falvo. E' una marcetta con strofa in minore e ritornello in maggiore, che un militare dedica alla propria amata. Il brano è stato ascoltato nella versione di Diego Giannini.
Si continua con "Primma 'e turnà" scritta nel 1908 ed interpretata da Elvira Donnarumma, che canta una melodia scritta dallo stesso Rodolfo Falvo di prima. E' una marcetta, caratterizzata sempre dalla strofa in minore che si alterna con il ritornello in maggiore. Purtroppo, avendo la Donnarumma una voce sopranile, è difficile capire il testo. E' comunque un bel brano che andrebbe ripreso per dargli nuova vita.
Ed eccoci all'unica canzone di Cassese che tutt'ora si canta comunemente, quella bellissima barcarola intitolata "Nuttata 'e sentimento" che ascoltiamo nella versione di Aldo Gabrin. E' un brano dove si immagina che un marinaio richiami la propria innamorata per venire con lui sulla barca. E' una serenata tra le più belle, che tutti i cantanti principali, incluso Roberto Murolo nella sua "Antologia cronologica della canzone partenopea", hanno interpretato. L'interpretazione d'epoca da noi ascoltata è notevole perché, nonostante gli esagerati tremoli della voce, si conserva il sentimentalismo che le è proprio.
Stiamo ascoltando un altro brano di ispirazione miitaresca, dove un innamorato che parte per il militare dice alla propria amata che non la dimenticherà. E' una marcetta lenta e romantica che ascoltiamo nella versione di Giuseppe Godono. Se vogliamo questo brano può essere paragonato ad un brano quasi coevo di Aniello Califano intitolato "Carmela mia", perché anche in quel caso si giura che al ritorno dai propri doveri militari si penserà solo alla cara Carmela.
E torniamo allo stile compositivo di Giuseppe Capolongo, che aveva musicato "Nuttata 'e sentimento", caratterizzato da queste influenze barocche, ascoltando questa "Carmè tu nasciste pe' mme" interpretata da Nina de Charny, una delle principali sciantose d'inizio secolo. Questa interpretazione mi suona un po' esagerata, oltre che non rispettosa di determinate caratteristiche che trovo tecnicamente indissolubili da questo tipo di melodie. Comunque il testo è tra i più romantici scritti da Alessandro Cassese.
Ed ecco l'ultima canzone, "E tu Margaretè", musicata da Rodolfo Falvo. E' una marcetta che, come quasi tutte le canzoni oggi ascoltate, è caratterizzata dall'alternanza della strofa in minore ed il ritornello in maggiore. Purtroppo è difficile capire il testo, ma dovrebbe essere una canzone di tematica amorosa.
Carissimi lettori, vi giuro che Paquito del Bosco ha promesso che ormai stiamo alla fine di questi cicli sulla canzone napoletana delle origini, quella più difficile da capire, quindi forse in futuro andrà meglio!
Si inizia con un valzerino lento, scritto nel 1905 ed interpretato da Francesco Daddi, intitolato "Viene a vucà". E' un brano ancora influenzato dal grande romanticismo digiacomiano, dove non si intuisce assolutamente l'"ossessione eroica" così tipica di Alessandro Cassese.
Il primo brano di ispirazione militaresca che ascoltiamo è questo "So' turnato" scritto nel 1907 e musicato da Rodolfo Falvo. E' una marcetta con strofa in minore e ritornello in maggiore, che un militare dedica alla propria amata. Il brano è stato ascoltato nella versione di Diego Giannini.
Si continua con "Primma 'e turnà" scritta nel 1908 ed interpretata da Elvira Donnarumma, che canta una melodia scritta dallo stesso Rodolfo Falvo di prima. E' una marcetta, caratterizzata sempre dalla strofa in minore che si alterna con il ritornello in maggiore. Purtroppo, avendo la Donnarumma una voce sopranile, è difficile capire il testo. E' comunque un bel brano che andrebbe ripreso per dargli nuova vita.
Ed eccoci all'unica canzone di Cassese che tutt'ora si canta comunemente, quella bellissima barcarola intitolata "Nuttata 'e sentimento" che ascoltiamo nella versione di Aldo Gabrin. E' un brano dove si immagina che un marinaio richiami la propria innamorata per venire con lui sulla barca. E' una serenata tra le più belle, che tutti i cantanti principali, incluso Roberto Murolo nella sua "Antologia cronologica della canzone partenopea", hanno interpretato. L'interpretazione d'epoca da noi ascoltata è notevole perché, nonostante gli esagerati tremoli della voce, si conserva il sentimentalismo che le è proprio.
Stiamo ascoltando un altro brano di ispirazione miitaresca, dove un innamorato che parte per il militare dice alla propria amata che non la dimenticherà. E' una marcetta lenta e romantica che ascoltiamo nella versione di Giuseppe Godono. Se vogliamo questo brano può essere paragonato ad un brano quasi coevo di Aniello Califano intitolato "Carmela mia", perché anche in quel caso si giura che al ritorno dai propri doveri militari si penserà solo alla cara Carmela.
E torniamo allo stile compositivo di Giuseppe Capolongo, che aveva musicato "Nuttata 'e sentimento", caratterizzato da queste influenze barocche, ascoltando questa "Carmè tu nasciste pe' mme" interpretata da Nina de Charny, una delle principali sciantose d'inizio secolo. Questa interpretazione mi suona un po' esagerata, oltre che non rispettosa di determinate caratteristiche che trovo tecnicamente indissolubili da questo tipo di melodie. Comunque il testo è tra i più romantici scritti da Alessandro Cassese.
Ed ecco l'ultima canzone, "E tu Margaretè", musicata da Rodolfo Falvo. E' una marcetta che, come quasi tutte le canzoni oggi ascoltate, è caratterizzata dall'alternanza della strofa in minore ed il ritornello in maggiore. Purtroppo è difficile capire il testo, ma dovrebbe essere una canzone di tematica amorosa.
Carissimi lettori, vi giuro che Paquito del Bosco ha promesso che ormai stiamo alla fine di questi cicli sulla canzone napoletana delle origini, quella più difficile da capire, quindi forse in futuro andrà meglio!
sabato 13 febbraio 2010
Al "re della terzina"
Carissimi lettori, torno ad aggiornare il mio diario sulla musica per ricordare il grande Pino Zimba, che due anni fa in un giorno come questo ci lasciava.
Io non posso dire di aver scoperto la pizzica con gli Officina Zoè, anche se poi come sapete sono diventati il mio gruppo preferito, ma "Terra" è stato comunque il secondo disco di musica popolare salentina da me avuto.
Il ricordo più forte di Pino Zimba, però, si lega ad una serata che ebbe luogo in un locale di Perugia dove suonammo insieme. Mi ricordo benissimo il piacere che lui provava nel sentire le mie evoluzioni pianistiche, all'epoca tra l'altro scarne ed incerte, era infatti solo qualche settimana che conoscevo questo genere di musica.
Il mio ricordo di Zimba, insomma, è più basato sull'uomo che sul musicista, che io stimo molto di più con gli Zimbaria piuttosto che con gli Zoè.
La voce di Zimba mi penetra profondamente nell'anima quando sento le sue parti nei film di Winspeare, sul finale di "Sangue vivo" mi commuove sempre. Amo molto quella gravità segreta che si scopre se lo si sente parlare.
Parlando propriamente della sua tecnica tamburellistica, da sempre mi è sembrata un po' esagerata, quel tamburello tirannico, forte, tellurico forse non lo riesco a capire (mea culpa!).
Comunque, tra lui e quelli che lo criticano ma non sanno fare un centesimo di ciò che faceva, è ovvio che preferisco la sua autenticità dirompente.
Il suo Salento è quello delle pizziche ataviche, quello dei ritmi forti e dei giri tradizionali e corposi, cosa che forse l'"Officina" non aveva capito. Trovo sbagliato, infatti, il fatto che sia stato affidato a lui l'inizio di "Sale", brano dalla struttura moderna dove la voce di Cinzia può brillare ma quella dell'aradeino no.
Il cd degli Zimbaria che io amo di più, il primo, quello dove il nostro conta davvero e non è solo un tamburellista, risale al 2004. Ascoltandolo, credo si noti subito l'alleggerimento rispetto alla "grande zavorra" di "Sangue vivo". Ancora il gruppo non si era fatto prendere dalla mania di innovare copiando tutto dagli Zoè dei tempi del suo fondatore, faceva solo musica popolare salentina, non "paranoico-salentina".
L'album, intitolato "Live", mi fece tantissima compagnia in un periodo molto specifico, ma ancora ho piacere di ascoltare alcune sue tracce. Bellissima, nonostante io sia sempre scettica sull'introduzione del tres cubano nella musica popolare salentina, la pizzica in minore "Smarrimento", caratterizzata dall'immancabile crescendo "officiniano-zimbariano".
La voce del nostro si inizia a sentire durante degli stornelli, cantati con strofe che egli stesso ha imparato nella sua militanza negli Ucci, gruppo fondamentale se si vuole capire la mediazione possibile tra tradizione e "riproposta". La voce di Zimba, come sempre, canta su tonalità alte, con il brio che solo i veri cantori tradizionali sanno imprimere alla propria arte.
Il brano più rappresentativo della personalità di Zimba è, secondo me, l'"Aria caddrhipulina", collage di strofe popolari di tematica varia, di una goliardia insostituibile. L'altro brano dove Zimba canta è "Sale", ma preferisco non parlarne.
Spero che chi leggerà questo articolo non pretenda di trovarvi un ritratto di Zimba, questa è solo una parte del "mio" Zimba.
Io non posso dire di aver scoperto la pizzica con gli Officina Zoè, anche se poi come sapete sono diventati il mio gruppo preferito, ma "Terra" è stato comunque il secondo disco di musica popolare salentina da me avuto.
Il ricordo più forte di Pino Zimba, però, si lega ad una serata che ebbe luogo in un locale di Perugia dove suonammo insieme. Mi ricordo benissimo il piacere che lui provava nel sentire le mie evoluzioni pianistiche, all'epoca tra l'altro scarne ed incerte, era infatti solo qualche settimana che conoscevo questo genere di musica.
Il mio ricordo di Zimba, insomma, è più basato sull'uomo che sul musicista, che io stimo molto di più con gli Zimbaria piuttosto che con gli Zoè.
La voce di Zimba mi penetra profondamente nell'anima quando sento le sue parti nei film di Winspeare, sul finale di "Sangue vivo" mi commuove sempre. Amo molto quella gravità segreta che si scopre se lo si sente parlare.
Parlando propriamente della sua tecnica tamburellistica, da sempre mi è sembrata un po' esagerata, quel tamburello tirannico, forte, tellurico forse non lo riesco a capire (mea culpa!).
Comunque, tra lui e quelli che lo criticano ma non sanno fare un centesimo di ciò che faceva, è ovvio che preferisco la sua autenticità dirompente.
Il suo Salento è quello delle pizziche ataviche, quello dei ritmi forti e dei giri tradizionali e corposi, cosa che forse l'"Officina" non aveva capito. Trovo sbagliato, infatti, il fatto che sia stato affidato a lui l'inizio di "Sale", brano dalla struttura moderna dove la voce di Cinzia può brillare ma quella dell'aradeino no.
Il cd degli Zimbaria che io amo di più, il primo, quello dove il nostro conta davvero e non è solo un tamburellista, risale al 2004. Ascoltandolo, credo si noti subito l'alleggerimento rispetto alla "grande zavorra" di "Sangue vivo". Ancora il gruppo non si era fatto prendere dalla mania di innovare copiando tutto dagli Zoè dei tempi del suo fondatore, faceva solo musica popolare salentina, non "paranoico-salentina".
L'album, intitolato "Live", mi fece tantissima compagnia in un periodo molto specifico, ma ancora ho piacere di ascoltare alcune sue tracce. Bellissima, nonostante io sia sempre scettica sull'introduzione del tres cubano nella musica popolare salentina, la pizzica in minore "Smarrimento", caratterizzata dall'immancabile crescendo "officiniano-zimbariano".
La voce del nostro si inizia a sentire durante degli stornelli, cantati con strofe che egli stesso ha imparato nella sua militanza negli Ucci, gruppo fondamentale se si vuole capire la mediazione possibile tra tradizione e "riproposta". La voce di Zimba, come sempre, canta su tonalità alte, con il brio che solo i veri cantori tradizionali sanno imprimere alla propria arte.
Il brano più rappresentativo della personalità di Zimba è, secondo me, l'"Aria caddrhipulina", collage di strofe popolari di tematica varia, di una goliardia insostituibile. L'altro brano dove Zimba canta è "Sale", ma preferisco non parlarne.
Spero che chi leggerà questo articolo non pretenda di trovarvi un ritratto di Zimba, questa è solo una parte del "mio" Zimba.
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giovedì 11 febbraio 2010
Don Backy: "Il mestiere delle canzoni
Carissimi lettori, questa sera, finalmente, spero di poter recensire l'ultimo cd, bellissimo, prodotto da Don Backy. L'album è un collage di pezzi che vertono sul "Mestiere delle canzoni", lavoro che Don Backy compie con sincerità veramente ammirevole.
Il cd si apre con "Sulla strada", brano ripreso da quel bellissimo cd intitolato "Signori si nasce". Questa versione è un misto tra un rock and roll molto addolcito e certe suggestioni reggae, che, almeno secondo me, non stanno un granché bene con la voce del nostro. Il timbro di Don Backy in questo disco è, come sempre ultimamente, limpido con "commozioni segrete".
La seconda traccia, sinceramente, è quella che sin da subito ha convogliato su di lei tutte le mie preferenze. Il brano, intitolato "Candida", è un terzinato caratterizzato da una strofa cantata sulle "basse" ed un ritornello dolcemente irruento. E' un brano dalla struttura tipicamente italiana, come se ne sentono troppo pochi in giro.
Si continua con un reggaettino curioso intitolato "Piazza S. Pietro", contro certe tecniche di distribuzione un po' maleducata dell'arte. Particolari sono, e le ritroveremo più avanti, le venature spiritual, mentre, prima della "coda" in re, si assiste ad una simpatica parte bandistica.
Ed eccoci a "Cultura della strada", brano caratterizzato da un pezzo strumentale eseguito dalla chitarra che cita "Stand by me", suonandola con evidenti richiami agli Shadows. E' un brano dove Don Backy ringrazia il suo pubblico per le numerose emozioni che gli fornisce, anche nella convivialità con i costumi di questa "grande e bella Italia". Particolare è, in un breve pezzettino del ritornello, una vena armstronghiana insolita ma comprensibile per chi sa della grande passione che il nostro ha per il trombettista e cantante americano.
Ed eccoci ad una beguine, con la quale Don Backy si fa un "Autoritratto" vero e sincero. E' un brano dolcemente ballabile, con venature di stornello popolare.
Ed eccoci a "Vent'anni", ritratto di quest'età da molti spesso rimpianta, scritto con tenerezza ma senza nostalgia. E' un terzinato che Don Backy canta ricordando un po' l'ultimo Umberto Bindi, quello di "Di coraggio non si muore", ultimo album inciso dal genovese in acustico.
Dopo questo momento tenero arriva, ripresa dal già citato e caldamente consigliato "Signori si nasce", "Il mio mestiere". E' un blues in maggiore, senza pretese di innovare armonicamente o melodicamente, creato solo come lo sfogo di una persona amareggiata da un mestiere che non le dà quello che sente di meritarsi (e si merita!).
E si torna a cantare teneramente, questa volta a tempo di tango "da balera", efocando una serie di ricordi e passioni richiamate da queste nostre amiche inseparabili chiamate "canzoni".
E sempre su questa scia sudamericana, guardando questa volta ad un'hispanoamerica che sa di jazz, si arriva a questa tenera e crepuscolare "Alberghi", con un'armonia prevalentemente maggiore ma impreziosita da raffinati spunti minori e da una citazione di "C'est si bon".
Siamo a "Che strano" che Don Backy interpreta in duetto con una giovane cantante che ha delle interessanti venature soul che, forse, non sono pienamente compatibili con lo stile del nostro. Il brano comunque è molto buono e ci permette di apprezzare le stupende tonalità gravi della voce di Don Backy che, non per questo rinuncia alle sue graffianti note alte. La struttura è quella di una ballad lenta in tono minore, abbastanza classica e lontana da ciò che si sente in radio.
Ed eccoci a "Spiritual", che riprende, sia ritmicamente che nella struttura dell'introduzione, "Piazza S. Pietro". E' un brano meraviglioso che riflette, ironicamente ma crudamente, sulla maggiore o minor sincerità delle convinzioni religiose.
Il cd si chiude con la riproposizione di uno dei più bei brani del repertorio di Don Backy. La canzone, intitolata "L'artista" e pubblicata originariamente nell'lp "Vivendo cantando" del 1981, è uno dei pochissimi brani di gratitudine al pubblico, che forse molti artisti vedono come qualcosa che a loro è dovuto.
E' un album che dà un'emozione profonda, che ci riporta uno dei pochi artisti sinceri della scena italiana. E' un grido di rabbia, gratitudine, tenerezza, tutti sentimenti ormai banditi. L'ascolto del cd è consigliato solo a quelli che dalla musica ancora pretendono che apra loro il cuore.
Il cd si apre con "Sulla strada", brano ripreso da quel bellissimo cd intitolato "Signori si nasce". Questa versione è un misto tra un rock and roll molto addolcito e certe suggestioni reggae, che, almeno secondo me, non stanno un granché bene con la voce del nostro. Il timbro di Don Backy in questo disco è, come sempre ultimamente, limpido con "commozioni segrete".
La seconda traccia, sinceramente, è quella che sin da subito ha convogliato su di lei tutte le mie preferenze. Il brano, intitolato "Candida", è un terzinato caratterizzato da una strofa cantata sulle "basse" ed un ritornello dolcemente irruento. E' un brano dalla struttura tipicamente italiana, come se ne sentono troppo pochi in giro.
Si continua con un reggaettino curioso intitolato "Piazza S. Pietro", contro certe tecniche di distribuzione un po' maleducata dell'arte. Particolari sono, e le ritroveremo più avanti, le venature spiritual, mentre, prima della "coda" in re, si assiste ad una simpatica parte bandistica.
Ed eccoci a "Cultura della strada", brano caratterizzato da un pezzo strumentale eseguito dalla chitarra che cita "Stand by me", suonandola con evidenti richiami agli Shadows. E' un brano dove Don Backy ringrazia il suo pubblico per le numerose emozioni che gli fornisce, anche nella convivialità con i costumi di questa "grande e bella Italia". Particolare è, in un breve pezzettino del ritornello, una vena armstronghiana insolita ma comprensibile per chi sa della grande passione che il nostro ha per il trombettista e cantante americano.
Ed eccoci ad una beguine, con la quale Don Backy si fa un "Autoritratto" vero e sincero. E' un brano dolcemente ballabile, con venature di stornello popolare.
Ed eccoci a "Vent'anni", ritratto di quest'età da molti spesso rimpianta, scritto con tenerezza ma senza nostalgia. E' un terzinato che Don Backy canta ricordando un po' l'ultimo Umberto Bindi, quello di "Di coraggio non si muore", ultimo album inciso dal genovese in acustico.
Dopo questo momento tenero arriva, ripresa dal già citato e caldamente consigliato "Signori si nasce", "Il mio mestiere". E' un blues in maggiore, senza pretese di innovare armonicamente o melodicamente, creato solo come lo sfogo di una persona amareggiata da un mestiere che non le dà quello che sente di meritarsi (e si merita!).
E si torna a cantare teneramente, questa volta a tempo di tango "da balera", efocando una serie di ricordi e passioni richiamate da queste nostre amiche inseparabili chiamate "canzoni".
E sempre su questa scia sudamericana, guardando questa volta ad un'hispanoamerica che sa di jazz, si arriva a questa tenera e crepuscolare "Alberghi", con un'armonia prevalentemente maggiore ma impreziosita da raffinati spunti minori e da una citazione di "C'est si bon".
Siamo a "Che strano" che Don Backy interpreta in duetto con una giovane cantante che ha delle interessanti venature soul che, forse, non sono pienamente compatibili con lo stile del nostro. Il brano comunque è molto buono e ci permette di apprezzare le stupende tonalità gravi della voce di Don Backy che, non per questo rinuncia alle sue graffianti note alte. La struttura è quella di una ballad lenta in tono minore, abbastanza classica e lontana da ciò che si sente in radio.
Ed eccoci a "Spiritual", che riprende, sia ritmicamente che nella struttura dell'introduzione, "Piazza S. Pietro". E' un brano meraviglioso che riflette, ironicamente ma crudamente, sulla maggiore o minor sincerità delle convinzioni religiose.
Il cd si chiude con la riproposizione di uno dei più bei brani del repertorio di Don Backy. La canzone, intitolata "L'artista" e pubblicata originariamente nell'lp "Vivendo cantando" del 1981, è uno dei pochissimi brani di gratitudine al pubblico, che forse molti artisti vedono come qualcosa che a loro è dovuto.
E' un album che dà un'emozione profonda, che ci riporta uno dei pochi artisti sinceri della scena italiana. E' un grido di rabbia, gratitudine, tenerezza, tutti sentimenti ormai banditi. L'ascolto del cd è consigliato solo a quelli che dalla musica ancora pretendono che apra loro il cuore.
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16 febbraio 2010,
Don Backy,
nuovi dischi,
recensioni
lunedì 8 febbraio 2010
Commento alla puntata del 08/02/10 di "Canzonenapoletana@rai.it
Carissimi lettori, in ritardoeccoci al commento alla terza puntata che "Canzonenapoletana@rai.it" dedica a Raffaele Ferraro-Correra.
Si inizia con un duetto intitolato "Donna Rafè overamente". Il brano, un pezzo tra il melodico ed il macchiettistico, è interpretato da Roberto Ciaramella ed Elvira Donnarumma.
E' un brano di cui, purtropop, capisco pochissimo il testo. Bellissima è la recitazione, tra il popolare ed il roboante, dei due interpreti.
Eccoci ad una tarantelluccia, intitolata "Maria bella" e musicata da Emanuele Nutile, cantata da Gennaro Pasquariello. E' un brano meravigliosamente malinconico-allegro, una di quelle tarantelle "dolci" e classiche, così tipiche della Napoli d'autore. Il brano è una serenata, quindi il ritmo della tarantella si stempera spesso con pause e rallentamenti, affinché il romanticismo del testo sia comprensibile.
Ed eccoci ad una bellissima canzone, allegra e dolce, intitolata "Riturnello". E' un inno alla primvera, scritto nel 1915. L'interprete è il tenore Giuseppe Godono, il testo lo capisco difficilmente, ma credo che si parli del fatto che l'amore sia una musica che porta allegria all'anima come un ritornello popolare. Nella terza entrata del ritornello, il tenore usa una grandissima potenza di voce, che porta questa piccola parte ad acquistare una liricità.
Ed eccoci ad una marcetta, scritta nelo stesso anno del brano precedente, dal titolo "Catena. L'interprete è un tenore aggraziato chiamato Oreste Ascoi. La canzone, effettivamente, prende le sembianze di una marcia solo in alcune parti molto specifiche, anche se il testo è completamente allegro, dedicato al potere che ha l'amore di incatdnare due cuori.
Mi sento di poter dire che tra le tre puntate, questa forse è la più interessante e bella, per le perle sconosciute che ci sta portando.
Ed eccoci ad una canzone del 1916 intitolata "Canta Marì", musicata da Enrico Cannio. E' un valzerino, nel quale si paragona l'amore ad una canzone, arrivando a dire che "chi nun sente ammore nun averria a cantà". L'interprete, notevole tenore ed interprete anche di "canzone di giacca" è Gabrè. Anche qui ci troviamo davanti a quei tipici brani pieni di pause e raffinatezze musicali.
Ed eccoci ad uno di quei brani binari, caratterizzati dalla costante presenza dell'intervallo di quarta aumetata. Non si pensi che il tempo di polka che caratterizza il brano, esima il cantore dal fare pause raffinate, che permettono a chi è veramente bravo, come Elvira Donnarumma che in questo caso la sta cantnado, di brillare ancora di più. Nel ritornello, è curiosa la seconda voce femminile, che rafforza le note della principale.
Siamo, ancora con un brano del 1917 intitolato "Destino" " e cantato da Giuseppe Godono, di fronte ad un hbrano molto classico, una bella romanza quasi lirica, caraterizzata dall'alternanza di accordi maggiori e minori, tra strofa e ritornello.
E si chiude rimanendo nell'atmosfera creata da questi valzerini lenti, con un brano interpretato da Raffaele Balsamo intitolato "Tutt'e Marie". La strofa è in tono minore e il ritornello è in modo misto. Potrebbe ricordare un brano quasi coevo intitolato "Connola senza mamma", ma questo è più allegro e leggero.
Come sempre chiedo scusa per la vaghezza di alcuni commenti, ma meglio non si può fare. Naturalmente vi do già l'appuntamento per il prossimo ciclo che, spero, sia dedicato a qualche autore un po' più recente o conosciuto.
Si inizia con un duetto intitolato "Donna Rafè overamente". Il brano, un pezzo tra il melodico ed il macchiettistico, è interpretato da Roberto Ciaramella ed Elvira Donnarumma.
E' un brano di cui, purtropop, capisco pochissimo il testo. Bellissima è la recitazione, tra il popolare ed il roboante, dei due interpreti.
Eccoci ad una tarantelluccia, intitolata "Maria bella" e musicata da Emanuele Nutile, cantata da Gennaro Pasquariello. E' un brano meravigliosamente malinconico-allegro, una di quelle tarantelle "dolci" e classiche, così tipiche della Napoli d'autore. Il brano è una serenata, quindi il ritmo della tarantella si stempera spesso con pause e rallentamenti, affinché il romanticismo del testo sia comprensibile.
Ed eccoci ad una bellissima canzone, allegra e dolce, intitolata "Riturnello". E' un inno alla primvera, scritto nel 1915. L'interprete è il tenore Giuseppe Godono, il testo lo capisco difficilmente, ma credo che si parli del fatto che l'amore sia una musica che porta allegria all'anima come un ritornello popolare. Nella terza entrata del ritornello, il tenore usa una grandissima potenza di voce, che porta questa piccola parte ad acquistare una liricità.
Ed eccoci ad una marcetta, scritta nelo stesso anno del brano precedente, dal titolo "Catena. L'interprete è un tenore aggraziato chiamato Oreste Ascoi. La canzone, effettivamente, prende le sembianze di una marcia solo in alcune parti molto specifiche, anche se il testo è completamente allegro, dedicato al potere che ha l'amore di incatdnare due cuori.
Mi sento di poter dire che tra le tre puntate, questa forse è la più interessante e bella, per le perle sconosciute che ci sta portando.
Ed eccoci ad una canzone del 1916 intitolata "Canta Marì", musicata da Enrico Cannio. E' un valzerino, nel quale si paragona l'amore ad una canzone, arrivando a dire che "chi nun sente ammore nun averria a cantà". L'interprete, notevole tenore ed interprete anche di "canzone di giacca" è Gabrè. Anche qui ci troviamo davanti a quei tipici brani pieni di pause e raffinatezze musicali.
Ed eccoci ad uno di quei brani binari, caratterizzati dalla costante presenza dell'intervallo di quarta aumetata. Non si pensi che il tempo di polka che caratterizza il brano, esima il cantore dal fare pause raffinate, che permettono a chi è veramente bravo, come Elvira Donnarumma che in questo caso la sta cantnado, di brillare ancora di più. Nel ritornello, è curiosa la seconda voce femminile, che rafforza le note della principale.
Siamo, ancora con un brano del 1917 intitolato "Destino" " e cantato da Giuseppe Godono, di fronte ad un hbrano molto classico, una bella romanza quasi lirica, caraterizzata dall'alternanza di accordi maggiori e minori, tra strofa e ritornello.
E si chiude rimanendo nell'atmosfera creata da questi valzerini lenti, con un brano interpretato da Raffaele Balsamo intitolato "Tutt'e Marie". La strofa è in tono minore e il ritornello è in modo misto. Potrebbe ricordare un brano quasi coevo intitolato "Connola senza mamma", ma questo è più allegro e leggero.
Come sempre chiedo scusa per la vaghezza di alcuni commenti, ma meglio non si può fare. Naturalmente vi do già l'appuntamento per il prossimo ciclo che, spero, sia dedicato a qualche autore un po' più recente o conosciuto.
domenica 7 febbraio 2010
venerdì 5 febbraio 2010
Paolo Conte "Live at RTSI
Carissimi lettori, tornando alle cose che ci sono più consuete solo perché sono mal informata su ciò che succede per quanto riguarda la canzone di Lisbona e mi è spesso difficile muovermi, torno a regalarvi una recensione di un altro concerto di Paolo Conte, sempre risalente al 1988. E' il concerto registrato alla Rtsi di Lugano il 12 aprile di quell'anno, che si apre con una strepitosa versione di "Aguaplano". Anche qui, come nel video di Amsterdam, ritorna quella durezza, mitigata comunque da una migliore disposizione dell'artista. Per quanto riguarda "Aguaplano", il brano perde in gran parte le proprie suggestioni andine, rese meno nitide da flauti sintetici, meno fedeli nella riproduzione, di quanto già non fossero quelli presenti sul disco originale.
Si continua con una "Sparring partner", che è molto velocizzata rispetto alla versione originale ed anche a quella di "Tournée", che secondo me rimane la più convincente. Come ho già detto nella recensione contiana precedente, il cantautore astigiano, ogni qualvolta lo si confronta con arrangiamenti troppo moderni, perde molto. Anche qui spariscono molte pause, ma non c'è quella fretta nervosa che, spesso, caratterizza gli ultimi concerti del nostro. Il pianoforte, per quanto importante, spesso cede troppo spazio alle tastiere.
Si continua con una strepitosa "Hemingway", con un attacco di canto forse più tragico e meno rilassato, ma sempre con l'insuperabile intimità di "Concerti", che sparisce in corrispondenza dell'assolo di pianoforte che potremmo definire spartiacque tra le due metà del cortissimo testo del brano.
Siamo già avvolti dal bellissimo inciso strumentale che, tranne una breve ricomparsa della voce da basso profondo di Conte, è l'effettivo perno della canzone. Qui, contrariamente ad altre versioni live da me sentite, c'è un bellissimo uso della batteria quasi come un tamburo etnico, poco prima delle ultime improvvisazioni del sassofono.
Si continua con "Diavolo rosso", caratterizzata, più che da una tirannia del sassofono, come ad Amsterdam, da un sano ambiente di gruppo, su cui si staglia un prodigioso dialogo tra sassofono soprano e pianoforte. L'anima jazz, qui, contrariamente rispetto ad Amsterdam, non fa per niente scomparire l'anima mediterranea. Il canto di Conte, per quanto arrabbiato, è più pastoso e caldo, è quello dei momenti migliori.
Nelle due versioni in video, c'è da notare la curiosità della quasi sparizione dei piatti, rafforzati o sostituiti da leggere venature free jazz del sassofono, che sottolinea quegli stessi momenti con brevi serie di note.
Si continua con "Il nostro amico angiolino", brano di commovente amicizia e grande gratitudine, che ha cullato la mia infanzia nella versione del già recensito "Concerti", rispetto alla quale questa è più rabbiosa ma non meno intima. Curiosi sono certi controtempi, che rendono il canto di Paolo Conte simile a quello di certi cantanti di tango soprattutto Roberto "polaco" Goyeneche.
Eccoci, introdotta da un grandissimo assolo di sassofono, a "Blu tango", una di quelle canzoni che io ho scoperto tramite il "Paolo Conte live", ampiamente citato nella precedente recensione contiana.
La prima parte del canto, vede un grande protagonismo del contrabbasso, che fa tutt'uno con la voce di Conte.
Il canto di Conte è sensuale e duro allo stesso tempo, moderno ed antico, rispettoso ed innovativo, perfetto.
Il brano, dalla forte struttura circolare, si chiude come si era aperto, con un assolo di sassofono che, però, questa volta si limita a "cantare" il ritornello.
Si ritorna ai brani del precedente album di Conte, "Aguaplano", con questo valzerino intitolato "Esitation". Qui fa il suo ingresso un violoncello, che con note completamente classiche dialogacon il pianoforte "meticcio" di Paolo Conte. Il brano qui, credo che trovi una delle sue versioni migliori, per quanto io poi non lo conosca particolarmente bene. Si vede, infatti, una minor voglia di affrettarne la fine, tramite la fusione di momenti più intimi con altri più frettolosi, alla ricerca di un canto personale ed interiore.
Ed eccoci a "La ricostruzione del Mocambo", che è, ancora una volta, caratterizzata da questa guittezza che rende questo concerto favoloso.
Paolo Conte ha voglia di giocare, eseguendolo su varie ottave, con l'assolo di pianoforte che divide le strofe, senza mai lasciarsi tentare da quella tendenza, che ormai è spesso sua, di cantare parti lunghe con un'unica emissione di voce, provocando sfasamenti di tempo a me poco gradevoli.
Si continua con "Via con me", che qui acquista un'aria di vecchio swing ancora più evidente. Cosiccome in "Concerti" e "Nel cuore di Amsterdam", anche qui a metà già non c'è pausa che divide il brano in due parti, esso è un tutt'uno perfetto, dove l'assolo completa semplicemente una struttura.
Si continua con "Max" sul cui testo Paolo Conte si sta sdraiando, pronunciando ogni singola parola con una precisione maniacale, intervallando numerose pause nel canto, così da dilatarlo, prima dell'entrata del pezzo strumentale, che poi, come si sa, è l'effettivo perno del brano. Ritengo questa versione tra le più riuscite, dopo l'originale, perché l'anima moderna non scalfisce le atmosfere classiche e quasi cinematografiche che fanno gran parte della bellezza del brano.
Il concerto prosegue con "Sotto le stelle del jazz", che nelle prime strofe viene anche accompagnata dal battito delle mani del pubblico che, come sempre, è completamente piegato alla grande arte dell'astigiano. Il canto di Conte, come sempre in questo concerto, riesce a trovare compromessi mirabili tra la rabbia e l'intimità, che fanno di questa esibizione una delle più riuscite del cantautore.
Si torna ad "Aguaplano", con una versione di "Amada mia", che, partita senza batteria, dalla seconda strofa diventa il brano "meticcio" che molti amiamo. La rabbia e l'intimità vanno in un'unione magica, che le rende quasi inscindibili.
Eccoci a "Lo zio", che in questa versione si è subito iniziata a risolvere in un dialogo serratissimo tra la voce di Paolo Conte ed il sassofono di Marangolo. Oserei dire che in questa versione il brano acquista un che di circense, che lo fa diventare un'acrobazia rischiosa per i non virtuosi.
Introdotta da una lunghissima ma piacevolissima presentazione, arriva "Jimmy ballando", una bellissima swing ballad, intristita dagli accordi minori, che questa volta non dànno, come nel concerto olandese, pretesto a Conte per tirare via il canto, semmai gli fanno venire il desiderio di cantare dolcemente ed entrare in armonia perfetta con i suoi musicisti.
Si continua immersi nell'atmosfera di "Aguaplano", con "Chiunque", che qui diventa ancora più intima, segreta e romantica. Questo dolce e discreto grido d'amore, in "modo misto", è forse una delle più perfette serenate presenti nel repertorio del nostro.
Si prosegue poi con una curiosa canzone in lingua napoletana, intitolata "Spassiunatamente", che io scoprii vent'anni fa ma non nella versione del suo autore, bensì in quella di Roberto Murolo, che tutt'ora ritengo la migliore. Ritengo, infatti, che la voce profonda dell'astigiano si sposi male con l'utilizzo della lingua partenopea, ma vi si sposi benissimo la sua sensibilità d'autore. Non so quanto non si possa considerare questo brano una parodia di certi stereotipi napoletani, ma qualunque cosa sia non ferisce chi come me è cultore della grande Napoli. (La versione di Murolo è contenuta nel cd "'Na voce e 'na chitarra" del 1990).
Si prosegue con "Dancing", che è rilassata come tutto questo concerto, ma sempre indiavolata, con la batteria che, come già notato per "Hemingway" diventa un set di tamburi popolari, per le sfumature ritmiche che è in grado di esprimere.
Ed eccoci a "Gli impermeabili", terzo episodio della telenovela contiana sul Mocambo. Qui si riscontra un piacere del tutto particolare nel cantare questo brano, di cui si fa sentire ogni minima sfumatura e sillaba. Interessante, in corrispondenza del breve assolo di chitarra elettrica, un certo uso di accordi battuti in maniera da ricordare sia il jazz che il tango.
Ed eccoci a "Nessuno mi ama", brano caratterizzato da un improvviso cambiamento di ritmo, che lo porta da tempi lenti, lunghi e dilatati, ad un travolgente ritmo veloce. Il testo, curioso e probabilmente autobiografico, fa capire l'amore epidermico di Conte per certe cose ormai desuete, a cui lui, da uomo raffinato ma orgogliosamente di provincia, è rimasto legato.
Si prosegue con "La negra", brano che ha sempre interessanti pezzi di flauto ottavino. E' un brano su un ritmo latino, forse cha-cha-cha, che mi fa sempre piacere sentire.
Meravigliosa è la "traduzione" con fiati acustici della parte che in "Aguaplano" era affidata ad un suono che non saprei riconoscere, probabilmente prodotto da "aggeggi" elettronici.
Chiedo un'altra volta scusa per l'aleatorietà di questo commento, ma è fatto "a caldo" ad un documento che io stessa vedo per la prima volta mentre scrivo.
Spero solo di poter svegliare la curiosità dei già numerosi ammiratori di Conte per questo materiale video, che ce lo mostra in versioni diverse ed inedite.
Si continua con una "Sparring partner", che è molto velocizzata rispetto alla versione originale ed anche a quella di "Tournée", che secondo me rimane la più convincente. Come ho già detto nella recensione contiana precedente, il cantautore astigiano, ogni qualvolta lo si confronta con arrangiamenti troppo moderni, perde molto. Anche qui spariscono molte pause, ma non c'è quella fretta nervosa che, spesso, caratterizza gli ultimi concerti del nostro. Il pianoforte, per quanto importante, spesso cede troppo spazio alle tastiere.
Si continua con una strepitosa "Hemingway", con un attacco di canto forse più tragico e meno rilassato, ma sempre con l'insuperabile intimità di "Concerti", che sparisce in corrispondenza dell'assolo di pianoforte che potremmo definire spartiacque tra le due metà del cortissimo testo del brano.
Siamo già avvolti dal bellissimo inciso strumentale che, tranne una breve ricomparsa della voce da basso profondo di Conte, è l'effettivo perno della canzone. Qui, contrariamente ad altre versioni live da me sentite, c'è un bellissimo uso della batteria quasi come un tamburo etnico, poco prima delle ultime improvvisazioni del sassofono.
Si continua con "Diavolo rosso", caratterizzata, più che da una tirannia del sassofono, come ad Amsterdam, da un sano ambiente di gruppo, su cui si staglia un prodigioso dialogo tra sassofono soprano e pianoforte. L'anima jazz, qui, contrariamente rispetto ad Amsterdam, non fa per niente scomparire l'anima mediterranea. Il canto di Conte, per quanto arrabbiato, è più pastoso e caldo, è quello dei momenti migliori.
Nelle due versioni in video, c'è da notare la curiosità della quasi sparizione dei piatti, rafforzati o sostituiti da leggere venature free jazz del sassofono, che sottolinea quegli stessi momenti con brevi serie di note.
Si continua con "Il nostro amico angiolino", brano di commovente amicizia e grande gratitudine, che ha cullato la mia infanzia nella versione del già recensito "Concerti", rispetto alla quale questa è più rabbiosa ma non meno intima. Curiosi sono certi controtempi, che rendono il canto di Paolo Conte simile a quello di certi cantanti di tango soprattutto Roberto "polaco" Goyeneche.
Eccoci, introdotta da un grandissimo assolo di sassofono, a "Blu tango", una di quelle canzoni che io ho scoperto tramite il "Paolo Conte live", ampiamente citato nella precedente recensione contiana.
La prima parte del canto, vede un grande protagonismo del contrabbasso, che fa tutt'uno con la voce di Conte.
Il canto di Conte è sensuale e duro allo stesso tempo, moderno ed antico, rispettoso ed innovativo, perfetto.
Il brano, dalla forte struttura circolare, si chiude come si era aperto, con un assolo di sassofono che, però, questa volta si limita a "cantare" il ritornello.
Si ritorna ai brani del precedente album di Conte, "Aguaplano", con questo valzerino intitolato "Esitation". Qui fa il suo ingresso un violoncello, che con note completamente classiche dialogacon il pianoforte "meticcio" di Paolo Conte. Il brano qui, credo che trovi una delle sue versioni migliori, per quanto io poi non lo conosca particolarmente bene. Si vede, infatti, una minor voglia di affrettarne la fine, tramite la fusione di momenti più intimi con altri più frettolosi, alla ricerca di un canto personale ed interiore.
Ed eccoci a "La ricostruzione del Mocambo", che è, ancora una volta, caratterizzata da questa guittezza che rende questo concerto favoloso.
Paolo Conte ha voglia di giocare, eseguendolo su varie ottave, con l'assolo di pianoforte che divide le strofe, senza mai lasciarsi tentare da quella tendenza, che ormai è spesso sua, di cantare parti lunghe con un'unica emissione di voce, provocando sfasamenti di tempo a me poco gradevoli.
Si continua con "Via con me", che qui acquista un'aria di vecchio swing ancora più evidente. Cosiccome in "Concerti" e "Nel cuore di Amsterdam", anche qui a metà già non c'è pausa che divide il brano in due parti, esso è un tutt'uno perfetto, dove l'assolo completa semplicemente una struttura.
Si continua con "Max" sul cui testo Paolo Conte si sta sdraiando, pronunciando ogni singola parola con una precisione maniacale, intervallando numerose pause nel canto, così da dilatarlo, prima dell'entrata del pezzo strumentale, che poi, come si sa, è l'effettivo perno del brano. Ritengo questa versione tra le più riuscite, dopo l'originale, perché l'anima moderna non scalfisce le atmosfere classiche e quasi cinematografiche che fanno gran parte della bellezza del brano.
Il concerto prosegue con "Sotto le stelle del jazz", che nelle prime strofe viene anche accompagnata dal battito delle mani del pubblico che, come sempre, è completamente piegato alla grande arte dell'astigiano. Il canto di Conte, come sempre in questo concerto, riesce a trovare compromessi mirabili tra la rabbia e l'intimità, che fanno di questa esibizione una delle più riuscite del cantautore.
Si torna ad "Aguaplano", con una versione di "Amada mia", che, partita senza batteria, dalla seconda strofa diventa il brano "meticcio" che molti amiamo. La rabbia e l'intimità vanno in un'unione magica, che le rende quasi inscindibili.
Eccoci a "Lo zio", che in questa versione si è subito iniziata a risolvere in un dialogo serratissimo tra la voce di Paolo Conte ed il sassofono di Marangolo. Oserei dire che in questa versione il brano acquista un che di circense, che lo fa diventare un'acrobazia rischiosa per i non virtuosi.
Introdotta da una lunghissima ma piacevolissima presentazione, arriva "Jimmy ballando", una bellissima swing ballad, intristita dagli accordi minori, che questa volta non dànno, come nel concerto olandese, pretesto a Conte per tirare via il canto, semmai gli fanno venire il desiderio di cantare dolcemente ed entrare in armonia perfetta con i suoi musicisti.
Si continua immersi nell'atmosfera di "Aguaplano", con "Chiunque", che qui diventa ancora più intima, segreta e romantica. Questo dolce e discreto grido d'amore, in "modo misto", è forse una delle più perfette serenate presenti nel repertorio del nostro.
Si prosegue poi con una curiosa canzone in lingua napoletana, intitolata "Spassiunatamente", che io scoprii vent'anni fa ma non nella versione del suo autore, bensì in quella di Roberto Murolo, che tutt'ora ritengo la migliore. Ritengo, infatti, che la voce profonda dell'astigiano si sposi male con l'utilizzo della lingua partenopea, ma vi si sposi benissimo la sua sensibilità d'autore. Non so quanto non si possa considerare questo brano una parodia di certi stereotipi napoletani, ma qualunque cosa sia non ferisce chi come me è cultore della grande Napoli. (La versione di Murolo è contenuta nel cd "'Na voce e 'na chitarra" del 1990).
Si prosegue con "Dancing", che è rilassata come tutto questo concerto, ma sempre indiavolata, con la batteria che, come già notato per "Hemingway" diventa un set di tamburi popolari, per le sfumature ritmiche che è in grado di esprimere.
Ed eccoci a "Gli impermeabili", terzo episodio della telenovela contiana sul Mocambo. Qui si riscontra un piacere del tutto particolare nel cantare questo brano, di cui si fa sentire ogni minima sfumatura e sillaba. Interessante, in corrispondenza del breve assolo di chitarra elettrica, un certo uso di accordi battuti in maniera da ricordare sia il jazz che il tango.
Ed eccoci a "Nessuno mi ama", brano caratterizzato da un improvviso cambiamento di ritmo, che lo porta da tempi lenti, lunghi e dilatati, ad un travolgente ritmo veloce. Il testo, curioso e probabilmente autobiografico, fa capire l'amore epidermico di Conte per certe cose ormai desuete, a cui lui, da uomo raffinato ma orgogliosamente di provincia, è rimasto legato.
Si prosegue con "La negra", brano che ha sempre interessanti pezzi di flauto ottavino. E' un brano su un ritmo latino, forse cha-cha-cha, che mi fa sempre piacere sentire.
Meravigliosa è la "traduzione" con fiati acustici della parte che in "Aguaplano" era affidata ad un suono che non saprei riconoscere, probabilmente prodotto da "aggeggi" elettronici.
Chiedo un'altra volta scusa per l'aleatorietà di questo commento, ma è fatto "a caldo" ad un documento che io stessa vedo per la prima volta mentre scrivo.
Spero solo di poter svegliare la curiosità dei già numerosi ammiratori di Conte per questo materiale video, che ce lo mostra in versioni diverse ed inedite.
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